Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

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Una Bella Giornata.

Io da qua non schiodo.
Sono però quella che, in un’ottica meramente scientifica, potremmo definire l’Expat Sfigata.
Quella che al paese suo era pure abbastanza ben piazzata, con il congiuntivo sempre al posto giusto ed una conoscenza piuttosto ampia delle regole base della società. Bravissima a scrivere lettere formali.
Bravissima a contattare questo o quello, a risolvere quelli che a Roma chiamiamo gli “impicci”.
Mi facevo pure il 730 da sola!Ma in soldoni non ero una scienziata neanche in Italia e manco a dire che sono brava in qualcosa, tipo, chessò… il découpage.
Che in Italia non esiste la meritocrazia e allora vado in Australia e divento leader del settore.
No, io niente découpage.
Manualità zero.
Sono un’intellettualona di quelle che leggono Fabio Volo e le biografie su Platinette e Rocco Siffredi e che le consigliano pure! 😀
Quindi avrete capito che no, non sono manco intellettuale ma piuttosto una che si emoziona facilmente davanti ai programmi trash di Sky e che non perde una puntata di Teen Mom su Mtv.

Sono più average che più average non si può.
Anzi in Australia sono pure un (bel) pochetto sotto la media.

Sono ancora una straniera e lo sarò per almeno altri 10 anni, diciamocelo.
Perché l’inglese mi sono impuntata e l’ho studiato pagando la scuola privata di tasca mia, ma non è proprio la mia lingua madre e certi giorni mi esprimo ancora come Mami di Via col Vento.Sono arrabiata? Sono triste? Sono sotto stress? Ecco che esce fuori la Mami che c’è in me.
“PERCHÈ TU CATTIVO?”, chiedo.
E mi immagino con la gonnona ed il fiocco in testa, a cercar di salvare le tende da quella pazza isterica di Scarlett.
Alla carica Mami prende il sopravvento del mio cervello, quella donnona perennemente basita fa le scarpe alla maestrina che ero, quella che invece oramai se la dorme della grossa, sotterrata da montagne di “who am I?” e “cosa ho fatto???”.

Sono partita da Roma sapendo di dover ricominciare e ricominciare veramente.
Non tipo che cambio l’utenza del telefono e compro uno zerbino nuovo perché andrò a vivere in un altro quartiere.
Noi abbiamo chiuso la porta di quella che era casa, certi di non tornare.

Abbiamo organizzato il nostro espatrio in un anno e nonostante il grande lavoro di preparazione alcune cose continuano a non essermi chiare. Le stesse che prima erano invece così evidenti e cristalline.
Per esempio adesso non capisco più se sto parlando o meno con un idiota.
Prima lo capivo subito.
Adesso la scema sono io!
Mi sembrano tutti così intellettuali, con il loro inglese perfetto da lingua madre.Ogni tanto ho un flash! “Mi sa che questo è un cretino!” Raramente è però una certezza di quelle lampanti. Al massimo rimane un dubbio.

Ci sono dei momenti nella vita in cui vorrei solo dire “perché non muori gonfio?” alla persona che ho di fronte.
Nella mia lingua ero così brava ed immediata nel reagire alle offese utilizzando la parola e solo la parola, rigirandoti contro la frittata e trovando la scappatoia perfetta.
Non e’ più così, sono una Expat Sfigata, appunto.

Qui non ci sono più i miei punti di riferimento.
Non vendono il Chilly verde.
Ho trovato un detergente intimo della Felce Azzurra e odora di dopobarba da maschio d’altri tempi. Non ha senso.
Se ho fame non posso farmi un trancio di pizza al taglio con le patate e il rosmarino.
Bianca.
Con il sale grosso sopra.
Ed un filo d’olio.
Mmm.
Non posso, qui non c’è.
Forse è meglio così! 😀

Che poi un rametto di rosmarino al Coles costa 3,50 dollari, quando in Italia me lo regalava la Signora del banco sotto casa.

Devo imparare tutto da capo!
A Melbourne sono riuscita a farmi riprendere dall’autista del bus perché stavo in piedi anziché seduta!
Ao’, io vengo da Roma.

Ho imparato presto a dire “NO coriander” per non finire col il vomitare la zuppa e questo è un bel passo avanti.
O no?
Si trattava di sopravvivenza della specie.

Tutto è cambiato mentre io sono rimasta quella di prima, settata per un altro Paese. Tra l’altro qui hanno le gambe sode e lunghe e camminano scalze.
Io non sono proprio così.

Sono partita determinata a conquistare questa parte di mondo con la mia bandierina.
Ho fatto delle amicizie nuove e sono qui da soli 5 mesi.
I due passi fuori li faccio solo con altri italiani però.
Ero partita determinata ad integrarmi con la gente di qui ma niente.
Per adesso gli Australiani ridono alle mie battute ma da qui ad uscire per una birra o un BBQ… No, anche no.
Sarebbe come uscire con la nonna sorda.

“What? Cosa hai detto”?
Sorda ma una cifra simpatica.

Insomma, io da qui non schiodo.

È qui che voglio vivere, crescere, investire ed invecchiare.
Sono più felice come straniera qui che come cittadina in Italia.

Non si torna indietro, non lo prendo neanche lontanamente in considerazione.
È qui che sogno di potermi integrare.
La mia gente, lo sento, è qui.

Mi scende una lacrima quando vedo le vecchine/volontarie che spiegano la strada ai turisti, o quelle nelle biblioteche e nei musei.
Sempre disponibili, sempre in prima linea.
Mi piace il senso della comunità che si respira a Melbourne e ancora di più nei piccoli suburbs dove l’intera area è invitata a condividere e socializzare.
Dove c’è sempre un motivo per uscire di casa e far festa tutti insieme.

Mi piacerebbe avere una casa come la loro, come gli Australiani, ed un portico dove invitare amici per bere una birra e parlare per tutta la notte.
Scacciando gli insetti e sentendomi grata per aver costruito così tanto.
Sogno di poter vivere in questo Paese con un visto che mi renda uguale agli altri e non più ospite.
È un processo che richiederà tanto impegno e tanto tempo ma non per questo il mio desiderio di integrazione deve restare così a lungo inappagato.

Così tra i propositi dell’anno nuovo c’è il mettermi in gioco in prima persona.
Provare a fingermi una di loro, spronarmi a far parte di questa comunita’, mettendo il mio tempo a disposizione degli altri, esattamente come le vecchine in Biblioteca.
Dando qualcosa a questa comunità che mi ha dato la possibilità di godermi questa Working Holiday Experience come la chiamano loro, questa Possibilita’ Pazzesca, come la chiamo io.

Sono cosi’ finita a donare il sangue al Donor Centre della Croce Rossa, quello in Bourke Street, segnalato per tutta la citta’ con una marea di cartelli, segno che (anche) qui e’ una cosa seria, che coinvolge e abbraccia proprio tutti e non solo i piu’ sensibili e attenti.

Il Donor Centre era pieno di vita e colori, tra impiegati, volontari e poster motivazionali deliziosi.
E’ stato bello essere accolti da tutti quei sorrisi, sommersi da tante informazioni utili.
Il primo grazie me l’ha sussurrato la ragazza seduta alla reception, che sta qui ogni giorno dalle 7 alle 18, proprio per favorire la raccolta degli appuntamenti.

Un po’ meno bello e’ stato ritrovarsi il dito bucherellato da una pazza esagitata.
Che mi ha fatto ripetere 3 volte lo spelling del mio nome perche’ era una di quelle che MACHITICAPISCETORNAALPAESETUO.
Pure nel volontariato una un po’ stronza capita, eh. 😀

Ma cosa mi importa quando leggo che il 34% del sangue donato viene utilizzato per aiutare i pazienti malati di Cancro e che con UNA sola donazione posso concorrere a salvare ben TRE vite?

L’esperienza in se’ e’ stata bellissima, mi hanno coccolata come se fosse una giornata in Spa, con le infermiere che si alternavano per farmi stare rilassata e comoda, per chiedere come stesse andando.
Sdraiata sul mio comodo lettino ho incrociato lo sguardo di un business man e di uno studente, scorgendo sui loro visi gentilezza ed onesta’ e sorridendo di rimando.

Al termine della donazione ho potuto scegliere tra una miriade di snacks, calde tortine farcite e milkshake.
Con il ragazzo addetto alla caffetteria che mi consigliava di bere ancora un po’ di acqua e di rimanere seduta, di rilassarmi assieme agli altri donatori, leggendo i giornali messi a disposizione di tutti.

E’ stato davvero bello, anche se ho passato il resto della giornata con un mal di testa fortissimo che pero’ ho gia’ dimenticato e archiviato! 🙂 Mi sono sentita bene, di un bene che conta, quello nella pancia che ci rende felici, e questo nonostante la spossatezza fisica.

Tornero’ quanto prima a far parte di quel gruppo eterogeneo di uomini, donne, anziani, giovani, colori e lingue diverse.

Lo so che non mi regaleranno la Cittadinanza per una singola donazione e che comunque rimango una Expat Sfigata ma so anche che voglio mettercela tutta per integrarmi. E che questi sono tutti passetti verso il mio Sogno.

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Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

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Non sarebbe più facile dire “mi manchi”?
Risponderei “A me manchi di più”.

Ci state pensando ormai da tanto tempo e forse non avete mai riflettuto tanto su una scelta prima d’ora.
Ed è anche giusto, qui si sta parlando di lasciare un Paese, l’Italia e di andare all’estero.
Per viverci.

Siete spaventati.
Siete euforici.

La prima volta che ne avete parlato, gli amici non vi hanno creduto.
Vi han guardato come se fosse un’idea passeggera, una di quelle cose che si dicono quando al lavoro non va troppo bene e la birra scioglie la lingua, scioccamente.

Ma non è così, ormai è una decisione.

Contate i giorni.
Acquistate il biglietto e leggete e rileggete mille volte il vostro nome, controllate i dati del vostro passaporto e la destinazione.
E’ fatta.
Sta succedendo?!

Il più delle volte pagato il biglietto si parte.

Vorreste parlare di quello che sentite, del dolore che provate pensando a tutto quello che lasciate, della paura ma anche della felicità che avete nella pancia quando iniziate a sentire che mai scelta nella vostra vita è stata più giusta.
Mai scelta nella vita è arrivata nel momento più giusto. Read more

Agosto 2016 – Che fine ha fatto Ferragosto?

Agosto 2016 – Che fine ha fatto Ferragosto?

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Quando son partita mi sono detta quella cosa, sgradevole e rude da ammettere, sul non voler frequentare altri Italiani.
Dal mio paese sentivo la necessità di prendere le distanze e le mie radici le avrei volentieri estirpate.

Ho tenuto, in parte, fede a quella promessa fatta a me stessa.
Uscendo con amici provenienti da tutto il mondo e ridendo come una pazza, in un inglese che all’inizio si veniva incontro.
Ho iniziato a capire i loro accenti, imparato parole nuove grazie a loro e persino dai loro errori.

Durante quel nuovo inizio mi sono interrogata molto.
Sull’essere me.

Sono io questa?
Questa che parla male?

Sì, ero io lo stesso.
Venivo fuori.
Magari non capivo che un quarto dell’accento australiano, ma riuscivo sempre a strappare una risata a chi avevo di fronte.
E mi sentivo bene.
Me.

E’ stato bello capire di potercela fare, per davvero, lontana da casa.

Sarebbe mancato però qualcosa di importante senza i miei amici italiani, quelli incontrati all’estero, quelli dei caffè presi insieme e dei fiumi di parole.
In loro ho trovato molto di mio e tanto di più.
E l’ho trovato facilmente.

Senza fatica, senza pensare.

Di recente ho ospitato due amiche italiane che vivono in Spagna da tanti anni.
Una di loro mi ha riportato sul banco quello stesso discorso.
All’estero non ci si va per frequentare altri italiani.

O meglio, l’essere italiani non può essere l’unico collante.

Ed ha aggiunto una frase che mi ha fatta riflettere.
“Italiani non ne cercavamo, però è solo tra di noi che possiamo cantare la sigla di Pollon!”.

Vi sembrerà una cosa da niente.

Ma quanto aveva ragione.

E’ successo a me e forse sarà capitato a voi.
Ho sentito le mie radici urlare dentro di me, in molte occasioni, cercando un’occhiata immediata e complice.

Avrei voluto parlare dei film che ho visto, della musica che ho cantato in macchina, dei programmi radio che mi accompagnavano al mattino.
Di quella che sono stata per trent’anni.

Senza stare a spiegare l’inspiegabile.
In un botta e risposta veloce e complice.

E invece le uniche cose che qui immaginano un po’ di me, delle mie radici intendo, sono quelle relative al cibo.
Italian food, so yummy, pizza, lasagna e mac&cheese.

Noi Italiani siamo un popolo molto amato all’estero.
Siamo fortunati per questo, conoscono qualcosa di noi.

Quel qualcosa non mi basta.
Certe volte non mi basta.

Di Venditti che canta “Notte prima degli esami” non sanno nulla, nulla di quella melodia in radio ogni anno, nel mese di luglio, a salutare quel percorso che per i liceali si conclude ed in qualche modo inizia.
Sono di Roma e loro mi immaginano al Colosseo, un pezzo di storia che poche volte ha incrociato il mio camminare, ignorano invece la parte di me che conosce i film di Sordi, che si ricorda quelli in cui Verdone era giovane.
Non sanno che gli amici del Nord Italia per prendermi in giro mi dicono e lo pronunciano pure male.

Ignorano i tormentoni, i nostri detti, i nostri modi di dire.
Ignorano cosa fosse la quotidianità e la cultura condivisa di .

Le pubblicità che ti entrano in testa o una canzone odiosa come quella del “Pulcino Pio”, un libro di cui tutti parlano.
Persino Melissa P.
Qui non ne sanno niente.

E neanche di Belen, per fortuna.

Stando qui ho imparato tanto altro, ovviamente.
Ho imparato ad essere umile, curiosa ed aperta.
Ed ho imparato qualcosa di loro.
Dei loro giochi di parole, della loro cultura, dei loro modi di dire.

Questo è bello, incredibile, meraviglioso.

Ma come ho già detto, a volte non basta e vi mancheranno gli appigli, le basi in comune.
L’immediato.
La complicità, quella basica.

Quella che avete solo per il fatto di esser nati nello stesso posto del mondo.
Condividendo per questo qualcosa di sottovalutato ed immenso.

All’estero, dall’altra parte, il Natale sarà diverso, perché lo sarà, ma in qualche modo ci sarà.
Perderete però la Pasquetta, così come i discorsi sul tempo pazzerello e non farete nessuna lista della spesa per la grigliata con gli amici.
Non spingerete il carrello pieno per supermercati presi d’assalto alla vigilia.

Il primo maggio non sarete in piazza per il concertone e non avrete il day off al lavoro.
E non aspetterete di vedere dove capita il 25 Aprile, per chiedere il giorno e fare ponte.

Il carnevale non esisterà, così come non esisteranno frappe e castagnole.
O bignè di San Giuseppe.

In Italia, un tempo, ero alla scrivania con la mia collega preferita.
Tutte e due con il foglio delle ferie compilato per la stessa settimana estiva, in attesa di un’approvazione che temevamo non arrivasse.
Avevamo lo stesso ruolo e dentro di noi saliva la rabbia di fronte alla possibilità di non avere la settimana di agosto, quella che si incrocia con il 15, libera.
Quell’anno dopotutto ci andò bene e ricevemmo la grazia, le agognate ferie approvate ad entrambe.

Oggi sono qui, oggi sto scrivendo dalla Scozia.
Ed è il 15 Agosto.
Facebook mi ricorda di non aver passato un solo ferragosto in casa o al lavoro, riproponendo immagini di me in costume da bagno, sorridendo da qualche parte nel mondo.
Abbronzata e con gli occhiali da sole grandi.

Oggi invece sono qui nella città di Aberdeen, nella Scozia alta.
Ho le braccia scoperte, ma muoio di freddo.
Prima ho alzato gli occhi da quello che stavo facendo e ho pensato: “Dio Mio, è ferragosto”.

Ed io sto lavorando e nessuno attorno a me sa cosa voglia dire questo giorno di agosto.

Per quelli come me, lì dove ero una volta.

Serena, Scozia

Aprile 2017 – Come va veloce la mia vita vivendo all’estero

Aprile 2017 – Come va veloce la mia vita vivendo all’estero

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Un’amica mi raccontava di essere tornata in Italia e di aver percepito che nulla fosse cambiato durante la sua assenza, i suoi amici facevano gli stessi discorsi di sempre e andavano a cenare nei posti che avevano per anni condiviso.
Si stupì nel parlare, durante quegli incontri, di tematiche che aveva sentito affrontare in passato, quasi potendone anticipare le esatte parole.

Lo stesso aveva notato dai titoli dei giornali, dai commenti dei suoi parenti agli episodi di cronaca e dalle trasmissioni in TV.
Tutto sembrava congelato a cinque anni prima.

Lei invece sentiva di aver molto da dire di nuovo, avrebbe voluto essere un fiume in piena, ma si fermò, pensando che non ci fosse la curiosità di sapere chi fosse lei ora.
Le chiacchiere e l’intesa erano intatte finché si trattava, invece, di ricordare il passato che li aveva visti in montagna a sciare o insieme durante l’ora dell’aperitivo.

Eppure nelle vite dei suoi amici c’erano stati matrimoni, nascite e svariati cambiamenti lavorativi ma, si rese conto, forse era proprio la sua presenza ad ancorare tutti al passato.

Mi sono ritrovata un poco nel racconto della mia amica, anzi mi ci sono ritrovata moltissimo e non per gli amici. Infatti, quelli che incontro quando torno in Italia sono gli stessi con cui scambio messaggi settimanalmente, quelli dei quali voglio sapere sempre tutto e che chiedono di me con la stessa puntualità.

Mi ci sono ritrovata perché mi sembra che il tempo vada più veloce da quando vivo all’estero. O meglio, che nelle stesse ore io possa fare di più di quanto non facessi in Italia.

Vivere all’estero mi ha travolto, come le onde del mare che mi colpirono quando ero bambina, in Sicilia.
Quando rimasi sotto l’acqua, sberla dopo sberla senza sapere cosa ne sarebbe stato di me.
Ero incredibilmente lucida, pensando che prima o poi sarei salita a respirare di nuovo o che sarei morta così, per una nuotata incosciente.
Fui fortunata, mi ritrovai di nuovo con il naso fuori dall’acqua, piena di sabbia e sassolini addosso e con il pezzo sopra del costume completamente spostato da quel gran rotolare.
Fu grande la vergogna di aver mostrato quel pezzo di pelle dove, essendo bambina, non c’era proprio niente di niente. Soprattutto enorme fu il sollievo di aver respirato di nuovo, mangiando l’aria.
A pieni polmoni, facendo un gran rumore.

Vivere all’estero è quello che desideravo per me. Mi sento sempre sulle montagne russe ma, a differenza di quella bambina sott’acqua, sono io che ho le redini in mano durante questo folle up and down pieno di svolte improvvise.
È un’emozione essere straniera, a volte smarrita ma più spesso caparbia. E sentire che so dove sto andando e che sto facendo bene. So di tornare a casa alla sera stanca, molto stanca, ma sempre piena di idee e cose che voglio fare, che inizio e che porto a termine con piacere.
Che sento mi porteranno ciò che cerco.

La vita sta andando ad una velocità esagerata, le cose che succedono – anzi, le cose che faccio accadere – mi sembrano gigantesche, quasi a voler recuperare quanto mi rammarico di non aver fatto prima.

Ho traslocato un numero insensato di volte da quando vivo all’estero. La prima volta non pensavamo di poterci permettere il taxi e abbiamo trascinato un quantitativo incredibile di pesi con le lacrime agli occhi, intenerendo qualche passante e arrivando a destinazione con borsoni che si erano completamente lacerati per il gran trascinare. Lasciando uscire e rotolare a terra degli odiosi barattoli della Heinz, cibo per poveri che vorrei fosse bandito da casa mia ma che, mio marito, che si sente come uno uscito dalla guerra, continua a comprare.

Il ricordo dei muscoli dolenti non mi ha ancora abbandonato e dopo ogni trasloco avrei voluto avere meno cose con me. Invece eccomi qui, quasi tre anni dopo, con tutti i miei possedimenti a farmi compagnia in un bilocale graziosissimo. Con i miei troppi vestiti e la consapevolezza che presto traslocherò di nuovo, via da questo Paese per chissà dove, e dovrò rimettere tutta la mia vita dentro 30 enormi pacchi per poi ritirare fuori ogni cosa. Ripetendo tutto questo per non so ancora quante volte prima di trovare una casa che sia, non dico per sempre, ma almeno per un poco.

Lavori, ne ho cambiati veramente tanti. Non che in Italia vivessi proprio una vita professionale di routine, ma almeno riuscivo a stare nella stessa azienda tre anni, fosse anche solo per fare un briciolo di carriera.

All’estero, nel mio estero, i tempi sono stati diversi. Vuoi per esigenze legate al visto o per la facilità di trovare ogni volta qualcosa di meglio. Vuoi perché sapevo di volere di più e non mi sono voluta accontentare di posti che non erano per me.
Mi sono buttata, come non mai, per sopravvivenza certo, ma anche per desiderio di imparare, di provare e vivere di più, di integrarmi.
Sono stata cameriera in cinque ristoranti diversi poi di nuovo arredatrice per due giorni interi (!!). Ho fatto un provino per doppiare (un sogno realizzato per la me stessa ragazzina), poi chef (!!!) e mistery shopper in un paio di occasioni. Ho lavorato come assistente a disabili gravi per più di un anno e finalmente ho trovato un lavoro nel mio settore.

Per quanto riguarda gli amici poi, non ne parliamo. Ci sono quelli che vivono in Italia e che non sono secondi a nessuno. Secondi però non sono neanche quelli che all’estero sono stati il mio punto di riferimento durante questi anni, senza i quali non ci sarebbero state le risate, le esperienze e le confidenze delle quali avevo bisogno.
Senza di loro non ci sarebbero stati gli accenti tutti diversi ed i miei pregiudizi sarebbero ancora tutti intatti, privandomi di quel calore e di quei gesti che tanto mi hanno aiutata durante questa strada.

Prima di partire avevo le mie vacanze in qualche località esotica ad Agosto ed il mio week-end all’estero al primo ponte disponibile, come succedeva ogni anno.
Da quanto sono andata via ho preso un numero insensato di aerei, ma ben pochi per andare davvero in vacanza.
Ho invece trascinato la valigia per salutare persone che prima avevo sotto gli occhi ogni giorno, riempiendola di cibi che una volta erano pane quotidiano.
In volo mi sono fatta piccola durante le turbolenze, ho pianto ed ho dormito, esausta. Tornando verso Aberdeen mi sono, ogni volta, sentita di perdere qualcosa ma anche di tornare a casa mia.

Di cose successe ho perso il conto. Perché, se ricominci da capo, lo fai per davvero. Partendo dalle minuzie, dalle cose che credevi scontate. Impari di nuovo a parlare, a muoverti in un contesto sconosciuto, assaggiando sapori e cose mai viste prima.

E soprattutto di sliding doors, in questo mio estero, quante ce ne sono state!
Ho pensato che avrei potuto fare di tutto, ricominciare e provare ad essere ogni cosa, a volte anche solo perché potevo sognarlo e volevo lanciarmi, senza competenza alcuna.
Saremmo, io e mio marito, potuti essere un sacco di cose. Eravamo sul punto di studiare qualcosa che non ci piaceva solo per poter rimanere in Australia e appena arrivati lì abbiamo sognato di poter aprire un ristorante. Dentro al nostro piccolo letto, pensavamo agli allestimenti, alle pareti e al menù.
In quei sogni diventavamo ricchi alla svelta, evitandoci anni di travaglio. Avremmo potuto assumere mio fratello e tutta la sua famiglia per portarli via con noi, spianandogli la strada, realizzando così quello che è il desiderio di tanti che emigrano e non dimenticano cosa è veramente importante.

Prima ancora volevamo fare gli elettricisti (!!) e ancora prima far fruttare le nostre lauree Italiane.

Come esseri umani non abbiamo molto tempo a disposizione e alla fine non si può essere tutto ma, ecco, la mia vita è davvero cambiata vivendo all’estero.
Ho visto i miei passi come impronte colorate sul terreno, muoversi timidi ma pieni di speranza, poi correre all’impazzata, battere a terra spazientiti e camminare, tanto.
Arrampicandosi dove sembrava ci fossero divieti.

Prendendo un percorso che non sarebbe mai stato se fossi rimasta in Italia dove, probabilmente, ora cenerei negli stessi locali di sempre, mi lamenterei del mio lavoro e organizzerei le mie vacanze dal 10 al 20 di Agosto.
E andrebbe bene così.

Ma quella persona non sono più io e questo l’ho imparato vivendo all’estero.

Serena, Scozia