Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

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(Pranzo in cima a un grattacielo, Charles C. Ebbets)

State valutando di venire in Australia e siete un po’ confusi sul tema del lavoro?
Qui è una Expat Sfigata che vi parla e che vi condurrà nel magico mondo dei CV… err… dei Résumés, dei salari minimi e dei Trials.
Benvenuti a bordo!

Arrivata in Australia con il mio Visto Precario ed il mio Inglesuccio ho avuto la conferma che miracoli non ce ne sarebbero stati e che avrei dovuto ricominciare da capo.
Ero pronta e carica in tal senso, volevo solo lavorare ed integrarmi!

Io non ho sigle favolose davanti al mio nome, come “Ing.” o “Arch.” e sono di quelle che si vergogna a firmarsi “Dott.” ma comunque ho avuto un bel percorso professionale e ne vado fiera. Il mio CV è uno di quelli lunghi e mi piace quasi tutto quello che ho fatto, nel mio piccolo e senza modestia.
Prima della partenza ho passato un anno ad inseguire opportunità lavorative in quella che era casa mia, candidandomi ogni giorno tra Infojobs e Monster Italia. Gli annunci che leggevo mi facevano venire le lacrime agli occhi e quando trovavo un lavoro che sì, cercava proprio me, ecco che mi cadeva lo sguardo su quel “massimo 29 anni”.
Eccerto!
Poi sul mio CV avevo ingenuamente ammesso di essere, oltre che vecchia, pure sposata!
Una pazza! 🙂
Pertanto in Italia mi sentivo senza speranza mentre qui in Australia ho potuto respirare di nuovo.
Perché sì, non chiamano mai per i lavori più “fighi” perché non sono cittadina, ma finalmente ho di nuovo dei colloqui!
Ed io non aspettavo altro!

Quindi questa sono io.
Ma se voi siete i famosi Ing. Dott. Arch. o se avete una professione IT, non posso che suggerirvi di entrare in Australia dalla porta principale.
Credetemi, potete assolutamente farcela e con la dovuta documentazione vi sarà accordato un visto lavoro che vi aprirà le porte della residenza permanente.

Se invece siete un po’ come me, ecco una micro guida utile in 10 semplici punti! 🙂

1 – ADDIO CV, COME CI SI CANDIDA IN AUSTRALIA?

I CV Europei ve li tirano dietro, qui li chiamano Resumes e li vogliono brevi.
Inoltre senza Cover Letter e Referenze non andrete da nessuna parte.
Sì, lo so che tutti abbiamo l’amico andato in Australia con 400 euro (e che non si era neanche preso la briga di cambiarli in dollari!), zero inglese e che con tanta buona volontà adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes.
In questo Paese la meritocrazia esiste ancora, quindi chissà… e poi una bella botta di cxxo non si dovrebbe mai negare ad un lavoratore volenteroso. 🙂

2 – NUOVI PORTALI

Non troverete infojobs ma Seek.
Non avrete, chessò, Portaportese ma Gumtree.
Il principio base sarà lo stesso ma a differenza che in Italia, ogni sera avrete più di 30 pagine di annunci da spulciare per la vostra ricerca.
Siete ancora in Italia?
Per coccolare il vostro ego vi consiglio di provare ad inserire la vostra professione nella barra di ricerca e premere invio.
Visto?
Vi cercano e lavoro ce n’è! 🙂

3 – QUANTO SARO’ PAGATO IN AUSTRALIA?

In Australia esiste il concetto di stipendio minimo.
Sotto i 18 dollari lordi non si può scendere, a meno di non essere un minorenne che ancora va a scuola e che vuole iniziare a guadagnare qualcosina e farsi qualche esperienza.

4 – SOLDI, SOLDI, SOLDI!

Inoltre è possibile essere pagati di più!
E dopo secoli di stipendi uguali per tutti, malgrado chi facesse di più e chi facesse di meno… beh, io sono contenta di dove sono capitata.
Sabato, Domenica, Festivi e Notti sono decisamente ben pagati.
Un cameriere alla domenica può guadagnare 22-28 dollari l’ora e portarsi a casa più di 100 dollari in un solo giorno.

5 – ACCREDITO STIPENDIO

A Londra troverete la fila al Pub al Venerdì ed ecco, sì, qui siamo molto simili!
Verrete infatti pagati una volta a settimana!
In Australia Battisti non avrebbe potuto cantare “al 21 del mese i nostri soldi erano già finitiii..”.
Peccato perché è una bella canzone. 😀

6 – QUALITA’ DELLA VITA A MELBOURNE

Sopravvivrete anche con un part time.
Questa è stata una grande novità per me e mio marito: lavorare, avere tempo libero e non farsi mancare niente.
Gli Australiani adorano i part time e come dar loro torto se due mezzi stipendi bastano per pagare rent, bills ed uscire fuori a cena?

7 – TRIAL IN AUSTRALIA

Ahimè, per alcune professioni più che per altre, per esempio per quelle relative al campo dell’Hospitality, vi sarà spesso richiesto di fare una prova di 3 ore che non vi sarà, quasi mai, pagata.
La cosa è piuttosto frustrante qualora vi capitasse di fare 2 o 3 trial di seguito o, peggio, di essere sfruttati dal proprietario.
Anche in Australia ho avuto le mie brutte esperienze ma qui, per fortuna, ero consapevole di poter trovare un nuovo lavoro a stretto giro ed ho cercato di guardare sempre avanti.

8 – CERTIFICATI AUSTRALIANI

In Australia chiedono certificati per ogni professione.
Una semplice babysitter dovrà avere a portata di mano un Police Check negativo, il superamento di un corso di primo soccorso e, quasi sempre, un certificato che la abiliti a lavorare con i bambini.
Per fare il cameriere dovrete ottenere la licenza per poter servire alcolici (RSA) e, per i locali più fiscali, anche un Certificate of food Safety.
Tutti questi documenti hanno un prezzo, quindi vi consiglio di scegliere bene quale sarà il vostro percorso in Australia o vi ritroverete a collezionare titoli su titoli.
I Certificates non costano poco per gli stranieri, mentre sono ben meno cari per i cittadini che possono usufruire di fondi loro destinati dal Governo.
Per esempio qui cercano moltissimo nel campo Aged care, un campo che mi permetterebbe anche di far valere un pochino il mio Diploma e la mia Laurea (quella che volevo appendere in bagno) ma purtroppo un corso di 6 mesi mi costerebbe quasi 7000 dollari e non posso proprio permettermelo al momento.
Sob Sob.

9 – NUOVE MODALITA’

In Italia mi sono sempre candidata online, tramite i maggiori siti di recruiting e la cosa ha sempre funzionato.
Recentemente sono stata senza lavoro per un intero mese e proprio durante l'”Agosto Australiano” (ovvero l’afosissimo mese gennaio)!
Doppio Sigh!
Rimanere al computer a candidarmi quotidianamente non è stato il massimo del divertimento.
Soprattutto quando passi un giorno a candidarti alle offerte di lavoro del Southgate Mall, il centro commerciale di fronte casa.
Solo che avevo googlato male e mi sono candidata per l’omonimo Mall Canadese.
Sì, me ne sono accorta solo alla fine.
Dal Canada ancora mi scrivono per dirmi che vado forte! 😀

Stufa di farmi venire il sederotto rettangolare seduta al PC, ho stampato i miei CV, ops i miei Resumes, e sono andata a consegnarli a tutti i ristoranti del centro.
In meno di una settimana ho ottenuto un nuovo lavoro! 🙂
Non è stato facile andare a consegnare i Resumes di persona.
In tanti mi hanno spronata a farlo perché qui si usa così.
Qui vogliono vedere le persone in faccia!
Le vogliono propositive ed attive.
Non c’è nulla di male, mi sono detta alla fine ma… che fatica resettarsi!
All’inizio ero davvero molto timida, lanciavo il mio foglietto nelle mani del primo barista libero e scappavo fuori gridando “THANK YOU FOR YOUR TIME AND… SEE YOU SOON”.
Il “See you soon” gli doveva arrivare da lontanissimo perché ero già a sei miglia di distanza. 😀
Avete mai letto quegli articoli che in soldoni dicono che noi siamo i nostri Curriculum? Che quindi i fogli devono essere sempre ben stirati e custoditi? Ecco, io alcuni li ho fatti passare sotto le porte dei locali chiusi, insozzandoli terribilmente e poi… ovviamente scappavo anche lì alla velocità della luce perché temevo che il proprietario fosse dentro e volesse aprire per parlarmi!
Si dice che ci si abitui a tutto e anche alle cose belle, così al 15° ristorante è subentrata la routine e mi fermavo invece a scambiare due chiacchiere, rilassata e ben più tranquilla.
Quindi non è un caso che mi abbiano chiamato a lavorare proprio da uno degli ultimi locali visitati! 🙂

10 – AMICIZIE, SOFFIATE E NUOVE PROSPETTIVE

Soprattutto, mi preme dirlo a gran voce, fate rete!
Siamo all’estero, siamo soli e dobbiamo ricominciare da capo.
Io mi immagino sempre con il costume da Wonder Woman ma in realtà gli shorts non me li posso permettere ed ho bisogno del punto di vista altrui! 🙂
Ho conosciuto tante persone eccezionali stando qui e la cosa mi riempie il cuore di felicità.
Claudia mi ha coccolata dicendomi che ce l’avrei fatta a tornare a cavallo, Elena mi ha dato il numero di un’agenzia interinale che l’aveva presa a cuore, Nicole invece neanche la conoscevo: è la compagna di un collega di mio marito e si è proposta, indirettamente, per correggere il mio CV e così abbiamo fatto una domenica, scambiando due chiacchiere di fronte ad una birra gigantesca.
E’ stata invece la mia amica Barbara a dirmi di presentarmi al locale in cui poi mi hanno presa, perché lei abita in zona e sapeva che stavano cercando.

Dovrei ringraziare tutte loro e non solo, questa esperienza ha decisamente allargato i miei orizzonti oltre che la mia mente.
La rete serve sempre, quindi vi auguro e mi auguro di cucire maglie fitte fitte e magari anche di fare come il nostro amico comune, sì, quello “andato in Australia con 400 euro, zero inglese e che con tanta buona volontà e che adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes”. 🙂

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Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

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Un libro da leggere.

Mentre scrivo Francesco Grandis e’ in tour ed il suo libro in testa alle classifiche di Amazon, un successo clamoroso per un romanzo autoprodotto, nato sulla scia del progetto che lo vede rispondere quotidianamente all’affetto dei suoi followers, a coloro che in periodi diversi hanno messo like sulla sua pagina Facebook.
Forse il suo nome, Francesco, non vi dirà molto perché i più di noi hanno imparato a conoscerlo ed apprezzarlo come Wandering Wil, appassionandosi all’articolo apparso su Ornitorinko e diventato virale.
Quello che lo vede con una barba incolta, gli occhi socchiusi per il sole, raccontato in una fotografia che urla “sono in viaggio” a chiunque voglia tendere l’orecchio, avvicinarsi per ascoltare.

Con gli articoli a volte capita, ci incuriosiscono fino a colpirci dove fa più male, ci fanno immedesimare e riflettere.
Forse ci cambiano un poco, ma appena voltata la pagina quel personaggio che sentivamo tanto simile a noi sparisce per sempre e di lui non sappiamo più nulla.

Non é stato il caso di Francesco, che dal suo sito internet ha aggiornato i suoi lettori con costanza.
Con cadenza settimanale, articolo dopo articolo.
Ci ha raccontato la storia di coloro che gli hanno scritto con le lacrime agli occhi, disperati da uno stile di vita che non si sentivano autorizzati a lasciare, trattenuti da chi li ama ma preferisce averli infelici ma vicini.
E’ la storia di tanti che se ne vanno e di tanti che restano e Francesco l’ha saputa raccontare, affrontando la questione più e più volte, senza mai stancare chi leggeva.
Raccontando la ricerca della felicità ed il voler essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, senza mai sentirsi per questo un guru o un esempio da seguire.

Se é la prima volta che vi imbattete nella storia di Francesco, potreste voler sapere cosa ha fatto quindi di così particolare, questo ragazzo o uomo, decidete voi, questo ingegnere informatico con la vita già impostata e forse anche scritta.
Semplice.
Ha alzato gli occhi dalla sua routine per vedersi come fosse la prima volta.
Si è visto appesantito, stanco, svuotato.
Insoddisfatto.
Triste.
Non si è riconosciuto.

Disperato senza il diritto di poterlo essere perché, per gli altri, per la gente che interviene con la mano sempre alzata per prendere la parola, tutto nella sua vita andava a meraviglia.
Il lavoro lo aveva.
Era un ingegnere!
La casa pure.
La famiglia era lì.

Ma a lui bastava questo per essere felice?
A Francesco no.

Inizia così il suo viaggio alla ricerca disperata di se stesso.
Fino a ritrovarsi, ve lo anticipo, nella gioia pura dell’inaspettato, immerso fino al collo e con il solo peso dello zaino, fedele amico contenente solo l’essenziale e magari qualche pennarello da dare indietro.
Capirete poi, leggendo il libro.
Francesco con in mano un biglietto aereo open, un RTW e avendo come meta il mondo intero.
Un viaggio che difficilmente dimenticherà.
E voi con lui.

La sua storia é bella, profonda, coraggiosa e autentica.
Non é la storia di Francesco, o almeno non solo, ma del suo viaggio sulla strada giusta, del suo imbattersi – incontrando e scontrandosi – con personalità, storie ed umanità diverse.
Vi appassionerete al suo percorso pagina dopo pagina e farete il tifo per lui, per il suo lavoro da freelance ed il suo sogno che forse immaginerete ma che non voglio anticiparvi, per il suo bimbo – Michele – e la sua compagna, la sua ballerina.
Il suo libro forse vi cambierà, vi aiuterà a ritrovare ciò che la routine ci nasconde e la società attorno a noi fagocita.

Un libro che Francesco propone gratuitamente a inadempienti e studenti, a coloro che vorrebbero ma non possono, travolti da ben altre problematiche.
Un’iniziativa che prende l’idea dall’insegna letta in una lavanderia “if you are unemployed and need an outfit clean for an interview we will clean it for free” come ci spiega, umile e sereno, nella sua pagina Facebook.

Ho avuto il piacere di poter scambiare qualche parola con Francesco, un ragazzo alla mano e gentile, che ha messo da parte la stanchezza dovuta al tour per condividere con noi qualche momento della sua vita.

La sua intervista eccola qui!

– Innanzitutto complimenti, la tua storia ha dell’incredibile pur raccontando, in qualche modo, la mera ricerca della semplicità e l’abbandono di una sorta di schiavitù. Ma quindi… ti senti libero adesso?

Non ancora del tutto. Ho sicuramente fatto moltissimi passi avanti lungo la strada della libertà, come quella della felicità, d’altra parte. Lo stesso fatto che io stia rispondendo a questa intervista da un camper parcheggiato vista colli toscani ne è una prova, ma ci sono ancora molte incombenze che mi legano a questo o a quell’altro paletto. Conquistare la libertà è un lavoro lungo e meticoloso, che richiede impegno e dedizione e non l’ho sicuramente ancora portato a termine. È per questo che il mio libro si chiama “Sulla strada giusta” e non “La strada giusta”. Sono ancora lungo il percorso.

– Per chi ha letto il libro é chiaro, che é stato un crescendo, ma puoi dirci quale episodio ti ha fatto capire che non potevi continuare con la vita standardizzata che stavi facendo?

Le lacrime che descrivo nelle primissime pagine. Sgorgavano dal profondo e portavano con loro una verità che non potevo più negare: non sarei mai riuscito a vivere ancora in quel modo. Non erano lacrime di semplice tristezza o sconforto, erano lacrime di realizzazione. A insistere lungo quella strada non sarei sopravvissuto: mi sarei ammalato, mi sarebbe accaduto un incidente o lo avrei fatto accadere. Tutte le mie ultime barriere crollarono in quell’istante. È stato istinto di sopravvivenza, direi. Poteva il mio lavoro essere più importante della mia vita, al punto da metterla in pericolo? No, certo che no.

– E’ stato difficile fare i conti con le opinioni degli altri quando dicevi di voler lasciare quello che in tanti sognano?
Ma poi lo sognano davvero??

Inizialmente sì. Era il 2009, più o meno l’inizio della crisi economica. L’argomento ci era nuovo, al tempo, ed eravamo tutti molto sensibili. Le persone si aggrapparono più forte alla presunta sicurezza dei loro lavori, come fossero gli ultimi salvagenti di una nave che stava colando a picco, e io invece mi licenziavo. Un folle. La pressione esercitata su di me dalle opinioni altrui era fortissima, ma io resistetti. Ne andava della mia vita, appunto, ma quella era una verità che gli altri non riuscivano del tutto a vedere. Inoltre, avevo evidentemente intravisto una via d’uscita possibile. Forse non l’avevo compresa da subito con la ragione, ma sentivo che qualcosa, per me, doveva esserci lì fuori. Ma come far capire questo presentimento agli altri? Impossibile, e infatti non ci riuscii.

– Ai tempi dell’articolo su Ornitorinko percepivo tutta la tua rabbia per quella vita che ti avevano spinto a vivere, mi sembrava che tu stessi per esplodere nel raccontarti e svelarti a tutti noi.
Adesso invece mi sembra di parlare con un uomo diverso. Devi avere dei pensieri come tutti, ma emani serenità e pienezza.
Dimmi, ne é valsa la pena quindi?

Ma senza nessun dubbio! Non sono del tutto convinto di emanare davvero serenità come dici tu (grazie di averlo detto, comunque), ma come dico sempre: “non farei un passo indietro nemmeno con la pistola puntata alla testa”. È vero. Ho superato il punto di non ritorno tanto tempo fa e ormai non lo intravedo nemmeno più alle mie spalle. Tutto il percorso fatto finora come viaggiatore, ma soprattutto come uomo, vale ogni singola goccia di sudore versato per farlo. Ma sono ancora piuttosto arrabbiato con le condizioni ingiuste con cui molti di noi continuano a vivere e l’ambiente che le ha generate.

– Ti vengono in mente quali sono state le parole più belle che ti hanno rivolto da quando tutto ha cominciato a cambiare?

“Sembri 10 anni più giovane”. Questa era molto carina! Ce ne sono tante altre, sicuramente più profonde, ma questa, nella sua ironia, è un bell’esemplare. Un segnale piuttosto evidente di come io sia riuscito davvero a riprendermi la vita che avevo perduto negli anni precedenti.

– Vorrei lasciarti con un’ultima domanda, la più difficile.
Cosa consiglieresti a chi si sente prigioniero di una gabbia che gli va stretta, di qualcosa che non vuole?

Gli consiglierei di guardarsi bene intorno e di fare il punto della situazione della propria vita. Di fare una sorta di inventario per elencare cos’ha a disposizione, sia in termini di mezzi materiali che di capacità personali. Tenere solo il necessario ed eliminare il superfluo. Immaginare la propria destinazione (la felicità magari?) e di progettare una strada per arrivarci, passo dopo passo. Una strada fatta su misura, da sé stesso per sé stesso, senza paura di scontentare gli altri tranne le persone che ritiene parte del suo “bagaglio necessario”. E poi di iniziare quel cammino. Il primo passo è il più difficile, ma il più liberatorio.
Se c’è una cosa che ho capito lungo il mio personale percorso è che le cose non arrivano mai da sole. L’unico modo per averle è alzarsi e andare a prenderle.

Ringrazio Francesco Grandis, il cui libro Sulla Strada Giusta e’ acquistabile in Amazon o tramite il suo sito internet.

“Se ne avessimo l’occasione, ti racconterei di quando ero un giovane ingegnere, convinto di aver trovato la sua posizione nel mondo, e di quando scoprii, invece, di essere finito in una gabbia. Di quando lasciai quel posto sicuro in piena crisi economica, per affrontare il mio crollo personale. Di come trovai la strada giusta durante un lungo viaggio, del mio lavoro nomade e dei Paesi che seguirono. Di come mollai tutto ancora una volta per scrivere e condividere la mia esperienza. E sopra ogni cosa, ti parlerei della mia ricerca della Felicità.
Non sono un arrivato ma solo un uomo in cammino, e il libro che hai tra le mani il racconto del mio percorso.”

(Fonte foto: http://wanderingwil.com/ )

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

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Non sarebbe più facile dire “mi manchi”?
Risponderei “A me manchi di più”.

Ci state pensando ormai da tanto tempo e forse non avete mai riflettuto tanto su una scelta prima d’ora.
Ed è anche giusto, qui si sta parlando di lasciare un Paese, l’Italia e di andare all’estero.
Per viverci.

Siete spaventati.
Siete euforici.

La prima volta che ne avete parlato, gli amici non vi hanno creduto.
Vi han guardato come se fosse un’idea passeggera, una di quelle cose che si dicono quando al lavoro non va troppo bene e la birra scioglie la lingua, scioccamente.

Ma non è così, ormai è una decisione.

Contate i giorni.
Acquistate il biglietto e leggete e rileggete mille volte il vostro nome, controllate i dati del vostro passaporto e la destinazione.
E’ fatta.
Sta succedendo?!

Il più delle volte pagato il biglietto si parte.

Vorreste parlare di quello che sentite, del dolore che provate pensando a tutto quello che lasciate, della paura ma anche della felicità che avete nella pancia quando iniziate a sentire che mai scelta nella vostra vita è stata più giusta.
Mai scelta nella vita è arrivata nel momento più giusto. Read more

Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

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La nostra amica Chloe, una coreana con lo stesso sogno tirato fuori dal cassetto, ci aveva dato il contatto giusto.
Di fronte a noi ora c’era Sue, un agente d’istruzione, che prendeva i costi delle scuole australiane e con la penna li tagliava per noi, tracciandoci sopra una linea a scrivendo una cifra ragionevole.
Per quanto le cifre possano essere ragionevoli in Australia.

Ci pensammo molto.
Volevamo rimanere.

Tornammo per accettare l’offerta, io sulla sedia a rotelle, con la gamba rotta ed il gesso blu.
Sue ebbe la delicatezza di lasciarci da soli durante la firma del contratto.
Che firmammo.

Eccoci dunque di fronte ad un fatto compiuto.
Saremmo rimasti due anni in Australia con un visto studenti, mio marito avrebbe studiato per diventare Chef al costo di 6000 dollari l’anno e poi avremmo iniziato le pratiche per entrare permanentemente nella terra dei canguri.
Ho scattato fotografie a raffica di quel momento della firma, c’è lui che ride ma è rosso in viso, contrito, strappato in due, le mani sulla testa.

Siamo tornati a casa e mi sono raccolta per far chiarezza.

Davvero vuoi questa vita Serena?
Un corso da Chef lo consacrerà all’Hospitality, con i suoi orari, con i weekends sempre lavorativi, con le cene separati, le festività inesistenti.
Siamo stati male quella sera.
Perché la risposta la conoscevamo e da un bel po’.

Ma fuori c’era Lei.
Melbourne, piena di luci e colori.
Che esci in strada ed è subito amore, festa nel tuo cuore.
Respiri un’aria che frizza nel naso.
E sei felice da scoppiare.

In quella stessa settimana arrivò la conferma dall’Università Scozzese.
Lo avevano preso per studiare Computer Science, una possibilità di cui mormorava da tre anni.

Che vita vuoi Serena?

Per Melbourne avrei sacrificato l’ambizione di mio marito, ma avrei perso troppo.

Che vita vuoi per te, Serena?
Lui ha deciso la sua strada.
E tu?

A trent’anni ero partita con l’idea di poter far tutto, mi era sempre riuscito tutto così bene, avevo – senza modestia – spesso brillato sul lavoro, facendo la differenza.
In un paese straniero ero una favolosa master of none, con una laurea umanistica pronta da darmi in faccia esattamente come in patria.
In un settore, la psicologia, che non mi interessava più, che mi aveva stufato e saturato.
A dimostrazione che non siamo, né saremo per sempre, le persone che eravamo a diciotto anni, fresche di maturità.

Io per me voglio un lavoro, un lavoro bello, che mi stimoli e mi spinga a fare.
Creativo, ma vero.
Che porti ad una carriera.

Presi la lista dei corsi universitari ed iniziai a guardare dal settore sanitario.
Infermiera?
Perché no.
Sono ricercate in Australia e ben pagate.

Sì, ok, ma non credo di voler far questo, dopotutto.

Arrivata alla facoltà di informatica l’occhio mi cade su Computing, Graphics & Animation, un corso che – anche se ancora non lo so – corre assieme a Computer  Science – all’IT – differenziandosi  da questo grazie a moduli dedicati alle mie passioni di sempre.

E non mi vedrete mai dire di essere una blogger, ma l’esperienza con Amiche di Fuso è stata essenziale per riconoscere alcuni piccoli talenti.
Avevo creato una serie di vignette che conoscete come “capisci di essere un expat“, disegnato e montato l’introduzione dei nostri video, scelto la musica e lanciato piccoli progetti che raccontavano un po’ quella che sono: creativa sì, ma anche orientata al prodotto finale, agli obiettivi.

In famiglia ben pochi si aspettavano qualcosa da me.
Qualcosa che non fosse un fiocco rosa o azzurro da appendere alla porta di casa, nel quartiere di sempre.
Lo volevano e chiedevano indipendentemente da quello che volevo io.
Come donna dovevo volere dei figli e non pensare alla realizzazione personale.
Era la strada da seguire, indipendentemente da quello che volevamo noi come esseri umani e come coppia.

Non credo di aver dato una bella notizia quando ho informato tutti che sarei tornata sui libri a 32 anni compiuti.

Ed anch’io passavo dall’entusiasmo alla paura, devastante, di fallire.

Non solo avevamo abbandonato la nostra casa.
Ad aspettativa finita, mio marito si era anche licenziato da un lavoro pubblico.
Avevamo gli occhi di tutti addosso, fallire equivaleva a sentirli dire che era vero ciò che pensavano: stavamo sbagliando tutto.

Anche se noi sapevamo di aver ragione.
La nostra!
Fosse anche solo perché lo volevamo.

Ma la responsabilità era proprio tanta e la percepivo pesarmi tutta addosso.

Prima di tornare in Europa mi sentivo soffocare, dilaniata.
Volevo incidere sulla pelle le parole libertà, freedom, disegnarmi delle ali sulla schiena.
Volevo tranquillizzare me stessa e dirmi che in Europa avrei ritrovato la stessa leggerezza che mi ha accompagnata in Australia.

Avevo una paura dannata di fallire.
Chi ero io per pensare di studiare informatica?
Ero un asino in matematica, una che fa fatica a seguire le lezioni e preferisce scarabocchiare sul proprio quaderno, spegnendo il cervello.
Avrei fallito.
Di fronte a tutti.

Forse già al primo esame.
O a quello di matematica.

Ero fuori di me per la paura.

Un giorno decisi una cosa, di punto in bianco.
Serena, facciamo che invece ce la fai.
Basta pensieri distruttivi e fantasie negative.
Ce la fai.

E ragazzi, il primo anno è finito e ce l’ho fatta.
Alla grande.

Conquistando il massimo dei voti anche in matematica.

Dedicato a tutti quelli che pensano che il proprio treno sia passato, di esser troppo vecchi o di aver avuto l’immensa fortuna di nascer donne e la sfortuna di averlo fatto prima dell’anno 3000.

Serena, Scozia

Giugno 2017 – L’Europa mi ha salvata

Giugno 2017 – L’Europa mi ha salvata

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Prima di tornare in Europa dall’Australia mi sarei tatuata la parola “freedom” sulla schiena insieme a delle ali, anzi quell’idea di leggerezza l’avrei incisa volentieri sulla pelle, da me, per ricordarmi che lontano sono stata veramente libera.

Tornare in Europa non era un mio life goal, non mi interessava affatto e avrei continuato a vivere dall’altra parte del mondo più che volentieri.

L’Australia la sentivo casa mia.

Se poi torno indietro con la memoria ai tempi del mio master in Italia mi ricordo un pranzo con i miei colleghi, tutti italiani.
Uno di questi, un ragazzo che aveva studiato economia, iniziò a parlare della comunità Europea.
Lui non vi vedeva alcun vantaggio.

A me quel discorso stonava un poco ma mi veniva solo da dire: “Ma dai, non dobbiamo cambiare i soldi e possiamo viaggiare con la carta di identità”.
Argomenti un pochino deboli, no?

Dopo aver vissuto in Scozia invece ho capito che l’Europa è stata la mia salvezza.

Mi ha accolta, facendomi camminare da cittadina dal primo giorno, dandomi gli strumenti per ricominciare la mia vita.

Qui in Scozia ho studiato gratuitamente in una università che non avrei mai potuto sognare, senza dover pagare 40.000 dollari australiani l’anno per avere lo stesso titolo.
Qui sono stata curata altrettanto gratuitamente, senza dover sottoscrivere una di quelle assicurazioni che mi avrebbero portato via un mucchio di soldi, mensilmente.
Qui ho potuto lavorare senza limiti, senza bisogno di visto alcuno, sentendomi alla pari degli altri quando altrove, a causa della mia cittadinanza, non mi consideravano neanche per friggere le patatine al mc donalds.
Qui ho aperto la mia partita iva ed iniziato a lavorare senza preoccuparmi troppo delle tasse, sapendo già quanto mi sarebbe entrato in tasca di ogni pound guadagnato.
Qui ho potuto essere me, sentirmi meno un’immigrata e più una risorsa.
Qui ho ricominciato a visitare paesi prendendo un semplice volo di due ore.

Da qui sono potuta tornate in Italia per stringere i pezzi del mio cuore, anche quattro volte l’anno.

La Gran Bretagna abbandona questo sogno.
Ed in tanti non capiranno né sapranno mai cosa davvero l’Europa voglia dire né come ci si senta a percorrerne le strade da cittadini.

Non è solo poter volare con la carta di identità, è molto altro.

A me ha cambiato la vita.

Serena, Scozia

Gennaio 2018 – Quando vivi all’Estero e squilla il Telefono

Gennaio 2018 – Quando vivi all’Estero e squilla il Telefono

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Succede che di tanto in tanto in Italia le cose vadano in un certo modo, qualcosa che va storto, qualcuno che sta poco bene o qualcun altro che passa un brutto momento.
E tu non ci sei perché hai scelto di vivere da un’altra parte.
Ci provi, ma comunque vada ti senti di poter far poco.

Qualche volta capita di aver paura dello squillo del telefono, di sentire una certa notizia, di non ricevere immediatamente una risposta ad un messaggio su WhatsApp, di essere tenuti all’oscuro.
Qualche volta immagino di sentir pronunciare certe parole orrende, così per telefono e poi di sentir piangere dall’altro capo.
Succede e non devo certo stare a spiegarlo qui, in mezzo alle persone che ci sono passate e capiscono.

Ho un desiderio.

Vorrei vivere in una città collegata con l’Italia da un unico volo, da uno diretto.
Che non ne posso più di dover aspettare le coincidenze e perdere così tanto tempo, quando il tempo è invece tanto prezioso.

Questo biglietto, preso con così poco preavviso, quasi mi scotta in mano e pesa, come tutte le volte che parti con dei pensieri.
Quando sai che dovrai affrontare quasi 10 ore di viaggio perché sì, questa è Aberdeen, così vicina eppure così mal collegata con tutto quello che vorresti.

E’ il mio primo biglietto preso all’improvviso, probabilmente il primo di una lunga serie, che mi scombussola i piani, mi incasina gli incastri e mi mette su un aereo in direzione dei miei pensieri più brutti.

Nel mondo le low cost pubblicizzano voli a meno di 50 euro ed invece eccoci qua, a partire da un pezzo di Scozia che pochi conoscono e ancor meno ci vivono. Dove un biglietto aereo costa sempre tanto, se poi lo prendi all’improvviso, diventa una rata di mutuo, che del resto non hai.

Dover partire all’improvviso.
Quell’improvviso che conoscono bene tutti quelli che vivono lontani, quelli che sobbalzano quando il telefono squilla in orari insoliti, quelli che di notte non dormono per i pensieri.

Quelli che per amore di chi è rimasto rinunciano ad andare altrove, agli impegni e alle ferie, rinunciano a tutto, pur di avere tempo, pur di fare in tempo.

Avevamo già preso i biglietti per fine mese – per la partenza intelligente – ma niente, la vita non può aspettare e lo sappiamo tutti, non vi sto raccontando niente di nuovo.

Tu te ne sei andata, sei tu che devi tornare e questo è vero, tutto assolutamente vero e regolare.
Io me ne sono andata ed il fulcro dei miei affetti è rimasto in Italia e questo non cambierà mai. Con questo peso, con queste paure, devo e dovrò far i conti per tutta la vita.

A quanto pare, però, sono quella che se ne è andata, ma anche quella che lascia tutto per tornare, rinuncia a tante cose che neanche sta a dire, si inguaia la fine del semestre universitario e quasi perde un meeting di lavoro per prendere invece il primo volo con direzione Roma.

Lo faccio, non potrei non farlo.

Come quella volta che vivevo ancora a pochi passi da te e mi hai detto “vieni”. Io ho lasciato tutto e sono arrivata, quella volta con la macchina.

Serena, Scozia