Dicembre 2014 – La Mia Italia

Dicembre 2014 – La Mia Italia

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Quando vivevo in Italia.

Vivo in un Paese che sembra disegnato apposta per me, ve l’ho mai detto?
Se non l’ho gia’ fatto, allora ve lo dico ora.
Adoro l’Australia.
E’ stata la mia scelta piu’ azzeccata e batte persino l’operazione per correggere la miopia. 😀

Non per questo pero’ ho scordato il mio Stivale, alto e forse un poco démodé.
E d’altronde come potrei se lì ho lasciato i miei affetti ed i miei ricordi piu’ cari?

Diciamoci tutta la verità.
Non è facile la vita di un Italiano all’estero perché tutti attorno a te vogliono celebrare la tua “nobile” provenienza, fatta di storia, cultura e cibo.

Quando mi dicono “Ah, l’Italia! Me la immagino piena di sole e di gente tranquilla e semplice, che prende il sole seduta fuori dalle caffetterie” io sgrano gli occhi e penso “ma davvero credi questo di quella che era casa mia?”
Non te starai a sbaglia’?? 😀
Io mi ricordo che stavamo tutti esauriti e di corsa, me in primis, e che il Colosseo lo guardavo solo al TG.

Così ho capito l’inghippo!
E’ che l’Italia devi adorarla come un amante che saluti sulle scale, non sapendo quando avrai l’occasione per afferrarlo e sentirlo di nuovo, sotto le tue dita.
Con passione e lacrime, con sentimenti esagerati e folli.
Con una data di scadenza.
Perché poi lo sai che tornerai alla vita di sempre.
Fatta di sospiri, certo, ripensando ai momenti vissuti insieme e volati via.

Pensa che bello, ho realizzato, se mi svegliassi turista australiana in Italia!
Ancora più bello se la giornata fosse fatta di 48 ore e non di 24.
Ancora più bello se fossi a Roma!

Alla mattina ci sarebbe il sole, di questo ne sono sicura.
Roma in questo raramente delude e se lo fa, allora non prendere la metro o la macchina.
Murati in casa e accenditi Sky.

Ma non divaghiamo.

Mi sveglio e c’è il sole, dicevo, così esco dal mio Hotel e non ho che l’imbarazzo della scelta per la colazione.
Mi immagino i cornetti gonfi di crema pasticcera, di un giallo intenso e peccaminoso, spolverati di zucchero a velo sulla crosticina croccante.
Le doughnut a Roma le chiamano bombe perché sono fatte per esplodere in bocca, cariche di farcitura.
Lo zucchero non puo’ che rimanere sulle labbra dopo ogni morso e lo ritrovi agli angoli della bocca dopo ore, a ricordarti quel peccato di gola da 600-650 calorie.
Ao’, la colazione e’ importante e lo dicono i ricercatori.

Il caffè costa solo 90 centesimi, in Austalia lo pago 3,90 dollaroni!
Seduta mi gusto il mio cappuccino e gli italiani mi sembrano così buffi.
Li vedo entrare nel bar uno dopo l’altro, corpi frenetici che agguantano tazzine colme di caffeina bollente e che neanche ne gustano l’aroma unico, ingollando quel liquido nero manco fossero povere oche massacrate per il fois gras.
E vogliamo parlare della velocità dei baristi?

A colazione finita sono carica per girare la Città.
Finalmente sto calpestando il suolo di ROMA, dopo averla tanto sognata!

Aspetto l’autobus per il centro ed il sole scotta sul mio cappellino da turista_ammazza_sesso.
Quando finalmente il bus arriva, succede una cosa strana a cui non voglio dare peso: tutti mi spintonano per correre dentro al vagoncino.
Incurante di quello strano episodio, salgo per ultima.
Malgrado gli appunti presi la sera prima interrogando google dal wi-fi dell’albergo, ho sempre paura di perdermi e di sbagliare direzione.
L’autista non risponde al mio saluto e mi chiama “Signò”.
Al rientro dalla vacanza ricorderò con nostalgia tutti i “Signò” ricevuti e anche della venditrice di Campo de’ Fiori, che mi ha chiamata “bella” quando le ho comprato una rosa.

Intanto pero’ sono ancora di fronte all’autista che non parla una parola di inglese.
Faccio per tradurre con il mio vocabolarietto aperto tra le dita ma quello mi ha già risposto!
Credo.
Credo di iniziare a comprendere l’italiano perché dai suoi segni capisco che sì, sono sull’autobus giusto.
“Ce l’ho fatta!” penso tra me e me.
Non ho tempo di gongolare che il bus inchioda e mi fa cadere come un sacco di patate.
Mi rialzo, con grande dignità, ammettiamolo, e mi sembra che nessuno mi abbia notata.

Meglio cercare di sedermi o finirò per terra al prossimo strattone.
I posti però sono tutti presi, quindi mi aggrappo con due mani alla maniglia piu’ vicina e stringo forte.
Non mi sentivo così in pericolo di vita da quella sera in taxi in Egitto.

Scendo a Piazza Venezia e dico, SONO A PIAZZA VENEZIA!
Il sole mi acceca, ma non posso far altro che pensare a dove sono.
Solo che il traffico mi inquieta, nessuno si ferma nonostante le strisce pedonali e con questi presupposti non ce la farò mai ad attraversare.
Sbucano macchine dappertutto ma proprio lì in mezzo al casino si erge La Big Typing Machine, che sulle guide chiamano Milite Ignoto.
Sono incantata.

Ne avro’ mai abbastanza di questa Citta’ piena di Meraviglia?

A scendere dal bus eravamo in tanti e tutti hanno attraversato la strada mentre io ero persa in fantasticherie sugli uomini in divisa che piantonano, a decine, la piazza.
Tolgo il cappellino_anti_sesso_da_turista e rimangono solo i miei capelli tutti acciaccati.
Il sole mi prende a sberle la testa.
No, non ne vale la pena di morire in terra straniera, per questa volta.

Accanto a me è rimasta solo una vecchina tutta curva, con una enorme borsetta della spesa, di quelle munite di rotelle.
Le macchine continuano a correre per la rotonda, ignorandoci.
Faccio per alzare la mano in direzione delle guardie, quando ecco un miracolo.
La signora anziana scatta in mezzo al traffico ed io inizio a seguirla, facendomi ignobilmente scudo del suo corpo e della sua incredibile verve da pronipote di centurioni.
Pronipote di linea diretta, ne sono certa.

Arrivo a Via del Corso e non mi sembra vero.
L’ho sognata così tanto, l’ho vista in TV e nelle riviste.
L’ho amata senza neppure conoscerla ed ora siamo solo io, lei e appena un altro centinaio di persone.
Incollo il naso sulla vetrina di un negozio di pelletteria, tra un monomarca di abbigliamento e l’altro.
Penso di comprare un portafoglio di pelle viola, ne respiro l’odore e mi convinco della sua pregiatezza ed unicità, indubbiamente è fatto a mano, unico nel suo genere.

Non faccio a tempo a bearmi dell’acquisto che fuori dal negozio vedo la mia prima gitana!
E’ piuttosto in carne, ha una gonna variopinta ed i capelli lasciati crescere senza un taglio preciso.
Sono lunghi e bruciati dal sole.
Fa parte di un gruppo di 4 donne e quando passano per le strade tutti mettono la mano per controllare il portafogli.
Io scatto una fotografia!

Roma è così grande ed io ho così poco tempo.
Per i suoi vicoli arrivo a Piazza Navona, il Pantheon e la Fontana di Trevi.
Scatto una fotografia ad ogni pezzo di muro, ad ogni finestra, ad ogni negozietto.
Mi accovaccio per fotografare i Sampietrini, bellissimi ciottoli posati sul lastricato come a celebrare l’autenticità del popolo Italiano.

Il sole è così caldo, ci vorrebbe un gelato.
Sulla mia guida consigliano Giolitti, così prendo un cono piccolo e provo a dire “doppia panna”, come ho sentito fare ad un italiano solo il giorno prima.
Funziona!
Riempiono il cono di deliziosa panna bianca e la frutta nel mio gelato e’ un sapore ancora presente, pulsante.
Riconosco il latte, la panna ed immagino la frutta che viene scelta e tagliata.
Vorrei mangiare gelato per sempre, prendendo il sole per questi vicoli divini.

Qualcuno esce dai negozi con una fetta di pizza, che poi non è una fetta ma una cosa che in Italia chiamano trancio.
Puoi scegliere quanta pizza vuoi ed eccola lì, ritagliata per te con la mozzarella che cola fino a sporcare l’incarto bianco.
Unta e Divina.
E’ possibile avere di nuovo fame?

Ci sono altri posti da vedere, così prendo un altro autobus e arrivo al Colosseo.
Qualcuno entra senza fare la fila, sbucando dai lati.
Forse si saranno rivolti ad un’agenzia migliore della mia?
Ma che importa quando attorno a me ci sono dei gladiatori vestiti da antichi Romani??

Inizio a fotografarli da lontano finché non si accorgono di me e con un bellissimo sorriso mi propongono di fare una foto assieme.
Accetto volentieri quel colpo di fortuna.
Loro sì che parlano un perfetto inglese e vogliono sapere tutto di me e da dove vengo!
Dall’Australia, dico, dall’altra parte del mondo.
Mi sa che siamo diventati amici perché mi raccontano dello zio emigrato anni prima e di come stia bene a Sydney!
Alla fine dico loro “grazie” e sono così orgogliosa di quel mio buon italiano.
Sono deliziata da me stessa.

Loro rispondono “50 euro”.
Mi sa che non siamo proprio diventati amicissimi.
Gesticolando riesco a trattare sul prezzo e la spunto per 20.

Finalmente il Colosseo.

E poi ancora una fila, questa volta di quasi due ore, per vedere i Musei Vaticani e finalmente la cappella Sistina.
Perdo un tacco tra i Sampietrini.
Lancio una brutta parola in mezzo a tutta quell’Antichità e poi mi pento della mia bassezza.
Per strada si sente solo il mio tacchettino di metallo.

Acciuffo una metropolitana ed arrivo al Parco degli Acquedotti in cui mi sembra di rivivere una scena de La Grande Bellezza e finalmente mi sento nel posto giusto della Terra.
Tolgo le scarpe, mi sdraio sul prato della pineta e vedo il sole tramontare tra i pini, mentre in silenzio mi immergo in quell’odore fresco e buono, fatto di alberi maestosi ed erba verde e morbida.

La mia giornata di 48 ore e’ finita ed il tempo e’ volato via, come se fossero state solo 24.
Mi siedo ad un tavolo all’aperto ed ordino un “aperitivo”, una cosa mai vista prima ma che somiglia ad un brunch, solo fatto sul tardi.
Questa cosa nel bicchiere si chiama Spritz e prometto a me stessa di googlare la ricetta una volta tornata a casa.
Voglio berlo ancora e ancora.

Tornando in Albergo realizzo di aver assoluto bisogno della colla per aggiustare il tacco delle scarpe, ma ormai sono le 21 passate!
Alla reception mi informano che i supermercati ed i centri commerciali rimangono aperti fino alle 23.
Se non e’ questa la civiltà!
In Australia i negozi chiudono alle 17, dopodiché rimangono aperti solo i 7/11.

Aspetto la metropolitana e scendo a San Giovanni dove trovo una SMA ancora aperta, proprio come dicevano!
Fotografo tutti i formaggi sugli scaffali.
Ma quanti ne hanno??
Vorrei mordere tutto per farmi un’idea dei sapori.
Le caciotte sapranno di Cheddar Vintage?

Solo di mozzarella credo che abbiano 10-15 marche diverse.
Vado in cassa con la colla e qualche prodotto must-to-have da riportare a casa: pesto, pesto rosso (wow! Cosa sara’?), spaghetti, caffe’ ed una scatola di alluminio contenente biscottini Gentilini e con sopra scritto “ROMA”.
Mi viene nostalgia dell’Italia solo a tenerla in mano.
E’ quasi l’ora di chiusura e davanti a me ci sono tanti clienti con carrelli pieni di roba da mangiare.
Qualcuno prima di me bisticcia con la commessa, ma non capisco cosa si dicono.
Arriva il mio turno, così la saluto e lei risponde appena, sembra triste.
Ma soprattutto: non mi prepara la busta!
Me ne accorgo solo quando ho finito di pagare, cosi’ il cliente successivo inizia a sbuffare finché non libero la cassa dalle mie cose.
Dio, che figuraccia!

Saluto di nuovo e scappo via.

Pensavo di non aver fame, ma passando davanti ai ristoranti inizia a brontolarmi lo stomaco.
Non voglio entrare per una cena, eppure mi ritrovo a guardare un menu’ appeso fuori da una Trattoria.
Il proprietario si accorge di me e mi invita ad entrare.
Ma a che ora chiudono le cucine in Italia?
In Australia dopo le 21:30 iniziamo a cacciare fuori tutti gli avventori.

Il proprietario ride e dice che qui si esce per mangiare tardi!
In effetti i clienti continuano ad entrare anche dopo il mio arrivo.
Ordino un antipasto pieno di parole intraducibili tra le quali riconosco solamente “prosciutto e mozzarella” e mi arriva un vassoio enorme.
Per 13 euro.
Potremmo mangiarci in tre!
Il prosciutto, mi spiegano, e’ tagliato a mano e sul momento.
La mozzarella viene da Paestum ed è di bufala.
Le olive sono verdi e dolci, così come il miele che mi propongono di versare sui formaggi assieme alle marmellatine di fico.
Assaggio un arancino di riso dal cuore filante e chiudo gli occhi per memorizzare il sapore di quel ripieno.

Non credo di poter mangiare altro quando noto il pane nel cestino.
E’ solo dello stupidissimo pane, accidenti!
E allora perche’ se lo prendo in mano scrocchia?
Perche’ odora di buono??
Gli do un morsetto.

Non resisto.
Le metto nel piatto a raccogliere l’olio dell’insalatina di pachino e rucola e lo mangio così.

Arriva la pasta cacio e pepe e davvero non posso dare che una forchettata, ma…quanto e’ buona??
Chiedo una take away bag ed il proprietario urla “busta per il cane” al cameriere che, pronto, accorre con una vaschetta d’alluminio.

Faccio per chiedere il conto e niente, non c’è verso di poter andar via.
Il proprietario insiste per offrirmi una sambuca, un limoncello e un gambrinus.
Decido per il limoncello di cui ho tanto sentito parlare ed ecco il bicchierino pieno di liquido giallo, gelato e buono.
Fatto in casa, dice il proprietario.
E non può che essere così.

Ne compro una bottiglia e mi chiedo come farò con la dogana.

Con i miei sacchettini arrivo in albergo.
Finalmente faccio una doccia calda e con i capelli bagnati mi affaccio alla finestra che guarda su una strada non troppo trafficata.
Domani andro’ a Porta Portese e non vedo l’ora.

Non sarebbe bello vivere per sempre qui?

 

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Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

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Una Bella Giornata.

Io da qua non schiodo.
Sono però quella che, in un’ottica meramente scientifica, potremmo definire l’Expat Sfigata.
Quella che al paese suo era pure abbastanza ben piazzata, con il congiuntivo sempre al posto giusto ed una conoscenza piuttosto ampia delle regole base della società. Bravissima a scrivere lettere formali.
Bravissima a contattare questo o quello, a risolvere quelli che a Roma chiamiamo gli “impicci”.
Mi facevo pure il 730 da sola!Ma in soldoni non ero una scienziata neanche in Italia e manco a dire che sono brava in qualcosa, tipo, chessò… il découpage.
Che in Italia non esiste la meritocrazia e allora vado in Australia e divento leader del settore.
No, io niente découpage.
Manualità zero.
Sono un’intellettualona di quelle che leggono Fabio Volo e le biografie su Platinette e Rocco Siffredi e che le consigliano pure! 😀
Quindi avrete capito che no, non sono manco intellettuale ma piuttosto una che si emoziona facilmente davanti ai programmi trash di Sky e che non perde una puntata di Teen Mom su Mtv.

Sono più average che più average non si può.
Anzi in Australia sono pure un (bel) pochetto sotto la media.

Sono ancora una straniera e lo sarò per almeno altri 10 anni, diciamocelo.
Perché l’inglese mi sono impuntata e l’ho studiato pagando la scuola privata di tasca mia, ma non è proprio la mia lingua madre e certi giorni mi esprimo ancora come Mami di Via col Vento.Sono arrabiata? Sono triste? Sono sotto stress? Ecco che esce fuori la Mami che c’è in me.
“PERCHÈ TU CATTIVO?”, chiedo.
E mi immagino con la gonnona ed il fiocco in testa, a cercar di salvare le tende da quella pazza isterica di Scarlett.
Alla carica Mami prende il sopravvento del mio cervello, quella donnona perennemente basita fa le scarpe alla maestrina che ero, quella che invece oramai se la dorme della grossa, sotterrata da montagne di “who am I?” e “cosa ho fatto???”.

Sono partita da Roma sapendo di dover ricominciare e ricominciare veramente.
Non tipo che cambio l’utenza del telefono e compro uno zerbino nuovo perché andrò a vivere in un altro quartiere.
Noi abbiamo chiuso la porta di quella che era casa, certi di non tornare.

Abbiamo organizzato il nostro espatrio in un anno e nonostante il grande lavoro di preparazione alcune cose continuano a non essermi chiare. Le stesse che prima erano invece così evidenti e cristalline.
Per esempio adesso non capisco più se sto parlando o meno con un idiota.
Prima lo capivo subito.
Adesso la scema sono io!
Mi sembrano tutti così intellettuali, con il loro inglese perfetto da lingua madre.Ogni tanto ho un flash! “Mi sa che questo è un cretino!” Raramente è però una certezza di quelle lampanti. Al massimo rimane un dubbio.

Ci sono dei momenti nella vita in cui vorrei solo dire “perché non muori gonfio?” alla persona che ho di fronte.
Nella mia lingua ero così brava ed immediata nel reagire alle offese utilizzando la parola e solo la parola, rigirandoti contro la frittata e trovando la scappatoia perfetta.
Non e’ più così, sono una Expat Sfigata, appunto.

Qui non ci sono più i miei punti di riferimento.
Non vendono il Chilly verde.
Ho trovato un detergente intimo della Felce Azzurra e odora di dopobarba da maschio d’altri tempi. Non ha senso.
Se ho fame non posso farmi un trancio di pizza al taglio con le patate e il rosmarino.
Bianca.
Con il sale grosso sopra.
Ed un filo d’olio.
Mmm.
Non posso, qui non c’è.
Forse è meglio così! 😀

Che poi un rametto di rosmarino al Coles costa 3,50 dollari, quando in Italia me lo regalava la Signora del banco sotto casa.

Devo imparare tutto da capo!
A Melbourne sono riuscita a farmi riprendere dall’autista del bus perché stavo in piedi anziché seduta!
Ao’, io vengo da Roma.

Ho imparato presto a dire “NO coriander” per non finire col il vomitare la zuppa e questo è un bel passo avanti.
O no?
Si trattava di sopravvivenza della specie.

Tutto è cambiato mentre io sono rimasta quella di prima, settata per un altro Paese. Tra l’altro qui hanno le gambe sode e lunghe e camminano scalze.
Io non sono proprio così.

Sono partita determinata a conquistare questa parte di mondo con la mia bandierina.
Ho fatto delle amicizie nuove e sono qui da soli 5 mesi.
I due passi fuori li faccio solo con altri italiani però.
Ero partita determinata ad integrarmi con la gente di qui ma niente.
Per adesso gli Australiani ridono alle mie battute ma da qui ad uscire per una birra o un BBQ… No, anche no.
Sarebbe come uscire con la nonna sorda.

“What? Cosa hai detto”?
Sorda ma una cifra simpatica.

Insomma, io da qui non schiodo.

È qui che voglio vivere, crescere, investire ed invecchiare.
Sono più felice come straniera qui che come cittadina in Italia.

Non si torna indietro, non lo prendo neanche lontanamente in considerazione.
È qui che sogno di potermi integrare.
La mia gente, lo sento, è qui.

Mi scende una lacrima quando vedo le vecchine/volontarie che spiegano la strada ai turisti, o quelle nelle biblioteche e nei musei.
Sempre disponibili, sempre in prima linea.
Mi piace il senso della comunità che si respira a Melbourne e ancora di più nei piccoli suburbs dove l’intera area è invitata a condividere e socializzare.
Dove c’è sempre un motivo per uscire di casa e far festa tutti insieme.

Mi piacerebbe avere una casa come la loro, come gli Australiani, ed un portico dove invitare amici per bere una birra e parlare per tutta la notte.
Scacciando gli insetti e sentendomi grata per aver costruito così tanto.
Sogno di poter vivere in questo Paese con un visto che mi renda uguale agli altri e non più ospite.
È un processo che richiederà tanto impegno e tanto tempo ma non per questo il mio desiderio di integrazione deve restare così a lungo inappagato.

Così tra i propositi dell’anno nuovo c’è il mettermi in gioco in prima persona.
Provare a fingermi una di loro, spronarmi a far parte di questa comunita’, mettendo il mio tempo a disposizione degli altri, esattamente come le vecchine in Biblioteca.
Dando qualcosa a questa comunità che mi ha dato la possibilità di godermi questa Working Holiday Experience come la chiamano loro, questa Possibilita’ Pazzesca, come la chiamo io.

Sono cosi’ finita a donare il sangue al Donor Centre della Croce Rossa, quello in Bourke Street, segnalato per tutta la citta’ con una marea di cartelli, segno che (anche) qui e’ una cosa seria, che coinvolge e abbraccia proprio tutti e non solo i piu’ sensibili e attenti.

Il Donor Centre era pieno di vita e colori, tra impiegati, volontari e poster motivazionali deliziosi.
E’ stato bello essere accolti da tutti quei sorrisi, sommersi da tante informazioni utili.
Il primo grazie me l’ha sussurrato la ragazza seduta alla reception, che sta qui ogni giorno dalle 7 alle 18, proprio per favorire la raccolta degli appuntamenti.

Un po’ meno bello e’ stato ritrovarsi il dito bucherellato da una pazza esagitata.
Che mi ha fatto ripetere 3 volte lo spelling del mio nome perche’ era una di quelle che MACHITICAPISCETORNAALPAESETUO.
Pure nel volontariato una un po’ stronza capita, eh. 😀

Ma cosa mi importa quando leggo che il 34% del sangue donato viene utilizzato per aiutare i pazienti malati di Cancro e che con UNA sola donazione posso concorrere a salvare ben TRE vite?

L’esperienza in se’ e’ stata bellissima, mi hanno coccolata come se fosse una giornata in Spa, con le infermiere che si alternavano per farmi stare rilassata e comoda, per chiedere come stesse andando.
Sdraiata sul mio comodo lettino ho incrociato lo sguardo di un business man e di uno studente, scorgendo sui loro visi gentilezza ed onesta’ e sorridendo di rimando.

Al termine della donazione ho potuto scegliere tra una miriade di snacks, calde tortine farcite e milkshake.
Con il ragazzo addetto alla caffetteria che mi consigliava di bere ancora un po’ di acqua e di rimanere seduta, di rilassarmi assieme agli altri donatori, leggendo i giornali messi a disposizione di tutti.

E’ stato davvero bello, anche se ho passato il resto della giornata con un mal di testa fortissimo che pero’ ho gia’ dimenticato e archiviato! 🙂 Mi sono sentita bene, di un bene che conta, quello nella pancia che ci rende felici, e questo nonostante la spossatezza fisica.

Tornero’ quanto prima a far parte di quel gruppo eterogeneo di uomini, donne, anziani, giovani, colori e lingue diverse.

Lo so che non mi regaleranno la Cittadinanza per una singola donazione e che comunque rimango una Expat Sfigata ma so anche che voglio mettercela tutta per integrarmi. E che questi sono tutti passetti verso il mio Sogno.

Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

Segui Amiche di Fuso.

(Pranzo in cima a un grattacielo, Charles C. Ebbets)

State valutando di venire in Australia e siete un po’ confusi sul tema del lavoro?
Qui è una Expat Sfigata che vi parla e che vi condurrà nel magico mondo dei CV… err… dei Résumés, dei salari minimi e dei Trials.
Benvenuti a bordo!

Arrivata in Australia con il mio Visto Precario ed il mio Inglesuccio ho avuto la conferma che miracoli non ce ne sarebbero stati e che avrei dovuto ricominciare da capo.
Ero pronta e carica in tal senso, volevo solo lavorare ed integrarmi!

Io non ho sigle favolose davanti al mio nome, come “Ing.” o “Arch.” e sono di quelle che si vergogna a firmarsi “Dott.” ma comunque ho avuto un bel percorso professionale e ne vado fiera. Il mio CV è uno di quelli lunghi e mi piace quasi tutto quello che ho fatto, nel mio piccolo e senza modestia.
Prima della partenza ho passato un anno ad inseguire opportunità lavorative in quella che era casa mia, candidandomi ogni giorno tra Infojobs e Monster Italia. Gli annunci che leggevo mi facevano venire le lacrime agli occhi e quando trovavo un lavoro che sì, cercava proprio me, ecco che mi cadeva lo sguardo su quel “massimo 29 anni”.
Eccerto!
Poi sul mio CV avevo ingenuamente ammesso di essere, oltre che vecchia, pure sposata!
Una pazza! 🙂
Pertanto in Italia mi sentivo senza speranza mentre qui in Australia ho potuto respirare di nuovo.
Perché sì, non chiamano mai per i lavori più “fighi” perché non sono cittadina, ma finalmente ho di nuovo dei colloqui!
Ed io non aspettavo altro!

Quindi questa sono io.
Ma se voi siete i famosi Ing. Dott. Arch. o se avete una professione IT, non posso che suggerirvi di entrare in Australia dalla porta principale.
Credetemi, potete assolutamente farcela e con la dovuta documentazione vi sarà accordato un visto lavoro che vi aprirà le porte della residenza permanente.

Se invece siete un po’ come me, ecco una micro guida utile in 10 semplici punti! 🙂

1 – ADDIO CV, COME CI SI CANDIDA IN AUSTRALIA?

I CV Europei ve li tirano dietro, qui li chiamano Resumes e li vogliono brevi.
Inoltre senza Cover Letter e Referenze non andrete da nessuna parte.
Sì, lo so che tutti abbiamo l’amico andato in Australia con 400 euro (e che non si era neanche preso la briga di cambiarli in dollari!), zero inglese e che con tanta buona volontà adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes.
In questo Paese la meritocrazia esiste ancora, quindi chissà… e poi una bella botta di cxxo non si dovrebbe mai negare ad un lavoratore volenteroso. 🙂

2 – NUOVI PORTALI

Non troverete infojobs ma Seek.
Non avrete, chessò, Portaportese ma Gumtree.
Il principio base sarà lo stesso ma a differenza che in Italia, ogni sera avrete più di 30 pagine di annunci da spulciare per la vostra ricerca.
Siete ancora in Italia?
Per coccolare il vostro ego vi consiglio di provare ad inserire la vostra professione nella barra di ricerca e premere invio.
Visto?
Vi cercano e lavoro ce n’è! 🙂

3 – QUANTO SARO’ PAGATO IN AUSTRALIA?

In Australia esiste il concetto di stipendio minimo.
Sotto i 18 dollari lordi non si può scendere, a meno di non essere un minorenne che ancora va a scuola e che vuole iniziare a guadagnare qualcosina e farsi qualche esperienza.

4 – SOLDI, SOLDI, SOLDI!

Inoltre è possibile essere pagati di più!
E dopo secoli di stipendi uguali per tutti, malgrado chi facesse di più e chi facesse di meno… beh, io sono contenta di dove sono capitata.
Sabato, Domenica, Festivi e Notti sono decisamente ben pagati.
Un cameriere alla domenica può guadagnare 22-28 dollari l’ora e portarsi a casa più di 100 dollari in un solo giorno.

5 – ACCREDITO STIPENDIO

A Londra troverete la fila al Pub al Venerdì ed ecco, sì, qui siamo molto simili!
Verrete infatti pagati una volta a settimana!
In Australia Battisti non avrebbe potuto cantare “al 21 del mese i nostri soldi erano già finitiii..”.
Peccato perché è una bella canzone. 😀

6 – QUALITA’ DELLA VITA A MELBOURNE

Sopravvivrete anche con un part time.
Questa è stata una grande novità per me e mio marito: lavorare, avere tempo libero e non farsi mancare niente.
Gli Australiani adorano i part time e come dar loro torto se due mezzi stipendi bastano per pagare rent, bills ed uscire fuori a cena?

7 – TRIAL IN AUSTRALIA

Ahimè, per alcune professioni più che per altre, per esempio per quelle relative al campo dell’Hospitality, vi sarà spesso richiesto di fare una prova di 3 ore che non vi sarà, quasi mai, pagata.
La cosa è piuttosto frustrante qualora vi capitasse di fare 2 o 3 trial di seguito o, peggio, di essere sfruttati dal proprietario.
Anche in Australia ho avuto le mie brutte esperienze ma qui, per fortuna, ero consapevole di poter trovare un nuovo lavoro a stretto giro ed ho cercato di guardare sempre avanti.

8 – CERTIFICATI AUSTRALIANI

In Australia chiedono certificati per ogni professione.
Una semplice babysitter dovrà avere a portata di mano un Police Check negativo, il superamento di un corso di primo soccorso e, quasi sempre, un certificato che la abiliti a lavorare con i bambini.
Per fare il cameriere dovrete ottenere la licenza per poter servire alcolici (RSA) e, per i locali più fiscali, anche un Certificate of food Safety.
Tutti questi documenti hanno un prezzo, quindi vi consiglio di scegliere bene quale sarà il vostro percorso in Australia o vi ritroverete a collezionare titoli su titoli.
I Certificates non costano poco per gli stranieri, mentre sono ben meno cari per i cittadini che possono usufruire di fondi loro destinati dal Governo.
Per esempio qui cercano moltissimo nel campo Aged care, un campo che mi permetterebbe anche di far valere un pochino il mio Diploma e la mia Laurea (quella che volevo appendere in bagno) ma purtroppo un corso di 6 mesi mi costerebbe quasi 7000 dollari e non posso proprio permettermelo al momento.
Sob Sob.

9 – NUOVE MODALITA’

In Italia mi sono sempre candidata online, tramite i maggiori siti di recruiting e la cosa ha sempre funzionato.
Recentemente sono stata senza lavoro per un intero mese e proprio durante l'”Agosto Australiano” (ovvero l’afosissimo mese gennaio)!
Doppio Sigh!
Rimanere al computer a candidarmi quotidianamente non è stato il massimo del divertimento.
Soprattutto quando passi un giorno a candidarti alle offerte di lavoro del Southgate Mall, il centro commerciale di fronte casa.
Solo che avevo googlato male e mi sono candidata per l’omonimo Mall Canadese.
Sì, me ne sono accorta solo alla fine.
Dal Canada ancora mi scrivono per dirmi che vado forte! 😀

Stufa di farmi venire il sederotto rettangolare seduta al PC, ho stampato i miei CV, ops i miei Resumes, e sono andata a consegnarli a tutti i ristoranti del centro.
In meno di una settimana ho ottenuto un nuovo lavoro! 🙂
Non è stato facile andare a consegnare i Resumes di persona.
In tanti mi hanno spronata a farlo perché qui si usa così.
Qui vogliono vedere le persone in faccia!
Le vogliono propositive ed attive.
Non c’è nulla di male, mi sono detta alla fine ma… che fatica resettarsi!
All’inizio ero davvero molto timida, lanciavo il mio foglietto nelle mani del primo barista libero e scappavo fuori gridando “THANK YOU FOR YOUR TIME AND… SEE YOU SOON”.
Il “See you soon” gli doveva arrivare da lontanissimo perché ero già a sei miglia di distanza. 😀
Avete mai letto quegli articoli che in soldoni dicono che noi siamo i nostri Curriculum? Che quindi i fogli devono essere sempre ben stirati e custoditi? Ecco, io alcuni li ho fatti passare sotto le porte dei locali chiusi, insozzandoli terribilmente e poi… ovviamente scappavo anche lì alla velocità della luce perché temevo che il proprietario fosse dentro e volesse aprire per parlarmi!
Si dice che ci si abitui a tutto e anche alle cose belle, così al 15° ristorante è subentrata la routine e mi fermavo invece a scambiare due chiacchiere, rilassata e ben più tranquilla.
Quindi non è un caso che mi abbiano chiamato a lavorare proprio da uno degli ultimi locali visitati! 🙂

10 – AMICIZIE, SOFFIATE E NUOVE PROSPETTIVE

Soprattutto, mi preme dirlo a gran voce, fate rete!
Siamo all’estero, siamo soli e dobbiamo ricominciare da capo.
Io mi immagino sempre con il costume da Wonder Woman ma in realtà gli shorts non me li posso permettere ed ho bisogno del punto di vista altrui! 🙂
Ho conosciuto tante persone eccezionali stando qui e la cosa mi riempie il cuore di felicità.
Claudia mi ha coccolata dicendomi che ce l’avrei fatta a tornare a cavallo, Elena mi ha dato il numero di un’agenzia interinale che l’aveva presa a cuore, Nicole invece neanche la conoscevo: è la compagna di un collega di mio marito e si è proposta, indirettamente, per correggere il mio CV e così abbiamo fatto una domenica, scambiando due chiacchiere di fronte ad una birra gigantesca.
E’ stata invece la mia amica Barbara a dirmi di presentarmi al locale in cui poi mi hanno presa, perché lei abita in zona e sapeva che stavano cercando.

Dovrei ringraziare tutte loro e non solo, questa esperienza ha decisamente allargato i miei orizzonti oltre che la mia mente.
La rete serve sempre, quindi vi auguro e mi auguro di cucire maglie fitte fitte e magari anche di fare come il nostro amico comune, sì, quello “andato in Australia con 400 euro, zero inglese e che con tanta buona volontà e che adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes”. 🙂

Aprile 2015 – Ricoverata!

Aprile 2015 – Ricoverata!

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Noi.

Ero da poco uscita dalla prima settimana di formazione in quello che era diventato il mio secondo lavoro e mi sentivo carica come non mai.
Quella mattina di fine Febbraio macinavo kilometri dentro al grande ristorante e lanciavo sorrisi ai miei colleghi, molti dei quali erano piu’ che altro amicI, protagonisti delle mie serate alcoliche e di un viaggio lungo la Great Ocean Road.
Mi sentivo solida e sicura di me.

Stavo per uscire dalla cucina quando ho detto alla mia collega J. di stare attenta, perché si era formata la solita chiazza d’acqua accanto alla postazione del dishwasher.
Credo, ma non sono sicura, di essere riuscita a pronunciare quel be careful per intero.
Prima di scivolare.
Di perdere la percezione del terreno, che si allontanava dai miei piedi, oramai orientati verso l’aria.
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Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

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Un libro da leggere.

Mentre scrivo Francesco Grandis e’ in tour ed il suo libro in testa alle classifiche di Amazon, un successo clamoroso per un romanzo autoprodotto, nato sulla scia del progetto che lo vede rispondere quotidianamente all’affetto dei suoi followers, a coloro che in periodi diversi hanno messo like sulla sua pagina Facebook.
Forse il suo nome, Francesco, non vi dirà molto perché i più di noi hanno imparato a conoscerlo ed apprezzarlo come Wandering Wil, appassionandosi all’articolo apparso su Ornitorinko e diventato virale.
Quello che lo vede con una barba incolta, gli occhi socchiusi per il sole, raccontato in una fotografia che urla “sono in viaggio” a chiunque voglia tendere l’orecchio, avvicinarsi per ascoltare.

Con gli articoli a volte capita, ci incuriosiscono fino a colpirci dove fa più male, ci fanno immedesimare e riflettere.
Forse ci cambiano un poco, ma appena voltata la pagina quel personaggio che sentivamo tanto simile a noi sparisce per sempre e di lui non sappiamo più nulla.

Non é stato il caso di Francesco, che dal suo sito internet ha aggiornato i suoi lettori con costanza.
Con cadenza settimanale, articolo dopo articolo.
Ci ha raccontato la storia di coloro che gli hanno scritto con le lacrime agli occhi, disperati da uno stile di vita che non si sentivano autorizzati a lasciare, trattenuti da chi li ama ma preferisce averli infelici ma vicini.
E’ la storia di tanti che se ne vanno e di tanti che restano e Francesco l’ha saputa raccontare, affrontando la questione più e più volte, senza mai stancare chi leggeva.
Raccontando la ricerca della felicità ed il voler essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, senza mai sentirsi per questo un guru o un esempio da seguire.

Se é la prima volta che vi imbattete nella storia di Francesco, potreste voler sapere cosa ha fatto quindi di così particolare, questo ragazzo o uomo, decidete voi, questo ingegnere informatico con la vita già impostata e forse anche scritta.
Semplice.
Ha alzato gli occhi dalla sua routine per vedersi come fosse la prima volta.
Si è visto appesantito, stanco, svuotato.
Insoddisfatto.
Triste.
Non si è riconosciuto.

Disperato senza il diritto di poterlo essere perché, per gli altri, per la gente che interviene con la mano sempre alzata per prendere la parola, tutto nella sua vita andava a meraviglia.
Il lavoro lo aveva.
Era un ingegnere!
La casa pure.
La famiglia era lì.

Ma a lui bastava questo per essere felice?
A Francesco no.

Inizia così il suo viaggio alla ricerca disperata di se stesso.
Fino a ritrovarsi, ve lo anticipo, nella gioia pura dell’inaspettato, immerso fino al collo e con il solo peso dello zaino, fedele amico contenente solo l’essenziale e magari qualche pennarello da dare indietro.
Capirete poi, leggendo il libro.
Francesco con in mano un biglietto aereo open, un RTW e avendo come meta il mondo intero.
Un viaggio che difficilmente dimenticherà.
E voi con lui.

La sua storia é bella, profonda, coraggiosa e autentica.
Non é la storia di Francesco, o almeno non solo, ma del suo viaggio sulla strada giusta, del suo imbattersi – incontrando e scontrandosi – con personalità, storie ed umanità diverse.
Vi appassionerete al suo percorso pagina dopo pagina e farete il tifo per lui, per il suo lavoro da freelance ed il suo sogno che forse immaginerete ma che non voglio anticiparvi, per il suo bimbo – Michele – e la sua compagna, la sua ballerina.
Il suo libro forse vi cambierà, vi aiuterà a ritrovare ciò che la routine ci nasconde e la società attorno a noi fagocita.

Un libro che Francesco propone gratuitamente a inadempienti e studenti, a coloro che vorrebbero ma non possono, travolti da ben altre problematiche.
Un’iniziativa che prende l’idea dall’insegna letta in una lavanderia “if you are unemployed and need an outfit clean for an interview we will clean it for free” come ci spiega, umile e sereno, nella sua pagina Facebook.

Ho avuto il piacere di poter scambiare qualche parola con Francesco, un ragazzo alla mano e gentile, che ha messo da parte la stanchezza dovuta al tour per condividere con noi qualche momento della sua vita.

La sua intervista eccola qui!

– Innanzitutto complimenti, la tua storia ha dell’incredibile pur raccontando, in qualche modo, la mera ricerca della semplicità e l’abbandono di una sorta di schiavitù. Ma quindi… ti senti libero adesso?

Non ancora del tutto. Ho sicuramente fatto moltissimi passi avanti lungo la strada della libertà, come quella della felicità, d’altra parte. Lo stesso fatto che io stia rispondendo a questa intervista da un camper parcheggiato vista colli toscani ne è una prova, ma ci sono ancora molte incombenze che mi legano a questo o a quell’altro paletto. Conquistare la libertà è un lavoro lungo e meticoloso, che richiede impegno e dedizione e non l’ho sicuramente ancora portato a termine. È per questo che il mio libro si chiama “Sulla strada giusta” e non “La strada giusta”. Sono ancora lungo il percorso.

– Per chi ha letto il libro é chiaro, che é stato un crescendo, ma puoi dirci quale episodio ti ha fatto capire che non potevi continuare con la vita standardizzata che stavi facendo?

Le lacrime che descrivo nelle primissime pagine. Sgorgavano dal profondo e portavano con loro una verità che non potevo più negare: non sarei mai riuscito a vivere ancora in quel modo. Non erano lacrime di semplice tristezza o sconforto, erano lacrime di realizzazione. A insistere lungo quella strada non sarei sopravvissuto: mi sarei ammalato, mi sarebbe accaduto un incidente o lo avrei fatto accadere. Tutte le mie ultime barriere crollarono in quell’istante. È stato istinto di sopravvivenza, direi. Poteva il mio lavoro essere più importante della mia vita, al punto da metterla in pericolo? No, certo che no.

– E’ stato difficile fare i conti con le opinioni degli altri quando dicevi di voler lasciare quello che in tanti sognano?
Ma poi lo sognano davvero??

Inizialmente sì. Era il 2009, più o meno l’inizio della crisi economica. L’argomento ci era nuovo, al tempo, ed eravamo tutti molto sensibili. Le persone si aggrapparono più forte alla presunta sicurezza dei loro lavori, come fossero gli ultimi salvagenti di una nave che stava colando a picco, e io invece mi licenziavo. Un folle. La pressione esercitata su di me dalle opinioni altrui era fortissima, ma io resistetti. Ne andava della mia vita, appunto, ma quella era una verità che gli altri non riuscivano del tutto a vedere. Inoltre, avevo evidentemente intravisto una via d’uscita possibile. Forse non l’avevo compresa da subito con la ragione, ma sentivo che qualcosa, per me, doveva esserci lì fuori. Ma come far capire questo presentimento agli altri? Impossibile, e infatti non ci riuscii.

– Ai tempi dell’articolo su Ornitorinko percepivo tutta la tua rabbia per quella vita che ti avevano spinto a vivere, mi sembrava che tu stessi per esplodere nel raccontarti e svelarti a tutti noi.
Adesso invece mi sembra di parlare con un uomo diverso. Devi avere dei pensieri come tutti, ma emani serenità e pienezza.
Dimmi, ne é valsa la pena quindi?

Ma senza nessun dubbio! Non sono del tutto convinto di emanare davvero serenità come dici tu (grazie di averlo detto, comunque), ma come dico sempre: “non farei un passo indietro nemmeno con la pistola puntata alla testa”. È vero. Ho superato il punto di non ritorno tanto tempo fa e ormai non lo intravedo nemmeno più alle mie spalle. Tutto il percorso fatto finora come viaggiatore, ma soprattutto come uomo, vale ogni singola goccia di sudore versato per farlo. Ma sono ancora piuttosto arrabbiato con le condizioni ingiuste con cui molti di noi continuano a vivere e l’ambiente che le ha generate.

– Ti vengono in mente quali sono state le parole più belle che ti hanno rivolto da quando tutto ha cominciato a cambiare?

“Sembri 10 anni più giovane”. Questa era molto carina! Ce ne sono tante altre, sicuramente più profonde, ma questa, nella sua ironia, è un bell’esemplare. Un segnale piuttosto evidente di come io sia riuscito davvero a riprendermi la vita che avevo perduto negli anni precedenti.

– Vorrei lasciarti con un’ultima domanda, la più difficile.
Cosa consiglieresti a chi si sente prigioniero di una gabbia che gli va stretta, di qualcosa che non vuole?

Gli consiglierei di guardarsi bene intorno e di fare il punto della situazione della propria vita. Di fare una sorta di inventario per elencare cos’ha a disposizione, sia in termini di mezzi materiali che di capacità personali. Tenere solo il necessario ed eliminare il superfluo. Immaginare la propria destinazione (la felicità magari?) e di progettare una strada per arrivarci, passo dopo passo. Una strada fatta su misura, da sé stesso per sé stesso, senza paura di scontentare gli altri tranne le persone che ritiene parte del suo “bagaglio necessario”. E poi di iniziare quel cammino. Il primo passo è il più difficile, ma il più liberatorio.
Se c’è una cosa che ho capito lungo il mio personale percorso è che le cose non arrivano mai da sole. L’unico modo per averle è alzarsi e andare a prenderle.

Ringrazio Francesco Grandis, il cui libro Sulla Strada Giusta e’ acquistabile in Amazon o tramite il suo sito internet.

“Se ne avessimo l’occasione, ti racconterei di quando ero un giovane ingegnere, convinto di aver trovato la sua posizione nel mondo, e di quando scoprii, invece, di essere finito in una gabbia. Di quando lasciai quel posto sicuro in piena crisi economica, per affrontare il mio crollo personale. Di come trovai la strada giusta durante un lungo viaggio, del mio lavoro nomade e dei Paesi che seguirono. Di come mollai tutto ancora una volta per scrivere e condividere la mia esperienza. E sopra ogni cosa, ti parlerei della mia ricerca della Felicità.
Non sono un arrivato ma solo un uomo in cammino, e il libro che hai tra le mani il racconto del mio percorso.”

(Fonte foto: http://wanderingwil.com/ )

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

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Non sarebbe più facile dire “mi manchi”?
Risponderei “A me manchi di più”.

Ci state pensando ormai da tanto tempo e forse non avete mai riflettuto tanto su una scelta prima d’ora.
Ed è anche giusto, qui si sta parlando di lasciare un Paese, l’Italia e di andare all’estero.
Per viverci.

Siete spaventati.
Siete euforici.

La prima volta che ne avete parlato, gli amici non vi hanno creduto.
Vi han guardato come se fosse un’idea passeggera, una di quelle cose che si dicono quando al lavoro non va troppo bene e la birra scioglie la lingua, scioccamente.

Ma non è così, ormai è una decisione.

Contate i giorni.
Acquistate il biglietto e leggete e rileggete mille volte il vostro nome, controllate i dati del vostro passaporto e la destinazione.
E’ fatta.
Sta succedendo?!

Il più delle volte pagato il biglietto si parte.

Vorreste parlare di quello che sentite, del dolore che provate pensando a tutto quello che lasciate, della paura ma anche della felicità che avete nella pancia quando iniziate a sentire che mai scelta nella vostra vita è stata più giusta.
Mai scelta nella vita è arrivata nel momento più giusto. Read more

Gennaio 2016 – Solo inutili pesi

Gennaio 2016 – Solo inutili pesi

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Fai cernite prima della partenza.
Rinunci al milione di scarpe, alle collane ed a tutto il resto.
Nei miei pensieri pre-partenza io davvero pensavo che sarei riuscita a far entrare, in quella valigia da 30 chili, anche il pentolino che mi aveva regalato nonna e la paperella per la vasca che comprammo con il marito ad Amsterdam.
Ma la realtà è un’altra cosa e ci si viene a patti.

Mentre fai gli scatoloni sbrodoli lacrime e archivi tutto sperando che ne valga la pena.
Una cosa che realizzai immediatamente, durante quei giorni di preparativi di quasi due anni fa, è che quando lasci i tuoi affetti, le cose tornano ad essere solo oggetti e pesano, in paragone, molto meno.
Ho lasciato il mio cuore in Italia, ne ho lasciati proprio tanti pezzi e non mi farò venire il magone per un set di bicchieri o per una giacca che portavo raramente.

Sì, dispiace di dover venire a patti e non potersi teletrasportare con tutti i propri averi nel nuovo mondo, di non ritrovarsi lì con i capelli appena fatti e le unghie laccate di rosso.
Ma fa tutto parte del processo.
Preparativi come questi necessitano lacrime, magone e sì, di sporcarsi le mani e insozzarsi di polvere i capelli.

In qualche modo è riempiendo quegli scatoloni che ho capito il valore di ciò che andavo a compiere e di tutto quello che lasciavo.
Persone e non cose.

In quei giorni regalai tante delle mie cose, soprattutto gli elettrodomestici nuovi che sarebbe stato un peccato lasciare ad invecchiare negli scatoloni.
Le piante enormi che affollavano il mio balcone le portai di persona a casa dei nuovi proprietari, preparai buste con macchina del caffè, teiera, microonde, docking station con sveglia e radio.
Dalla mia macchina in corsa, e sì anche quella non ce l’ho più, lanciai un ombrello ad una signora che era completamente fradicia, presa alla sprovvista da un improvviso acquazzone estivo.
Lei mi urlò “non so nemmeno come ti chiami per ringraziarti”.
Mi venne da sorridere perché il regalo l’aveva fatto lei a me, usando uno degli ombrelli che non avrei mai messo negli scatoloni per la me stessa del futuro.
Regalando le mie cose mi liberavo, stavo bene e sentivo venir meno i legacci, le corde che mi tenevano attaccata alla vita che avevo costruito in Italia.
Una mia cara amica prese a paragonarmi a San Francesco.

Qualcuno mi disse che non avrei dovuto dar via nulla perché l’Australia poteva non piacermi e tornare in Italia sarebbe potuta diventare di nuovo un’ipotesi.
Ma io sapevo che non sarei più tornata e aver regalato le mie cose è stato un liberarsi ed una coccola.

Il mio guardaroba non mi era mai sembrato così fornito quando vivevo in Italia e anzi c’era sempre spazio per una maglietta o un vestito nuovo, vittima del non ho niente da mettermi che mi colpiva al mattino prima di andare ad affrontare una nuova giornata di lavoro.
E invece lo era – immenso – e son serviti più di 30 scatoloni 60×60 per archiviare la mia vita italiana e, di questi, diversi erano pieni di vestiti, scarpe e borse.
Di cose di cui poi non ho sentito la mancanza.

Sono partita con una valigia da 30 chili ed un bagaglio a mano che sforava il peso consentito, ma la ragazza del check-in mi fece solo gli auguri per l’avventura, con un sorriso bellissimo.
Una volta in Australia quelli nella valigia, e solo quelli, erano i miei vestiti, un numero ridotto di capi e di scarpe che finivano in lavatrice per essere riutilizzati alla settimana successiva.
L’asciugatrice logorava una delle mie magliette preferite ed io me la mettevo uguale, perché ne avevo portate con me ben poche e di comprare qualcosa con sulla testa la possibilità di un ennesimo trasloco e di doversi trascinare dietro di tutto… no grazie.

Ma non sono più in Australia, sono in Scozia e qui ci starò per quattro anni.
La casa che abbiamo affittato, un grazioso bilocale con una grande cucina ed un bagno con un provvidenziale bidet, sarà nostra finché, ce lo auspichiamo, saremo qui.

Per questo motivo lo abbiamo fatto.
In una giornata piovosa è così partito da Roma un camion indirizzato ad Aberdeen, arrivato qui quando il cielo non prometteva niente di buono.

30 pacchi di cui 2 ancora dispersi, un mese dopo.
Alcuni di questi pesavano da soli 60 chili ed erano pieni, pieni zeppi di libri ed oggetti che una volta riempivano una casa ben più grande di questa.
Guardo i pacchi e quando metto a fuoco il nostro delizioso bilocale mi rendo conto che farà fatica a contenere tutto ciò che una volta era distribuito a casa nostra, in Italia.
Quando tutto aveva un posto assegnato e ragionato.

Aprendo le scatole, eccoli i miei oggetti.
Li ho pensati e ne ho accarezzato il ricordo, ma dopo quasi due anni passati vivendo con il contenuto di una valigia da 30 chili…cosa me ne faccio di tutte queste cose?

Non ne ho bisogno ora.
Affatto.
E dire che di indizi ne avevo avuti.
Ma rimane una sorpresa.

Avere tutti questi oggetti in casa quasi mi soffoca.

Tutte queste cose?
Ma quando le userò tutte?
Nonostante le regalie pre-partenza ho ancora 4 robottini da cucina, un numero folle di scarpe e vestiti e, diavolo, anche tanti asciugamani.
Il cassetto della cucina non si chiude per il numero di utensili più svariati, dallo schiaccia aglio al pennello per l’olio, passando per una grattugia enorme.
Ho un vassoio per le torte ed uno per i formaggi, con tanto di tazzine abbinate per le marmellate ed il miele e cucchiaini di ceramica.
Non ho idea di cosa fare con i 4 set di lenzuola che avevamo scelto con tanta cura durante la convivenza ma che non ci rappresentano più. Abbiamo vissuto con un solo lenzuolo per un anno e mezzo e vi giuro che siamo stati bene lo stesso.
Regolarmente pronto per tempo dopo essere stato nell’asciugatrice, posizionato sopra al materasso giusto prima dell’arrivo dell’ora della buonanotte.

E delle centinaia di libri ne vogliamo parlare?
La piccola libreria che abbiamo comprato sembra scoppiare.
Dispongo i volumi su due file, per orizzontale, uno sopra l’altro ed ancora non ci stanno.
I ripiani si imbarcano e formano morbide curve.
Non pensavo lo avrei mai detto ma sì, sono troppi e non tutti necessari, non tutti da rileggere.

Sento il peso di avere nuovamente tutti quegli oggetti che una volta facevano casa ma che non la fanno più.

Casa è qualcos’altro e basta molto meno e serve molto di più.

Quasi mi ammazzo per dare coerenza alle nostre cose.
Avverto i lati negativi dell’avere così tanto.

E non fraintendetemi.
Sorrido anche prendendo in mano i miei piccoli tesori dimenticati.
Scatto foto aprendo le scatole e trovando oggetti che parlano, parlano più di altri e raccontano l’Amore.

Un biglietto di una mia prozia.
Ricordo come fosse ieri, era dentro la scatola del corredo che volle farmi da piccina.
Ed ero piccina veramente.
Aveva paura di non aver tempo per vedermi sposata e così, dopotutto, sono andate le cose.
Di lei rimangono queste righe affettuose e quel pensiero alla sposina Serenella che poi son diventata, nella Basilica Santi Giovanni e Paolo di Roma.

Ed i piatti di nonna, che è una signora che crede nella ceramica bianca e prima che mi sposassi mi ha comprato un servizio intero.
Mangiare di nuovo in scodelle così belle mi ricorda quanto era bello vivere vicino a loro, i nonni.
Passare da loro dopo aver fatto una passeggiata per il nostro quartiere o dopo il lavoro.

E poi, ancora, la macchina del riso che mi regalarono i miei migliori amici quando andammo a vivere insieme.
Che non per niente loro mi conoscono e mai regalo fu più gradito nella casa della sushiarola.
E nei pacchi trovo anche i piatti da zuppa, sempre un loro pensiero per noi, e corro al telefono per dirgli che li amo, oggi come ieri.
Anche se con un semplice messaggio vocale di WhatsApp e mi si incrina la voce nel ricordargli che ci sono sempre stati, anche a distanza, e che mai lo dimenticherò.

E potrei citare la cake topper della torta nuziale, con la sposina a cui si era rotto un braccino, ora incollato di nuovo, e che è tornata a splendere… ma in realtà in mezzo a tutti questi dolci ricordi è lui a farla da padrone, il Roomba.
Che ok, non ha alcun valore sentimentale, ma rimango una pigra materialista e lui mi fa trovare casa pulita ogni giorno e questo non guasta per niente!

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Già.
Queste e non molte altre son le cose che son felice di avere.

Gli altri, di oggetti, son solo cose rispetto alle tante emozioni che sto vivendo. Quelle contano di più, in un modo che trovo totalizzante e dopotutto inspiegabile.

Ma alcune cose son più emozionanti di altre e sono felice di trascinarle con me, malgrado il loro inequivocabile peso, in giro per il mondo.

Serena, Scozia

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

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Quante volte hanno spalancato la bocca ed esclamato “From Rome?!”.
Quante volte me l’hanno raccontata con il loro entusiasmo di stranieri, che prendono il caffè a Piazza Navola ed i commenti dei ristoratori li capiscono e non capiscono.
Ma quell’aria caciarona, romana, la sentono che gli arriva calda in faccia.
Li stordisce e seduce, anche quando stanno per essere fregati.

Ecco io con Roma ci dico poco e niente.
L’ho odiata da matti prima di andare.
Nel traffico del mattino sulla Prenestina e poi ancora ferma con il piede sull’accelleratore mentre tentavo di imboccare per Lungotevere. Read more

Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

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La nostra amica Chloe, una coreana con lo stesso sogno tirato fuori dal cassetto, ci aveva dato il contatto giusto.
Di fronte a noi ora c’era Sue, un agente d’istruzione, che prendeva i costi delle scuole australiane e con la penna li tagliava per noi, tracciandoci sopra una linea a scrivendo una cifra ragionevole.
Per quanto le cifre possano essere ragionevoli in Australia.

Ci pensammo molto.
Volevamo rimanere.

Tornammo per accettare l’offerta, io sulla sedia a rotelle, con la gamba rotta ed il gesso blu.
Sue ebbe la delicatezza di lasciarci da soli durante la firma del contratto.
Che firmammo.

Eccoci dunque di fronte ad un fatto compiuto.
Saremmo rimasti due anni in Australia con un visto studenti, mio marito avrebbe studiato per diventare Chef al costo di 6000 dollari l’anno e poi avremmo iniziato le pratiche per entrare permanentemente nella terra dei canguri.
Ho scattato fotografie a raffica di quel momento della firma, c’è lui che ride ma è rosso in viso, contrito, strappato in due, le mani sulla testa.

Siamo tornati a casa e mi sono raccolta per far chiarezza.

Davvero vuoi questa vita Serena?
Un corso da Chef lo consacrerà all’Hospitality, con i suoi orari, con i weekends sempre lavorativi, con le cene separati, le festività inesistenti.
Siamo stati male quella sera.
Perché la risposta la conoscevamo e da un bel po’.

Ma fuori c’era Lei.
Melbourne, piena di luci e colori.
Che esci in strada ed è subito amore, festa nel tuo cuore.
Respiri un’aria che frizza nel naso.
E sei felice da scoppiare.

In quella stessa settimana arrivò la conferma dall’Università Scozzese.
Lo avevano preso per studiare Computer Science, una possibilità di cui mormorava da tre anni.

Che vita vuoi Serena?

Per Melbourne avrei sacrificato l’ambizione di mio marito, ma avrei perso troppo.

Che vita vuoi per te, Serena?
Lui ha deciso la sua strada.
E tu?

A trent’anni ero partita con l’idea di poter far tutto, mi era sempre riuscito tutto così bene, avevo – senza modestia – spesso brillato sul lavoro, facendo la differenza.
In un paese straniero ero una favolosa master of none, con una laurea umanistica pronta da darmi in faccia esattamente come in patria.
In un settore, la psicologia, che non mi interessava più, che mi aveva stufato e saturato.
A dimostrazione che non siamo, né saremo per sempre, le persone che eravamo a diciotto anni, fresche di maturità.

Io per me voglio un lavoro, un lavoro bello, che mi stimoli e mi spinga a fare.
Creativo, ma vero.
Che porti ad una carriera.

Presi la lista dei corsi universitari ed iniziai a guardare dal settore sanitario.
Infermiera?
Perché no.
Sono ricercate in Australia e ben pagate.

Sì, ok, ma non credo di voler far questo, dopotutto.

Arrivata alla facoltà di informatica l’occhio mi cade su Computing, Graphics & Animation, un corso che – anche se ancora non lo so – corre assieme a Computer  Science – all’IT – differenziandosi  da questo grazie a moduli dedicati alle mie passioni di sempre.

E non mi vedrete mai dire di essere una blogger, ma l’esperienza con Amiche di Fuso è stata essenziale per riconoscere alcuni piccoli talenti.
Avevo creato una serie di vignette che conoscete come “capisci di essere un expat“, disegnato e montato l’introduzione dei nostri video, scelto la musica e lanciato piccoli progetti che raccontavano un po’ quella che sono: creativa sì, ma anche orientata al prodotto finale, agli obiettivi.

In famiglia ben pochi si aspettavano qualcosa da me.
Qualcosa che non fosse un fiocco rosa o azzurro da appendere alla porta di casa, nel quartiere di sempre.
Lo volevano e chiedevano indipendentemente da quello che volevo io.
Come donna dovevo volere dei figli e non pensare alla realizzazione personale.
Era la strada da seguire, indipendentemente da quello che volevamo noi come esseri umani e come coppia.

Non credo di aver dato una bella notizia quando ho informato tutti che sarei tornata sui libri a 32 anni compiuti.

Ed anch’io passavo dall’entusiasmo alla paura, devastante, di fallire.

Non solo avevamo abbandonato la nostra casa.
Ad aspettativa finita, mio marito si era anche licenziato da un lavoro pubblico.
Avevamo gli occhi di tutti addosso, fallire equivaleva a sentirli dire che era vero ciò che pensavano: stavamo sbagliando tutto.

Anche se noi sapevamo di aver ragione.
La nostra!
Fosse anche solo perché lo volevamo.

Ma la responsabilità era proprio tanta e la percepivo pesarmi tutta addosso.

Prima di tornare in Europa mi sentivo soffocare, dilaniata.
Volevo incidere sulla pelle le parole libertà, freedom, disegnarmi delle ali sulla schiena.
Volevo tranquillizzare me stessa e dirmi che in Europa avrei ritrovato la stessa leggerezza che mi ha accompagnata in Australia.

Avevo una paura dannata di fallire.
Chi ero io per pensare di studiare informatica?
Ero un asino in matematica, una che fa fatica a seguire le lezioni e preferisce scarabocchiare sul proprio quaderno, spegnendo il cervello.
Avrei fallito.
Di fronte a tutti.

Forse già al primo esame.
O a quello di matematica.

Ero fuori di me per la paura.

Un giorno decisi una cosa, di punto in bianco.
Serena, facciamo che invece ce la fai.
Basta pensieri distruttivi e fantasie negative.
Ce la fai.

E ragazzi, il primo anno è finito e ce l’ho fatta.
Alla grande.

Conquistando il massimo dei voti anche in matematica.

Dedicato a tutti quelli che pensano che il proprio treno sia passato, di esser troppo vecchi o di aver avuto l’immensa fortuna di nascer donne e la sfortuna di averlo fatto prima dell’anno 3000.

Serena, Scozia

Agosto 2016 – Che fine ha fatto Ferragosto?

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Quando son partita mi sono detta quella cosa, sgradevole e rude da ammettere, sul non voler frequentare altri Italiani.
Dal mio paese sentivo la necessità di prendere le distanze e le mie radici le avrei volentieri estirpate.

Ho tenuto, in parte, fede a quella promessa fatta a me stessa.
Uscendo con amici provenienti da tutto il mondo e ridendo come una pazza, in un inglese che all’inizio si veniva incontro.
Ho iniziato a capire i loro accenti, imparato parole nuove grazie a loro e persino dai loro errori.

Durante quel nuovo inizio mi sono interrogata molto.
Sull’essere me.

Sono io questa?
Questa che parla male?

Sì, ero io lo stesso.
Venivo fuori.
Magari non capivo che un quarto dell’accento australiano, ma riuscivo sempre a strappare una risata a chi avevo di fronte.
E mi sentivo bene.
Me.

E’ stato bello capire di potercela fare, per davvero, lontana da casa.

Sarebbe mancato però qualcosa di importante senza i miei amici italiani, quelli incontrati all’estero, quelli dei caffè presi insieme e dei fiumi di parole.
In loro ho trovato molto di mio e tanto di più.
E l’ho trovato facilmente.

Senza fatica, senza pensare.

Di recente ho ospitato due amiche italiane che vivono in Spagna da tanti anni.
Una di loro mi ha riportato sul banco quello stesso discorso.
All’estero non ci si va per frequentare altri italiani.

O meglio, l’essere italiani non può essere l’unico collante.

Ed ha aggiunto una frase che mi ha fatta riflettere.
“Italiani non ne cercavamo, però è solo tra di noi che possiamo cantare la sigla di Pollon!”.

Vi sembrerà una cosa da niente.

Ma quanto aveva ragione.

E’ successo a me e forse sarà capitato a voi.
Ho sentito le mie radici urlare dentro di me, in molte occasioni, cercando un’occhiata immediata e complice.

Avrei voluto parlare dei film che ho visto, della musica che ho cantato in macchina, dei programmi radio che mi accompagnavano al mattino.
Di quella che sono stata per trent’anni.

Senza stare a spiegare l’inspiegabile.
In un botta e risposta veloce e complice.

E invece le uniche cose che qui immaginano un po’ di me, delle mie radici intendo, sono quelle relative al cibo.
Italian food, so yummy, pizza, lasagna e mac&cheese.

Noi Italiani siamo un popolo molto amato all’estero.
Siamo fortunati per questo, conoscono qualcosa di noi.

Quel qualcosa non mi basta.
Certe volte non mi basta.

Di Venditti che canta “Notte prima degli esami” non sanno nulla, nulla di quella melodia in radio ogni anno, nel mese di luglio, a salutare quel percorso che per i liceali si conclude ed in qualche modo inizia.
Sono di Roma e loro mi immaginano al Colosseo, un pezzo di storia che poche volte ha incrociato il mio camminare, ignorano invece la parte di me che conosce i film di Sordi, che si ricorda quelli in cui Verdone era giovane.
Non sanno che gli amici del Nord Italia per prendermi in giro mi dicono e lo pronunciano pure male.

Ignorano i tormentoni, i nostri detti, i nostri modi di dire.
Ignorano cosa fosse la quotidianità e la cultura condivisa di .

Le pubblicità che ti entrano in testa o una canzone odiosa come quella del “Pulcino Pio”, un libro di cui tutti parlano.
Persino Melissa P.
Qui non ne sanno niente.

E neanche di Belen, per fortuna.

Stando qui ho imparato tanto altro, ovviamente.
Ho imparato ad essere umile, curiosa ed aperta.
Ed ho imparato qualcosa di loro.
Dei loro giochi di parole, della loro cultura, dei loro modi di dire.

Questo è bello, incredibile, meraviglioso.

Ma come ho già detto, a volte non basta e vi mancheranno gli appigli, le basi in comune.
L’immediato.
La complicità, quella basica.

Quella che avete solo per il fatto di esser nati nello stesso posto del mondo.
Condividendo per questo qualcosa di sottovalutato ed immenso.

All’estero, dall’altra parte, il Natale sarà diverso, perché lo sarà, ma in qualche modo ci sarà.
Perderete però la Pasquetta, così come i discorsi sul tempo pazzerello e non farete nessuna lista della spesa per la grigliata con gli amici.
Non spingerete il carrello pieno per supermercati presi d’assalto alla vigilia.

Il primo maggio non sarete in piazza per il concertone e non avrete il day off al lavoro.
E non aspetterete di vedere dove capita il 25 Aprile, per chiedere il giorno e fare ponte.

Il carnevale non esisterà, così come non esisteranno frappe e castagnole.
O bignè di San Giuseppe.

In Italia, un tempo, ero alla scrivania con la mia collega preferita.
Tutte e due con il foglio delle ferie compilato per la stessa settimana estiva, in attesa di un’approvazione che temevamo non arrivasse.
Avevamo lo stesso ruolo e dentro di noi saliva la rabbia di fronte alla possibilità di non avere la settimana di agosto, quella che si incrocia con il 15, libera.
Quell’anno dopotutto ci andò bene e ricevemmo la grazia, le agognate ferie approvate ad entrambe.

Oggi sono qui, oggi sto scrivendo dalla Scozia.
Ed è il 15 Agosto.
Facebook mi ricorda di non aver passato un solo ferragosto in casa o al lavoro, riproponendo immagini di me in costume da bagno, sorridendo da qualche parte nel mondo.
Abbronzata e con gli occhiali da sole grandi.

Oggi invece sono qui nella città di Aberdeen, nella Scozia alta.
Ho le braccia scoperte, ma muoio di freddo.
Prima ho alzato gli occhi da quello che stavo facendo e ho pensato: “Dio Mio, è ferragosto”.

Ed io sto lavorando e nessuno attorno a me sa cosa voglia dire questo giorno di agosto.

Per quelli come me, lì dove ero una volta.

Serena, Scozia