Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale

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Lavorando sulle quote rosa.

Io piangevo e lui mi diceva “ma torneremo, vedrai che torneremo”.

Tutto questo succedeva su un aereo che dall’Australia ci portava a Bali e poi da Bali a Londra, che su quello che mi avrebbe portato ad Aberdeen mi sentivo carica come una molla e finalmente positiva.

La promessa che feci anche io, a me stessa, fu di non perdere mai di vista quell’obiettivo: studiare informatica per tornare in Australia dalla porta principale, con i contratti buoni ed il visto decente che sognavamo quando eravamo due Italiani con il Working Holiday Visa.

Il visto che ti permette di vivere e lavorare in Australia con appena 440 dollari e di tornare a casa, male che vada dopo un anno, con una piccola fortuna in tasca ed il cuore pieno di cose fatte dall’altra parte del mondo.

Malgrado quella promessa e malgrado le lacrime, io lo sapevo che le cose cambiano quando passa il tempo. Lo sapevo che quel bel visto sarebbe costato tempo, soldi ed energie e che avremmo dovuto volerlo davvero tanto.

Sapevo che il mondo, persino l’Europa che non volevo vivere, era troppo grande e troppo bello per fermarsi a quella prima idea.

Ho iniziato a studiare, è andata bene ed ho iniziato anche a lavorare da remoto, da casa, producendo grafiche, contenuti e siti internet per la mia azienda.

Sono una freelance con ore garantite e adoro questa mia libertà.

La titolare mi ha più volte invitata ad essere assunta, malgrado a volte la compagnia non se la passi benissimo, e a trasferirmi ad Edimburgo dopo l’Università o lavorare da tutto il mondo, ancora per lei.

Dove sarai Serena, tu me lo dovrai dire prima o poi“, mi dice spesso, chiosando.
Ed io ho sempre risposto solo con la verità.

Non lo so“.

Aver studiato e aver lavorato mi mette nelle mani un grosso potere, quello di poter sperare di esser ricercata dalle aziende che vorrei, lavorare in proprio, dall’ufficio o digitando da una spiaggia persa da qualche parte, come nomade digitale.

Le possibilità c’erano e per questo ho immaginato me stessa prendere in mano la mia vita, il prossimo Dicembre e poco prima della fine dell’università, ed iniziare ad applicare, con mio marito, solo nei posti che ci piacevano.
Solo per gli annunci migliori ed intendo migliori per noi.

Gran Bretagna, Australia, Svezia, Danimarca.

Magari persino l’America di Trump, se fossimo proprio stati pazzi.

Avevo paura di quel momento ma fremevo per vivermelo, per avere quel potere di poter mostrare le mie carte e ciò che avevo fatto e poter tirare le somme e decidere.

Beh, è arrivata prima la conferma per un contratto a tempo indeterminato per mio marito, in un’azienda di qui che se l’è messo sotto l’ala dal giorno numero uno nel suo summer placement, quell’attività che consente di fare esperienza mentre si sta ancora studiando.

La sua azienda è una di quelle compagnie che punta sul benessere dei dipendenti, che offre da bere, che porta tutti al pub a pranzo, che organizza attività ed, in più, paga molto bene e regala bonus che neanche ti aspetteresti.

Lui ha lavorato duro, 10 ore al giorno, per ottenere questo posto e prima della mail con l’offerta non riusciva a dormire per la paura di non essere preso.
Ci teneva.

È finita, lo hanno scelto.
È stato capace, ha dimostrato il suo valore ed è stato premiato, proprio lui che uscirà con una first class ma NON dalle università migliori della Gran Bretagna, come i suoi colleghi, che diversamente da loro NON era nativo di qui e che diversamente da loro NON aveva iniziato a lavorare come programmatore appena vent’enne.

È partito svantaggiato eppure ce l’ha fatta.

Abbiamo il contratto sotto gli occhi e da Settembre 2019 vivremo ad Edimburgo, la città che amo e che ci ha coccolati per una estate intera, facendosi apprezzare e conoscere per la bellezza che è.

Purtroppo però, a me dispiace di aver perso quel potere di poter decidere a Dicembre, mandando candidature per il mondo.

Scegliendo l’offerta più pazza, più giusta, più vicina a noi.

Mi dispiace di aver notato, tra le persone che facevano il tifo per noi e quindi tra quelle che ci vogliono bene davvero, una piccola mancanza di considerazione per il mio lavoro e la mia ambizione, come se – tanto per cambiare – il lavoro di una donna fosse un hobby e non una fame che parte dallo stomaco, tocca il cuore e arriva alla testa.

Come se non fosse una spinta a fare ed emergere.

Mi dispiace di non poter essere la nomade digitale che avrei tanto voluto essere.

Ma chi vivrà vedrà, mi dico, passano gli anni e cambiano le cose e stamattina mio marito mi svegliava per dirmi che in qualche modo faremo, per stare bene entrambi, che questa deve essere una nuova partenza.

Di certo non la fine.

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VIAGGIO A STOCCOLMA E QUEI PICCOLI SHOCK CULTURALI

VIAGGIO A STOCCOLMA E QUEI PICCOLI SHOCK CULTURALI

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Devo dire la verità.
Io Stoccolma non l’ho capita!

Mi è piaciuta e l’ho trovata vivibile e bella ma non penso di averne catturato l’essenza durante la mia visita di qualche settimana fa, sento anzi che sarei dovuta stare di più e questo malgrado la città si possa visitare – saltando questo e quello – anche con un WE lungo.

Quello che ho capito del mio viaggio a Stoccolma è che la città è bellissima, con la sua costa frastagliata ed i suoi quartieri piena di acqua e barchette. È uno di quei luoghi che siamo fortunati ad avere ad un tiro di schioppo, qui in Europa, per un viaggio romantico o con lo zainetto in spalla.

Ma poiché non sono stata in grado di capirla pienamente posso solo scrivere delle cose che mi hanno stupito di questa Stoccolma e dei suoi abitanti. Leggete tutto e ditemi: Vi riconoscete in quello che ho scritto? È stato così anche per voi?

– Il silenzio degli Svedesi

Appena scesi dall’aereo sembrava di essere in certi angoli del Giappone, dove tutti camminavano piano ed in silenzio.

La situazione è migliorata una volta in strada ma così come realizzai a Copenaghen, il tono di voce dei locali è molto più basso del nostro e ancor di più di quello scozzese.

Nel centro di Stoccolma.

– Il verde che circonda Stoccolma

Sul bus che dall’aeroporto di Arlanda porta alla città (il mezzo piu’ economico costa 40 euro a persona a/r e lo potete prenotare sul sito della flygbussarna), abbiamo avuto modo di osservare la natura che abbraccia il perimetro della città.

Mai visto tanto verde (parlo di boschi, non di giardini!) nelle vicinanze di una capitale.

Meraviglioso!

– I colori dei palazzi del centro di Stoccolma

Come sapete nel centro di Aberdeen è il grigio granito a farla da padrona e per regolamento comunale si è impossibilitati a costruire con una pietra/materiale dal colore più vivace.
Nelle numerose giornate uggiose potrete capire perché mi verrebbe voglia di buttarmi dalla prima scogliera.

A Stoccolma invece, i palazzi erano un tripudio di colori pastello: dal rosa al giallino.

Sembrava di stare a Roma, per certi versi e per questo mi sono sentita veramente accolta e ben disposta malgrado fossimo appena scampati ad un mega acquazzone.

Delizia colorata.

– I pagamenti senza la corona svedese

A Stoccolma accettava il bancomat anche il fruttivendolo con il banchetto in strada. Si può pagare con la carta ovunque e mi è quasi venuto da pensare che le banconote le reputino volgari e degne di esser maneggiate solo dai giocatori di Monopoli!

La cosa mi ha intrigata ma a fine viaggio mi son resa conto di non aver MAI avuto in mano la moneta locale e mi è sembrata una piccola perdita.

Sono chiaramente un’anziana inadatta a questo mondo futuristico.

– I bagni pubblici misti

In fila per la toilette ho trovato anche un uomo e dentro al bagno ne ho trovati altri tre.
Smarrita, pensavo di aver sbagliato entrata e invece eccoci nel futuro dove i bagni non sono divisi per maschi o femmine ma sono bensì misti.

L’ho adorato, anche basta con queste divisioni inutili! Un muro in meno tra i sessi, da questa parte di mondo.

– Lo shopping sfrenato

Nella zona dei centri commerciali, me possino se mi ricordo quel nome pieno di consonanti, ho avuto modo di osservare i locali fare acquisti. Non vedevo niente del genere dai tempi dei saldi a Roma, quando ancora c’erano i soldi.

Non so se fosse o meno un giorno speciale, se ci fossero degli sconti o altro ma ho provato del disagio di fronte a tutti quegli acquisti, mi sembrava poco sano.

Sono un popolo di shopaholic?
Difficile sbilanciarsi in pochi giorni di visita, eppure lo farò nel prossimo paragrafo. 😀

Vista dall’alto.

– Gli svedesi

Non so voi ma io sono cresciuta con questa cosa che gli svedesi son tutti boni e invece mi son trovata di fronte persone normali che però erano alte sei metri più di me, erano magri e se uomini, anche dotati di un torace piuttosto ampio.

Se donne, invece, ad un certo punto si creava una magia e sotto la maglietta compariva un grazioso cocomero.

Mai visto tante donne incinte nè tante donne così in forma durante la gravidanza.

Ma non avevano problemi di natalità??

Come detto, gli uomini non erano come avevo sempre sognato, ovvero assurdamente belli-biondi-e-con-gli-occhi-azzurro-cielo, in molti anzi sono stempiati e con un viso un po’ da ingegnere informatico. Non offendetevi, ne ho sposato uno che ha entrambe le qualità e son felice dell’acquisto fatto! 😀

Mi aspettavo una bellezza esplosiva mentre ho trovato degli esseri umani e va benissimo così, faceva parte del pregiudizio (in questo caso positivo) che vuoi o non vuoi hai verso le cose che non conosci.

Comunque, in tutto questo vedermi attorno stangoni e stangone, mi son chiesta quale sarebbe stata la mia vita sentimentale in quel di Svezia, dal momento che sono alta 1.65 e pure cicciottella ai lati.

Ma sia io che mio marito abbiamo ricevuto una mezza offerta per una cosa a 3 (quattro veramente), quindi mi sono messa in pace con il mondo. Magari in Svezia le traccagnotte come me son viste come primizie?

Non esageriamo ora, Serena, vola basso.

In ogni caso un’altra cosa che ho adorato della Svezia è l’apertura mentale degli abitanti che sono abituati ad avere una sessualità vivace, a mostrarsi nudi (vedi: le saune) e a vivere in un ambiente che mi è sembrato assolutamente gay friendly. Con addirittura un opuscolo pieno di consigli sulla comunità LGBT ad aspettarci appena atterrati in aeroporto.

Non li ho trovati particolarmente accoglienti o simpatici (vedi gli Scozzesi che son tutti moine o gli Americani) ma hanno di meglio: credono nella parità dei sessi e questo non per dire, ne parlerò tra un paio di paragrafi. Stay Tuned!

– Il movimento green a Stoccolma

Non mangiando carne nè pesce, ho sempre un po’ di paura quando viaggio perchè in alcuni posti ti ficcano pezzi di animale dove meno te lo aspetteresti.
Non è il caso di Stoccolma dove i locali vegan & vegetarian friendly sono ovunque e nell’aria si respira una corrente “healthy” che qui in Scozia ancora fatica a partire.

Forse per questo il sushi è ovunque tanto da sembrarmi essere il cibo Nazionale alla faccia delle polpettine svedesi? 😀

In Svezia tengono moltissimo all’ecologia (sono passati dal reciclare il 38% dei rifiuti casalinghi al… 99! Di questo numero il 50% diviene energia, bruciando.) e l’aria ha una qualità migliore di quella alla quale siamo abituati.

Mercatino dell’Usato in una giornata di Sole bello

– I papà Svedesi

La Svezia deve andare fiera delle sue leggi che consentono ai neo genitori di approfittare di 480 giorni per godersi il figlio naturale o adottato. Per 3/4 di questo periodo i due saranno pagati all’80% del loro stipendio, non bruscolini.

In più, e questo è meraviglioso, i padri svedesi sono presenti nella vita del bambino da subito – potendo prendere permessi su permessi o stare a casa al posto della madre – ed è frequentissimo vederli da soli al parco con i bambini o a fare la spesa con i neonati.

Conosco la resistenza di molte donne e ancora meglio conosco quella delle Italiane, ma in Svezia i papa’ allattano, biberon alla mano. Questo vuol dire che creano un rapporto con il bambino da subito, non aspettano che possa mangiare per potersi dedicare a lui. Tutto questo non credo che lo abbiano ottenuto in un giorno ma ce l’hanno fatta e possiamo solo che imparare.

La Svezia è un paese dove far figli, questo credo di averlo proprio interiorizzato sentendo parlare la mia amica che vive lì.

Dati alla mano, penso abbia proprio ragione lei.

– Gli alcolici in Svezia

Anche gli svedesi, come i britannici e gli australiani, hanno avuto dei bei problemi per colpa dell’alcool e qui il governo vieta di vendere alcolici sopra il 3.5%.
Questo vuol dire che nei supermercati troverete solo birre prodotte appositamente per il mercato svedese.

Questo “ostacolo” è facilmente raggirabile recandosi negli unici centri autorizzati ed a gestione statale chiamati Systembolaget.

– Pescare i salmoni svedesi

Mi sono sorpresa nel vedere alcuni personaggi pescare nel centro di Stoccolma ma leggendo i cartelli ho scoperto che qui è gratuito farlo. Non servono autorizzazioni (come in Scozia) ed anzi il governo invita chi lo desidera a tirar fuori dall’acqua salmoni e trote.

Pazzesco per una che non poteva farsi neanche il bagno al Tevere, figurarsi mangiarne un pesce che aveva nuotato in quell’acqua!

– Lo smarrimento della lingua: io non parlo lo svedese!

Mettiamola così.
A Stoccolma TUTTI parlano inglese o almeno così mi è sembrato ma c’è naturalmente dello smarrimento nel sentire volare nell’aria parole che non riesci proprio ad identificare.

In più cartelli stradali e la maggior parte dei cartelloni pubblicitari sono scritti solo in Svedese, il che rende un pelo difficile raccapezzarsi.

La Svezia è un paese che sarebbe perfetto per noi che lavoriamo nell’IT: potremmo esser presi per un buon lavoro e vivere utilizzando solo l’inglese, così come fanno in tanti (vi assicuro).

La cosa mi da molto da pensare ma se state valutando la Svezia come possibile meta per un espatrio io vi consiglierei di informarvi bene ma darei anche il mio modesto benestare. È un paese accogliente (non per nulla aprono le loro porte a 110,000 rifugiati ogni anno), la sanità è gratuita (sono richiesti piccoli contributi per le prime visite dal medico di base) e non c’è ostacolo (leggi: la lingua) che non si possa superare.

Solo tutelatevi, che la vita costa cara e un passo falso potrebbe crearvi dei problemi.

-“Il mio nome fa un po’ ridere ma voi riderete per quello che farò”

Forse non tutti sanno che l’eroina nazionale è PIPPI CALZELUNGHE, quella bambina che incantava mia madre quando era piccola ma che non ha avuto presa su di me. Se siete degli appassionati come lei, qui avrete pane per i vostri denti grazie a tutto il merchandising disponibile! L’unico problema sarà trovare i soldi che tutto costa carissimo quando sei un poraccio come noi. 😀

 


Con la cannella o il cardamomo. Buoni!

In Svezia dovete poi farmi la cortesia di farvi una sauna in mio onore, che non sono riuscita per mancanza di tempo. E di assaggiare il Kardemummabullar, il loro dolcetto al cardamomo, ma anche di fare una fotografia ad ogni cartello che vi augura un “HAPPY FIKA” come ogni Italiano che si rispetti e di provare il pane, che è buonissimo.
Vabbè che voi mi leggete dall’Italia e siete trattati anche meglio, ma insomma… per me è stata una sorpresa piacevole ed ho mangiato solo benissimo durante questa piccola avventura, il che non guasta mai.

E poi, come fanno loro le patate direi nessuno mai e ve lo dico da patatara d.o.c.

In ogni caso, alla fine del mio viaggio a Stoccolma, ho trovato anche un arcobaleno ad attendermi: la perfetta conclusione per una esperienza così bella nell’Europa del Nord.

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Chi vivrà, vedrà. 🙂
NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

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È successa questa cosa, che con le amiche parlavo solo di fighi e sesso e invece ora la metà delle nostre conversazioni sono sui nostri primi acciacchi, su quello che non digeriamo più come prima e, ovviamente, ancora sul sesso ma tra anziani ormai fragili.

Malgrado questo, se avessi dovuto parlare di me prima della gamba rotta in Australia, avrei detto di avere una salute di ferro. Da allora non ho fatto altro che vedere dottori e ospedali e allora forse è meglio se mi sto zitta.

Nulla di grave, per fortuna, ma anche a Roma non poteva mancare una visita al pronto soccorso (e lo sapreste se mi seguiste su Facebook).

Un giorno di Maggio mi sono addormentata grattandomi un polpaccio e mi sono risvegliata coperta di bolle calde. Con la mia fortuna sfacciata pensavo fossero di nuovo i bed bugs ma il marito era apparentemente intonso e non mi sembrava di avvertire alcuna feritina da morso.

Ho ingoiato qualche pasticca di Tinset e sono tornata un paio di volte in farmacia per cercare qualcosa di più efficace. Missione fallita, 48 ore dopo ero come la Pimpa ed in più single, che le mani erano così gonfie da aver dovuto rimuovere anello di fidanzamento e fede per non farmele amputare d’urgenza.

Decisa a risolvere la questione, mi sono diretta dal mio medico di base per la prima volta dopo quattro anni. Ero pronta ad esser cacciata via in quanto non più veramente Italiana per scoprire invece che per Roma io sono ancora residente nella casa che ho venduto nel 2016 e questo malgrado l’iscrizione all’Aire. La cosa mi ha fatta molto pensare.

Un altro giro in farmacia, questa volta con una ricetta, ancora un po’ di pazienza e l’inizio di un fastidio alla gola.

Sono in metro che penso “mi sto gonfiando DENTRO e morirò così”.

Aspetto qualche minuto e capisco che è solo un po’ di mal di gola ma ormai la situazione era piuttosto tragica.

Il giorno dopo ho organizzato un pomeriggio niente male per i nipoti, quattro bimbi che vogliono del tempo assieme a noi. Potevano scegliere tra cinema e giostre, hanno scelto le seconde ed io ho messo le mani avanti dicendo “solo 10 euro a testa in gettoni“. Il marito è svenuto di fronte a quella promessa che ci avrebbe ulteriormente impoveriti e sicuramente abbiamo litigato per questo.

Ma non importa, sono ancora gonfia e verso cena sento la dermatologa di famiglia e non è tranquilla come il medico base. Le medicine non vanno bene, serve qualcosa di forte. DEVO andare in ospedale.

Ceno sapendo che farò nottata al pronto soccorso quando sono scesa in Italia cinque giorni per fare ben altro. Quarantotto ore buttate così.

Prendiamo la metro e ci godiamo San Giovanni di notte, oltre le mura. Scatto foto come una turista e vengono tutte brutte per le troppe luci.

Penso che qui, proprio a San Giovanni, c’era mia nonna affacciata alla finestra, alla sera. Le fotografie non servono.

Questa comunque è la cronaca della notte passata al pronto soccorso, dopo quattro anni che sono via dall’Italia:

Capitolo 1: LA PENNA

Al pronto soccorso una donna mi invita a compilare un foglio con le mie generalità. Lo fa come se fossi sua sorella, in un modo spiccio che conosco bene e non sempre approvo ma c’era tanta dolcezza in lei.

“E ‘ndo sta la penna? Ma che se la so’ fregata pure stasera”?

Mio marito tira fuori la sua proprio quando la donna mi dice “gioia, fai una cosa, lascia perde di compilà che se la penna non c’è, non c’è”.

Insisto per usare la nostra e lui propone di lasciargliela. Non mi ricordo se lo abbiamo fatto poi, perché mi portano subito in un’altra stanza e mi dividono immediatamente da lui che passerà la notte insieme agli accompagnatori, lontano da noi malati.

Capitolo 2: IL TRIAGE

Prendono il foglio compilato e lo passano al computer. Sono codice verde, non in pericolo di vita e non avevo alcun dubbio malgrado quei cinque minuti in metro.

Anzi, la reazione allergica alla mia età mi fa quasi ridere, non so perché. Non me la sarei mai aspettata, non sapevo di essere allergica, proprio come quelle trasmissioni trash su Sky.

Al triage c’è un’altra donna, le spiego che vivo in Scozia e che sono iscritta all’Aire.
Al computer risulto ancora residente a casa di mia madre, lasciata due anni prima di sposarmi, probabilmente nel 2010.

Provo pietà per questo sistema di scatole chiuse, dove la verità non la sa nessuno, persino su una cosa semplice come una residenza. Pensare che io all’estero voto, quindi da qualche parte c’è un database aggiornato che dice che non vivo più in Italia e sono iscritta alla lista degli Italiani in quel di Aberdeen.

“Dovrò pagare”?
“Bella mia, fosse per me, proprio no… Ma voi siete Europa? Avete una convenzione”?

Sì, siamo Europa e per le emergenze pensavo fosse gratuito anche per noi ma ora mi sento presa in contropiede. La sua incertezza mi fa pensare, forse sbaglio io?
Non era un problema solo per medico di base e visite al CUP? Non lo so, sono confusa, sono stanca, mi starebbe bene tutto in realtà. Sto male, mi serve il cortisone e pagherò volentieri per risolvere, ho paura della possibile cifra ma siamo in Italia e non dovrei averne, dopo l’Australia lo so bene.

Prova ad aggiornare il mio indirizzo con quello scozzese, digitando lettera dopo lettera, piano, come farebbe mia nonna che non ha mai usato un computer e stampa lo stesso foglio tre volte. Per tre volte rimane nero su bianco l’indirizzo di casa per mia madre.

Da quando sono lì sono già stati strappati una decina di fogli.

“Guardi, se vuole può lasciare quello, mia madre ha le chiavi della casa… Se mi spedirete da pagare girerà tutto a me senza dubbio”.

Lei ci riprova ma nulla.

“Sai che c’è? Noi qui non vogliamo far pagare nessuno, ho solo paura che ti facciano storie dentro”.
Mi ripete per altre due volte quanto ci tenga a non far pagare nessuno – e l’ho trovata una cosa dolce da dire dopo un anno in Australia – e che ci sarà da aspettare un po’.

Capitolo 3: L’ATTESA

La traduzione di “aspettare un po’” mi era chiara fin da subito. Sono le 22:30 ed uscirò per le 2. Alle 7:30 devo uscire di casa per andare dalla dermatologa che vuole comunque vedermi.

Farò le ore piccole ma porterò i nipoti fuori come promesso.

Quando però non vengo visitata che all’una, realizzo che non uscirò mai da quell’ospedale per un’ora decente.
Mi promettono i risultati delle analisi in un’ora e mezza, sono speranzosa ma verrò dimessa solo alle 5 del mattino.

Capitolo 4: IL SENSO DI COLPA

I nipoti volevano uscire con noi, glielo avevamo promesso! È la nostra tradizione da tanto, da quella volta che uno dei quattro si fece forza per dirci “andiamo tutti insieme al cinema anche questa volta?“.
Lì ho capito che quello che era stato un episodio sarebbe diventato il nostro modo per ritrovarci, ritagliando del tempo solo per noi, tra Mc Donald’s, patatine, edicole, cinema e giochi.

E vomitate per loro in piscina o a karate il giorno dopo, che zia non si regola ancora molto bene con il nutrirli ma sta imparando.

Capitolo 5: LA DIAGNOSI

Sapevamo che sarebbe stato difficile capire cosa avesse scatenato la reazione, probabilmente qualcosa mangiato.
Vai a capire.

Non mi aspettavo invece lo smarrimento dei dottori: erano due e non avevano mai visto una reazione estesa come la mia. Ma sono medici di pronto soccorso e di cose strane ne devono aver viste eccome, forse volevano solo lusingarmi! 😀

Dai, non posso creder di esser stata così sfigatamente speciale.

Le analisi del sangue sono un po’ inguagliate ed ecco un nuovo capitolo per me ed il GP che dovrò trovare ad Edimburgo, mi dico quella sera.

La verità è che il medico di Edimburgo taglierà corto e non mi farà neanche parlare, una volta tornata in Scozia, aumentando la mia frustrazione verso il NHS.

Capitolo 6: IL MARITO

Esiliata insieme ai malati, mi avevano chiesto di lasciare fuori mio marito per una questione di rispetto ma una volta dentro diverse persone erano accompagnate ed un paio di queste anche sbaciucchiate dal proprio partner.

Io litigavo con mio marito per messaggio, entrambi frustrati.

Gli ho detto più volte di andare via, che stare in due a perdere il sonno senza potersi supportare non aveva senso.

Alle 4 del mattino sono andata a prendermelo, ero rimasta solo io nella saletta ed il tipo della reception mi ha dato subito l’ok. C’eravamo già dati un bacetto di straforo verso le 2 e sapeva che ci piacevamo, malgrado le liti via WhatsApp.

Capitolo 7: LO STATO DEL PRONTO SOCCORSO

Che poi è il motivo per questo lungo post.
Cosa mi ha stupito di questa esperienza al punto da scriverne?

No, non sono stata maltrattata malgrado certi atteggiamenti un po’ spicci (non nei dottori e neanche negli infermieri che sono stati grandiosi) ma personale non ce ne era proprio.

Ho aspettato quasi 8 ore seduta su una sedia con nessuno a badarci e saremo state una ventina di persone.

Ogni tanto un portantino portava via qualcuno che era lì dalla mattina per l’accettazione al reparto.

Una signora sulla cinquantina era su un letto con un braccio rotto, ha chiesto immediatamente aiuto per urinare, il che vuol dire che probabilmente ne aveva davvero bisogno ed urgenza.
Il primo portantino le ha detto qualcosa di non diverso dama non penso proprio, te gira la testa e mica te puoi alzà”.

Dopo 30 minuti è arrivato un suo collega, più gentile, ed ha promesso di informarsi con i dottori. La signora tratteneva la pipì da non so quanto ed io stavo male per lei. Malgrado la gentilezza quel ragazzo non è tornato ad aiutarla.

Dopo un’ora è arrivato un infermiere gentile e alla supplica della signora ha immediatamente provveduto.

A Roma siamo troppi, troppo stressati e forse lo capisco ma rimane una negligenza, rimane un torto ed una mancanza.

In quel momento però ho capito che io non posso vivere in una città grande e incasinata come quella che mi ha dato i natali, in un posto dove questa noncuranza è normale (*).  Io ho bisogno di una città che non sia morta e non dorma ma che non sia neanche un posto dove assistere a cose del genere.

In UK ho portato in ospedale dei ragazzi disabili che seguivo quando facevo la carer e sono stata in ospedale io stessa ed il personale era ovunque.

Dagli infermieri, agli impiegati dell’accettazione a loro, gli addetti alla pulizia, disponibili h24. Erano tutti sorridenti e pieni di premure.

In Italia per 8 ore abbiamo condiviso UN solo bagno, con un fiume di urina a terra ed un mega assorbente sporco di ciclo lasciato vicino al secchio. E sì, il cestino c’era ma diciamo che magari era stata la debolezza di una donna ammalata e chiudiamo un occhio sul suo comportamento incivile ma di cleaners neanche l’ombra.

Verso le 3 qualcuno voleva lavarsi le mani al lavandino e ci hanno informato che non era possibile perché “hanno chiuso l’acqua“.

Ma chi?
Chi chiude l’acqua dei bagni con 20 pazienti malati?

Non avevo alcun appetito, ero solo molto stanca, volevo dormire seduta e non ci riuscivo. In ogni caso non c’era nulla da bere o da mangiare, neanche a pagamento si intende.

Alle cinque del mattino il dottore gentile è tornato (con le analisi stampate ben due ore prima) e mi ha detto “non so che altro fare per te, meglio se fissi un appuntamento con una dermatologa“.

Gli ho confermato che l’appuntamento era stato preso e lui ha aggiunto “Cosa vuoi fare? Andare a casa?“.

Le bolle erano ancora lì malgrado l’iniezione di cortisone ma cavolo se volevo andarmene.

Siamo tornati al B&B che mi sentivo piena di forze malgrado la mancanza di sonno, rinvigorita dall’aria finalmente fresca sul viso. Ugualmente una volta a letto sono crollata.

Alle 11 mi sono svegliata che ero sgonfia, finalmente il cortisone aveva funzionato. Ad attendermi, purtroppo, anche i messaggi dei nipoti delusi da quell’appartamento mancato.

Che razza di viaggio!

CONCLUSIONE

Quanto stavo meglio prima dei 30, non avete idea! 😀


(*) Ma non fatemi parlare delle mie esperienze con il medico in UK, che veramente non c’è nulla da gioire e quando vivi tra due mondi come me hai tanti per motivi per esser grata e tanti per non esserlo. In entrambi i mondi.

LA VERITA’ (MIA) SUL CLIMA IN SCOZIA

LA VERITA’ (MIA) SUL CLIMA IN SCOZIA

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Sono arrivata in ufficio che l’acqua mi scendeva dalle maniche, come un fiumiciattolo, l’avevo dentro i pantaloni, dietro al collo e attorno alle braccia. I capelli ormai senza più una forma ed i piedi fradici. Avrei dovuto prendere un uber questa mattina, non avrei dovuto farmi i miei 40 minuti a piedi in queste condizioni e mai lo avrei fatto in vita mia, ma vivo in Scozia e questa è la mia vita e questo post lo scrivo così, da infreddolita e bagnata, nel mese di Agosto.

Le scarpe ad asciugare sul termosifose acceso dal collega scozzese, quello che ha freddo in Agosto, malgrado le leggende.

C’è un dovuto disclaimer prima di leggere e commentare questo post, non dovete darmi ragione ma vi chiedo di provare a mettervi nei miei panni e capire che per me questo clima è un dolore, non mi fa ridere, nel freddo non mi accoccolo vicino al caminetto, nel freddo esco di casa per lavorare e idem se piove o nevica.  Questo non accade un giorno, per una settimana, un mese o un semestre. Questo accade spesso. Non provo meraviglia nel calpestare la terra umida, non apprezzo i pantaloni sporchi di fango, non provo gioia nello scivolare su ghiaccio o acqua, non amo svegliarmi con il buio pesto e veder calar la notte nel pomeriggio, in inverno. Non trovo caratteristico il cielo grigio e neanche la nebbia, non c’è nulla che mi faccia dire come sia fantastico il meteo di qui quando è una settimana che piove.

Non mi sentirò in colpa per questo, è la mia vita e la conosco solo io e del clima scozzese NON sono innamorata.

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Adoro l’estate in Scozia. Quest’anno era un Mercoledì. @web

 

Prima di trasferirmi già mi conoscevo bene e non avevo dubbi su cosa avrebbe voluto dire per me vivere senza sole né sandali per quasi 12 mesi l’anno. Non potevo immaginare pero’ che non avrei vissuto solo senza estate ma anche con pochi colori attorno grazie al monocromo della città di Aberdeen, dove solo qualche porta di casa è colorata. Non avrei immaginato il riscaldamento acceso a Maggio. A Giugno. E di nuovo ad Agosto.

In Australia stava per tornare l’inverno quando scoprimmo che ci avevano presi all’Università ed eravamo reduci da una estate che sembrava un phon orientato contro il viso, soffocante. Un caldo che non avevo mai provato neanche in Africa, era un caldo diverso, che toglieva l’ossigeno nell’aria.

A me andava bene così, sapevo dell’esistenza delle stagioni, durante l’estate faceva freddo ed in inverno ecco che tornava il sole, per vederci tutti in spiaggia a festeggiar con i cappelli rossi da Babbo Natale.

Era un ciclo fatto di ragionevoli cambiamenti e sfumature che dal caldo portano al freddo e di nuovo al caldo. Lo trovavo naturale come l’Agosto ed il Gennaio di Roma, che sai arriveranno, li temi eppure come vengono ecco che passano.

Dello Scozia non mi era mai importato nulla, non ero una di quelle che dice “questa estate hiking in Irlanda“, no, io in estate preferivo andare in posti ancora più caldi di Roma, per prendere il sole, fare escursioni belle e tornare al mio libro. Mai sotto l’ombrellone, sempre a contatto con la luce. Sapevo che una volta ad Aberdeen tutto questo sarebbe sparito, avevo letto le statistiche, avevo contato i giorni di pioggia e visto le temperature ma una cosa era sapere, un’altra era toccare con mano quel cambiamento.

Per farmi forza leggevo il blog di quella che per me era la dea della caccia trasferitasi in Scozia, Riru Mont che si arrampicava tra le colline di Glasgow come una amazzone, i capelli al vento, il viso soddisfatto. Aveva le scarpe da trekking, i pantaloncini, le cosce tornite e le leggevi la felicità di vivere proprio lì, proprio in Scozia.

Leggevo i suoi post e cercavo di vedere al positivo, mi aggrappavo a tutto quello che potevo per iniziare con il piede giusto malgrado i mille dubbi.

Poi mi sono trasferita, sono arrivata il 16 Luglio del 2015 e mi ha accolto un freddo che mai dimenticherò, con una pioggia che tagliava il viso come lame. Ho detto più volte che per la prima volta, in quella occasione, pensai che non ce l’avrei fatta, che sarei voluta tornare in Italia, che avrei voluto piangere.

Sono rimasta, ci ho provato, ho pianto, ho combattuto, ho riso e ce l’ho fatta.

Ma nulla mi fa dimenticare che questo clima non è il clima che vorrei per me e che probabilmente non lo vorreste neanche voi, se poteste scegliere e zittirmi a colpa di “ehh, ma la Scozia è così”  o di “beata te” non mi aiuta e non capisco a cosa serva a voi.

Che sì, verso Agosto improvvisamente tutti invidiano il mio dover indossare il cappotto ma forse non sanno cosa voglia dire DOVER uscire indossandolo quasi tutto l’anno e aspettare il WE per ritrovarsi, quasi matematicamente, fregati da un tempo da lupi. E cosi’ quello dopo e quello dopo ancora. Non sanno cosa voglia dire svegliarsi con il buio dell’inverno e vedere il giorno morire nel pomeriggio, senza aver peraltro nulla da fare in una città come Aberdeen che al coperto, dopo le 5, ha solo il cinema ed il centro commerciale.

Mancanza di empatia e giudizi facili a parte, io capisco l’entusiasmo del turista, quello che becca una giornata di sole e pensa di saperla lunga, quello che scrive “e poi dicono che ci sia brutto tempo” sulla sua bacheca così come conosco persone che si sono rassegnate alla carenza di vitamina D, che ammettono di essere perennemente depresse (chimica ragazzi, non baggianate) e altre che amano il fatto di avere spesso giornate miserabili, che della Scozia apprezzano ogni lato e sfumatura. Capisco persino quelli del “ehhh, ma ieri era bel tempo“, come se a tutti bastasse quel ieri per far pace con un clima simile

Siamo diversi, ci sta, e ci sono decine di ragioni per la quali ti consiglierei di vivere qui come ci vivo io ma il clima scozzese non è per tutti ed è qualcosa che dovresti valutare prima di trasferirti.

Io comunque ora sono qui e ci provo.
Non è sempre facile, per me non lo è per niente, e mi voglio troppo bene per fingere che non sia così.
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La mia settimana di Ferragosto, Edimburgo

 

 

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO, FACCIO COME MI PARE, BLOG DA SEGUIRE, BLOG DA LEGGERE, EXPAT BLOG, VITA IN SCOZIA, VITA ALL'ESTERO, TRASFERIRSI ALL'ESTERO, VIVERE IN UNA CASA CONDIVISA, PERSONAGGI STRANI, PERSONAGGI ASSURDI, SCONOSCIUTI Ci siamo, ancora un mese e tornerò a vivere nella mia comfort zone, a casa mia, dove il bagno lo condivido solo con mio marito e la cucina la trovo come l’abbiamo lasciata uscendo.

Di questa esperienza nella casa condivisa avevo paura ma come tante altre cose, il peggio è immaginare cosa andrà storto perché poi, quando ti trovi nella mischia, non puoi che vivertela e cercare di farlo al meglio.

È un giorno dal cielo grigio in quel di Edimburgo, ho la finestra aperta per far entrare l’aria e sono appena tornata dal bagno dove ho trovato una magnifica sorpresa dorata che mi ha ispirato questo post e ora davvero non sto più nella pelle di cominciare!

Ecco quindi la mia classifica sui cinque coinquilini da incubo e, ve lo dico, uno solo io!

IL PISCIA SUL BORDO

Ho cercato nella mia mente un modo più nobile per descrivere questo individuo che non ha difetti, è simpatico, è alla mano epperò piscia sulla tavoletta del cesso come fosse un soffione da doccia olimpionico.

A parte questa cosuccia, forse un difetto lo ha: deve essere cieco perché quelle macchie dorate non mi sembrano proprio così difficili da notare e pulire via ma cosa posso chiedere ad un essere umano che vuole marcare il suo territorio e sentirsi più vicino al mondo animale che io tanto amo? Go vegan, bro!

IL SERIAL KILLER

Di questa figura mitologica ne avevo sentito parlare da svariati amici, è il coinquilino strano, quello che non ti stupirebbe di trovare sul giornale accusato di qualche efferatezza.

Ai tuoi danni.

Il serial killer vive nelle sue stanze, non parla ma quello che è peggio è che nessuno – o quasi – lo ha mai visto. Se è in bagno non esce finché il corridoio non è stato LIBERATO dalla presenza di altri umani. Se torna a casa corre subito in camera malgrado tu abbia lanciato un “Hello!” dalla cucina.

Dalla porta della sua camera non esce mai un filo di luce e neanche un poco di rumore. Il nulla. Hai provato a bussare in un paio di occasioni, per invitarlo a socializzare ed ha fatto finta di non essere in casa.

Benissimo.

Il serial killer esiste e nel mio caso dovrebbe andarsene via domani, lo ringrazio di cuore per questa emozionante avventura che mi ha portata a chiudermi dietro il catenaccio della porta della stanza.

LA ZOZZA LURIDA

Se per le precedenti categorie ho voluto lasciare un velo di mistero sul sesso dei personaggi, per la zozza lurida ho sentito il bisogno di scoprire le carte.

La zozza lurida lascia la sua tazza con i cereali al lunedì, ed un’altra al martedì e via dicendo fino ad avere un cacatoio al posto del lavandino della cucina.

Anche qui, benone.

GLI SCOPONI

Agli scoponi non importa di avere un letto in legno marcio, loro si ritaglieranno sempre un momento per produrre una melodia a base di gnicgnic, il rumore delle doghe che cigolano nella notte.

Che sia per questo che il Serial Killer non esce mai dalla sua camera?

Potrebbe.

IL PASSIVO AGGRESSIVO MUNITO DI POST-IT

È tutto un sorrisone quando ti incontra e non alza mai una polemica.

La polemica infatti lui se la lascia dietro, scritta su post-it che attacca qui e lì nella cucina, chiedendo rispetto per le cose comuni e non lesinando di singole/doppie sottolineature e punti esclamativi!!!

IL TIRCHIO

Questo personaggio è il nemico giurato del passivo-aggressivo. Alla richiesta di contribuire con i cinque fottuti pound delle spese mensili, il tirchio farà grandi sorrisi e orecchie da mercante, continuando a lavare i suoi piatti con il detersivo che gli hai pagato tu.

Per il passivo-aggressivo questo smacco vuol dire perdere il sonno (la colpa sarà anche degli Scoponi?) alla ricerca di una vendetta.

Quale cosa migliore di decidere di NON ricomprare la carta igienica se il tirchio non contribuirà alle spese?

È un piano infallibile!

Nel bagno e senza carta, il tirchio non potrà che comprendere il motivo di quella piccola tassa fatta di civiltà necessaria e amore per gli altri membri della casa.

Un centesimo alla volta, il tirchio ha però creato non solo una fortezza economica ma anche un solido modus operandi e nel cuore della notte porterà in bagno UN rotolo di carta igienica sottratto al lavoro, con lo scopo di utilizzarlo ESCLUSIVAMENTE per la pulizia del suo prezioso deretano.

Scacco matto!

Che dire, mai avrei pensato di vivere in una casa dove la carta igienica diventa un problema di stato ma se supero la notte potrò almeno dire addio al Serial Killer e questa è davvero una grande conquista.

Dalla casa condivisa è tutto, a voi la linea!

AFFITTARE CASA AD EDIMBURGO E SOPRAVVIVERE ALLE TRUFFE

AFFITTARE CASA AD EDIMBURGO E SOPRAVVIVERE ALLE TRUFFE

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Un posto bello di Edimburgo

In Australia mi sembrava che gli annunci delle case in affitto me li buttassero in faccia, a secchiate, non è stato invece facilissimo trovare casa ad Edimburgo e per questo motivo sono finita in una sharing house da 10 persone e due soli bagni. Una sistemazione che normalmente non sarebbe la mia prima scelta ma nella quale mi sono velocemente adattata, segno che tutto si può fare.

I siti da utilizzare per trovare un appartamento in affitto immagino li conosciate tutti, qui in UK si parla di Gumtree, Zoopla, Right Move e di molti altri che potrete trovare rapidamente, digitando le parole giuste su Google e compagnia bella. Qualora voleste condividere un appartamento vi suggerirei anche Spare Room e Room Buddies.

Il mio consiglio è quello di dare un’occhiata anche ai gruppi Facebook come per esempio Edinburgh Rent, Rent a Room in Edi, Edinburth Property to Let, il gruppo degli Italiani ad Edimburgo ed il mio preferito (grazie alle admin favolose) che è Italiani in Scozia.

Come affittare casa ad Edimburgo e sopravvivere ad una truffa?

Anche in UK è possibile affittare tramite trattativa con un privato o grazie alla mediazione di una agenzia. Ad Aberdeen sono stata molto fortunata ed ho trovato una casa moderna, con il bidet (!!) e senza carpet ed una landlady con la quale si può davvero parlare. Qui ad Edimburgo è stata la mia prima esperienza con una agenzia che, se seria, può essere veramente utile per affittuario e proprietario. Io non posso lamentarmi: sono venuti a cambiarmi persino la lampadina rotta del bagno e sono presenti con sopralluoghi periodici, per tutelare il proprietario.

Insomma, a me sono andate bene entrambe le esperienze ma è proprio cercando casa ad Edimburgo che mi sono resa conto del numero atroce di scam, ovvero di truffe online. Sono tantissime!

Uno immaginerebbe una truffa avvenire di nascosto, invece gli annunci vengono pubblicati alla luce del sole, sotto gli occhi degli admin che non possono controllare e/o sapere tutto e sotto gli occhi del team di Facebook e di quello di Gumtree.

Un consiglio? Se sentite odore di bruciato, scappate dalla trattativa e prendetevi del tempo per analizzare meglio la situazione e non fatevi MAI convincere a spedire del denaro per vedere un appartamento, che poi è anche il punto quattro della mia mini guida su come affittare casa ad Edimburgo e sopravvivere alle truffe:

  1. Campanello d’allarme se la casa è bellissima e con un prezzo fuori mercato.‌
  2. Se il proprietario inizia a dire cose tipo “sento che posso fidarmi di te, faremo le pratiche senza vederci perché io non sono ad Edimburgo al momento ma all’estero per lavoro”.

  3. Se il proprietario cita Gesù o Dio, lo so, è stupido ma è ricorrente. Si fingono brave persone e pensano che mostrandosi devoti possano passare per onesti. Assurdo.
  4. Se vogliono i soldi senza farvi vedere l’appartamento. no, ragazzi, non ci sono ragioni per accettare questo! Non spedite soldi per vedere un appartamento, nè una caparra nè tantomeno l’intero importo di una o più mensilità.

  5. ‎Se vi contattano per linkarvi un annuncio di un appartamento che sì, esiste veramente. Peccato che loro non siano veramente i proprietari! In questi casi basta contattare i numeri sotto all’annuncio originale e verificare.
  6. Se il profilo Facebook vi sembra insolito, con molti contatti che vivono in paesi molto poveri.

  7. Se l’inglese di chi scrive è pessimo.
  8. Se il proprietario non può farvi avere il suo numero di telefono britannico, adducendo scuse varie e fantasiose.

  9. Se il proprietario ha un profilo Facebook pubblico ma nessuna interazione con i suoi numerosissimi amici virtuali, aggiunti probabilmente solo per sembrare più credibile.
  10. Se il proprietario sottolinea da subito la sua posizione professionale. Perché mai qualcuno dovrebbe iniziare una mail dicendoti di essere un importante CEO? Fino a prova contraria sei TU quello che dovrebbe dare delle garanzie ad un proprietario. Quindi perché ?? Perché è un truffa, ecco perché. 😉

Spero questa guida possa esservi utile e no, non credo che questo elenco valga solamente in UK, credo anzi che possa valere in tutto il mondo. Per il resto, vi lascio come approfondimento al caro Joe Lycett che ha qualcosa da raccontarvi in merito. 😉

Video credits: @Joe Lycett

10 COSE DA FARE IN GIAPPONE (che non troverete sulle guide)

10 COSE DA FARE IN GIAPPONE (che non troverete sulle guide)

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Vuoi scoprire 10 insolite cose da fare in Giappone?

Ma come la scrivi una guida sulle cose da fare in Giappone se non sei riuscita ad imparare che un terzo dei nomi delle cose che hai visto? E se, in più, sei una di quelle che le guide le prende per avere un’infarinata generale ma poi preferisce perdersi per le stradine?

Il mio mese in Giappone è stato tutto una avventura fatta di camminate lunghissime, cibo sublime, risate e persone buone. In Giappone ho visto delle meraviglie che difficilmente dimenticherò ma una guida seria non sarei in grado di farla, non avrebbe avuto senso stare qui a scrivervi tutto quello che altri hanno scritto nei vari manuali di viaggio. Non sono la persona più adatta per dirvi quale sia il tempio più carino o il posto dove assolutamente fermarsi a mangiare, non ho preso appunti – mi stavo godendo il viaggio – non ho quel tipo di interesse né di memoria.

Quello che oggi invece voglio raccontarvi sono le 10 cose da fare, ma da fare assolutamente in Giappone, senza tirarsi indietro!

SPOILER ALERT: Il vostro viaggio sarà bellissimo!

Iniziamo!

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Godersi un bagno negli Onsen (le vasche pubbliche)

Di questo argomento ho già parlato (Leggi: IMMERSA NELLE VASCHE DEGLI ONSEN CON LE DONNE GIAPPONESI) ma voglio ripetermi.

In Giappone, i bagni pubblici sono DA PROVARE, una esperienza unica ed un momento di pace, godimento e riflessione.

Superate la vergogna, un culetto lo abbiamo tutti!

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Imparare il Japanenglish

Se non fossi stata in Giappone non ci avere creduto ma i Giapponesi NON parlano inglese sul serio, neanche le quattro parole con le quali noi Italiani spesso ci arrangiamo.

Sono in compenso estremamente cortesi e desiderosi di aiutare:

  • Portandoti FISICAMENTE nel posto che cercavi (esempio: quando ci perdemmo per piu’ di un’ora! nella metro di Osaka).
  • Usando un device elettronico per tradurre in tempo reale
  • Con il linguaggio del corpo

Ho avuto la fortuna di rompere non uno ma DUE cellulari in Giappone e alla fine ero sicura di aver imparato la loro lingua e di capire tutto quello che mi dicevano.

Non so se sia vero ma ad oggi ho ancora un Sony Zen acquistato da qualche parte in quel di Kyoto.

Ordinare da mangiare senza il menu’ inglese

Come detto sopra, in Giappone non tutti parlano l’inglese, anzi pochissimi lo fanno e cosa ancora più bizzarra: diversi locali decidono di NON tradurre il proprio menù.

Come fare ordunque ad ordinare?

Se vi dicessi che esistono delle App per fotografare i kanji ed ottenerne la traduzione non vi racconterei certo nulla di nuovo! Vi inviterei invece, qualora non abbiate allergie e non seguiate diete particolari, ad ordinare alla cieca.

Non sarete delusi, ne sono sicura!

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Conbini a tarda sera (quando le cose vanno in sconto)

Il mio primo pasto in Giappone è stato un onigiri del 7-Eleven, in uno dei conbini (convenient stores) di Osaka: per meno di un euro mi sono portata nello stomaco del riso delizioso e perfettamente condito.

Avrei dovuto riempirci la valigia prima di tornare in Scozia, maledetta me!

Se penso al cibo giapponese inizio a salivare e non posso farci niente, sono come Homer con le ciambelle o il povero cane di Pablov con i campanelli. Vorrei infatti potervi consigliarvi alcuni posti dove ho mangiato in modo incredibile ed altri, veramente pochi, che invece vorrei farvi evitare.

Ma come detto non sono in grado di star qui a fare una guida seria!

Quindi il mio consiglio può solo essere di lasciarvi un posticino nello stomaco, dopo cena, per fare una capatina ai vari conbini e scegliere uno dei prodotti che vanno in sconto perché in scadenza: Proverete cibi nuovi a prezzi imbattibili e tanto glorioso sushi di pesce del giorno.

Karaoke

Il karaoke in Giappone non ha niente a che vedere con il canta tu di Fiorello.
E’ pura, pura follia.
Chiusa la porta, i Giapponesi prendono a ballare come nei video pop di MTV, vanno a ritmo, muovono le mani, danzano come delle star e cantano, deliziosamente.
Una delle sere piu pazze della mia vita.

Sará che non mi drogo?

Purtroppo senza un amico giapponese non sará la stessa cosa quindi cosa state aspettando? Trovatene uno, presto!

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Mangiare un MOCHI per ogni città visitata

In comune con gli Italiani, i Giapponesi hanno qualcosa: l’ossessione per il cibo! In ogni cittá troverete una specialitá diversa e più di tutto vi consiglierei di provare i mochi tipici. Il più buono? Quello di Osaka, ripieno di panna e frutta gelata.

Nelle fermate del treno e della metro troverete tanti negozi pieni di golositá e di scatole di cibo tipiche da portare con voi. PRENDETELE! Non le ritroverete nella città successiva.

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Timbrini

All’inizio del vostro viaggio ricordatevi di portare con voi non solo passaporto e il Japan Rail pass – l’abbonamento che da a noi stranieri il diritto di viaggiare sui treni veloci pagando molto ma molto meno – ma anche un piccolo quadernino bianco!
Vi sarà utile per collezionare i vari timbrini che le varie location mettono a disposizione per i turisti.

Neanche a dirlo: sono uno più bello dell’altro!

A fine viaggio avrete dei ricordi bellissimi e quella piccola prova: siete davvero stati in tutti dei castelli, templi e città! Non era un sogno!

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Comprare un vestito

Un freddo porco dopo giorni da sciogliersi mi beccano ad Agosto nel Nord del Giapponese, in quel di Morioka. Io sono quella con un vestitino senza maniche e la pelle d’oca dal collo in giù.

Non avevo messo in conto di comprarmi un vestito in Giappone dove le ragazze sono tutte super minute ma il Dio dei viaggiatori infreddoliti mi ha presa con sé per mostrarmi la verità: le giapponesi hanno una moda LARGA e comoda, con maglioni, pantaloni e gonne extra large, salopette con zampone d’elefante e così via.

Provo una M pregando gli Dei di cui sopra e infatti va.

Ne esco con uno spolverino peloso color carta da zucchero.
Già immaginavo la gente fermarmi e chiedermi “ma dove hai preso questo capino?” ed io chiosare “ma in Giappone, al nord” (*).

Mio marito invece dice che sembro questo pupazzo dei Muppets.
Onesto.

(*) Cosa effettivamente successa, alla faccia del marito poco fashion!

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Montare un Gundam

Io e mio marito siamo stati due otaku da ragazzi e per questo il Giappone ci è parso subito familiare. Chi ricorda con affetto un cartone animato o un manga qui avrà pane per i suoi denti e scoprirà che Doraemon è come Totò per i napoletani o Verdone per i romani: amatissimo malgrado sia una invenzione degli anni del boh (GLI ANNI SETTANTA!).

In Italia la serie animata Gundam ha fatto solo una capatina ma è considerata la serie con i robottoni per eccellenza per quel che riguarda i modellini da costruire, almeno a giudicare dal numero impressionante di scatole a disposizione nei negozi! Questo vuol dire che invece dei Lego qui troverete centinaia di modellini di robottoni da portare a casa. Il tutto per una decina di euro!

Che siate fan o meno (noi non lo siamo!) è decisamente un regalo diverso da riportare in Italia e montare il robottone è semplicemente una figata!

Se poi siete appassionati di Gundam dovete fare un salto a Odaiba, dove vi aspetterà un robottone alto come una casa!

Barca tipica

Ad Hozugawa abbiamo potuto provare una delle imbarcazioni tradizionali, pagando un prezzo decisamente NON ragionevole.

Ma lo rifarei.

I paesaggi sono mozzafiato e la natura, lì dove l’uomo non può arrivare con facilità, la fa da padrona. Tra pesci, tartarughe, aironi, uccelli colorati e gru.

In mezzo al fiume potreste essere affiancati da barche di mercanti che lanceranno corde verso la vostra imbarcazione e cercheranno di tentarvi proponendovi spuntini deliziosi e bibite freschissime.

Noi abbiamo provato il percorso in barca di Hozugawa ma avrei voluto avere il tempo di provare anche le navi antiche di Sado.

Una scusa per tornare, presto!

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Fotografare i tombini

Sì in Giappone sono belli anche i tombini per le strade. E le varie città fanno a gara per avere il design più bello. Nella foto il prode Momotaro, nella città di Okayama.

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Hiroshima

Si, lo so. Avevo detto che non avrei parlato di cose troppo conosciute ma devo fare una eccezione per il signor Mito Kosei, che era nel grembo di sua madre il 6 Agosto del 1945 e che ha deciso di dedicare la sua vita per combattere questo tipo di armi.

Lo trovate sotto la Genbaku Dome, la cupola rimasta in parte intatta malgrado l’impatto della bomba atomica.

Preparate stomaco e cuore prima di leggere i documenti che ha preparato per voi.

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Hotel a ore

Leggenda vuole che in Giappone esistano non solo i love hotels, quegli hotel nati per darsi alla pazza gioia, ma anche gli hotel a ore tematici. Cioè con un tema!

Ecco, sembra effettivamente che sia ormai solo una leggenda, perché a quanto pare non sono rimaste che le camere da letto normali, senza l’ambientazione pazza dei decenni passati. Ad Osaka potrete invece ancora trovare un love hotel dal tema “Hello Kitty” ma temo che la cosa da sexy possa trasformarsi presto in un incubo tutto rosa, gattini e cuori!

Per accedere al love hotel avrete a che fare solo con uno schermo, cliccando sul monitor potrete scegliere la stanza che vi piace di più e pagare. Il personale dell’albergo c’è ma vi parleranno solo attraverso una feritoia per far passare la voce e non potranno vedervi.

Quanto ci tengono alla privacy!

Pachinko

Il pachinko è una macchina infernale, e se avrete modo di entrare in una delle centinaia di sale gioco capirete di cosa parlo: DEL RUMORE ATROCE!, un gioco succhia soldi molto amato dai Giapponesi.

Noi abbiamo provato e perso immediatamente circa 10 euro ma attorno a noi qualcuno, e parlo di 2 -3 persone al massimo, aveva cestini pieni e pieni di palline d’argento.

A cosa servono le palline?
Ufficialmente possono essere scambiate con dei premi ma questo genere di business è in mano alla yakuza, la mafia giapponese, e non c’è dubbio che si vincano anche dei soldi.

E che se ne perdano tantissimi altri!

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Ridere come pazzi in un negozio assurdo

Eravamo entrati per comprare un maglietta. Si, lo so, dicono tutti così!
Arrivati al secondo piano ci siamo ritrovati di fronte ogni tipo di sex toy possibile ed immaginabile. Anzi, inimmaginabile che mai avrei pensato di vedere bambole a forma di donna pelouche (di pelo!) con un buco per… ehm. AIUTO!

Da fotografare, dai!

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Aprire un mutuo per mangiarvi un pezzo di frutta

In Giappone la frutta può arrivare a costare decine di euro. No, non la cassa di frutta ma il singolare pezzo.

Noi abbiamo deciso di prendere una pesca da 5 euro ed il sapore era particolarissimo: sapeva di tea!

Che dire. Se siete ricchi provate anche l’uva da 15 euro e fatemi sapere!

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Potrei stare qui a parlarvi di molto altro, dai Ryukan ai bastoncini della fortuna che vi consiglio di acquistare nei templi, dai massaggi giapponesi alla possibilità di indossare lo yukata per un giorno. Oppure dirvi di visitare Nara (per farvi mordere il sedere dai suoi splendidi e viziatissimi cervi) o di vedere il Godzilla di Shinjuku. Potrei consigliarvi il corso di cucina che ho fatto ad Osaka ma per tutte queste cose avete le guide!

Lo so, avevo detto solo 10 cose da fare in Giappone ed invece sono tante di più.

Ma andateci voi nel paese del sol levante a cercar di fare i precisi: non si può! Le cose belle sono ovunque e le vorrete avere e provare tutte.

Quindi?
Vi ho incuriosito un pochino?

Qualsiasi sia il vostro stile di viaggio vi consiglierei di leggere le guide, segnarvi le mete predilette, iniziare a sognarle e finalmente godervi il Giappone. Senza lesinare su nulla, cercando di vivere una esperienza serena ed autentica.

E’ un paese che vi rimarrà tra i ricordi più belli.

Ve lo prometto!

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SONO (STATA) RAZZISTA

SONO (STATA) RAZZISTA

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Una sera fuori, mangiando pizza koreana. Sì, esiste anche quella ed è buona.

Sono stata razzista.

Che cosa è l’odio per le persone diverse da noi e quanto è questo connesso alla non conoscenza e quindi con la mera paura dell’altro? Bada bene, non sto parlando di ignoranza per offendere e per dimostartelo ti mostro chi ero io, che sono stata razzista per molto tempo ed ho cambiato idea solo parlando con le persone che mi facevano paura e quindi rabbia.

A diciotto anni leggevo solo libri sulle donne abusate dai propri familiari e mariti musulmani (esistono), avevo lanciato una petizione online per salvarne una e vivevo in questo quartiere di Roma dove ci dicevamo: “siamo gli unici Italiani sul bus“. Lo capivi perchè attorno erano tutti di un altro colore ed in più il bus, come in tutta Roma, puzzava, era sempre pieno e pochi pagavano il biglietto.

Avevo fatto due più due.

Veniva cinque ma non potevo saperlo perché avevo diciotto anni e c’erano tante cose che non sapevo.

Verso i vent’anni leggevo Oriana Fallaci descrivere l’Eurasia e la sua paura folle che  loro venissero a colonizzarci, io tremavo per la rabbia ed oggi penso, Oriana, grandissima mia amata guerriera e scrittrice, eri forse diventata anziana e chiusa come succede a tanti di noi? Proprio tu che avevi viaggiato il mondo e del diverso ti eri innamorata? Non era solo questo la Fallaci, era figlia del suo tempo, questo sì, proprio come lo sono alcuni miei parenti e spiaggiata in un contesto che le permetteva di parlare in quel modo doloroso e cieco, proprio come certi amici e conoscenti quando dicono cose delle quali io mi vergognerei. Oggi.

Mi pare ci fossero le politiche in Italia e la Santanchè manifestava contro Veltroni, dicendo: “Voleva andare in Africa e invece l’Africa ce l’ha portata qui”. Io pensavo, che gran donna, questa Santanchè, che due coglioni che ha e quanta verità.

Prima dei trenta lavoravo in un posto che assumeva ragazzi che venivano un po’ da tutto il mondo, erano tutti regolari, ed erano soprattutto – sorpresa, sorpresa! – persone, sorrisi e storie. Anche cacca ogni tanto, come qualsiasi persona al mondo.

C’era la ragazza che avevo scoperto indossare il velo durante il Ramadan e cosa potevo dire io di lei e di quella sua scelta se solo fino al giorno prima mi invitava a casa sua per nuotare sulla barriera corallina ed io ci pensavo seriamente? Se fino al giorno prima ridevamo insieme e parlavamo male degli stessi personaggi. Se ci somigliavamo e l’avevo sempre considerata una con un carattere deciso e per nulla sottomesso? Il SUO velo sui capelli in che cosa avrebbe dovuto riguardare ME?

C’erano i ragazzi dell’Est Europa e non venivano al lavoro ubriachi nè stupravano e, con il senno di poi, parlavano Italiano meglio di come io parlo inglese oggi. Leggevano libri importanti come i loro sogni eppure ogni giorno avevano a che fare con qualche Italiano che li guardava storto: oggi penso che almeno loro potevano nascondersi, tacendo l’accento, che non erano neri, colore evidente che fa partire la testa a molti, sui bus pieni, specialmente.

C’era infatti l’uomo Africano che in Italia ci DOVEVA stare malgrado la sua famiglia avesse trovato rifugio in Francia, dove suo figlio cresceva per questo senza di lui. Era un assurdo gioco di burocrazia internazionale infinito. In Italia ci doveva stare ma parlava benissimo la mia lingua e ogni tanto sbottava e diceva ma guarda che io c’ho una laurea in marketing, non dico cazzate!, che troppa gente non lo guardava neanche in faccia quando parlava, che nel loro immaginario era sceso dagli alberi, come le scimmie.

Frase che ho sentito dire tante volte e con enorme orgoglio ed una gran risata, in Italia, così come “non sono io razzista ma loro ad essere neri”.

Al mio matrimonio invitai due ragazzi di colore ed una ragazza dell’Est Europa. Un invitato a cui voglio un bene dell’anima, mi disse che stavo sbagliando qualcosa e di metterlo lontano da quel tavolo, soprattutto dalla ragazza dell’Est. Rimasi male ma non riuscivo a provare una vera rabbia, mi sembravano discorsi così normali a quei tempi, era solo un parere. Ed i pareri mica fanno male a qualcuno, o no?

Poi sono partita e la mia testa ha fatto ka-bum.

Ho tenuto dentro di me altri pregiudizi e sono tutti (o quasi) andati a farsi fottere mano a mano che conoscevo persone, esseri umani da tutto il mondo, di ogni colore e credo.

Puoi odiare la donna con il velo che cucina per te e con cui ti scambi i regali a Natale?

Puoi dire “non mangio indiano perché sono sporchi” se poi provi il pane naan appena sfornato?

Puoi pensare “scimmia appena scesa dall’albero(*)” del ragazzo di colore che studia con te in Università? O del tuo capo? O dei tuo medico? O del ragazzo che ti sorride servendoti il caffè mentre scherza con i colleghi? O ancora peggio: puoi pensarlo di qualcuno che sta male? Che ha bisogno? Che ha la sola colpa di avere fame e non esser nato ricco?

Puoi avercela con i cinesi che vengono qui a farci concorrenza quando sei tu che te ne sei andata grazie ad un passaporto fortunato ed una faccia bella bianca? Quando vai dal “cinese” sotto casa per pagare meno la lampadina o l’orlo ai pantaloni? Quando ti fanno schifo ma sono gli stessi dai quali vai a farti i capelli per risparmiare?

Puoi accettare che qualcuno dica “quello non è Italiano” di un ragazzo perfettamente integrato e con un perfetto Italiano (requisito che per quanto ne so non ha a che fare con la cittadinanza o mezza popolazione italica andrebbe espulsa senza passare dal via) ma nato altrove quando TU sai cosa voglia dire vivere in un paese estero e sentirsi parte integrante e motore di quella comunità pur a volte odiando quel paese? Mi sono stupita nel risponde “I am from Aberdeen” ad un paio di persone che mi hanno chiesto di dove fossi, mentre vivevo qui ad Edimburgo. Se guardi i miei documenti è una bugia ma non lo era per me.

Io non posso odiare nessuno per la sua provenienza geografica, non dubito che qualcuno ci possa riuscire e riuscirà ancora per molto tempo ma dal mio punto di vista quella rabbia non è reale – andrebbe infatti diretta altrove – e si perde invece una occasione  concreta e bella, un intreccio, un ricamo imprevisto su una tela fatta di granitiche certezze.

Anche una razzista come me c’è riuscita a superare certi pregiudizi perché quando conosci una persona non puoi provare odio immediato, a meno che quella non ti dica “piacere!” per poi darti una testata in faccia. Caso piuttosto raro e per nulla correlato con la nazionalità a quanto ne so.

Un consiglio?

Se ti allungano una mano, stringila. Non ti prenderai nessuna malattia.
Se ti chiedono di assaggiare un cibo tipico, provalo. Male che vada avrai qualcosa da raccontare ed il più delle volte sarà un “non immaginavo potesse essere cosi’ buono”.
Se puoi ascoltare gli altri, fallo. Ogni storia ha contribuito a cambiarmi e nei cuori di coloro che lasciano il proprio paese c’è un fiume in piena e questo te lo dico per esperienza personale.
Se puoi essere buono, prova. Questo non te lo devo spiegare, fare una minima differenza per un essere umano fa bene a noi in primis.

E comunque, sai, l’ultimo che mi ha detto “l’Italia agli Italiani”, era un ragazzetto che si definiva un lavoratore onesto e ci ha inculato 500 euro. Che a quel punto, sarebbe stato da dirgli che se l’Italia è questa allora se la poteva tenere, eh.

(*) Ci tengo però a dire che una frase così non l’ho mai detta ne’ pensata e solo scriverla mi ha fatta star male.

LA COINQUILINA CINESE

LA COINQUILINA CINESE

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Che poi in Cina non hanno neanche Facebook.

La mia coinquilina cinese preferita, K., doveva lasciare la casa domani e lo aveva scritto anche sul calendario.

Ieri sera mi ha chiesto di bere e mangiare insieme. Ho detto di sì ma lei non è tornata che a tarda notte ed io ho pensato che non ci fossimo capite e pensato “Pazienza. Domani me l’abbraccio“.

Stamattina c’erano dei panini al cioccolato e uvetta sul tavolo, che K. ha la mania di cucinare dolci. Lo fa di notte e al mattino lascia la colazione per tutti, a volte dolci francesi, altre volte i dolci della tradizione cinese che devono cuocere sei ore filate.

Tornando a casa ho preso qualcosa per festeggiare il suo ultimo giorno, il vino lo avevamo da ieri.

Invece ho trovato un regalo per noi di fronte alla porta e tante scuse, aveva sbagliato il giorno e ci vorrà bene per sempre e spera che non la dimenticheremo. In cucina una pila dei suoi leftovers con post-it ovunque per spiegare come cucinarli, invitandoci a continuare a fare dolci per lei.

Qualche giorno fa mi aveva detto “Serena, vuoi vedere la mia camera?” e quella richiesta mi aveva fatta sorridere sotto i baffi ma non se ne era fatto nulla.

Chissà che direbbe se sapesse che dopo aver trovato il suo biglietto ho bussato proprio alla sua porta, sperando con tutto il cuore di trovarla ancora quando invece era tutto ormai vuoto, di lei più niente.

Mi è venuto il magone.

Me l’avessero detto, non ci avrei creduto.

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

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Quella volta a Malta

Quattro anni che ho lasciato l’Italia.

Come è iniziata lo sanno tutti gli affezionati, quel giorno di quattro anni fa ho chiuso la porta di casa ma prima ho provato a fare un discorso per i presenti, finendo con il piangere come una bambina senza saper concludere una sola frase che avesse un senso. In bocca singhiozzi, lacrime ed il sapore dell’unico vino superstite nella nostra casa ormai vuota, un Amarone che avevamo comprato per un’altra occasione.

Sull’aereo credo di aver continuato a piangere ma arrivata a Melbourne ridevo, crepavo di freddo e una volta a Carnegie mi ero già abituata alle condizioni di quella casa per nulla come le fotografie. Ero in Australia! La mattina dopo saltavamo di gioia e, voglio dire, era solo il quartiere periferico di Carnegie ma di quell’angolo di mondo ricordo con nostalgia l’odore all’ora di pranzo e come il ragazzo della banca ci avesse accolti:

Come fossimo stati alla fine di una gara, come se avessimo vinto, quando invece era solo l’inizio.

Da allora sono passati quattro anni ed ho fatto tutte le cose che avevo espressamente detto che non avrei fatto:

  • sono andata a vivere dove avevo giurato che non avrei mai messo piede.
  • ho ricominciato a studiare per prendere un’altra laurea nonostante avessi detto “basta”.
  • Sono riuscita a non finire a lavare i piatti o i cessi ma ho avuto comunque a che fare con la cacca quando ad un certo punto ho deciso di lavorare come carer, l’assistente per ragazzi con gravi disabilità.

Ma a parte questo, ero pronta a tutto e penso che la cosa abbia pagato, infine, o che almeno ci abbia fatti arrivare fin qui, oggi, con una distinzione dietro l’altra all’Università ed un lavoro che piace ad entrambi.

Coloro che non vedevano di buon occhio la cosa hanno infine iniziato a non dico capirla, ma rispettarla ed ora che le emozioni sono sbiadite, comprendo più di prima cosa abbia voluto dire sentir pronunciare le parole “lascio il posto fisso al comune e vendo la casa appena comprata e ristrutturata perche’ voglio andare in Australia a lavorare, se va bene, nelle cucine”.

Il punto è che quella che per altri era pazzia per noi era un sogno dovuto – una rinascita necessaria – e questo ci ha portati fino a qui, oggi, con ben pochi rimpianti.

Sono, più o meno, come avrei voluto essere nei miei sogni, anzi a volte mi meraviglio per la mia fortuna. Solo la location è sbagliata e non ho ancora una casa dove ospitare i miei cari che, in quanto esseri umani, hanno dopotutto altri sogni e venire dove vivo io non è proprio tra quelli.

Si sono avverate quelle fantasie distruttive di quelli che ci dicevano di non partire per l’estero?

Ne abbiamo sentite di ogni, avremmo divorziato alla prima difficoltà, poi non ci saremmo riusciti a mantenere, saremmo dovuti tornare a casa con la coda tra le gambe e chiaramente ci avrebbero cacciati dall’Università.
Non è successo nulla di tutto questo e anzi, in certi casi, la negatività mi sembra che sia tornata indietro al mittente e con tanti saluti, che certe frasi non erano mosse da amore, erano casomai auguri, vere e proprie maledizioni e malcelate speranze di vederci fallire e che puoi dire di persone così? Non capiscono neanche i fatti.

Ho mai pensato di tornare in Italia?

Una volta, quando ero appena arrivata ad Aberdeen e pensavo che non ne sarebbe valsa la pena di immolare anni di vita in un posto come quello senza esser certi di riuscire davvero a laurearci. Due volte, ma in quel caso il pensiero era ben diverso, quando realizzai che con il mio lavoro sarei potuta rimanere in Italia a godermi l’estate ancora per un po’, che lavorando da remoto, dal computer, la mia location non avrebbe fatto alcuna differenza per la mia compagnia.

Ho capito dove sarò tra cinque anni?

No. E se devi decidere dove piantare le tende un viaggio forse non basta e allora vorrei continuare a vivere così, di giro in giro, per almeno altri cinque anni. Fino ai miei quaranta!, mi dico. Non so se sarà possibile, con probabilità rimarremo in UK per prendere il visto permanente e poi chissà se avremo la forza di ributtare tutto per aria, io spero di si ma lo spero oggi e le cose cambiano mentre la vita passa.

Nei miei sogni io continuo a girare fino ai 40 anni ed il problema – se problema vogliamo chiamarlo – è che poi, forse, mi direi che sono ancora giovane e che non voglio smettere di vivere in luoghi diversi, che smetterò invece a 45 o 50 anni. E finirei forse con il non fermarmi mai.

E cosa ci sarebbe di male?

😉