Mi sono laureata in UK. E ora?

Mi sono laureata in UK. E ora?

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Mi sono laureata e sentita come dopo il giorno del mio matrimonio.

Ho odiato essere al centro dell’attenzione per tutto quel tempo, ero pietrificata davanti al fotografo che era venuto a casa, mi sembrava di non poter sopportare le pose finte e neppure le luci.

Eppure quando tutto è finito ho avuto un paio di mesi in cui mi sentivo depressa, ero passata dall’organizzare una festa così bella all’aver toccato tutte le tappe che mi ero prefissata.

Laureata, avevo preso casa e mi ero sposata.

Che rimaneva? Mi dissi che rimanevano i figli ma l’idea mi faceva pensare ancora di più, che le tappe poi sarebbero state le loro e non le mie.

Niente, di grande in vista per me non c’era più niente di così grande e la cosa mi spaventava e non poco.

Poi sono partita per l’Australia, avevo fame ed è ricominciato tutto da capo.

Lasciando l’Italia la montagna russa è ricominciata, le emozioni sono tornate ad essere immense ed anche se tremavo nello sforzo di tenere la rotta, mi sentivo piena e appagata.

Sono passati quasi quattro anni da quel giorno che misi piede per le prima volta in Università, era Luglio e quel luogo mi sembrò tutto quello che volevo.

In più c’era il dramma dietro l’angolo, che sembrava mi avessero rifiutato il pagamento della retta e c’era la paura folle di non poterla avere.

Pestavo i piedi, stringevo le mani, io volevo – volevo – studiare lì, in quella costruzione con i vetri, la biblioteca enorme ed i computer dappertutto.

Tutto si risolse, allora, gli anni sono passati e siamo arrivati fino a qui.

Ho sognato questo momento per tanto tempo eppure è riuscito ad arrivare cogliendomi impreparata, smarrita e senza le idee chiare su nulla.

E’ finita, non sono più una studentessa, non devo più ricordarmi di respirare tra un impegno e l’altro.

Posso lavorare e basta.

È finita, finita sul serio e di nuovo torno a pensare di aver raggiunto tutti quegli steps che in qualche modo fanno parte del bello della vita.

Cosa ci sarà da adesso in poi di così bello?

I primi giorni mi sono sentita persa, senza uno scopo, non uno così grande e spaventata all’idea di ricominciare a vivere una vita sola.

Poi è arrivata la pace, la calma, il bello e la libertà. Le coccole sul divano, le uscite, le chiacchiere, il bere senza pensieri ed i progetti senza lacci al collo.

Mi sono goduta tutto, ripresa tutto ma in un angolino della mente rimane quella domanda.

E ora?

Cosa succederebbe se tornassi ad essere quella – onorevole – persona che ero, quella che aspetta le ferie ad Agosto e compra le tende e mobili carini per la casa.

Che male ci sarebbe, mi dico?

Niente, proprio niente, ma l’idea mi atterrisce mentre questi giorni, calmi, passano.

Mentre ritrovo le cose che mi piacciono e cerco di capire cosa farò di una vita a suo modo ancora intera.
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(Mi sono laureata in UK, laureata per davvero.)

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Il mio primo Pride

Il mio primo Pride

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Be Proud.

Avevano in mano un manifesto di stoffa, stile patchwork e mi erano sembrati belli, anziani come altri passati poco prima dentro un pullman che sventolava le bandiere arcobaleno. Questi erano a piedi e li ho fotografati sorridendo, la marcia era appena partita ed io ancora non mi permettevo di entrare a farne parte, rimanendo ai lati.

Abbastanza per supportare, abbastanza lontana per non sentirmi una menzogna: non sono lesbica, non sono trans, non ho sofferto certe pene ne’ stata discriminata perché desideravo vivere.

Gli anziani con il manifesto di stoffa sono andati avanti e noi siamo rimasti lì finche’ i miei capelli non hanno attirato l’attenzione di qualcuno che conoscevamo: “Serena, Alessio“.

Succede sempre così, sono i capelli.

“Ma li avete visti quei quattro che protestano? Noi siamo migliaia, loro quattro”.
“Bigots”, rispondo, ma davvero non li ho visti.

Una donna ci viene incontro per darci le bandiere e farci entrare nella marcia. Il mio primo Gay Pride lo ricorderò proprio così, inclusivo con tanto di discorsi tradotti anche nel linguaggio dei segni ed attorno a noi tante sedie a rotelle, un uomo con le stampelle ed un sorriso buono che mi rimarrà nel cuore, anziani, tanti, genitori fieri, bambini con le magliette dedicate alle loro famiglie arcobaleno e poi tanti, tantissimi brand a metterci la faccia: Argos, Sainsbury’s, Nando, Topshop, Wagamama, Royal Mail, Costa e chi più ne ha più ne metta.

La società intera scesa in piazza.

Il cielo è inclemente ma noi siamo più forti, le bandiere sventolano al ritmo di qualche tamburo, Alessio ride. Un politico parla e noi siamo proprio lì sotto, arriva una donna transessuale che chiede un minuto di silenzio per tutti coloro che muoiono per il solo fatto di non essere nati etero. Ho le lacrime negli occhi ma ecco che vuole anche un minuto di rumore ed urla, perché dobbiamo farci sentire, perché esistiamo e vogliamo continuare a farlo.

È uscito il sole, non durerà che pochi minuti, davanti a noi gridano al miracolo, ci sentiamo benedetti. Dio non esiste ma se c’è allora ci ama. Due ragazze si baciano con tenerezza e non smettono di tenersi per mano.

Ritrovo il gruppo di anziani con il manifesto di stoffa, stanno cantando ma lo fanno ai bordi della strada, guardandoci. Colgo l’occasione per leggere il loro slogan “protest in armony“, protestare con armonia, ed eccoli lì a cantare in una specie di falsetto, come se fossero in Chiesa, muovendo braccia e mani.

Non capisco le parole ma il cervello inizia a rimuginare: Stanno… stanno protestando?

Beh, stanno protestando ma con armonia, senza insultare.

Aspetta, Serena, guardati attorno.

È questa l’armonia?

Un gruppo di ragazzi sui diciotto anni li sta guardano con uno sguardo triste. Potrebbero urlargli “bigotti, andatevene!”, non lo fanno, hanno solo uno sguardo pieno di dolore.

È il loro giorno, il loro pride.

“Protestiamo con armonia e vi amiamo MA… per favore in nome di Dio X potreste evitare di innamorarvi, scopare, avere una famiglia, vivere e andarne pure fieri. Ci va bene che esistiate ma evitate di vivere, per favore. Sì, stiamo protestando contro i vostri diritti ma ve lo chiediamo in armonia”.

Che arroganza e che stupidi noi a permetterlo.

Il gruppo di ragazzi avrà anche lo sguardo triste ma nel mio c’è una rabbia inaudita, mai provata prima per degli sconosciuti.

Bigotti, maledetti bigotti.

Con quale diritto?

Nascondersi dietro la parola armonia per lanciare comunque frecce avvelenate.

Non sono lesbica, non sono transgend e non ho sofferto certe pene ma non ti puoi girare dall’altra parte solo perché non riguarda te. Sono stanca di tollerare scempiaggini, stanca di sentire – come dirà Patrick Harvie durante il suo discorso – che i diritti di LGBT+ vanno riconosciuti secondo la coscienza del singolo.

Siamo nel 2018 ed è il caso di svegliarsi.

Per coloro che stanno ancora dormendo sognando paesaggi di plastica, cari miei, siete il passato, noi continueremo a crescere di numero ed un giorno non ci sarà libertà di espressione che tenga quando si tratta di diritti umani.

Vi vergognerete anche solo di pensarle, certe cose.

Avevo per la testa questo odio, tutto questo odio ma poi un dubbio mi è venuto. E se…? Dopotutto le parole delle canzoni non le avevo capite mica, così tornata a casa ho cercato il nome dell’organizzazione e scritto loro.

“Vi ho visto al Pride di Edimburgo ma non penso di aver capito, eravate a favore o contro?”

“A FAVORE!!”, mi hanno risposto, in pochi minuti.

Sono caduta sulla sedia, sconvolta per tutto quel risentimento rivolto contro sconosciuti che semplicemente non avevo capito perché – in quel momento – non ne avevo gli strumenti: mi ero immaginata tutto, persino gli sguardi tristi dei ragazzi che li ascoltavano “protestare”.

Sentendomi un pizzico, ho capito.

Non è forse così per tutti?

Fraintendere l’altro senza farlo neanche parlare, non capirlo e parlargli sopra pur di provare a non sentire le sue ragioni? In una giornata così bella – perché così bella era stata – come quella del mio primo Pride, io avevo trovato – senza cercarlo, per carità – qualcuno da odiare, il mio capro espiatorio ed ero stata così brava da averci visto il noi verso il loro, partendo in quarta.

Credo sia l’esempio di quanto ciò che non capiamo al volo o conosciamo possa infastidirci fino a spaventarci, facendoci diventare chi non vorremmo.

Quando forse basterebbe fermarsi a parlare per comprendere che di differenze ce ne sono tante ma che nel frattempo è meglio se rimaniamo umani.

Buon Pride a tutti!

Se ti chiedi perché marciamo forse non sai che in 72 paesi essere omosessuali è un reato punito con carcere, sanzioni o condanna a morte.

“When sexuality is no longer even an issue for discussion, then we can stop marching.”, Jamie Greene MSP

Gay Pride Kiss
Uno dei quattro “veri” contestatori in una foto di @calumcam
Trasferirsi nel Regno Unito, tutto quello che devi sapere

Trasferirsi nel Regno Unito, tutto quello che devi sapere

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Stai pensando di trasferirti nel Regno Unito e non sai come muoverti? Questa guida potrebbe fare al caso tuo, in questo documento infatti tratterò diverse tematiche tra le quali come difendersi da un datore di lavoro che non paga e come trovare casa e lavoro.

Pronti? Cominciamo!

– Che documento serve per venire in UK?

Questa è una bella domanda in un periodo di incertezza come questo ma vi assicuro che il passaporto è la scelta migliore.

Qualcuno nei forum vi dirà che la carta di identità ha gli stessi diritti finché siamo in Europa ed è vero ma non ci sarà modo di farvela accettare in banca, per esempio. Sì potreste litigare e magari potrebbero finire con l’accontentarvi ma io non rischierei di non poter aprire un conto.

Sul sito del governo si parla di passaporto anche per entrare, se il Brexit dovesse finire in un NO DEAL al 29 March 2019, cosa che ad oggi non sappiamo. Sì la data potrebbe cambiare ma sto riportando quanto scritto sul sito del governo ad oggi.

Investite in un passaporto, la vita sarà più semplice.

– Come richiedere il NIN, il National Insurance Number che serve per lavorare?

Per lavorare in Scozia e Inghilterra è necessario richiedere questo codice che somiglia un po’ al nostro concetto di codice fiscale, un insieme di lettere e numeri che identificano una persona in un paese che non usa la carta di identità.

L’appuntamento per il rilascio del NIN si prende chiamando il numero 0800 141 2075. È possibile prendere appuntamento mentre si è ancora fuori dalla Gran Bretagna? Sì ma devi gia’ sapere il tuo futuro post code. Senza un’abitazione il NIN non sarà rilasciato e fonti non ufficiali dicono che ci sia una certa resistenza nell’accettare il post code degli ostelli ma questo non saprei confermarvelo.

Sul sito del governo vi diranno di portare all’appuntamento un documento che provi la vostra identità e che può essere il passaporto, la patente, la visa lavorativa, il certificato di nascita o quello di matrimonio. Come vedete la carta di identità non rientra tra i documenti accettati e men che meno lo sarà in caso di hard brexit.

Come è stata la mia esperienza per prendere i NIN?

Leggo che di solito l’appuntamento venga dato a stretto giro, non fu così per noi che ci mettemmo un paio di settimane per avere una data. A questo dovete aggiungere altre 2-4 settimane che è il tempo che impiegheranno per inviarvi la lettera contenente il NIN.

E nel frattempo che si fa se non hai il NIN? Puoi lavorare senza il NIN?

Senza NIN puoi lavorare così come viene specificato sul sito del governo, è consentito purché tu lo abbia richiesto. Ma non tutte le aziende ti prenderanno in considerazione senza.

– Come aprire un conto bancario nel Regno Unito?

Le versioni che leggerete nei vari gruppi Italiani saranno diverse perchè le cose sono cambiate e magari cambieranno ancora.
Cinque anni fa era possibile aprire un conto senza alcuna proof of address, bastava il passaporto ed il fatto di essere Europei. Non è stato così per noi che senza il NIN siamo stati quasi 2 mesi senza un conto in banca.

Per questo motivo il vostro primo obiettivo deve essere il NIN o una alternativa forma di proof of address, una prova che abitiate in UK.

Se le cose dovessero mettersi storte o se la proof of address tardasse ad arrivare, il consiglio è di aprire un conto Revolution, si fa online e vi garantisce un conto bancario britannico ed un IBAN europeo.

– Cosa è una proof of address?

Un documento che provi che state vivendo in UK. Può esser l’estratto conto bancario, la lettera del NIN o il pagamento della council tax, una tassa che dovrete pagare – se non siete studenti e quindi esenti – sia che affittiate sia che siate proprietari.

Senza una proof of address vi sarà impossibile persino avere un abbonamento per il vostro telefono e di conseguenza sarete costretti a pagare il triplo per poter navigare, acquistando una prepagata.

– Come trovare casa nel Regno Unito? Ci sono differenze tra Inghilterra e Scozia?

Innanzitutto occhio alle truffe perché sono più che frequenti, diffidate da chiunque vi chieda dei soldi prima di farvi vedere una casa e se respirate odore di bruciato… scappate!

Trovare casa può essere facile o molto difficile, dipende infatti dalla città dove andrete a vivere. In Aberdeen non avrete problemi a trovare una abitazione dignitosa, le cose si complicheranno ad Edimburgo dove le case in affitto non sono numerose o Londra dove per affittare dovrete vendere un rene.

Ovunque voi siate però un buon punto di partenza sarà sempre Gumtree, simile al nostro subito.it o portaportese. Un’altra strada è di rivolgersi alle agenzie che però raramente rispondono alle mail, dovrete quindi essere disposti a presentarvi di persona o alzare la cornetta.

Se siete alla ricerca di una stanza da condividere i siti migliori sono certamente questi, dove è possibile sbirciare i possibili coinquilini:

Mi hanno chiesto di pagare la tassa sulla TV ma non la ho, cosa posso fare?

Se in Italia non pagare la tassa sulla TV è una cosa complicata, qui in UK è facilissimo: compila questo form per comunicare che non hai una TV e quindi sei esente da questa tassa.

Non fare il furbo, possono venire a controllare.

– Mi hanno chiesto di pagare la council tax, che cosa è e quanto costa?

Come detto è una tassa sull’abitazione nella quale si vive in affitto o come proprietari. Sarete esenti da questa tassa nel caso in cui foste studenti, il che vi eviterà di dover sborsare un bel po’ di soldi.

La council tax varia a seconda del valore dell’abitazione. Per esempio per Aberdeen potrete pagare un minimo annuale di £827.17 ed un massimo di £3,039.86, una bella spesa mensile.

Nella tassa è compresa la tassa dell’acqua e per l’utilizzo della rete fognaria.

A differenza dell’Italia però non ho mai avuto spese condominiali da quando vivo in Scozia (idem in Australia) e mai ho dovuto pagare per avere un amministratore. A turno si puliscono le scale o si vive senza nessuno che le lavi.

– Come si trova lavoro in Inghilterra e Scozia?

Anche in questo caso Gumtree sarà una buona base di partenza per lavori solitamente non qualificati. Se Avete delle skills ecco i migliori siti:

Se siete graduated, ovvero appena laureati, ecco ulteriori siti utili:

Un consiglio spassionato è quello di dire addio al curriculum formato europeo che qui non è molto considerato e di puntare su CV mirati. Applichi per un posto da cameriere? Investi tempo per creare un CV ad hoc dove spieghi quanto tu sia bravo con il pubblico.

Se non hai esperienze rilevanti non preoccuparti, puoi parlare delle tue skills nel CV e scrivere perché desideri quel lavoro nella cover letter, un elemento essenziale per la buon riuscita della tua candidatura.

Che cosa è una cover letter e come si scrive?

Uno scritto breve nel quale raccontarsi professionalmente, riassumendo i punti chiavi e spiegando perché si è interessati proprio a quel lavoro. È buona prassi indirizzare la lettera alla persona delle risorse umane o all’ufficio del personale della società che vi interessa e far riferimento alla stessa.

Prima di un colloquio ricordate di informarvi sull’azienda, vi chiederanno sempre perché avrete scelto di candidarvi e vorrete avere una risposta. La cosa vi prenderà non più di 5 minuti, basta un breve giro sulla pagina web aziendale, per esempio.

Qui alcuni suggerimenti utili per un cover letter efficace.

Cosa ti chiederanno durante un colloquio?

Questo potrà cambiare in base al lavoro e all’azienda per cui avete applicato ma una cosa rimarrà invariata: le referenze.

In tutti i posti di lavoro mi hanno sempre richiesto due referenze dai miei precedenti datori di lavoro o superiori.

Se le vostre esperienze lavorative sono avvenute in Italia ed i vostri capi non parlano una parola di inglese, io vi consiglierei di aiutarli a scrivere o di indirizzarli presso un sito per copiare ed incollare una lettera di raccomandazione classica. Perché le referenze comunque vi serviranno, ditelo ai vostri datori di lavoro prima di lasciare l’Italia: saranno sicuramente contattati.

Cosa fare se mi trovo male al lavoro? Come denunciare un datore di lavoro in Gran Bretagna?

Malgrado le nostre più rosee aspettative e l’idea che avevamo dei britannici, anche in UK ho visto tanto schifo e molte ingiustizie lavorative.

Il primo passo che vi consiglierei per far valere i vostri diritti è di chiamare il 0300 123 1100 e vi risponderà l’ACAS, Advisory, Conciliation and Arbitration Service, che vi fornirà informazioni e consigli, gratuitamente.

Una alternativa è certamente fare un salto al Citizens Advice Bureau piu’ vicino a voi, anche in quel caso l’assistenza sarà gratuita.

Per rivolgervi ai sindacati – le cosidette unions – dovrete prima iscrivervi e pagare un quota ogni mese, altrimenti non sarete ascoltati.

– Come trovare un dottore in UK e cosa è il GP?

Il GP è il general practitioner, una figura molto simile al nostro medico base e per lui dovrete passare per qualunque cosa, dal ginecologo ad una tosse. Il bello è che visite e prescrizioni saranno gratuite, anche se in Inghilterra dovrete pagare una piccola somma in alcuni casi. In Scozia invece la sanità è completamente gratuita cosi’ come l’istruzione Universitaria (triennale), fino a che saremo ancora in Europa.

Per trovare un dottore dovrete semplicemente cercare i più vicini a voi e presentare domanda, solitamente recandovi in loco fisicamente.

Anche in questo caso le cose possono complicarsi, le cliniche in alcune città hanno un limite di nuovi pazienti che possono accettare e questo per me ha voluto dire vivere in Edimburgo e star male per tre settimane senza nessuno che volesse vedermi. In questo caso c’è la possibilità di esser visitati d’urgenza da un qualsiasi medico ma vi assicuro che non sono mai stata richiamata malgrado avessi dichiarato di avere un problema al cuore.

Per avere un GP in alcune città vi servirà perseveranza e di presentarvi nell’esatto giorno che vi diranno voi, fare la fila, compilare dei moduli piuttosto semplici e sarà fatta. Ma chi prima arriva meglio alloggia, gli altri saranno mandati via.

In questa fase vi chiederanno anche se siete favorevoli o contrari a donare i vostri organi, siate lungimiranti. 🙂

– Cosa succederà dopo la Brexit?

Mi dispiace ma a questa domanda ricorrente non posso rispondere perché è difficile sapere se ci sarà un deal, un accordo o se rimarremo in bilico ancora per molto tempo. Settled e pre-settled status saranno parole che sentirete nominare continuamente ma al momento nessuno sa come andrà a finire.

Un link governativo utile è certamente questo, almeno per ora, il resto sono speranze e supposizioni.

Come leggerete sulla pagina del governo, avrete tempo per sistemare la vostra situazione fino al 30 Giugno 2021, 31 Dicembre 2020 se dovessimo uscire dagli UK senza un accordo.

Per ora è tutto, per qualsiasi domanda, scrivetemi.

Cinque cose che ho imparato iniziando a fumare

Cinque cose che ho imparato iniziando a fumare

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Per motivi che non mi sento di dire nè ho intenzione di dichiarare, ho iniziato a fumare all’età di 35 anni e 4 mesi.

Sì, avevo provato da ragazzina per inserirmi nel gruppo del mio liceo ma oltre tossire non ero riuscita a fare molto altro.

Sì, avevo baciato le labbra di un fumatore e mi erano sembrate buone ma avevo preferito portare le mie chiappe altrove.

Sì, c’erano state le sigarette con l’Amica fumatrice, quelle scroccate da fumare assieme durante le nostre chiacchierate ma erano solo un momento, solo un momento nostro.

Perché la dipendenza non l’avevo mai capita, era un vizio che non mi apparteneva, che sentivo lontano e abbastanza da fessi, pure sciocco.

Per motivi che non voglio specificare ho deciso di provare a fumare, alla sera, scoprendo cinque cose che non sapevo.

1) che il fumo non solo fa schifo ma costa pure tanto, come è giusto che sia. Questo lo sapevo già, intendiamoci, mi ha sorpresa sapere che io sono disposta a pagare per una cosa che non mi piace, però.

2) che il fumo ti placa la fame nervosa della sera, vizio quello che dopotutto era una coccola per placare i sensi lasciati iperattivi dopo giornate di lavoro e studio. Non l’ho vissuta come una conquista ma come una perdita.

3) che l’odore del fumo diventa una cappa, una densa nuvola bianca di fronte a te. Si fa fatica a respirare con le finestre chiuse e non puoi vedere con chiarezza, gli occhi a mezz’asta per il fastidio, il naso che si chiude.

4) che sono andata a camminare e l’ho sentita, l’ho sentita davvero la fatica improvvisa. In così poco tempo? Non ci avrei mai creduto.

5) che una cosa succede alla tua lingua, che diventa cotta come una frittella di broccoli e sembra avere una patina perenne addosso, anche la mattina dopo. Fastidiosa, stupida, un incredibile ostacolo quando stai mangiando ed i sapori, semplicemente, sono diversi. Lo avrò messo il sale?

Per tutti questi motivi ho pensato di avere il dovere di aggiungere la mia nel dire che fumare fa schifo.

Ho googlato per giustificare i miei pensieri, cercando una risposta che dicesse che qualche sigaretta male non fa, che non sto mica fumando come le persone con cui sono cresciuta.

Le risposte sono state coese, sito dopo sito, nel dire che basta una sigaretta al giorno per ammalarsi – al 60% in più dei non fumatori – di cancro.

Una!

Anche questo ho pensato che potesse essere utile saperlo, anche se le sigarette continuano ad andar via come le ciliegie, quando viene sera.

10 ore da spendere a Melbourne

10 ore da spendere a Melbourne

Meravigliosa come sei.

Un’amica conosciuta ad Edimburgo sarà a Melbourne per 10 ore, tra una coincidenza da prendere e l’altra.

Mi ha chiesto cosa vedere, cogliendomi di sorpresa mentre realizzavo di non saper rispondere.

Ho chiuso gli occhi un minuto e tutto mi è tornato in mente, con dieci ore a disposizione avrei iniziato da Federation Square, dove gli australiani ed i turisti si siedono a mangiare il pranzo, gli occhi contro la città. Lì dove i palazzi si persono dietro alla cattedrale di Saint Paul, con la stazione a fare puzzo e rumore, dove le persone corrono e ridono, per prendere il treno.

Mi sarei presa qualche ora per tornare nel mio posto speciale, ai Royal Botanic Gardens Victoria e lì mi sarei stesa al sole, come facevo sempre. Ci sarei andata da sola, ritrovandomi ancora e ancora.

Ora di pranzo ed i piedi mi avrebbero portata nei miei tre posti del cuore, tutti e tre asiatici ma avrei oltrepassato il mio sushi place preferito per una tazza di Pho. Avrei chiesto una porzione extra di basilico e limone, per godermelo come piace a me, seduta nel locale sporco e rumoroso, forse l’unica occidentale in mezzo a tanti asiatici affamati.

Uscendo avrei preso il bubble tea di Gotcha, quello che sapeva di pomeriggi a casa di nonna, quando Roma si faceva buia. Il numero 3, l’earl grey milk tea, lo ordinavo per quello, per ricordare che in Italia ero esistita per davvero.

Sarei corsa alla National Gallery per perdermi e vedere le nuove mostre, le installazioni maestose ed imprevedibili e da lì sarei tornata sui miei passi per raggiungere il mio ponte preferito, l’Evan Walker Bridge, dove forse avrei pianto perché pochi posti al mondo mi hanno rubato il cuore così.

Come attirata da una calamita, sarei andata verso il casinò, per vederlo da fuori, lì dove i fuochi delle colonne diventano forti, facendo sobbalzare i passanti ignari e sgranare gli occhi ai bambini.

Con il viso ancora caldo avrei camminato lungo lo Yarra, respirando piano, per godermi tutto, anche i moscerini lì dove si ritrovano le papere, dove i cigni esistono solo neri.

E proprio allora mi sarei ricordata perché mi sentivo tanto a casa e quanto tutto questo mi è mancato e stia mancando, anche se non ci penso mai, anche se non ci penso più.

Chiuso da qualche parte nel mio cuore, con due o tre mandate, assieme a tutte le cose che sono importate ma che ho dovuto mettere via.

Che ho deciso di mettere via.

Roma – Aberdeen: pensieri in volo.

Roma – Aberdeen: pensieri in volo.

(e di tutte le volte che penso “non voglio morire in aereo!”)

Roma non può fare male, mi dico ogni tanto durante il decollo.

Non ho paura di una città con il sole ed il cielo blu, anche se il rumore dei motori mi sembra sempre diverso, sempre insolito, sempre sbagliato.

Qualcosa non va, ogni tanto mi dico.

Mi chiamo Serena, ho 35 anni e vivo all’estero, per questo motivo gli aerei da prendere per me dovrebbero essere routine e non un ritrovarsi con le mani bagnate dal sudore a contare i minuti che mi separano dal prossimo atterraggio.

Conto fino a tre quando passiamo una turbolenza, il cuore mi si ferma quando l’aereo diventa strano.

Dipende da quanto ho dormito, da quanto sono stanca e – incredibile ma vero – da quanto io creda di meritarmi il viaggio che sto facendo.

In base a queste cose la paura viene, va o sparisce.

Soffro di vertigini ma non ho paura di volare.

Io ho paura di morire!

Di non avere il controllo sull’atterraggio, di finire sul giornale con la foto presa da Facebook e di sentir parlare di un altro cervello in fuga finito male.

No, grazie, io voglio vivere!

Quando sono sopra Milano penso che niente può succedermi sorvolando il Duomo e gli amici miei.

Sarebbe uno smacco per loro, sapermi caduta da là sopra, non me lo perdonerebbero.

Le turbolenze arrivano quando sorvoliamo le montagne innevate ed io mi dico che è per il freddo ma che il freddo non conta per davvero.

Sai quanti viaggi si fa un aereo così?

Sai verso quali mete?

Questo freddo è nulla per un aereo, mi dico, anche se lo schermo da -55c all’estero, che sembrano proprio abbastanza per lasciarci a congelare qui.

Sopra la Francia non penso niente, solo che sono a metà del mio viaggio e che sulla mappa è tutto troppo verde per caderci sopra e farsi male.

Che siamo a metà del primo viaggio lo so bene, è un dettaglio che non smetto di aggiornare nella mia mente, la strada che manca per farmi atterrare nel letto si Aberdeen e usare la doccia di casa mia.

La strada verso casa la divido così:

  • Il percorso in macchina per Fiumicino.
  • L’attesa in aeroporto.
  • Il primo volo per prendere una coincidenza da qualche parte nel freddo Nord Europa.
  • L’attesa o la corsa per prendere il nuovo aereo.
  • Il volo verso Aberdeen.
  • L’atterraggio finale.
  • Ritiro valigie.
  • Taxi fino al portone.
  • Scale di casa.

Casa.

Quando dalla Francia si arriva alla Gran Bretagna, ecco che le turbolenze sono in agguato, piccole e magari non intense ma eccole.

Ci sono, immancabili, a volte terrorizzanti.

Quando l’aereo scende non ho paura di nulla, in barba alle statistiche.

La discesa raramente mi spaventa, anzi, le ali possono fare quello che vogliono mentre io mi sento sicura.

Prima di toccare terra tengo un po’ il fiato e sono la prima a riaccendere il Wi-Fi per dire che tutto è andato bene.

Anche questa volta.

Sono quasi quattro anni che faccio questa tratta avanti e indietro, la conosco come le mie tasche ed ogni volta sono contenta di tornare a casa.

Di tornare a terra.

I matti su internet e quello che forse non abbiamo ancora capito di haters e trolls

I matti su internet e quello che forse non abbiamo ancora capito di haters e trolls

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Brutta giornata anche oggi?

Di gente strana su internet ne ho incontrata così tanta che raramente mi ci freghi ancora, questo è il bello di avere 35 anni e di usare internet – non supervisionata – da quando ne avevi meno di 16.

Le cose le impari.

È paradossale per una che blogga ma io non parlo volentieri dei fatti miei, non amo i gruppi WhatsApp, non amo i gruppi su Facebook, non amo l’effetto pollaio. Sono iscritta a diversi gruppi, sono luoghi ottimi per informarsi ma non ho bisogno di mischiarmi a sconosciuti, di condividere con chi non conosco.

Se sto in una brutta situazione so con chi parlare: con chi mi conosce, con chi sa chi sono, come rido e come mi incazzo. Gli amici me li scelgo fuori dalla rete, tranne eccezioni bellissime, come in tutte le cose.

Con i blog è complicato, penso che capiti a tanti di seguire qualcuno e pensare “bellissima, questa persona è bellissima” e poi finire con il conoscerla meglio – per quanto ci si possa conoscere su internet – e sentir suonare un campanello, poi due.

E finire con il correre.

Sarà capitato a tanti leggendo me, finché scrivo posso essere meravigliosa ma i miei difetti li ho e prima o poi li vedi se mi segui. O no?

Al primo post che non ti piace puoi darmi un’altra chance ma al secondo?

Sono solo una che sta su internet, basta nulla per non seguirmi più. Questo se sei una persona equilibrata, altrimenti starai sulla pagina non appena pubblico qualcosa, sgomitando per trovare qualcosa che ti dia la conferma di quanto ti faccio schifo.

Non sono andata fuori tema perché dopotutto è dei matti di internet che voglio parlare.

Di quelli che vogliono interagire con te, che ti investono di parole (ora rabbiose, ora insane, ora aggressive, ora idiote, ora dolcissime, ora smielate) o ti osservano e basta, silenti, che si stupiscono se non stai al gioco e ti portano a rimuginare quando vorresti fare altro ed in alcuni casi ti tolgono il sonno quando neanche li conosci.

Stai pensando a loro!

A loro che non sai neanche che faccia abbiano.

È vero, tantissime persone di fronte ad un matto su internet dicono di farsi una bella risata e che non vale mai la pena di incavolarsi. Lo dico anche io, l’ho detto anche io ma oggi ho pensato che sarebbe meglio se fossi onesta.

I matti su internet mi spaventano.

E se esagerano me la prendo eccome.

Li posso bannare, li posso evitare, li posso dimenticare perché io davvero non me li vado a cercare ma garanzie non ne hai mai, quando condividi le tue cose online.

Internet come lo fermi?
Come ti proteggi?

Ho aspettato per scrivere di quanto capitatomi perché va bene che era una persona problematica ma non provo piacere se penso che qualcuno potrebbe riconoscersi in quanto dirò e per questo ho aspettato e preso delle precauzioni. Per quanto lo scrivi-e-smerda sia una moda terribilmente in voga tra i ben conosciuti disagiati dotati di un blog, quelli che quando li leggi o ti riconosci in quella frustrazione e li supporti tipo groupie lottando per battaglie non tue o sei normale, capisci l’andazzo e li eviti.

Bando alle ciance ed ecco la storia:

Mesi fa una persona mi commentava ogni post che scrivevo su quella corrente chiamata Body positivity, ogni post del quale io andavo davvero fiera perché voglio usare internet nel modo che credo giusto, approfittandone anche per ricordare cosa siano le donne: esseri umani senzienti e con un enorme potenziale e non pezzi di carne da giudicare come mercanzia.

Di questo commentatore non sapevo nulla, non sapevo chi fosse nè come fosse arrivato a me, ma iniziavo ad aver paura perché seguiva sia blog che fumetto e spuntava fuori solo quando parlavo di quel certo argomento, scrivendo il suo pensiero – sempre uguale – ogni 10 minuti.

Lo stesso commento ma con parole qui e lì diverse. Segno che ogni volta si era preso la briga di riscrivere, non era un semplice copia e incolla.

Dapprima intavolai una discussione ma lui, sebbene non esattamente maleducato, sembrava un muro di gomma, semplicemente spiacevole ed ottuso ai miei occhi. Ingoiai la sua opinione perché è un paese libero e non è ne’ il primo ne’ l’ultimo a pensare certe cose ma poi capitò di nuovo e si permise di attaccare una blogger che stavo ospitando.

Provai una estrema vergogna all’idea che quella blogger potesse aver letto il suo commento – che più o meno diceva che se lei era contro il body shaming era perché non bella – così finalmente lo bloccai.

Che sollievo non parlare più con il muro.

Iniziai pero’ a pensare che tanto accanimento non potesse che venire da qualche conoscente arrabbiato con me per qualcosa, uno con un profilo falso.

Non sapevo chi ma avevo quel sospetto, poichè la cosa mi era già capitata con una persona che aveva problemi di sanità mentale e che aveva creato un nuovo profilo per seguirmi.

Mi sbagliavo!

Mesi dopo ero in un gruppo di femministi ed è uscito il nome di uno stalker seriale con dei problemi seri che aveva e stava perseguitando centinaia (centinaia!) di persone che parlavano di body positivity.

Ogni volta scrivendo lo stesso commento, con parole qui e lì diverse.

ERA LUI!

Nel gruppo qualcuno lo prendeva in giro, altri ne avevano ribrezzo come si fa con le piattole e altri ne erano spaventati.

Io ero semplicemente senza parole.

Mi sono fatta innervosire da qualcuno che sta seriamente male e vive dietro uno schermo a scrivere e riscrivere lo stesso commento tutto il giorno?

Uno che si cerca quotidianamente articoli sulla body positivity per scrivere quella stessa frase ancora e ancora?

Uno che viene bannato da decine di persone ogni giorno e continua imperterrito, cercando quotidianamente nuove vittime?

Sono rimasta senza parole.

Sapevo che questo era già successo altre volte, avevo avuto a che fare con altre persone che poi avevo scoperto avere disagi reali, persone che si venivano a sfogare – anzi, a creare connessioni umane pseudo significative – su internet perché incapaci di averne fuori.

Ma questo caso qui mi ha fatta proprio pensare.

A tutto il tempo che sprechiamo a dar retta al primo che passa, al commentatore che dice cose oscene, solo perche internet ci ha resi tutti anonimi ed in qualche modo anche tutti uguali.

Ecco, no.

Tutto molto bello ma l’opinione delle persone non ha proprio lo stesso peso.






Applicando per un Lavoro che potrebbe portarmi lontana da Te

Applicando per un Lavoro che potrebbe portarmi lontana da Te

 

L'attesa di chi è il volo puo' capirla solo chi ha qualcuno dal quale ha voglia di tornare.
L’inquietudine e l’impazienza di chi sta volando per tornare da qualcuno è una emozione che non tutti conoscono e che io non posso spiegare.

Abbiamo litigato un giorno intero ma una volta abbassate le difese ci siamo ritrovati abbracciati sul letto. Lui voleva tornare in Europa per studiare Informatica, io avevo il cuore a pezzi.

Parlai e scrissi per far chiarezza, anche io non volevo accontentarmi dell’uovo oggi se potevo veramente avere una gallina domani.

Quella riflessione mi servì, e presi presto la mia decisione: avremmo lasciato l’Australia per farlo studiare in Europa ma non sarei stata a mantenerlo mentre tornava sui libri, sebbene quella fosse la cosa più ovvia e facile da fare per entrambi.

Mi sarei rimessa a studiare anche io per inseguire e acciuffare il cambiamento anche con le mie, di mani.

Che poi se mi dai un calcio in culo, tu sei l’ingegnere ed io quella che era sposata con un ingegnere“.
Mi ha presa mentre cercavo di scappare dal suo abbraccio, ci siamo pizzicati, rotolati e abbiamo riso di quell’ipotesi.

No, non penso che mio marito mi darà un calcio in culo ma quel pensiero da qualche parte l’ho trovato perché è basato su una realtà che conosco e malgrado io sappia e riconosca la solidità del mio matrimonio, il mio futuro economico non poteva essere solo nelle mani di lui. Come non poteva esser su di lui tutto il peso di noi.

Volevo il mio pezzo di potere, merito e fatica.
La mia indipendenza.

E amarci ancora e di nuovo, da persone libere, senza legacci e disequilibri a tenerci assieme e stretti.

Io non posso immaginare la mia vita senza di lui, non perché non potrei camminare da sola ma perché siamo noi.

È la persona che voglio trovare quando torno a casa, la mia cuccia, il mio uomo ed il mio amico, quello che voglio ancora, che scelgo ancora.
Sogno ad occhi aperti la casa che avremo presto ad Edimburgo dove i nostri lavori ci aspettano, immagino la scrivania, il letto comodo, le vetrate e la città che conosciamo a riderci attorno. Immagino i momenti a letto, stanchi e le chiacchiere dopo una giornata.

Insieme, io e lui, abbiamo costruito tutte queste possibilità che abbiamo oggi e per questo io non posso fermarmi e neanche lui.

Per questo ho preso una decisione e mentre la mia mano cliccava sul form sentivo freddo, avevo paura, ma anche il cuore a mille, come quando capitano le cose belle, quelle che emozionano. Lui era accanto a me, spronandomi a fare la cosa giusta.

Mi sono candidata per una azienda grande e grossa, una che mi piace. L’ho fatto perché il lavoro che vorrei fare non esiste ovunque, potrei non trovarlo ad Edimburgo e di aziende che cercano nuove leve non ce ne sono tante. lo devo provare questa strada, lo devo a me stessa e a noi, che abbiamo lottato tanto per arrivare qui e mai vorrei che ci trovassimo a maledire una scelta fatta per comodo.

Quella mia di cercare lavoro solo dove il lavoro particolarmente buono lo ha già lui.

Una grande azienda di videogiochi ha pubblicato una offerta per un lavoro a due ore da Edimburgo e no, non mi prenderanno, così come non mi prenderà la Pixar in California e altre aziende importanti che non vi direbbero nulla, se ve le nominassi.

Io intanto ci ho provato però, io intanto ci devo provare – e questo me lo porto con me, a definizione di chi sono.

Ho immaginato il dormire sola, separati e mi sono chiesta se ne potrebbe mai valere la pena. Non penso, davvero non lo penso ma devo potermi autorizzare a provare ad avere la carriera che vorrei, a provarci per me.

Non succederà, non mi chiameranno ma gli ho accarezzato la guancia come pensassi che potesse sparire. Lui mi ha preso la testa e detto che come sempre in qualche modo faremo.

Perché così siamo noi.

Il servizio de Le Iene sugli attacchi con l’acido a Londra, Regno Unito

Il servizio de Le Iene sugli attacchi con l’acido a Londra, Regno Unito

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Andreas Christopheros subì un attacco con acido, in Cornovaglia (non Londra), per uno scambio di persona. Photo Credits: Le Iene

Avete visto il servizio del Le Iene sugli attacchi con acido? Io no ma ho dovuto farlo dopo aver letto decine di messaggi allarmati nei vari gruppi degli Italiani qui in UK.

Incuriosita, ho guardato il servizio sugli attacchi con l’acido a Londra ed ho notato che tutte le informazioni sono vere ma:

  • Spesso basate su articoli del Sun, un giornale famoso per non essere esattamente di inchiesta. Hanno tradotto e citato come loro pensieri delle frasi intere, il che mi ha fatta un po’ pensare.
  • Hanno intervistato diversi dei personaggi di una inchiesta del 2017 di Vice, lasciandomi – di nuovo – pensare di aver investigato poco ma copiato molto. Sì, c’è anche l’ex membro delle gang ormai pentito ed in cerca di denaro.
  • Proprio Vice pubblicava le statistiche che dimostrava un generale aumento della violenza tra i criminali londinesi, con incrementi negli attacchi di acido e con coltello. Entrambe soluzioni economiche.
  • L’attacco con acido non avviene ovunque per strada ma in alcune zone di Londra piu’ che in altre. C’è da essere sereni? No, rimane un atto ignobile ma avrebbero dovuto dirlo per esser chiari invece di gettare quell’ombra possibilistica.
    Hanno invece preferito parlare di gioco più che sottolinearne la modalità criminale.

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Credits: CNN

  • La parola acido vuol dire molte cose e rientra in questa categoria anche l’ammoniaca che brucia ma raramente rovina permanentemente la pelle.
    Infatti, si pensa che diversi di questi attacchi non vengano dichiarati proprio perchè non rimangono segni sul viso.
    Cosa cambia? Poco, è una pratica che non dovrebbe esser fatta MAI ma…
  • Ma in Italia abbiamo casi divenuti tristemente noti per aver usato ben altro che l’ammoniaca. Nel 2013 una inchiesta del sole 24 ore riportava un aumento degli attacchi del 120% ed un numero di “soli” 27 casi.
    Chiaramente una differenza enorme se si pensa che nello stesso anno a Londra gli attacchi erano stati 431 ma in termini di tipologia di acido ci sarebbe da farsi due domande per avere un quadro più chiaro.
  • Se questa pratica viene solitamente considerata una arma meschina per omuncoli in cerca di vendetta contro una donna, la realtà qui in UK è un’altra. Come detto nel video, riguarda soprattutto le bande di criminali ed infatti sono gli uomini ad essere più vittime di questo orrore.
    Non proprio come in Italia o in altri paesi del mondo.

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Credits: BBC

  • Sentendo questi numeri non sono stupita e non ho cambiato idea su Londra e le sue problematiche. Come detto qui più volte, la mancanza di stimoli, la povertà ed il problema con alcool e droga porta molti – molti – a vivere nella devastazione, qui in UK.
  • E’ poi vero che chiunque può comprare quei prodotti visti nel video ma di nuovo, non hanno spiegato che tipo di acido e neanche detto che i controlli, in cassa, vengono fatti per davvero.
  • E’ attualmente in Parlamento l’intenzione di classificare l’acido solforico come potenziale arma, in modo che si debba avere la licenza per poterlo acquistare. Anche questa informazione sarebbe stata interessante sentirla così come conoscere le pene inflitte mediamente per questi crimini.

Temo che Le Iene abbiano giocato molto sul parlare generalmente di acido senza spiegare bene le differenze in termini di potenza corrosiva. In termini di scoop potrei capirlo ma trovo grave l’aver fatto passare il messaggio che in caso di attacco con l’acido basti bagnarsi con dell’acqua per non avere danni permanenti.

L’acqua va sempre versata in abbondanza ma i danni sulla pelle dipendono dal tipo di acido e avrebbero dovuto dirlo per informare meglio.

Sia William Pezzullo che Lucia Annibali si bagnarono la faccia ma quel tipo di acido non lasciava speranze in termini di danni permanenti.

Arrivati fin qui potete fare una cosa bella e seguire la pagina di Facebook di William e contribuire alla sua raccolta fondi.
Questo ragazzo non puo’ uscire di casa dal 2012 e se andrete sulla sua pagina ne scoprirete i motivi.

Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale

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Lavorando sulle quote rosa.

Io piangevo e lui mi diceva “ma torneremo, vedrai che torneremo”.

Tutto questo succedeva su un aereo che dall’Australia ci portava a Bali e poi da Bali a Londra, che su quello che mi avrebbe portato ad Aberdeen mi sentivo carica come una molla e finalmente positiva.

La promessa che feci anche io, a me stessa, fu di non perdere mai di vista quell’obiettivo: studiare informatica per tornare in Australia dalla porta principale, con i contratti buoni ed il visto decente che sognavamo quando eravamo due Italiani con il Working Holiday Visa.

Il visto che ti permette di vivere e lavorare in Australia con appena 440 dollari e di tornare a casa, male che vada dopo un anno, con una piccola fortuna in tasca ed il cuore pieno di cose fatte dall’altra parte del mondo.

Malgrado quella promessa e malgrado le lacrime, io lo sapevo che le cose cambiano quando passa il tempo. Lo sapevo che quel bel visto sarebbe costato tempo, soldi ed energie e che avremmo dovuto volerlo davvero tanto.

Sapevo che il mondo, persino l’Europa che non volevo vivere, era troppo grande e troppo bello per fermarsi a quella prima idea.

Ho iniziato a studiare, è andata bene ed ho iniziato anche a lavorare da remoto, da casa, producendo grafiche, contenuti e siti internet per la mia azienda.

Sono una freelance con ore garantite e adoro questa mia libertà.

La titolare mi ha più volte invitata ad essere assunta, malgrado a volte la compagnia non se la passi benissimo, e a trasferirmi ad Edimburgo dopo l’Università o lavorare da tutto il mondo, ancora per lei.

Dove sarai Serena, tu me lo dovrai dire prima o poi“, mi dice spesso, chiosando.
Ed io ho sempre risposto solo con la verità.

Non lo so“.

Aver studiato e aver lavorato mi mette nelle mani un grosso potere, quello di poter sperare di esser ricercata dalle aziende che vorrei, lavorare in proprio, dall’ufficio o digitando da una spiaggia persa da qualche parte, come nomade digitale.

Le possibilità c’erano e per questo ho immaginato me stessa prendere in mano la mia vita, il prossimo Dicembre e poco prima della fine dell’università, ed iniziare ad applicare, con mio marito, solo nei posti che ci piacevano.
Solo per gli annunci migliori ed intendo migliori per noi.

Gran Bretagna, Australia, Svezia, Danimarca.

Magari persino l’America di Trump, se fossimo proprio stati pazzi.

Avevo paura di quel momento ma fremevo per vivermelo, per avere quel potere di poter mostrare le mie carte e ciò che avevo fatto e poter tirare le somme e decidere.

Beh, è arrivata prima la conferma per un contratto a tempo indeterminato per mio marito, in un’azienda di qui che se l’è messo sotto l’ala dal giorno numero uno nel suo summer placement, quell’attività che consente di fare esperienza mentre si sta ancora studiando.

La sua azienda è una di quelle compagnie che punta sul benessere dei dipendenti, che offre da bere, che porta tutti al pub a pranzo, che organizza attività ed, in più, paga molto bene e regala bonus che neanche ti aspetteresti.

Lui ha lavorato duro, 10 ore al giorno, per ottenere questo posto e prima della mail con l’offerta non riusciva a dormire per la paura di non essere preso.
Ci teneva.

È finita, lo hanno scelto.
È stato capace, ha dimostrato il suo valore ed è stato premiato, proprio lui che uscirà con una first class ma NON dalle università migliori della Gran Bretagna, come i suoi colleghi, che diversamente da loro NON era nativo di qui e che diversamente da loro NON aveva iniziato a lavorare come programmatore appena vent’enne.

È partito svantaggiato eppure ce l’ha fatta.

Abbiamo il contratto sotto gli occhi e da Settembre 2019 vivremo ad Edimburgo, la città che amo e che ci ha coccolati per una estate intera, facendosi apprezzare e conoscere per la bellezza che è.

Purtroppo però, a me dispiace di aver perso quel potere di poter decidere a Dicembre, mandando candidature per il mondo.

Scegliendo l’offerta più pazza, più giusta, più vicina a noi.

Mi dispiace di aver notato, tra le persone che facevano il tifo per noi e quindi tra quelle che ci vogliono bene davvero, una piccola mancanza di considerazione per il mio lavoro e la mia ambizione, come se – tanto per cambiare – il lavoro di una donna fosse un hobby e non una fame che parte dallo stomaco, tocca il cuore e arriva alla testa.

Come se non fosse una spinta a fare ed emergere.

Mi dispiace di non poter essere la nomade digitale che avrei tanto voluto essere.

Ma chi vivrà vedrà, mi dico, passano gli anni e cambiano le cose e stamattina mio marito mi svegliava per dirmi che in qualche modo faremo, per stare bene entrambi, che questa deve essere una nuova partenza.

Di certo non la fine.