Quando caschi, ti rialzi

Quando caschi, ti rialzi

Provando le ali, in Giappone

Cinque anni fa, oggi.

Ho detto ad una mia collega di fare attenzione, che per terra era bagnato e sono volata con in mano il vassoio pieno con le posate da portare ai tavoli.

Ho visto tutto nero ed in quel nero solo una scheggia di bianco, l’osso che si rompeva.

Non avevo l’assicurazione da due settimane perché non mi ero mai fatta nulla in vita mia, perché ci stavamo ancora pensando, perché non lo credevamo possibile un passo falso.

Mi sono rotta una caviglia in Australia e con lei ho rotto pure i sogni, piombati per terra come palle che qualcuno aveva lanciato in aria, ormai stufo.

Sono state giornate piene di lacrime, la paura di esser rimessa su un aereo con la gamba ancora rotta o di dover pagare quel passo falso per il resto della vita in un Paese dove da straniero devi pagare pure l’aria, figurarsi l’ospedale privato dove mi avevano portata.

Ho tenuto botta sul momento, cercando di posare per terra il piede tutto storto e sperando in un miracolo che non è arrivato, Shin ha chiamato mio marito e quando è arrivato ho pianto dicendo solo “scusa“.

Non so cosa sarebbe successo se non avessi rotto la gamba ma cinque anni dopo posso dirlo: siamo stati saggi a venire a studiare informatica in Scozia.

Ci volevano disperazione, ovaie e coglioni e noi avevamo tutto questo anche se non lo sapevamo.

A volte si cade, ragazzi, ma un piede alla volta ti rialzi.

La vita è lunga, il riscatto possibile.

10 ore da spendere a Melbourne

10 ore da spendere a Melbourne

Meravigliosa come sei.

Un’amica conosciuta ad Edimburgo sarà a Melbourne per 10 ore, tra una coincidenza da prendere e l’altra.

Mi ha chiesto cosa vedere, cogliendomi di sorpresa mentre realizzavo di non saper rispondere.

Ho chiuso gli occhi un minuto e tutto mi è tornato in mente, con dieci ore a disposizione avrei iniziato da Federation Square, dove gli australiani ed i turisti si siedono a mangiare il pranzo, gli occhi contro la città. Lì dove i palazzi si persono dietro alla cattedrale di Saint Paul, con la stazione a fare puzzo e rumore, dove le persone corrono e ridono, per prendere il treno.

Mi sarei presa qualche ora per tornare nel mio posto speciale, ai Royal Botanic Gardens Victoria e lì mi sarei stesa al sole, come facevo sempre. Ci sarei andata da sola, ritrovandomi ancora e ancora.

Ora di pranzo ed i piedi mi avrebbero portata nei miei tre posti del cuore, tutti e tre asiatici ma avrei oltrepassato il mio sushi place preferito per una tazza di Pho. Avrei chiesto una porzione extra di basilico e limone, per godermelo come piace a me, seduta nel locale sporco e rumoroso, forse l’unica occidentale in mezzo a tanti asiatici affamati.

Uscendo avrei preso il bubble tea di Gotcha, quello che sapeva di pomeriggi a casa di nonna, quando Roma si faceva buia. Il numero 3, l’earl grey milk tea, lo ordinavo per quello, per ricordare che in Italia ero esistita per davvero.

Sarei corsa alla National Gallery per perdermi e vedere le nuove mostre, le installazioni maestose ed imprevedibili e da lì sarei tornata sui miei passi per raggiungere il mio ponte preferito, l’Evan Walker Bridge, dove forse avrei pianto perché pochi posti al mondo mi hanno rubato il cuore così.

Come attirata da una calamita, sarei andata verso il casinò, per vederlo da fuori, lì dove i fuochi delle colonne diventano forti, facendo sobbalzare i passanti ignari e sgranare gli occhi ai bambini.

Con il viso ancora caldo avrei camminato lungo lo Yarra, respirando piano, per godermi tutto, anche i moscerini lì dove si ritrovano le papere, dove i cigni esistono solo neri.

E proprio allora mi sarei ricordata perché mi sentivo tanto a casa e quanto tutto questo mi è mancato e stia mancando, anche se non ci penso mai, anche se non ci penso più.

Chiuso da qualche parte nel mio cuore, con due o tre mandate, assieme a tutte le cose che sono importate ma che ho dovuto mettere via.

Che ho deciso di mettere via.