Che fine fanno i sogni, papà?

Che fine fanno i sogni, papà?

Someday soon this will all be someone else’s dream

Sono nata da due genitori giovani ed il motivo di quel matrimonio l’ho capito un giorno che ero sola in casa e facevo i conti con le dita. Lo stesso giorno ho pianto, disperata, lasciando andare la colpa che sentivo pesare nel petto.

Un pizzicore che veniva a bussare mentre crescevo e che qualche volta è arrivato all’improvviso, come quella volta che eravamo a casa di nonna e mia zia fece una battuta su mia madre che voleva essere bonaria ma che mi sembrò un buttare il sale.

“Parlavamo di profumi a vent’anni, ti ricordi? E guarda come ci siamo ridotte ora.”

Mia madre aveva sempre avuto solo un profumo in casa, uno di quelli che avrei poi scoperto costare 5 euro al mercatone e di quelle cose futili non parlava mai. Eppure, c’era stata da qualche parte quella ragazza spensierata, lo avevo capito pescando tra i suoi vecchi trucchi o trovandola sorridente nelle foto delle sue vacanze.

Ad un certo punto, e non era difficile capire quando, era stato spazzato tutto via e c’era stato bisogno di pensare ad altro.

Papà voleva essere altro, appunto, per lui non sono mai esistiti i pedoni sulla scacchiera e si poteva essere solo il Re – l’Eroe – o non essere niente. Tutto o zero, nessuna via di mezzo ed in quella vita normale che lo aspettava tornando a casa non credo ci fosse nettare buono abbastanza per placare quella sua fame.

La sera veniva tardi dal lavoro perché si fermava a scrivere, batteva al computer i suoi libri, stampava le pagine e le portava a mamma. Si vergognava dei suoi pezzi ma intanto ci aveva dedicato una trilogia che ci raccontava a pezzi, l’aveva chiama Favola e come tutte le cose che dai per scontate in questi decenni l’ho messa da parte nel computer e di lei conoscevo solo la dedica.

Quando ero piccola giravo nuda per casa dicendo “sono perfetta” e volevo fare l’attrice, andavo alle elementari quando mi ritrovai a chiamare tutte le scuole per aspiranti attori che c’erano sulle pagine gialle. Mi ricordo il tavolino di cristallo fumé e la luce nella stanza.

Un paio mi dissero il prezzo e capii subito che non sarebbe stato possibile e mi dissi che l’avrei fatto dopo, come il gatto stanco di inseguire il topo. Lo prendo dopo.

Al liceo ci pensavo ancora ma non avevo voglia di fermarmi dopo scuola. Pensavo di avere tutta la vita davanti e quel dopo andava ancora bene e poi volevo fare teatro, mica i film alla TV, ci sarebbe stato spazio per tutti su un palco così.

Poi di recitare non me ne è fregato più niente, quel dopo è diventato un mai più ed è successo ancora e ancora. Piccoli sogni o meri desideri momentanei che si sono tramutati in altro, rimanendo di fatto irrealizzati.

C’è ancora qualcosa che vorrei fare di straordinario ma di nuovo mi dico “dopo, lo farò dopo“.

Ho avuto due genitori giovani e li ho conosciuti che avevano vent’anni, ricordo tanto bene i loro trenta e c’ero quando ne hanno compiuti quaranta prima e cinquanta poi. Non so quando sia successo, vi giuro che non lo so, ma persino i miei genitori giovani si stanno avvicinando ai sessanta e mi fanno capire che la vita è stata un soffio anche per noi, così come mi avevano detto.

Quel dopo non esiste, ci sono le cose che fai e quelle che metti da parte, in un cassetto o nel dimenticatoio. Lo fai perché non ti rappresentano più ma qualche volta ci sei costretto perché la vita ti ha fagocitato con le sue richieste ed i suoi ritmi e tu dovevi sopravvivere.

Oggi mio padre compie 57 anni ed io ho deciso di tirare fuori dal cassetto uno dei suoi libri per pubblicarlo, perché la vita è adesso o mai più e ci sono già state troppe perdite.

Ho tirato fuori quel documento di testo scritto negli anni ’80 dal mio hard disk, l’ho trasformato in un file Word, editandolo e creando la copertina e poi ho pubblicato mentre mio padre rimaneva all’oscuro di tutto. Glielo dirò oggi e mi sento come quando compri un bel regalo per qualcuno e finalmente arriva la Vigilia di Natale.

Il libro lo trovate ovunque su Amazon ed è acquistabile qui per l’Italia e qui per l’UK.

L’autore è mio padre ed è facile per me dirvi di comprarne il romanzo ma il punto è che tutti ci saremmo meritati di realizzare i nostri sogni. Acquistandolo il suo libro contribuirete a liberarne uno che era stato lasciato – pronto – nel cassetto.

Aiuterete a far giustizia. E forse aver letto questo post vi farà ricordare che la vita è solo adesso, è ora il momento in cui potrete prendervi tra le braccia e provarci, a realizzare quel sogno.

Prima che sia troppo tardi e per liberare voi stessi e chi verrà dopo di voi dal peso del rimorso.

Vi auguro di addormentarvi la notte pensando a quella volta che la vita – stronza e bastarda – l’avete presa e portata proprio dove volevate voi, le mani finalmente attorno al vostro obiettivo.

Vostri i sogni, vostre le regole, vostra la felicità.

Parole di papà. Copertina ed editing by me.

Come sempre vi aspetto qui, su Facebook, Youtube, Pinterest e Instagram per parlarne insieme.

Bastava Chiedere! di Emma

Bastava Chiedere! di Emma

Bastava chiedere! di Emma, prefazione di Michela Murgia

Quando si poteva ancora viaggiare, ho chiesto a mia madre di portarmi Bastava Chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese) che ha una bellissima prefazione di Michela Murgia e dei disegni che diventarono virali e forse conoscerete.

Se la donna si ferma non funziona più niente. La vera padrona è lei. Per molto tempo questa narrazione dei rapporti di potere mi è bastata perché aveva una sua autoevidenza, sebbene sentissi che conteneva anche qualcosa di radicalmente falsato.

Se infatti era vero che mia nonna aveva le chiavi di casa, era altrettanto vero che non ne usciva mai.

Michela murgia


Bastava Chiedere! è scritto ed illustrato da Emma, una informatica e fumettista francese e di questo libro oggi vorrei parlarvi. Mentre mi leggerete, vi prego di abbassare le difese, essere onesti e di pensare non a voi e al vostro caso specifico ma alla big picture. A quello che le statistiche ci dicono quando si parla di realtà e non di percezione di essa.

Non dico che sia così per tutti e neanche che sia solo qualcosa del passato ma molti di noi sono stati cresciuti in famiglie dove i ruoli erano divisi in modo abbastanza netto.

Il padre al lavoro, la madre con i figli, se andava bene con un lavoretto. Mondi che si scontravano sotto il peso delle rispettive frustrazioni, ognuno convinto di avere in mano il bastoncino più corto, lui che doveva lavorare, lei che doveva stare in casa.

Ancora oggi ci sono una miriade di coppie che per motivi diversi hanno deciso di proseguire in quella direzione e per diverse di queste, il gioco funziona.

Non può chiaramente funzionare per tutti e quando ti specializzi, in qualsiasi ambito, ci sono cose che perdi, se i compartimenti sono compartimenti stagno.

Nel libro di Emma la riflessione parte dal “bastava chiedere“, quella frase che viene pronunciata quando la donna inizia a girare per casa ed esausta chiede supporto, magari comunicandolo senza aggiungere fiocchi. Di fronte ad una donna che si attiva anche in casa, dopo averlo fatto magari anche sul lavoro, e si dichiara stanca, un’altra frase tipica può essere il “nessuno te lo ha chiesto“.

In effetti è così e ricerche francesi ci raccontano un uomo che da single bada ad ogni aspetto della sua vita ma che quando si sposa cede il passo alla donna, che nel matrimonio guadagna un’ora extra di pulizie e riordino. Solo lei. La donna cresce imparando a prendersi cura, anticipando i desideri dell’altro e viene considerata malevolmente per qualsiasi cosa che non vada dentro casa sua: dal bicchiere non lavato, alla camicia non stirata di lui.

C’è una scena in quel filmaccio che è “Storia di un matrimonio” dove viene detto quanto segue:

Bastava Chiedere! E simili nel film “Storia di un matrimonio” con Laura Dern, premio oscar

E dopotutto ancora oggi sento dire, con orgoglio, cose come “mio marito mi aiuta in casa“, come se la casa fosse cosa sola nostra. Di contro non vedo atroci sensi di colpa in chi ha deciso che in casa farà poco perché non gli spetta, ha già il suo lavoro e vuole rilassarsi (la sua partner potrebbe dire lo stesso?).

A ciascuno il suo, mi direte, ma il primo lavoro – quello dell’uomo – genera stipendio, pensione e diritti, il secondo – l’occuparsi della casa – sparisce e non viene considerato. È gratuito. In tutto questo l’amore può non essere eterno o cambiare e senza le stesse possibilità economiche si può finire con il rimanere in una relazione per mero bisogno. Per non versare gli alimenti, per non far male ai figli, per sopravvivere…

In tutto questo l’asilo non è mai gratuito, vi siete mai chiesti perché’? Perché c’è la donna e ci sta che questa rinunci al suo lavoro, che dopotutto, che madre sarebbe altrimenti? Quando la donna lavora le sentiremo dire “lavoro part-time per pagare l’asilo” e non “io e mio marito lavoriamo ma guadagnamo meno per pagare l’asilo del figlio che abbiamo avuto assieme“, quei soldi che escono sono colpa sua, di lei. E chi rimane tardi al lavoro quando ci sono i figli a casa? Chi dei due può far carriera veramente quando arrivano i figli?

E poi mettici la depressione post-partum, raccontato benissimo dal film Tully. Charlize Theron è donna esausta che ha messo al mondo un terzo figlio, che ha un marito che lavora ed il congedo parentale spetta solo per lei. Che vuole far tutto, far tutto bene e fondamentalmente non fare schifo. Questa donna ha il post-partum o è stata abbandonata a se stessa?

In Svezia, padri e madri possono dividersi il congedo parentale di 480 giorni pagati all’80%. Non solo, gli svedesi hanno 90 giorni riservati alla madre e 90 giorni riservati al padre. Che vuole dire? Che il padre ha diritto e dovere di stare con il bambino in via esclusiva per tre mesi.

In Italia il congedo parentale obbligatorio per i padri è salito da 5 a 7 giorni solo qualche mese fa, nel 2020. In cosa sette giorni possono fare la differenza e togliere il carico? E quanto questo penalizza anche il rapporto padre-figlio?

Nel frattempo la società a noi donne chiede di far figli o saremo egoiste, senza mai dirci che esistono mostri che sono diventati genitori e che questa decisione andrebbe valutata e sentita, non dovrebbe essere un dovere morale e neanche l’unica opzione per realizzarsi. Alle donne, di contro, la società chiede di investire tutto ciò che hanno, tempo e denaro, nel prendersi cura e non nel realizzarsi – una donna non realizzata non importa – ma nell’essere gnocche, sorridenti, tranquillizzanti e calde. Finche’ non invecchieremo abbastanza da essere nonne o essere niente.

Nel libro di Emma troverete anche un capitolo dedicato alla parola delle donne, che vale meno. Di fronte ad uno stupro – e raramente ci sono delle prove schiaccianti – troviamo più facile dire “lei è una pazza che vuole rovinarlo” che mettere in dubbio la parola di lui. Perché?

Le statistiche non dicono questo, le statistiche dicono che le donne muoiono per mano degli uomini. Cosa c’è di incredibile nel dire che alcuni di queste le violentino anche?

Uno studio americano ha dato la possibilità a 200 studenti di analizzare un ipotetico caso. Due utenti, Jason nel primo test e Alicia nel secondo, si esponevano con rabbia per portare avanti le proprie convinzioni. A causa di quella rabbia, ammessa nell’uomo e non tollerabile nella donna perché presa per isteria, il 18% degli studenti ha deciso di cambiare la propria idea di fronte alla sicurezza di Jason. Nessuno per quelle stesse parole scritte nel video da Alicia. Eppure la rabbia è un sentimento come gli altri e non è un brutto sentimento, nulla che si debba nascondere. Ma nella donna non è accettabile.

La violenza sessuale fa parte di una cultura dello stupro nella quale siamo immersi e comprende tutte quelle situazioni dove la donna è a disagio e l’uomo si impone, con frasi, mani o peggio. Di fronte a queste violenze che tutte – tutte – abbiamo provato sulla nostra pelle, la reazione più banale è quella di dire “ma allora non potremo, noi maschi, più fare nulla” e sgomitare per aggiungere “altrimenti quelle ci denunciano“. Nel mezzo di queste ulteriori accuse, che davvero non ci sta mai bene niente (neanche di essere violentate o molestate, pensa!), rimaniamo vittime e rimaniamo sole.

Per tutti questi motivi vi consiglio il libro di Emma, bastava chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese), un fumetto femminista che ogni donna (e ogni uomo) dovrebbe leggere.

Questo articolo non è una battaglia tra i sessi ma una chiamata alle armi, possiamo fare meglio di così e ce lo dobbiamo.

Bastava Chiedere?

Vuoi saperne di piu’? Ecco il mio video su YouTube!

CILIEGIE AMARE, STORIA DI UNA BADANTE CHE VIVEVA IN ITALIA

CILIEGIE AMARE, STORIA DI UNA BADANTE CHE VIVEVA IN ITALIA

Liliana Nechita, Ciliegie Amare, libro di una badante in Italia, libri da leggere, libri belli
Liliana Nechita

Il padre di una ragazza disabile che seguivo fremeva per votare sì al Brexit, era un uomo ignorante, lo capivo dal suo modo di entrare nella stanza, dal suo accento estremo e menefreghista.
Io, del resto, ero l’unica straniera a lavorare nella struttura che ospitava suo figlio e non potevo prendere la cosa sul personale ma dentro di me pensavo a tutte le volte che lo mettevo a letto, al suo ragazzo, che c’ero per lui, alle docce che mi fracicavano i piedi, a quando mi chiedeva di girarlo in un certo modo fino alle sue risate quando gli mancava il fiato per qualcosa che dicevo.
Io c’ero per lui e suo padre non si rendeva conto di colpire anche me con quell’odio che sbandierava ad alta voce e su Facebook, senza vergogna.

Ho lavorato come personal carer per quindici mesi, non di più, poi è arrivato il lavoro che aspettavo e l’ho preso. Non senza dolore, che quelli erano diventati i miei ragazzi e ne conoscevo gli spigoli e le coccole. Ne conoscevo la bellezza e le ombre più scure.

“Possiamo fingere che tu sia la mia mamma?”, mi aveva chiesto la mia preferita, cogliendomi impreparata mentre la stringevo forte.

Quando me ne andai erano giorni che mi faceva vedere le stelle perché non ero più li’ 60 ore a settimana e poteva vendicarsi solo così. Riuscii a prendermi due ore solo per noi, lei mi pettinava i capelli ed io le dicevo “Per sempre, ti amerò per sempre, anche se non sarò più qui”.
Piangevo dandole le spalle, lei non lo immaginava.

Le famiglie a volte ci odiavano, eravamo quelli che pulivano il culo ai figli.
Gli serviamo ma la cosa li rendeva folli di rabbia e gelosia.

Ciliegie amare, un libro di Liliana Nechita

Per caso mi sono imbattuta nel bellissimo libro di una donna rumena che racconta il suo lavoro di badante, in Italia. Non ragazzi disabili per lei ma vecchietti.

Poche pagine ed ecco che quelle due o tre persone che hanno cercato di farmi sentire nel posto sbagliato perché immigrata, non sono state nulla al confronto di quello che il mio popolo, il popolo Italiano, ha fatto a questa donna.

E come ci racconta a noi italiani, Liliana Nechita, in un modo che fa male e che a volte fatico a credere, nel quale non mi riconosco perché io non sono così eppure forse lo sono stata.
C’era la signora che le diceva in faccia “voi rumene, venite qui, non pagate la luce, non fate la spesa, consumate tranquillamente tutto ciò di cui avete bisogno, noi paghiamo e vi diamo anche lo stipendio. Dovreste essere riconoscenti!“, mettendole nuovamente nel piatto solo la quantità e la tipologia di cibo che decideva lei, colpendola sul viso peggio di una manata mentre Liliana assisteva suo marito giorno e notte. C’era il vecchietto che la voleva nel letto o l’avrebbe consegnata alla polizia quando ancora la Romania non significava Europa. Non era la sua prima vittima, poteva trattarle da schiave e pensò che ne valesse la pena, di provare a ricattarle.

Erano delle immigrate e si meritavano di esser spremute.

“Ma sai che cosa è strano? L’Italiana dalla quale ha lavorato, era invidiosa che lei partisse. Non sono felici quando noi risolviamo un problema nel nostro paese. No, questo tuo stare nei guai li aiuta perche cosi’ hanno chi comprare. Non puoi staccarti da quel ruolo di domestica per ritornare ad essere moglie e mamma.

Liliana che dalla Romania è scappata per la fame ed è solo girando quelle pagine che scopro che sì, in Europa si può ancora avere quella fame, nulla per cena che del tea.  Liliana non mangiava che una volta ogni due giorni per nutrire le figlie, si era scordata come masticare e voleva solo chiudere gli occhi e sparire. Attorno a lei i bambini non avevano le scarpe, condividevano un solo pennarello per colorare e si incontravano in gruppi di studio attorno all’unico libro disponibile. La vicina di casa piangeva perché non c’era più pane, lo zucchero era da centellinare e la fila per prendere le medicine da fare all’alba o nel cuore della notte.

Sareste rimasti in Romania a sentir crepare la speranza o avreste provato a cercar fortuna in Italia, pur non conoscendo nessuno?

Cio’ che mi angoscia adesso è l’apparente mancanza di futuro e sorriso. Qui, nella famiglia in cui lavoro, ho tutto. Lavoro e spedisco i soldi a casa. Non ho niente. Non sogno nulla. Aspetto solo che passi la giornata. Ma, ahimè, ne inizia un’altra. […] Ho i tic nervosi. Tutto è programmato da lungo tempo in funzione delle loro necessità, non delle mie. In bagno vado la mattina e alle quattordici. Poi la sera.

Manda i soldi in Romania, Liliana, che non bastano mai e manda pacchi ogni due mesi
Potrebbe limitarsi ai soldi ma vuole sapere di esserci ancora, di esistere, vuole preparare i pacchetti e sentire per telefono se il maglione è giusto, se il fermaglio piace.
Dall’altra parte qualcuno può bere la cioccolata calda grazie a lei, alla sua reclusione volontaria nella casa di qualche vecchietto.

La mattina della vigilia di Natale ho spedito i soldi a casa. Per il cibo, la legna, etc.
– Grazie mille, mamma! Come faremo senza di te!
Si! Ho pianto, mi facevano pena i miei figli, ho ringraziato Dio per il mio lavoro qui. Qualche giorno fa ho spedito dei pacchi. Panettoni, maglioncini, pigiami, cioccolata, pannolini per il mio nipotino, giocattoli (gli ho mandato un treno elettrico), shampoo e calze. Mi hanno detto:
– Mamma, qualsiasi cosa tu ci spedisca, va bene, qui non abbiamo nulla. Tutti i soldi li spendiamo per la spesa! –

Liliana, che appena arrivata in Italia per un soffio non dorme per strada, come altri migranti come lei, quelli che al mattino alle 6 vedi in fila aspettare qualcuno che dia loro un lavoretto.
Liliana, che non ha un soldo ma è abituata alla fame e tace e se troverà una mano amica sarà solo quella di un prete e di altri immigrati come lei, come quelli che fecero una colletta per farla mangiare.

Liliana, che in un attimo sono passati quattro anni, una mamma di settant’anni in Romania, i bambini ancora li’ ma con il pranzo finalmente in tavola.

È lontana, è straziata e manca ma questa situazione non fa dopotutto comodo a tutti? Persino il presidente della Romania, Băsescu (2004 – 2014) continuerà per anni a dire ai suoi cittadini di rimanere all’estero ancora per cinque anni, cinque anni almeno, e continuare a spedire i soldi per costruire case e industrie.

Liliana resterà?

 

Il libro di Liliana Nechita è disponibile su IBS, Hoepli e Amazon, fatevi questo regalo.
Vi aprirà la mente.

Questa è la storia di tanti rumeni e non solo, pensiamoci prima di aprire bocca.

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Ciliegie Amare, un Libro da Leggere.