Ricordi di un viaggio a Yangon, in Myanmar: cosa fare in Birmania?

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I mille colori del mercato di Yangon.

Se penso al nostro viaggio a Yangon, mi ricordo quella sensazione di essere una delle pochissime occidentali e probabilmente l’unica con i capelli rosa. Questo ha voluto dire essere facilmente riconoscibile come turista dai tassisti, che hanno suonato continuamente il clacson per farci salire ma anche essere seguita in bagno da una locale per un selfie.

Selfie che esiste da qualche parte nell’internet e vede me pallida come non mai, con il mal di pancia per un possibile colera che ha segnato i nostri primi sette giorni in Asia.

Pochi turisti occidentali, pensiamo di aver contato solo 10 bianchi durante questo viaggio ma purtroppo due di questi rientravano nella categoria della peggiore specie, quella di chi si sposta con il denaro in mano per comprare le ragazze del posto.

Malgrado questo, i locali ci sono sembrati fiduciosi e gentili verso i turisti che ancora non hanno massacrato questo paese, cambiandolo per farne un parco giochi a misura dei vacanzieri, come è invece accaduto in altre parti viste del mondo. I mercati sono autentici, non si vendono calamite o stupidate tutte uguali di plastica, ed in generali respiri un’aria schietta e vera che raramente troverai nel mondo.

Durante il tuo viaggio a Yangon lo shock culturale sarà forte, è la città dove ho visto gli scarafaggi più grandi e anche i topi più grossi e li ho visti ai mercati, accanto al cibo venduto. Ho visto pesce tagliato in ceste e venduto sotto il sole, senza ghiaccio né frigorifero e nello stesso modo ho visto vendere la carne, con le mosche che ronzavano attorno, impazzite da tutto quel ben di Dio.

Pesce sotto al sole fino a chiusura del mercato, Yangon

A Yangon l’odore delle fogne sale forte e quando cammini devi stare attento perché il marciapiede si interrompe passo dopo passo e puoi cadere giù, le lastre sono tutte sbeccate e alcune vengono proprio rimosse, lasciando il pedone a fare i conti con qualche preoccupazione in più.

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Occhi a terra mentre cammini a Yangon, mi raccomando!

Non è stato solo questo il Myanmar, però, è stato il paese dove abbiamo visto una generosità che non ci aspettavamo. Monaci sfamare decine di cani randagi e abbiamo visto fare lo stesso ai locali, che condividevano il riso con gli animali magri e perennemente affamati.

Durante il nostro viaggio a Yangon abbiamo visto dare, più che prendere.

Ci è stata offerta acqua da bere che non avevamo neanche chiesto, dolcetti da una signora che non aveva il resto e preferiva regalarci un bene da 7 centesimi che accettare la nostra banconota da 3 euro. Si sono fermati quando parlavano inglese, raccontandoci la bellezza delle pagode e senza volere nulla in cambio.

Ci sono state anche contrattazioni a perdere e qualche fregatura rifilata perché turisti ma se penso a quei giorni mi tornano in mente sempre e solo loro, i locali fasciati nelle lunghe gonne strette, tutti a lavorare, camminando veloci per le strade o muovendosi dentro i piccoli locali polverosi che si affacciano sulla strada.

Abbiamo potuto osservare alcuni usi locali, dal masticare continuamente e sputare a terra le foglie delle noci di betel, spezie e calce (causa, purtroppo, di cancro) al dipingersi il viso con la thanaka, una pasta gialla che proteggerebbe la pelle da sole e invecchiamento.

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La preparazione delle foglie con le noci di betel, da masticare e sputare in terra.

La nostra esperienza a Yangon è iniziata prendendo una SIM locale per collegarci ad internet e l’operatrice ha impostato per noi il cellulare, rendendoci di nuovo connessi al mondo esterno, questo già in aeroporto. La nostra stanza alla Myat Guest House era gestita da ragazzi splendidi che parlavano inglese, al costo di 7 euro a persona a notte e con colazione inclusa. Abbiamo trovato piccoli gechi arrampicati alla terrazza e mangiato noodles con lo zucchero al mattino, godendo di una vista sulla città che ci pareva bellissima. Il whisky a Yangon costa meno di un euro (la bottiglia!), l’acqua meno di 20 centesimi ed i 7/11 assomigliano molto ai konbini giapponesi che tanto ho amato.

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Tra le strade di Yangon

Prima di entrare nei templi è necessario togliere le scarpe e coprirsi, quando sei donna (e quindi chiaramente peccaminosa). Ne vale la pena perché vedrete luoghi di preghiera che mozzano il fiato e qualche volta anche delle statue kitsch che farete fatica a comprendere. La colpa potrebbe essere del Jetlag, personalmente il più forte mai avuto prima che ho trascinato per più di una settimana.

Nel nostro viaggio a Yangon non abbiamo avuto paura né avvertito pericoli. Il Myanmar è tra i paesi più poveri del mondo ma fortemente in crescita e le zone battute dai turisti sono più tranquille di altre dove raramente puoi mettere piede. Ma sto parlando di rischi per la popolazione più che dei turisti, essere nati in Birmania vuol dire infatti avere a che fare con corruzione, regime repressivo e uccisioni (non ultimo un genocidio a danno dei musulmani).

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Bere acqua in Myanmar? Preferite le bottiglie per evitare problemi.

Come turista penso di aver amato tutto di Yangon e penso che dobbiate avere la pazienza di girarvela a piedi sotto al sole o con la pioggia dei monsoni per capirla bene, non abbiate paura di sporcarvi le mani, di entrare in contatto e di provare a capire.

Avrete molto di bello, indietro, dal vostro viaggio a Yangon.

Consigli pratici per un viaggio a Yangon:

Se avete già letto il mio articolo su come organizzare un viaggio nel sud est asiatico, saprete anche che in Myanmar avrete bisogno di un visto e che questo sarà acquistabile online al costo di 50 dollari americani. Saprete anche quale adattatore per la corrente portare con voi e diversi altri suggerimenti utili, come il fatto di lavarsi i denti con l’acqua delle bottiglie, per precauzione.

In linea generale, il dollaro americano è largamente accettato e la moneta locale prelevabile al bancomat di qualsiasi 7/11. Tra le pagode, la Shwedagon Paya è senza dubbio una meta da raggiungere, non ve ne pentirete ed in tutto quell’oro non potrete che riflettere un poco sulle contraddizioni del Myanmar. Per vedere un Buddha gigantesco in una delle sue posizioni più classiche (sdraiato), non perdetevi invece la Chaukhtatgyi Pagoda.

Sulle guide vi consiglieranno un giro sulla Yangon Circle Line, un treno circolare che corre lungo il perimetro della città, con venditori che cercheranno di vendervi cibo e oggetti. Abbiamo letto recensioni contrastanti al riguardo e purtroppo non siamo nella condizione di poter confermare se ne valga la pena o meno: era in manutenzione quando ad Agosto siamo stati in Birmania.

Abbiamo personalmente trovato non troppo affascinante il lago artificiale Kandawgyi che troverete sulle guide, raggiungetelo ma se non dovesse piacervi, fatevi rapire dalla bellezza di uno dei mercatini locali e prestate attenzione agli abitanti del Myanmar. Con i loro vestiti stretti e le gonne fascianti, vi mostreranno una realtà molto diversa da quella alla quale siete abituati.

Una volta a Yangon capirete però che nei piccoli templi ci si inciampa letteralmente, così come nelle pagode minori.

Lasciatevi incantare da questa insolita meta.

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Due locali.

Una menzione speciale la devo al volo. Ho personalmente trovato un incubo la tratta fatta con Emirates da Dubai a Yangon, con l’aereo che non ha smesso un secondo di ballare da destra a sinistra. Non scrivo questo per allarmare eventuali viaggiatori ma per dirvi che ho parlato con diverse persone che sono esperte di quella tratta ed è normale, nulla di pericoloso.

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Volare a Yangon con Emirates

Vedrete anzi, che bello, essere da soli in aeroporto in caso di voli interni o verso la Thailandia. Un aeroporto tutto per noi non lo avevamo davvero mai visto!

Si conclude qui questa piccola guida, vi lascio alle mie storie su Instagram, girate mentre ero a Yangon. Date un’occhiata per sapere cosa vi aspetta dall’altra parte del mondo.

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Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

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È possibile trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni? Lo chiedo perché continuo a ricevere messaggi che suonano un po’ tutti simili e che si riassumono in questo: vorrei vivere all’estero, vorrei darmi una possibilità ma quel treno è salpato perché ho già una età.

C’è quindi una età ed una sola per trasferirsi all’estero?

No, non c’è ma non è qualcosa che ho sperimentato personalmente, la mia è l’esperienza di una che ha lasciato l’Italia a trent’anni in punto e anche se non è stata proprio una passeggiata, non c’è nulla che non rifarei, nulla che non vi augurerei di quel buono che ho sperimentato. Nulla che non possiate prendervi con l’impegno ed il visto giusto (che, vi ricordo, non vi servirà in Europa dove sarete cittadini e con la sanità garantita, da subito).  

Non me la sono però sentita di lasciarvi ascoltare solo la mia esperienza al riguardo e così sono entrate in gioco le tre donne favolose che quel salto sulla mappa a piedi pari, quello dopo i 40 (ma anche dopo i 50!), lo hanno fatto e che nella loro generosità hanno deciso di partecipare a questa intervista per aiutare gli indecisi a fare chiarezza.

Vi presento Barbara partita a 45 anni per la Baviera (ora lavoratrice dipendente), Rossella arrivata a Malta quando aveva 50 anni (ora libera professionista) e Giliola, una cinquantasettenne che sette anni fa si è trasferita con il marito in Repubblica Ceca (dove ha aperto il suo negozio).

Queste sono le loro storie e sono tutte diverse, ve le lascio nella speranza che possano aiutarvi a prendere una decisione e realizzare che non è mai troppo tardi quando vuoi qualcosa.

Ciao e grazie per questa intervista. Posso chiederti chi eri in Italia e cosa ti ha fatto scattare l’idea di trasferirti all’estero a quarant’anni o più ?

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Sono Barbara, originaria di Roma, oggi 48 anni e 3 anni fa mi sono trasferita con marito e figlio in Germania. In Italia lavoravo da anni nel recupero crediti con notevole stress. Per il tipo di lavoro e per la qualità di vita che avevamo, non eravamo soddisfatti, ma due lavori a tempo indeterminato ci frenavano e facevano accantonare il desiderio di tornare all’estero, dove avevamo vissuto per tre anni una decina di anni prima. Poi nel giro di sei mesi, la sede della società per azioni per cui lavoravo chiuse i suoi uffici di Roma e licenziarono tutti, compresa me, mentre mio marito fu messo in pensione anticipata. A quel punto tutti i timori e la paura del grande salto ci parvero meno spaventosi dello scenario che di lì a poco, si sarebbe aperto per noi. Due quasi cinquantenni senza nessuna prospettiva lavorativa ed ancora un sacco di sogni da realizzare.

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Non amo raccontare tanto di me stessa ma ci provo. Sono nata ben 56 anni fa nella fredda, grigia e nebbiosa provincia di Milano e, dopo una laurea in legge e un titolo di avvocato, ho iniziato a lavorare alternandomi tra Milano e le sponde del lago di Lecco prima in studi legali e poi negli uffici legali di grandi aziende. La passione per i viaggi mi ha portato a girare per conoscere il mondo e non mi sono neppure fermata quando è nato mio figlio, imbarcato su un aereo già a pochi mesi per iniziare ad aprire i suoi occhi verso realtà diverse. Da un po’ di tempo mi sentivo stretta in una vita monotona con le sue quotidianità, priva di stimoli ed energia nella sua routine, stressata nel pendolare tra casa e Milano ogni giorno. Forse questo ha fatto scattare velocemente la molla per una scelta diversa, prima inconsciamente e poi sempre più consciamente desiderata. Alla bella età di 50 anni, dopo due notti insonni e tormentate (ti assicuro che non ho impiegato più tempo per prendere la decisione) dove la sicurezza del lavoro stabile, gli affetti familiari e gli amici facevano la lotta con il desiderio di partire verso nuove strade e nuovi progetti, ho riempito una valigia e mi sono trasferita insieme a mio marito a vivere a Malta.

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Sono Giliola ho 57 e sono emiliana ora expat in Repubblica Ceca da sei anni e mezzo. In Italia facevo la stilista di moda come free-lance da oltre 30 anni. Io e il mio compagno abbiamo deciso di trasferirci per motivi di lavoro… di lui. Io come free-lance non stavo vivendo momenti felici, perciò l’opportunità di lavoro del mio compagno, ci sembrava una bella occasione per lasciare l’Italia.

Per i giovanissimi qualche volta i familiari, con le loro paure o pretese, sono un deterrente a partire. Come hanno reagito invece le tue persone quando hai detto che lasciavi l’Italia per vivere all’estero?

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Quando comunicammo la nostra decisione alle nostre rispettive famiglie non furono sorpresi e ci appoggiarono in pieno. Qualche amico e qualche conoscente ci prese per pazzi. Avevamo un figlio preadolescente, un mutuo da pagare e per tanti, troppi anni sulla carta d’identità. Qualcuno pensò che fossimo incoscienti e che saremmo tornati presto con la coda fra le gambe. Noi ci tappammo le orecchie e ci stampammo un sorriso sulle labbra per mostrare i denti che tenevamo stretti.

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Il primo ad espatriare è stato proprio mio figlio all’età di 15 anni quando ha deciso di andare a studiare in UK. Il cuore di mamma avrebbe voluto trattenerlo ma sarebbe stata una scelta egoistica non offrirgli la possibilità di cogliere tutte le possibilità che il mondo ci offre. Qualche anno dopo siamo espatriati anche noi con una scelta personale, convinta e consapevole.
Di certo a 50 anni si ha la maturità per prendere delle decisioni senza lasciarsi influenzare da critiche o perplessità da parte di altri. Questo non vuol dire che le scelte sono facili perché lasciare dei genitori anziani, dei familiari e degli amici di lunga data non è mai semplice. Del resto la distanza è breve visto che Milano è solo ad un’ora e45 d’aereo da Malta e la nostra casa è sempre aperta per chi ci viene a trovare.

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Io non sono giovanissima e per questo ho (avevo, visto che il papà non c’è più da 3 anni) genitori anziani. Quando abbiamo comunicato alla mia famiglia (compresa sorella + grande di 13 anni) la decisione di trasferimento all’estero nessuno ci ha ostacolato. Mia mamma, che ora ha 92 anni, mi ha stupito incoraggiandomi e dicendomi bellissime parole (anche lei negli anni 50 con mio padre e mia sorella piccola, erano emigrati in Francia per lavoro). Espatriare con i genitori anziani non è facile ma posso dire di essere stata fortunata ad avere una sorella che si è presa cura di loro.

Come hai scelto il tuo nuovo paese e pianificato il trasferimento all’estero?

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Dopo aver deciso di andarcene, prendemmo in considerazione tre diverse destinazioni, ma alla fine decidemmo per ritornare in Germania. Ci mettemmo a tavolino e preparammo un piano d’azione per tutte le pratiche burocratiche. Iniziammo a contattare qualche amico tedesco per farci un’idea sulle opportunità di lavoro del posto. Mio marito frequentò un corso per pasticcere, ma nel frattempo inviò anche, senza alcuna speranza, la sua candidatura per un posto nell’organismo internazionale presso il quale aveva prestato servizio da militare. In piena estate, con 35 gradi in casa e con i vicini che ristrutturavano casa con il martello pneumatico, sostenne un colloquio telefonico in inglese e tedesco. Nessuna agenzia immobiliare rispondeva alle nostre e-mail per avere informazioni su appartamenti da affittare. Eravamo pronti a ricominciare da zero e a fare qualunque tipo di lavoro per iniziare, purché ci permettesse di vivere e non far mancare nulla a nostro figlio. Un pomeriggio di metà luglio però, arrivò il messaggio con cui comunicavano che mio marito aveva vinto il concorso.

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Mio marito, da buon professionista esperto in materia, ha fatto una analisi di dettaglio di vari paesi per capire e valutare tanti elementi come la qualità della vita, il costo, la sicurezza, il sistema sanitario, l’efficienza e tanti altri fattori. Negli anni aveva già avuto contatti lavorativi con Malta ed aveva apprezzato la mentalità aperta, diretta dei maltesi, la loro internazionalità e concezione meritocratica tipica della cultura anglosassone. Malta è un paese efficiente e stabile, economicamente uno dei migliori in Europa, con una bassa struttura di costi e bassa fiscalità, un buon livello di sicurezza e un sistema educativo di stampo anglosassone. Quando mi ha proposto Malta, certa che lui avesse già considerato tutti questi aspetti, mi sono lasciata guidare dall’emozione. Ho pensato al clima e al mare, non di poco conto per due cinquantenni, alla vicinanza a Milano ed ai meravigliosi ricordi ed impressioni avute durante una vacanza due anni prima. Ho detto subito sì. Un sì che ha dato colore alla mia vita. I cieli azzurri, il mare blu, le case di pietra gialla che risplendono al sole. E’ stato amore a prima vista con Malta. Lui ha viaggiato per i primi 3 mesi per pianificare tutto, scegliere dove cercare casa e trovarla mentre io davo le mie approvazioni dopo aver visto foto e filmati, fare tutte le necessarie pratiche burocratiche e poi siamo partiti.

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Il paese, nello specifico Telč è stato scelto perché è qui che c’è il Centro di Ricerca dove lavora il mio compagno. Il trasferimento lo ha fatto prima lui, per trovare una sistemazione, dopo 2 mesi l’ho raggiunto io. Non ci siamo mai trasferiti definitivamente, nel senso che ci siamo trasferiti con il necessario. In Italia avevamo un appartamento che poi abbiamo venduto ammobiliato. Tutto quello che era nell’appartamento ora è in un deposito. Qui con noi abbiamo portato poco alla volta un po’ tutto quello che ci serviva, con l’auto.

Una volta emigrata cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo, rispetto all’Italia?

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La Germania, anzi la Baviera, che abbiamo ritrovato è ancora efficiente e ricca. I servizi funzionano molto bene e dove abitiamo c’è uno spiccato senso civico e zero criminalità. Abbiamo dovuto abituarci ad un clima molto rigido (arriviamo anche a -18° in inverno), affrontare le difficoltà linguistiche e comprendere le tante differenze culturali, ma dopo tre anni posso dire che rifarei tutto e che ne è valsa la pena.

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Malta mi ha rimesso in gioco, mi ha ridato la voglia e l’energia di fare sia sul piano personale che lavorativo. A Milano vivevo nell’insoddisfazione della quotidianità di un lavoro svolto da anni senza più interesse o motivazione. Qui mi ritrovo ad accompagnare i clienti nella realizzazione di progetti di vita, di lavoro o di studio. Seduti per un caffè davanti al mare a chiacchierare di business, di normative, di come sfruttare al meglio un corso di inglese e abbinare un’esperienza di vita e lavoro all’estero, ha tutto un altro fascino. Mi ha colpito, o forse è meglio dire ero disabituata, dalla burocrazia semplice alla possibilità di trovare risposte dalla pubblica amministrazione con una telefonata o una mail, alla maggior chiarezza delle leggi senza complicazioni e rimandi continui. Apprezzo tantissimo godere del clima di innovazione , di apertura verso nuove realtà e progetti che si vive sull’isola. Progetti che poi riescono nella maggior parte dei casi a prendere vita. Questo clima, stare in mezzo ai giovani o meno giovani pieni di idee, entusiasmo e voglia di fare mi fa sentire ancora giovane! Ovviamente mi piace tanto di Malta anche quel mix di cultura e bellezze naturali che è in grado di offrire. Qui puoi andare al mare in baie suggestive e fondali stupendi ma puoi anche perderti alla scoperta della sua storia, di siti millenari, di cittadine medievali, di palazzi barocchi. I miei amici mi dicevano che era un’isola troppo piccola ma in realtà non finisci mai di scoprirla. Poi ci sono tanti voli che la collegano con diverse destinazioni per un viaggio anche solo nel week end o vacanze più lunghe. Dopo il lavoro o nella pausa potersi permettere una fuga al mare per una nuotata o una passeggiata al tramonto, andare a pescare, cenare in spiaggia sono esperienze ineguagliabili anche per una nordica come me. Mi ritrovo ad avere più vita sociale qui che a Milano. Mi divido tra convegni e meeting di lavoro, eventi internazionali, manifestazioni, concerti, feste tradizionali. Malta mi ha permesso di scoprire il mondo, come dico io, perché ho la possibilità di conoscere persone di diversa nazionalità e questo è eccezionale. Ho rivisto il mio mappamondo, studiato tanti anni fa, e mi ritrovo spesso a cercare sulle mappe dove si trovano certe nazioni e a confrontarmi con la storia e le tradizioni di queste persone. Spesso organizziamo BBQ in spiaggia con gente diversa per un piacevole scambio di cibi, tradizioni e musica per stupende serate in riva al mare. L’altra faccia della medaglia: il traffico caotico nelle zone centrali (anche se del resto Milano non è da meno) e la mancanza di una cultura dell’andare a piedi o in bicicletta, l’assenza di un piano preciso di espansione del territorio che vede ora costruzioni ovunque, da una parte a migliorare vecchi edifici decadenti ma spesso senza un piano preciso di rispetto del paesaggio, di attenzione agli aspetti architettonici, di abbinamento tra vecchio e nuovo. A volte mi arrabbio anche per lo scarso rispetto per l’ambiente. Si vedono però alcuni movimenti tra giovani e meno giovani sempre più attivi a difesa di questi aspetti e sono convinta che a Malta non sia difficile cambiare mentalità, se si vuole, in tempi abbastanza brevi.

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In positivo mi ha colpito il paesaggio, la natura prorompente e la tranquillità di questo piccolo paese (circa 6000 anime). In negativo, la difficolta della lingua (che anche ora non parliamo bene, direi che siamo ai livelli base), la diversità culturale delle persone e il cibo (per noi italiani credo che in ogni parte del mondo, il cibo italiano ce lo sogniamo anche di notte) Un altro aspetto molto negativo è non aver legato con persone del luogo tranne una persona che, parlando bene italiano frequento. La barriera linguistica è forte.

Di cosa ti occupi ora e come ti sei reinventata una volta trasferita all’estero?

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Dopo circa 6 mesi dal nostro arrivo, ho iniziato a lavorare in una struttura ricettiva con un contratto di mini-job che prevede un compenso massimo di 450 euro mensili, nessun contributo e/o assistenza sanitaria, ma la possibilità di non dichiararlo al fisco. A distanza di un anno mi hanno proposto di essere assunta a tempo indeterminato, con tutte le tutele e stipendio migliore. Lavoro part time in cucina e servo ai tavoli. Nel frattempo, ho frequentato un corso di tedesco ed in futuro, migliorando l’uso della lingua, spero di avere l’opportunità di trovare un nuovo lavoro.

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Qui ho potuto mettere a frutto innanzitutto la mia precedente esperienza professionale di più di 25 anni nel settore legale, ho ottenuto il riconoscimento del mio titolo di avvocato e sono partner del progetto Maltaway, che offre una consulenza professionale a 360 gradi ad imprese e persone che vogliono trasferirsi all’estero. Noi seguiamo i clienti per portarli a delle scelte personali consapevoli e per guidarli nella realizzazione ed affiancandoli nelle fasi burocratiche, legali e fiscali. Malta è un paese che ha profonde radici culturali inglesi e pertanto vale la meritocrazia. L’isola vuole attirare persone che hanno voglia di fare, che hanno idee, progetti e affidabilità. A Malta non è difficile trovare lavoro, anche qualificato se si ha una buona base di inglese e delle competenze interessanti, oppure aprire un’attività autonoma grazie alla facile burocrazia e al sistema fiscale agevolante. Qui ho potuto anche mettermi in gioco nelle mie passioni, e forse questa è la parte che mi piace di più, e sono anche la responsabile del settore education per corsi di inglese e viaggi a Malta. Realizzo progetti per manager d’azienda o professionisti che vengono sull’isola a migliorare il proprio inglese, ma anche per ragazzi o ultracinquantenni desiderosi di apprendere la lingua. Mi piace soprattutto seguire e incoraggiare tutti quei giovani desiderosi di iniziare un’esperienza di studio o lavoro all’estero, partendo da un corso di inglese per 2 o 3 mesi, che spesso poi si traduce in una permanenza più lunga sull’isola. Mentre districarmi tra nuove leggi mi risulta ancora semplice, le conoscenze informatiche sono ancora in gran parte sconosciute ma nonostante ciò ho voluto creare un mio sito che non fosse la classica vetrina professionale statica, ma che avesse più dinamicità, spunti, riferimenti, idee, consigli, suggerimenti ed esperienze e… tanto colore. Mi diverte molto scrivere sul blog, anche se non sono una scrittrice, e narro di Malta ma anche di esperienze di viaggio personali e suggerimenti e consigli per lo studio della lingua inglese. Del resto anch’io mi sono ritrovata in un paese di lingua inglese e mi sono rimessa in gioco a studiare la lingua a 50 anni tornando anche sui banchi di scuola insieme a tanti ragazzi più giovani di me. Con qualche paura e difficoltà ma sempre con il sorriso e la gioia di condividere questa esperienza. Questa passione per la scrittura e l’amore per l’isola, mi ha portato anche a scrivere, insieme ad un’amica, una guida di Malta “Che senso ha Malta? Una guida insolita attraverso i 5 sensi, tra il giallo e il diavolo, mela!!!“. Più che una guida è un racconto attraverso gli occhi di chi vive sull’isola per scoprire gli aspetti più insoliti dell’isola e il senso di Malta, ma anche il senso del giallo, del diavolo e della mela. Se vi viene la voglia di scoprire il senso di Malta, venitemi a trovare. Devo dire che ho le giornate piene di cose interessanti da fare e di persone da incontrare, rigorosamente con vista mare ovviamente!

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Da 5 anni nella piazza di Telč (patrimonio UNESCO) ho aperto la mia Bottega. Mi sono reinventata a 51 anni. Creo gioielli artigianali, alternativi e contemporanei. Aprire un’attività non è stato complicato. Come prima cosa ho trovato uno spazio che i piaceva. Poi ho cercato una commercialista, che parlasse italiano e fortunatamente ne ho trovata una che lo stava imparando e aveva un’amica che invece lo parlava benissimo e ci faceva da interprete nei primi appuntamenti. Mi sono fatta spiegare cosa mi serviva. Ho aperto la partita IVA, non ricordo quanto ho speso, ma poco di certo. Sono andata nell’ufficio del mio comune per registrare l’attività commerciale senza spendere nulla e poco dopo avevo tutto per poter aprire la mia attività. Tutto qui è molto semplice e poco costoso, anche la vita costa meno che in Italia. Per quanto riguarda tasse: paghi se guadagni. Non esistono studi di settore o anticipi. Mensilmente devi pagare l’assicurazione sanitaria, che copre tutto, e il fondo pensione.

Come ci si trasferisce all’estero dopo i quarant’anni? Con quali forze e con quali debolezze?

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Credo che ognuno abbia la propria storia, che le esperienze vissute ti portino ad affrontare la decisione di partire in modo diverso. Da giovanissimi potrebbe prevalere un senso di maggiore libertà legata alla mancanza di legami e responsabilità, ma allo stesso tempo la scarsa esperienza potrebbe spaventare e far rinunciare. Il punto fondamentale per me è capire cosa si vuole per sé ed essere convinti che con un forte desiderio di ricominciare, forza di volontà e voglia di mettersi in gioco al 100%, si possa raggiungere l’obiettivo prefissato, indipendentemente dall’età e se si parta da soli o con la famiglia.

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A 50 anni non hai l’energia, la sfrontatezza, l’amore per il rischio di un ventenne ma hai dalla tua l’esperienza e la maturità personale e di lavoro accumulata negli anni che ti portano verso scelte più meditate, razionali e consapevoli. Non ci si lascia condizionare dagli altri, si è in grado di valutare e fare tesoro di suggerimenti e consigli, si è più responsabili e capaci di valutare i rischi, si sono già colte o perse tante opportunità, fatto errori e trovato soluzioni agli errori.

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Io sono emigrata con tanta voglia di farlo, anche se dopo quasi 7 anni un po’ stanca lo sono. Per emigrare a 51 anni ci vuole molta forza di adattamento e soprattutto non abbattersi ai primi ostacoli. Tante volte mi sono detta “ma cosa ci faccio qui?” e poi tornavo nella mia Bottega e tutto passava. La mia attività mi dà la forza di rimanere. Il rapporto con il mio compagno è forte e questo ci ha reso ancora più uniti di prima.

Un consiglio per chi vorrebbe trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni ma teme che quel treno sia salpato e che ci sia una età per tutto.

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Penso anche che se si pensa di partire, il sogno sia già ben chiaro e che ognuno meriti almeno di provarci a realizzarlo. Se davvero, all’estero fosse possibile avere una migliore qualità di vita, perché rinunciare senza provare, solo per la paura di fallire e tornare a casa? Noi siamo stati fortunati? Forse, ma abbiamo aiutato la fortuna a trovarci. Abbiamo rischiato, sofferto, lavorato duro, creduto in noi stessi e nelle nostre capacità, scommesso su di noi ed oggi siamo qui. Non posso dire che tutto sia stato facile o che lo sia tuttora. Ci sono i problemi lasciati in Italia che vanno comunque affrontati e da lontano diventa tutto più complicato; i genitori che invecchiano e che avrebbero bisogno della nostra presenza; la nostalgia di tutto ciò che abbiamo lasciato. In più le difficoltà che hanno tutti a ricostruire una cerchia di amici in un posto nuovo, riuscire ad imparare una lingua ostica ed accettare ed integrarsi in una cultura profondamente diversa. Malgrado tutte queste sfide siano ancora in piedi e vadano affrontate ogni giorno, siamo convinti di aver preso la decisione più giusta per la nostra famiglia e che ne sia valsa la pena.

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Per lavoro ho contatti con persone di diverse nazionalità e quello che ho notato è che gli italiani sono eternamente indecisi. In tanti sognano di vivere all’estero e tanti prendono informazioni così per curiosità. La scelta, con tutta la consapevolezza necessaria, deve però essere seguita dall’azione. Lasciare il porto sicuro e salpare verso altri lidi non è certo facile, potrete leggere pagine e pagine, confrontarvi con altri, ascoltare diversi professionisti ma alla fine la scelta di passare all’azione è solo personale. Serve coraggio? Un po’ sì ma non così tanto in realtà, quello che serve è una forte motivazione. Non è vero che il treno passa una sola volta nella vita e che passa solo quando si è giovani, è banale da dire ma durante il proprio tragitto si può anche scendere, tornare indietro, prendere un treno diverso. Siamo noi che ci poniamo barriere, limiti e confini non i treni della vita!

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Non c’è un’età giusta per espatriare, ci vuole voglia di fare e curiosità. Io ne sono la prova a 51 anni mi sono reinventata in un paese molto diverso dall’Italia. Ci vuole volontà e soprattutto bisogna imparare la lingua del posto (io non sono un buon esempio).

Ringrazio Barbara dalla Baviera, Rossella (Facebook, Sito e Libro) da Malta e Giliola (Facebook, Sito e Instagram) dalla Repubblica Ceca per aver voluto condividere le loro storie.

Io vi aspetto nei commenti, su Instagram e Facebook per discuterne ma come vedete: trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni è possibile!

Come organizzare un viaggio nel sud est asiatico: itinerario, dritte e info utili

Come organizzare un viaggio nel sud est asiatico: itinerario, dritte e info utili

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32 giorni, 580.000 passi, 390 kilometri a piedi, 9 città, 12 aerei ed una manciata di pullman. Questo è stato il nostro viaggio nel Sud Est Asiatico quando, freschi di laurea e con il lavoro ad aspettarci a Edimburgo, questa estate abbiamo potuto realizzare un sogno e passare un intero mese tra Myanmar (Yangon), Thailandia (Chiang Mai e Bangkok), Cambogia (Angkor Wat, Phomn Penh), Vietnam (Ho Chi Minh, Hoi An e Hanoi) e Hong Kong.

L’Asia ha da sempre un fascino incredibile su di noi ma più il viaggio si avvicinava e più ci rendevamo conto di avere anche tante paure e altrettanti pregiudizi.

In un viaggio nel Sud Est Asiatico devi mettere in conto diverse cose, dalle intossicazioni alimentari alla dengue, da qualche fregatura a qualche truffa e poi i pericoli seri e quelli atmosferici, monsoni compresi. Se poi deciderai di chiedere all’internet: apriti cielo, leggerai ogni tipo di avventura andata storta e ti chiederai se sarai in grado di farcela.

Non per nulla, durante il viaggio diverse persone mi hanno scritto per dire che avevo coraggio. Coraggio per gli scarafaggi giganti, per i topi, per la mancanza di igiene, per l’odore sempre così forte e via dicendo.

È successo però che a quel punto lì le mie paure erano a zero, ero in viaggio e stavo vivendo il mio percorso. Una volta che sei lì la percezione cambia e, a meno di imprevisti, ti accorgi che erano solo paure e che l’intera esperienza valeva le preoccupazioni del pre-partenza, quelle di chi ignora e non conosce.

Un viaggio così te lo devi godere. In silenzio, a volte in punta di piedi come quando entri nel privato di qualcuno e senza mai scordarti del tuo privilegio e delle tue possibilità.

Nel Sud Est Asiatico ho lasciato un pezzo di cuore, un pezzo grosso che non sapevo neanche di poter sentir battere così forte. Ho pianto, come una bambina, in Cambogia, sono stata smentita dai miei pregiudizi in Thailandia e sussultato in Vietnam, ho aperto gli occhi in Myanmar e compreso fino all’ultima delle mie fortune che ormai ero ad Hong Kong, nel pieno del periodo delle manifestazioni contro la polizia. 

Non c’è nulla che non rifarei ed ora vi racconto come si organizza un viaggio nel sud est asiatico senza l’aiuto di nessun tour operator e di nessuna agenzia ma limitandomi a ciò che ho vissuto in prima persona: non parlerò di paesi che non ho visitato questa volta se non per un piccolo accenno a Bali, meta di passate vacanze.

Per ogni altra informazione, scrivete una mail o ci vediamo su Instagram o Facebook.

Quanti soldi servono per un viaggio nel sud est asiatico?

Direi che questa domanda sia molta personale ma su Instagram ho cercato di dire ogni volta il costo di quello che compravo o facevo. Puoi vedere negli archivi le mie storie su Myanmar, Thailandia, Cambogia, Vietnam ed Hong Kong, per farti una idea.

In linea generale, e tolto il volo, un viaggio così può costare veramente poco ma è anche possibile viaggiare comodamente con un piccolo prezzo o esagerare, in base alle tue tasche e quanto vuoi e puoi permetterti. Per i pernottamenti potreste pagare anche solo un dollaro al giorno (già, davvero) e per mangiare tra i 5 ed i 10. Ma dipende da te, da quello che vuoi fare.

Molte attività hanno prezzi per turisti e quindi, in quel caso, meno di 50 euro difficilmente li spenderai e per visitare determinate attrazioni verrai anche tassato. Ti chiederanno qualche moneta per entrare nei templi, se sei straniero e per visitare mete turistiche come Angkor Wat (Siem Rep, Cambogia) ti chiederanno 37 dollari per un giorno e 62 per 3. Parte di quelle cifre finiscono in beneficienza (2 dollari per il biglietto giornaliero).  In Thailandia invece verrai tassato, indipendentemente dall’ammontare richiesto, 200 bath (circa 6 euro o 7 dollari) ogni volta che prelevi i soldi, per volere di una legge del Re che la sa lunga su come trattare i turisti.

Per il volo di 16 ore, noi abbiamo viaggiato con Emirates ed il costo è stato di 1400 sterline per due persone e con scalo a Dubai. Ma come sapete, con i voli dipende dal periodo e da quanto prima puoi prenotarli, fatti un giro su SkyScanner.

Quanti giorni dedicare ad un viaggio in questa parte dell’Asia?

Online leggi storie di persone che questo viaggio lo percorrono in mesi ma devo ammettere che a noi trentadue giorni sono bastati per non avere rimpianti. Ci sarebbe stata la possibilità di passare per la Malesia, per Laos o di scendere fino a Singapore ma sinceramente abbiamo apprezzato ogni scelta fatta ed ogni città attraversata.

Il solo volo prende un giorno pieno di viaggio e questo va considerato quando si organizza un viaggio simile, pertanto consiglio almeno 2 settimane per avere abbastanza il tempo per riprendersi dal jetlag e girare le città che avete selezionato senza correre.

Un possibile Itinerario nel Sud Est Asiatico: Myanmar, Thailandia, Cambogia, Vietnam e Hong Kong

Nella mappa potete vedere il nostro itinerario e farvi una idea ma la decisione non è stata affatto facile o scontata, abbiamo dovuto informarci molto per capire cosa ci piacesse e cosa ci convenisse, anche.  Quello che vi suggerirei è di chiedere: chiedere a chi c’è stato e studiare prima della partenza, guardando video e documentari per capire cosa vi interessa davvero e cosa siete disposti a fare per arrivare fin lì (non solo treni scomodi e assenza di bagni come li intendete voi ma anche zone malariche o a rischio di encefalite giapponese e via dicendo).

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Il nostro itinerario di 32 giorni nel sud est asiatico: Myanmar, Thailandia, Cambogia, Vietname e Hong Kong.

Serve il visto per Birmania, Thailandia, Vietnam, Cambogia e Hong Kong?

Prima della partenza è sempre bene verificare la situazione su Viaggiare Sicuri che è un servizio della Farnesina ma prima di entrare nel vivo del discorso voglio dirvi di non pagare agenzie per svolgere per voi queste pratiche. Se mettete da parte il visto per la Cina (lungo e complesso), gli altri sono facilissimi da ottenere. Vediamo come:

Il visto per il Myanmar potete acquistarlo online al costo di 50 dollari e viene rilasciato solitamente entro 3 giorni. Facile e veloce.

Appena meno costoso è il visto per la Cambogia, acquistabile anche questo online al prezzo di 36 dollari.

Per visitare la Thailandia non è necessario nessun visto per i cittadini Italiani: vi applicheranno solo un timbro all’aeroporto o al confine. A partire dall’entrata avrete 30 giorni da spendere all’interno del paese, se vorrete restare di più dovrete parlarne prima con l’Ambasciata e attenti: rischiate la prigione se senza autorizzazione.

Sono esentati dal richiedere il visto anche coloro che visitano per meno di 15 giorni il Vietnam mentre rimane obbligatorio per durate superiori.

Contrariamente alla Cina, Hong Kong non richiede alcun visto agli Italiani che intendono visitare la regione speciale fino ad un massimo di 90 giorni. Anche qui, in aeroporto metteranno un timbro sul passaporto e vi daranno una scheda identificativa da corservare. A noi, personalmente, non l’hanno chiesta indietro.

Questo post non parla dell’Indonesia ma essendoci stata, posso dirvi che anche lì non vi chiederanno alcun visto e potrete stare a Bali, per esempio, fino a 30 giorni dal vostro arrivo.

In linea di massima, non scordate di avere sempre una validità di almeno 6 mesi sul vostro passaporto o le cose potranno complicarsi e l’entrata esservi negata.

Dove dormire in Birmania, Thailandia, Vietnam, Cambogia e Hong Kong?

La scelta più veloce di solito è Booking ma se vorrete provare Agoda, il corrispettivo asiatico, non sarete davvero delusi. Le accommodations sono le stesse (e molte di più) ed i prezzi solitamente un pelo più bassi. In molti casi non dovrete neanche lasciare un deposito e di conseguenza non vi servirà la carta di credito.

Figo, no?

Come viaggiare tra un paese e l’altro nel sud est asiatico? Aereo, treni o bus?

La nostra idea iniziale sarebbe stata di muoverci solo con bus e treni locali ma avendo solo un mese e volendo ottimizzare i tempi, abbiamo scelto di utilizzare massivamente gli spostamenti aerei. Alla fine del nostro viaggio ne avevamo presi 12. Se sceglierete questo mezzo, tenete conto che spesso la durata indicata non è quella reale, in molti casi il nostro volo è durato meno della metà di quanto dichiarato.

Inoltre, i voli interni e tra i vari paesi cambiano spessissimo orario. Anche 2 o 3 volte, controllate quindi le vostre emails prima della partenza.

Per passare il confine tra la Cambogia ed il Vietnam abbiamo utilizzato un bus che si è rivelato una buona scelta ma ci sono da considerare diverse cose oltre al tempo impiegato ed una di queste è che una volta sul mezzo c’è il rischio che nessuno parli inglese. Inoltre, al confine perderete il Wi-Fi (sì, avete prenotato un bus con il WI-FI ma questo, scoprirete, non conta) e quindi anche tutti i vostri riferimenti. Il passaggio alla dogana è un esercizio di fiducia perché i vostri passaporti saranno ritirati dal driver o da una terza persona che non saprà dirvi una parola di inglese ma una volta al confine e dopo un salire e scendere dal bus (due volte) per essere accolti da militari e – se siete fortunati – scarafaggi giganti, dovrebbe essere filato tutto liscio: avrete il vostro visto.

Esiste Uber in Vietnam, Myanmar, Thailandia e Cambogia?

Uber, o meglio il suo corrispettivo Grab, esiste e va alla grande. Non sempre è legale, per esempio all’aereoporto di Bangkok era vietato con tanto di cartelli ma non per strada. O almeno, era pieno di drivers.

L’applicazione di Grab funziona benissimo ed esattamente come Uber, ti consente di sapere in anticipo il costo – davvero piccolo – del viaggio. Malgrado l’aiuto della tecnologia, qualche volta il tuo driver non saprà leggere la mappa e ci vorrà un poco di pazienza.

In realtà questa App è davvero molto bella perché permette di lavorare con i turisti anche coloro che non parlano una parola di inglese e sono tanti.

Diversi tassisti ci hanno, a malincuore, mandati via perché non sapevano leggere il nostro alfabeto e non riconoscevano quindi l’indirizzo dell’hotel. Con Grab questi problemi non ci sono.

A seconda del paese nel quale sei, potrai prenotare una macchina ma anche una moto dopo puoi salire anche in 3 (compreso il guidatore) o un delizioso tuk tuk. Su quest’ultimo ci sono salita in qualche occasione ma sempre pensando di morire mentre sfrecciavano nel traffico senza nulla a dividere tra me e l’asfalto ma… son cose da provare!

Come sono i bagni in Thailandia, Myanmar, Vietnam e Cambogia?

Vi farà sorridere ma questa è una delle domande più ricorrenti nei vari forum ed è anche comprensibile. Io posso dire che ne vedrete delle belle ma che questo mio consiglio vi salverà: portatevi sempre dietro un rotolo di carta igienica.

Nella maggioranza dei casi, troverete infatti il doccino, strumento intelligente molto amato dai locals che sicuramente potrà fare anche al caso dei turisti. Solo che schizza ovunque e non per niente calpesterete molti bagni con i pavimenti belli bagnati e… in quelli dei templi mi è capitato di doverci entrare scalza.

Nelle zone turistiche qualche volta troverete della carta igienica a disposizione o acquistabile ma sarà abbastanza raro. Portate un rotolo con voi e non ve ne pentirete.

A quel punto però seguite bene le istruzioni che trovatesulle porte dei bagni: in diversi casi le tubature non reggerebbero la carta, che andrà quindi gettata nei secchi. Paese che vai, regole che trovi.

In quasi tutti i paesi che ho citato, l’odore delle fognature era una costante per strada ma nulla batterà il Myanmar. Eppure, davvero, ci si abitua a tutto ed il gioco vale la candela.

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Ualla, che bel bagno in Myanmar!
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Scalza nei templi. Scalza nei bagni dei templi. #sopravvissuta

Cosa evitare assolutamente nel sud est asiatico? Truffe, turismo sessuale e sfruttamento animale

Dal ragazzo che ha dato il suo cellulare ad un autista Grab per controllare un indirizzo e si è visto portar via lo stesso, incredulo, a quello che è stato aiutato da un locale con un perfetto inglese che lo ha accompagnato a fare un giro dei suoi amici venditori anziché al Palazzo Reale, le truffe sono all’ordine del giorno ed in diversi casi vi capiteranno situazioni un po’ al limite. Ci sarà la persona dalla quale vorrai comprare un dolcetto ma che continuerà a riempire la busta fingendo di non parlare più inglese o quello che applicherà una maxi tassa sul tuo acquisto. Sta a te decidere come prendere questi episodi, io ho deciso che non valeva la pena di prendermela ed in molti casi ho riflettuto sulla mia fortuna di turista occidentale. Vuol dire che i turisti vadano spennati? No, però io non me la sono presa.

Se siete su questa pagina mi auguro non siate tra i rappresentanti di quella atroce fetta di persone che ci rende il primo paese a fare turismo sessuale, perché chiaramente sareste tra i peggiori esempi della nostra Italia.

Evitate anche di aumentare il business legato alle donne giraffa, non vi è nulla di meraviglioso, solo essere umani che condannate a modificare il proprio corpo per le vostre foto.

Un altro aspetto assolutamente evitabile è lo sfruttamento animale: dite NO alle tigri sedate e picchiate per la vostra foto ricordo e NO allo sfruttamento di scimmie ed elefanti. Questo articolo non parla di Bali né dell’Indonesia ma nel dubbio, dite NO anche al caffè dei Luwak.

Dicendo sì, alimenterete sfruttamento e sofferenza.

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Spettacoli per il turismo sessuale con esemplari maggiorenni (nel poster).

Malaria, Encefalite Giapponese, Colera e altre malattie che troverete tra Thailandia, Myanmar, Vietnam e Cambogia. E sì, anche ad Hong Kong!

Tra le numerose preoccupazioni che avevamo c’era il discorso delle malattie che potresti prenderti una volta nel sud est asiatico. Dopo diversi viaggi dal nostro GP (il centro medico: viviamo in Scozia e non in Italia), le nostre paure sono scese di parecchio ma abbiamo preso comunque delle precauzioni che troverai nel capitolo successivo e deciso, in alcuni casi, di vaccinarci.

Quali malattie ci preoccupavano all’idea di camminare tra Myanmar, Thailandia, Vietnam, Cambogia e ad Hong Kong?

La prima era la malaria, una malattia che uccide 435mila persone ogni anno, soprattutto negli angoli più remoti del mondo. Per ammalarsi di malaria basta una puntura lasciata sulla nostra pelle dalla zanzara sbagliata, quella vettore. Per questo è importante controllare le zone malariche prima della partenza. Nelle grandi città turistiche solitamente il livello sarà Low to no risk o Low risk. Che vuol dire? Che le statistiche di incidenza sono basse e che la decisione è vostra: io vi consiglierei di vaccinarvi se il vostro viaggio include mete più insolite e remote. Fatelo.

A questo proposito vi consiglio due siti quando si parla di malaria: Fit for Travel, dove vedrete la mappa con le varie zone colpite ed il nostro Viaggiare Sicuri. Nei due link che ho messo come esempio, trovate la mappa delle zone malariche in Myanmar e la scheda sulla Thailandia e la sua situazione sanitaria.

Un’altra brutta bestia è l’encefalite giapponese che uccide nel 30% dei casi e lascia conseguenze neurologiche in un altro 30%. Tra tutte, questa malattia ci faceva più paura. Persino nella bella Hong Kong poster governativi consigliavano la prevenzione e la vaccinazione sebbene abbiano solo tre brutti casi ogni anno.  Anche in questo caso, le statistiche erano dalla nostra parte e abbiamo deciso di non vaccinarci ma è stato un pensiero durante tutto il viaggio.

La dengue credo che sia la maledizione principale quando ci si reca nel sud est asiatico perché tanti viaggiatori se la prendono e ci sono 390 milioni di nuovi casi ogni anno, secondo la World Health Organisation. Insomma, della dengue avevamo paura ma di come prevenirla ne parleremo nel capitolo successivo.

Il colera, tra tutte le possibili sfighe, era la malattia che ci preoccupava meno. Nel 75% dei casi neanche ti accorgi di averla o hai solamente una leggera diarrea ed il vaccino comunque non previene al 100% questa tossinfezione.

Abbiamo avuto una leggera diarrea durante questo viaggio? Ma chiamiamola con il suo vero nome: abbiamo avuto una diarrea epocale che ci ha benedetti da Yangon (Myanmar) a metà soggiorno in Thailandia (con il suo apice a Chiang Mai). Cosa fare in questi casi e se l’enterogermina del pre-partenza ha fallito? Entrare nel primo 7/11 e chiedere l’imodium (immodium in inglese). E’ universale e… funziona! Inoltre, sarà argomento di conversazione una volta rientrati in Italia, che le pillole non le vendono in scatola e se chiedi due cartine ti guardano come tu fossi una pussy.   

Come difendersi da dengue, malaria ed encefalite giapponese e perché assicurarsi prima di un viaggio nel Sud Est Asiatico? E per il colera quali sono le precauzioni?

Con per la testa tutte queste orrende malattie, il nostro pensiero è stato subito: come possiamo prevenire tutto questo? La risposta sono dei repellenti da spruzzarsi addosso ma non un semplice anti-zanzara.

Una volta in Asia, troverete degli ottimi prodotti ma già prima della partenza vi consiglierei di acquistare uno spray o uno stick con un alto contenuto di DEET (+ contenuto uguale maggiore durata), il principio attivo che terrà lontane le zanzare da voi. Noi ci siamo trovati bene con questo al 50% di DEET ma tenete a mente che dovrete avere la pazienza di spruzzarlo più volte al giorno e specialmente di sera. Di nuovo, fatelo!

Con questo tipo di prodotti puzzerete di chimico per un po’ ma direi che ne vale proprio la pena. Un consiglio? Non spruzzatevelo addosso mentre siete in una stanza piccola o senza finestre come un bagno o vi verrà da tossire, soffocati, e di brutto. Leggete bene le etichette, non credo siano prodotti consigliati per le donne incinte.

Un altro prodotto che vi consiglierei è il Bio Kill, un insetticida ecologico che potete spruzzare sulla valigia e in camera, vicino a finestre e porte. Non macchia e tiene lontane le varie striscianti e volanti schifezze esotiche.  

Per proteggersi dal colera è invece importante pulirsi i denti con l’acqua in bottiglia E bere dall’acqua della bottiglia, specialmente in Birmania. In uno dei paesi visitati l’acqua veniva presentata come la più sicura di tutta l’Asia ma non vi scrivo qui il nome del posto perché non ho trovato evidenza online: preferite l’acqua in bottiglia a quella del rubinetto perché potrebbe essere non potabile o dannosa per il vostro stomaco.

Per prevenire il colera è bene evitare cibo riscaldato o prodotto in assenza di acqua pulita, frutti di mare e verdure che non sai bene dove siano state sciacquate o come.

Tutto molto giusto ma personalmente dopo una settimana non ne potevo più di tutte quelle accortezze e non ho detto no a niente, senza alcuna ripercussione. La maledizione del viaggiatore me l’ero già presa al primo giorno, dopotutto e malgrado le mille precauzioni.

Non mi dilungherò sull’assicurazione. Serve e va messa in contro prima di un viaggio così, come avere la lungimiranza di farsi portare in un ospedale anziché un altro se vi trovate al confine, come dicono le guide più importanti. Se ne avrete la possibilità, chiedete di raggiungere un ospedale internazionale e la vostra assicurazione salderà il conto. Senza di questa, potreste avere fatture da decine di migliaia di dollari, senza esagerare.

Come si mangia nel sud est asiatico?

La risposta potrebbe essere: come non si mangia! Nel senso che la cucina laggiù è certamente speziata ma anche certamente deliziosa.

Provare per credere!

Lasciatevi tentare dalla frutta del mercato (specie se non sbucciata e quindi senza rischi per il vostro pancino), ordinate dai banchetti e godetevi tutto: Siete in Asia e ci siete arrivati dopo averla tanto sognata!

Se avete nostalgia del red o del green curry, potete leggere le ricetta che ha condiviso con me una donna Thai.

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I meravigliosi frutti che troverete nei mercati.
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E quei mercati dove imparerete molto.

Come collegarsi ad internet nel sud est asiatico? Come funziona con il cellulare?

Se atterrerete con l’aereo, sarà proprio in aeroporto che avrete la risposta che state cercando: nei banchetti troverete del personale che vi proporrà abbonamenti convenienti per farvi navigare su internet e setterà per voi il telefono. Lasciateli fare, sanno quello che sanno e normalmente, parlano anche inglese.

Se avete un telefono dual-sim avrete fatto bingo, potrete tenere la vostra e aggiungere quella locale, senza aver bisogno di stare troppo attenti a ricordare dove avete messo la schedina Italiana.

In alcune zone, però, sarete senza internet come lo siamo stati noi tra le rovine dei templi di Siem Reap, per esempio: in quel caso è sempre bene scaricarsi prima le mappe di Google Maps, per non essere mai presi alla sprovvista laddove non avete punti di riferimento.

Come cambiare i soldi nel sud est asiatico? Quali valute sono accettate in Birmania, Vietnam, Cambogia, Thailandia e a Hong Kong?

Cambiare i soldi è molto semplice, vi direi di diffidare dai vari negozietti che potreste trovare in giro (la scrivente fu truffata a Bali, proprio al cambio) e di affidarvi agli ATM, i bancomat che troverete un po’ ovunque e quasi certamente accanto ai negozi 7/11.

A livello di convenienza, pensate bene a quanto prelevare perché le commissioni potrebbero essere altine, soprattutto in Thailandia dove ogni transazione di prelievo verrà tassata, come detto, di 6 euro per ordine del Re.

In linea di massima, noi abbiamo prelevato la valuta locale in ogni paese ma il dollaro americano è stato richiesto ed accettato sia in Birmania che Vietnam e Cambogia. Molto ma molto meno accettato in Thailandia. 

Come ripasso generale, in Myanmar la valuta è il Kyat birmano, in Thailandia il Baht thailandese, in Cambogia il Riel cambogiano, in Vietnam il Đồng e ad Hong Kong il Dollaro di Hong Kong.

Che prese portarsi tra Myanmar, Vietnam, Cambogia, Thailandia e Hong Kong?

In molti hotel è stato possibile utilizzare le nostre prese italiane sui plug del posto ed in un caso anche quella britannica ma ogni paese ha le sue regole.

Nelle foto vi metto cosa dovrete aspettarvi in Cambogia, Myanmar e Thailandia ma ricordatevi in linea di massima che in Myanmar troverete le prese D (ma anche C, F e G), in Cambogia, Vientam e Thailandia le prese A (ma anche B e C) e ad Hong Kong le G (ma anche D e M).

Confusi? Prendetevi un adattatore universale.

C’ho messo di piu’ a fare questo viaggio o a scriverne? La seconda ma se siete arrivati fin qui probabilmente avrò risposto a molti dei vostri dubbi e questo mi fa piacere.

Per ogni altra informazione, scrivete una mail o ci vediamo su Instagram e Facebook.

Ricetta per il Green Curry ed il Red Curry Thailandese

Ricetta per il Green Curry ed il Red Curry Thailandese

Tom Yum Soup by Me

Siete stati al ristorante sotto casa e avete lasciato il palato sopra al red curry thailandese ma non sapreste come farlo a casa? Vi capisco e sono qui per questo!

Questa estate sono tornata in Asia per un mese perché l’Asia mi chiama da sempre ed è lì che mi sento la straniera – mai la cittadina come invece mi capita in Europa – più felice del mondo.

Di quel viaggio mi riprometto di parlare presto per raccontarne le sfumature più dolci e quelle più dolorose ma oggi torno sul blog con le ricette di due piatti Thailandesi che amo moltissimo e che ho imparato a cucinare in quel di Chiang Mai.

In questo post avrete due opzioni e ben quattro ricette Thailandesi.

Potrete infatti decidere di cucinare partendo dalla realizzazione dei pesti o prendere quelli già pronti e dedicarvi solo al brodo.

Sta a voi, ma nel dubbio qui troverete tutto quello che vi serve per cucinare una ottima cenetta thailandese.

Pronti? Iniziamo dai pesti!

Pesto rosso o red paste thailandese

Ingredienti:

8-10 peperoncini thailandesi rossi.
6-8 spicchi di aglio
80 grammi di cipolle
Un pizzico di cumino in polvere
Un cucchiaio da cucina di miso
20 gr Citronella, possibilmente fresca
60 gr Galangal
2-3 foglie di Kafir lime

Procedimento:

  1. Lasciare in acqua i peperoncini per 15-20 minuti e aspettare che si ammorbidiscano.
  2. Aggiungere tutti gli ingredienti nel mortaio e pestare per 30 minuti. Sì, 30 minuti sono tanti ma la nostra insegnante consigliava un’intera ora. Alzate la mano se non pensate di potercela fare. Ecco, a voi basterà frullare tutto per 1 minuto, il sapore non sarà perfetto ma avrete risparmiato un bel po’ di tempo.
Red Paste: Gli Ingredienti, red curry thailandese
Red Paste: Gli Ingredienti

Pesto verde o green paste thailandese

Ingredienti:

6-8 peperoncini verde thailandese
6 Foglie di basilico dolce (non il nostro! Cercate il basilico thai.)
6-8 spicchi di aglio
10 foglie di coriandolo (se non amate questo sapore, non mettetele!)
80 grammi di cipolle
Un pizzico di cumino in polvere
Un cucchiaio da cucina di miso
20 gr Citronella, possibilmente fresca
60 gr Galangal
2-3 foglie di Kafir lime

Procedimento:

Esattamente come per il red curry. Sorpresi? Io no, sono semplici pesti! Una volta che avrete trovato gli ingredienti non sarà difficile preparare questo buon pranzetto.

Green Paste: gli ingredienti, Green paste thailandese
Green Paste: gli ingredienti

 

Green curry Thailandese ricetta
Nel mortaio in attesa di essere pestati

Parliamo invece del procedimento per portare a tavola un buon curry thailandese, indipendentemente da se il pesto lo abbiate fatto voi o comprato.

Ecco qui la ricetta che aspettavate!

Red e Green Curry, la ricetta

Ingredienti:

1-2 cucchiai da tavola di olio di semi
6 cucchiai da tavola di acqua
6 cucchiai da tavola di latte di cocco
1 cucchiaio da tavola di salsa di soia
1 manciata di vegetali a vostra scelta (carote, broccoli, fagiolini…)
Foglie di basilico dolce thailandese a piacere.
1 foglia di kafir lime
1 spicchio di galangal
1 citronella a pezzi
1-2 cucchiai da cucina del vostro curry preferito (verde o rosso)
1 cucchiaino di zucchero di canna
1/2 cucchiaino di dado ai funghi se siete vegetariani o vegani, lo stesso quantitativo di pesce se mangiate tutto.
1 lime

Procedimento:

Per questa ricetta sarà necessario avere un wok (pentola popolare in Asia di forma semisferica) ma nulla vi vieta di provare con una pentola profonda.

  1. Mettete l’olio di semi nel wok.
  2. Aggiungete le foglie di kafir lim, il galangal, la lemongrass tagliuzzata e la curry paste e… friggete finche’ non uscirà un gran profumino ma senza bruciare tutto!
  3. Aggiungete 3 cucchiai di latte di cocco ed i vegetali e girate per 5-8 minuti.
  4. Aggiungete altri 3 cucchiai di latte di cocco, l’acqua ed il dado in polvere.
  5. Portate il liquido a bollire.
  6. Aggiungete la salsa di soia, lo zucchero e continuate a lasciar bollire finche’ le verdure non saranno cotte secondo il vostro gradimento. Il consiglio è di lasciarle un pochino indietro e non farle lessare.
  7. Spegnete il fuoco.
  8. Aggiungete il basilico dolce thailandese.
  9. Versate nelle ciotole.
  10. Decorate a piacere, con latte di cocco, basilico dolce thailandese e peperoncino rosso. Aggiungete il succo di lime per avere un sapore strepitoso.
Red Curry Thailandese la ricetta
Red Curry Thailandese

 

Green Curry Thailandese - La ricetta
Green Curry Thailandese

Non vi sentite pronti per vincere MasterChef Thailandia? Forse no ma spero queste ricette possano esservi utili.

Sono state pensate per essere mangiate da vegani e vegetariani ma se amate la carne potete aggiungere dei dadini di pollo nel wok al punto 4 e usare il brodo di pesce invece di quello vegetale. In quel caso, non aggiungete la salsa di soia.

Se invece avete perso l’uso delle papille gustative e amate il coriandolo, potete aggiungerlo sia nel brodo – in fase di cottura – che alla fine come guarnizione. Personalmente penso che basti il basilico e che i due sapori siano troppo forti assieme ma i gusti sono gusti!

Il curry thailandese si sposa bene accompagnato dal riso ma se lo lasciate lento andra’ bene anche come zuppa che potrete ulteriormente arricchire, in base al vostro gusto, con ginseng thailandese, curcuma o aggiungendo la buccia del kafir lime.

 

Che dire?

Taggatemi e mandate foto dei vostri esperimenti e scrivetemi per maggiori informazioni. Che non vi prometto niente ma avrei altre ricettine imparate tra Giappone, Thailandia, Cambogia, Vietnam e Cina… stay tuned!

Fine di un espatrio ad Aberdeen

Fine di un espatrio ad Aberdeen

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Leaving the Old Way

Quanto ho aspettato questo momento e quanto fermamente l’ho voluto, come ogni volta che desideri le cose che non puoi avere, almeno non subito ed in quella impazienza credi di perdere la testa.

Mi ricordo giornate che non passavano mai, i pomeriggi bui e sempre quelle stesse cose da fare che mi sembrava di stare a sprecare la vita pur essendo fuori, dove la vita dovrebbe essere e accadere.

Non ho amato questo espatrio ad Aberdeen, lo sanno anche i muri, lo sanno tutti coloro che ho incontrato perché non sono mai stata abbastanza brava da fingere grazia e meraviglia.

Mi spaventa però aver atteso la fine dell’Università e quindi la mia libertà per quattro anni per realizzare di aver visto quegli stessi anni volare, in un attimo, ricordandomi più che mai quanto la vita sia breve e quanto poco tempo ci sia concesso su questa terra, dopotutto.

Qualcuno saprà che una serie di imprevisti mi hanno portata via da Aberdeen per un paio di settimane non preventivate e da allora tutto è stato una corsa, vuoi il trasloco vuoi i vari impegni.

Ho avuto poco tempo per sentire, ascoltarmi, sedere a riflettere su come sto.

Le emozioni sono arrivate tutte assieme dopo una serata a salutare un paio di amici, una delle tante serate che passi quando sei quella che vai via, quando mi son ritrovata senza difese e triste, con le lacrime agli occhi a pensare a ciò che perdo.

Senza magone, perché mi sposto a tre ore di treno e non vado a vivere dall’altra parte del mondo come fu per l’Australia ma con il dolore di perdere la mia routine e le mie persone, i miei punti fermi qui.

Quel dolore l’ho sentito tutto.

Mi vengono in mente quei primi incontri, quando ero appena arrivata e mi sentivo così sola qui e piano piano sono arrivate loro, le amiche che cercavo. Un pranzo alla volta, un caffè che diventa un drink e siamo diventate noi.

Mi viene in mente il sentirmi così indietro rispetto agli Scozzesi al lavoro, quelli che avevano la lingua dalla loro, per poi scoprirmi capace a volte anche più di alcuni di loro, capace giorno dopo giorno di ribattere, organizzare e trovare il mio posto a quel tavolo, ridendo durante le pause, complici.

Ci sono stati gli amici, quelli in Università che alla mia età non avrei pensato di trovare, quel parlare fitto durante le lezioni con la mia amica preferita e tutti quei ragazzi Italiani incrociati per i corridoi, alcuni arrivati per rimanere nel mio cuore per sempre.

Ci saranno i professori, quelli che sono stati essenziali e ai quali dobbiamo tutto e ci saranno per sempre i disabili con i quali ho lavorato quasi tre anni fa, quelli degli urli con bava alla bocca e delle coccole prima di andare a letto o nella vasca con le bolle. Ho detto ciao ad uno di quei musetti proprio ieri sera e mi è stato risposto “ma guarda che io entro nella tua valigia, portami con te!”, proprio come diceva mio nipote da piccolino.

Casa nostra, quella che aveva persino il bidet. Il gatto del quartiere che ci accompagnava a fare la spesa in estate, il piccione al quale davamo da mangiare. Quegli incontri quando pensavi di avere avuto già tanto. l nostri posti.

Tante cose è stato il mio espatrio ad Aberdeen, tanto mi ha dato e molto mi ha tolto ma se guardo indietro, diavolo se lo rifarei, rifarei tutto.

Ora pero’ è il momento di andare, destinazione Edimburgo.

La Cerimonia di Laurea in Scozia e la mia famiglia che viene a trovarci

La Cerimonia di Laurea in Scozia e la mia famiglia che viene a trovarci

Tanti anni fa sognavo di poter invitare la mia famiglia a stare da noi, sarebbero venuti nella nostra villa australiana, quella con la piscina sul retro e l’orto nascosto tra le recinzioni.

Avrei fatto trovare loro la tessera per il bus, preparato i dollari per evitargli le commissioni e li avrei portati nei miei posti che elencavo tutti nella mia mente, dal primo all’ultimo.

Quel sogno lì si è sbriciolato fino a non rimanere che un ricordo ma il desiderio di portare chi amo nel mio mondo è rimasto e me lo sono coccolata stretta.

Sapevo che avrei voluto far vedere loro alcuni posti di Aberdeen e di Edimburgo e sapevo anche che il tempo sarebbe stato poco, che in certi luoghi non sarebbe stato possibile passare e che non puoi spiegare tutto del tuo mondo con una visita.

Poi è successo.

La mia famiglia è venuta a trovarmi per la mia proclamazione di laurea, a trovarmi per davvero per la prima volta da quando vivo all’estero e finalmente mi sono ritrovata nell’insolita e privilegiata posizione di essere quella che aspetta agli arrivi internazionali, sbirciando impaziente ogni volta che le porte si aprono.

Avevo tanti desideri e sapevo che avrei voluto far vedere loro l’Università che purtroppo però rimaneva un poco fuorimano ma la fortuna ha voluto che ci premiassero anche quest’anno come due degli studenti più meritevoli e che si potesse andare tutti proprio lì dove tanto sangue abbiamo gettato su libri, dispense e progetti.

L’Università è stata il mio posto felice, il fiore all’occhiello nella grigia Aberdeen, dove tutto è stato dopotutto possibile e dove tutto ci siamo presi.

Sentir chiamare il mio nome è stato emozionante perché questa volta c’era qualcuno a guardarci scendere le scale e ritirare il premio dalle mani del nostro professore ma ho tenuto le lacrime ferme, le ho lasciate indietro perché non era il momento né il luogo.

Mi sono divertita, me la sono goduta tutta.

Dopo poche ore sarebbe iniziata la cerimonia di laurea vera e propria e di nuovo non ero pronta per quello che sarebbe successo, immaginavo una fila ordinata per ritirare il diploma in ordine alfabetico e invece mi è poi sembrato di far parte di qualcosa di molto più grande.

Una cerimonia nel senso più religioso e caldo del termine.

Non ero pronta a vedere i miei professori entrare seguendo la donna con la cornamusa, tutti con indosso le toghe colorate e pregiate, non ero pronta a ricevere la benedizione del prete – io che credo in nulla ma che nel buono trovo pace – e non mi aspettavo di ricevere la pergamena dalle mani di un benefattore che molto ha fatto per la mia Università e per Aberdeen tutta.

Un milionario che ci definiva il futuro, coloro che dovranno riparare agli errori e alle mancanze della sua generazione, un uomo sorridente e pacato che ha atteso che tutti e 200 scendessimo le scale per andargli incontro ed in quello stringersi le mani ha trovato l’umiltà e la grazia di spendere due parole con ognuno, per complimentarsi e incitarci a fare e fare ancora.

Non era scontato nulla, non la presenza dei nostri professori, non il teatro organizzato per accoglierci e neanche il rinfresco ed i cocktails gratuiti per noi e le nostre famiglie.

Questo ha voluto dire studiare in Scozia e lo hanno capito persino i miei che di questo percorso sapevano poco ma che quel calore e quella generosità l’hanno percepita tutta, incantati.

Ho di nuovo sentito l’esigenza di commuovermi, di lasciar scendere le lacrime dagli occhi mentre la musica scozzese riempiva la sala ed il mio stomaco tutto ed il rito si consumava.

Non l’ho fatto perché di nuovo non era il momento, eravamo troppi, tutti assieme e identici dentro le nostre toghe bianche e nere, con quel cappellino opprimente che avremmo voluto lanciare verso il cielo e lì dimenticarci per un poco di quello che verrà ora che non avremo più il privilegiato compito di poter imparare mentre il mondo aspetta.

Ho deciso di non piangere neanche guardando mio marito indossare il kilt per la prima volta e annodare nervosamente la cravatta una volta, poi due ed infine altre tre. Ho deciso di non piangere vedendo la casa piena della mia famiglia e nel mezzo delle cose che per quattro anni sono state solo nostre.

Ho pianto alle partenze, in aeroporto, quando i miei sono andati via.

Tutto è stato perfetto.

Ed io sono tanto piena e tanto grata per questo.

Mi sono laureata in UK. E ora?

Mi sono laureata in UK. E ora?

MI SONO LAUREATA IN UK, LAUREA IN UK, LAUREARSI IN GRAN BRETAGNA, STUDIARE IN GRAN BRETAGNA, STUDIARE IN UK, LAUREATA E ADESSO, DOPO LA LAUREA, IT, LAUREATA NEL SETTORE IT, LAUREA IN GRAFICA, LAUREA WEB, LAVORARE IN UK.png

Mi sono laureata e sentita come dopo il giorno del mio matrimonio.

Ho odiato essere al centro dell’attenzione per tutto quel tempo, ero pietrificata davanti al fotografo che era venuto a casa, mi sembrava di non poter sopportare le pose finte e neppure le luci.

Eppure quando tutto è finito ho avuto un paio di mesi in cui mi sentivo depressa, ero passata dall’organizzare una festa così bella all’aver toccato tutte le tappe che mi ero prefissata.

Laureata, avevo preso casa e mi ero sposata.

Che rimaneva? Mi dissi che rimanevano i figli ma l’idea mi faceva pensare ancora di più, che le tappe poi sarebbero state le loro e non le mie.

Niente, di grande in vista per me non c’era più niente di così grande e la cosa mi spaventava e non poco.

Poi sono partita per l’Australia, avevo fame ed è ricominciato tutto da capo.

Lasciando l’Italia la montagna russa è ricominciata, le emozioni sono tornate ad essere immense ed anche se tremavo nello sforzo di tenere la rotta, mi sentivo piena e appagata.

Sono passati quasi quattro anni da quel giorno che misi piede per le prima volta in Università, era Luglio e quel luogo mi sembrò tutto quello che volevo.

In più c’era il dramma dietro l’angolo, che sembrava mi avessero rifiutato il pagamento della retta e c’era la paura folle di non poterla avere.

Pestavo i piedi, stringevo le mani, io volevo – volevo – studiare lì, in quella costruzione con i vetri, la biblioteca enorme ed i computer dappertutto.

Tutto si risolse, allora, gli anni sono passati e siamo arrivati fino a qui.

Ho sognato questo momento per tanto tempo eppure è riuscito ad arrivare cogliendomi impreparata, smarrita e senza le idee chiare su nulla.

E’ finita, non sono più una studentessa, non devo più ricordarmi di respirare tra un impegno e l’altro.

Posso lavorare e basta.

È finita, finita sul serio e di nuovo torno a pensare di aver raggiunto tutti quegli steps che in qualche modo fanno parte del bello della vita.

Cosa ci sarà da adesso in poi di così bello?

I primi giorni mi sono sentita persa, senza uno scopo, non uno così grande e spaventata all’idea di ricominciare a vivere una vita sola.

Poi è arrivata la pace, la calma, il bello e la libertà. Le coccole sul divano, le uscite, le chiacchiere, il bere senza pensieri ed i progetti senza lacci al collo.

Mi sono goduta tutto, ripresa tutto ma in un angolino della mente rimane quella domanda.

E ora?

Cosa succederebbe se tornassi ad essere quella – onorevole – persona che ero, quella che aspetta le ferie ad Agosto e compra le tende e mobili carini per la casa.

Che male ci sarebbe, mi dico?

Niente, proprio niente, ma l’idea mi atterrisce mentre questi giorni, calmi, passano.

Mentre ritrovo le cose che mi piacciono e cerco di capire cosa farò di una vita a suo modo ancora intera.
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(Mi sono laureata in UK, laureata per davvero.)

Il mio primo Pride

Il mio primo Pride

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Be Proud.

Avevano in mano un manifesto di stoffa, stile patchwork e mi erano sembrati belli, anziani come altri passati poco prima dentro un pullman che sventolava le bandiere arcobaleno. Questi erano a piedi e li ho fotografati sorridendo, la marcia era appena partita ed io ancora non mi permettevo di entrare a farne parte, rimanendo ai lati.

Abbastanza per supportare, abbastanza lontana per non sentirmi una menzogna: non sono lesbica, non sono trans, non ho sofferto certe pene ne’ stata discriminata perché desideravo vivere.

Gli anziani con il manifesto di stoffa sono andati avanti e noi siamo rimasti lì finche’ i miei capelli non hanno attirato l’attenzione di qualcuno che conoscevamo: “Serena, Alessio“.

Succede sempre così, sono i capelli.

“Ma li avete visti quei quattro che protestano? Noi siamo migliaia, loro quattro”.
“Bigots”, rispondo, ma davvero non li ho visti.

Una donna ci viene incontro per darci le bandiere e farci entrare nella marcia. Il mio primo Gay Pride lo ricorderò proprio così, inclusivo con tanto di discorsi tradotti anche nel linguaggio dei segni ed attorno a noi tante sedie a rotelle, un uomo con le stampelle ed un sorriso buono che mi rimarrà nel cuore, anziani, tanti, genitori fieri, bambini con le magliette dedicate alle loro famiglie arcobaleno e poi tanti, tantissimi brand a metterci la faccia: Argos, Sainsbury’s, Nando, Topshop, Wagamama, Royal Mail, Costa e chi più ne ha più ne metta.

La società intera scesa in piazza.

Il cielo è inclemente ma noi siamo più forti, le bandiere sventolano al ritmo di qualche tamburo, Alessio ride. Un politico parla e noi siamo proprio lì sotto, arriva una donna transessuale che chiede un minuto di silenzio per tutti coloro che muoiono per il solo fatto di non essere nati etero. Ho le lacrime negli occhi ma ecco che vuole anche un minuto di rumore ed urla, perché dobbiamo farci sentire, perché esistiamo e vogliamo continuare a farlo.

È uscito il sole, non durerà che pochi minuti, davanti a noi gridano al miracolo, ci sentiamo benedetti. Dio non esiste ma se c’è allora ci ama. Due ragazze si baciano con tenerezza e non smettono di tenersi per mano.

Ritrovo il gruppo di anziani con il manifesto di stoffa, stanno cantando ma lo fanno ai bordi della strada, guardandoci. Colgo l’occasione per leggere il loro slogan “protest in armony“, protestare con armonia, ed eccoli lì a cantare in una specie di falsetto, come se fossero in Chiesa, muovendo braccia e mani.

Non capisco le parole ma il cervello inizia a rimuginare: Stanno… stanno protestando?

Beh, stanno protestando ma con armonia, senza insultare.

Aspetta, Serena, guardati attorno.

È questa l’armonia?

Un gruppo di ragazzi sui diciotto anni li sta guardano con uno sguardo triste. Potrebbero urlargli “bigotti, andatevene!”, non lo fanno, hanno solo uno sguardo pieno di dolore.

È il loro giorno, il loro pride.

“Protestiamo con armonia e vi amiamo MA… per favore in nome di Dio X potreste evitare di innamorarvi, scopare, avere una famiglia, vivere e andarne pure fieri. Ci va bene che esistiate ma evitate di vivere, per favore. Sì, stiamo protestando contro i vostri diritti ma ve lo chiediamo in armonia”.

Che arroganza e che stupidi noi a permetterlo.

Il gruppo di ragazzi avrà anche lo sguardo triste ma nel mio c’è una rabbia inaudita, mai provata prima per degli sconosciuti.

Bigotti, maledetti bigotti.

Con quale diritto?

Nascondersi dietro la parola armonia per lanciare comunque frecce avvelenate.

Non sono lesbica, non sono transgend e non ho sofferto certe pene ma non ti puoi girare dall’altra parte solo perché non riguarda te. Sono stanca di tollerare scempiaggini, stanca di sentire – come dirà Patrick Harvie durante il suo discorso – che i diritti di LGBT+ vanno riconosciuti secondo la coscienza del singolo.

Siamo nel 2018 ed è il caso di svegliarsi.

Per coloro che stanno ancora dormendo sognando paesaggi di plastica, cari miei, siete il passato, noi continueremo a crescere di numero ed un giorno non ci sarà libertà di espressione che tenga quando si tratta di diritti umani.

Vi vergognerete anche solo di pensarle, certe cose.

Avevo per la testa questo odio, tutto questo odio ma poi un dubbio mi è venuto. E se…? Dopotutto le parole delle canzoni non le avevo capite mica, così tornata a casa ho cercato il nome dell’organizzazione e scritto loro.

“Vi ho visto al Pride di Edimburgo ma non penso di aver capito, eravate a favore o contro?”

“A FAVORE!!”, mi hanno risposto, in pochi minuti.

Sono caduta sulla sedia, sconvolta per tutto quel risentimento rivolto contro sconosciuti che semplicemente non avevo capito perché – in quel momento – non ne avevo gli strumenti: mi ero immaginata tutto, persino gli sguardi tristi dei ragazzi che li ascoltavano “protestare”.

Sentendomi un pizzico, ho capito.

Non è forse così per tutti?

Fraintendere l’altro senza farlo neanche parlare, non capirlo e parlargli sopra pur di provare a non sentire le sue ragioni? In una giornata così bella – perché così bella era stata – come quella del mio primo Pride, io avevo trovato – senza cercarlo, per carità – qualcuno da odiare, il mio capro espiatorio ed ero stata così brava da averci visto il noi verso il loro, partendo in quarta.

Credo sia l’esempio di quanto ciò che non capiamo al volo o conosciamo possa infastidirci fino a spaventarci, facendoci diventare chi non vorremmo.

Quando forse basterebbe fermarsi a parlare per comprendere che di differenze ce ne sono tante ma che nel frattempo è meglio se rimaniamo umani.

Buon Pride a tutti!

Se ti chiedi perché marciamo forse non sai che in 72 paesi essere omosessuali è un reato punito con carcere, sanzioni o condanna a morte.

“When sexuality is no longer even an issue for discussion, then we can stop marching.”, Jamie Greene MSP

Gay Pride Kiss
Uno dei quattro “veri” contestatori in una foto di @calumcam

Trasferirsi nel Regno Unito, tutto quello che devi sapere

Trasferirsi nel Regno Unito, tutto quello che devi sapere

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Stai pensando di trasferirti nel Regno Unito e non sai come muoverti? Questa guida potrebbe fare al caso tuo, in questo documento infatti tratterò diverse tematiche tra le quali come difendersi da un datore di lavoro che non paga e come trovare casa e lavoro.

Pronti? Cominciamo!

– Che documento serve per venire in UK?

Questa è una bella domanda in un periodo di incertezza come questo ma vi assicuro che il passaporto è la scelta migliore.

Qualcuno nei forum vi dirà che la carta di identità ha gli stessi diritti finché siamo in Europa ed è vero ma non ci sarà modo di farvela accettare in banca, per esempio. Sì potreste litigare e magari potrebbero finire con l’accontentarvi ma io non rischierei di non poter aprire un conto.

Sul sito del governo si parla di passaporto anche per entrare, se il Brexit dovesse finire in un NO DEAL al 29 March 2019, cosa che ad oggi non sappiamo. Sì la data potrebbe cambiare ma sto riportando quanto scritto sul sito del governo ad oggi.

Investite in un passaporto, la vita sarà più semplice.

– Come richiedere il NIN, il National Insurance Number che serve per lavorare?

Per lavorare in Scozia e Inghilterra è necessario richiedere questo codice che somiglia un po’ al nostro concetto di codice fiscale, un insieme di lettere e numeri che identificano una persona in un paese che non usa la carta di identità.

L’appuntamento per il rilascio del NIN si prende chiamando il numero 0800 141 2075. È possibile prendere appuntamento mentre si è ancora fuori dalla Gran Bretagna? Sì ma devi gia’ sapere il tuo futuro post code. Senza un’abitazione il NIN non sarà rilasciato e fonti non ufficiali dicono che ci sia una certa resistenza nell’accettare il post code degli ostelli ma questo non saprei confermarvelo.

Sul sito del governo vi diranno di portare all’appuntamento un documento che provi la vostra identità e che può essere il passaporto, la patente, la visa lavorativa, il certificato di nascita o quello di matrimonio. Come vedete la carta di identità non rientra tra i documenti accettati e men che meno lo sarà in caso di hard brexit.

Come è stata la mia esperienza per prendere i NIN?

Leggo che di solito l’appuntamento venga dato a stretto giro, non fu così per noi che ci mettemmo un paio di settimane per avere una data. A questo dovete aggiungere altre 2-4 settimane che è il tempo che impiegheranno per inviarvi la lettera contenente il NIN.

E nel frattempo che si fa se non hai il NIN? Puoi lavorare senza il NIN?

Senza NIN puoi lavorare così come viene specificato sul sito del governo, è consentito purché tu lo abbia richiesto. Ma non tutte le aziende ti prenderanno in considerazione senza.

– Come aprire un conto bancario nel Regno Unito?

Le versioni che leggerete nei vari gruppi Italiani saranno diverse perchè le cose sono cambiate e magari cambieranno ancora.
Cinque anni fa era possibile aprire un conto senza alcuna proof of address, bastava il passaporto ed il fatto di essere Europei. Non è stato così per noi che senza il NIN siamo stati quasi 2 mesi senza un conto in banca.

Per questo motivo il vostro primo obiettivo deve essere il NIN o una alternativa forma di proof of address, una prova che abitiate in UK.

Se le cose dovessero mettersi storte o se la proof of address tardasse ad arrivare, il consiglio è di aprire un conto Revolution, si fa online e vi garantisce un conto bancario britannico ed un IBAN europeo.

– Cosa è una proof of address?

Un documento che provi che state vivendo in UK. Può esser l’estratto conto bancario, la lettera del NIN o il pagamento della council tax, una tassa che dovrete pagare – se non siete studenti e quindi esenti – sia che affittiate sia che siate proprietari.

Senza una proof of address vi sarà impossibile persino avere un abbonamento per il vostro telefono e di conseguenza sarete costretti a pagare il triplo per poter navigare, acquistando una prepagata.

– Come trovare casa nel Regno Unito? Ci sono differenze tra Inghilterra e Scozia?

Innanzitutto occhio alle truffe perché sono più che frequenti, diffidate da chiunque vi chieda dei soldi prima di farvi vedere una casa e se respirate odore di bruciato… scappate!

Trovare casa può essere facile o molto difficile, dipende infatti dalla città dove andrete a vivere. In Aberdeen non avrete problemi a trovare una abitazione dignitosa, le cose si complicheranno ad Edimburgo dove le case in affitto non sono numerose o Londra dove per affittare dovrete vendere un rene.

Ovunque voi siate però un buon punto di partenza sarà sempre Gumtree, simile al nostro subito.it o portaportese. Un’altra strada è di rivolgersi alle agenzie che però raramente rispondono alle mail, dovrete quindi essere disposti a presentarvi di persona o alzare la cornetta.

Se siete alla ricerca di una stanza da condividere i siti migliori sono certamente questi, dove è possibile sbirciare i possibili coinquilini:

Mi hanno chiesto di pagare la tassa sulla TV ma non la ho, cosa posso fare?

Se in Italia non pagare la tassa sulla TV è una cosa complicata, qui in UK è facilissimo: compila questo form per comunicare che non hai una TV e quindi sei esente da questa tassa.

Non fare il furbo, possono venire a controllare.

– Mi hanno chiesto di pagare la council tax, che cosa è e quanto costa?

Come detto è una tassa sull’abitazione nella quale si vive in affitto o come proprietari. Sarete esenti da questa tassa nel caso in cui foste studenti, il che vi eviterà di dover sborsare un bel po’ di soldi.

La council tax varia a seconda del valore dell’abitazione. Per esempio per Aberdeen potrete pagare un minimo annuale di £827.17 ed un massimo di £3,039.86, una bella spesa mensile.

Nella tassa è compresa la tassa dell’acqua e per l’utilizzo della rete fognaria.

A differenza dell’Italia però non ho mai avuto spese condominiali da quando vivo in Scozia (idem in Australia) e mai ho dovuto pagare per avere un amministratore. A turno si puliscono le scale o si vive senza nessuno che le lavi.

– Come si trova lavoro in Inghilterra e Scozia?

Anche in questo caso Gumtree sarà una buona base di partenza per lavori solitamente non qualificati. Se Avete delle skills ecco i migliori siti:

Se siete graduated, ovvero appena laureati, ecco ulteriori siti utili:

Un consiglio spassionato è quello di dire addio al curriculum formato europeo che qui non è molto considerato e di puntare su CV mirati. Applichi per un posto da cameriere? Investi tempo per creare un CV ad hoc dove spieghi quanto tu sia bravo con il pubblico.

Se non hai esperienze rilevanti non preoccuparti, puoi parlare delle tue skills nel CV e scrivere perché desideri quel lavoro nella cover letter, un elemento essenziale per la buon riuscita della tua candidatura.

Che cosa è una cover letter e come si scrive?

Uno scritto breve nel quale raccontarsi professionalmente, riassumendo i punti chiavi e spiegando perché si è interessati proprio a quel lavoro. È buona prassi indirizzare la lettera alla persona delle risorse umane o all’ufficio del personale della società che vi interessa e far riferimento alla stessa.

Prima di un colloquio ricordate di informarvi sull’azienda, vi chiederanno sempre perché avrete scelto di candidarvi e vorrete avere una risposta. La cosa vi prenderà non più di 5 minuti, basta un breve giro sulla pagina web aziendale, per esempio.

Qui alcuni suggerimenti utili per un cover letter efficace.

Cosa ti chiederanno durante un colloquio?

Questo potrà cambiare in base al lavoro e all’azienda per cui avete applicato ma una cosa rimarrà invariata: le referenze.

In tutti i posti di lavoro mi hanno sempre richiesto due referenze dai miei precedenti datori di lavoro o superiori.

Se le vostre esperienze lavorative sono avvenute in Italia ed i vostri capi non parlano una parola di inglese, io vi consiglierei di aiutarli a scrivere o di indirizzarli presso un sito per copiare ed incollare una lettera di raccomandazione classica. Perché le referenze comunque vi serviranno, ditelo ai vostri datori di lavoro prima di lasciare l’Italia: saranno sicuramente contattati.

Cosa fare se mi trovo male al lavoro? Come denunciare un datore di lavoro in Gran Bretagna?

Malgrado le nostre più rosee aspettative e l’idea che avevamo dei britannici, anche in UK ho visto tanto schifo e molte ingiustizie lavorative.

Il primo passo che vi consiglierei per far valere i vostri diritti è di chiamare il 0300 123 1100 e vi risponderà l’ACAS, Advisory, Conciliation and Arbitration Service, che vi fornirà informazioni e consigli, gratuitamente.

Una alternativa è certamente fare un salto al Citizens Advice Bureau piu’ vicino a voi, anche in quel caso l’assistenza sarà gratuita.

Per rivolgervi ai sindacati – le cosidette unions – dovrete prima iscrivervi e pagare un quota ogni mese, altrimenti non sarete ascoltati.

– Come trovare un dottore in UK e cosa è il GP?

Il GP è il general practitioner, una figura molto simile al nostro medico base e per lui dovrete passare per qualunque cosa, dal ginecologo ad una tosse. Il bello è che visite e prescrizioni saranno gratuite, anche se in Inghilterra dovrete pagare una piccola somma in alcuni casi. In Scozia invece la sanità è completamente gratuita cosi’ come l’istruzione Universitaria (triennale), fino a che saremo ancora in Europa.

Per trovare un dottore dovrete semplicemente cercare i più vicini a voi e presentare domanda, solitamente recandovi in loco fisicamente.

Anche in questo caso le cose possono complicarsi, le cliniche in alcune città hanno un limite di nuovi pazienti che possono accettare e questo per me ha voluto dire vivere in Edimburgo e star male per tre settimane senza nessuno che volesse vedermi. In questo caso c’è la possibilità di esser visitati d’urgenza da un qualsiasi medico ma vi assicuro che non sono mai stata richiamata malgrado avessi dichiarato di avere un problema al cuore.

Per avere un GP in alcune città vi servirà perseveranza e di presentarvi nell’esatto giorno che vi diranno voi, fare la fila, compilare dei moduli piuttosto semplici e sarà fatta. Ma chi prima arriva meglio alloggia, gli altri saranno mandati via.

In questa fase vi chiederanno anche se siete favorevoli o contrari a donare i vostri organi, siate lungimiranti. 🙂

– Cosa succederà dopo la Brexit?

Mi dispiace ma a questa domanda ricorrente non posso rispondere perché è difficile sapere se ci sarà un deal, un accordo o se rimarremo in bilico ancora per molto tempo. Settled e pre-settled status saranno parole che sentirete nominare continuamente ma al momento nessuno sa come andrà a finire.

Un link governativo utile è certamente questo, almeno per ora, il resto sono speranze e supposizioni.

Come leggerete sulla pagina del governo, avrete tempo per sistemare la vostra situazione fino al 30 Giugno 2021, 31 Dicembre 2020 se dovessimo uscire dagli UK senza un accordo.

Per ora è tutto, per qualsiasi domanda, scrivetemi.

Cinque cose che ho imparato iniziando a fumare

Cinque cose che ho imparato iniziando a fumare

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Per motivi che non mi sento di dire nè ho intenzione di dichiarare, ho iniziato a fumare all’età di 35 anni e 4 mesi.

Sì, avevo provato da ragazzina per inserirmi nel gruppo del mio liceo ma oltre tossire non ero riuscita a fare molto altro.

Sì, avevo baciato le labbra di un fumatore e mi erano sembrate buone ma avevo preferito portare le mie chiappe altrove.

Sì, c’erano state le sigarette con l’Amica fumatrice, quelle scroccate da fumare assieme durante le nostre chiacchierate ma erano solo un momento, solo un momento nostro.

Perché la dipendenza non l’avevo mai capita, era un vizio che non mi apparteneva, che sentivo lontano e abbastanza da fessi, pure sciocco.

Per motivi che non voglio specificare ho deciso di provare a fumare, alla sera, scoprendo cinque cose che non sapevo.

1) che il fumo non solo fa schifo ma costa pure tanto, come è giusto che sia. Questo lo sapevo già, intendiamoci, mi ha sorpresa sapere che io sono disposta a pagare per una cosa che non mi piace, però.

2) che il fumo ti placa la fame nervosa della sera, vizio quello che dopotutto era una coccola per placare i sensi lasciati iperattivi dopo giornate di lavoro e studio. Non l’ho vissuta come una conquista ma come una perdita.

3) che l’odore del fumo diventa una cappa, una densa nuvola bianca di fronte a te. Si fa fatica a respirare con le finestre chiuse e non puoi vedere con chiarezza, gli occhi a mezz’asta per il fastidio, il naso che si chiude.

4) che sono andata a camminare e l’ho sentita, l’ho sentita davvero la fatica improvvisa. In così poco tempo? Non ci avrei mai creduto.

5) che una cosa succede alla tua lingua, che diventa cotta come una frittella di broccoli e sembra avere una patina perenne addosso, anche la mattina dopo. Fastidiosa, stupida, un incredibile ostacolo quando stai mangiando ed i sapori, semplicemente, sono diversi. Lo avrò messo il sale?

Per tutti questi motivi ho pensato di avere il dovere di aggiungere la mia nel dire che fumare fa schifo.

Ho googlato per giustificare i miei pensieri, cercando una risposta che dicesse che qualche sigaretta male non fa, che non sto mica fumando come le persone con cui sono cresciuta.

Le risposte sono state coese, sito dopo sito, nel dire che basta una sigaretta al giorno per ammalarsi – al 60% in più dei non fumatori – di cancro.

Una!

Anche questo ho pensato che potesse essere utile saperlo, anche se le sigarette continuano ad andar via come le ciliegie, quando viene sera.