Dicembre 2014 – La Mia Italia

Dicembre 2014 – La Mia Italia

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Quando vivevo in Italia.

Vivo in un Paese che sembra disegnato apposta per me, ve l’ho mai detto?
Se non l’ho gia’ fatto, allora ve lo dico ora.
Adoro l’Australia.
E’ stata la mia scelta piu’ azzeccata e batte persino l’operazione per correggere la miopia. 😀

Non per questo pero’ ho scordato il mio Stivale, alto e forse un poco démodé.
E d’altronde come potrei se lì ho lasciato i miei affetti ed i miei ricordi piu’ cari?

Diciamoci tutta la verità.
Non è facile la vita di un Italiano all’estero perché tutti attorno a te vogliono celebrare la tua “nobile” provenienza, fatta di storia, cultura e cibo.

Quando mi dicono “Ah, l’Italia! Me la immagino piena di sole e di gente tranquilla e semplice, che prende il sole seduta fuori dalle caffetterie” io sgrano gli occhi e penso “ma davvero credi questo di quella che era casa mia?”
Non te starai a sbaglia’?? 😀
Io mi ricordo che stavamo tutti esauriti e di corsa, me in primis, e che il Colosseo lo guardavo solo al TG.

Così ho capito l’inghippo!
E’ che l’Italia devi adorarla come un amante che saluti sulle scale, non sapendo quando avrai l’occasione per afferrarlo e sentirlo di nuovo, sotto le tue dita.
Con passione e lacrime, con sentimenti esagerati e folli.
Con una data di scadenza.
Perché poi lo sai che tornerai alla vita di sempre.
Fatta di sospiri, certo, ripensando ai momenti vissuti insieme e volati via.

Pensa che bello, ho realizzato, se mi svegliassi turista australiana in Italia!
Ancora più bello se la giornata fosse fatta di 48 ore e non di 24.
Ancora più bello se fossi a Roma!

Alla mattina ci sarebbe il sole, di questo ne sono sicura.
Roma in questo raramente delude e se lo fa, allora non prendere la metro o la macchina.
Murati in casa e accenditi Sky.

Ma non divaghiamo.

Mi sveglio e c’è il sole, dicevo, così esco dal mio Hotel e non ho che l’imbarazzo della scelta per la colazione.
Mi immagino i cornetti gonfi di crema pasticcera, di un giallo intenso e peccaminoso, spolverati di zucchero a velo sulla crosticina croccante.
Le doughnut a Roma le chiamano bombe perché sono fatte per esplodere in bocca, cariche di farcitura.
Lo zucchero non puo’ che rimanere sulle labbra dopo ogni morso e lo ritrovi agli angoli della bocca dopo ore, a ricordarti quel peccato di gola da 600-650 calorie.
Ao’, la colazione e’ importante e lo dicono i ricercatori.

Il caffè costa solo 90 centesimi, in Austalia lo pago 3,90 dollaroni!
Seduta mi gusto il mio cappuccino e gli italiani mi sembrano così buffi.
Li vedo entrare nel bar uno dopo l’altro, corpi frenetici che agguantano tazzine colme di caffeina bollente e che neanche ne gustano l’aroma unico, ingollando quel liquido nero manco fossero povere oche massacrate per il fois gras.
E vogliamo parlare della velocità dei baristi?

A colazione finita sono carica per girare la Città.
Finalmente sto calpestando il suolo di ROMA, dopo averla tanto sognata!

Aspetto l’autobus per il centro ed il sole scotta sul mio cappellino da turista_ammazza_sesso.
Quando finalmente il bus arriva, succede una cosa strana a cui non voglio dare peso: tutti mi spintonano per correre dentro al vagoncino.
Incurante di quello strano episodio, salgo per ultima.
Malgrado gli appunti presi la sera prima interrogando google dal wi-fi dell’albergo, ho sempre paura di perdermi e di sbagliare direzione.
L’autista non risponde al mio saluto e mi chiama “Signò”.
Al rientro dalla vacanza ricorderò con nostalgia tutti i “Signò” ricevuti e anche della venditrice di Campo de’ Fiori, che mi ha chiamata “bella” quando le ho comprato una rosa.

Intanto pero’ sono ancora di fronte all’autista che non parla una parola di inglese.
Faccio per tradurre con il mio vocabolarietto aperto tra le dita ma quello mi ha già risposto!
Credo.
Credo di iniziare a comprendere l’italiano perché dai suoi segni capisco che sì, sono sull’autobus giusto.
“Ce l’ho fatta!” penso tra me e me.
Non ho tempo di gongolare che il bus inchioda e mi fa cadere come un sacco di patate.
Mi rialzo, con grande dignità, ammettiamolo, e mi sembra che nessuno mi abbia notata.

Meglio cercare di sedermi o finirò per terra al prossimo strattone.
I posti però sono tutti presi, quindi mi aggrappo con due mani alla maniglia piu’ vicina e stringo forte.
Non mi sentivo così in pericolo di vita da quella sera in taxi in Egitto.

Scendo a Piazza Venezia e dico, SONO A PIAZZA VENEZIA!
Il sole mi acceca, ma non posso far altro che pensare a dove sono.
Solo che il traffico mi inquieta, nessuno si ferma nonostante le strisce pedonali e con questi presupposti non ce la farò mai ad attraversare.
Sbucano macchine dappertutto ma proprio lì in mezzo al casino si erge La Big Typing Machine, che sulle guide chiamano Milite Ignoto.
Sono incantata.

Ne avro’ mai abbastanza di questa Citta’ piena di Meraviglia?

A scendere dal bus eravamo in tanti e tutti hanno attraversato la strada mentre io ero persa in fantasticherie sugli uomini in divisa che piantonano, a decine, la piazza.
Tolgo il cappellino_anti_sesso_da_turista e rimangono solo i miei capelli tutti acciaccati.
Il sole mi prende a sberle la testa.
No, non ne vale la pena di morire in terra straniera, per questa volta.

Accanto a me è rimasta solo una vecchina tutta curva, con una enorme borsetta della spesa, di quelle munite di rotelle.
Le macchine continuano a correre per la rotonda, ignorandoci.
Faccio per alzare la mano in direzione delle guardie, quando ecco un miracolo.
La signora anziana scatta in mezzo al traffico ed io inizio a seguirla, facendomi ignobilmente scudo del suo corpo e della sua incredibile verve da pronipote di centurioni.
Pronipote di linea diretta, ne sono certa.

Arrivo a Via del Corso e non mi sembra vero.
L’ho sognata così tanto, l’ho vista in TV e nelle riviste.
L’ho amata senza neppure conoscerla ed ora siamo solo io, lei e appena un altro centinaio di persone.
Incollo il naso sulla vetrina di un negozio di pelletteria, tra un monomarca di abbigliamento e l’altro.
Penso di comprare un portafoglio di pelle viola, ne respiro l’odore e mi convinco della sua pregiatezza ed unicità, indubbiamente è fatto a mano, unico nel suo genere.

Non faccio a tempo a bearmi dell’acquisto che fuori dal negozio vedo la mia prima gitana!
E’ piuttosto in carne, ha una gonna variopinta ed i capelli lasciati crescere senza un taglio preciso.
Sono lunghi e bruciati dal sole.
Fa parte di un gruppo di 4 donne e quando passano per le strade tutti mettono la mano per controllare il portafogli.
Io scatto una fotografia!

Roma è così grande ed io ho così poco tempo.
Per i suoi vicoli arrivo a Piazza Navona, il Pantheon e la Fontana di Trevi.
Scatto una fotografia ad ogni pezzo di muro, ad ogni finestra, ad ogni negozietto.
Mi accovaccio per fotografare i Sampietrini, bellissimi ciottoli posati sul lastricato come a celebrare l’autenticità del popolo Italiano.

Il sole è così caldo, ci vorrebbe un gelato.
Sulla mia guida consigliano Giolitti, così prendo un cono piccolo e provo a dire “doppia panna”, come ho sentito fare ad un italiano solo il giorno prima.
Funziona!
Riempiono il cono di deliziosa panna bianca e la frutta nel mio gelato e’ un sapore ancora presente, pulsante.
Riconosco il latte, la panna ed immagino la frutta che viene scelta e tagliata.
Vorrei mangiare gelato per sempre, prendendo il sole per questi vicoli divini.

Qualcuno esce dai negozi con una fetta di pizza, che poi non è una fetta ma una cosa che in Italia chiamano trancio.
Puoi scegliere quanta pizza vuoi ed eccola lì, ritagliata per te con la mozzarella che cola fino a sporcare l’incarto bianco.
Unta e Divina.
E’ possibile avere di nuovo fame?

Ci sono altri posti da vedere, così prendo un altro autobus e arrivo al Colosseo.
Qualcuno entra senza fare la fila, sbucando dai lati.
Forse si saranno rivolti ad un’agenzia migliore della mia?
Ma che importa quando attorno a me ci sono dei gladiatori vestiti da antichi Romani??

Inizio a fotografarli da lontano finché non si accorgono di me e con un bellissimo sorriso mi propongono di fare una foto assieme.
Accetto volentieri quel colpo di fortuna.
Loro sì che parlano un perfetto inglese e vogliono sapere tutto di me e da dove vengo!
Dall’Australia, dico, dall’altra parte del mondo.
Mi sa che siamo diventati amici perché mi raccontano dello zio emigrato anni prima e di come stia bene a Sydney!
Alla fine dico loro “grazie” e sono così orgogliosa di quel mio buon italiano.
Sono deliziata da me stessa.

Loro rispondono “50 euro”.
Mi sa che non siamo proprio diventati amicissimi.
Gesticolando riesco a trattare sul prezzo e la spunto per 20.

Finalmente il Colosseo.

E poi ancora una fila, questa volta di quasi due ore, per vedere i Musei Vaticani e finalmente la cappella Sistina.
Perdo un tacco tra i Sampietrini.
Lancio una brutta parola in mezzo a tutta quell’Antichità e poi mi pento della mia bassezza.
Per strada si sente solo il mio tacchettino di metallo.

Acciuffo una metropolitana ed arrivo al Parco degli Acquedotti in cui mi sembra di rivivere una scena de La Grande Bellezza e finalmente mi sento nel posto giusto della Terra.
Tolgo le scarpe, mi sdraio sul prato della pineta e vedo il sole tramontare tra i pini, mentre in silenzio mi immergo in quell’odore fresco e buono, fatto di alberi maestosi ed erba verde e morbida.

La mia giornata di 48 ore e’ finita ed il tempo e’ volato via, come se fossero state solo 24.
Mi siedo ad un tavolo all’aperto ed ordino un “aperitivo”, una cosa mai vista prima ma che somiglia ad un brunch, solo fatto sul tardi.
Questa cosa nel bicchiere si chiama Spritz e prometto a me stessa di googlare la ricetta una volta tornata a casa.
Voglio berlo ancora e ancora.

Tornando in Albergo realizzo di aver assoluto bisogno della colla per aggiustare il tacco delle scarpe, ma ormai sono le 21 passate!
Alla reception mi informano che i supermercati ed i centri commerciali rimangono aperti fino alle 23.
Se non e’ questa la civiltà!
In Australia i negozi chiudono alle 17, dopodiché rimangono aperti solo i 7/11.

Aspetto la metropolitana e scendo a San Giovanni dove trovo una SMA ancora aperta, proprio come dicevano!
Fotografo tutti i formaggi sugli scaffali.
Ma quanti ne hanno??
Vorrei mordere tutto per farmi un’idea dei sapori.
Le caciotte sapranno di Cheddar Vintage?

Solo di mozzarella credo che abbiano 10-15 marche diverse.
Vado in cassa con la colla e qualche prodotto must-to-have da riportare a casa: pesto, pesto rosso (wow! Cosa sara’?), spaghetti, caffe’ ed una scatola di alluminio contenente biscottini Gentilini e con sopra scritto “ROMA”.
Mi viene nostalgia dell’Italia solo a tenerla in mano.
E’ quasi l’ora di chiusura e davanti a me ci sono tanti clienti con carrelli pieni di roba da mangiare.
Qualcuno prima di me bisticcia con la commessa, ma non capisco cosa si dicono.
Arriva il mio turno, così la saluto e lei risponde appena, sembra triste.
Ma soprattutto: non mi prepara la busta!
Me ne accorgo solo quando ho finito di pagare, cosi’ il cliente successivo inizia a sbuffare finché non libero la cassa dalle mie cose.
Dio, che figuraccia!

Saluto di nuovo e scappo via.

Pensavo di non aver fame, ma passando davanti ai ristoranti inizia a brontolarmi lo stomaco.
Non voglio entrare per una cena, eppure mi ritrovo a guardare un menu’ appeso fuori da una Trattoria.
Il proprietario si accorge di me e mi invita ad entrare.
Ma a che ora chiudono le cucine in Italia?
In Australia dopo le 21:30 iniziamo a cacciare fuori tutti gli avventori.

Il proprietario ride e dice che qui si esce per mangiare tardi!
In effetti i clienti continuano ad entrare anche dopo il mio arrivo.
Ordino un antipasto pieno di parole intraducibili tra le quali riconosco solamente “prosciutto e mozzarella” e mi arriva un vassoio enorme.
Per 13 euro.
Potremmo mangiarci in tre!
Il prosciutto, mi spiegano, e’ tagliato a mano e sul momento.
La mozzarella viene da Paestum ed è di bufala.
Le olive sono verdi e dolci, così come il miele che mi propongono di versare sui formaggi assieme alle marmellatine di fico.
Assaggio un arancino di riso dal cuore filante e chiudo gli occhi per memorizzare il sapore di quel ripieno.

Non credo di poter mangiare altro quando noto il pane nel cestino.
E’ solo dello stupidissimo pane, accidenti!
E allora perche’ se lo prendo in mano scrocchia?
Perche’ odora di buono??
Gli do un morsetto.

Non resisto.
Le metto nel piatto a raccogliere l’olio dell’insalatina di pachino e rucola e lo mangio così.

Arriva la pasta cacio e pepe e davvero non posso dare che una forchettata, ma…quanto e’ buona??
Chiedo una take away bag ed il proprietario urla “busta per il cane” al cameriere che, pronto, accorre con una vaschetta d’alluminio.

Faccio per chiedere il conto e niente, non c’è verso di poter andar via.
Il proprietario insiste per offrirmi una sambuca, un limoncello e un gambrinus.
Decido per il limoncello di cui ho tanto sentito parlare ed ecco il bicchierino pieno di liquido giallo, gelato e buono.
Fatto in casa, dice il proprietario.
E non può che essere così.

Ne compro una bottiglia e mi chiedo come farò con la dogana.

Con i miei sacchettini arrivo in albergo.
Finalmente faccio una doccia calda e con i capelli bagnati mi affaccio alla finestra che guarda su una strada non troppo trafficata.
Domani andro’ a Porta Portese e non vedo l’ora.

Non sarebbe bello vivere per sempre qui?

 

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Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

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(Pranzo in cima a un grattacielo, Charles C. Ebbets)

State valutando di venire in Australia e siete un po’ confusi sul tema del lavoro?
Qui è una Expat Sfigata che vi parla e che vi condurrà nel magico mondo dei CV… err… dei Résumés, dei salari minimi e dei Trials.
Benvenuti a bordo!

Arrivata in Australia con il mio Visto Precario ed il mio Inglesuccio ho avuto la conferma che miracoli non ce ne sarebbero stati e che avrei dovuto ricominciare da capo.
Ero pronta e carica in tal senso, volevo solo lavorare ed integrarmi!

Io non ho sigle favolose davanti al mio nome, come “Ing.” o “Arch.” e sono di quelle che si vergogna a firmarsi “Dott.” ma comunque ho avuto un bel percorso professionale e ne vado fiera. Il mio CV è uno di quelli lunghi e mi piace quasi tutto quello che ho fatto, nel mio piccolo e senza modestia.
Prima della partenza ho passato un anno ad inseguire opportunità lavorative in quella che era casa mia, candidandomi ogni giorno tra Infojobs e Monster Italia. Gli annunci che leggevo mi facevano venire le lacrime agli occhi e quando trovavo un lavoro che sì, cercava proprio me, ecco che mi cadeva lo sguardo su quel “massimo 29 anni”.
Eccerto!
Poi sul mio CV avevo ingenuamente ammesso di essere, oltre che vecchia, pure sposata!
Una pazza! 🙂
Pertanto in Italia mi sentivo senza speranza mentre qui in Australia ho potuto respirare di nuovo.
Perché sì, non chiamano mai per i lavori più “fighi” perché non sono cittadina, ma finalmente ho di nuovo dei colloqui!
Ed io non aspettavo altro!

Quindi questa sono io.
Ma se voi siete i famosi Ing. Dott. Arch. o se avete una professione IT, non posso che suggerirvi di entrare in Australia dalla porta principale.
Credetemi, potete assolutamente farcela e con la dovuta documentazione vi sarà accordato un visto lavoro che vi aprirà le porte della residenza permanente.

Se invece siete un po’ come me, ecco una micro guida utile in 10 semplici punti! 🙂

1 – ADDIO CV, COME CI SI CANDIDA IN AUSTRALIA?

I CV Europei ve li tirano dietro, qui li chiamano Resumes e li vogliono brevi.
Inoltre senza Cover Letter e Referenze non andrete da nessuna parte.
Sì, lo so che tutti abbiamo l’amico andato in Australia con 400 euro (e che non si era neanche preso la briga di cambiarli in dollari!), zero inglese e che con tanta buona volontà adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes.
In questo Paese la meritocrazia esiste ancora, quindi chissà… e poi una bella botta di cxxo non si dovrebbe mai negare ad un lavoratore volenteroso. 🙂

2 – NUOVI PORTALI

Non troverete infojobs ma Seek.
Non avrete, chessò, Portaportese ma Gumtree.
Il principio base sarà lo stesso ma a differenza che in Italia, ogni sera avrete più di 30 pagine di annunci da spulciare per la vostra ricerca.
Siete ancora in Italia?
Per coccolare il vostro ego vi consiglio di provare ad inserire la vostra professione nella barra di ricerca e premere invio.
Visto?
Vi cercano e lavoro ce n’è! 🙂

3 – QUANTO SARO’ PAGATO IN AUSTRALIA?

In Australia esiste il concetto di stipendio minimo.
Sotto i 18 dollari lordi non si può scendere, a meno di non essere un minorenne che ancora va a scuola e che vuole iniziare a guadagnare qualcosina e farsi qualche esperienza.

4 – SOLDI, SOLDI, SOLDI!

Inoltre è possibile essere pagati di più!
E dopo secoli di stipendi uguali per tutti, malgrado chi facesse di più e chi facesse di meno… beh, io sono contenta di dove sono capitata.
Sabato, Domenica, Festivi e Notti sono decisamente ben pagati.
Un cameriere alla domenica può guadagnare 22-28 dollari l’ora e portarsi a casa più di 100 dollari in un solo giorno.

5 – ACCREDITO STIPENDIO

A Londra troverete la fila al Pub al Venerdì ed ecco, sì, qui siamo molto simili!
Verrete infatti pagati una volta a settimana!
In Australia Battisti non avrebbe potuto cantare “al 21 del mese i nostri soldi erano già finitiii..”.
Peccato perché è una bella canzone. 😀

6 – QUALITA’ DELLA VITA A MELBOURNE

Sopravvivrete anche con un part time.
Questa è stata una grande novità per me e mio marito: lavorare, avere tempo libero e non farsi mancare niente.
Gli Australiani adorano i part time e come dar loro torto se due mezzi stipendi bastano per pagare rent, bills ed uscire fuori a cena?

7 – TRIAL IN AUSTRALIA

Ahimè, per alcune professioni più che per altre, per esempio per quelle relative al campo dell’Hospitality, vi sarà spesso richiesto di fare una prova di 3 ore che non vi sarà, quasi mai, pagata.
La cosa è piuttosto frustrante qualora vi capitasse di fare 2 o 3 trial di seguito o, peggio, di essere sfruttati dal proprietario.
Anche in Australia ho avuto le mie brutte esperienze ma qui, per fortuna, ero consapevole di poter trovare un nuovo lavoro a stretto giro ed ho cercato di guardare sempre avanti.

8 – CERTIFICATI AUSTRALIANI

In Australia chiedono certificati per ogni professione.
Una semplice babysitter dovrà avere a portata di mano un Police Check negativo, il superamento di un corso di primo soccorso e, quasi sempre, un certificato che la abiliti a lavorare con i bambini.
Per fare il cameriere dovrete ottenere la licenza per poter servire alcolici (RSA) e, per i locali più fiscali, anche un Certificate of food Safety.
Tutti questi documenti hanno un prezzo, quindi vi consiglio di scegliere bene quale sarà il vostro percorso in Australia o vi ritroverete a collezionare titoli su titoli.
I Certificates non costano poco per gli stranieri, mentre sono ben meno cari per i cittadini che possono usufruire di fondi loro destinati dal Governo.
Per esempio qui cercano moltissimo nel campo Aged care, un campo che mi permetterebbe anche di far valere un pochino il mio Diploma e la mia Laurea (quella che volevo appendere in bagno) ma purtroppo un corso di 6 mesi mi costerebbe quasi 7000 dollari e non posso proprio permettermelo al momento.
Sob Sob.

9 – NUOVE MODALITA’

In Italia mi sono sempre candidata online, tramite i maggiori siti di recruiting e la cosa ha sempre funzionato.
Recentemente sono stata senza lavoro per un intero mese e proprio durante l'”Agosto Australiano” (ovvero l’afosissimo mese gennaio)!
Doppio Sigh!
Rimanere al computer a candidarmi quotidianamente non è stato il massimo del divertimento.
Soprattutto quando passi un giorno a candidarti alle offerte di lavoro del Southgate Mall, il centro commerciale di fronte casa.
Solo che avevo googlato male e mi sono candidata per l’omonimo Mall Canadese.
Sì, me ne sono accorta solo alla fine.
Dal Canada ancora mi scrivono per dirmi che vado forte! 😀

Stufa di farmi venire il sederotto rettangolare seduta al PC, ho stampato i miei CV, ops i miei Resumes, e sono andata a consegnarli a tutti i ristoranti del centro.
In meno di una settimana ho ottenuto un nuovo lavoro! 🙂
Non è stato facile andare a consegnare i Resumes di persona.
In tanti mi hanno spronata a farlo perché qui si usa così.
Qui vogliono vedere le persone in faccia!
Le vogliono propositive ed attive.
Non c’è nulla di male, mi sono detta alla fine ma… che fatica resettarsi!
All’inizio ero davvero molto timida, lanciavo il mio foglietto nelle mani del primo barista libero e scappavo fuori gridando “THANK YOU FOR YOUR TIME AND… SEE YOU SOON”.
Il “See you soon” gli doveva arrivare da lontanissimo perché ero già a sei miglia di distanza. 😀
Avete mai letto quegli articoli che in soldoni dicono che noi siamo i nostri Curriculum? Che quindi i fogli devono essere sempre ben stirati e custoditi? Ecco, io alcuni li ho fatti passare sotto le porte dei locali chiusi, insozzandoli terribilmente e poi… ovviamente scappavo anche lì alla velocità della luce perché temevo che il proprietario fosse dentro e volesse aprire per parlarmi!
Si dice che ci si abitui a tutto e anche alle cose belle, così al 15° ristorante è subentrata la routine e mi fermavo invece a scambiare due chiacchiere, rilassata e ben più tranquilla.
Quindi non è un caso che mi abbiano chiamato a lavorare proprio da uno degli ultimi locali visitati! 🙂

10 – AMICIZIE, SOFFIATE E NUOVE PROSPETTIVE

Soprattutto, mi preme dirlo a gran voce, fate rete!
Siamo all’estero, siamo soli e dobbiamo ricominciare da capo.
Io mi immagino sempre con il costume da Wonder Woman ma in realtà gli shorts non me li posso permettere ed ho bisogno del punto di vista altrui! 🙂
Ho conosciuto tante persone eccezionali stando qui e la cosa mi riempie il cuore di felicità.
Claudia mi ha coccolata dicendomi che ce l’avrei fatta a tornare a cavallo, Elena mi ha dato il numero di un’agenzia interinale che l’aveva presa a cuore, Nicole invece neanche la conoscevo: è la compagna di un collega di mio marito e si è proposta, indirettamente, per correggere il mio CV e così abbiamo fatto una domenica, scambiando due chiacchiere di fronte ad una birra gigantesca.
E’ stata invece la mia amica Barbara a dirmi di presentarmi al locale in cui poi mi hanno presa, perché lei abita in zona e sapeva che stavano cercando.

Dovrei ringraziare tutte loro e non solo, questa esperienza ha decisamente allargato i miei orizzonti oltre che la mia mente.
La rete serve sempre, quindi vi auguro e mi auguro di cucire maglie fitte fitte e magari anche di fare come il nostro amico comune, sì, quello “andato in Australia con 400 euro, zero inglese e che con tanta buona volontà e che adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes”. 🙂

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

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Non sarebbe più facile dire “mi manchi”?
Risponderei “A me manchi di più”.

Ci state pensando ormai da tanto tempo e forse non avete mai riflettuto tanto su una scelta prima d’ora.
Ed è anche giusto, qui si sta parlando di lasciare un Paese, l’Italia e di andare all’estero.
Per viverci.

Siete spaventati.
Siete euforici.

La prima volta che ne avete parlato, gli amici non vi hanno creduto.
Vi han guardato come se fosse un’idea passeggera, una di quelle cose che si dicono quando al lavoro non va troppo bene e la birra scioglie la lingua, scioccamente.

Ma non è così, ormai è una decisione.

Contate i giorni.
Acquistate il biglietto e leggete e rileggete mille volte il vostro nome, controllate i dati del vostro passaporto e la destinazione.
E’ fatta.
Sta succedendo?!

Il più delle volte pagato il biglietto si parte.

Vorreste parlare di quello che sentite, del dolore che provate pensando a tutto quello che lasciate, della paura ma anche della felicità che avete nella pancia quando iniziate a sentire che mai scelta nella vostra vita è stata più giusta.
Mai scelta nella vita è arrivata nel momento più giusto. Read more

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

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Quante volte hanno spalancato la bocca ed esclamato “From Rome?!”.
Quante volte me l’hanno raccontata con il loro entusiasmo di stranieri, che prendono il caffè a Piazza Navola ed i commenti dei ristoratori li capiscono e non capiscono.
Ma quell’aria caciarona, romana, la sentono che gli arriva calda in faccia.
Li stordisce e seduce, anche quando stanno per essere fregati.

Ecco io con Roma ci dico poco e niente.
L’ho odiata da matti prima di andare.
Nel traffico del mattino sulla Prenestina e poi ancora ferma con il piede sull’accelleratore mentre tentavo di imboccare per Lungotevere. Read more

Settembre 2017 – Cinque atteggiamenti e questioni che non tollero. A Roma.

Settembre 2017 – Cinque atteggiamenti e questioni che non tollero. A Roma.

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Atterrare a Fiumicino è ogni volta un battesimo del fuoco, se da una parte c’è lo stupore e l’orgoglio di vedere gli ambienti puliti dall’altro è un veloce ripasso di alcune tra le cose che più male sopporto.
Durante il resto del mio soggiorno a Roma queste cose aumentano, mi capitano sotto gli occhi, ci inciampo ed oggi ho deciso di parlarne. Di pancia e di questo mi scuso.

1) L’atterraggio.

L’applauso l’ho fatto anche io prima di diventare una globetrotter e non parlo di questo, in alcuni voli mi sembrò anche una cosa molto carina.

Quello che invece mal sopporto è il realizzare che sì, è vero, noi Italiani abbiamo un tono della voce piuttosto alto e anzi ci piace proprio farci ascoltare mentre siamo al telefono.
Neanche il tempo di fermare l’aereo e siamo già tutti al cellulare a parlare di nulla.
Voci che si sovrappongono, prendono accordi e si lamentano della qualsiasi, ma veramente della qualsiasi come se ci fosse stata la fine del mondo.

Durante il mio ultimo volo l’applauso non c’è stato ma 180 mani hanno iniziato a comporre numeri sul cellulare, all’unisono.

Le cinture di sicurezza vengono slacciate e le gambe scalpitano.
Il comandante ripete di stare seduti ma è inutile, sono tutti in piedi, incuranti di quella piccola regola per una serena convivenza.

Io vorrei strozzarli tutti.

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2) La maleducazione di chi dovrebbe aiutarti

Eravamo in tanti sul volo e le valigie non riescono ad entrare tutte nel rullo.
Arrivano due ragazzoni a prenderle e buttarle in mezzo al pavimento, alla buona.
Per tutto il tempo non perdono occasione di lamentarsi del lavoro, della situazione – che è spiacevole, me ne rendo conto – aggiungendo parole colorite e inveendo contro un sistema che a volte cede.

Una donna velata non trova il suo bagaglio e giustamente si avvicina ad uno di questi che, agli occhi di chiunque , sembra far parte del team che gestisce i bagagli.

Ma no, niente, il ragazzo non parla una parola di inglese e ripete alla signora “Si sposta per favore che sto lavorando!” per tre volte.
Sì, lo fa in italiano.

Non sono la snobbettina fortunella che ha vissuto all’estero ed ora che sa l’inglese deve far pesare alcune cose a chi non ha avuto le stesse occasioni.
Proprio no.

Ma due parole in croce ed un “I’m sorry but I don’t speak english very well. See, there is an information point there. I suggest you to go there” e’ impossibile che non lo si impari lavorando in un aereoporto.
E se non lo si fa, se nulla si vuole imparare pur lavorando in un aeroporto come Fiumicino, è veramente grave.

3) L’abusivismo sotto gli occhi di tutti

“Taxi?”
Me lo chiede una signora mentre esco dall’aeroporto anche se la piazzetta è ben lontana da lì.
Solo dal modo di proporsi ho capito l’antifona, tornando con la memoria a quando secoli fa frequentavo stazione Termini e la stessa domanda mi veniva posta.
Sono abusivi.
No, dai, non è possibile che nessuno fermi tutto questo.

Questa donna è di fronte a me, con il viso scoperto e l’aria tranquilla.
NON.
E’.
NORMALE.

4) Ancora, il desiderio di rivalsa di chi dovrebbe aiutarti

L’aeroporto è solo un ricordo e mi godo la mia bella Roma.
La adoro.

Come durante ogni mia fuga in Italia ho da fare mille cose e questa volta ne approfitto per un check-up medico in una struttura privata.

Di solito contatto la clinica via mail, ma decido di chiamare per fare prima.
“Buongiorno, ho prenotato una serie di visite via mail ma…”
“Via mail? Signora, noi non prenotiamo via mail. Cosa intende?”

Le spiego e continua a dirmi che quella non è la sua procedura, a muso duro e con voce pietosa di chi ti sta facendo un favore.

Proprio non capisco cosa dovrebbe importare a me di sapere la loro procedura. In quel tono di chi ti biasima per un nonnulla.

Ma per cosa esattamente?

Di nuovo, non capisco.

Quando mi presento alla visita la segretaria mi guarda e mi dice “Ah, lei è quella famosa”.

Rimango senza parole.

5) Il degrado

Questo punto mi fa un male esagerato.

Sono passata dall’orgoglio di vedere ed utilizzare, per la prima volta, la metro C che tanto a lungo i romani avevano desiderato al voler sprofondare 100 metri sotto terra per non dover vedere lo stato della mia città natale.

Sotto casa i cassonetti emettono un fetore allucinante, vuoti o strapieni che siano.
Passano delle persone a rovistare in mezzo a quei poveri rimasugli e lasciano tutto in terra. In quell’angolo di strada che era già pieno di ben più antica porcheria.

I marciapiedi della periferia sono giungle con piante alte più di me che sono un metro e sessantacinque.
Le spine mi graffiano le braccia. Per superare alcuni tratti devo buttarmi in mezzo alla strada e di nuovo, la sporcizia è in ogni dove.

Alla fine partecipo ad una festa del quartiere e nel mezzo di quelle bancarelle autorizzate c’è un numero esagerato di abusivi che vendono merce che, se tutto va bene, è contraffatta.

Di nuovo sembra normale così, è Roma e siamo in qualche modo abituati.

Io no, purtroppo non riesco ad accettare tutto questo e scene così le ho viste solo in determinate parti del mondo che per me non rientrano nella categoria “paesi sviluppati”.

Che tristezza Roma mia. Pensare che quando vengo da te ci vengo con il cuore che palpita e l’emozione di vedere i tuoi bei colori, persino quelli delle casone popolari.
Sapessi Roma con che sguardo butto lì che sono nata proprio tra le tue mura. Che Trastevere voleva dire estate ed il centro me lo facevo a piedi in un giorno qualunque.

Che dolore che mi fa.

Serena, Scozia

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Dicembre 2017 – A cosa serve ancora il Natale?

Dicembre 2017 – A cosa serve ancora il Natale?

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When you’re still waiting for the snow to fall
Doesn’t really feel like Christmas at all

Quando arriva Novembre io e la mia Amica iniziamo a mandarci Christmas Lights, la canzone dei Coldplay che ascoltavamo tanti anni fa in ufficio, quando lavoravamo una di fronte all’altra.
All’epoca parlavamo delle luci accese lungo via del Corso e di cosa avremmo fatto durante le vacanze di Natale. Lei sarebbe scesa in Molise ed io certamente sarei stata a Roma.

Io da Roma non mi sarei mossa per nulla al mondo, sotto Natale.
Mai mi sarei persa la tavolata enorme tutti insieme.

Ironia della sorte, poi sono partita per andare dall’altra parte del mondo.

Il Natale è stata la mia dolce certezza per molti anni fino a non esserla più, per diversi motivi, ma ho continuato a farmi trascinare dall’atmosfera, dalle luci, dal freddo pungente sul viso, dalle pubblicità, dal torrone bianco e duro.
Dai ricordi.

Succede che si cresce, come detto, le cose cambiano, perdi qualche pezzo ed inizi a capire chi ti diceva: “Beati i bambini, a Natale”. Loro non devono ingoiare sassi per frequentare i parenti malevoli, non devono spendere la tredicesima in regali né hanno problemi nel dover accontentare quest’anno la famiglia mia e la prossima la tua, facendo comunque uno sgarbo a tutti, sempre e comunque.

I bambini no, loro si mettono a tavola dopo aver giocato tutta la sera. Ridono a quelle battute che in qualche modo non muoiono mai, quelle sui numeri che escono a tombola, quelle su chi stia barando o meno con le carte.
I bambini insistono per un altro giro a salta cavallo quando tu non ne puoi più, ma come fai a dir di no? Gli senti battere il cuore quando al tavolo non rimane che uno di loro e, quando vincono, lanciano urla di una gioia così pura! Quella che tu non provi più per delle cose così piccole. E, finalmente, possono raggiungere il piccolo malloppo al centro del tavolo, abbracciandolo come hanno visto fare a Zio Paperone con ben altri quantitativi di denari.

Quest’anno ho già i biglietti presi. Starò un bel po’ in Italia e anche se, mentre scrivo, è solo Novembre, ecco che lo stress del Natale c’è già. Ho una lista di 20 persone a cui voglio regalar qualcosa di carino, una valigia già piena dei ricordi presi per loro durante il mio viaggio in Giappone e la certezza che anche questa volta la hostess di terra mi guarderà sconsolata chiedendomi di pagare la differenza di peso.

Ma io, potrà sembrare sciocco, del Natale salvo proprio i regali, proprio gli stessi che mi stressano e dissanguano ogni anno.
Se c’è una cosa che mi piace è far capire agli altri che li amo, che li penso, che ci sono. Ed era così anche prima della mia partenza.
Natale per me è il momento di dare indietro qualcosa, azzeccare l’idolo del momento dei miei nipoti – e sí, questo vuol dire tormentare zia e cognata per far sputare il rospo – e lasciare che il merito di quella gioia se lo prenda quel misteriosone di Babbo Natale.
I miei piccoli nipoti li voglio felici, sereni e inconsapevoli.

Passate le feste, quasi non entro nella loro cameretta dove hanno di tutto, dall’oggettino al gioco molto grande, dal pupazzo al canestro per tirare con il pallone.

Anche questa volta abbiamo tutti esagerato, ma va bene così.

Un anno fa mi sono imbattuta in un video di Facebook che raccontava la storia di due ragazzi che si sono innamorati.
Lui, 10 anni prima, le aveva inviato una scatola piena di doni, scrivendole e raccontandosi in una grafia infantile, perfettamente in linea con i suoi sette anni.
Con i suoi genitori aveva infatti partecipato al progetto Operazione Christmas Child che, con una piccola donazione (5 pound quest’anno), consente di far arrivare una scatola di doni a bambini meno fortunati dei nostri. Quelli che non hanno la cameretta piena di giochi. Quelli che, anzi, la cameretta proprio non l’hanno mai avuta.

E’ un anno che penso a questo progetto e con le mie 6 scatole ho preparato doni e pensieri per 6 bambini che mai conoscerò, ma che voglio sappiano di esser speciali e pensati persino dalla fredda Scozia.

Calcolatrici, quaderni, smalti, giochi, pennarelli e colori, libri, fumetti, saponi dall’odore buono.
Nelle sei scatole avrei voluto avere più spazio e non sarebbe comunque bastato per dare indietro qualcosa, soprattutto dopo un anno fortunato come lo è stato il mio.
Si dice che della beneficenza non sia bene parlarne, ma è una grande sciocchezza. Perché anche un atto così semplice può ispirare persone che semplicemente non ci stavano pensando, ma che vorrebbero e potrebbero fare qualcosa ora, presto o in futuro.

E se c’è una cosa che l’espatrio mi ha insegnato, oltre al sapere che con impegno puoi ottenere tutto, c’è il ricordarmi sempre che nella mia vita non  voglio solo le 20 persone della mia lista speciale di Natale. Le mie persone sono molte, ma molte di più e alle famiglie chiuse preferirò per sempre, nel mio piccolo, le comunità allargate. Quelle che si stringono per scaldarsi e ridere senza condividere necessariamente lo stesso sangue.

Certo, il Natale spesso non è altro che consumismo ed io ne sono la prima – persino orgogliosa! – rappresentante.
Ma io così lo voglio e non lo cambierei. Finché ci saranno bambini da stupire e veder sorridere sarà tutto così magico e bello.

Anche nei cuori di coloro che sanno che la vita, ed il Natale, sono anche tanto altro.

Serena, Scozia

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