CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO, FACCIO COME MI PARE, BLOG DA SEGUIRE, BLOG DA LEGGERE, EXPAT BLOG, VITA IN SCOZIA, VITA ALL'ESTERO, TRASFERIRSI ALL'ESTERO, VIVERE IN UNA CASA CONDIVISA, PERSONAGGI STRANI, PERSONAGGI ASSURDI, SCONOSCIUTI Ci siamo, ancora un mese e tornerò a vivere nella mia comfort zone, a casa mia, dove il bagno lo condivido solo con mio marito e la cucina la trovo come l’abbiamo lasciata uscendo.

Di questa esperienza nella casa condivisa avevo paura ma come tante altre cose, il peggio è immaginare cosa andrà storto perché poi, quando ti trovi nella mischia, non puoi che vivertela e cercare di farlo al meglio.

È un giorno dal cielo grigio in quel di Edimburgo, ho la finestra aperta per far entrare l’aria e sono appena tornata dal bagno dove ho trovato una magnifica sorpresa dorata che mi ha ispirato questo post e ora davvero non sto più nella pelle di cominciare!

Ecco quindi la mia classifica sui cinque coinquilini da incubo e, ve lo dico, uno solo io!

IL PISCIA SUL BORDO

Ho cercato nella mia mente un modo più nobile per descrivere questo individuo che non ha difetti, è simpatico, è alla mano epperò piscia sulla tavoletta del cesso come fosse un soffione da doccia olimpionico.

A parte questa cosuccia, forse un difetto lo ha: deve essere cieco perché quelle macchie dorate non mi sembrano proprio così difficili da notare e pulire via ma cosa posso chiedere ad un essere umano che vuole marcare il suo territorio e sentirsi più vicino al mondo animale che io tanto amo? Go vegan, bro!

IL SERIAL KILLER

Di questa figura mitologica ne avevo sentito parlare da svariati amici, è il coinquilino strano, quello che non ti stupirebbe di trovare sul giornale accusato di qualche efferatezza.

Ai tuoi danni.

Il serial killer vive nelle sue stanze, non parla ma quello che è peggio è che nessuno – o quasi – lo ha mai visto. Se è in bagno non esce finché il corridoio non è stato LIBERATO dalla presenza di altri umani. Se torna a casa corre subito in camera malgrado tu abbia lanciato un “Hello!” dalla cucina.

Dalla porta della sua camera non esce mai un filo di luce e neanche un poco di rumore. Il nulla. Hai provato a bussare in un paio di occasioni, per invitarlo a socializzare ed ha fatto finta di non essere in casa.

Benissimo.

Il serial killer esiste e nel mio caso dovrebbe andarsene via domani, lo ringrazio di cuore per questa emozionante avventura che mi ha portata a chiudermi dietro il catenaccio della porta della stanza.

LA ZOZZA LURIDA

Se per le precedenti categorie ho voluto lasciare un velo di mistero sul sesso dei personaggi, per la zozza lurida ho sentito il bisogno di scoprire le carte.

La zozza lurida lascia la sua tazza con i cereali al lunedì, ed un’altra al martedì e via dicendo fino ad avere un cacatoio al posto del lavandino della cucina.

Anche qui, benone.

GLI SCOPONI

Agli scoponi non importa di avere un letto in legno marcio, loro si ritaglieranno sempre un momento per produrre una melodia a base di gnicgnic, il rumore delle doghe che cigolano nella notte.

Che sia per questo che il Serial Killer non esce mai dalla sua camera?

Potrebbe.

IL PASSIVO AGGRESSIVO MUNITO DI POST-IT

È tutto un sorrisone quando ti incontra e non alza mai una polemica.

La polemica infatti lui se la lascia dietro, scritta su post-it che attacca qui e lì nella cucina, chiedendo rispetto per le cose comuni e non lesinando di singole/doppie sottolineature e punti esclamativi!!!

IL TIRCHIO

Questo personaggio è il nemico giurato del passivo-aggressivo. Alla richiesta di contribuire con i cinque fottuti pound delle spese mensili, il tirchio farà grandi sorrisi e orecchie da mercante, continuando a lavare i suoi piatti con il detersivo che gli hai pagato tu.

Per il passivo-aggressivo questo smacco vuol dire perdere il sonno (la colpa sarà anche degli Scoponi?) alla ricerca di una vendetta.

Quale cosa migliore di decidere di NON ricomprare la carta igienica se il tirchio non contribuirà alle spese?

È un piano infallibile!

Nel bagno e senza carta, il tirchio non potrà che comprendere il motivo di quella piccola tassa fatta di civiltà necessaria e amore per gli altri membri della casa.

Un centesimo alla volta, il tirchio ha però creato non solo una fortezza economica ma anche un solido modus operandi e nel cuore della notte porterà in bagno UN rotolo di carta igienica sottratto al lavoro, con lo scopo di utilizzarlo ESCLUSIVAMENTE per la pulizia del suo prezioso deretano.

Scacco matto!

Che dire, mai avrei pensato di vivere in una casa dove la carta igienica diventa un problema di stato ma se supero la notte potrò almeno dire addio al Serial Killer e questa è davvero una grande conquista.

Dalla casa condivisa è tutto, a voi la linea!

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AFFITTARE CASA AD EDIMBURGO E SOPRAVVIVERE ALLE TRUFFE

AFFITTARE CASA AD EDIMBURGO E SOPRAVVIVERE ALLE TRUFFE

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Un posto bello di Edimburgo

In Australia mi sembrava che gli annunci delle case in affitto me li buttassero in faccia, a secchiate, non è stato invece facilissimo trovare casa ad Edimburgo e per questo motivo sono finita in una sharing house da 10 persone e due soli bagni. Una sistemazione che normalmente non sarebbe la mia prima scelta ma nella quale mi sono velocemente adattata, segno che tutto si può fare.

I siti da utilizzare per trovare un appartamento in affitto immagino li conosciate tutti, qui in UK si parla di Gumtree, Zoopla, Right Move e di molti altri che potrete trovare rapidamente, digitando le parole giuste su Google e compagnia bella. Qualora voleste condividere un appartamento vi suggerirei anche Spare Room e Room Buddies.

Il mio consiglio è quello di dare un’occhiata anche ai gruppi Facebook come per esempio Edinburgh Rent, Rent a Room in Edi, Edinburth Property to Let, il gruppo degli Italiani ad Edimburgo ed il mio preferito (grazie alle admin favolose) che è Italiani in Scozia.

Come affittare casa ad Edimburgo e sopravvivere ad una truffa?

Anche in UK è possibile affittare tramite trattativa con un privato o grazie alla mediazione di una agenzia. Ad Aberdeen sono stata molto fortunata ed ho trovato una casa moderna, con il bidet (!!) e senza carpet ed una landlady con la quale si può davvero parlare. Qui ad Edimburgo è stata la mia prima esperienza con una agenzia che, se seria, può essere veramente utile per affittuario e proprietario. Io non posso lamentarmi: sono venuti a cambiarmi persino la lampadina rotta del bagno e sono presenti con sopralluoghi periodici, per tutelare il proprietario.

Insomma, a me sono andate bene entrambe le esperienze ma è proprio cercando casa ad Edimburgo che mi sono resa conto del numero atroce di scam, ovvero di truffe online. Sono tantissime!

Uno immaginerebbe una truffa avvenire di nascosto, invece gli annunci vengono pubblicati alla luce del sole, sotto gli occhi degli admin che non possono controllare e/o sapere tutto e sotto gli occhi del team di Facebook e di quello di Gumtree.

Un consiglio? Se sentite odore di bruciato, scappate dalla trattativa e prendetevi del tempo per analizzare meglio la situazione e non fatevi MAI convincere a spedire del denaro per vedere un appartamento, che poi è anche il punto quattro della mia mini guida su come affittare casa ad Edimburgo e sopravvivere alle truffe:

  1. Campanello d’allarme se la casa è bellissima e con un prezzo fuori mercato.‌
  2. Se il proprietario inizia a dire cose tipo “sento che posso fidarmi di te, faremo le pratiche senza vederci perché io non sono ad Edimburgo al momento ma all’estero per lavoro”.

  3. Se il proprietario cita Gesù o Dio, lo so, è stupido ma è ricorrente. Si fingono brave persone e pensano che mostrandosi devoti possano passare per onesti. Assurdo.
  4. Se vogliono i soldi senza farvi vedere l’appartamento. no, ragazzi, non ci sono ragioni per accettare questo! Non spedite soldi per vedere un appartamento, nè una caparra nè tantomeno l’intero importo di una o più mensilità.

  5. ‎Se vi contattano per linkarvi un annuncio di un appartamento che sì, esiste veramente. Peccato che loro non siano veramente i proprietari! In questi casi basta contattare i numeri sotto all’annuncio originale e verificare.
  6. Se il profilo Facebook vi sembra insolito, con molti contatti che vivono in paesi molto poveri.

  7. Se l’inglese di chi scrive è pessimo.
  8. Se il proprietario non può farvi avere il suo numero di telefono britannico, adducendo scuse varie e fantasiose.

  9. Se il proprietario ha un profilo Facebook pubblico ma nessuna interazione con i suoi numerosissimi amici virtuali, aggiunti probabilmente solo per sembrare più credibile.
  10. Se il proprietario sottolinea da subito la sua posizione professionale. Perché mai qualcuno dovrebbe iniziare una mail dicendoti di essere un importante CEO? Fino a prova contraria sei TU quello che dovrebbe dare delle garanzie ad un proprietario. Quindi perché ?? Perché è un truffa, ecco perché. 😉

Spero questa guida possa esservi utile e no, non credo che questo elenco valga solamente in UK, credo anzi che possa valere in tutto il mondo. Per il resto, vi lascio come approfondimento al caro Joe Lycett che ha qualcosa da raccontarvi in merito. 😉

Video credits: @Joe Lycett

10 COSE DA FARE IN GIAPPONE (che non troverete sulle guide)

10 COSE DA FARE IN GIAPPONE (che non troverete sulle guide)

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Vuoi scoprire 10 insolite cose da fare in Giappone?

Ma come la scrivi una guida sulle cose da fare in Giappone se non sei riuscita ad imparare che un terzo dei nomi delle cose che hai visto? E se, in più, sei una di quelle che le guide le prende per avere un’infarinata generale ma poi preferisce perdersi per le stradine?

Il mio mese in Giappone è stato tutto una avventura fatta di camminate lunghissime, cibo sublime, risate e persone buone. In Giappone ho visto delle meraviglie che difficilmente dimenticherò ma una guida seria non sarei in grado di farla, non avrebbe avuto senso stare qui a scrivervi tutto quello che altri hanno scritto nei vari manuali di viaggio. Non sono la persona più adatta per dirvi quale sia il tempio più carino o il posto dove assolutamente fermarsi a mangiare, non ho preso appunti – mi stavo godendo il viaggio – non ho quel tipo di interesse né di memoria.

Quello che oggi invece voglio raccontarvi sono le 10 cose da fare, ma da fare assolutamente in Giappone, senza tirarsi indietro!

SPOILER ALERT: Il vostro viaggio sarà bellissimo!

Iniziamo!

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Godersi un bagno negli Onsen (le vasche pubbliche)

Di questo argomento ho già parlato (Leggi: IMMERSA NELLE VASCHE DEGLI ONSEN CON LE DONNE GIAPPONESI) ma voglio ripetermi.

In Giappone, i bagni pubblici sono DA PROVARE, una esperienza unica ed un momento di pace, godimento e riflessione.

Superate la vergogna, un culetto lo abbiamo tutti!

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Imparare il Japanenglish

Se non fossi stata in Giappone non ci avere creduto ma i Giapponesi NON parlano inglese sul serio, neanche le quattro parole con le quali noi Italiani spesso ci arrangiamo.

Sono in compenso estremamente cortesi e desiderosi di aiutare:

  • Portandoti FISICAMENTE nel posto che cercavi (esempio: quando ci perdemmo per piu’ di un’ora! nella metro di Osaka).
  • Usando un device elettronico per tradurre in tempo reale
  • Con il linguaggio del corpo

Ho avuto la fortuna di rompere non uno ma DUE cellulari in Giappone e alla fine ero sicura di aver imparato la loro lingua e di capire tutto quello che mi dicevano.

Non so se sia vero ma ad oggi ho ancora un Sony Zen acquistato da qualche parte in quel di Kyoto.

Ordinare da mangiare senza il menu’ inglese

Come detto sopra, in Giappone non tutti parlano l’inglese, anzi pochissimi lo fanno e cosa ancora più bizzarra: diversi locali decidono di NON tradurre il proprio menù.

Come fare ordunque ad ordinare?

Se vi dicessi che esistono delle App per fotografare i kanji ed ottenerne la traduzione non vi racconterei certo nulla di nuovo! Vi inviterei invece, qualora non abbiate allergie e non seguiate diete particolari, ad ordinare alla cieca.

Non sarete delusi, ne sono sicura!

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Conbini a tarda sera (quando le cose vanno in sconto)

Il mio primo pasto in Giappone è stato un onigiri del 7-Eleven, in uno dei conbini (convenient stores) di Osaka: per meno di un euro mi sono portata nello stomaco del riso delizioso e perfettamente condito.

Avrei dovuto riempirci la valigia prima di tornare in Scozia, maledetta me!

Se penso al cibo giapponese inizio a salivare e non posso farci niente, sono come Homer con le ciambelle o il povero cane di Pablov con i campanelli. Vorrei infatti potervi consigliarvi alcuni posti dove ho mangiato in modo incredibile ed altri, veramente pochi, che invece vorrei farvi evitare.

Ma come detto non sono in grado di star qui a fare una guida seria!

Quindi il mio consiglio può solo essere di lasciarvi un posticino nello stomaco, dopo cena, per fare una capatina ai vari conbini e scegliere uno dei prodotti che vanno in sconto perché in scadenza: Proverete cibi nuovi a prezzi imbattibili e tanto glorioso sushi di pesce del giorno.

Karaoke

Il karaoke in Giappone non ha niente a che vedere con il canta tu di Fiorello.
E’ pura, pura follia.
Chiusa la porta, i Giapponesi prendono a ballare come nei video pop di MTV, vanno a ritmo, muovono le mani, danzano come delle star e cantano, deliziosamente.
Una delle sere piu pazze della mia vita.

Sará che non mi drogo?

Purtroppo senza un amico giapponese non sará la stessa cosa quindi cosa state aspettando? Trovatene uno, presto!

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Mangiare un MOCHI per ogni città visitata

In comune con gli Italiani, i Giapponesi hanno qualcosa: l’ossessione per il cibo! In ogni cittá troverete una specialitá diversa e più di tutto vi consiglierei di provare i mochi tipici. Il più buono? Quello di Osaka, ripieno di panna e frutta gelata.

Nelle fermate del treno e della metro troverete tanti negozi pieni di golositá e di scatole di cibo tipiche da portare con voi. PRENDETELE! Non le ritroverete nella città successiva.

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Timbrini

All’inizio del vostro viaggio ricordatevi di portare con voi non solo passaporto e il Japan Rail pass – l’abbonamento che da a noi stranieri il diritto di viaggiare sui treni veloci pagando molto ma molto meno – ma anche un piccolo quadernino bianco!
Vi sarà utile per collezionare i vari timbrini che le varie location mettono a disposizione per i turisti.

Neanche a dirlo: sono uno più bello dell’altro!

A fine viaggio avrete dei ricordi bellissimi e quella piccola prova: siete davvero stati in tutti dei castelli, templi e città! Non era un sogno!

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Comprare un vestito

Un freddo porco dopo giorni da sciogliersi mi beccano ad Agosto nel Nord del Giapponese, in quel di Morioka. Io sono quella con un vestitino senza maniche e la pelle d’oca dal collo in giù.

Non avevo messo in conto di comprarmi un vestito in Giappone dove le ragazze sono tutte super minute ma il Dio dei viaggiatori infreddoliti mi ha presa con sé per mostrarmi la verità: le giapponesi hanno una moda LARGA e comoda, con maglioni, pantaloni e gonne extra large, salopette con zampone d’elefante e così via.

Provo una M pregando gli Dei di cui sopra e infatti va.

Ne esco con uno spolverino peloso color carta da zucchero.
Già immaginavo la gente fermarmi e chiedermi “ma dove hai preso questo capino?” ed io chiosare “ma in Giappone, al nord” (*).

Mio marito invece dice che sembro questo pupazzo dei Muppets.
Onesto.

(*) Cosa effettivamente successa, alla faccia del marito poco fashion!

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Montare un Gundam

Io e mio marito siamo stati due otaku da ragazzi e per questo il Giappone ci è parso subito familiare. Chi ricorda con affetto un cartone animato o un manga qui avrà pane per i suoi denti e scoprirà che Doraemon è come Totò per i napoletani o Verdone per i romani: amatissimo malgrado sia una invenzione degli anni del boh (GLI ANNI SETTANTA!).

In Italia la serie animata Gundam ha fatto solo una capatina ma è considerata la serie con i robottoni per eccellenza per quel che riguarda i modellini da costruire, almeno a giudicare dal numero impressionante di scatole a disposizione nei negozi! Questo vuol dire che invece dei Lego qui troverete centinaia di modellini di robottoni da portare a casa. Il tutto per una decina di euro!

Che siate fan o meno (noi non lo siamo!) è decisamente un regalo diverso da riportare in Italia e montare il robottone è semplicemente una figata!

Se poi siete appassionati di Gundam dovete fare un salto a Odaiba, dove vi aspetterà un robottone alto come una casa!

Barca tipica

Ad Hozugawa abbiamo potuto provare una delle imbarcazioni tradizionali, pagando un prezzo decisamente NON ragionevole.

Ma lo rifarei.

I paesaggi sono mozzafiato e la natura, lì dove l’uomo non può arrivare con facilità, la fa da padrona. Tra pesci, tartarughe, aironi, uccelli colorati e gru.

In mezzo al fiume potreste essere affiancati da barche di mercanti che lanceranno corde verso la vostra imbarcazione e cercheranno di tentarvi proponendovi spuntini deliziosi e bibite freschissime.

Noi abbiamo provato il percorso in barca di Hozugawa ma avrei voluto avere il tempo di provare anche le navi antiche di Sado.

Una scusa per tornare, presto!

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Fotografare i tombini

Sì in Giappone sono belli anche i tombini per le strade. E le varie città fanno a gara per avere il design più bello. Nella foto il prode Momotaro, nella città di Okayama.

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Hiroshima

Si, lo so. Avevo detto che non avrei parlato di cose troppo conosciute ma devo fare una eccezione per il signor Mito Kosei, che era nel grembo di sua madre il 6 Agosto del 1945 e che ha deciso di dedicare la sua vita per combattere questo tipo di armi.

Lo trovate sotto la Genbaku Dome, la cupola rimasta in parte intatta malgrado l’impatto della bomba atomica.

Preparate stomaco e cuore prima di leggere i documenti che ha preparato per voi.

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Hotel a ore

Leggenda vuole che in Giappone esistano non solo i love hotels, quegli hotel nati per darsi alla pazza gioia, ma anche gli hotel a ore tematici. Cioè con un tema!

Ecco, sembra effettivamente che sia ormai solo una leggenda, perché a quanto pare non sono rimaste che le camere da letto normali, senza l’ambientazione pazza dei decenni passati. Ad Osaka potrete invece ancora trovare un love hotel dal tema “Hello Kitty” ma temo che la cosa da sexy possa trasformarsi presto in un incubo tutto rosa, gattini e cuori!

Per accedere al love hotel avrete a che fare solo con uno schermo, cliccando sul monitor potrete scegliere la stanza che vi piace di più e pagare. Il personale dell’albergo c’è ma vi parleranno solo attraverso una feritoia per far passare la voce e non potranno vedervi.

Quanto ci tengono alla privacy!

Pachinko

Il pachinko è una macchina infernale, e se avrete modo di entrare in una delle centinaia di sale gioco capirete di cosa parlo: DEL RUMORE ATROCE!, un gioco succhia soldi molto amato dai Giapponesi.

Noi abbiamo provato e perso immediatamente circa 10 euro ma attorno a noi qualcuno, e parlo di 2 -3 persone al massimo, aveva cestini pieni e pieni di palline d’argento.

A cosa servono le palline?
Ufficialmente possono essere scambiate con dei premi ma questo genere di business è in mano alla yakuza, la mafia giapponese, e non c’è dubbio che si vincano anche dei soldi.

E che se ne perdano tantissimi altri!

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Ridere come pazzi in un negozio assurdo

Eravamo entrati per comprare un maglietta. Si, lo so, dicono tutti così!
Arrivati al secondo piano ci siamo ritrovati di fronte ogni tipo di sex toy possibile ed immaginabile. Anzi, inimmaginabile che mai avrei pensato di vedere bambole a forma di donna pelouche (di pelo!) con un buco per… ehm. AIUTO!

Da fotografare, dai!

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Aprire un mutuo per mangiarvi un pezzo di frutta

In Giappone la frutta può arrivare a costare decine di euro. No, non la cassa di frutta ma il singolare pezzo.

Noi abbiamo deciso di prendere una pesca da 5 euro ed il sapore era particolarissimo: sapeva di tea!

Che dire. Se siete ricchi provate anche l’uva da 15 euro e fatemi sapere!

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Potrei stare qui a parlarvi di molto altro, dai Ryukan ai bastoncini della fortuna che vi consiglio di acquistare nei templi, dai massaggi giapponesi alla possibilità di indossare lo yukata per un giorno. Oppure dirvi di visitare Nara (per farvi mordere il sedere dai suoi splendidi e viziatissimi cervi) o di vedere il Godzilla di Shinjuku. Potrei consigliarvi il corso di cucina che ho fatto ad Osaka ma per tutte queste cose avete le guide!

Lo so, avevo detto solo 10 cose da fare in Giappone ed invece sono tante di più.

Ma andateci voi nel paese del sol levante a cercar di fare i precisi: non si può! Le cose belle sono ovunque e le vorrete avere e provare tutte.

Quindi?
Vi ho incuriosito un pochino?

Qualsiasi sia il vostro stile di viaggio vi consiglierei di leggere le guide, segnarvi le mete predilette, iniziare a sognarle e finalmente godervi il Giappone. Senza lesinare su nulla, cercando di vivere una esperienza serena ed autentica.

E’ un paese che vi rimarrà tra i ricordi più belli.

Ve lo prometto!

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SONO (STATA) RAZZISTA

SONO (STATA) RAZZISTA

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Una sera fuori, mangiando pizza koreana. Sì, esiste anche quella ed è buona.

Sono stata razzista.

Che cosa è l’odio per le persone diverse da noi e quanto è questo connesso alla non conoscenza e quindi con la mera paura dell’altro? Bada bene, non sto parlando di ignoranza per offendere e per dimostartelo ti mostro chi ero io, che sono stata razzista per molto tempo ed ho cambiato idea solo parlando con le persone che mi facevano paura e quindi rabbia.

A diciotto anni leggevo solo libri sulle donne abusate dai propri familiari e mariti musulmani (esistono), avevo lanciato una petizione online per salvarne una e vivevo in questo quartiere di Roma dove ci dicevamo: “siamo gli unici Italiani sul bus“. Lo capivi perchè attorno erano tutti di un altro colore ed in più il bus, come in tutta Roma, puzzava, era sempre pieno e pochi pagavano il biglietto.

Avevo fatto due più due.

Veniva cinque ma non potevo saperlo perché avevo diciotto anni e c’erano tante cose che non sapevo.

Verso i vent’anni leggevo Oriana Fallaci descrivere l’Eurasia e la sua paura folle che  loro venissero a colonizzarci, io tremavo per la rabbia ed oggi penso, Oriana, grandissima mia amata guerriera e scrittrice, eri forse diventata anziana e chiusa come succede a tanti di noi? Proprio tu che avevi viaggiato il mondo e del diverso ti eri innamorata? Non era solo questo la Fallaci, era figlia del suo tempo, questo sì, proprio come lo sono alcuni miei parenti e spiaggiata in un contesto che le permetteva di parlare in quel modo doloroso e cieco, proprio come certi amici e conoscenti quando dicono cose delle quali io mi vergognerei. Oggi.

Mi pare ci fossero le politiche in Italia e la Santanchè manifestava contro Veltroni, dicendo: “Voleva andare in Africa e invece l’Africa ce l’ha portata qui”. Io pensavo, che gran donna, questa Santanchè, che due coglioni che ha e quanta verità.

Prima dei trenta lavoravo in un posto che assumeva ragazzi che venivano un po’ da tutto il mondo, erano tutti regolari, ed erano soprattutto – sorpresa, sorpresa! – persone, sorrisi e storie. Anche cacca ogni tanto, come qualsiasi persona al mondo.

C’era la ragazza che avevo scoperto indossare il velo durante il Ramadan e cosa potevo dire io di lei e di quella sua scelta se solo fino al giorno prima mi invitava a casa sua per nuotare sulla barriera corallina ed io ci pensavo seriamente? Se fino al giorno prima ridevamo insieme e parlavamo male degli stessi personaggi. Se ci somigliavamo e l’avevo sempre considerata una con un carattere deciso e per nulla sottomesso? Il SUO velo sui capelli in che cosa avrebbe dovuto riguardare ME?

C’erano i ragazzi dell’Est Europa e non venivano al lavoro ubriachi nè stupravano e, con il senno di poi, parlavano Italiano meglio di come io parlo inglese oggi. Leggevano libri importanti come i loro sogni eppure ogni giorno avevano a che fare con qualche Italiano che li guardava storto: oggi penso che almeno loro potevano nascondersi, tacendo l’accento, che non erano neri, colore evidente che fa partire la testa a molti, sui bus pieni, specialmente.

C’era infatti l’uomo Africano che in Italia ci DOVEVA stare malgrado la sua famiglia avesse trovato rifugio in Francia, dove suo figlio cresceva per questo senza di lui. Era un assurdo gioco di burocrazia internazionale infinito. In Italia ci doveva stare ma parlava benissimo la mia lingua e ogni tanto sbottava e diceva ma guarda che io c’ho una laurea in marketing, non dico cazzate!, che troppa gente non lo guardava neanche in faccia quando parlava, che nel loro immaginario era sceso dagli alberi, come le scimmie.

Frase che ho sentito dire tante volte e con enorme orgoglio ed una gran risata, in Italia, così come “non sono io razzista ma loro ad essere neri”.

Al mio matrimonio invitai due ragazzi di colore ed una ragazza dell’Est Europa. Un invitato a cui voglio un bene dell’anima, mi disse che stavo sbagliando qualcosa e di metterlo lontano da quel tavolo, soprattutto dalla ragazza dell’Est. Rimasi male ma non riuscivo a provare una vera rabbia, mi sembravano discorsi così normali a quei tempi, era solo un parere. Ed i pareri mica fanno male a qualcuno, o no?

Poi sono partita e la mia testa ha fatto ka-bum.

Ho tenuto dentro di me altri pregiudizi e sono tutti (o quasi) andati a farsi fottere mano a mano che conoscevo persone, esseri umani da tutto il mondo, di ogni colore e credo.

Puoi odiare la donna con il velo che cucina per te e con cui ti scambi i regali a Natale?

Puoi dire “non mangio indiano perché sono sporchi” se poi provi il pane naan appena sfornato?

Puoi pensare “scimmia appena scesa dall’albero(*)” del ragazzo di colore che studia con te in Università? O del tuo capo? O dei tuo medico? O del ragazzo che ti sorride servendoti il caffè mentre scherza con i colleghi? O ancora peggio: puoi pensarlo di qualcuno che sta male? Che ha bisogno? Che ha la sola colpa di avere fame e non esser nato ricco?

Puoi avercela con i cinesi che vengono qui a farci concorrenza quando sei tu che te ne sei andata grazie ad un passaporto fortunato ed una faccia bella bianca? Quando vai dal “cinese” sotto casa per pagare meno la lampadina o l’orlo ai pantaloni? Quando ti fanno schifo ma sono gli stessi dai quali vai a farti i capelli per risparmiare?

Puoi accettare che qualcuno dica “quello non è Italiano” di un ragazzo perfettamente integrato e con un perfetto Italiano (requisito che per quanto ne so non ha a che fare con la cittadinanza o mezza popolazione italica andrebbe espulsa senza passare dal via) ma nato altrove quando TU sai cosa voglia dire vivere in un paese estero e sentirsi parte integrante e motore di quella comunità pur a volte odiando quel paese? Mi sono stupita nel risponde “I am from Aberdeen” ad un paio di persone che mi hanno chiesto di dove fossi, mentre vivevo qui ad Edimburgo. Se guardi i miei documenti è una bugia ma non lo era per me.

Io non posso odiare nessuno per la sua provenienza geografica, non dubito che qualcuno ci possa riuscire e riuscirà ancora per molto tempo ma dal mio punto di vista quella rabbia non è reale – andrebbe infatti diretta altrove – e si perde invece una occasione  concreta e bella, un intreccio, un ricamo imprevisto su una tela fatta di granitiche certezze.

Anche una razzista come me c’è riuscita a superare certi pregiudizi perché quando conosci una persona non puoi provare odio immediato, a meno che quella non ti dica “piacere!” per poi darti una testata in faccia. Caso piuttosto raro e per nulla correlato con la nazionalità a quanto ne so.

Un consiglio?

Se ti allungano una mano, stringila. Non ti prenderai nessuna malattia.
Se ti chiedono di assaggiare un cibo tipico, provalo. Male che vada avrai qualcosa da raccontare ed il più delle volte sarà un “non immaginavo potesse essere cosi’ buono”.
Se puoi ascoltare gli altri, fallo. Ogni storia ha contribuito a cambiarmi e nei cuori di coloro che lasciano il proprio paese c’è un fiume in piena e questo te lo dico per esperienza personale.
Se puoi essere buono, prova. Questo non te lo devo spiegare, fare una minima differenza per un essere umano fa bene a noi in primis.

E comunque, sai, l’ultimo che mi ha detto “l’Italia agli Italiani”, era un ragazzetto che si definiva un lavoratore onesto e ci ha inculato 500 euro. Che a quel punto, sarebbe stato da dirgli che se l’Italia è questa allora se la poteva tenere, eh.

(*) Ci tengo però a dire che una frase così non l’ho mai detta ne’ pensata e solo scriverla mi ha fatta star male.

LA COINQUILINA CINESE

LA COINQUILINA CINESE

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Che poi in Cina non hanno neanche Facebook.

La mia coinquilina cinese preferita, K., doveva lasciare la casa domani e lo aveva scritto anche sul calendario.

Ieri sera mi ha chiesto di bere e mangiare insieme. Ho detto di sì ma lei non è tornata che a tarda notte ed io ho pensato che non ci fossimo capite e pensato “Pazienza. Domani me l’abbraccio“.

Stamattina c’erano dei panini al cioccolato e uvetta sul tavolo, che K. ha la mania di cucinare dolci. Lo fa di notte e al mattino lascia la colazione per tutti, a volte dolci francesi, altre volte i dolci della tradizione cinese che devono cuocere sei ore filate.

Tornando a casa ho preso qualcosa per festeggiare il suo ultimo giorno, il vino lo avevamo da ieri.

Invece ho trovato un regalo per noi di fronte alla porta e tante scuse, aveva sbagliato il giorno e ci vorrà bene per sempre e spera che non la dimenticheremo. In cucina una pila dei suoi leftovers con post-it ovunque per spiegare come cucinarli, invitandoci a continuare a fare dolci per lei.

Qualche giorno fa mi aveva detto “Serena, vuoi vedere la mia camera?” e quella richiesta mi aveva fatta sorridere sotto i baffi ma non se ne era fatto nulla.

Chissà che direbbe se sapesse che dopo aver trovato il suo biglietto ho bussato proprio alla sua porta, sperando con tutto il cuore di trovarla ancora quando invece era tutto ormai vuoto, di lei più niente.

Mi è venuto il magone.

Me l’avessero detto, non ci avrei creduto.

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

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Quella volta a Malta

Quattro anni che ho lasciato l’Italia.

Come è iniziata lo sanno tutti gli affezionati, quel giorno di quattro anni fa ho chiuso la porta di casa ma prima ho provato a fare un discorso per i presenti, finendo con il piangere come una bambina senza saper concludere una sola frase che avesse un senso. In bocca singhiozzi, lacrime ed il sapore dell’unico vino superstite nella nostra casa ormai vuota, un Amarone che avevamo comprato per un’altra occasione.

Sull’aereo credo di aver continuato a piangere ma arrivata a Melbourne ridevo, crepavo di freddo e una volta a Carnegie mi ero già abituata alle condizioni di quella casa per nulla come le fotografie. Ero in Australia! La mattina dopo saltavamo di gioia e, voglio dire, era solo il quartiere periferico di Carnegie ma di quell’angolo di mondo ricordo con nostalgia l’odore all’ora di pranzo e come il ragazzo della banca ci avesse accolti:

Come fossimo stati alla fine di una gara, come se avessimo vinto, quando invece era solo l’inizio.

Da allora sono passati quattro anni ed ho fatto tutte le cose che avevo espressamente detto che non avrei fatto:

  • sono andata a vivere dove avevo giurato che non avrei mai messo piede.
  • ho ricominciato a studiare per prendere un’altra laurea nonostante avessi detto “basta”.
  • Sono riuscita a non finire a lavare i piatti o i cessi ma ho avuto comunque a che fare con la cacca quando ad un certo punto ho deciso di lavorare come carer, l’assistente per ragazzi con gravi disabilità.

Ma a parte questo, ero pronta a tutto e penso che la cosa abbia pagato, infine, o che almeno ci abbia fatti arrivare fin qui, oggi, con una distinzione dietro l’altra all’Università ed un lavoro che piace ad entrambi.

Coloro che non vedevano di buon occhio la cosa hanno infine iniziato a non dico capirla, ma rispettarla ed ora che le emozioni sono sbiadite, comprendo più di prima cosa abbia voluto dire sentir pronunciare le parole “lascio il posto fisso al comune e vendo la casa appena comprata e ristrutturata perche’ voglio andare in Australia a lavorare, se va bene, nelle cucine”.

Il punto è che quella che per altri era pazzia per noi era un sogno dovuto – una rinascita necessaria – e questo ci ha portati fino a qui, oggi, con ben pochi rimpianti.

Sono, più o meno, come avrei voluto essere nei miei sogni, anzi a volte mi meraviglio per la mia fortuna. Solo la location è sbagliata e non ho ancora una casa dove ospitare i miei cari che, in quanto esseri umani, hanno dopotutto altri sogni e venire dove vivo io non è proprio tra quelli.

Si sono avverate quelle fantasie distruttive di quelli che ci dicevano di non partire per l’estero?

Ne abbiamo sentite di ogni, avremmo divorziato alla prima difficoltà, poi non ci saremmo riusciti a mantenere, saremmo dovuti tornare a casa con la coda tra le gambe e chiaramente ci avrebbero cacciati dall’Università.
Non è successo nulla di tutto questo e anzi, in certi casi, la negatività mi sembra che sia tornata indietro al mittente e con tanti saluti, che certe frasi non erano mosse da amore, erano casomai auguri, vere e proprie maledizioni e malcelate speranze di vederci fallire e che puoi dire di persone così? Non capiscono neanche i fatti.

Ho mai pensato di tornare in Italia?

Una volta, quando ero appena arrivata ad Aberdeen e pensavo che non ne sarebbe valsa la pena di immolare anni di vita in un posto come quello senza esser certi di riuscire davvero a laurearci. Due volte, ma in quel caso il pensiero era ben diverso, quando realizzai che con il mio lavoro sarei potuta rimanere in Italia a godermi l’estate ancora per un po’, che lavorando da remoto, dal computer, la mia location non avrebbe fatto alcuna differenza per la mia compagnia.

Ho capito dove sarò tra cinque anni?

No. E se devi decidere dove piantare le tende un viaggio forse non basta e allora vorrei continuare a vivere così, di giro in giro, per almeno altri cinque anni. Fino ai miei quaranta!, mi dico. Non so se sarà possibile, con probabilità rimarremo in UK per prendere il visto permanente e poi chissà se avremo la forza di ributtare tutto per aria, io spero di si ma lo spero oggi e le cose cambiano mentre la vita passa.

Nei miei sogni io continuo a girare fino ai 40 anni ed il problema – se problema vogliamo chiamarlo – è che poi, forse, mi direi che sono ancora giovane e che non voglio smettere di vivere in luoghi diversi, che smetterò invece a 45 o 50 anni. E finirei forse con il non fermarmi mai.

E cosa ci sarebbe di male?

😉

DI TUTTE LE OCCASIONI CHE FORSE SPRECHIAMO

DI TUTTE LE OCCASIONI CHE FORSE SPRECHIAMO

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Che poi visto da vicino nessuno è normale.

Di tutte le occasioni che forse sprechiamo.

Non tutte le donne (e lo stesso direi degli uomini) mi rappresentano, ci sono persone che detesto, altre che considero cattive, dannose o troppo stupide e altre ancora con le quali non mi trovo e magari la colpa – se di colpa puoi sempre parlare – è solo mia, del mio carattere, del mio modo di fare, delle mie idee, pregiudizi o convinzioni sciocche. Per tutte loro e per la donna in generale, però, mi sento di combattere e vorrei che nessuna fosse lasciata indietro a doversi confrontare con un mondo che, al momento, è ancora becero e meschino.

Non dubito che tutti conosciate le mammine pancine, le donne divenute loro malgrado protagoniste di diversi post del Signor Distruggere, una pagina che mi ha fatta molto ridere ma soprattutto rattristare per tutte le occasioni perse da queste persone, vittime, mi dico, di un contesto che non ha saputo nutrirle con la conoscenza e nemmeno incuriosirle verso le sfumature della vita, l’amore ed il rispetto per se stesse e per gli altri.

E no, non penso che sia solo un discorso di provenienza geografica, contesto difficile o educazione scolastica, ho sentito discorsi e giudizi raccapriccianti – su sesso, diritti civili, morale/aspetto delle altre donne e compagnia bella – anche da personaggi che avevano studiato. Non si nasce imparati, non leggiamo le esperienze allo stesso modo e non tutti evolviamo nella stessa direzione e non possiamo farci proprio niente se non provare ad abbassare la rabbia, dare fiato alle cose che crediamo possano fare la differenza e sostenerci un minimo di più.

Conosco diverse persone che non credono che quei personaggi esistano, quelli del Signor Distruggere, ma io non ho motivo di dubitarne perché li ritrovo – ora maschi, ora femmine – a commentare sotto qualsiasi quotidiano Italiano e mi fanno a tratti pena, a tratti rabbia, sentimento che varia a seconda della gravità del loro commento.

Non sono diverse dalle persone descritte dall’attivista Sveva Basirah Balzini di Sono l’unica Mia, una penna ed un’anima come poche, che seguo volentieri da un po’ di tempo e che, ve lo dico, non so se approverebbe questo post per come l’ho pensato, peccando io probabilmente di etnocentrismo culturale.

Potrei essere una di quelle femministe che pensano che certe altre donne siano pedine e abbiano bisogno di esser salvate, chi lo sa, purtroppo non ho sempre la lucidità necessaria per comprendere ogni situazione, proprio come le mammine pancine che dovrebbero farci tanto ridere.

Le donne di Sveva sono musulmane, le mie erano con molta probabilità cristiane ma hanno molto in comune, nel modo di esprimersi e ragionare. A Sveva augurano di morire in diversi modi, possibilmente ammazzata. Se lo merita, ha osato parlare di masturbazione, libertà sessuale e diritti civili per gli omosessuali! Praticamente una follia.

Non stiamo parlando di persone nate e cresciute in uno sperduto paesino del più remoto angolo della terra, immagino invece che queste ragazze abbiano avuto accesso all’istruzione, sono del resto perfettamente capaci di leggere, navigare nell’internet e scrivere. A volte non basta, ci vuole un po’ di forza per alzarsi in piedi abbastanza per guardare oltre la pappa pronta e la folla che ci circonda e ci vuole anche tanta fortuna, a mio avviso.

E poi, sì, ci sono e saranno sempre persone che non hanno la cultura o le capacità necessarie per analizzare la realtà, capirla e poter eventualmente cambiare le cose qualora queste non vadano proprio benissimo, a partire dal proprio orto e contesto di riferimento.

E ancora, sì, si fa presto a parlare quando hai il culo in salvo, vivi in un paese decente – ed intendo la Gran Bretagna – ed hai garantite la libertà di esistere, quella sessuale e quella di parola.

Detto questo, oggi ho avuto modo di pensare alla questione della religione perché mi sono imbattuta in una scena che avevo già visto qui, identica in Australia ed identica in Francia e che vi dirò tra poche righe.

Se togliamo coloro, ed esistono, ai quali il credo cade dall’alto o viene imposto, i quali non sono liberi di informarsi né di poter pensare, se togliamo coloro che non scelgono, che non possono studiare, che non possono leggere e men che meno navigare in internet, che non possono farsi domande pena una condanna per blasfemia, se togliamo tutti questi, che cosa succede quando – in estrema libertà e al pieno delle proprie capacità mentali, si decide di farsi prete o suora? Di dedicare la propria vita o parte di questa al proprio Dio?

Da atea non posso capire cosa scatti nella testa dei credenti ma da essere umano io lo so: è giusto così, siamo liberi di credere e la fede può essere una carezza ed una coccola. Una mano tesa nel momento del bisogno.

A questo pensavo oggi guardando una coppia che si teneva, appunto, per mano, nella stretta ferma degli amanti.

Lui con t-shirt, pantaloncini corti malgrado il freddo e cappellino con visiera.
Lei con il niqab, quell’indumento che per qualche ragione in Italia chiamiamo burka, con appena una finestra attorno agli occhi per connettersi con il mondo circostante.

Lui vestito all’occidentale, in un certo senso libero ai miei occhi.

Lei tutta vestita di nero e con gli occhi bassi.

Cosa posso dire?

Siamo in UK, è un paese libero e posso solo sperare che la scelta di coprirsi da capo a piedi sia partita da lei e che sia stata consapevole, che abbia avuto a disposizione, quella donna, tutti i mezzi per comprendere e decidere.

Altrimenti ci sono cose che dovrebbero riguardare solo il corpo delle donne e che io non capirò proprio mai.

NO, NON VIVO A LONDRA

NO, NON VIVO A LONDRA

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Classico esempio delle mie sere al Pub.

Quando dico che sono di Roma, la gente non si capacita che possa essere vero.

All’estero – e con quanto segue mi riferisco soprattutto agli australiani che non sempre possono permettersi un viaggio così lungo – perché è un luogo da sogno per loro, uno che non lasci, una città piena di storia e cultura dove vivono vecchietti con le pecore e la lupara, donne dai fianchi generosi e antichi romani con tanto di scudo. Chissà cosa penserebbero se sapessero che a Piazza di Spagna abbiamo il MC Donald e che compriamo la loro stessa pasta al supermercato.

In Italia invece mi chiedono sempre “ma Roma-Roma?” perché tantissimi dicono di venire dalla mia città pur vivendo nei dintorni.

Lo fanno, probabilmente, per far prima e l’ho capito solo ora che vivo in Scozia, in una città che non tutti conoscono.

Non per nulla, a Maggio, a Roma, mi è capitata questa cosa con il ragazzo del B&B che era un tipo simpatico, che quando mi ha vista al check-in ha esordito con entusiasmo, dicendo: “Si vede che vivi a Londra“. Si riferiva ai miei capelli colorati così ho domandato se fosse o meno un complimento e lui si è affrettato a dire quello che penso anche io, che in UK per certi versi – parecchi – siamo più liberi.

Solo che se seguite questo blog io non vivo a Londra e neanche ci vivrei, sono normalmente ad Aberdeen, 12 ore con il bus.

In quell’occasione ho approfittato per precisare di vivere in Scozia ma le mie parole sono cadute nel vuoto e a quanto pare nel B&B ero la londinese per tutti e Londra l’unico punto di riferimento certo in quello spazio sulla cartina chiamato Regno Unito.

Così quando hanno fatto quattro gocce d’acqua il proprietario mi ha incrociata e detto “come a Londra, eh?”, con lo sguardo sornione di chi ne ha viste tante.

E lì più che a pensare di cantargli che “oltre a Londra c’è di più”, o di dirgli di nuovo che “io vivo in Scozia ed è molto peggio”, la mia testa è partita a ricordare la mia vita precedente, quando quelle quattro gocce romane e gentili erano anche per me un clima da “Londra”.

Perché un romano che ne sa del freddo, dei cieli grigi e delle punte dei piedi sempre bagnate?

Ops, sto parlando di nuovo della Scozia però!

Perché sì, esiste anche quella.

 

 

Se avessi avuto ancora vent’anni, a Londra ci sarei finita di cuore e volentieri ma con l’esperienza dei 35 mi rendo conto che sarebbe una fatica immane e finirei di pagare una eventuale abitazione solo in punto di morte e dopo aver vissuto in una casa condivisa per un decennio (ok, qui ho esagerato). Per questo colgo l’occasione per invitare tutti a considerare la Scozia come possibile meta per il proprio espatrio, per vivere, lavorare o studiare, perché qui siamo lontani dal meraviglioso stress londinese, la qualità della vita è per certi versi più alta e la quotidianità meno complicata e competitiva.

Se il vostro solo intento è di imparare l’inglese, giuro, lo parlano anche qui!

Mano sul cuore, oltre a Londra c’è di più.

PICCOLI SUCCESSI E TEAM WORKING NELLA CASA CONDIVISA

PICCOLI SUCCESSI E TEAM WORKING NELLA CASA CONDIVISA

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Una metafora.

Le sei-otto persone che vivevano nella casa prima del nostro arrivo hanno condiviso questo appartamento per un anno intero, venendo tutti qui ad Edimburgo per lavorare nella stessa compagnia. Il loro anno è agli sgoccioli e piano piano li stiamo salutando uno alla volta e nuove persone sono in arrivo.

Come detto questa è la mia prima esperienza in una casa condivisa ed ho passato le prime due settimane nella mia comfort zone e ne sono stata lieta. Ho salutato e fatto small talk con i coinquilini che incontravo in cucina dove, rapida, mi facevo un panino o mettevo una busta di riso nel microonde.
Con il mio piatto me ne tornavo su in camera, soddisfatta per il gentile small talk e grata alla porta finalmente chiusa alle mie spalle. Una barriera tra me e lo sporco, una cosa alla quale mi sono abituata in un giorno ma che rimane come fatto.

Diverse persone mi hanno detto che loro non ce la farebbero a vivere con persone che non puliscono, e penso proprio che non sia vero, se lo devi fare lo fai. Io sento di non poter portare rancore e non parlerei di mancanza di rispetto perché i coinquilini vivono qui e sono immersi nello schifo fino al collo anche loro, parlerei piuttosto di qualche fenomeno che si attiva quando delle brave persone si trovano in gruppo e il senso di responsabilità decade.

Quei meccanismi del tipo “Ho portato l’immondizia fuori per due volte, da oggi me ne frego anche io” o “se Tizio non fa, io allora smetto di fare”. E Tizio magari quel giorno ha avuto una emergenza ed ha lasciato sporco per quello ma ormai il danno è fatto.

Cose così, che poi diventano una cascata di irresponsabilità.

Saranno solo quattro mesi di vita in comune e ci sono cose che non posso cambiare, mi andava bene così. Avevamo già fatto fin troppo sturando e pulendo la doccia con l’acido e facendo lo stesso con il lavandino della cucina, quello bloccato da tre giorni. Non mi sarei messa a pulire gli ambienti comuni. Proprio no, me ne sarei stata in camera mia a mangiare, facendo attenzione alle briciole.

Il mio piano è crollato l’altra sera sono tornata a casa dopo un lungo giro per Edimburgo che ero molto stanca ed ho incontrato in cucina una delle due coinquiline cinesi. Quella sempre sorridente ed entusiasta che, mi era sembrato di capire ma non ci metterei la mano suo fuoco, non gode della stima degli altri coinquilini che invece hanno fatto un bel gruppo affiatato.

La ragazza mi ha chiesto se volessi partecipare al nuovo schema delle pulizie. Mio marito era in camera ma ne avevamo già parlato. No, proprio no. Non crediamo in quello schema, non ci metteremo a pulire per tutti quando è evidente che non sanno metter via neanche piatti, pentole sporche e briciole dopo il loro passaggio. Non staremo a fare i servi perché noi in casa non abbiamo mai cucinato e comunque lasciamo il piano lavoro sempre più pulito di come lo troviamo quando scendiamo a farci un panino o qualcosa al microonde.

Anche la ragazza che avevo di fronte, come tutti gli altri coinquilini prima di noi, aveva detto che avrebbe fatto in modo di buttare la riciclabile che si era accumulata, un metro per tre, prima del nostro arrivo ed io ho pensato che fosse l’ennesima proposta lanciata tanto per dire. Non mi sarei fatta incantare nel pulire la casa per tutti, perché io le pulizie le avrei fatte veramente e sarei stata l’unica scema.

L’unica cosa che avevamo già deciso, con mio marito, era di portare via la riciclabile da noi perché era veramente troppa e poteva attirare delle bestioline.

Alla ragazza cinese il mio discorso stava bene ma tra le righe mi è sembrato di scorgere qualcosa. In primis, il pavimento era stranamente pulito – cosa mai successa in due settimane e poi c’era dell’altro ma non riuscivo a metterlo a fuoco: in generale mi sembrava fosse sinceramente motivata a risolvere il problema della sporcizia.

Sono salita in camera per prendere i cinque pound per le spese comuni e quando sono scesa non c’era piu’ nessuno. Non il nuovo coinquilino inglese, quello arrivato il giorno stesso, non la coinquilina cinese con la sua amica venuta a trovarla, non mio marito sceso per salutare il suo nuovo collega di lavoro.

Erano spariti assieme alla riciclabile e finalmente c’era nuovamente quel pezzo di pavimento che prima era sommerso come in un documentario sugli accumulatori. 

Quell’azione ha scatenato qualcosa e tutti assieme, noi presenti, abbiamo iniziato a pulire da cima a fondo la cucina. Sì, anche l’amica che era venuta a trovare la coinquilina cinese!

Abbiamo buttato una quantità enorme di briciole contenute nel toaster, piombate nel sacco dell’immondizia come quando da bambini si giocava a rovesciare il secchiello e la sabbia fine. Solo che da li’ sono uscite una o due bestioline volanti. Abbiamo pulito superfici e microonde, quello che puzzava ormai di morte e finalmente abbiamo fatto una enorme pila di quelli che sembravano gli intoccabili leftovers, i rimasugli delle persone che avevano vissuto nella casa. Cibi aperti in una casa piena di farfalline e, sembra, in passato, anche di intrepidi topolini.

La pila dei leftovers è qualcosa di incredibile e la presenza della ragazza cinese è stata fondamentale: non saremmo mai stati in grado di capire quali fossero le cose abbandonate e quali no! Il coinquilino inglese ha lasciato un messaggio con un ultimatum “se volete qualcosa da questa pila: ora o mai piu’!” e persino gli altri coinquilini che si sono aggiunti dopo, per cucinare o far finta di pulire, hanno convenuto che i leftovers dovevano finalmente sparire. Un enorme passo avanti, credetemi.

Dopo un paio d’ore eravamo veramente stanchi ma è successo qualcosa dentro di me.

Io non volevo salire in camera.

Volevo continuare a parlare con i coinquilini per conoscerli meglio, lo trovavo piacevole.

La ragazza cinese ci ha offerto un tea del suo paese, uno che fa bene allo stomaco delle donne, costosa bevanda dal sapore deciso e caldo ed ha poi iniziato a cucinare qualcosa per la cena. Qualcuno saprà che l’Asia esercita un forte fascino su di me, così sono andata a curiosare ed il fato ha voluto che anche la mia coinquilina fosse vegetariana.

“Vuoi assaggiare la cucina cinese fatta in casa”?
Bingo!

Abbiamo iniziato a preparare la nostra cena con le poche cose che avevamo disponibili, dell’insalata della scatola, un pomodoro, un avocado e delle fette di pane Irlandese e ci siamo trovati a mangiare tutti assieme – beh, noi due e le due ragazze cinesi – condividendo piatti e racconti.

Ho lavato i piatti volentieri e sono tornata in camera mia che ero piuttosto serena. Un altro limite, mio, è stato superato e porto con me la conferma che il lavoro di squadra paga sempre e nella pancia la gioia di poter smentire ben piu’ di un pregiudizio altrui.

Cina 1, Europa 0.

 

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Situazione cucina comune. Il giorno che arrivammo.
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La situazione della doccia quando arrivammo.
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La situazione della riciclabile il giorno che arrivammo.
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Buongiorno!
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L’immensa pila di leftovers.
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La prima cena insieme. <3
PERCHE’ VIVERE AD EDIMBURGO?

PERCHE’ VIVERE AD EDIMBURGO?

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Foto dell’ultima giornata fuori passata ad Aberdeen

“Quattro anni qui, Alessio, quattro anni qui io non ce la faccio”.

Questo ho detto a mio marito quando arrivammo ad Aberdeen e invece ce l’abbiamo fatta ma non è stato facile niente.


Ho infilato il piede nella trappola alla colla lasciata a terra per fermare le farfalline della moquette ed ho pensato “benone”. Benone quello più la situazione della sporcizia nella cucina e nel bagno in comune.

Benone.

La mattina dopo non mi fregava più nulla, non della casa condivisa, non della immondizia, non della moquette sporca. La nostra camera è la nostra tana e dalla finestra sogno.

Se scendo in strada mi accorgo che sono sveglia, sono ad Edimburgo e ci vivrò fino a Settembre.

Oggi c’è un sole giallo ed io sono viva in mezzo a persone come me, veloci, sdraiate nei parchi, sorridenti ed educate. Sento lingue da tutto il mondo, riconosco l’Italiana che serve il caffè in un posto carino, riconosco che sono tutti posti carini ed il cibo non avete idea di cosa sia. Qui.

Qui le cose capitano, non le devi neanche cercare. Ci inciampi dentro e poi sta a te decidere cosa fare.

Ci sono state tante giornate fatte di tempo miserabile e non è importato neanche quello, né a me né alla gente di qui che usciva in massa a popolare parchi, strade e locali. Non ci sarà l’estate Italiana ma torno a casa sempre con le guance scottate e rosse.

Edimburgo è vita.

Giro un angolo diverso e trovo ancora vita, ancora locali, ancora verde, ancora gente. Avevo pensato lungamente a come passare la mia estate qui, volevo segnarmi in palestra come l’anno scorso e lo volevo tanto. Ad Aberdeen mi era necessario, era una cosa da fare in una città con pochi stimoli. Qui non posso pensare di andare a chiudermi in palestra quando posso camminare, quando posso uscire. La mia vita in Aberdeen è la mestizia di un giro in centro ed un cinema ed ero ormai così abituata da essermi subito informata sul cinema indipendente più vicino alla casa di Edimburgo.

Il cinema indipendente c’è.

Ma chi vorrebbe mai chiudersi in un cinema a vedere le vite degli altri quando puoi vivere la tua in strada?

 


Quella volta lui mi rispose “Serena, sono già passati due giorni”.

Ora posso dire che sono invece quasi passati quattro anni e va bene così per davvero. Torneremo ad Aberdeen per finire l’Università, ci godremo gli ultimi 8 mesi e saremo poi liberi, con sottobraccio tutto quello per il quale abbiamo lottato tanto.

Questa volta liberi davvero.