Quando trasferirsi ALL’ESTERO significava ricevere UN VERO pacchetto expat

Contratti expat, case pagate e auto aziendali: la storia di Anna e Roberto, italiani all’estero quando le aziende investivano davvero sulle persone

Chi si trasferisce all’estero oggi spesso lo fa da solo, affrontando affitti alle stelle, relocation minime e mercati del lavoro sempre più competitivi.

Ma c’è stata un’epoca in cui le grandi multinazionali investivano pesantemente sui propri dipendenti internazionali. Contratti expat, casa pagata, auto aziendale, voli per tornare in Italia e benefit che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra era.

Anna e Roberto hanno vissuto proprio quel periodo.

Partiti da Milano a metà dei trent’anni, hanno trascorso oltre vent’anni tra Londra, Budapest e Finlandia, vivendo in prima persona l’evoluzione del lavoro internazionale e la trasformazione della figura dell’espatriato.

Perché lasciare Milano a 35 anni?

La decisione nasce da una combinazione di insoddisfazione professionale e desiderio di cambiamento.

Roberto lavorava per Pirelli e aveva chiesto di essere trasferito all’estero, ma l’azienda aveva rifiutato.

Poco dopo scopre un’opportunità a Londra come direttore finanziario.

Fa i colloqui.

Viene assunto.

E la coppia parte.

“Avevamo voglia di provare qualcosa di nuovo.”

Per Anna il trasferimento arriva in un momento di particolare frustrazione lavorativa.

“Ho lasciato il mio lavoro senza rimpianti.”

Londra era inoltre una città che entrambi conoscevano già e amavano.

Com’era vivere a Londra alla fine degli anni Novanta?

Chi ha vissuto Londra in quel periodo la descrive spesso come una città unica.

Dinamica, internazionale e piena di opportunità.

Roberto la ricorda così:

“C’era un’energia, un frizzante in giro che era straordinario.”

Era il periodo della cosiddetta “Cool Britannia”, con una città che sembrava proiettata verso il futuro.

Le opportunità professionali erano numerose e cambiare lavoro non era considerato un problema.

“Era molto facile cambiare lavoro e non veniva percepito come una follia.”

Anche Anna riesce rapidamente a inserirsi nel mercato del lavoro, iniziando con contratti temporanei prima di trovare una posizione stabile.

Quando i contratti expat erano davvero vantaggiosi

Dopo quattro anni a Londra arriva una telefonata destinata a cambiare nuovamente la loro vita.

Pirelli richiama Roberto.

L’azienda ha bisogno di una persona di fiducia per guidare le attività in Ungheria.

La proposta è difficile da rifiutare.

“Abbiamo bisogno di uno di cui ci fidiamo ciecamente.”

Ma non è solo il ruolo a fare la differenza.

Sono soprattutto le condizioni offerte.

“Mi hanno fatto un contratto italiano con un contratto da expat più casa, macchina e un’altra serie di facilitazioni che oggi vedo più difficili.”

Una formula che all’epoca era relativamente comune per figure manageriali di alto livello e che oggi è molto più rara.

Vivere a Budapest prima dell’ingresso nell’Unione Europea

Quando Anna e Roberto arrivano a Budapest, l’Ungheria non è ancora entrata nell’Unione Europea.

La città però sta vivendo una fase di grande trasformazione.

“Budapest era una città piena di energia e di speranza per il futuro.”

Il costo della vita è basso, la sicurezza elevata e la comunità internazionale estremamente attiva.

“Facevamo una vita fantastica.”

Uno degli aspetti che li colpisce maggiormente è la varietà delle persone che incontrano.

Non solo manager e professionisti della finanza, ma anche operatori umanitari, membri di ONG e imprenditori provenienti da tutta Europa.

“C’era una presenza meno interessata ai soldi e più interessata agli aspetti etici dello scambio internazionale.”

La carriera del partner all’estero: il lato meno raccontato dell’espatrio

Quando si parla di trasferimenti internazionali, spesso l’attenzione si concentra sulla persona che riceve l’offerta di lavoro.

Ma cosa succede al partner?

Anna affronta un tema molto importante.

Ogni trasferimento significava ripartire da zero.

Nuovi contatti.

Nuovo mercato del lavoro.

Nuova lingua.

Nuova credibilità professionale da costruire.

“Quello che ho fatto professionalmente è stato estremamente spezzettato perché ogni volta nessuno ti conosce e ricominci da capo.”

Nonostante le difficoltà, ha sempre cercato di lavorare.

“Ho sempre sentito il bisogno di essere una parte attiva della società.”

Per lei avere un impiego non era soltanto una questione economica.

Era il modo per integrarsi realmente nel paese che la ospitava.

Perché oggi gli expat ricevono meno benefit?

Secondo Roberto, il mercato del lavoro internazionale è cambiato radicalmente.

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila i professionisti disposti a trasferirsi erano relativamente pochi.

Oggi la situazione è diversa.

“Con Erasmus è diventata una merce più semplice da trovare.”

Le aziende hanno accesso a un bacino molto più ampio di lavoratori internazionali e non hanno più la necessità di offrire pacchetti così generosi.

“Le aziende ci trattavano molto bene perché eravamo una merce rara.”

Case aziendali, automobili, viaggi e indennità di trasferimento oggi sopravvivono soprattutto in mercati particolarmente competitivi o per profili molto specializzati.

Dal lavoro da 15 ore al giorno al prepensionamento

Nel 2020 arriva un altro grande cambiamento.

Dopo una lunga carriera internazionale, Roberto negozia l’uscita dall’azienda.

La decisione coincide con l’inizio della pandemia.

“Sono passato da lavorare 12-15 ore al giorno a lavorare molto meno.”

Per la coppia è l’inizio di una nuova fase della vita.

Più tempo insieme.

Più viaggi.

Più libertà.

“Finalmente passo del tempo con lei.”

Anna ammette che inizialmente il cambiamento l’aveva spaventata.

Col tempo però ne ha scoperto i vantaggi.

“Non l’avremmo probabilmente mai fatto di nostra spontanea volontà, però oggi siamo molto contenti.”

Vale ancora la pena trasferirsi all’estero?

La storia di Anna e Roberto racconta un mondo dell’espatrio molto diverso da quello attuale.

Un periodo in cui le multinazionali investivano massicciamente sui talenti internazionali e i trasferimenti venivano supportati da benefit importanti.

Ma racconta anche qualcosa che non è cambiato.

La necessità di adattarsi.

La capacità di ricominciare.

E il valore di prendere decisioni importanti come coppia.

“Bisogna assolutamente decidere insieme.”

Perché dietro ogni trasferimento internazionale non c’è soltanto una carriera.

C’è una vita intera che cambia direzione.


L’intervista completa ad Anna e Roberto la trovi sul canale:

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