LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

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Il pacco Amazon di fronte alla porta di casa.

Anche quest’anno a Natale ho fatto incetta di cards di auguri che sono finite appese sul muro del salone a prendere un po’ di polvere mentre mi ricordano che il mondo è bello, che questa tradizione britannica mi piace proprio tanto.
Il mondo è così bello che questi bigliettini non li ho ricevuti solo dagli amici ma anche dai miei datori di lavoro e dai vicini di casa, gli stessi che conosco a malapena e ai quali dico solo “buongiorno”, “buonasera” e “che freddo!“.

Ma questo non importa e a Natale hanno preso in mano la penna per augurarmi buone feste e felice anno nuovo ed io ho fatto lo stesso, firmando “Serena & Alessio, 16C”, il numero del nostro interno.

Non potrei pensare a soluzione migliore di questa, non ci parliamo ma siamo cortesi gli uni con gli altri, così quando la mia dirimpettaia mi scrive un bigliettino per chiedermi di lavare le scale (*), io procedo e le rispondo con due righe augurandole una buona giornata.
Se trovo una cartaccia sul pianerottolo non attacco cartelli per urlare all’inciviltà, non metto nero su bianco parolacce e bassezze senza apporre una firma alcuna, come tanti usavano fare in Italia, ma la raccolgo e se qualcuno cammina con un passo pesante al piano di sopra di certo non vado a bussargli alla porta alle 9 della sera.
I miei vicini fanno lo stesso.

Siamo, ripeto, rispettosi gli uni degli altri, diamo ascolto al buonsenso e la cosa funziona benissimo così.

Durante il mio ultimo viaggio in Italia un pacco di Amazon è stato recapitato davanti alla mia porta di casa.
Non al vicino, non in un posto sicuro.
Davanti alla mia porta di casa.

Tornata dalle ferie lì ho ritrovato il pacco ad aspettarmi, nessuno lo aveva toccato malgrado il via vai quotidiano.

Stasera un ennesimo episodio, un altro pacco, questa volta consegnato per sbaglio al civico 23 che non è di fronte casa mia ma ad una decina di metri di distanza.
Scopro l’errore perché l’abitante del civico 23 ha notato l’inghippo ed è uscita di casa per lasciarmi un avviso, mentre io ero fuori.
Alle sette di sera scendiamo in strada, entriamo nel suo vialetto all’inglese e veniamo accolti da una signora sorridente che ci mette subito in mano il pacco che non ha neanche provato ad aprire, lo ha semplicemente tenuto lì accanto alla porta, in attesa di noi.

La cosa più naturale del mondo che ancora mi stupisce.

 

(*) Non so se sia così ovunque ma qui non paghiamo il condominio né una ditta di pulizie per mantenere decoroso lo stabile.
Semplicemente, a turno si spazzano e lavano le scale.
Cosa che io adoro.

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TRE FILM DA VEDERE: UNO AL CINEMA, UNO SOTTOTITOLATO ED UNO DA RECUPERARE

TRE FILM DA VEDERE: UNO AL CINEMA, UNO SOTTOTITOLATO ED UNO DA RECUPERARE

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Ore 15 di un Inverno ad Aberdeen

Trasferendomi in Scozia la mia vita è cambiata. Vuoi gli impegni di lavoro ed Università, vuoi questa città da 200.000 anime e dal piccolo centro, vuoi il clima e la scarsità di eventi, ma ecco che le mie giornate libere non sono più momenti pieni di cose nuove da fare. Nei giorni troppo freddi o piovosi cerchiamo di trovare un posto che ci dia riparo e che, possibilmente, non sia l’odioso centro commerciale mangia anima.

Il cinema ci ha salvati spesso, non quello grande che trasmette i film americani e le novità, bensì il Belmont Filmhouse, un progetto più indipendente che promuove la diversità, trasmettendo film da tutto il mondo e piccole perle della cinematografia recente e lontana.
Questo cinema è un posto di ritrovo dove bere una zuppa calda e fare due chiacchiere tranquille nonché il luogo ideale per innamorarsi di film che altrimenti non vedresti facilmente.

E’ il caso di Loveless, straziante capolavoro Russo di Andrey Zvyagintsev, uscito in Italia con il medesimo titolo e qui ad Aberdeen nella versione originale con i sottotitoli.
Non posso dilungarmi sul cast di attori bravissimi ma sono rimasta paralizzata alla sedia da una regia raffinata ed inclemente, che trasporta nel pieno del dolore ed ecco che nell’insieme l’intera pellicola urla “Oscar” e non per nulla c’è in ballo una candidatura come miglior film straniero.
La storia è quella di due genitori che, come accade, ritrovano se stessi dopo il matrimonio e vivono la loro nuova vita con il sorriso sulle labbra, finalmente liberi di ricominciare, dimenticandosi del proprio figlio dodicenne che viene inquadrato solo con le lacrime agli occhi, sullo sfondo. E’ nel lettino che si fa forza per placare i singhiozzi, è nascosto nel bagno mentre i suoi genitori litigano su chi debba continuare a vivere con lui, proponendo entrambi la soluzione del collegio. Potrebbe anche essere al centro della stanza, in mezzo a loro, non cambierebbe alcunché. E’ stato lasciato indietro, è l’errore che vorrebbero non aver fatto, l’aborto che si rinfacciano, a turno, di non aver avuto il coraggio di portare a termine.
Il bambino non compare che per poche scene e poi sparisce, gli adulti lo cercano dapprima svogliatamente e ancora goffamente. I genitori non gridano il suo nome durante le ricerche, non si spezzano dal dolore, loro non lo volevano più ed è sparito. Il finale mantiene la promessa fatta con lo spettatore che sa che, sì, con un film come questo ci sarà da soffrire.
Bellissimo, sì, ma atroce perché troppo vero.

Loveless è il film sottotitolato che consiglio. 93% su Rotten Tomatoes.

 

In piena estate scozzese il sole non era che un ricordo della mia vita precedente finché non ho scelto di ritrovarlo almeno sullo schermo, andando a vedere un documentario che pensavo mi avrebbe delusa, parlo di Kedi, un film di Ceyda Torun.
Credevo che avrei avuto voglia di alzarmi a metà del primo tempo per scappare da quella scelta sbagliata perché sì amo i gatti ma non immaginavo che sarei rimasta con gli occhi fissi sullo schermo per tutti gli 80 minuti della pellicola. Così è stato, invece, e seguendo le avventure dei gatti protagonisti sembrava di far parte di una favola, una di quelle belle, di un racconto onirico realistico fatto di colori e sentimenti buoni. Di coda in coda i personaggi vengono introdotti, dolcemente, e si ride, si piange e si riflette moltissimo sull’importanza di amare e di volere bene, di dare indietro qualcosa all’universo.
Sullo sfondo una Turchia bella da far piangere, con un sole che spacca le pietre, gente dagli occhi buoni e colori che vi faranno venire voglia di prenotare il vostro prossimo viaggio.

Kedi è il mio film da recuperare. 98% per Rotten Tomatoes.

 

Non ha invece bisogno di grandi presentazioni Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, uscito in Italia come Tre manifesti a Ebbing, Missouri.
Questo film non è solo un brutale pugno nello stomaco, non è solo un manifesto contro le ingiustizie peggiori che la vita possa riservarci ma anche una grandiosa prova per Frances McDormand che porta sullo schermo una donna forte, disperata e agguerrita. Bello vedere che una donna possa esser rappresentata in questo modo e, sorpresa!, risultare credibile giacché, già, tutti conosciamo donne così e sono reali e sono vere. Prova magnifica anche per Woody Harrelson e Sam Rockwell che il 4 Marzo si contenderanno il premio come miglior attore non protagonista, premio che meritano in eugual modo. Per il personaggio di Woody tifi, solidarizzi e ti strappa più di una emozione, per Sam non provi che schifo e fastidio finché la trama non inizia a girare. Tre Manifesti è un film che ti ricorda che non esiste solo il bianco e nero e che le sfumature esistono sia nel bene che nel male.
Un capolavoro che non vi farà smettere di pensare e che vi consiglio di non perdere.

Three billboards outside Ebbing, Missuri è il mio film al cinema. 93% su Rotten Tomatoes.

 

L’OBESITA’ IN SCOZIA E’ UN TEMA SERIO?

L’OBESITA’ IN SCOZIA E’ UN TEMA SERIO?

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Non ho dubbi, nulla ho a che fare con un certo tipo di chiacchiericcio molto Italiano.

Arrivata a Londra, tanti anni fa, ho scoperto un mondo inclusivo, che accetta le grandi obese con la minigonna ed il tacco. Non finiscono su YouTube, non diventano meme e neppure vengono fischiate o derise.
Non metto, in realtà, in dubbio che questo capiti qualche volta anche qui e negli altri Paesi che citerò nel post, ma non è la regola direi.
Le ragazze escono alla sera vestite come starlettes, con la gamba scoperta ed ai miei occhi sono semplicemente splendide.

In Australia la situazione dei grandi obesi non era neanche lontanamente simile a quella vista in America ma per le persone in forte sovrappeso c’era comunque una enorme scelta di vestiti di ogni colore.
Non solo i pantaloni a zampa d’elefante marrone che vanno un sacco in Italia per le taglie forti, non solo le mega-camicie floreali, non solo nero.
C’era scelta.
E rispetto.

Arrivata qui nella parte alta della Scozia, la popolazione era ai miei occhi piuttosto spenta, per diversi motivi, e ben presto mi sono accorta del numero impressionante di grandi obesi e di giovanissimi grandi obesi.
Esseri umani che sono e ci tengo a specificarlo, anche qui liberi di vivere alla luce del sole, di splendere, lavorare, innamorarsi e di integrarsi nella società della quale fanno parte.

Questa libertà per me è imprescindibile e dovrebbe essere motivo di grande orgoglio per tutte le Nazioni che ho citato in questo post.

Malgrado questa lunga premessa e la paura di cadere in una trappola – quella che ci spinge ad additare chi non rispetta i canoni proprinati delle riviste più sciocche – scrivo oggi per dire che provo dolore nel pensare al numero enorme di ragazzini (grandi) obesi che vivono qui ad Aberdeen.
Figli di genitori che sono, spesso, a loro volta obesi, per i quali verdura vuol dire Walkers crisps, le patatine fritte e lo snack è sempre e solo la barretta di cioccolata.
Il caffè è il frappuccino da 450 calorie ed il cappuccino il bibitone allo zucchero di Costa, quello con panna e sciroppo. Un pranzo veloce puo’ essere, credetemi, 10-12 pacchetti di caramelle al cioccolato ed una bibita gassata, grande.

Mi fa male conoscere giovani di appena 18 anni che non possono camminare, che devono subire operazioni per potersi muovere, che non possono correre.
Che già prima di avere 20 anni devono fare i conti con malattie serie ed importanti che di solito, in Italia, hanno i nostri anziani.

Ho stretto amicizia con ragazzi che sono tutto quello di cui sopra e vederli rinunciare ad uscire in strada perche’ spaventati dal fare dieci minuti a piedi è, francamente, un colpo al cuore.
Dieci minuti a piedi e non possono farli, non ce la fanno fisicamente.

Come detto, questo non dovrebbe deve riguardarmi in alcun modo perché ognuno vive il suo corpo – e la propria vita – come meglio crede, ma è l’incidenza a farmi paura e dei ragazzini che visione possono avere del mondo?
Non hanno la stessa conoscenza della vita delle persone con un minimo di esperienza gli stessi mezzi.
Non nascono con le idee chiare in tasca e la cultura familiare e locale ha un peso enorme sull’educatione alimentare.

Che colpe avrebbero, ammesso che di colpa si possa parlare, questi ragazzini? E cosa sta facendo lo Stato per aiutarli? Dove sta la prevenzione? Dove l’educazione?

Due cose mi spaventano da matti di questa parte di mondo: il rapporto con il cibo e la dipendenza da droghe importanti.
In entrambi i casi mi sembra che si sia ben lontani da una soluzione o anche da una mera toppa: I dolcetti, le bibite e gli snack continuano ad avere più spazio nei supermercati rispetto alle verdure perché si’, ad Aberdeen puoi andare in un supermercato di Union Street (via principale) e non trovare le zucchine ma il garlic bread e le “insalate” pronte, ovvero quelle con patate e maionese o con il formaggio, ci saranno sempre. Persino nei ristoranti, dove paghi!, l’insalata spesso non è che una guarnizione di verdure afflosciate, foglie annerite e molli. Che tanto si sa, non devi mica mangiare davvero!

Qualcosa qui non sta funzionando.

Sono ben consapevole che tutti puntino sempre il dito contro l’obesità quando anche dietro la magrezza si nascondono dolori indicibili e patologie e mi è chiaro che sto parlando della salute altrui che è una questione che non mi dovrebbe riguardare in alcun modo, soprattutto quando alla mia bado poco.
Ma per questi ragazzini, e sono tanti, troppi, vorrei qualcosa di più e credo che semplicemente manchi l’informazione e l’abitudine.

Due cose che si possono tramandare ed insegnare.

Cosa diavolo aspettano?

 

Qui un articolo che mi ha colpito di recente (“The average estimate was 46 out of 100, while the real number is 65 in 100.”), sotto una tabella presa dal sito del governo scozzese.
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Source: http://www.gov.scot/

 

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

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Una estate a Stonehaven.

Se fossi partita a vent’anni probabilmente sarei finita a Londra, in una casa condivisa a lavorare come una trottola, le sere off a fare il pieno al pub.
Ma sono partita a trenta, siamo partiti in due, e a parte il lavorare come una trottola, tutto è diverso.

Manchiamo dall’Italia da quattro anni ed iniziamo a desiderare di poter mettere radici da qualche parte, di comprare una casa nostra, di poter aver l’orto ed il BBQ per gli amici ed i parenti in visita. Un gatto, due, un cane enorme. Vorremmo una casa grande, con una veranda e le sedie, due comodini, un letto king e l’armadio scorrevole.
Un posto che sia nostro, che abbia il nostro sapore.

Abbiamo 15 anni di contributi spalmati su 3 paesi diversi.
Mio marito pensa alla pensione, ce la daranno?
Ci basterà?

Io vorrei poter traslocare meno e fermarmi in un posto che mi piaccia ma per un po’.
Un anno in Giappone, tornare in Australia, provare l’America.

Non per sempre.
Perché io, arrivata a questo punto, so solo che il mondo è grande e che non sono pronta per decidere, per scendere qui o lì.

A volte penso “ma chissene frega“, andiamo dove tira il vento, che importa di avere una casa?
Che cosa è questa ossessione per il mattone quando hai il mondo da girare?
Anzi sai cosa?
Non mettiamoci limiti, camminiamo per il mondo che per fermarci ci sarà sempre tempo e modo.
Rendiamo casa ogni pezzettino del mondo, possiamo farlo, lo abbiamo fatto fino ad ora!
Chi ci ferma?

Potremmo far tutto oggi, per come stiamo oggi, per le persone che siamo oggi, per la salute che abbiamo oggi.
La vita però a volte prende a schiaffi e da qualche parte nella testa quell’idea di nomadismo viene cancellata dalla paura, dalla saggezza – o conformismo – di quei millenni di umanità che, quando può, stanzia.

Ancora un anno e mezzo e avremo una laurea importante sotto il braccio ed una nuova decisione da prendere. Ancora un anno e mezzo e saremo liberi di andare via da qui ma… per dove?

Non abbiamo un ingaggio con una particolare società, non siamo vincolati con una determinata location, possiamo lavorare da dove vogliamo, siamo liberi di vagabondare, per ora.
Questa libertà scotta, ci permette di poter decidere ogni dettaglio del nostro prossimo trasferimento.
E a pagarne tutte le conseguenze.
Non avremo i facchini delle società ad impacchettarci la casa, non avremo gli HR a trovarci un nuovo posto in cui vivere, eventuali visti saranno a carico nostro dal primo all’ultimo documento, dal primo all’ultimo bonifico.
Saremo noi a dover far tutto, di nuovo, da capo, con lo stomaco incerto.
E questo pesa, fa paura ma è anche bello.

Dove andremo?

– Australia?
Quando ho lasciato Melbourne ero sicura che fosse casa mia.
Era la vita che volevo, vivevo in pieno centro e non in quei suburbs che mi avrebbero dato alla noia, avevo amici con cui andare fuori quando volevo, avevo la vita che volevo.

Melbourne e’ arrivata al momento giusto, anzi perfetto.
Ma la distanza ora mi fa paura.
Mi fa paura sapere di essere cambiata.
Melbourne l’abbiamo cercata quando ci servivano quelle miglia di distanza tra noi ed il nostro passato.
Quella distanza mi terrorizza ora che sono abituata a tornare in Italia tre o quattro, quattro!, volte l’anno.

Me lo aveste detto quattro anni fa mi sarei arrabbiata.
Ma ho paura di tornare down under e capire che non è più quel tempo, meraviglioso, che non è più lei quella che ci serve.

Melbourne è arrivata al momento giusto, noi eravamo li’ al momento giusto!

Se ci trasferissimo in Australia avremmo da affrontare un visto molto costoso ma una volta lì saremmo ben, davvero ben, pagati. Allettante ma ad un certo punto anche i soldi non hanno lo stesso valore se i tuoi affetti sono a 24 ore di volo.

– Europa?
Si ma dove?
Vorrei un posto con il sole, dove si parli l’inglese e che sia ordinato.
Eggia’, non esiste un posto così.

Mio marito ogni tanto sogna la Danimarca, io ne ho paura.
Ho trovato Copenaghen bellissima ma non credo possa esser casa mia, non lo credo proprio.
Una nostra amica ci vedrebbe bene a Stoccolma e lei ha vissuto qui ad Aberdeen e l’ha maldetestata proprio come noi, eppure ci consiglia la Svezia perche’ non c’è paragone, dice, ed io mi fido.

E se rimanessimo negli UK?
La Gran Bretagna mi ha delusa ma ho vissuto in una zona spiacevole, ho avuto a che fare con certe mentalità che, ne sono certa, poco rappresentano gli United Kingdom.
Non dico rimanere qui al nord della Scozia ma siamo qui da più di tre anni, altri due e potremmo avere un visto permanente, Brexit o non Brexit.

Se dovessimo rimanere qui scenderei, verso sud ma non Londra.
Non voglio dover pagare tutta la vita un mutuo esorbitante per una casa in zona 1000.

Sono troppo vecchia.

– America?
Chi mi legge dall’inizio potrebbe ricordare che galeotto fu il mio viaggio di nozze, quando scoprii la gentilezza degli americani  e la bellezza di quella parte di mondo.
Che sì, lo dirò fino allo sfinimento, in Italia quella gentilezza per il prossimo, per colui che incontri in ascensore per caso, quel modo di sorridere, io non la trovavo più.

Ma l’America è anche Trump, sono le armi (le armi!), l’assicurazione sanitaria, la bancarotta per potersi curare.
l’America è anche quella parte idiota e bigotta che mi terrorizza. L’egocentrismo.

Abbiamo applicato per la Diversity Visa Lottery, la lotteria che consente di essere estratti per poter andar a vivere negli USA con una green card in mano.
Staremo a vedere, non è più il nostro sogno ma ad una visa che cade dal cielo non saprei dire di no.
Saremmo ben pagati se vivessimo in America ma, di nuovo, non so se ci basterebbe quello per esser felici.

Troveremo un posto per noi?
Possibilmente collegato con un volo diretto?

Serena, ma quanti cavoli che c’hai, dirà qualcuno.

Lo so, ma è anche la libertà di autorizzarci a pensare che abbiamo conquistato.
La splendida pretesa di poter avere qualcosa di piu’.
E di volerci provare.

 

IL BREXIT, L’IELTS E TUTTO QUANTO

IL BREXIT, L’IELTS E TUTTO QUANTO

Non mi definirei un uomo di fede.

Ho provato un tempo, ci ho provato sul serio, frequentavo un istituto scolastico religioso, e tutti dicevano che era vero e che questo mondo era pieno di miracoli.

Non avevo motivi per dubitare, del resto l’esistenza stessa è inspiegabile, tuttavia un giorno durante un’ora di religione mi si piantò l’idea in testa che ciascuno prenda la religione di dove nasce, per il solo per il motivo di essere nato li’, in quella cultura, senza poi che vi fossero grandi prove a favore della propria tesi, ne veniva fuori una cosa decisamente relativa.

Una volta questionata una religione diviene facile iniziare a questionare tutto, e questa è un po’ una maledizione, non viene più tanto bene a stare nelle cose e semplicemente viverle, una parte di me era sempre da un lato a questionare, a pensare se quello che stavo facendo in quel momento era la scelta migliore, in caso di questioni se ero nella ragione, e in caso di impegni se ne valesse la pena.

Solo di recente ragionavo su come la fede sia un concetto che non richiede necessariamente una religione.

Sposarsi, anche civilmente, è un atto di fede, ad esempio, tutti hanno esperienza di qualcuno a cui e’ andata male, ma arriva il punto in cui capisci che e’ una cosa che desideri profondamente, e dove vuoi impegnarti profondamente, così salti, poi vada come vada, qualcuno diceva “God asks us to try, not to succeed”.

Lasciare il proprio paese è stato un altro atto di fede.

Ricominciare a studiare è stato un atto di fede.

Forse dopotutto potrei definirmi un uomo di fede.

L’anno prossimo finiremo l’università, e col Brexit che incalza sappiamo che lasciare gli UK subito presa la laurea vorrebbe dire molto probabilmente non poter tornare più, basterebbe invece restare poco meno di un anno in più per richiedere la residenza permanente, e un ulteriore anno e mezzo ancora ci darebbe diritto a poter richiedere anche la cittadinanza, con annesso uno splendido unicorno sul passaporto.

Non ho idea di che fine farà questo Paese, per ora il Brexit gli è tornato in faccia come un boomerang, e non solo perché svantaggerà i poveri immigrati come noi, ma soprattutto per quanto la sterlina ha perso di valore, per la posizione di vantaggio da cui la Gran Bretagna poteva parlare in Europa prima, e soprattutto per la mia ferma convinzione che il progetto europeo abbia un grandissimo valore economico, militare e politico, essendo una solida modalita’ per affrontare problematiche troppo grandi per un singolo stato.

Non credo neanche che l’economia britannica crollerà tanto più di cosi, ma solo che ci sarà un lungo periodo difficile negli anni a venire e non so se valga la pena di rimanere quando questo e’ stato perdipiu’ originato da una scelta fondamentalmente xenofoba.

Nel valutare le alternative oggi rispolveravo il sistema a punti australiano per lo skilled indipendent visa (189), questo qui, e vedevo come probabilmente anche con la laurea,  un ipotetico IELTS a 7 e tutto quanto, potremmo potenzialmente conseguire 55 punti dei 60 richiesti, con ragionevole facilita’, mentre gli ultimi 5 punti richiederebbero invece un certo impegno: In concreto potremmo ottenerli con 3 anni di esperienza professionale nel settore per il quale applichiamo, o forse facendo un costosissimo professional year in Australia, o ancora alzando sensibilmente il livello di inglese a  tanto da raggiungere un 8 su 9 all’IELTS. Insomma impegno e sacrifici, che si potrebbero a cui si potrebbe anche pensare se vi fosse la certezza che è li che vorremmo vivere in via definitiva.

Ho un ricordo meraviglioso di Melbourne, vivevamo al centro di tutto, succedeva sempre qualcosa, era come è ancora una città estremamente stimolante, cosi come estremamente lontana.

E poi c’è anche il resto del mondo, in cui forse non abbiamo mai investito veramente a livello affettivo, eppure pieno di alternative.

Partecipiamo abitualmente alla Diversity Lottery dalla quale potrebbe spuntare una Green Card per gli USA, ed e’ verosimile che applicheremo a tempo perso ad ogni buona opportunità lavorativa che emergerà in paesi con alti standard di qualità di vita come Danimarca o Svezia solo per vedere se abbocca qualcosa.

Ma credo che ora come ora la scelta nodale sia restare o andarsene, fight or flight.

Questa, cosi come altre incertezze, sono state a lungo dentro di me mentre cercavo di annegarle nel quotidiano, in quel logorante ciclo continuo di studio-lavoro-intrattenimento, fino ad un molto recente lento risveglio di consapevolezza.

Per quanto sia importante dare una direzione e fissarsi obiettivi è invece dannoso stressarsi per dettagli senza risposta, credo di aver subito più danni dal dubbio che dai problemi stessi, lasciarli andare è stato un altro atto di fede.

 

Image credits: pixabay.com