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Per un sacco di tempo mi sono raccontata in un modo che ha iniziato a starmi stretto dopo il mio arrivo in Scozia. Raccontavo la storia di una ragazza che in Italia aveva tutto, o quasi, e che non ne poteva più.
Così mi sono descritta di fronte ai miei nuovi amici e conoscenti, perché mi faceva piacere riconoscere a me stessa di non essere andata via dall’Italia come una disperata, seppure la disperazione c’era eccome, ma come una che ha deciso di andare perché era pronta a vivere altrove e sradicare tutto.

Messa in onda dopo messa in onda quella storia ha iniziato a non convincermi più. Cosa avevo ancora a che fare io con quella ragazza che voleva mollare la vita in Italia?
Proprio niente, perché nel frattempo ero diventata la ragazza, la donna, che aveva ricominciato a studiare all’estero e avevo il naso all’aria ma la testa sulle spalle.
Quello che ero è servito, ma non mi definisce più granché.

Questa storia invece comincia oggi e mi vede con le mani sudate diventate blu per il troppo grattare i miei jeans da poverella.

E anzi, comincia ancora prima, terrorizzata su un volo per Londra, mentre stringevo i braccioli dentro al piccolo aereo che da Aberdeen mi portava nella bella capitale del mio cuore.
Questa volta non per piacere ma per lavoro.

E anzi comincia ancora qualche mese prima, quando ho messo via tutti i vestiti che avevo usato per lavorare come cameriera ed ho cercato, a fatica, i miei completi da ufficio: quelli con le gonne che mi piaceva portare e le camicette chiare.

Se non avete già perso il filo, ora riprovo, da capo, a raccontarvi tutto.

Può sembrare insolito ma per un esame universitario ho dovuto fingere, pretendere, di fare un colloquio di lavoro e può sembrare ancora più strano ma ero piuttosto nervosa.
Dopo mesi a presentarmi solo nei ristoranti, riprendere il filo e resettare il cervello per altri tipi di colloqui mi è costato fatica.
Tirando fuori le scarpe alte dall’armadio, ho scoperto che erano piene di muffa, un regalo della verde Scozia e un segno di quanto tempo era passato dall’ultima volta che ero stata quel tipo di persona.
Mi sono sentita nuda ed impreparata di fronte a quel piccolo esercizio che mi andavano richiedendo.

Di fronte ai miei esaminatori ho cercato di non toccarmi i capelli e di non tremare, tanto era lo sforzo di rispondere a domande che volevano punzecchiare e testare la mia preparazione.
Proprio come un colloquio vero.

Uscita di lì mi sono sentita bene, mi sono sentita potente.
Era solo una finzione, ma mi sembrava di esser risalita a cavallo.

Appena un mese dopo, una compagnia di Londra mi pagò il viaggio ed il soggiorno per sostenere un colloquio con loro.
Londra.
Prendere taxi, treno e poi uber e trovarmi di fronte a quel grande stabilimento in mezzo al verde, è stato un colpo al cuore e mi ha fatta sentire viva, nel posto giusto.

Mi hanno offerto da bere, messa a mio agio e lì, di fronte ad occhi esaminatori, ho fatto partire la mia presentazione su un tema che mi sta molto a cuore.
Le due persone di fronte a me erano colpite e a me sembrava tutto così incredibile. Tanto che il mio cervello non smetteva di dire “Sta succedendo. Sei tu in inglese. A parlare di QUESTO. Per un lavoro COSÌ!”.

Per quel posto non mi hanno presa, ma quel colloquio mi è servito. Quella speranza mi ha riacceso il cuore ad una forza che non ricordavo.
Pompando sangue, fresco e vivo: adrenalina.

Nell’ultimo anno ho iniziato un progetto personale, una di quelle cose che la maggior parte della gente liquiderebbe come una cosa da poco ma che mi ha di fatto garantito altri colloqui.
Come quello ad Edimburgo, quando dopo una chiacchierata di due ore sono uscita con la consapevolezza che quel posto era mio.

Ed ho iniziato a lavorare come grafica e content editor (in inglese!!) dopo appena due anni dalla mia partenza dall’Italia. Quando invece, in Australia, capivo solo un terzo di quello che i miei datori di lavoro andavano dicendo.

Arrivati al mese di Aprile ho creato un video-candidatura per una società di Glasgow che cercava qualcuno che si occupasse di animazione digitale.
Dovevo parlare di me e mostrare i miei lavori e mettendoli in fila erano tanti, tanti davvero, e la mia storia aveva finalmente un senso. Non ero quella che aveva lasciato l’Italia per ricominciare da immigrata. Ero quella che studiava IT all’estero e aveva creato fumetti, icone, siti web, applicazioni, video, games e tanto altro.
Con la voce imbarazzata ho parlato di questo mentre nel mio video di presentazione scorrevano le mie creazioni. Quello che avevo fatto in appena due anni di Università e nei primi mesi di lavoro.

Ho editato quel video vergognandomi del mio accento, ma orgogliosa di quello che avevo prodotto, ascoltandolo e riascoltandolo fino a volermi bene, tanto.

Ed eccomi oggi, ad una mostra del settore, a mostrare il prototipo di un videogioco che ho fatto assieme al mio compagno di sempre. Dividendoci i compiti come si fa nelle squadre che funzionano e vincono.
Le mani sudate per la vergogna di stare in una situazione così particolare, con le persone che passano, giudicano, provano e testano il tuo lavoro.
Un bicchiere di prosecco in mano per farmi forza.

Quando ho scoperto che non solo mi pagheranno per far diventare reale quel prototipo, ma anche per un altro progetto. Un’applicazione – sempre realizzata con il mio fidato compagno – che qualche giorno fa ha vinto un altro premio nella sua categoria.

Le mie mani sono sempre nervose e giocano con viso e capelli, ma eccomi qui.
Un premio conseguito come una delle migliori studentesse dell’anno.
Due lavori part-time nell’IT e due progetti pagati da portare avanti.

Se mi guardo indietro non posso che pensare che io, io lo sapevo che sarebbe finita così. Ne ignoravo i dettagli, ma sapevo che la partita valeva la scommessa, valeva la fatica.

Oggi non vi dirò nulla di chi mi voleva bene e non voleva che partissi, lo reputo normale.

Ma se avessi dato un minimo di credito a chi cercava di spaventarmi ora non sarei qui.
Se avessi dato un minimo di ascolto a quelli che odiano chi si muove, a quelli che te la devono tirare e vogliono solo che tu fallisca, oggi non sarei qui.
Se mi fossi fermata dopo ogni frecciatina, per fortuna rara, sarei rimasta nella melma assieme a chi non ha occhi che per guardare gli altri.

Invece me ne sono fregata, ed è stata una fatica farlo, ed oggi sono qui.

Da immigrata sono diventata la nuova io. Lavoro, studio, vado in palestra, pago le tasse e lavoro da freelancer.
Tutto è stato una conquista e mai mi dimenticherò di quando avevamo il frigo vuoto appena arrivati qui. Mai dimenticherò che non potevamo permetterci di prendere il bus.
Mai dimenticherò la paura di cominciare un percorso che poteva essere più grande di noi.
Ma ce l’abbiamo fatta e non ci fermeremo qui.

Gli altri invece, quelli che parlavano tanto degli altri mentre ottenevano poco, chissà dove se ne son rimasti.
E quanto poco me ne importa.

Serena, Scozia

4 Comments

  1. […] ancora più assurda, non solo l’Università è gratuita ma i piu’ meritevoli  alla fine di ogni anno hanno prendono anche premi in denaro per il solo fatto di aver […]

  2. Massimo Luciani

    Parlare è facile, darsi da fare è più difficile. Complimenti, hai dimostrato che il lavoro serio porta buoni frutti e tu li meriti tutti!

    1. trentazero

      Grazie Massimo, e’ vero. Ci vuole molta pazienza, umilta’ e determinazione… ed io sono contenta del percorso, per ora. 🙂

  3. […] Sono rimasta, ci ho provato, ho pianto, ho combattuto, ho riso e ce l’ho fatta. […]

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