Bastava Chiedere! di Emma

Bastava Chiedere! di Emma

Bastava chiedere! di Emma, prefazione di Michela Murgia

Quando si poteva ancora viaggiare, ho chiesto a mia madre di portarmi Bastava Chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese) che ha una bellissima prefazione di Michela Murgia e dei disegni che diventarono virali e forse conoscerete.

Se la donna si ferma non funziona più niente. La vera padrona è lei. Per molto tempo questa narrazione dei rapporti di potere mi è bastata perché aveva una sua autoevidenza, sebbene sentissi che conteneva anche qualcosa di radicalmente falsato.

Se infatti era vero che mia nonna aveva le chiavi di casa, era altrettanto vero che non ne usciva mai.

Michela murgia


Bastava Chiedere! è scritto ed illustrato da Emma, una informatica e fumettista francese e di questo libro oggi vorrei parlarvi. Mentre mi leggerete, vi prego di abbassare le difese, essere onesti e di pensare non a voi e al vostro caso specifico ma alla big picture. A quello che le statistiche ci dicono quando si parla di realtà e non di percezione di essa.

Non dico che sia così per tutti e neanche che sia solo qualcosa del passato ma molti di noi sono stati cresciuti in famiglie dove i ruoli erano divisi in modo abbastanza netto.

Il padre al lavoro, la madre con i figli, se andava bene con un lavoretto. Mondi che si scontravano sotto il peso delle rispettive frustrazioni, ognuno convinto di avere in mano il bastoncino più corto, lui che doveva lavorare, lei che doveva stare in casa.

Ancora oggi ci sono una miriade di coppie che per motivi diversi hanno deciso di proseguire in quella direzione e per diverse di queste, il gioco funziona.

Non può chiaramente funzionare per tutti e quando ti specializzi, in qualsiasi ambito, ci sono cose che perdi, se i compartimenti sono compartimenti stagno.

Nel libro di Emma la riflessione parte dal “bastava chiedere“, quella frase che viene pronunciata quando la donna inizia a girare per casa ed esausta chiede supporto, magari comunicandolo senza aggiungere fiocchi. Di fronte ad una donna che si attiva anche in casa, dopo averlo fatto magari anche sul lavoro, e si dichiara stanca, un’altra frase tipica può essere il “nessuno te lo ha chiesto“.

In effetti è così e ricerche francesi ci raccontano un uomo che da single bada ad ogni aspetto della sua vita ma che quando si sposa cede il passo alla donna, che nel matrimonio guadagna un’ora extra di pulizie e riordino. Solo lei. La donna cresce imparando a prendersi cura, anticipando i desideri dell’altro e viene considerata malevolmente per qualsiasi cosa che non vada dentro casa sua: dal bicchiere non lavato, alla camicia non stirata di lui.

C’è una scena in quel filmaccio che è “Storia di un matrimonio” dove viene detto quanto segue:

Bastava Chiedere! E simili nel film “Storia di un matrimonio” con Laura Dern, premio oscar

E dopotutto ancora oggi sento dire, con orgoglio, cose come “mio marito mi aiuta in casa“, come se la casa fosse cosa sola nostra. Di contro non vedo atroci sensi di colpa in chi ha deciso che in casa farà poco perché non gli spetta, ha già il suo lavoro e vuole rilassarsi (la sua partner potrebbe dire lo stesso?).

A ciascuno il suo, mi direte, ma il primo lavoro – quello dell’uomo – genera stipendio, pensione e diritti, il secondo – l’occuparsi della casa – sparisce e non viene considerato. È gratuito. In tutto questo l’amore può non essere eterno o cambiare e senza le stesse possibilità economiche si può finire con il rimanere in una relazione per mero bisogno. Per non versare gli alimenti, per non far male ai figli, per sopravvivere…

In tutto questo l’asilo non è mai gratuito, vi siete mai chiesti perché’? Perché c’è la donna e ci sta che questa rinunci al suo lavoro, che dopotutto, che madre sarebbe altrimenti? Quando la donna lavora le sentiremo dire “lavoro part-time per pagare l’asilo” e non “io e mio marito lavoriamo ma guadagnamo meno per pagare l’asilo del figlio che abbiamo avuto assieme“, quei soldi che escono sono colpa sua, di lei. E chi rimane tardi al lavoro quando ci sono i figli a casa? Chi dei due può far carriera veramente quando arrivano i figli?

E poi mettici la depressione post-partum, raccontato benissimo dal film Tully. Charlize Theron è donna esausta che ha messo al mondo un terzo figlio, che ha un marito che lavora ed il congedo parentale spetta solo per lei. Che vuole far tutto, far tutto bene e fondamentalmente non fare schifo. Questa donna ha il post-partum o è stata abbandonata a se stessa?

In Svezia, padri e madri possono dividersi il congedo parentale di 480 giorni pagati all’80%. Non solo, gli svedesi hanno 90 giorni riservati alla madre e 90 giorni riservati al padre. Che vuole dire? Che il padre ha diritto e dovere di stare con il bambino in via esclusiva per tre mesi.

In Italia il congedo parentale obbligatorio per i padri è salito da 5 a 7 giorni solo qualche mese fa, nel 2020. In cosa sette giorni possono fare la differenza e togliere il carico? E quanto questo penalizza anche il rapporto padre-figlio?

Nel frattempo la società a noi donne chiede di far figli o saremo egoiste, senza mai dirci che esistono mostri che sono diventati genitori e che questa decisione andrebbe valutata e sentita, non dovrebbe essere un dovere morale e neanche l’unica opzione per realizzarsi. Alle donne, di contro, la società chiede di investire tutto ciò che hanno, tempo e denaro, nel prendersi cura e non nel realizzarsi – una donna non realizzata non importa – ma nell’essere gnocche, sorridenti, tranquillizzanti e calde. Finche’ non invecchieremo abbastanza da essere nonne o essere niente.

Nel libro di Emma troverete anche un capitolo dedicato alla parola delle donne, che vale meno. Di fronte ad uno stupro – e raramente ci sono delle prove schiaccianti – troviamo più facile dire “lei è una pazza che vuole rovinarlo” che mettere in dubbio la parola di lui. Perché?

Le statistiche non dicono questo, le statistiche dicono che le donne muoiono per mano degli uomini. Cosa c’è di incredibile nel dire che alcuni di queste le violentino anche?

Uno studio americano ha dato la possibilità a 200 studenti di analizzare un ipotetico caso. Due utenti, Jason nel primo test e Alicia nel secondo, si esponevano con rabbia per portare avanti le proprie convinzioni. A causa di quella rabbia, ammessa nell’uomo e non tollerabile nella donna perché presa per isteria, il 18% degli studenti ha deciso di cambiare la propria idea di fronte alla sicurezza di Jason. Nessuno per quelle stesse parole scritte nel video da Alicia. Eppure la rabbia è un sentimento come gli altri e non è un brutto sentimento, nulla che si debba nascondere. Ma nella donna non è accettabile.

La violenza sessuale fa parte di una cultura dello stupro nella quale siamo immersi e comprende tutte quelle situazioni dove la donna è a disagio e l’uomo si impone, con frasi, mani o peggio. Di fronte a queste violenze che tutte – tutte – abbiamo provato sulla nostra pelle, la reazione più banale è quella di dire “ma allora non potremo, noi maschi, più fare nulla” e sgomitare per aggiungere “altrimenti quelle ci denunciano“. Nel mezzo di queste ulteriori accuse, che davvero non ci sta mai bene niente (neanche di essere violentate o molestate, pensa!), rimaniamo vittime e rimaniamo sole.

Per tutti questi motivi vi consiglio il libro di Emma, bastava chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese), un fumetto femminista che ogni donna (e ogni uomo) dovrebbe leggere.

Questo articolo non è una battaglia tra i sessi ma una chiamata alle armi, possiamo fare meglio di così e ce lo dobbiamo.

Bastava Chiedere?

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Tanta voglia di Ramen, la ricetta veg

Tanta voglia di Ramen, la ricetta veg

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La ricetta del ramen vegano e vegetariano la trovate su YouTube

Un ragazzo con cui mi vedevo quando avevo vent’anni era stato in Giappone e mi aveva invitata a tornarci, come amici. La faceva così facile che quasi un po’ ci credevo che sarebbe stato in qualche modo possibile ma all’epoca non avevo veramente una lira e la cosa finì lì, sia con il tipo che con quel possibile viaggio da sogno.

Sono finita in Giappone quasi due decenni dopo quei baci e anche dopo la fine del mio amore per i manga ma quella per la terra del sol Levante non era una passione passeggera bensì un sentimento fatto di fedeltà.

Le stradine di Osaka, le viste mozzafiato di Kobe, Hiroshima con la dome, Nara, le città del nord oltre Sendai, i vicoli, i locali minuscoli, la gente, il silenzio lontano dal traffico, le cicale, le libellule, gli onsen, i konbini, il rumore dello Shinkansen e le musichette alle stazioni.

Tutto ciò è puro amore.

Ci sono tante cose che mi fanno pensare che non potrei vivere laggiù  – se non per un anno o due – ma di certo il cibo non è una di quelle.

Trovo infatti la cucina Giapponese una tra le più buone al mondo e sia io che mio marito prepariamo spesso piatti che raccontano quella terra meravigliosa.

Non per nulla ho realizzato su YouTube un tutorial su come preparare futomaki, uramaki (sushi) e onigiri e poi ci ho fatto anche una diretta per farlo assieme: sono ricette che fanno parte di me.

Sushi Vegano e birretta

E’ amore, un amore che passa per i piatti facendoli diventare non più esoticherie ma sapore di casa tua, quella che hai scelto e costruito.


Da mostly vegan (vegetariana da due decadi) non è stato però sempre semplice nutrirsi in Giappone e mentre ero lost in translation ho mangiato qualcosa che non avrei voluto ma nel mentre – migliorando le mie ordinazioni – raffinavo il palato, facendo due più due per una possibile lista della spesa.

Cucinavo già il ramen a modo mio in casa ma dopo il mio mese nipponico ho capito e perfezionato la ricetta della quale andiamo ghiotti.

La ricetta del mio ramen vegano (ed anche vegetariano, pensa!) lo trovi su YouTube ma in questo post vorrei omaggiare la gentilezza del caro amico Shin che pazientemente ha tradotto per me una ricetta autentica.

Se la parola con la V vi fa venire l’orticaria e di vegan volete solo i pomodori sulla bruschetta, è presto detto cosa potete cambiare: aggiungere e cucinare il maiale molto a lungo e usare la salsa dashi (a base di pesce) che troverete in qualsiasi piatto giapponese. Banzai, che vuol dire evviva in giapponese!

Basta poco per personalizzare una ricetta come il ramen, non fatevi intimorire e provate a farla vostra.

Se siete curiosi di assaporare un ramen vegano 100% autentico, ecco la ricetta tradotta dal nostro caro amico di Tokyo, che ci aspetta – coronavirus permettendo – per Aprile 2021.

Buon appetito o per dirlo in giapponese, itadakimasu, che esprime gratitudine per il pasto ricevuto.

Ramen Vegano, ingredienti per due persone

Mezza cipolla
2 spicchi di aglio
5 cm di alga kelp
2 cucchiaini di sesamo tritato
4 funghi shitake
4 tazze di acqua
2 tazze di latte di soia
2 cucchiai di pasta di miso
2 cucchiaini di soia
2 rametti di broccoletti
4-5 rametti di erba cipollina
Mezza alga nori
Schichimi, peperoncino giapponese disponibile qui
Olio di sesamo
Ramen noodles

Ramen vegano e vegetariano, la ricetta

1. Cuocere la cipolla tagliata e l’aglio sminuzzato per 5-10 minuti in una casseruola con l’olio di sesamo.

2. Aggiungere il sesamo tritato, l’acqua, l’alga kelp, i funghi shitake e lasciar bollire per 10 minuti.

3. Aggiungere il latte di soia, la salsa di soia e la pasta di miso.

4. Cuocere 20 minuti e versare in una ciotola.

5. Cuocere i noodles in una pentola con acqua bollente, scolarli e metterli della ciotola con gli altri ingredienti.

6. Decorare con erba cipollina sminuzzata, schichimi (nel brodo da dipendenza!) e alghe nori.

7. Spazzolare la ciotola!

Risultato finale del nostro ramen a base di latte di soia
Intervista con Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli

Intervista con Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli

In questi giorni di quarantena ho avuto modo di fare due chiacchere con Stefano di Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli di Tacco12.

Il tema? La vita di noi Italiani in Scozia al tempo del Covid-19. Altre informazioni potete trovarle nel mio canale YouTube.

Buona visione!

Video

Diretta instagram dalle mie prigioni (autoquarantena)

Nella mia prima diretta su Instagram parliamo di noia, provo a pronunciare la parola Plexyglass 40 volte e vi racconto di Boris Johnson e delle sue teorie sul coronavirus.

Che coraggio (quel vestito)!

Che coraggio (quel vestito)!

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“il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare”, Paulo Coelho

Scesa dall’aereo, a Fiumicino, ho notato una ragazza che doveva essere sul nostro volo. Era molto bella, una di quelle donne precise, quelle che anche dopo un pomeriggio in aeroporto riescono ad avere i capelli perfetti ed il viso rilassato e perfettamente dipinto.

Indossava una gonna lunga e sbarazzina che sembrava uscita da un catalogo di moda, asimmetrica ed un po’ gitana, con scacchi piccoli, bianchi e azzurri. Con un merletto di stoffa leggera.

Era una donna normale ma per me sarebbe potuta pure essere una modella, perche’ era proprio splendida da vedere.

Mi era davanti di qualche passo ed è stata notata anche da due commesse dell’aeroporto, che si parlavano da un negozio all’altro, ad alta voce.

“Hai visto che bella ragazza e che gonna?”

“Sì, certo è anche CORAGGIOSA“.

Ero senza parole.

Coraggiosa per una gonna?
Coraggioso indossare un vestito un pelo diverso?
E’ questo il coraggio?

Le due commesse non volevano dire nulla di male, forse c’era una punta di invidia, voglio pensare, ma ho provato una gran pena per tutte le persone che ragionano ancora così, e che, purtroppo, limitano gli altri aprendo bocca.

Qui negl Regno Unito ce ne sono molte poche – mi verrebbe da dire nessuna ma non sono fatta per mettere nero su bianco queste certezze – e per me è importante.

E’ essenziale, questa libertà.

Oggi sono uscita di casa con un vestito che ho messo una volta, in Italia, perche’ mi stava male. Tutto questo quando ero magra, quando ero magra come non mai, intendo.

L’ho ritrovato nell’armadio ed ho deciso di riprovare e mi stava decentemente ma si sa che il mio cervello da magra, in Italia, funzionava a scatti ed era vittima di quello che pensano “gli altri“, quelli ai quali non vai mai veramente bene perche’ loro non vanno – a loro volta – bene ad altri ancora.

Quel giorno mi beccai il commento piacione e sfrontato di un tizio al bar e dissi a me stessa che non lo avrei messo mai piu’. Indossavo le calze eppure sotto la gonna mi sentivo nuda.

Sulla via di casa incontrai per la prima volta degli amici di mio marito e volevo sprofondare per la vergogna. Il vestito era troppo, mi stava male, evidenziava le gambe e mi faceva troppo grosso il seno pur non avendo scollatura alcuna.

“Non me lo potevo permettere”.

Oggi sono andata a fare la spesa con le gambe scoperte, quel vestito ormai un po’ troppo fasciante ed i sandali dorati. Un cardigan morbido per coprirmi le spalle dal freddo.

Nell’insieme carina, io mi piacevo e mio marito mi ha fatto tanti complimenti ma in Italia non sarei uscita cosi’ e lo so bene.

Comunque, il coraggio è ben altro.

Questo, è tempo perso dietro al niente, mentre la vita passa.

Addio peli (diciamo!) con la luce pulsata Philips Lumea

Addio peli (diciamo!) con la luce pulsata Philips Lumea

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Addio peli con Philips Lumea Prestige?

È successo che tre anni fa eravamo poveri come la merda ed io me ne stavo con il culo all’aria ad incitare mio marito, dicendogli di farlo e subito.

“Strappa anche lì”.

L’antefatto è che da più di dieci anni sono entrata a far parte di quel culto dedicato al diavolo che si chiama “ceretta totale”, una roba inventata dal demonio (appunto) che ha fatto cadere tante di noi in una spirale fatta di appuntamenti dall’estetista e dolore fisico.

La differenza tra venerare il diavolo qui anziché in Italia è solo una: una ceretta Hollywood (giuro, la chiamano così) in Scozia te la fanno pagare 45-50 sterline ma ad Aberdeen la pagai anche 60.

Chiaro che se sei uno studente tutto questo non ha senso alcuno, soprattutto quando ti pagano il minimum wage ed il capo del ristorante dove lavori si ruba le mance per potersi permettere compagnia nelle fredde notti scozzesi.

Eppure, quando mi ritrovo in quelle posizioni orende o a tirare la striscetta completamente a casaccio, ecco che 50-60 pound non sembrano più così tanti.

Eravamo poveri come la merda, dicevo, ma poi è successo il miracolo e ci sono entrati i soldi, in più era Natale quindi il miracolo era uno piuttosto Disney, con Zio Paperone che sgancia il padao a Paperino e cannibalizzano un bel tacchino.

Era Natale ergo regali da fare ma non so come sia andata la cosa, probabilmente mio marito si è ritrovato mani e faccia piena di colla ed ha deciso che anche basta improvvisarsi garzone pela-patate e si è messo su internet in cerca di una soluzione tech.

Dopo lunghe ricerche ha comprato una epilatore (a forma di pistola) che prometteva la rimozione fino al 92% dei peli in meno di tre sedute e così sotto l’albero di Natale ho trovato la Luce Pulsata sotto forma di Philips Lumea (Se vivi in UK costa meno).

Funziona la luce pulsata di Philips Lumea?

Se vai sul sito della Philips a chiedere Oste, come è il vino? Ti diranno che questo epilatore alla luce pulsata ha una riduzione media del 78% dei peli sulle gambe dopo 12 trattamenti.

Su quanti l’hanno provata? 48 donne in Austria, che me pare pochino ma ao’, le beauty statistiche c’hanno mai senso?

Ha funzionato su di me? Questa è una storia molto divertente perché tre anni fa mi sparì una zolla di pelo ed ero così rincoglionita dall’essere una studentessa-lavoratrice, che mi dissi “è normale, sicuro a forza di strapparli hanno gettato la spugna”.

Neanche mi venne in mente di collegare la sparizione con il fatto di aver passato, svogliatamente la luce pulsata sulla zona incriminata.

Come avrete capito, aveva già funzionato tre anni fa e da allora in quella zona non sono più ricresciuti. Strano, ve lo dico, perché Philips Lumea Prestige promette no ricrescita per 6 mesi e non di più.

Come si usa la luce pulsata di Philips Lumea Prestige?

La pistola ha due beccucci, uno per le zone piccole ed uno per le zone più ampie ed il procedimento è semplice ma noioso: spara e spostati, spara e spostati.

Io ho sempre passato la Philips Lumea appena dopo la ceretta ma sarebbe meglio aspettare un giorno, per evitare casini.

Io vivo la vita loca e sono sopravvissuta ma leggete le istruzioni.

Fa male la luce pulsata?

La risposta secondo me è soggettiva, un pizzico lo senti ma soprattutto a volte la pistola si surriscalda e può dare un senso di bruciore. Immagino che nelle istruzioni dica tutto questo, quindi vi rimando a quelle.

Io trovo il dolore tollerabile, più un fastidio, spesso neppure quello.

Con quali pelo e pelle funziona la luce pulsata?

Questa pistola promette di funzionare su diversi tipi di pelle (vedi foto) e di peluria.

Se siete bionde o rosse vi attaccate, la luce pulsata su di voi non funziona.

In quali zone funziona meglio la luce pulsata?

Nella mia esperienza personale, la luce pulsata funziona benissimo sulla patata che è dove la pelle è chiara ed il pelo scuro. Solo che guardatela, la patata. Ci sono zone dove la texture cambia e la sensibilità pure. Ecco, lì la questione si fa complessa e si tratta pure di coraggio personale.

Philips Lumea funziona bene su gambe e ascelle ma nel secondo caso avevo veramente pochi-pochi peli.

Sulle gambe ha dimezzato i peli con una sola applicazione ma se avete letto le istruzioni saprete che ci vuole costanza.

Ce l’ho io? Ma figurati!

Consiglierei la luce pulsata di Philips Lumea? Recensione

Penso che in rete troverete diversi modelli, io posso consigliarvi solo la Philips Lumea perché la mia esperienza è stata solo con lei. Ho fatto un po’ di ricerche per questo post ed è piuttosto raccomandata ma è anche una bella spesa.

I risultati sono molto buoni ma rimangono peli qui e lì e devi starci dietro. Questo ve lo dice una persona che non ha seguito le istruzioni ma che è conscia del fatto che bisognerebbe ripassare dove la peluria è rimasta.

Personalmente la consiglio per persone come me, che sono stufe di andare tutti i mesi dall’estetista o di fare da sé portandosi via 3/4 di epidermide.

Philips Lumea Prestige la trovate qui (o su questo sito se siete in UK).

Partenze, il tuo controsenso

Partenze, il tuo controsenso

Arrivi dove altri partono.

Mi chiedo se il mio mondo non vada tutto al contrario, quando in aeroporto mi trovo dalla parte sbagliata. Agli arrivi dove gli altri stanno e stanno da sempre, alle partenze quando gli altri vanno via, per tornare al punto di partenza.

La freccia che mi indica la direzione sbagliata mentre i piedi vanno dritti dove devono, verso il posto che hai scelto, verso i dolori che questo comporta, verso le soddisfazioni che ti sei voluta cercare e prendere.

La freccia che puntuta ti ricorda che quando vai nel senso contrario allora il tuo percorso è un altro, la tua strada è un’altra, sei di quelli che se ne vanno dove altri restano, sei di quelli nati in un luogo dove forse non torneranno abbstanza a lungo nemmeno per morire.

Sei di quelli che pensano di sapere come sarebbe stato altrove e per questo fai le valigie con il desiderio di nuovi inizi, voci, persone e colori.

Di fronte a te la freccia contro ma anche la voglia di andare.

Come lo spieghi ad una che è andata a vivere in Australia che il mondo non è tutto possibile, tutto da scoprire, tutto da scegliere?

Come le togli l’illusione di poter decidere i propri passi tutti, la propria direzione sempre?

Non puoi, risparmia il fiato per altre battaglie.

Traccerò la mia direzione in barba ad indicazioni, frecce, percorsi già battuti, fossati, ponti che crollano e svolte obbligate.

Se oggi sono qui non è per caso.

Lo sento nello stomaco anche quelle volte che il cuore ancora piange all’idea di cio’ che è stato e non tornerà ad essere.



“If you don’t like where you are, move! You are not a tree”.

Quando caschi, ti rialzi

Quando caschi, ti rialzi

Provando le ali, in Giappone

Cinque anni fa, oggi.

Ho detto ad una mia collega di fare attenzione, che per terra era bagnato e sono volata con in mano il vassoio pieno con le posate da portare ai tavoli.

Ho visto tutto nero ed in quel nero solo una scheggia di bianco, l’osso che si rompeva.

Non avevo l’assicurazione da due settimane perché non mi ero mai fatta nulla in vita mia, perché ci stavamo ancora pensando, perché non lo credevamo possibile un passo falso.

Mi sono rotta una caviglia in Australia e con lei ho rotto pure i sogni, piombati per terra come palle che qualcuno aveva lanciato in aria, ormai stufo.

Sono state giornate piene di lacrime, la paura di esser rimessa su un aereo con la gamba ancora rotta o di dover pagare quel passo falso per il resto della vita in un Paese dove da straniero devi pagare pure l’aria, figurarsi l’ospedale privato dove mi avevano portata.

Ho tenuto botta sul momento, cercando di posare per terra il piede tutto storto e sperando in un miracolo che non è arrivato, Shin ha chiamato mio marito e quando è arrivato ho pianto dicendo solo “scusa“.

Non so cosa sarebbe successo se non avessi rotto la gamba ma cinque anni dopo posso dirlo: siamo stati saggi a venire a studiare informatica in Scozia.

Ci volevano disperazione, ovaie e coglioni e noi avevamo tutto questo anche se non lo sapevamo.

A volte si cade, ragazzi, ma un piede alla volta ti rialzi.

La vita è lunga, il riscatto possibile.

L’incapacità di dare feedback dei britannici

L’incapacità di dare feedback dei britannici

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“Anche un maiale puo’ arrampicarsi su un albero quando viene adulato”?

In tema di feedback, ho detto al mio capo che non avrei potuto lavorare uno straordinario e lui ha risposto, con un entusiasmo esagerato: “Sei una star“!

Lasciate in tasca i fazzoletti, una risposta così in Gran Bretagna non vuol dire necessariamente qualcosa di buono ma più probabilmente “stella mia, se fosse per me saresti già a chiede l’elemosina a Campo dei Fiori“.

Volete qualche prova che io non stia esagerando?

IN UNIVERSITA’, i feeback mancanti dei british

Vi presento una insegnante che mi sembrava pura luce e che al secondo anno mi comunica che i miei lavori sono “amazing, oh wow”!

Poi a quei miei lavori mette i voti e non sono mica tanto “amazing”, se mi avesse detto dove stavo sbagliando forse avrei imparato qualcosa e non mi sarebbe partito un “malimortaccitua” dalla difficile traduzione.

Ma niente, i feedback che mi sarebbero serviti sono arrivati solo una volta registrati i voti, elettronicamente.

Ho chiesto di poterne parlare per capire meglio per il futuro ma “quanto mi dispiace, ormai i voti sono effettivi”.

E già, se solo avessimo avuto tempo di parlarne durante i tre mesi che hai visto i miei lavori!

SUL LAVORO, l’incapacità di dare un feedback in UK

Vi presento il Maiale, ex collega estremamente capace di essere negligente con i disabili gravi che seguivamo assieme quando facevo la carer, anni fa.

Collega che mangiava tutto il loro cibo, metteva sulla nota spese le sue patatine fritte e la coca cola per fare i mega ruttini, dando ai disabili per cena scatolette della Heinz con una bella spruzzata di Ketchup per dare l’effetto gourmet. Il Maiale si faceva pagare 10 ore di lavoro ma arrivava sempre con sessanta minuti di ritardo al mattino e andava via un’ora prima perché “ho il cane da pisciare“.

Brava persona, poi vabbè, si scordava di dare le medicine agli epilettici ma nessuno è perfetto, dai.

Segnalato alla manager, una appena-appena meglio del Maiale, non successe nulla. Mi disse solo “grazie di avermi informata” aggiungendo mille moine, che è la traduzione britannica di “ma i cazzi tua mai? Gli occhi ce li ho, bella de casa, se volevo far qualcosa l’avevo fatta“.

Poi un giorno la Manager si congratulò con il Maiale per una banalità ma abbastanza forte da farlo scodinzolare per 20 minuti buoni, elargendo milioni di “well done, you are doing great!“.

Il giorno dopo il Maiale stava a casa dal lavoro.

Cioè era senza un lavoro, licenziata.

Se la manager avesse usato la bocca per riprendere questo personaggio o se fosse stata giusta come il suo ruolo prevedeva, forse il Maiale avrebbe imparato la sua lezione, rinunciando alla sua indole parassitaria per diventare un membro utile di questa società.

Ma siamo in UK ed è difficile che le cose te le dicano sul muso.

E’ vero che rispetto all’Italia vivi più serenamente, senza essere continuamente pungolato da consigli non richiesti e critiche continue ma saper dare (e ricevere) feedback è importante.

I feedback, le cosiddette critiche costruttive, concorrono a creare chi sei, nel mondo di lavoro, indicandoti direzione e strade da evitare.

Ricentrandoti e migliorandoti.

A mio avviso, decisamente più formativo di dire “brilliant” quando si sta pensando di licenziare qualcuno.

Quell’attenzione nel parlare tutta britannica che noi italiani prendiamo per gentilezza ed educazione, mi sa che spesso è noncuranza per i risultati ed un bel po’ di ipocrisia.

Viaggio in Thailandia, tra coccodrilli, svenimenti e pregiudizi

Viaggio in Thailandia, tra coccodrilli, svenimenti e pregiudizi

Bevendo acqua verde sul fiume Chao Phraya

L’arrivo in Thailandia – nome antico Siam – è stato agrodolce, sono atterrata reggendomi la pancia dopo la maledizione del viaggiatore conquistata in Myanmar ma anche con una deliziosa canzoncina che faceva “I can fly”, partita a tutto volume non appena l’aereo ad elica della Bangkok Airways ha toccato terra. Mi sono goduta l’insolita musichetta ma ancora di più l’imodium trovato al primo 7/11.

Le buone notizie non erano finite, infatti il marito aveva un imperdibile coso da catturare a Pokémon Go ed io ho approfittato del suo giretto per fare il mio primo massaggio. Ora, io sapevo che le cose le devi provare sul posto per capirne l’essenza ma non avevo ben capito che mi avrebbero fraccagnata di botte pudenda e tutto l’ambaradan durante tale pratica. Così ho capito, ma non imparato perché altrimenti non ci sarei ricascata più e più volte, che i massaggi nel sud est asiatico sono rilassanti solo quando finiscono e ti ritrovi, sorpresa e grata, ad essere ancora intera. Ciliegina sulla torta, la stessa sera del pestaggio stavamo tornando in hotel ed ho perso i sensi convinta che mi avessero messo qualcosa nel drink. Ho visto tutto nero, cieca e incapace di parlare. Una sensazione orribile ma come vedete l’erba cattiva non muore mai o non ci sarei più io ma manco i massaggiatori che riempiono di botte i turisti inconsapevoli.

In pieno Jet Lag troverò anche mio marito preso da brividi e febbre alta. L’Asia ti fa bene e cambia, evidentemente, ma solo se sopravvivi. Dopo diventa una gran figata, quindi arriviamo al sodo. Per informazioni sulle SIM per navigare su internet, sul visto, sulle prese elettriche e su tutte le altre notizie generali sulla Thailandia, vi rimando al post scritto per farvi organizzare, senza stress, un viaggio nel sud est asiatico.

Oggi si parlerà solo di lei, di come organizzare un viaggio in Thailandia!

Ho foto piu’ belle ma voi immaginavate che avessero la street art in Thailandia?

Cosa fare in Thailandia? Ma soprattutto cosa evitare in Thailandia?

Io ho deciso di non fare attrazioni al limite dello sfruttamento, no donne giraffa, no cavalcata sugli elefanti, no scimmie ammaestrate ne’ tigri sedate. Se capiti qui vorrei augurarmi che tu non sarai da meno ma purtroppo tutto questo te lo proporranno già in aeroporto, spacciandotelo per imperdibile. Per gli elefanti, esistono dei santuari dove gli animali vengono recuperati e puoi fare loro il bagno o dargli uno snack. Personalmente non sentivo l’esigenza di provare ma diverse persone hanno adorato questa esperienza e sono certa che tutti loro vi consiglierebbero di portarvi un cambio, che l’operazione non si può concludere senza un omaggio di fango. Popò, se sarete fortunati.

Poi certo, dipende da che ci vuoi fare in Thailandia, che ogni tanto vedi i cartelli di chirurgia estetica a 200 euro per il naso, 150 per il botox e allora forse il discorso si ampia un poco.

Malgrado quanto detto prima, io consiglierei a tutti anche di fare i fantomatici massaggi, valgono davvero la pena di essere provati e raccontati. Se sopravvivi, chiaro.

I templi a Bangkok, quali visitare? E a Chiang Mai?

In generale, noi abbiamo deciso di girare i templi più importanti sia a Bangkok che a Chiang Mai e anche se dopo un po’ potrebbero sembrarvi tutti simili – soprattutto se non è la vostra prima meta nel sud est asiatico – devo dire che ogni visita è valsa la pena perché all’interno di un tempio c’è un microcosmo di umanità, storie e tradizioni.

Come detto, anche i templi minori vi strapperanno una emozione ma reputo imperdibile la visita a Wat Pho dove ad aspettarvi troverete un gigantesco Buddha sdraiato, alto 15 metri e lungo quasi 50. L’intero complesso è molto grande ed è pieno di cortili e mini pagodine. Il costo, per gli stranieri, è di 6 euro. Wat Arun è invece un insieme di templi dorati e merita anche questo la visita. Noi lo abbiamo particolarmente apprezzato al tramonto e poi di notte. Meritevole anche il Buddha d’oro di Wat Traimit malgrado il mio tempio preferito penso sia Wat Ratchapradit, che è molto grande e abbiamo visitato praticamente da soli.

A Chiang Mai sono rimasta incantata dal tempio Wat Phra Singh con il suo colore oro ma personalmente la mia preferenza va a Wat Bupparam, con i Naga bianchi dagli occhi neri o colorati in oro e rosso. Conoscete Nāga? Secondo un locale incontrato non è che un serpente che voleva diventare un monaco ma Wikipedia non racconta la stessa storia quindi vai a sapere.

Come vi ho già ricordato nel post sul sud est asiatico, nei templi dovrete togliere le scarpe e coprire le vostre vergogne con i teli che troverete all’entrata. Se siete donne ovviamente che i maschi fanno quasi sempre eccezione. Molto bene!

Parchi, giardini e luoghi che vi faranno amare il vostro viaggio in Thailandia

Personalmente, abbiamo amato la Chinatown di Bangkok ma in quella città potrete letteralmente inciampare in angoli meravigliosi. Il consiglio è come sempre di guardare le guide (la Lonely Planet merita) ma anche di lasciarvi trasportare.

Saranrom Park è un parco che non vorrete perdere, è verde, ha il laghetto ed una serie di cartelli con simboli che vi faranno molto sorridere. Vi sfido a capirli tutti! In uno vedrete che è vietato rilasciare i pesci nell’acqua, cosa che sembrerebbe portare fortuna ed essere una tradizione thai. Lo stesso fanno con gli uccellini e ve ne accorgerete osservando i venditori con le gabbie in mano.

Malgrado queste tradizioni un po’ poco animaliste, in Thailandia ho percepito un grande amore per gli animali domestici. Diversi negozi hanno dei gatti all’interno e ogni baracchino un randagio accanto, che viene sfamato tra un avventore e l’altro. I monaci buddisti inoltre si prendono cura di branchi di cani, dividendo con loro il riso. Vale il buonsenso di non cercare di accarezzare gli animali randagi (rabbia, tigna, rogna…) ma nel mio piccolo ho sentito l’esigenza di girare con un po’ di croccantini e sono stati molto apprezzati.

Un pochino fuori mano troverete la statua di Re Chulalongkorn, Rama V. La visita ha coinciso con il nostro primo giro sul tuk-tuk e pensavamo che fosse anche l’ultimo visto che nulla ti separa dall’asfalto ma anche in quell’occasione siamo stati benedetti con la sopravvivenza. La statua è carina ma più che altro è tornando verso il centro che vi imbatterete in un parco che nel pieno della fioritura ci ha rubato il cuore. Nei giardini Thailandesi vi capiterà inoltre di vedere centinaia di persone fare sport assieme, chi con un istruttore a capitanare, chi in gruppo, chi da solo. I thailandesi corrono e lo fanno insieme, sapevatelo.

Non è possibile poi non segnalare il vero fiore all’occhiello quando si parla di parchi di Bangkok: il Parco Lumphini. Se vi steste chiedendo se esistano i coccodrilli in Thailandia, beh, se li mangiano e ne vendono le pelli ma in questo parco troverete una specie di rettile che i locali vi spacceranno, non so se con dolo, proprio per coccodrilli. All’entrata potrete infatti acquistare non solo la pappa per i pesci del lago ma anche quella per i varani acquatici asiatici. Con meno di due euro potrete affittare una barchetta per vederli più da vicino e l’esperienza di vederli nuotare merita tanto. In più ci saranno aironi, scoiattoli ed altri uccelli a farvi compagnia. Indimenticabile. 

Visitare i migliori mercati thailandesi

In generale, io credo che i mercati vadano visitati sempre, in qualsiasi città voi stiate poggiando i vostri piedi, perché niente ti racconta un popolo come il luogo dove gli abitanti si radunano per scegliere cosa portare in tavola.

A differenza del Myanmar, la carne non era lasciata alla merce’ delle mosche e questo grazie a semplici meccanismi roteanti che fanno svolazzare un cencio, continuamente. Vedrete, certo, topi sgattaiolare tra verdure e banchi ma anche tanti gatti ronfare, che dopotutto i topi sono grandi quasi quanto loro. E chiaramente ci sarà quello shock culturale di vedere gli animali, specie i pesci, presi dall’acquario e cucinati sul momento. Anzi, uno shock e basta. Sopratutto se avete un cuore veg.

Malgrado questo, i mercati valgono assolutamente la pena di essere visitati e dopo meno di una settimana dall’inizio del nostro viaggio, ci siamo piano piano sentiti anche pronti a mangiare come i locals e non siamo stati male, affatto.

Chatuchak è il mercato più grande ma è anche molto turistico (però ha un gelato al cocco che è la fine del mondo ed il parco vicino omonimo – Chatuchak Park – rimane molto bello) mentre se volete visitare un mercato galleggiante vi consiglierei Taling Chan Floating Market che è piccolo e secondo noi più autentico. Una volta lì non potrà mancare un giro in barca. Preparatevi a farvi una bella bevuta di acqua verdosa del fiume Chao Phraya e rischiare il colera.

Il mercato che proprio non consiglierei è il Patpong Nightmaket, che va bene per persone che amano comprare marchi contraffatti ed esseri umani. Avremmo preferito non passarci neanche eppure è su tutte le guide. Una volta lì dei buttadentro vi metteranno in mano le tariffe delle ragazze, che non chiameranno neanche come tali ma ridurranno a pussy. Pussy elettrica, pussy che fuma e così via. Deprimente, soprattutto quando vedi che tali menu sono disponibili in Italiano.

Ci sarebbe poi un mercato dove abbiamo trovato in vendita le pistole (vere, yes e no, non mi sono sentita sicura con tutti che le toccavano) che sta vicino a Chinatown ma non ricordo il nome ed ho gettato la spugna. La zona ricorda un pochino, vagamente, Akihabara e come nel quartiere giapponese troverete molte cose legate al mondo dei manga e anime. Come detto non ricordo il nome ma nelle storie instagram (ve le linko alla fine del post) potrete approfondire.

I mercati thailandesi: tra verdure colorate e animali venduti vivi.

Mangiare scorpioni, bachi da seta, vermi e scarafaggi durante un viaggio inThailandia

Devo ammettere di aver visto un baracchino che vendeva scorpioni e altri insetti solo in una zona estremamente “bianca” ed estremamente turistica. Tanto che mi sono chiesta se non lo facessero per noi più che per loro ma leggendo in giro sembra che questi snack siano effettivamente popolari e apprezzati dai locali. Personalmente, ai mercati ho visto giusto qualche bustina di bachi da seta croccanti.

Vi consiglierei, in ogni caso, di allontanarvi dalle strade troppo turistiche per arrivare nei mercatini frequentati dai locali, lì magari non troverete lo scorpione fritto ma qualcosa di molto più autentico. Come per esempio il cocco cotto alla brace e venduto da bere freddo, un sapore che ancora oggi mi manca. O un bel banana sticky rice venduto nella foglia di banano! Aprite lo stomaco, ce ne sarà per ogni gusto.

Corso di cucina a Chiang Mai, perché fare un corso di cucina durante un viaggio in Thailandia?

Abbiamo iniziato questa tradizione in Giappone, quando decidemmo di imparare a cucinare noodles e okonomiyaki e così abbiamo continuato a fare. Quando andiamo in Asia vogliamo approfittarne per imparare a cucinare i nostri amatissimi piatti tipici. Tra i corsi provati in Thailandia, non possiamo che consigliare “We love green, vegan and vegetarian market” perché avrete a che fare con una maestra dal cuore d’oro. L’insegnante vi porterà al mercato per farvi provare la frutta, spiegandovi verdure e  ingredienti e con lei mangerete quello che ricordo come il miglior red curry mai mangiato. Chilli Paste, Green Curry, Tom Yum, Pad Thai, salsa di arachidi, Yellow Curry, spring rolls, papaya salad e per finire un mango sticky rice. Queste ricette, che trovate trascritte per voi sul mio sito, una volta tornati ve le rivenderete a caro prezzo se sarete infami ma sul momento avrete una scelta più nobile: donare il cibo avanzato ai senzatetto che la maestra visita ogni sera. Inoltre, a questi corsi avrete anche l’occasione di conoscere altri viaggiatori, provenienti da tutto il mondo.

Mangiare in Thailandia. È sicuro lo street food thailandese?

A Chiang Mai i baracchini erano ovunque e lo street food la faceva da padrone, così come un contorno di immancabili scarafaggi e topi che di notte uscivano fuori per correre vicino ai piedi degli avventori. Sì, non è super piacevole quando hai le scarpe aperte ma vi giuro che vi pentirete di tutti i “no” pronunciati mentre ancora vi acclimatavate alla cultura ospitante. Allo stesso modo, come in Myanmar e nella maggior parte dei paesi del sud est asiatico, vi farà un po’ impressione vedere come lavano le ciotole. Non avendo acqua corrente in strada, solitamente insaponano e risciacquano i piatti in enormi pentoloni ma con una cura che vi scalderà il cuore, sembrano quasi coccolare ogni pezzo di posateria.

A Bangkok la situazione era meno problematica in termini di insetti ma erano comunque presenti così come i topi. Sul discorso della sicurezza di mangiare dai baracchini (e non solo) vi rimando al post principale sull’Asia ma ci tengo a dire che la voglia di provare – quasi sempre – vi verrà. Evitate passi falsi clamorosi ma non lesinate sulle esperienze che saranno spesso migliori delle aspettative.

E ricordatevi di Raan Jay Fai che a Bangkok ha vinto una stella Michelin con il suo eccezionale street food. Sembra che servano ore di fila per essere serviti e vorrà dire qualcosa, o no?

Thailandia e street food: Piatti pronti per essere puliti nella vasca di destra

Vegani e vegetariani cosa mangiare in Thailandia?

In generale, in Thailandia mangerete benissimo se siete onnivori perché i sapori sono decisamente buoni e la presentazione è spesso invitante. Malgrado il buddismo, non sempre è stato facile portare a casa un piatto senza brodo di pesce e qualche sorpresa non è mancata. Per questo se siete vegani o vegetariani e non di quelli che sgarrano, vi consiglierei la classica HappyCow App. Altrimenti, provate comunque a perdervi per le stradine della Thailandia e magari la scelta sarà ridotta ma qualcosa sono certa che troverete.

Dove alloggiare a Chiang Mai e Bangkok?

Non vi consiglio il luogo dove abbiamo pernottato a Bangkok ma era una catena, nulla di che. Grazie a booking e ad Agoda non avrete problemi a trovare un posto per dormire che vada bene per le vostre tasche. Noi con 7 euro a testa a persona siamo stati davvero bene ma probabilmente avremmo potuto star bene anche con meno e – chiaramente – anche con molto di più.

L’hotel di Chiang Mai era un pochino fuori dal centro ma questo non è necessariamente un male. Pulito, ha una lavanderia a due passi (essenziale se fai viaggi lunghi) e noi ci siamo trovati bene e lo trovate qui. Segnalo che il personale presente allora non parlava inglese, non una parola.

È sporca la Thailandia? Ci sono insetti in casa? La situazione degli scarafaggi? Malaria e Dengue sono frequenti?

Ci sono paesi, compresa la mia amata Australia, dove non potete pretendere di avere una situazione bugs free. Come sempre il mio consiglio è quello di girare con due prodotti chiave: il bio kill per evitare sorprese ed una DEET jungle formula spray che scongiuri la puntura degli insetti che potrebbero contagiarvi con malaria e dengue. Le casistiche esistono ed ho già affrontato la situazione nel post generico sul sud est asiatico, prima di partire informatevi bene.

Malgrado questo, scarafaggi in hotel non ne abbiamo mai avuti ma potremmo essere stati fortunati. Di certo, in giro per le strade c’era di tutto e questo – lo ripeto – è normale da quelle parti.

La cosa peggiore successa è stato trovarne uno dentro la barchetta / pedalò che avevamo noleggiato. Mi sarei volentieri buttata in acqua ma era verde colera e allora niente, siamo tornati per restituirla con 10 minuti di anticipo.

Poteva andare peggio, come quando mio marito è inciampato in un topo che correva per raggiungere gli amici!

Nomadi digitali in Thailandia

Abbiamo visto moltissimi nomadi digitali viaggiando tra Chiang Mai e Bangkok e sinceramente, in altri momenti della vita, avremmo vissuto in entrambe le città ma per un anno o due. Come sempre questi luoghi sono l’ideale perché il cibo costa molto poco e così il dormire. Considerate però tutti i lati negativi del vivere in un paese come la Thailandia, dove al suono delle campane ci si deve fermare per portare omaggio al Re. Questo senza neanche toccare tutto il discorso relativo alla sanità o il fatto che gli stranieri sono visti con un occhio un pochino interessato (vi ricordate la tassa sul prelievo messa dal Re? Se non ve la ricordate, ne ho parlato qui).

Personalmente io penso di aver accantonato l’idea del nomadismo digitale, il divario sociale mi arriva piuttosto intollerabile dopo un po’. Vicino alla statua equestre di Rama V non potrete che vedere il bello, un bello che urla perfezione all’occidentale (a me sembra Melbourne!) ma basterà prendere una stradina meno principale per trovare bambini scalzi e case di legno che cadono a pezzi.

Ci vivreste? Sta a voi.

Quel giorno, a Wat Ratchapradit – Chiang Mai, c’eravamo solo noi ed una manciata di galline!

Pregiudizi sulla Thailandia ne abbiamo?

Qui inizierei parlando di un pregiudizio che ad oggi forse avrete in tanti, poiche’ il settore turistico sta effettivamente crollando in termini di vendite. Sto parlando del coronavirus in Thailandia e di chi sta cancellando voli e soggiorni per paura del contagio. Per informazioni ufficiali non posso che rimandarvi sul sito di Viaggiare Sicuri ma ad oggi, Febbraio 2020, il coronavirus ha colpito solo 25 persone in Thailandia, di queste 6 sono guarite.

Parliamo ora dei miei, di pregiudizi. Non era una meta per la quale il mio cuore palpitava particolarmente e invece la Thailandia mi ha rapita, aiutandomi a superare tantissimi pregiudizi. Sì, ho visto il turismo sessuali con bianchi sessantenni con al braccio delle ragazze giovanissime, ho visto donne in reggiseno con lo sguardo più annoiato di sempre e sulle guide ho avuto modo di leggere di come gli occidentali non siano proprio ben visti grazie a personaggi simili.

Ma la Thailandia non è solo turismo sessuale, affatto. La prima sorpresa la ho avuta nel meraviglioso aeroporto di Bangkok, organizzato e pulito, dove fare una SIM per collegarsi ad internet prende un secondo e poi per la strada ho visto grattacieli enormi in costruzione, proprio dove nella mia mente immaginava solo tradizione. Vicino alla stazione di Bangkok mi sentivo a Tokyo e non è stata la sola volta che l’ho pensato. La Thailandia è in trasformazione ma non rinnega le sue tradizioni e radici.

Sebbene le moto di Bangkok siano pura follia (ma non ai livelli di Bali, dopotutto), a Chiang Mai un altro pregiudizio è stato cancellato quando ho visto con quanta calma guidassero i drivers del consigliatissimo Uber locale: Grab.

Sul fronte comunicativo, solo alla fine del viaggio ho capito che “a little bit” come risposta a “do you speak english?” voleva in realta’ dire “no”. Ma dopotutto in questo modo abbiamo vissuto avventure pazzesche, come quella volta che cercavo un bagno e la polizia mi ha risposto “sure” e messo in mano l’incenso da bruciare di fronte alla statua di Rama V. Fa ridere dai, ma non troppo che ho la vescica debole e l’ho potuta svuotare, pensa un po’, proprio in una stazione di polizia dove sono entrata tipo una disperata.

Anche in quella occasione ho potuto innamorarmi dei locali, che a volte ripagheranno forse noi occidentali con la stessa moneta con la quale noi continuiamo a depredargli dove fa più male (impossibile) ma sono anche gentili e luminosi in un modo che non avrei creduto.

Me li voglio ricordare così, mentre lavorano lunghe ore e per questo schiacciano un pisolino tra una pausa e l’altra nelle botteghe o quando mangiano il loro pasto mentre i clienti gironzolano, curiosi. I thailandesi con la loro naturalezza condividono, senza saperlo, una quotidianità che non avresti conosciuto se non avessi messo piede su quell’aereo per la Thailandia.

Questa era la mia Thailandia e come sempre vi aspetto qui, su Facebook e Instagram per i commenti. Ma soprattutto sappiate che su Instagram potrete trovare le storie in evidenza (ce ne sono tre, scorrete!) di questo bellissimo viaggio che mi ha preso il cuore.