Fine di un espatrio ad Aberdeen

Fine di un espatrio ad Aberdeen

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Leaving the Old Way

Quanto ho aspettato questo momento e quanto fermamente l’ho voluto, come ogni volta che desideri le cose che non puoi avere, almeno non subito ed in quella impazienza credi di perdere la testa.

Mi ricordo giornate che non passavano mai, i pomeriggi bui e sempre quelle stesse cose da fare che mi sembrava di stare a sprecare la vita pur essendo fuori, dove la vita dovrebbe essere e accadere.

Non ho amato questo espatrio ad Aberdeen, lo sanno anche i muri, lo sanno tutti coloro che ho incontrato perché non sono mai stata abbastanza brava da fingere grazia e meraviglia.

Mi spaventa però aver atteso la fine dell’Università e quindi la mia libertà per quattro anni per realizzare di aver visto quegli stessi anni volare, in un attimo, ricordandomi più che mai quanto la vita sia breve e quanto poco tempo ci sia concesso su questa terra, dopotutto.

Qualcuno saprà che una serie di imprevisti mi hanno portata via da Aberdeen per un paio di settimane non preventivate e da allora tutto è stato una corsa, vuoi il trasloco vuoi i vari impegni.

Ho avuto poco tempo per sentire, ascoltarmi, sedere a riflettere su come sto.

Le emozioni sono arrivate tutte assieme dopo una serata a salutare un paio di amici, una delle tante serate che passi quando sei quella che vai via, quando mi son ritrovata senza difese e triste, con le lacrime agli occhi a pensare a ciò che perdo.

Senza magone, perché mi sposto a tre ore di treno e non vado a vivere dall’altra parte del mondo come fu per l’Australia ma con il dolore di perdere la mia routine e le mie persone, i miei punti fermi qui.

Quel dolore l’ho sentito tutto.

Mi vengono in mente quei primi incontri, quando ero appena arrivata e mi sentivo così sola qui e piano piano sono arrivate loro, le amiche che cercavo. Un pranzo alla volta, un caffè che diventa un drink e siamo diventate noi.

Mi viene in mente il sentirmi così indietro rispetto agli Scozzesi al lavoro, quelli che avevano la lingua dalla loro, per poi scoprirmi capace a volte anche più di alcuni di loro, capace giorno dopo giorno di ribattere, organizzare e trovare il mio posto a quel tavolo, ridendo durante le pause, complici.

Ci sono stati gli amici, quelli in Università che alla mia età non avrei pensato di trovare, quel parlare fitto durante le lezioni con la mia amica preferita e tutti quei ragazzi Italiani incrociati per i corridoi, alcuni arrivati per rimanere nel mio cuore per sempre.

Ci saranno i professori, quelli che sono stati essenziali e ai quali dobbiamo tutto e ci saranno per sempre i disabili con i quali ho lavorato quasi tre anni fa, quelli degli urli con bava alla bocca e delle coccole prima di andare a letto o nella vasca con le bolle. Ho detto ciao ad uno di quei musetti proprio ieri sera e mi è stato risposto “ma guarda che io entro nella tua valigia, portami con te!”, proprio come diceva mio nipote da piccolino.

Casa nostra, quella che aveva persino il bidet. Il gatto del quartiere che ci accompagnava a fare la spesa in estate, il piccione al quale davamo da mangiare. Quegli incontri quando pensavi di avere avuto già tanto. l nostri posti.

Tante cose è stato il mio espatrio ad Aberdeen, tanto mi ha dato e molto mi ha tolto ma se guardo indietro, diavolo se lo rifarei, rifarei tutto.

Ora pero’ è il momento di andare, destinazione Edimburgo.

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La Cerimonia di Laurea in Scozia e la mia famiglia che viene a trovarci

La Cerimonia di Laurea in Scozia e la mia famiglia che viene a trovarci

Tanti anni fa sognavo di poter invitare la mia famiglia a stare da noi, sarebbero venuti nella nostra villa australiana, quella con la piscina sul retro e l’orto nascosto tra le recinzioni.

Avrei fatto trovare loro la tessera per il bus, preparato i dollari per evitargli le commissioni e li avrei portati nei miei posti che elencavo tutti nella mia mente, dal primo all’ultimo.

Quel sogno lì si è sbriciolato fino a non rimanere che un ricordo ma il desiderio di portare chi amo nel mio mondo è rimasto e me lo sono coccolata stretta.

Sapevo che avrei voluto far vedere loro alcuni posti di Aberdeen e di Edimburgo e sapevo anche che il tempo sarebbe stato poco, che in certi luoghi non sarebbe stato possibile passare e che non puoi spiegare tutto del tuo mondo con una visita.

Poi è successo.

La mia famiglia è venuta a trovarmi per la mia proclamazione di laurea, a trovarmi per davvero per la prima volta da quando vivo all’estero e finalmente mi sono ritrovata nell’insolita e privilegiata posizione di essere quella che aspetta agli arrivi internazionali, sbirciando impaziente ogni volta che le porte si aprono.

Avevo tanti desideri e sapevo che avrei voluto far vedere loro l’Università che purtroppo però rimaneva un poco fuorimano ma la fortuna ha voluto che ci premiassero anche quest’anno come due degli studenti più meritevoli e che si potesse andare tutti proprio lì dove tanto sangue abbiamo gettato su libri, dispense e progetti.

L’Università è stata il mio posto felice, il fiore all’occhiello nella grigia Aberdeen, dove tutto è stato dopotutto possibile e dove tutto ci siamo presi.

Sentir chiamare il mio nome è stato emozionante perché questa volta c’era qualcuno a guardarci scendere le scale e ritirare il premio dalle mani del nostro professore ma ho tenuto le lacrime ferme, le ho lasciate indietro perché non era il momento né il luogo.

Mi sono divertita, me la sono goduta tutta.

Dopo poche ore sarebbe iniziata la cerimonia di laurea vera e propria e di nuovo non ero pronta per quello che sarebbe successo, immaginavo una fila ordinata per ritirare il diploma in ordine alfabetico e invece mi è poi sembrato di far parte di qualcosa di molto più grande.

Una cerimonia nel senso più religioso e caldo del termine.

Non ero pronta a vedere i miei professori entrare seguendo la donna con la cornamusa, tutti con indosso le toghe colorate e pregiate, non ero pronta a ricevere la benedizione del prete – io che credo in nulla ma che nel buono trovo pace – e non mi aspettavo di ricevere la pergamena dalle mani di un benefattore che molto ha fatto per la mia Università e per Aberdeen tutta.

Un milionario che ci definiva il futuro, coloro che dovranno riparare agli errori e alle mancanze della sua generazione, un uomo sorridente e pacato che ha atteso che tutti e 200 scendessimo le scale per andargli incontro ed in quello stringersi le mani ha trovato l’umiltà e la grazia di spendere due parole con ognuno, per complimentarsi e incitarci a fare e fare ancora.

Non era scontato nulla, non la presenza dei nostri professori, non il teatro organizzato per accoglierci e neanche il rinfresco ed i cocktails gratuiti per noi e le nostre famiglie.

Questo ha voluto dire studiare in Scozia e lo hanno capito persino i miei che di questo percorso sapevano poco ma che quel calore e quella generosità l’hanno percepita tutta, incantati.

Ho di nuovo sentito l’esigenza di commuovermi, di lasciar scendere le lacrime dagli occhi mentre la musica scozzese riempiva la sala ed il mio stomaco tutto ed il rito si consumava.

Non l’ho fatto perché di nuovo non era il momento, eravamo troppi, tutti assieme e identici dentro le nostre toghe bianche e nere, con quel cappellino opprimente che avremmo voluto lanciare verso il cielo e lì dimenticarci per un poco di quello che verrà ora che non avremo più il privilegiato compito di poter imparare mentre il mondo aspetta.

Ho deciso di non piangere neanche guardando mio marito indossare il kilt per la prima volta e annodare nervosamente la cravatta una volta, poi due ed infine altre tre. Ho deciso di non piangere vedendo la casa piena della mia famiglia e nel mezzo delle cose che per quattro anni sono state solo nostre.

Ho pianto alle partenze, in aeroporto, quando i miei sono andati via.

Tutto è stato perfetto.

Ed io sono tanto piena e tanto grata per questo.