Dicembre 2016 – Come ho imparato l’inglese all’estero

Dicembre 2016 – Come ho imparato l’inglese all’estero

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Mi accadeva in Italia quando acquistavo nei negozi con commessi stranieri e questi comunicavano tra loro nella loro lingua, mettendomi in qualche modo da parte, tenendomi all’oscuro.
Ridendo, alzando i toni o parlando appena e dandosi, suppongo, dei secchi comandi.

Entrando nei piccoli negozi pieni di oggetti, mi sembrava che parlassero alle mie spalle.
Approfittavano, credevo all’epoca, della mia non conoscenza di quel linguaggio che alle mie orecchie suonava segreto.
Ci vedevo della scortesia.
Del dolo.

Ma era prima della mia partenza e tante cose, tanti pensieri, sono cambiati.

Cosa penserà di me la cassiera di Sainsbury’s quando con mio marito ridiamo e parlottiamo di fronte alla sua faccia, in una lingua che lei non conosce?
Lo stesso!
Probabilmente penserà lo stesso.

Ed io non posso spiegarle che parliamo in Italiano perché così ci viene naturale, perché è la lingua di casa, quella che esce dalla pancia per prima, che raggiunge la bocca senza troppi giri nel cervello.

Vivendo all’estero abbiamo approfittato di quel nostro linguaggio segreto per esagerare, per parlare in un modo diverso, a tratti più sporco, che ci porta a dire cose che normalmente non diremmo in mezzo ad una strada piena di persone.
Perché tanto… chi ci capisce?
Puntuale però, quando qualcuno si avvicina per dire “Ei, italiani anche voi?” io mi paralizzo per la vergogna.
E penso.

Cosa.
Ho.
Appena.

Detto?

Cosa avrò detto solo pochi minuti fa?
Cosa mi sarò autorizzata a dire in pubblico, convinta di non esser capita?

Parlo italiano in casa mia, quasi sempre, fatta eccezione per qualche frase, qualche parola e qualche discorso iniziato o finito in una lingua che non è quella del paese che mi ha vista nascere.
Parlo inglese fuori casa, sul lavoro, per strada, prendendo un caffè e all’Università.

Vivo all’estero ed è finalmente successo.

Mi rendo conto, finalmente conto, che il mio inglese è migliorato in questi due anni.
Parlo veloce, a macchinetta.
Sono sicura e fluente.

Ci sono ancora delle imperfezioni e con le persone di qui, con gli scozzesi, a volte devo ripetere da capo perché l’accento è diverso e non mi stanno dietro.

Quando parlo dimentico ancora la esse per la terza persona ed i verbi irregolari vengono sputati fuori alla “come viene”.
Creo nuove parole convinta che abbiano una qualche coincidenza con la parola italiana che ho in mente.
Ho serie difficoltà a pronunciare in modo differente thought/throught/throw e compagnia bella.
E quando dico a qualcuno that I am living quello magari capisce that I’m leaving e via così, incompresa.

E ancora sono vittima di quei momenti.
Quelli che mi fanno sbagliare ogni parola e ogni forma verbale di un discorso appena intrapreso, gli stessi che ora mi fanno anche reagire, scoppiare a ridere di fronte al mio interlocutore, cancellare il tutto con un gesto della mano e dire “I am sorry, I don’t speak english anymore! Let me try again!“.

La sicurezza ormai c’è e siamo ben lontani da quella me che strizzava gli occhi fino a renderli due fessure, cercando di concentrarsi su almeno un quarto del discorso del suo interlocutore australiano.

I miglioramenti sono avvenuti lentamente ma i più evidenti li ho visti recentemente e le ragioni sono quelle che seguono.

In primis, ho smesso di lavorare come cameriera.
Un lavoro che ti fa parlare parecchio ma, aimè, perlopiù e sempre delle stesse cose.
Un lavoro che ringrazio di aver potuto fare perché mi ha fatta guadagnare abbastanza da mantenermi all’estero e mettere da parte del denaro. Che mi ha aiutato a mettere le basi per la mia integrazione, ampliando le mie conoscenze di lingua, persone e società.

Una volta in Scozia ho iniziato a lavorare, invece, come assistente per giovani adulti con disabilità molto gravi, fisiche e mentali.

Ho dovuto chiacchierare tanto con i miei ragazzi e l’ho dovuto fare da subito, fin dal primo giorno. Inoltre l’ho dovuto fare malgrado qualsiasi emozione stessi provando in quel momento.
Sono stati pazienti, i miei ragazzi, nel ripetersi per me perché, dopotutto, condividiamo qualcosa nel nostro essere non sempre in grado di farci comprendere.

Ci siamo venuti incontro, raccontati a vicenda, coccolati e insieme ci siamo arrabbiati e abbiamo riso.
Da quando faccio questo lavoro sono successe così tante di quelle cose da non aver neanche più tempo per realizzarle tutte.
E sono successe in inglese.

Lavorare con colleghi scozzesi per turni lunghi anche 15 ore mi ha forgiata.

HO DOVUTO parlare.
Ho dovuto impare in fretta termini tecnici.
Sono stata costretta, spinta, messa alla prova continuamente.

Guardata, non lo nascondo, anche come se fossi scema di tanto in tanto.
Dalle persone meno inclini alla diversità che chiaramente esistono, ovunque.

Non mi è importato, sono andata avanti, non mi sono crogiolata ma ho continuato, imparando tanto.

Mentre ero impegnata a parare i colpi e a non perdere il filo, ecco che è successo: ho imparato l’inglese!

Il segreto, se c’è, è buttarsi.
Buttatevi il più possibile in mezzo ai locali, imparerete il loro accento anche se all’inizio vi sembrerà impossibile e ben lontano da quello dei listening scolastici.
Lo imparerete e farete vostro, credetemi.

In mezzo a loro ascolterete e ripeterete nuove parole ogni giorno e alla fine sarete voi a correggerli nello scritto e sarà da voi che verranno a chiedere aiuto nello spelling.
Sarete sempre voi a correggere il native english speaker che avrete di fronte e avrete la stessa faccetta da professorina che vi compare quando qualcuno scrive qual’è.

Succederà.

E’ una promessa!

Serena, Scozia

P.S.
E se poi volete fare ancora più in fretta la soluzione è una ed una sola.
Trovatevi un amante tra la gente del posto!

Io purtroppo non ho potuto, per via di quel particolare chiamato “mio marito”. 🙂

 

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IL MIO NOME ALL’ESTERO: SERINA

IL MIO NOME ALL’ESTERO: SERINA

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Beati quelli che hanno sempre il nome giusto sulla tazza di Starbucks.

Tanti anni or sono, c’era questo ragazzo africano che lavorava in ufficio con noi.
Aveva un buon italiano e ancor di più un ottimo inglese nonché la nomea di essere uno sciupafemmine ed è meglio che qui mi fermi o andiamo fuori tema.

Quando entrava nella stanza per chiedermi un favore, mi veniva vicino alla sedia e garbatamente iniziava le sue richieste con un “Seriiina” che mi sembrava strascicasse  all’infinito.
Quel nome mi dava i brividi per il fastidio ed era motivo di grandi risate in ufficio, che a noi tre admins bastava poco per arrivar a fine giornata a metà tra esaurimento e sorriso.

Long story short, mi sono trasferita all’estero e solo i giapponesi sanno pronunciare bene il mio nome e scriverlo senza lo spelling. Tutti gli altri mi partono per la tangente con quel milione di “i” con cui sostituiscono la seconda “e” di Serena.

Inizialmente la cosa mi ha fatto dubitare della mia identità perché il mio nome non mi ha accompagnata un giorno ma per tutti i 30 anni passati in Italia ed ho scoperto di tenerci: Il mio nome mi piace e definisce in molti sensi, me ne hanno dette di ogni e quasi mi mancano quelle frasi fatte da “Serena e infatti sei così calma” a “Serena di nome e di fatto?”, due considerazioni sceme buttate lì per far conversazione che mi facevano lo stesso effetto di “ti sei fatta male? Quando sei caduta dal cielo come la stella che sei”.
Chiusura di ovaie, brividi e ciao.

Eppure, capitemi, il punto e’ che quando vivevo in Italia non dovevo star a spiegare nulla e quella sensazione mi manca perché malgrado i miei sforzi sarò sempre una immigrata di prima generazione, a metà tra noi e loro.

Diversamente da quando ero appena sbarcata in Australia, ora ci tengo che il mio nome venga pronunciato bene dai miei amici e glielo ripeto ogni volta che lo toppano, cercando di rendere la stessa cortesia a coloro che hanno per me dei nomi impronunciabili.

Penso che spiegare queste cose faccia parte di una buona integrazione e sia meglio di far finta di nulla e lasciar correre: Tu qui devi viverci e vorrai o no che sappiano come ti chiami?

Senza esagerare, certo, per esempio un’amica poco fa mi ha salutata con un bellissimo “Selena” e me lo sono fatta andar bene che ha scritto giusto il mio nome tutte le altre volte: sa chi sono, si è semplicemente fatta guidare da alcuni automatismi e direi che ci sta, per lei come per me.

Il problema ora sono io, ormai abituata così tanto alla lingua inglese che quando mi presento ad una persona mi sorprendo a dire “I am Seriina, nice to meet you!”.
E poi voglio esplodere perché ben venga pronunciarlo all’inglese quando devi raccontare il tuo nome a qualcuno che deve inserirlo al computer o cercarti una pratica ma quando parliamo di amicizie vorrei ricordarmi di poter dire il MIO nome vero.

L’inglese mi ha cambiato la testa in un modo che non avevo previsto, resettandola un pochino. 🙂
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