Cosa fare 3 giorni a Edimburgo? Itinerario di viaggio

Cosa fare 3 giorni a Edimburgo? Itinerario di viaggio

Come la mia vita a Edimburgo diventa una guida gratuita per i turisti in vacanza

È successo, il coronavirus è sparito dalla faccia della terra, il lockdown un vecchio ricordo e si può tornare a viaggiare come facevamo una volta. O più probabilmente, ci siamo adeguati alla convivenza con il virus e c’è un ponte sul calendario.

Tre giorni basteranno per visitare la città di Edimburgo, ti chiederai guardando i voli Ryanair qualora tu sia tra i fortunati con il diretto. Che sì, Edimburgo la si raggiunge con volo senza scalo da Roma, Milano, Pisa, Bologna e Venezia.

Ma insomma tu sei ancora davanti al computer a fare i conti della serva, il volo c’è e non costa tanto e quindi con la mano sei già su prenota. E ora? Basterà un WE lungo per visitare la capitale della Scozia? La risposta è si e in questo articolo ti dirò cosa fare in tre (ma anche quattro) giorni ad Edimburgo per goderti a pieno la città di Din Eidyn (l’equivalente gaelico di Forte di Eidyn).

The more, the better, come per qualsiasi viaggio ma tre giorni vedrao che ce li faremo bastare per visitare questa meravigliosa città, capitale di quel luogo che una volta chiamavamo Caledonia e che oggi è semplicemente la nostra amata Scozia. Quindi ecco qui un itinerario di viaggio che potrebbe esserti comodo una volta ad Edimburgo. Passaporto pronto, fino al 31 Dicembre 2020 ti basterà la carta di identita. Poi temo che lasceremo l’Europa ed i suoi vantaggi ma non voglio dilungarmi: Cominciamo e sappi che non ti servirà noleggiare un auto, basteranno i piedi!

Cosa fare a Edimburgo? Giorno 1 – Itinerario

Arrivo in aeroporto, fotografia di fronte al M&S per dimostrare che sei davvero nel Regno Unito e prima decisione da prendere: venire verso il centro con il tram che parte ogni 15 minuti al costo di £6.50, prendere un taxi o prenotare un Uber con la app per arrivare in città con circa 20 sterline? Io preferisco sempre questa scelta ma anche la prima è collaudata e consigliata.

Abbandono dei bagagli in hotel (qualsiasi alloggio andrà bene tanto ci dormirai e basta) e giro del Royal Mile per farselo da inizio a fine con pausa per scattare due foto all’Arthur Seat: Macinerete quasi due kilometri dalla parte bassa della famosa strada, partendo da un percorso che vi condurrà dal meraviglioso palazzo del Parlamento Scozzese (che sorge, moderno e maestoso, in una zona patrimonio dell’Unesco) fino al Palace of Holyroodhouse dove la Regina Elisabetta II passa parte delle sue vacanze per poi arrivare, tu, non la Betty, tra un vicolino e l’altro da fotografare fino alla cattedrale di St Giles (aperta dalle 10 alle 14 ma chiusa la Domenica) e proseguire fino al castello dove ti attenderà un famoso belvedere dal quale osservare la città di Edimburgo dall’alto.

Fotografie finché non cascano le mani per il troppo scattare o per il troppo freddo, che te lo sei portato il giacchino anche se è luglio, si? Se poi devi ancora partire e non sei più nella pelle, inizia a ripassare con i miei video nella playlist YouTube dal titolo “Cosa Vedere ad Edimburgo”. Nell’episodio 2 si parla proprio della Royal Mile:

A questo punto ti meriti una merenda con un tea per two tipico a base di tè (ma puoi anche optare per uno champagnino), dolcetti tipici (qualcuno ha detto scones con panna tick e marmellata?) e tramezzinetti salati. Gustati l’attimo. Rilassati e goditi la musica tipica scozzese che sicuramente staranno sparando a tutto volume lì nel centro.

Se fosse un sabato potresti essere ancora in tempo per fare un salto al mercato di Grassmarket (aperto dalle 10 alle 17) per l’acquisto di un paio di souvenir, la foto di rito a Victoria Street ed un giro al cimitero di Greyfriars Kirkyard. Tutto da fare rigorosamente dopo aver toccato il naso a Bobby per farvi odiate da alcuni locals e portato un bastoncino sulla tomba del famoso cagnolino.

Anche in questo caso ho un video che fa per te sul canale YouTube, neanche a dirlo. E se siete fan di Harry Potter qui potrete trovare la lapide che ispirò la Rowling per il personaggio di Voldemort: Se il vostro inglese è buono valutate di fare un tour guidato (dicono quello sui fantasmi di Edimburgo sia assolutamente da vedere ma anche quello su Harry Potter, se siete fan) o prenotate con largo anticipo quelli in italiano. Qui qualche nome utile: In Italiano, Edimburgo Tour e Scozia Viaggi. In lingua inglese (e spagnolo) Sandemans NewEurope e Mercat tours. Non li ho provati direttamente ma erano consigliatissimi nei gruppi degli Italiani in Scozia, quasi a parimerito.

Cenate in un pub – magari a Canongate – uno qualsiasi che tanto non capirai niente se non che sei felice di essere in Scozia, bere una pinta di Tennet / Innis & Gunn / BrewDog e mangiare fish and chips con contorno di piselli lessi senza sale. Il tutto accompagnato dalla immancabile zuppa del giorno con pane e burro (da provare la zuppa di pesce tipica scozzese chiamata Cullen Skink, a base di eglefino affumicato).

Cosa fare a Edimburgo? Giorno 2 – Itinerario

Ti svegli che piove, fidati che piove, non chiedermi come lo so, è una mia dote. Sarà che a Edimburgo piove 129 giorni l’anno? 1 su 3, insomma. Piove, dicevamo, e tu hai il cappottino ma aprendo l’ombrello vedi che si inalbera e ribella e capisci che ora sei in Scozia e si fa come gli scozzesi, bagnandosi da eroi. Che saranno due gocce d’acqua quando qui i musei sono gratis e puoi visitare il Museo Nazionale Scozzese (National Museum of Scotland)? Entraci, sgrullati come I cani e preparati ad una scorpacciata di cose belle. Ti avviso, questa visita ti prenderà qualche ora perché sarà piacevole interagire con i vari giochini messi a tua disposizione nelle varie sezioni. Memorabili quelli nel reparto di scienza e tecnologia ma anche il meraviglioso The millennium clock tower, una sorta di orologio della vita come la conosciamo. Guarda l’orologio però e fai attenzione, l’orologio della vita sta per suonare e non vuoi perdertelo ma soprattutto raggiungi il tetto per vedere la migliore vista gratis sulla città di Edimburgo.

Ad ora di pranzo in zona puoi provare MUMS Great Comfort Food o Makars Gourmet Mash Bar per piatti a base di salsiccia e purè. Altrimenti fai come dovrebbe fare un turista in vacanza: fermati dove senti il pancino tirare.

Se ha smesso di piovere, puoi fare un giro per i Meadows, il meraviglioso parco o raggiungere Princes Street per vedere i suoi giardini, l’orologio ed il cimitero (un altro!) con la The Parish Church of St Cuthbert dove si sposò Agatha Christie. Non dimenticare di fare un salto a George e Rose street per piantare la tua bandierina del viaggiatore.

Anche in questo caso ho due video che fanno al caso tuo:

Se il Dio della pioggia si accanisce puoi rifugiarti a curiosare per la notevole stazione di Waverley, nel prossimo museo gratuito, la Galleria Nazionale di Scozia (National Gallery of Scotland) o alla chiesa di San Giovanni (St. John’s Church) tra Princes Street e Lothian Road. Lungo la strada ti imbatterai in monumenti e staue di ogni genere. Invece in caso di sole, dirigiti anche oggi verso il castello di Edimburgo per vederne gli interni. Lì verrai randellato in faccia da un biglietto d’ingresso da £17.50. Affrettati che alle 17 chiude. Se poi vuoi rimanere a bocca aperta mentre ti rapinano, fai in modo di venire durante il Military Tattoo. E pensa che con appena 500 sterline potrai pure fermarti a mangiare una cena da 3 piatti. WOW! Modico!

Esausto ed intirizzito per la giornata, riscaldati saltando sul posto o facendo un rapido giro di whisky mentre scegli quello da riportare a casa con te. Non aspettare il duty free dell’aeroporto per poterti godere una scelta mai vista prima! Se sei stato veloce nei tuoi giri precedenti potresti anche aver tempo per una degustazione ma prenotala prima di venire, per non avere brutte sorprese.

Per cena puoi andare da Mussel & Steak dove se non mangi animali (vegano o vegetariano) puoi morire, Meze Meze su Rose Street o Bread Meats Bread su Lothian. Due di questi sono tra i miei preferiti ma non ti dico quali che sennò qua mi sembra di manipolarti (rileggi per capire che l’ho già fatto)!

Se però è Natale, prenota con taaanto anticipo al The Dome e portati la Canon ultimo modello. Puoi ringraziarmi dopo.

Cosa fare a Edimburgo? Giorno 3 – Itinerario

Ieri l’ho dato per scontato ma non puoi lasciare l’hotel senza aver provato la Scottish breakfast. Mi raccomando di provare tutto e poi googlare “black pudding” per comprendere cosa hai appena mangiato. Dicono sia ottimo, dicono.

Se è domenica fiondati al mercato di Stockbridge (aperto dalle 10 alle 16) a comprare il salmone sottovuoto da riportare e fare la fila per la paella vegetariana che dicono buonissima. Boh, per me la cosa più buona rimane la focaccia di Au Gourmand Boulangerie. Qui troverai anche le Scotch eggs che NON sono degli arancini. Mi fregarono appena arrivata ad Aberdeen quando mi fiondai sulla palletta e rimasi con quel sapore freddo in bocca che meh. Meh. Tipico, comunque.

Dopodiché la meta ideale sono due passi sulla Water of Leith in direzione Dean Village per digerire il pranzo ed una visita ai Royal Botanic Garden, con entrata gratuita. Faresti bingo a dicembre, che ci sono i giochi di luce ma meritano tutto l’anno. Ti lascio un video qui sotto:

Se non è domenica invece non perdiamo la calma, che c’è altro da fare, perdincibacco!

Puoi decidere se (prendere un taxi/Uber/bus) e raggiungere Leith per vedere Portobello ed il mare gelato oppure, se sei sportivo, scalare l’Arthur Seat e godere di una vista pazzesca mentre il vento ti schiaffeggia. Perderai un polmone ma giuro, ce la fanno, anche i cani di piccola taglia. Li ho visti! Che te lo dico a fare che ho già un video pronto su YouTube che uscirà a breve? Iscriviti e attiva la campanella, eddaje.

Per una camminata meno ripida puoi salire Calton Hill e goderti il panorama mentre ti chiedi cosa ci facciano delle colonne greche (National Monument) su un monte. Sono una triste pagina per la Scozia ma ne parleremo meglio su… YouTube. Già.

E ci siamo. Manca solo il ritorno in aeroporto con acquisto compulsivo dei cookies di Marks and Spencer e degli shortbreads con il cane sopra che trovi su Amazon se vuoi a casa tua un pezzo edibile di Scozia. Ora che ti chiamano per l’imbarco, perché non prendersi anche i pupazzi di Nessie che ci azzeccano come la Torre di Pisa in vendita tra i baracchini di Roma?

Sedere sull’aereo e sguardo sognante fuori dal finestrino. Mi sa che Edimburgo ti mancherà ma tranquillo, è qui e ti aspetta. E sappi che se verrai durante il Fringe Festival (Agosto) potrai dimenticarti di tutto quello che ho detto e goderti solo gli spettacoli, la città capirà e sa che a quel punto, tornerai.

Jolly, in base al tuo tempo o se potrai visitare Edimburgo in 4 giorni:

– Gita al South Queensferry con battello per vedere le foche, i puffins (uccelli stagionali) e i tre ponti di Forth Bridge, Queensferry crossing bridge ed il Forth road bridge.
– Musei degli scrittori (The Writers’ Museum) per darsi un tono
– Tappa nel baretto (The Elephant House) dove qualche volta ha scritto la Rowling. Mi sembra nulla di che ma se sei uno stalker di Harry Potter ci sta.
– Un cicchetto alla The Library Bar dell’Università di Edimburgo.   
– Vista dall’Appleton Tower, questo se riesci ad entrare pur non essendo uno studente (dipende).
– Un picnic al Parco di Braid and Blackford Hill. Clicca per capire cosa potresti vedere di meraviglioso e considera che in estate merita.
– In qualche modo, facci entrare un giro all’Union Canal, il canale in parte artificiale. Merita. Tanto.

Stampa questa pagina per avere un guida gratis alla città di Edimburgo. Se invece vuoi prendere la piu’ famosa, c’e’ la Lonely Planet in Italiano o in Inglese.

Ciao Europa, vado a vivere in America

Ciao Europa, vado a vivere in America

Yosemite National Park

Atterrata negli USA mi trovai catapultata in un paese che il turista – personaggio fortunello per antonomasia – lo trattava con gentilezza, tanto che ci offrirono un giro di musica pagata al juke-box (come nei film!) ed una serie di complimenti per come eravamo vestiti. Sì, pure a New York city.

Tornata a Roma mi aspettavano fantasmi insopportabili dai quali volevo scappare e quel tran-tran fatto di persone che ti odiano. Ti odiano mentre guidi, mentre sei un pedone, quando fai la spesa, quando hai bisogno di qualcosa, ti odiano in banca e alla posta.

Non so se fosse veramente così, probabilmente ero io che avevo raggiunto la soglia della sopportazione e cercavo appigli ma decisi che bastava, io me ne sarei andata a vivere fuori.

E la prima idea, prima ancora dell’Australia e della Scozia, fu il Nord America ai tempi di Obama. Fun fact, andammo fino in ambasciata americana per capire che gli USA due come noi – con una laurea umanistica e senza una lira – non li voleva mica.

A digiuno di storia americana e visti, pensavamo che fosse facile emigrare come avevano fatto le generazioni prima della nostra e invece le cose erano decisamente cambiate. La nostra esperienza si concluse quel giorno ma oggi abbiamo due ospiti speciali per raccontare il compimento di quella scelta.

Due donne, Alessia dalla Louisiana e Luisa da Seattle, ci racconteranno come si emigra negli Stati Uniti d’America oggi, quali sono i requisiti e quali i visti possibili. Ma soprattutto ci parleranno del loro percorso all’estero, iniziato all’interno di mamma Europa.

Mettetevi comodi che ci comincia!

Ciao, presentati! Come ti chiami, quanti anni hai e di cosa ti occupi?

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Alessia, 40 anni sulla carta (percepiti di testa: non pervenuti), restauratrice di dipinti dal 1998, ma tra allora e adesso ho fatto un po’ di tutto tra cui: commessa del negozio voodoo, cassiera al supermercato, lettrice al college… giusto perché si deve campa’. Ho fatto il liceo artistico di una volta, quello che tutti di dicevano di non fare manco fosse stata eroina, e poi sono partita a 18 anni per Firenze per fare la scuola di restauro. Dopo la scuola di restauro ho capito perché tutti mi dicevano i non fare l’artistico, ma non sono pentita, è stato difficile ma alla fine il lavoro l’ho trovato.

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Luisa, 35 anni, da Torino! Attualmente, vivo a Seattle (Washington State, Pacific coast) e lavoro per una famosa azienda che crea videogiochi; mi occupo di “hackeraggi”e frodi. Da un po’ di tempo sto progettando una nuova pagina Instagram per un mini-sogno che ho nel cassetto e che vorrei mettere in pratica. 

In Italia, mi sono laureata in Economia e Gestioni dei Beni Culturali a Milano (triennale e specialistica), in seguito, ho iniziato un infinito percorso di tirocini non retribuiti, stages curriculari e non, volontariati vari… insomma, ci siamo capiti, nel magico mondo dei musei, delle soprintendenze e degli organismi internazionali. Esperienze che porto nel cuore ma non mi avrebbero mai permesso di costruire una vita indipendente. 

Cosa ti ha spinto a ricercare una esperienza all’estero?

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Mi piacevano quelli biondi con gli occhi chiari. Ecco, l’ho detto. Ero vittima del fascino nordico e probabilmente anche di non capire bene cose cercavano di comunicarmi. Credo che Prima dell’Alba abbia avuto un grandissimo peso su come la mia vita di adolescente e giovane adulta sia andata. Insomma, motivi serissimi, ecco.

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In origine, mio padre ha voluto che frequentassi il liceo classico con la sperimentazione in lingue (che io non amo e per cui non sono portata). Ragion per cui, avendo studiato inglese e francese (ed anche tedesco che ho rimosso) per cinque anni, mi son sempre detta “se in Italia andasse male, tentiamo l’estero!”. Così facendo ho studiato il penultimo anno di università a Lille, in Francia. Ho anche cercato di proseguire e concludere gli studi nell’ateo francese ma era troppo dispendioso a livello economico, la Cattolica non permetteva un’interruzione brusca e il passaggio di studi nell’omonimo ateneo d’oltralpe. Nei fatti, io non ho trovato nessun lavoro che fosse retribuito. Mi sono laureata nel 2011, ho inviato migliaia di curricula, ovunque tra Milano e Torino, ma non sono mai stata assunta. Non ho neanche mai fatto un colloquio. Non voglio pensarci altrimenti mi ritorna la gastrite.  Scegliete bene il percorso di studi, certe lauree, non portano da nessuna parte! 

Quale è stata la tua prima meta all’estero e come andarono le cose?

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La Danimarca. Un grandissimo amore non corrisposto. Infatti, più io la sognavo più lei (la Danimarca) mi pigliava a calci nei denti. I viaggi di piacere e studio andarono benissimo, l’esperienza di espatrio come come au pair andò peggio che demmerda. Praticamente avevo trovato la sorella meno empatica della matrigna di Candy Candy come host mother. Sicuramente sarebbe potuta andare differentemente avessi incontrato un’altra famiglia, ma decisi di rientrare invece di tentare la sorte con altri e un po’ me ne sono sempre pentita, anche se psicologicamente dopo i mesi in quella casa non avrei retto nemmeno altrove.

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Prima meta: Erasmus a Lille (cittadina fiamminga, al confine belga. In un’ora sei a Parigi, in 30 minuti di orologio a Bruxelles). Favoloso! Se avete la possibilità, andate in Erasmus. Si visitano luoghi nuovi, si conoscono altre culture e si studia un sacco se si scelgono gli esami “sbagliati” come feci io! 
Seconda meta: Ginevra, Svizzera. Nazioni Unite. Dopo la laurea e i quasi due anni in Soprintendenza a Torino, come assistente del direttore delle collezioni e delle residenze (gratis il primo anno, 500 euro al mese il secondo), decido che voglio tentare con l’Unesco e i tirocini internazionali indetti dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Avevo il curriculum, le lingue, la grinta e la passione… allora, applico per una posizione di tirocinio (GRATUITO ça va sans dire!) per l’ONU. Presa! I miei genitori: contrari, contrarissimi. Li convinco. Mi aiutano con vitto e alloggio. Amavo Ginevra, il fatto che stessi catalogando le collezioni dell’ONU, che tutti mi avessero preso in simpatia e volessero creare una posizione retribuita per la sottoscritta, che fossi a 3 ore da Torino, che fosse servito il sacrifico delle lingue al liceo… insomma, tutto molto romantico, se non fosse che io, povera scema ed ingenua, non avevo pensato ad una cosa: una. Solo una. La raccomandazione politica. Per farla breve: aprono una posizione retribuita, chiedono alla Farnesina l’approvazione, viene bocciata. L’anno successivo arriva qualcuno dalla Capitale. Io ho pianto tre mesi di fila. Ho studiato per altri tre concorsi passando sempre le preselezioni ma mai la valutazione del curriculum per 1 punto (giuro! sempre 1 punto!). Amen. Ho imparato la lezione. 
Terza meta: Londra (Regno Unito). Londra a me non piaceva e non piace. Preciso: adoro che i musei siano gratuiti e la cultura fruibile a tutti. Londra arriva perché mentre io ero a Ginevra, quello che diventerà mio marito, ingegnere informatico, viene assunto da un’azienda tech. Gran parte del mio disappunto su Londra era dato dal fatto che non riuscissi ad essere assunta per il volontariato nei musei, non riuscissi a passare mai nessuna selezione per tutte le gallerie d’arte, casa d’asta, niente, sempre niente. O troppo qualificata o non abbastanza. All’ansia dell’ennesima delusione, si aggiungeva: il grigio di Londra, il vento, i ratti per casa, il continuo fango, gli appartamenti formato loculo e fatiscenti, l’immondizia davanti alle case e tanto altro. Son andata e venuta dall’Italia e fatto altri lavori nel mentre, finché ci siamo sposati. Ho incominciato a lavorare come commessa in un negozio di design per la casa e in seguito, sempre per la stessa azienda, sono diventata visual merchandiser (allestivo le vetrine). 

Perché gli USA dopo l’esperienza europea? Avevi il sogno americano?

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Le mie motivazioni iniziano sempre in modo serisssssimo: a 14 anni mi sono innamorata del cantante dei Green Day e da lì era partito il tutto, avevo deciso che alla fine del liceo sarei partita alla sua ricerca, poi per fortuna sono andata in Danimarca ma l’America mi era un po’ rimasta sul gargarozzo e quando mi è capitata l’occasione sono partita.

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Chiedetelo a mio marito! Non avevo nessun sogno americano ed ero riuscita a crearmi un’isola semi-felice. Lavoro curioso, appartamento nuovo, i nostri mobili, potevamo ospitare i parenti, etc. Il tutto si interrompe perché l’azienda propone a mio marito di trasferirsi nella sede centrale, a Seattle. Quale donna e moglie, sana di mente, si sarebbe rifiutata? Nessuna vorrebbe sentire il proprio marito lamentarsi per il resto dell’eternità di non avere fatto carriera per causa sua! 

Con che visto sei riuscita ad entrare in Nord America e cosa ha comportato per te?

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Ho avuto una mega botta di culo e, dopo 3 anni di tentativi, ho vinto la Green Card alla lotteria. L’iter è stato un po’ laborioso e lungo, ma non c’è stato bisogno di un legale e una volta ricevuta la Green Card sono stata indipendente e non legata a compagni o datori di lavoro e quindi con molta più flessibilità su dove andare e quanto stare. I costi sono aumentati tutti, all’epoca mi sembra di aver pagato circa 700 euro per la Green Card, spese d’ufficio e visite mediche, sicuramente la spesa più grande (perché a lungo termine) è stata quella dell’assicurazione medica una volta arrivata.

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Io sono entrata con un visto lavorativo L2 perché mio marito aveva una posizione manageriale e quindi avrebbe passato il medesimo visto al coniuge. In questo, sono stata fortunata. Non tutti i visti permettono di lavorare. Si può vivere in America per lunghi periodi, per due soli motivi: ti sposi un/una americano/a, ti traferisce la tua azienda. Diversamente, c’è il visto turistico di massimo 3 mesi e quello per studenti (che non conosco, ma ho stretto amicizia con italiani che hanno studiato qua e le rette sono dai 30000 ai 50000 dollari. Dollaro più, dollaro meno a seconda degli atenei e delle facoltà. Le borse di studio sono per i geni e, ce ne sono pochissime). Ogni visto ha una durata a sé e non tutti sono rinnovabili. Solitamente i visti sono legati al lavoro; se si perdesse il lavoro, si perderebbe anche il visto collegato ad esso. La sanità è un inferno. Bisogna avere una salute di ferro. È tutto basato sull’assicurazione sanitaria; se hai un lavoro, in un’azienda importante, buona parte delle spese mediche sono pagate da quest’ultima, diversamente, paghi tu e i costi sono folli. Esempio: io sono ipotiroidea, ho la tiroidite di Hashimoto. Siamo in America da due anni abbondanti e non sono, ancora, riuscita a farmi visitare da un endocrinologo perché il medico generico non lo reputa essenziale. Un banale esame del sangue come il TSH qui costa 700 $ senza assicurazione, con 15$. Se sei in dolce attesa hai diritto a due ecografie. Se ne vuoi altre, paghi tu. A seconda del tipo di ecografia, senza assicurazione, si va da un minimo di 800$ ad un massimo di 6000$.

Come è il mondo del lavoro negli USA?

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Per molti versi meglio. Mi sono state offerte più possibilità di crescere, ho visto meno nepotismo e meno discriminazione in base all’età. Qui si può lavorare e trovare lavoro anche da anziani, cosa che in Italia io ero già a 25 visto che non potevano più assumermi e pagarmi come apprendista e trovare un nuovo lavoro era un terno al lotto. Non mi piacciono i loro orari, l’assenza di tutela del lavoratore che c’è in molti stati e in molti posti di lavoro, la maternità e la malattia pagata inesistenti in molte piccole aziende, la possibilità di essere licenziata da un giorno all’altro. Pagherei volentieri più tasse per poter avere più diritti e più tutele.

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Sicuramente, lavori! In due settimane trovi un lavoro! Anche il fatto che non siano fiscali con la lingua è di aiuto. Se tu sai fare bene il tuo lavoro, ottimo. Imparerai ad esprimerti in maniera più appropriata con il tempo. Ovvio, più il lavoro è di prestigio, più sale l’asticella. Mediamente gli stipendi sono più alti che in Europa, con tasse molto più basse. Non tutte le città però sono uguali. Città come Seattle, San Francisco e New York hanno un costo della vita particolarmente elevato in quanto è lì che si concentrano i lavori più prestigiosi e più remunerativi. Il settore informatico/tecnologico al momento è quello che trascina questo trend.
Contro: puoi essere licenziato da un giorno all’altro, senza preavviso e spiegazioni. Non esiste nessun sindacato o simili. A casa, zitto! Hai un massimo di 10 giorni di ferie all’anno. Si lavora tutti i giorni, tutto l’anno. Io lavoro anche il giorno di Natale, tanto per dire! Anche la maternità è un argomento molto complesso perché non si è retribuiti durante i giorni si assenza, se non a seconda delle leggi che prevede lo Stato in cui si risiede; inoltre, la durata del periodo di maternità è compresa tra un minimo di 15 giorni ed un massimo di 3 mesi. Come ho accennato prima, in America, non è facile arrivarci. Se non ti trasferisci per: amore, per l’azienda, perché sei un genio in qualcosa e allora ti vogliono le università o hai i soldi per studiare negli USA… mi dispiace essere brutale ma ti devi accontentare del viaggio turistico. Le aziende non possono assumere se non si è in possesso di un visto lavorativo. Non fate l’errore di arrivare negli Stati Uniti d’America come turisti e di mettervi a cercare lavoro perché è illegale e si rischiano serie conseguenze penali. Il motivo? Perché il visto costa moltissimo e i datori di lavoro devono spiegare, allo stato, il motivo per cui uno straniero/italiano sia più meritevole di un americano. Non conviene affatto. Ah, ci sarebbe l’opzione di tentare la sorte alla lotteria! Ogni anno vengono selezionati un numero di cittadini stranieri a cui viene data la possibilità di ricevere La Permanent Resident Card, conosciuta comunemente come Green Card. E’ un’autorizzazione rilasciata dalle autorità degli Stati Uniti d’America che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato. Noi siamo riusciti ad ottenerla quest’estate, tramite l’azienda di mio marito, dopo aver passato un anno di colloqui, vaccini obbligatori e procurato un’infinità di documenti.

Cosa ti ha colpito della vita a stelle e strisce?

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Erano molto accoglienti ed amichevoli, adesso meno. Hanno quest’idea che se non molli riuscirai in tutto, che è bellissima, ma ora ha preso una brutta piega. In negativo che sono molti sono molto, molto, bigotti e hanno teste a compartimenti stagni, non sanno oziare, che per me che sono nata pigra, è essenziale, me mettono ansia con sto fare fare-fare.

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È il paese degli estremi e delle esagerazioni. Tutto o niente. Bianco o nero. Ricco o povero. Grande o piccolo. Sono sicuramente rimasta sconvolta dalle dimensioni e dagli spazi. È tutto enorme. Con l’amaro in bocca devo ammettere che il problema con le persone di colore c’è. Io non credevo fosse così severo. Idem, per le armi. Tornando alla mia esperienza, se si ha una forma mentis umanistica/artistica/classica l’inizio è molto faticoso. Mio marito ha sofferto meno la mancanza di arte, storia e cultura. Da questa parte di mondo sei nel nulla. È una zona molto selvaggia e con “animaletti” di un certo spessore: dal puma al grizzly. Sei anche geolocalizzato nell’anello di fuoco, tra un terremoto potenziale di magnitudo 9 e tutti i vulcani attivi dei dintorni… non c’è da annoiarsi. Appena ti allontani dalla zona dei grattacieli che sono gli uffici, sei nel profondo nulla. Non esistono le passeggiate nel centro storico, i bar come li intendiamo noi, le vetrine dei negozi (qui devi entrare in un centro commerciale per vedere delle vetrine e bere mezzo litro di caffè), se non hai un’auto non vai da nessuna parte, i mezzi pubblici sono scarsi e se li perdi aspetti circa un’ora. Penso che solo New York e parte della costa atlantica si avvicini all’urbanistica europea. Il lato positivo è che ci sono paesaggi naturalistici mozzafiato, i tramonti arancioni e rosso fuoco, abeti alti 30 metri e, a sole 4 ore di volo, ci sono le Hawaii!!! È simpatico osservare come ci tengano al barbecue, a Starbucks che è nato in questo stato e al giorno del Ringraziamento. Hanno un abbigliamento da palestra o da spiaggia per tutto l’anno – che da un lato è una grande forma di libertà non essere vincolato all’outfit, dall’altra… non hanno proprio quel senso estetico che rende famosi noi italiani.

Quale è la soddisfazione più grande presa da quando hai lasciato l’Italia?

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Essere riuscita a farmi una vita da zero e ad arrivare dove molti mi dicevano che non sarei riuscita.

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Sicuramente, il fatto di essere economicamente indipendente. E, di avere un bagaglio culturale e di esperienze che ogni anno pesa di più. Finalmente, riesco a seguire e capire i film in lingua originale e non mi imbarazzo più nel parlare inglese.

Vuoi lasciare un messaggio per chi vorrebbe trasferirsi negli USA? 

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È un paese che da molte opportunità lavorative, perfetto per gli stacanovisti, meno per chi segue la filosofia del “lavorare per vivere”. Si può arrivare senza nulla e costruire parecchio, ma ci sono costi emotivi e fisici non indifferenti. Astenersi persone molto attaccate alla famiglia perché la lontananza dilania l’anima.

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Chi si trasferisce negli USA ha già un percorso abbastanza pianificato per i motivi indicati sopra. Direi di informarsi bene per l’assicurazione sanitaria e cosa può coprire. Io mi sentirei di consigliare, in generale, ai ragazzi e studenti che vogliono intraprendere il percorso estero, di iniziare a pianificare a tavolino, tutto, sin dalle superiori. L’inglese, si deve conoscere bene, dà una marcia in più. Se sapete in cuor vostro che volete vivere all’estero, focalizzatevi su facoltà che vi daranno la possibilità di spostarvi. Altrimenti, dovete tenere in considerazione che vi toccherà ristudiare da principio. In America i percorsi di studio sono diversi e molte lauree non vengono riconosciute (es: giurisprudenza e medicina). Vivere fuori dall’Italia, per alcuni può essere un’ancora di salvezza, per altri può volere significare separarsi dai propri cari. Tenete anche in conto che possano capitare fatti tragici e voi sarete lontani. Non voglio essere una guasta feste ma capita, a me, sta capitando. E, in molti casi si è da soli a gestire situazioni complesse e più grandi di noi.

Ma soprattutto, USA o Europa, con il senno di poi?

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Ti rispondo così: dipende da dove vai e a che stadio della vita sei. Senza figli ti direi New Orleans pe’ sempre (che tanto USA non eh). Con figli e senza nonni vicini: Europa subito.

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Devo ammettere che lo stato di Washington è veramente lontano. Credo che resisteremo ancora un paio di anni e poi ritorneremo in Europa. Posso rispondere: entrambe?! Più si conosce, più si impara, più si aprono gli orizzonti, meglio è! Questa è un’esperienza e va vissuta come tale. Cerco di assorbire il massimo e di custodirlo con cura. Ad meliora et maiora semper! 

Ringrazio Alessia e Luisa per averci raccontato la loro esperienza americana condividendo tanti buoni consigli. Sono sicura che serviranno a chi sta sognando l’America.

Con me, ci ritroviamo su YouTube, Facebook, Insta e sulla Newsletter mensile. Ciao! 🙂

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

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Debora durante la stesura della sua tesi di dottorato in Francia

Studiare all’Università all’estero, perché farlo?

Hai diciotto anni e vorresti cambiare aria. O magari ne hai venti. Oppure vorresti andare all’Università ma sei nei tuoi trent’anni. Comunque tu decida, tra quattro anni sarai comunque 4 anni più grande ma senza il titolo o il cambiamento che volevi per te. Una considerazione semplice che ha calzato a pennello in quella che è stata la mia vita nel Regno Unito perché certe paure le ho avute eccome eppure aver studiato in Scozia rimane una delle decisioni migliori che io abbia preso per me. Ero grande, vero, ma la mia età è stata una marcia in più e quel percorso mi ha cambiato la vita in meglio.

Studiare all’estero all’Università mi ha preso quattro anni di vita trasformandoli nell’inizio del mio futuro.

La mia storia di studentessa lavoratrice in Scozia la sapete quindi oggi vorrei lasciare la parola a quattro donne molto diverse tra loro che hanno lasciato l’Italia e che una volta all’estero hanno deciso di continuare a studiare o ricominciare con una nuova carriera universitaria.

Spero i loro racconti del mondo possano aiutare gli indecisi e tutti coloro che ci stanno pensando, a ricominciare all’estero passando per l’Università.

Quindi siamo pronti, vi presento Greta e Debora dalla Francia, Dania dall’Irlanda e Claudia dall’Australia, queste le loro parole, questa la loro storia.

Ciao, ci racconti un po’ di te, come ti chiami e cosa ti ha portato lontano dall’Italia?

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Ciao, mi chiamo Greta e fondamentale è stato mio marito a portarci lontano dall’Italia: la sua azienda gli ha offerto la possibilità di lavorare in US a Milwaukee prima e poi a Lione, in Francia. Dopo un anno abbiamo accettato un’altra offerta e siamo finiti a Grenoble, sempre in Francia. 

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Ciao, mi chiamo Dania. Nel 2007 mi sono laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche a Trieste e nel 2008 mi sono trasferita in Irlanda, per fare un dottorato di ricerca in chimica al Trinity College di Dublino. Da allora non sono più tornata. Ora sono una Senior Research Fellow alla scuola di medicina.

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Mi chiamo Debora, vengo da Roma e abito a Brest (Francia) da 3 anni e mezzo, sono mamma di un bimbo italo-francese e dottoranda a fine tesi; sono partita proprio per cominciare il dottorato qui in Bretagna.

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Ciao, mi chiamo Claudia, 33 anni, originaria di Milano ma attualmente residente a Sydney, Australia. In Italia avevo studiato relazioni internazionali, e per passare dalla teoria alla pratica ho sempre cercato di sviluppare le mie relazioni internazionali partecipando a programmi di scambio all’estero. È così che ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito e che è la ragione ultima per cui ho deciso di trasferirmi in Australia ormai 9 anni fa! Con un dottorato di ricerca in giurisprudenza fresco fresco in tasca, da 3 anni lavoro per Medici Senza Frontiere nella sede di Sydney.

A che punto hai deciso di studiare all’estero. Quanti anni avevi e cosa ti frullava in testa?

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Era parecchio che mi girava in testa ma ho sempre rimandato: prima il lavoro, poi i figli piccoli e sembrava non essere mai il momento giusto. Lo scorso anno chiacchieravo con un’amica di Lione di questo desiderio nel cassetto e lei ha condiviso la sua esperienza. Mentre spiegava io realizzavo che era arrivata la mia occasione. Mi sono iscritta a marzo di quest’anno, poco prima di compiere 37 anni, alla laurea di lingua e cultura italiana. 

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Avevo 23 anni, ero all’ultimo semestre dell’ultimo anno di università e stavo facendo la tesi sperimentale obbligatoria nel mio ciclo di studi. I miei amici mi sembravano tutti così sicuri di sé sul che cosa fare dopo la fatidica laurea. Io invece non avevo alcuna idea di cosa volessi fare da grande, eccetto che non ero pronta ad affrontare una vita dietro il bancone di una farmacia e che non volevo tornare a vivere con mamma e papà. Che il ragazzo dell’epoca non fosse l’amore della mia vita, l’avevo già capito da un po’. Parlando con una ricercatrice che lavorava nel gruppo di ricerca dove facevo la tesi, scoprii che aveva appena vinto dei fondi di ricerca e che avrebbe creato il suo gruppo di ricerca al Trinity College di Dublino. Giovane e sfrontata, senza sapere bene che cosa volesse dire, le chiesi se potevo andare con lei. Iniziò tutto così. Ricordo il giorno in cui ricevetti la lettera di ammissione alla scuola di dottorato del Trinity College qualche mese dopo. Guardai il mio nuovo ragazzo (ora mio marito), e pensai che se solo lo avessi incontrato qualche mese prima, non avrei mai fatto quella domanda di ammissione. Ma ormai era fatta, e decisi di non sprecare l’opportunità. 

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La mia partenza è stata molto impulsiva, sono stata contattata da un’amica italiana ricercatrice in Francia che mi ha proposto di fare un colloquio per un dottorato con il suo gruppo di ricerca, e visto che ero alla fine della laurea Magistrale in Fisica Nucleare e che non avevo nessuna idea di come cominciare a lavorare, non ci ho pensato troppo e ho deciso di partecipare alla selezione. La sorpresa è stata nell’entusiasmo del mio capo durante il colloquio che mi ha detto subito che mi aveva presa, quindi ho dovuto chiedere di ritardare l’inizio del dottorato di qualche mese per essere in grado di finire la magistrale (normalmente si comincia con l’inizio dell’anno accademico a settembre/ottobre, io ho cominciato a febbraio, 3 giorni dopo aver discusso la tesi magistrale).
Nella testa all’epoca mi frullava poco e niente, ero insoddisfatta di quello che si profilava all’orizzonte volendo rimanere a Roma, non avevo idea di come cominciare a cercare lavoro, non trovavo un mestiere che mi andasse bene e mi rifiutavo di fare della ricerca essendo pagata poco e niente in Italia. In più avevo abitato con i miei per 24 anni, avendo scelto di proseguire gli studi nella mia città natale, quindi sentivo il bisogno di staccarmi dal nucleo familiare, e la chiamata dalla Francia mi ha dato l’avventura che cercavo.

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Dopo essere arrivata in Australia con il visto vacanza-lavoro (WHV) e due lauree in tasca, ho provato a trovare lavoro nel mio settore o comunque in un’area che mi permettesse un giorno di trovare il mio lavoro ideale. Purtroppo vuoi per i limiti del mio visto, vuoi per il fatto di essere straniera e di aver studiato in Italia, non sono riuscita a trovarlo ed è allora che ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di fare un dottorato di ricerca. Avevo 26 anni e volevo finalmente cominciare la mia carriera lavorativa!

Raccontaci la tua esperienza di studio all’estero

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L’esperienza di studio a distanza sta andando bene: gli argomenti mi piacciono e quindi è più facile studiare perché mi appassionano. Ho iniziato questo primo semestre con la quarantena quindi con tutti e tre i bambini a casa: è stato un po’ più complicato organizzare tutto ma alla fine è andato alla grande. 

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L’esperienza del dottorato all’estero è stata bellissima e triste allo stesso tempo. Bellissima per le soddisfazioni che ne ho tratto dal punto di vista professionale, per le persone incontrate, provenienti dal tutto il mondo, le avventure, scoprire posti nuovi, le feste in cui si parlavano 3/4 lingue contemporaneamente, il vivere in una nazione con una cultura diversa, il cavarmela da sola in situazioni del tutto nuove per me. Triste perché sentivo la nostalgia degli affetti. Vivere una relazione a distanza per 3 anni non è sempre stato facile. Inoltre, vivere all’estero, lontano da parenti e amici di una vita, ti lascia spesso da sola con te stessa. Quando mi sentivo proprio giù, ricordo che camminavo per la città ripetendomi “Vieni da un paesino della campagna friulana, stai facendo un dottorato in una delle 100 più prestigiose università al mondo e vivi in una capitale europea. Sii orgogliosa di te.” fino a quando arrivavo al mio bar preferito dove servivano un brownie con la panna che avrebbe resuscitato anche un morto. Ora che vivo in Irlanda da molto, nei miei fine settimana non ci sono più le feste multiculturali, ma mio marito è qui con me. Abbiamo una casa tutta nostra, con un piccolo giardino. La nostalgia della famiglia e la mancanza dell’estate ci sono sempre, ma in due e con un salario che ti permette di viaggiare, tutto è più facile.

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L’esperienza di studio in Francia sta andando benissimo. Mi sono adattata bene ai ritmi francesi (pranzo alle 12 e serate alcoliche nei weekend, sole inesistente in inverno e tramonti alle 23 d’estate), ho imparato la lingua da zero in poco tempo, ho trovato l’amore e senza pensarci troppo sono diventata mamma di uno splendido nanetto e in tutto ciò sto scrivendo la tesi, quindi anche gli studi vanno alla grande. Inoltre, se tutto va bene fino in fondo mi aspetta un contratto a tempo determinato da ricercatrice per l’anno prossimo, non posso proprio lamentarmi!

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Il mio percorso verso il titolo di Doctor è stato lungo e complesso, esclusivamente per colpa della burocrazia una volta che ho completato la mia tesi. Fino a quel momento, ovvero per la durata dei 4 anni di effettiva ricerca, devo dire che è andato tutto più o meno bene. Quando si fa ricerca sul campo, soprattutto ricerca qualitativa che prevede interviste ed altre metodologie di ricerca a contatto con altre persone, gli intoppi sono inevitabili. L’importante è avere un piano B, C e D a disposizione e non demordere. Personalmente non ho mai avuto un ufficio a disposizione e ho completato il dottorato lavorando quasi esclusivamente da casa. Questo isolamento fisico e mentale è stato molto tosto, soprattutto il primo anno, ed è un aspetto del fare ricerca che non va sottovalutato. Per il resto ho avuto la possibilità di gestire il mio lavoro come e quando ho voluto, con molta poca interferenza da parte dei miei relatori (e questo è stato un aspetto sia positivo che negativo del mio percorso), ma sono riuscita a completare la tesi nelle tempistiche che avevo previsto e che mi erano state imposte dalla facoltà e università. Il peggio per me è cominciato proprio una volta consegnata la tesi, perché il processo di valutazione e correzione della tesi è stato a dir poco estenuante e assurdo. Ma grazie al cielo sono riuscita ad affrontare tutto questo ed arrivare al tanto agognato titolo, anche se con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale!

Sapresti dirci come funzionano lezioni ed esami nella tua Università?

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Il corso è organizzato per essere seguito online: i destinatari sono expat italiani o stranieri interessati con un buon livello di italiano. Si può scegliere di seguire i corsi in tutorato o in autoapprendimento. Io ho scelto quest’ultimo quindi mi scarico il mio materiale e proseguo nello studio in autonomia. Ogni modulo ha circa 5/7 maxi-argomenti e ognuno ha circa 7 capitoli. Ogni argomento ha un mini-test finale e ogni modulo un maxi-test finale. Nel modulo ci sono test obbligatori e altri facoltativi. Senza aver passato quelli obbligatori (sempre online) non puoi accedere all’esame. 
Esistono una finestra di esami a fine semestre di circa due settimane dove dare gli esami: in tempi normali si prendono accordi sulle sedi dove farli. C’è una persona molto disponibile che si occupa di prendere contatti presso i dipartimenti di italiano delle università della tua città o i centri culturali italiani accreditati

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A questa domanda rispondo sulla base della mia esperienza sia da dottoranda che da insegnante. L’ approccio all’insegnamento e all’esaminazione è completamente diverso da quello Italiano. Le lezioni coinvolgono quasi sempre gli studenti e includono attività da svolgere in gruppi e interazioni con l’insegnante. Inoltre, ci sono moltissimi laboratori pratici o simulazioni di scenari reali dove gli studenti possono mettere in pratica quanto imparato. Gli esami sono solo scritti, non esistono esami orali. Tutte le informazioni necessarie a rispondere ai quesiti degli esami vengono trattate in classe dal professore. Gli esami di tutti i corsi si tengono contemporaneamente, distribuiti su qualche giorno/settimana. Per passare all’anno successivo non è necessario superare gli esami di tutti i corsi, ma totalizzare nel complesso un punteggio superiore al 50/60% (a seconda delle università / corsi di laurea).

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Non conosco bene il funzionamento della facoltà perché ho frequentato solo i corsi riservati ai dottorandi, ma so che a differenza dell’Italia, qui i dottorandi non hanno alcun esame da passare. Dobbiamo seguire delle lezioni (100 ore obbligatorie in 3 anni) ma fanno cumulo anche conferenze e presentazioni, e la presenza è sufficiente, non c’è alcun tipo di controllo sui contenuti. Ho seguito i miei primi corsi quando ancora non parlavo bene francese e capivo la metà di quello che veniva detto, spesso sono corsi che non toccano nemmeno il soggetto della tesi, hanno un carattere generale: etica, come scrivere un CV, come scrivere un articolo scientifico, corsi di lingua, etc. L’utilità è dubbia, ma ne ho approfittato per migliorare la conoscenza delle lingue straniere!

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Il dottorato di ricerca è un programma che non prevede lezioni o esami, quindi non è qualcosa su cui posso commentare personalmente durante questo programma. Ma in generale in Australia alle lezioni tradizionali si alternano dei “seminari”, dove le classi vengono suddivise in gruppi più piccoli che si trovano con il professore per una lezione più approfondita, basata sul dialogo e il confronto. In queste università i progetti e gli interventi degli studenti sono componente essenziale del corso e della valutazione, con almeno una presentazione, progetto o quant’altro a corso. Per quanto riguarda la valutazione di fine corso, ci sono varie tipologie di esami. Esiste la versione classica a più domande, come quella italiana, ma è possibile anche avere esami “a tesina”, dove si sceglie un argomento su cui scrivere un tot di pagine. Ovviamente per farlo si hanno a disposizione diverse settimane, quando non l’intero semestre. Un’altra versione di esame è “l’esame da portare a casa”, che consiste in una domanda a cui rispondere da casa nel corso di un weekend. Una peculiarità è che sono tutti scritti, a parte in qualche corso di lingua; altra caratteristica è che nella maggior parte degli esami (anche nella tipologia classica) è possibile usufruire di libri e appunti durante l’esame. Questo perché l’esame non testa la conoscenza mnemonica di nomi e date, ma valuta la capacità di ragionamento e di problem solving dello studente. 

Durante l’emergenza covid avete avuto il supporto necessario in Università?

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Il supporto è stato eccezionale: avendo studenti in tutto il mondo con situazioni diverse per l’emergenza, hanno trovato una soluzione ottimale per tutti ed è andato tutto bene.

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Le lezioni sono state spostate online, così come gli esami, da un giorno all’altro. Il processo è stato molto stressante, sia per gli studenti che per gli insegnanti e gli amministrativi. Ma credo che il supporto da parte del College sia stato buono, considerato il poco tempo per organizzarsi, con training online disponibili per entrambe le parti e supporto in remoto.

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Durante l’emergenza COVID abbiamo avuto molti contatti con colleghi e superiori, ci siamo tenuti compagnia con infinite riunione e videoconferenze. Ci era stata data la possibilità di portare il computer fisso del laboratorio a casa e di lavorare in qualunque momento della giornata, anche senza rispettare le canoniche 7 ore. Non è stato facile con un bimbo di un anno e mezzo da guardare tutto il giorno chiuso in casa, ma ci ritenevamo già abbastanza fortunati ad avere un lavoro, uno stipendio che continuava ad arrivare e molto più tempo col nanetto. In più avevamo la fortuna di essere in famiglia; so che per gli studenti che vivono da soli e per i genitori soli o esasperati erano stati attivati dei servizi di supporto psicologico telefonico, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno!

Pensi che sarebbe stato diverso lasciare l’Italia a vent’anni, finite le superiori?

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Sicuramente sì. Ora studio con un’altra testa e carica. Sono più serena, più curiosa e attenta. 

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In tutta onestà, a 20 anni non sarei mai partita all’estero a studiare. Sapevo di essere pronta a sopportare la solitudine.

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Sicuramente sarebbe stato diverso, non sarei stata indipendente come ora che ho il mio proprio stipendio, quindi probabilmente non avrei avuto la stessa vita facile che ho avuto in questi tre anni, avrei dovuto rendere molto più conto ai miei genitori dei miei viaggi e magari avrei dovuto condividere casa con altre persone. Sicuramente non avrei pensato di mettere su famiglia così facilmente appena arrivata all’estero, penso che mi sarei sentita ancora “figlia” e poco indipendente. Sono contenta di essere partita quando potevo essere autosufficiente.

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Quali sono le differenze tra l’Università in Italia e quella nel tuo paese di adozione? Pro e contro?

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Le differenze sono moltissime. Se da una parte è vero che gli studenti che studiano in Irlanda hanno più manualità e conoscenza tecnica dei mezzi applicabili al loro campo di lavoro, è anche vero che il sistema italiano si concentra di più sulla forma mentis, ovvero sull’insegnare allo studente ad essere indipendente nello studio e responsabile nelle scelte che fa nell’organizzare il suo tempo. A mio personale avviso, il sistema italiano è da preferire, perché posso velocemente insegnare una tecnica a una persona che non la conosce, ma è molto più difficile insegnargli a pensare con la propria testa se è abituato a ricevere informazioni pre-digerite.

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La prima grossa differenza è la modalità di accesso all’università: non c’è test d’ingresso, chiunque può iscriversi e frequentare la facoltà, l’unico problema è che per mantenere il proprio posto bisogna essere in regola con gli esami. Qui i fuoricorso sono rarissimi, l’università non è cara se si mantengono i tempi, ma diventa molto più cara se si doppiano uno o più anni, in più i corsi si tengono tutti i giorni tutto il giorno (9-18, 5 giorni a settimana) quindi seguire corsi che non sono ben incastrati tra loro è complicatissimo. Insomma, cercano di tenersi solo gli studenti che ce la fanno, gli altri vengono cacciati via da una sorta di selezione naturale. Direi che l’accesso facile e il basso costo sono i top pros, poi magari ci mettiamo anche la modalità d’esame che è esclusivamente scritto, senza l’ansia dell’orale. I contro non li conosco, non ho propriamente studiato in Francia, non saprei dire. Per il dottorato tra i vantaggi aggiungerei che si viene pagati meglio che in Italia (tra i 1400 e i 1800 euro al mese, contro i 1100 italiani), pur mantenendo tutti i privilegi dell’essere studenti (trasporti scontati, cinema e ristoranti con promozioni, etc) e non ci sono esami di alcun tipo da passare al primo anno.

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Il metodo di insegnamento e di esame è profondamente diverso tra Italia e Australia, ma le diversità si estendono anche all’ambiente in generale. A Milano, sia che fosse alla triennale che alla specialistica, mi è sempre sembrato di stare ancora al liceo, e penso che questo possa essere generalizzato a molte università italiane. L’università per la maggior parte degli studenti non è che il proseguimento delle superiori, un luogo dove parcheggiarsi per almeno 3 anni in attesa di capire cosa fare “da grandi”. Qui in Australia invece si studia in un bell’ambiente, dove l’istruzione è considerata importante e cruciale per un futuro prospero. Gli insegnanti sono aperti al dialogo e valorizzano l’opinione degli studenti in un modo che in Italia ce la sogniamo. E tantissima importanza viene data allo studente come persona, al suo equilibrio tra studio e vita sociale e alle sue esigenze come individuo. Insomma, decisamente un bel posto dove studiare!

Quali sono i costi? Quali le agevolazioni?

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Il tutorato prevede un costo di 900€ al semestre mentre l’autoapprendimento di 600€. È possibile anche chiedere delle borse di studio. La laurea prevede un percorso di 3 anni. 

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I costi per studiare in Irlanda dipendono da due fattori: il corso di laurea scelto e la nazionalità. Per gli studenti europei le tasse vanno dai 2700 euro ai 13000 euro annui. Per gli studenti extraeuropei, il costo è circa il doppio. Le agevolazioni sono rare. E’ possibile applicare a borse di studio da parte di enti privati, ma sono molto competitive. Per i dottorati di ricerca, le tasse si aggirano intorno ai 9000 euro anni ma solitamente sono coperte dalla scholarship o dal fondo di ricerca. 

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In Francia per un corso qualunque alla facoltà pubblica siamo intorno ai 200 euro l’anno per tutti gli Europei, 3000 euro per studenti proveniente da fuori dell’Europa. Per il dottorato sono circa 400 euro di iscrizione ogni anno per qualunque tipo di studente, compresi di copertura della sanità pubblica. Ci sono molte agevolazioni che riguardano cibo e alloggio: si può facilmente avere un alloggio gratuito se si viene da Paesi del terzo mondo, in stato di guerra o se si proviene da una famiglia poco benestante, in più ci sono associazioni che aiutano gli studenti ad ammobiliare camere e case, e so che a Brest c’è anche un supermercato a cui hanno accesso solo gli studenti meno benestanti, in cui i prezzi sono tagliati del 70-80% (con date di scadenza quasi a termine). Volendo si può anche facilmente ottenere un prestito “per studenti” che prevede il pagamento solo a fine studi, quando si comincia a lavorare.

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Ovviamente i costi per studiare in Australia variano da università a università. Per darvi un’idea però il costo di un PhD in giurisprudenza (quello che ho fatto io) per un international student all’University of Sydney è di $49.000 all’anno! Una cifra ovviamente folle e che ben pochi pagano perché per fortuna le borse di studio a disposizione degli studenti stranieri sono tante. Ce ne sono messe in palio dal governo australiano (al momento l’Endeavour Program è però sospeso), dall’università, dalla facoltà, ecc oltre ad altre offerte magari da enti privati o per progetti specifici. Una volta accettati nel programma poi è possibile ottenere ulteriori sussidi ad esempio per comprare materiale elettronico, partecipare a conferenze, compiere esperimenti ecc. Ovviamente il tutto è a discrezione della singola facoltà ed università, però io non posso che parlare bene – ed essere estremamente grata – per tutto il supporto finaziario che ho ricevuto dalla mia università!

Cosa diresti a chi vorrebbe studiare nel tuo paese di adozione?

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Spero ti piacciano i climi autunnali, 12 mesi all’anno, e che non ti dispiaccia camminare sotto la pioggia. Sarai ripagato con serate divertentissime al pub con la tua nuova famiglia multiculturale.

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Direi che bisogna conoscere la lingua perché i francesi non si adattano all’inglese o a qualunque altra lingua facilmente. Non è necessario nel caso di un dottorato perché gli articoli scientifici sono in inglese e tutti in un laboratorio di ricerca sono in grado di parlare un buon inglese, ma i corsi alla facoltà sono solamente in francese, a parte casi isolati, quindi una discreta conoscenza della lingua è d’obbligo. Per il resto credo che abbiano delle buone strutture universitarie e un buon sistema per accompagnare gli studenti negli studi, venite pure se parlate francese, gli Italiani sono ben accolti!

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In Australia è difficile restare con un visto permanente e sono moltissimi i giovani che decidono di studiare per provare a rimanere in questo paese. Solitamente i corsi scelti sono però di breve durata e, anche se comprendo bene la scelta – anche legata ai costi molto alti di questi corsi -, vi consiglio di considerare la possibilità invece di fare un PhD. Questo vi consentirà di avere un visto per 3/4 anni, oltre che, solitamente, una borsa di studio che copre le spese principali. Certamente fare un dottorato di ricerca non comporta lo stesso impegno che un corso di inglese, ma è una valida alternativa se siete seriamente intenzionati a vivere in Australia.

A chi consiglieresti un percorso di studi come il tuo e quali possono essere gli sbocchi?

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Il corso di laurea in lingua e cultura italiana prevede quattro diversi percorsi: letterario, arti/musica/spettacolo, didattico/linguistico e culturale. Permette appunto un approfondimento della lingua e della cultura italiana con sbocchi nell’editoria, insegnamento, relazioni istituzionali e commerciali con l’Italia, turismo culturale. L’università poi prevede anche due master sempre online (uno in traduzione e l’altro in didattica) che possono aiutare a completare il proprio percorso. 
Lo consiglierei a chi ha una passione per la nostra lingua e cultura e desidererebbe un lavoro legato ad esse. 

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Un PhD in Irlanda lo consiglio a chiunque voglia mettersi alla prova, non solo dal punto di vista dello studio o della crescita professionale, ma anche culturale. Negli anni ho visto vari studenti arrivare in Irlanda per fare ricerca nel nostro laboratorio, ma non essere pronti a lasciarsi permeare dalla cultura del paese in cui si stavano trasferendo. In generale, in questi casi l’esperienza è stata abbastanza stressante per lo studente, con risultati limitati anche dal punto di vista del progetto di ricerca. 
Gli sbocchi dopo un dottorato in chimica sono tantissimi, dalla ricerca accademica a quella in azienda, dal controllo qualità a enti regolatori o agenzie di finanziamento della ricerca. Un consiglio che ci tengo a dare su questo argomento è di non fossilizzarsi sul proprio titolo. A volte durante il dottorato, ci si accorge di essere particolarmente portati o di amare particolarmente un aspetto secondario del proprio campo. Questo non vuol dire che non si possa inseguire il sogno di farlo diventare la nostra carriera principale. Un dottorato vi darà tutti i mezzi necessari per poter inseguire il vostro sogno, se vi ci dedicate con passione.

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Chiunque voglia fare della ricerca il suo mestiere dovrebbe avere un’esperienza all’estero nel curriculum, quindi consiglierei di partire il prima possibile, per esempio per il dottorato. Se poi si decide di restare perché ci si innamora di Parigi o della Bretagna, non è così difficile trovare contratti a tempo determinato. Per gli indeterminati è un po’ più complesso, se si vuole diventare professore associato o ricercatore CNRS ci sono dei concorsi specifici ogni anno. Anche lì, so che ci sono molti italiani che vengono a tentare la fortuna perché molto più facile di qualunque concorso da noi: più posti, meno stress e possibilità di lavorare a distanza quasi sempre. Io ancora non so cosa farò della mia vita ma non sono assolutamente preoccupata, so che con una laurea scientifica e un dottorato in tasca posso facilmente trovare lavoro anche nel settore privato, volendo.

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In Australia come altrove, il dottorato di ricerca è un percorso lungo, complesso e difficile. Spesso avrete la totale autonomia nel gestire il vostro progetto, incluso le tempistiche, burocrazia e scadenze varie. Se avete bisogno di qualcuno che vi tenga la mano passo per passo, il PhD non fa per voi. Se non riuscite a concepire l’idea di portare avanti un progetto per almeno 3 anni, il PhD non fa per voi. Ma se amate fare ricerca, scrivere e fare esperimenti, se avete un’area che vi sta a cuore e su cui sapete che c’è ancora molto da sviluppare, allora le premesse per questo tipo di programma ci sono tutte. Gli sbocchi sono tanti e vari: il PhD è il più alto titolo universitario che ci sia e di conseguenza può aprirvi molte porte, soprattutto in ambito accademico (qui in Australia per diventare professore universitario è necessario avere un PhD, ad esempio) e di ricerca. Però attenti: c’è anche il rischio di essere overqualified con un titolo del genere!

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L’Università di Sydney di Claudia

Ringrazio Greta, Debora, Dania e Claudia per averci raccontato della loro esperienza di studio all’estero e scritto tanti preziosi consigli. Speriamo che la loro storia possa aiutare chi sta valutando di iniziare un percorso universitario e per questo tutte si sono dette disponibili a farsi contattare qualora voleste saperne di più.

Come sempre io rimango a disposizione per chiunque volesse informazioni su come studiare gratis (sigh, maledetto brexit) in Scozia e potete trovarmi su Facebook, Instagram e Youtube.

A presto!

Londra è stronza

Londra è stronza

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Londra, il mio ultimo viaggio prima del coronavirus

Londra è stronza, incontrare un’amica un evento impossibile, fatto di orari che non coincidono e distanze. Mezzi da prendere e corse isteriche.

Londra è aperta, così aperta che ne vedi contraddizioni e problemi, la diseguaglianza sociale che fa paura, i quartieri divisi manco avessero fatto una linea a terra con il gesso.

Le distanze enormi, che non ti fanno arrivare mai. E allora sali e scendi dalla metro, prima che le porte si chiudano, Oyster perennemente in mano.

Londra mi stanca, fisicamente, mentre vorrei mangiarmela come le cose buone e lei, svicola, si svincola, non vuole accolli.

Non so a cosa pensassi quando da giovane mi sembravano tutti così educati, qui. Non lo sono, hanno fretta, ti sbattono contro perché sembrano sapere dove andare, anche quando sono persi. La bussola in mano, poco tempo da perdere.

Una frenesia che mi fa venire voglia di correre, Londra mi aumenta la fame e fa commuovere, bella in un modo che non avevi previsto, che non immaginavi, che non scorderai.

A Londra vuoi tornare.

Londra è sempre casa, per chi da turista la visita e sogna.

È quel posto dove tutto ti sembra grande, giusto, immenso e possibile. La favola che continua a vendere a tutti quei ragazzi che poi qui arrivano per scoprire che per quel possibile c’è un prezzo da pagare: le case condivise, un cesso da dividere in sei, il lavoro massacrante, i turni da aggiungere anche quando non ti reggi in piedi.

In cambio Londra ti darà tutto quello che ha, incapace di lesinare. Sarà tua anche quella sua luce unica, quando piove e tutto diventa bianco, elettrico. Un bagliore energetico che ti lancia nella mischia, nella vita frenetica di chi ha voglia di spingere, di emergere, di provare.

Londra è casa di tutti quegli Italiani che incontri mentre ordini un caffè, quell’accento che non si lava, che non scorre via malgrado la pioggia.

Che ti ricorda che siamo ovunque, perché di quell’ovunque vogliamo un pezzo.

Perché abbiamo fame.

Se stai pensando di trasferirti a Londra puoi leggere questo post che sarà valido fino al 31 Dicembre 2020, dopodiché la Brexit ci farà uscire dall'Europa e le regole cambieranno. Per venire a Londra avrai probabilmente bisogno di un visto ma potrai ancora trasferirti per imparare l'inglese pagando qualche corso o con un visto lavoro provvisorio. 
Perché visitare la Cambogia?

Perché visitare la Cambogia?

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Durante una benedizione a base di acqua, preghiere e fiori

Quando il nostro viaggio nel sud est asiatico era ancora solo un sogno, abbiamo iniziato a sentire i pareri di chi già aveva affrontato quelle tappe e tutti erano concordi nel dire che la Cambogia fosse una meta particolare. A digiuno di storia e senza una particolare conoscenza dei fatti accaduti in quella terra così lontana, i motivi li avrei capiti solo lì e forse così sarà anche per voi.

Siamo arrivati in Cambogia (visto necessario, acquistabile anche questo online al prezzo di 36 dollari americani) dalla Thailandia con un volo Asia Airline e subito questo paese ci è entrato nel cuore, come una freccia ma senza fare male, ci ha infilzati nel petto per rimanerci dentro e cambiarci un poco. In un modo bello. La storia recente della Cambogia è stata invece una coltellata di puro dolore.

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Angkor Wat Temple e tutte quelle scale salite

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I templi più famosi.

Il primo impatto con Siem Reap è stato umanamente meraviglioso ma arrivando dall’aeroporto, la città ci è sembrata un enorme parco gioco per i turisti, con hotel mega galattici alla Sharm el-Sheikh. La mattina dopo ci saremmo ricreduti perché la prima visita è stata quella all’Angkor Wat Temple, il tempio famoso per essere stato rappresentato nel film di Indiana Jones ed esempio di una bellezza che toglie il fiato. Il nostro driver (consigliatissimo e anche se non potevamo saperlo, dai prezzi assolutamente concorrenziali) era un uomo meraviglioso, gentile e con gli occhi buoni che avevamo incontrato la prima notte, dormendo da V&A Villa dove per 26 euro in due per tre notti avremmo avuto colazione e pick-up dall’aeroporto compresi. Una struttura gestita da una famiglia gentile e attenta, prendetela in considerazione per alloggiare a Siem Reap (recensione onesta qui).

Per visitare il complesso archeologico di Angkor (la capitale dell’impero Khmer), bisogna mettere in conto il costo del biglietto per almeno un giorno (37 dollari americani) ma vi assicuro che la spesa merita ogni centesimo. Il pass consente di visitare diversi siti archeologici e di interesse e parte di questo denaro viene investito per il benessere dei locali. Senza non potrete entrare nel tempio principale né visitare quelli minori ma soprattutto renderete l’esperienza monca, priva di qualcosa di unico. Lungo la strada preparatevi a fotografare le scimmie, che troverete un po’ ovunque a Siem Reap e se il caldo dovesse sorprendervi, e lo farà, avrete l’imbarazzo della scelta per un drink proprio attorno al tempio e avrete anche l’occasione di vedere da vicino i cambogiani lavorare nei vari stand con accanto i bambini che giocano. Per una vista pazzesca, fate tutte le scale e salite tutte le cime di Angkor Wat.

Sia che siate con il driver, sia che stiate guidando voi, con il biglietto giornaliero vi consiglio di approfittarne per vedere tutti i templi e le zone archeologiche che sono comprese nel prezzo. A me è piaciuto molto Angkor Thom, che abbiamo visitato quasi da soli grazie alla carenza di turisti dovuta alla stagione monsonica. Neanche a dirlo, preparatevi per le scale. Menzione merita anche il più grande puzzle al mondo, Baphuon Temple, ed una volta lì scoprirete il motivo di questa particolare nomea. Larghi mattoni numerati sono disposti nel mezzo della jungla, con la speranza di ricreare un giorno, pezzo per pezzo, parte delle facciate crollate. Ogni mattone un dettaglio, il racconto di ciò che fu e parte di quello che andò distrutto per mano dei Khmer Rossi.

Siate pronti a lasciarvi andare agli incontri inaspettati, potrebbero essere animali selvatici, monaci pronti a benedirvi in cambio di una offerta (una esperienza bagnata!) o gruppi che sensibilizzano sul tema delle mine antiuomo. Chiedetevi anche, chi le avrà messe qui? In un paese neutrale?

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I night market ed i mercati all’aperto

Il mercato Siem Reap night Market merita una menzione positiva perche’ pur essendo turistico è anche pieno di cose interessanti ed è anche il luogo perfetto per farvi un massaggioo cambogiano che vi assicuro essere meno violento di quello thailandese spezza ossa. Che in Cambogia hanno cuore, appunto. Finche’ non vi fanno la ceretta.

Per mangiare, se siete vegetariani o vegani, a Siem Reap vi consiglierei Madame Butterfly, un ottimo ristorante con specialità Khmer. Prezzi superiori alla media ma piatti eccezionali, 18.50 dollari americani a persona per due pasti vegetariani che ricorderete.

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I musei

Un grande rimorso di questa meta? Non aver avuto il tempo di poter andare al Museo delle Mine Anti-Uomo. Un luogo che serve perché in pochi sanno cosa è stato fatto a questa terra ed io per prima l’ho ignorato per troppo tempo. Altro rimpianto non aver visitato l’Angkor Butterfly Centre, dove le farfalle la fanno da padrona. In compenso siamo sopravvissuti ai tuk-tuk locali che sono forse i più instabili incontrati durante il viaggio nel sud est asiatico.

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Scimmie golose ad Angkor Wat. Nella foto con un bel mango!

Phnom Penh, la capitale della Cambogia

Phnom Penh è stato amore ed è forse il luogo che più mi ha consentito di riflettere su come l’occidente sia all’oscuro – quando non ne è parte attiva – di troppe mattanze ed ingiustizie che accadono nel mondo. Per noi è stata l’occasione per capire meglio una storia che ignoravamo, quella del genocidio cambogiano avvenuto per mano di Pol Pot (vero nome Saloth Sar), il dittatore fanatico comunista che non fu mai punito. Per mano sua persero la vita, in modi orribili, 1.500.000 milioni di cambogiani ma i numeri potrebbero raggiungere tranquillamente i 3 milioni di morti. Pol Pot annientò la cultura del suo popolo: spaventato dall’intelligenza dei suoi cittadini mandò a morte tutti coloro con una laurea, i dottori, gli uomini di scienza, i bilingue e persino chi aveva le mani troppo curate o gli occhiali. Le generazioni successive dovettero ricominciare da capo, incapaci a quel punto di – per esempio – parlare inglese o francese come facevano invece prima della dittatura.

In generale, di Phnom Penh ho amato tutto e per dormire consiglierei The Artist Residence per la posizione perfettamente strategica, penso che non ve ne pentirete.  

Cosa vedere a Phnom Penh? S21 il museo del genocidio cambogiano ed i Killing Fields

Di cuore, di pancia e di testa non posso che dirvi che dovrete – dovete! – visitare S21, il museo dedicato al genocidio cambogiano. L’edificio era nato come scuola ma ha visto passare e torturare 20.000 persone. Si salvarono solo quattro bambini e la storia di uno di questi, Norng Chan Phal, la raccontai su Facebook, dopo aver letto il suo libro, prelevandolo proprio dalle sue mani gentili. S21 è un incubo che scende sulla terra, mura e pavimenti che ancora trattengono le grida e mostrano il sangue dei condannati a morte. Innocenti che abbiamo lasciato trucidare senza neanche il bisogno di una giustificazione, nel disinteresse di tutto il mondo. Sul posto noi abbiamo avuto la fortuna (o sfortuna) di avere come guida una persona che sopravvisse a quel genocidio perdendo tutto, ad iniziare da sua sorella e da suo padre. E se ci pensate così è stato per qualsiasi cambogiano con più di 40 anni che incontrerete durante il vostro soggiorno perché il genocidio infatti ebbe luogo tra il 1975 e il 1979. Praticamente ieri. Il genocidio dei cambogiani fu supportato da Cina e America ma l’Europa non fece meglio.

Un altro terribile ma necessario pezzo di Cambogia sono i Killing fields, lì vi mostreranno dove i prigionieri venivano portati ed uccisi. Vi racconteranno della metodologia riservata a bambini e neonati e di come le guardie godessero nel far soffrire le madri, strappandone i figli dalle braccia per finirli di fronte a loro. Il terreno sputa ancora oggi denti, ossa e vestiti lacerati e nella parte finale del museo vedrete una piccola parte dei teschi ritrovati e vi sentirete sommergere dal dolore. Servirà ad evitare che succeda di nuovo? Purtroppo no perché cose simili continuano ad accadere, ancora oggi nel disinteresse dell’occidente. Nel prezzo del biglietto per i Killing Fields abbiamo avuto compresa l’audio guida ma vi consiglierei di averne una umana, farà la differenza se riuscirete a trovare la forza di ascoltare.

Cosa vedere a Phnom Penh, capitale della Cambogia? Templi e Mercati

Phnom Penh Night Market, il mercato notturno, è da visitare e certamente a terra, tra i banchetti di cibo buono, vedrete i soliti topi e scarafaggi ma secondo me a questo punto del viaggio non ci farete neanche più caso. Per noi uno dei ristoranti raccomandati è David’s noodles and dumplings. Pulito e genuino, come il nome suggerisce vedrete fare i noodles da zero e potrete acquistare una birra fresca per 50 centesimi di dollaro americano. Sempre con la possibilità di avere il wi-fi e godervi i ventilatori del soffitto!

Il mercato centrale diurno di Phom Phen è splendido ma, come in diverse parti dell’Asia, vedrete tanti animali venduti vivi e dovrete farci i conti. Da lì potrete raggiungere svariati templi che saranno tutti segnalati in abbondanza sulle vostre guide e per questo non mi dilungherò. All’interno dei templi noterete l’onestà cambogiana, con le offerte lasciate sui piattini senza che nessuno le tocchi.

Come tempio vi consiglierei il Golden Temple, il tempio dorato. Un pochino fuori mano ma assolutamente bellissimo e con all’interno statue dagli effetti psichedelici, con aureole scintillanti e roteanti.