L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

Ora tutti diventati Italiani

Non posso dire che sia stato proprio facile emigrare ma spesso ho sentito di essere avvantaggiata rispetto ad altri: senza alcun merito e per il solo fatto di essere nata in Italia, avevo un passaporto fortunato, la pelle bianca, una buona educazione ed una conoscenza scolastica della lingua inglese. Quando incontro le persone del posto sanno sempre da dove vengo, conoscono l’Italia, amano Roma e finiscono con il chiedermi cosa io ci faccia qui. Perché lasciare un luogo da sogno come lo stivale? Se mi seguite da un po’ i miei motivi li sapete e così la mia storia ma oggi vorrei raccontarvi percorsi differenti dal mio. La storia di quattro persone che hanno lasciato il proprio paese per vivere proprio nel mio, in quello dove io ho deciso di non vivere più. Come saranno stati accolti loro da noi Italiani? Cosa è accaduto loro di bello e brutto da quando sono arrivati?

Vi invito a tenere il segno leggendo la storia di Eliana, peruviana giramondo che oggi ha una scuola di lingua ad Aberdeen, di Liliana, rumena della quale vi parlai presentandovi il suo toccante libro ciliegie amare dove racconta la sua esperienza di badante in Italia, di Yann, francese trasferitosi a Bologna per amore e di Rezarta, albanese che lo stivale lo ha raggiunto con la nave diventando infine cittadina Italiana.

Leggete le loro storie per scoprirne i punti di incontro nel descrivere l’Italia, le loro esperienze belle e le disavventure che hanno avuto mentre camminavano proprio accanto a noi. Spero questa intervista possa, magari, farci cominciare ad ascoltare gli stranieri che vengono a vivere in Italia. Sono ancora stranieri 5 anni dopo? E 10? E 20? Sono curiosa di sapere le vostre risposte dopo aver letto questo articolo.

Ciao, raccontaci un po’ di te e di cosa ti ha portato a vivere in Italia.

Sono nata nel 1968 in Romania, in pieno comunismo. Una vita di privazioni e lavoro. Ero una madre divorziata, con due figlie in piena adolescenza e lavoravo come tecnico produzione in una fabbrica di abbigliamento dove facevamo vestiti per tutti i grandi marchi del mondo. All’improvviso le fabbriche hanno iniziato chiudere “grazie” alla globalizzazione, cercavano paesi dove proporre stipendi persino più bassi dei nostri. Così mi sono ritrovata senza lavoro e in una situazione di disperazione. Piangendo ho fatto la mia borsa e piangendo ho passato le frontiere: lasciavo indietro le mie figlie, non mi ero mai separata da loro.

Mi chiamo Rezarta ma è un nome che in Italia sbagliano tutti, così mi faccio chiamare Resi. Ho 36 anni e sono venuta in Italia a 6 anni quando è caduto il regime in Albania nel 1991. Siamo venuti con le barche e siamo stati tra i primi. Fortunati, perché eravamo in stiva grazie al nostro vicino marinaio mentre gli altri erano stipati.

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L’amore mi portò nel bel paese. Finii in Italia perché mi sposai un italiano. Sono cresciuta in Perù ma da adolescente mi spostai in Brasile per fare l’università dove andai per ottenere la mia laurea in lingue e turismo. Le mie origini sono peruviane e tedesche, i miei genitori mi diedero quella spinta per viaggiare e spostarmi per il mondo fin da piccola e, quando si separarono, mio padre tornò in Germania e mia madre si spostò in Giappone. La mia curiosità per ciò che c’era da scoprire era enorme e quando conobbi il mio ex marito avevo 24 anni: arrivai in Italia, sposata, in un piccolo paesino del sud. Bellissimo. Un aggettivo che non gli fa merito, un posto da sogno ma che comunque mi stava stretto.

Ciao, mi chiamo Yann, ho 39 anni e vivo da più di 10 anni in Italia. Più precisamente, a Bologna nel cuore dell’Emilia-Romagna. Sono francese ma di origine italiana essendo figlio di un emigrato ciociaro. Mi sono trasferito in Italia per amore. Anche per amore dell’Italia, conosciuta durante le mie vacanze estive. Alcuni chiamano la mia decisione, il richiamo delle origini. Sono arrivato con pochissime parole d’italiano a disposizione ma il mio inglese scolastico mi ha salvato soprattutto a Bologna. Nei paesini sperduti, un po’ meno. Per non so quale miracolo, in pochi mesi, iniziavo ad interagire sempre di più. Dopo aver passato tante ore ad ascoltare delle trasmissioni televisive (tranne i dibattiti politici, ne sono ancora traumatizzato), letto tanti libri e cercato il più possibile di ignorare le facce storte della gente quando facevo alcuni errori sicuramente gravissime per le orecchie, ho deciso di fare dei corsi intensivi ed eccomi qua, quasi bilingue. Alla faccia dell’inglese che facevo ancora fatica a praticare e lo spagnolo che ho dimenticato per fare spazio alla lingua di Dante.

Quale è stato il tuo primo impatto con l’Italia?

Primo impatto con Italia? Terribile! Ero vuota dentro la mia anima, ero come morta dentro. Vedevo la bellezza di Roma, gli alberi meravigliosi, diversi di quelli da casa mia, le rovine antiche, pensavo che fosse bello, ma non sentivo gioia, solo un immerso distacco. Mi sentivo buttata all’improvviso in un oceano, non capivo niente, non sapevo la lingua, non volevo essere lì, ma dovevo rimanere, per forza.

Il primo impatto con l’Italia è stato con le persone: vedevo tanta gente caotica ma affettuosa. La prima volta che l’ho vista aveva un colore diverso dall’Albania ma bello. Ero piccola ed imparare l’Italiano è stato più facile. In quegli anni ho visto che in Italia venivi accettato molto bene se sapevi integrarti. Non è stato molto facile integrarsi perché dalla Sicilia al Piemonte ho visto la vera discriminazione che c’è in questo paese. Il fatto che tutti venissero invitati al compleanno e tu no. Perché eri l’albanese.

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Arrivata in Italia mi sentivo un po’ soffocata, senza privacy perché lì tutti sapevano tutto di te, ogni passo, ogni uscita ed una femmina indipendente alla ricerca del lavoro non era ben vista. Comunque, feci velocemente amicizia ma quando parlavo con la gente notavo che c’era un interesse non in conoscermi come persona ma in quello che possedevo. Allora, decisi che non era per me.

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Il mio primo impatto con l’Italia è stato il mio primo viaggio in treno tra Bologna e Venezia. Era un treno regionale affollato, non ero preparato e più o meno mi era sembrato di essere in una lavatrice o dentro il motore di un vecchio diesel. Ero abituato al silenzio dei treni francesi e all’improvviso mi sono ritrovato in questo vacarme (baccano) assurdo. Un urlo continuo, eppure nessuno era arrabbiato, parlavano solo. Da allora, ho capito cosa intendesse mio babbo quando mi diceva che gli urli di sua mamma spaventavano i piccoli parigini del suo quartiere. Ancora oggi non capisco se la gente in strada parla o litiga.

Come è andata la ricerca del lavoro in Italia? Essere straniero ti ha limitato o favorito?

Ricerca del lavoro in Italia? All’inizio non sapevo parlare la lingua, così ho trovato un lavoro come badante in Basilicata, a nero 500 euro al mese, senza giorno libero. Ero chiusa come in un carcere. Dopo 3 mesi, ho trovato un altro posto a Perugia e su tutto ciò ho scritto il libro Ciliegie Amare, pubblicato anche in italiano da Laterza. Essere straniera non è un vantaggio quando cerchi lavoro, comunque. Dopo 14 anni, faccio ancora lo stesso lavoro, assistenza per gli anziani. Ho provato tanto a fare il mio mestiere, ho mandato CV a destra e a sinistra, sono andata dalle agenzie per il lavoro e presentata come tecnico dell’abbigliamento. Fino al giorno in cui una signora mi ha detto (eravamo solo noi due) che potevo essere pure tecnico di astronave, senza una raccomandazione non mi assumeva nessuno. Essere straniero vuol dire che nessuno ti può raccomandare per anni, non conosci nessuno e deve passare tanto tempo prima di guadagnare la fiducia delle persone. E poi, quando hai fatto tutto bene e ti presenti ad un posto di lavoro adatto alla tua qualifica ecco che, come mi hanno detto, il fatto di aver fatto la badante per anni incide sulla loro risposta negativa. Come sarei stata incapace di fare è un’altra cosa. È strano: ti impediscono di lavorare perché non hai raccomandazioni, poi ti bloccano di nuovo se hai accettato lavori umili. Per me una croce.

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Fino all’arrivo della crisi non ho mai pensato di essere limitata nel lavoro perché straniera, poi con la crisi sì. Mi è stato proprio detto in faccia che secondo il nuovo socio era stato stupido tenere una albanese come me con tutti gli Italiani disoccupati in giro. Anche se io sono cittadina italiana dopo 28 anni qui. Vado a votare. E quel razzista quando ha saputo che votavo ha detto che suo padre si sarebbe rigirato nella tomba. Gli ho risposto di farlo girare due volte, che vota anche mio marito!

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Non volevo fare soltanto la casalinga, mamma e moglie. Riuscì a trovare un lavoro in una scuola secondaria e da lì non smisi mai di lavorare ma con stipendi ridicoli, contratti mensili, precari. Ero consulente in lingue, terza fascia se ero fortunata, pendolare per due ore minimo al giorno. Tra un contratto e l’altro andavo avanti. Grazie al lavoro di mio marito, riuscivo a spostarmi all’estero per brevi periodi, ma ogni due anni si tornava sempre in Italia, con la difficoltà di ritrovarmi ancora una volta dentro la burocrazia, la mentalità di paese e la mancanza di un lavoro non precario. Allora un giorno, decidemmo di provare la Scozia, facemmo le valigie e partimmo. Qui in Scozia ci siamo trovati bene, tutto è semplice ma con il freddo non si scherza e ad un certo punto abbiamo considerato di andare via ma i bimbi erano già grandi e non si decideva più per noi ma per loro. La Scozia ci aveva accolto bene, ci aveva aperto le porte, poteva dare un futuro a loro e siamo rimasti qui. Purtroppo, qualche anno dopo mi divorziai e allora comprovai quanto la Scozia sia giusta nelle opportunità che ti dà se ti integri. Sola, con due figli che volevano restare con me qui e non volevano tornare in Italia, decisi di buttarmi capofitto e realizzare uno dei miei sogni nel cassetto. Nel 2018 aprii la mia piccola scuola di lingua, la Careli Language Services di Aberdeen, nell’est della Scozia e tutto è andato così bene che a volte mi sento privilegiata. Sì, lavoro molte ore ma vedo i frutti. Con il Covid abbiamo dovuti chiudere l’ufficio ma si continua a crescere con lezioni online per bimbi, adulti, corsi di preparazione per gli esami di scuola, di inglese e di altre 10 lingue: abbiamo studenti in tutto il mondo a cui offriamo i nostri servizi con lezioni private e di gruppo.

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Venuto il tempo di cercare un lavoro, non essendo nato in una famiglia che ha venduto il suo castello della Loira per mantenermi dell’altra parte delle Alpi, non ho mai ricevuto risposte. Niente. Da nessuno. Ah no, non è vero. Una sola. Ma il colloquio non è andato a buon fine. Eppure, avevano trovato il candidato perfetto, un madrelingua francese. Una settimana dopo, avevano trovato un altro madrelingua francese ma che in più parlava tedesco. Niente. Da allora, ho detto basta e mi sono lanciato nelle traduzioni e vari impegni. Mi arrangio così. Tanto, tutti mi hanno detto di dimenticare il posto fisso. Come unica risposta avevo solo quella: manco in Francia l’ho avuto. Meglio così, sennò non sarei finito in Italia! Non saprò mai se il mio nome è stato un freno, a volte al telefono alcuni credono che sia un nome cinese…

Ti sei sentito accolto dagli Italiani? Puoi raccontare un episodio bello, uno brutto ed uno assurdo?

Durante il tempo ho avuto varie esperienze, brutte, belle, assurde. Sono stata accolta e respinta, dipende dalle persone che ho incontrato. Esperienza brutta: in Basilicata, lavoravo come badante, di sera mi facevo una tisana, era freddo, in pieno dicembre. Mi hanno detto che facevo finta di essere una signora, che ero venuta in Italia per fare la vita bella. Non riuscivo a capire il perché, mi hanno detto che tutto costa, il tè costa ed io lo stavo in qualche modo rubando loro, bevendone una tazza. Ho bevuto con lacrime. Esperienza assurda: scoprire appunto che il lavoro di badante viene considerato una macchia sul CV. Mi ci sono voluti degli anni per capirlo. Fino a un colloquio di lavoro dove mi hanno pure detto questa cosa. Boh! Esperienza bella: essere abbracciata dai lettori italiani, specialmente donne, hanno letto il libro Ciliegie amare, il libro parla dell’emigrazione ed e stato presentato in Sardegna, a Venezia, a Torino e così via ed io mi sono trovata con donne che erano mamme, sorelle, figlie di quelli partiti lontano e all’improvviso eravamo uguali.

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Un episodio bello da raccontare è che a volte anche i conoscenti, come può essere un vicino di casa, ti accolgono. Soprattutto in Sicilia la gente ti accoglieva a braccia aperte, facendoti sentire uno di casa. Episodi brutti direi quello del compleanno di cui sopra. Particolarmente brutto è quando ti dicono “Sei Albanese? Non si direbbe! Hai la faccia sorridente”. Ah, gli Albanesi non sorridono? Devo capire cosa è la faccia da Albanese.

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Le persone non accoglievano bene gli stranieri e tutti i miei studi non servivano a niente perché in quei posti si trovava lavoro per amicizia, principalmente. Per la gente io ero diversa, comunque coraggiosa a spostarmi sola ma sempre diversa, non si socializzava salvo che con la famiglia e gli amici di infanzia di mio marito. Precedentemente avevo viaggiato molto per la mia giovane età, avevo vissuto in Asia e visitato tutta l’America Latina. In Italia era diverso.

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Ogni tanto, dagli Italiani mi sento dire, hai lasciato la Francia per l’Italia? Sei pazzo, non l’avrei mai fatto! Però, quando elenco gli ingredienti della pasta alla carbonara cucinata lì, i ravioli ed i cannelloni in scatola ed i bagni chiusi in un buco di 1 metro quadrato senza bidet, ecco che cambiano idea. A parte gli scherzi, mi sono sentito accolto subito da parte degli italiani e sono consapevole che non è la stessa cosa per un italiano che sbarca in Francia, soprattutto a Parigi. Ma non lo è nemmeno per un francese del sud che finisce in quella città. Gli italiani, per me rimangono un popolo gentilissimo e accogliente. Lo so, vale soprattutto per gli europei ma questo calore, questa genuinità, è stato un ottimo rimedio contro le prime difficoltà incontrate. Ho trovato sin da subito degli amici e amiche straordinarie. Poi, ovviamente, ho incontrato tantissima gente in dieci anni, chi si congratula per il mio italiano, pensando di trovarsi di fronte ad un turista (tra la mia macchina fotografica sempre al collo e il mio accento tenace), chi mi fa delle battute ironiche quando capisce di ritrovarsi davanti ad un francese… come se si potesse fare di tutta l’erba un fascio. Ma anche chi, soprattutto in rete, ovviamente, mi ha pregato di tornare da dove venivo perché non ero gradito. Sentimenti sgradevoli per fortuna rari nella vita reale. Uno dei miei momenti più belli è stato quando, nei dintorni di Firenze, seguendo il navigatore sono finito in una stradina isolata e sterrata. Con l’impossibilità di tornare indietro perché circondata di muri. L’unica soluzione era di suonare a quel cancellone e mi vedevo già con una carabina sulla tempia o circondato dai carabinieri. Invece, mi aveva aperto questo signore anziano che mi ha aiutato a fare manovra e poi siamo rimasti 20 minuti a parlare di tutto e niente. Non ho mai chiesto se si fosse fidato della mia faccia, del mio chihuahua sul sedile posteriore o dei suoi due molossi che mi hanno impedito di uscire della macchina. Un momento assurdo invece, l’ho visto quando andando all’inaugurazione di un supermercato: lo fecero benedire da un prete. Solo in Italia, ho pensato. Per i momenti brutti, a parte delle battutine sgradevoli, per fortuna li sento solo al TG.

Cosa hai imparato ad amare di più dell’Italia e cosa non sopporti?

Amo Italia, la sua cultura, non mi sazio mai di vedere musei, città d’arte, ho visto Firenze varie volte, quando sento che c’è qualche mostra in un posto dove posso arrivare, io vado. Amo la sua ricchezza culturale e sono felice perché ho l’opportunità di sapere di più. Non sopporto il fatto che il povero è trattato da scemo. Che le persone contano solo se hanno un mestiere alto, devi essere un dottore per essere salutato qualche volta, non sopporto il disprezzo per l’emigrante visto come un povero disgraziato. Non è cosi, infatti adesso sto facendo distribuzione dei libri in lingua rumena, qui non abbiamo librerie e ci mancano i libri nella lingua nostra perché vi posso assicurare che le badanti leggono di più che altre persone e non è questione di tempo libero. Avere un lavoro umile non dovrebbe essere una vergogna.

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La cosa che mi piace di più è l’Italia stessa, è proprio un bel paese. Nelle strade della Roma che hai camminato ci ha camminato Giulio Cesare prima di te. C’è la storia ovunque ti giri! Ricordo la gita a Roma che giravi l’angolo e c’era la fontana di Trevi! E poi oddio, la cucina italiana! Vuoi mettere? In Albania son solo brodaglie, ficcano tutte le verdure a bollire e fanno dolci super zuccherosi che ti fanno venire il mal di testa. Dell’Italia apprezzo l’Italia e gli Italiani. La cosa che non sopporto dell’Italia è che siete razzisti verso voi stessi, dal sud al nord razzisti. Si cerca di fregare lo Stato senza capire che lo Stato siamo noi! Siamo tutti. Quando vado in un ufficio pubblico ed il dipendente statale si rivolge a me con una cattiva maniera, io mando la lettera di reclamo. Non mi puoi trattar male. Sono una persona, non devi fregarmi.

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Dell’Italia, cosa ho imparato ad amare di più? Vabbè, per uno straniero sarà scontato ma ovviamente, la sua gastronomia! In questi mesi sto vincendo una battaglia, ovvero eliminare i chili messi su in tutti questi anni. Quello che mi piace di meno, anche lì sarà scontato ma fa molto male, è l’odio a vicenda tra nord e sud. Mi sembra tutt’ora ancora assurdo sentire delle parole dispregiative verso gli abitanti dello stesso paese. Dal Veneto alla Campania. Anche la mancanza di festeggiamenti nel giorno della festa nazionale mi ha tanto sorpreso. Neanche un fuoco d’artificio, un po’ di musica. Niente. Alla faccia del 14 luglio francese…

Cosa ti manca del tuo paese? Ci torneresti oppure il tuo futuro è nello stivale?

Mi manca quello che ero in Romania. Ma non potrei più essere la stessa persona. Non posso immaginare la mia futura vita senza la bellezza d’Italia. Le mie figlie sono lì, i miei nipoti anche, sogno di comprarmi una casetta di vacanza e poter andare tranquilla quando mi pare. Ma ho sposato un italiano, abbiamo comprato casa qui, quindi la mia vita sarà qui.

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La cosa che mi manca dell’Albania è il cibo e la cucina, l’aria di mare che c’è a Durazzo (Durrës). Posso andare ovunque in Italia ma quell’aria di mare non la ritrovo. Non c’è quell’aria di salsedine che sa di casa. A me manca il Paese in sé, le persone le ho qui per fortuna però mi chiedo sempre come sarebbe stato avere l’intera famiglia con noi in Italia. Poter andare nella casa di tua nonna, dove ha sempre vissuto tua nonna. Come fate voi Italiani. Mi sarebbe piaciuto poterlo fare, fare i cenoni di Natale assieme. Il Natale con i bisnonni. Il calore familiare. Il mio futuro lo vedo in Italia anche se durante la crisi ci avevo pensato ad andare via ma con il fatto che non so né leggere né scrivere l’albanese la vedo dura. In Albania sarei discriminata per il mio passato di profuga in Italia. Un gran casino e allora rimango qui.

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La prima risposta è la più ovvia. La mia famiglia e i miei amici più stretti, quelli non spariti col tempo. Ma anche sentire la mia madrelingua in giro, soprattutto in questo momento, gli unici che sento parlare in francese sono i ragazzi dell’Africa dell’ovest sul bus! Ma anche fare la spesa e trovare dei prodotti introvabili qui che hanno segnato la mia infanzia. Senza parlare dei libri in francese, qui riesco a trovarne ma costano quasi il doppio del prezzo originale. Mi basta però qualche giorno di vacanza dai miei genitori per essere a posto. Non penso di tornare a vivere in Francia un giorno, ormai qui ho trovato il mio equilibrio ed essendo arrivato abbastanza giovane, a 28 anni, farei fatica a tornare indietro. Soprattutto più il tempo passa e più trovo la società francese diventare violenta, aggressiva ed è un colpo al cuore. Ora il mio pensiero per il futuro è di trasferirmi nelle montagne dell’Alto Adige. Rimanere in Italia ma con un tocco di Austria. Ma mai dire mai, magari finirò anche in Alsazia o in Bretagna!

A chi consigli l’Italia e cosa dovrebbe sapere prima di venire?

A chi vuole venire in Italia consiglio di essere pronto a lavare piatti, a fare la fame, a fare qualsiasi lavoro umile, non ci sono soldi in mezzo alla strada e nessuno ti vuole. Dopo, piano piano, forse troverà il lavoro giusto secondo la sua preparazione. Ma deve essere pronto a bussare e a trovare le porte chiuse.

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Deve sapere che l’Italia è bellissima. Ancora mi manca l’Italia, il sole, la architettura, il cibo, il rumore, l’odore del mare… purtroppo la mia mentalità è diventata più nordica, farei fatica a ritornare per sempre ma nel mio cuore ci sarà sempre l’Italia. Chi sa cosa farò in futuro, io non ho idea ma so che vorrei continuare a viaggiare, la mia passione numero uno.

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Se dovessi consigliare ad un francese di trasferirsi qui? Ma certo! Gli italiani sono dei francesi di buon umore! E il prezzo delle pizze, francamente divine, è diviso per due! Cosa dovrebbe sapere prima di venire? L’Italia non è solo mare, Colosseo, mandolino e maschere di Venezia. Vieni a scoprire senza arroganza, così, chiameranno anche te “il francese atipico”, quello che riesce a farsi amare nonostante tutti i pregiudizi!

E tu, lo rifaresti?

No. Ho sofferto troppo per la separazione dai miei figli, a quei tempi non c’era nemmeno internet e per sei lunghi anni non ho visto la figlia grande, quella piccola veniva da me, ma quella grande non poteva. Sono molto più ricca dentro adesso, ho visto e conosciuto un mondo meraviglioso, sono grata per tutte le esperienze ma ho perso quell’io di prima, ho perso anni lontana dalla famiglia. Il fatto è che mi sento come con due vite separate, prima e dopo. Ero quella di prima, non potevo stare senza miei figli. Adesso non posso stare lontana dalla bellezza che ho intorno. Le due vite separate ti danno uno stato d’animo strano, come stessi sempre sognando.

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L’Italia mi ha dato cultura, senza dubbio, penso sia l’unico posto al mondo dove respiro conoscenza e resterà sempre nel mio cuore ma non credo potrei tornarci per sempre.

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Se rifarei il mio percorso? Ma ovvio! Però, non a 28 anni, a 18!

Come sempre ringrazio la gentilezza delle persone che hanno accettato di raccontarsi in queste pagine, Yann e Rezarta e vi ricordo che potete contattare Eliana per qualsiasi domanda sulla sua scuola, attualmente online, di lingue e che il nuovo libro di Liliana sara’ presto raccontato su queste pagine e disponibile in libreria.

Spero inoltre che queste storie possano aiutarci a capire ed accogliere al meglio quell’8% di stranieri – da tutto il mondo – che ha deciso di vivere nel nostro paese per farne rinascita, casa o un piccolo capitolo della propria vita.

Auguro loro nulla di meno di quello che il mondo, anzi l’Europa, ha offerto a me.

Cosa fare 3 giorni a Edimburgo? Itinerario di viaggio

Cosa fare 3 giorni a Edimburgo? Itinerario di viaggio

Come la mia vita a Edimburgo diventa una guida gratuita per i turisti in vacanza

È successo, il coronavirus è sparito dalla faccia della terra, il lockdown un vecchio ricordo e si può tornare a viaggiare come facevamo una volta. O più probabilmente, ci siamo adeguati alla convivenza con il virus e c’è un ponte sul calendario.

Tre giorni basteranno per visitare la città di Edimburgo, ti chiederai guardando i voli Ryanair qualora tu sia tra i fortunati con il diretto. Che sì, Edimburgo la si raggiunge con volo senza scalo da Roma, Milano, Pisa, Bologna e Venezia.

Ma insomma tu sei ancora davanti al computer a fare i conti della serva, il volo c’è e non costa tanto e quindi con la mano sei già su prenota. E ora? Basterà un WE lungo per visitare la capitale della Scozia? La risposta è si e in questo articolo ti dirò cosa fare in tre (ma anche quattro) giorni ad Edimburgo per goderti a pieno la città di Din Eidyn (l’equivalente gaelico di Forte di Eidyn).

The more, the better, come per qualsiasi viaggio ma tre giorni vedrao che ce li faremo bastare per visitare questa meravigliosa città, capitale di quel luogo che una volta chiamavamo Caledonia e che oggi è semplicemente la nostra amata Scozia. Quindi ecco qui un itinerario di viaggio che potrebbe esserti comodo una volta ad Edimburgo. Passaporto pronto, fino al 31 Dicembre 2020 ti basterà la carta di identita. Poi temo che lasceremo l’Europa ed i suoi vantaggi ma non voglio dilungarmi: Cominciamo e sappi che non ti servirà noleggiare un auto, basteranno i piedi!

Cosa fare a Edimburgo? Giorno 1 – Itinerario

Arrivo in aeroporto, fotografia di fronte al M&S per dimostrare che sei davvero nel Regno Unito e prima decisione da prendere: venire verso il centro con il tram che parte ogni 15 minuti al costo di £6.50, prendere un taxi o prenotare un Uber con la app per arrivare in città con circa 20 sterline? Io preferisco sempre questa scelta ma anche la prima è collaudata e consigliata.

Abbandono dei bagagli in hotel (qualsiasi alloggio andrà bene tanto ci dormirai e basta) e giro del Royal Mile per farselo da inizio a fine con pausa per scattare due foto all’Arthur Seat: Macinerete quasi due kilometri dalla parte bassa della famosa strada, partendo da un percorso che vi condurrà dal meraviglioso palazzo del Parlamento Scozzese (che sorge, moderno e maestoso, in una zona patrimonio dell’Unesco) fino al Palace of Holyroodhouse dove la Regina Elisabetta II passa parte delle sue vacanze per poi arrivare, tu, non la Betty, tra un vicolino e l’altro da fotografare fino alla cattedrale di St Giles (aperta dalle 10 alle 14 ma chiusa la Domenica) e proseguire fino al castello dove ti attenderà un famoso belvedere dal quale osservare la città di Edimburgo dall’alto.

Fotografie finché non cascano le mani per il troppo scattare o per il troppo freddo, che te lo sei portato il giacchino anche se è luglio, si? Se poi devi ancora partire e non sei più nella pelle, inizia a ripassare con i miei video nella playlist YouTube dal titolo “Cosa Vedere ad Edimburgo”. Nell’episodio 2 si parla proprio della Royal Mile:

A questo punto ti meriti una merenda con un tea per two tipico a base di tè (ma puoi anche optare per uno champagnino), dolcetti tipici (qualcuno ha detto scones con panna tick e marmellata?) e tramezzinetti salati. Gustati l’attimo. Rilassati e goditi la musica tipica scozzese che sicuramente staranno sparando a tutto volume lì nel centro.

Se fosse un sabato potresti essere ancora in tempo per fare un salto al mercato di Grassmarket (aperto dalle 10 alle 17) per l’acquisto di un paio di souvenir, la foto di rito a Victoria Street ed un giro al cimitero di Greyfriars Kirkyard. Tutto da fare rigorosamente dopo aver toccato il naso a Bobby per farvi odiate da alcuni locals e portato un bastoncino sulla tomba del famoso cagnolino.

Anche in questo caso ho un video che fa per te sul canale YouTube, neanche a dirlo. E se siete fan di Harry Potter qui potrete trovare la lapide che ispirò la Rowling per il personaggio di Voldemort: Se il vostro inglese è buono valutate di fare un tour guidato (dicono quello sui fantasmi di Edimburgo sia assolutamente da vedere ma anche quello su Harry Potter, se siete fan) o prenotate con largo anticipo quelli in italiano. Qui qualche nome utile: In Italiano, Edimburgo Tour e Scozia Viaggi. In lingua inglese (e spagnolo) Sandemans NewEurope e Mercat tours. Non li ho provati direttamente ma erano consigliatissimi nei gruppi degli Italiani in Scozia, quasi a parimerito.

Cenate in un pub – magari a Canongate – uno qualsiasi che tanto non capirai niente se non che sei felice di essere in Scozia, bere una pinta di Tennet / Innis & Gunn / BrewDog e mangiare fish and chips con contorno di piselli lessi senza sale. Il tutto accompagnato dalla immancabile zuppa del giorno con pane e burro (da provare la zuppa di pesce tipica scozzese chiamata Cullen Skink, a base di eglefino affumicato).

Cosa fare a Edimburgo? Giorno 2 – Itinerario

Ti svegli che piove, fidati che piove, non chiedermi come lo so, è una mia dote. Sarà che a Edimburgo piove 129 giorni l’anno? 1 su 3, insomma. Piove, dicevamo, e tu hai il cappottino ma aprendo l’ombrello vedi che si inalbera e ribella e capisci che ora sei in Scozia e si fa come gli scozzesi, bagnandosi da eroi. Che saranno due gocce d’acqua quando qui i musei sono gratis e puoi visitare il Museo Nazionale Scozzese (National Museum of Scotland)? Entraci, sgrullati come I cani e preparati ad una scorpacciata di cose belle. Ti avviso, questa visita ti prenderà qualche ora perché sarà piacevole interagire con i vari giochini messi a tua disposizione nelle varie sezioni. Memorabili quelli nel reparto di scienza e tecnologia ma anche il meraviglioso The millennium clock tower, una sorta di orologio della vita come la conosciamo. Guarda l’orologio però e fai attenzione, l’orologio della vita sta per suonare e non vuoi perdertelo ma soprattutto raggiungi il tetto per vedere la migliore vista gratis sulla città di Edimburgo.

Ad ora di pranzo in zona puoi provare MUMS Great Comfort Food o Makars Gourmet Mash Bar per piatti a base di salsiccia e purè. Altrimenti fai come dovrebbe fare un turista in vacanza: fermati dove senti il pancino tirare.

Se ha smesso di piovere, puoi fare un giro per i Meadows, il meraviglioso parco o raggiungere Princes Street per vedere i suoi giardini, l’orologio ed il cimitero (un altro!) con la The Parish Church of St Cuthbert dove si sposò Agatha Christie. Non dimenticare di fare un salto a George e Rose street per piantare la tua bandierina del viaggiatore.

Anche in questo caso ho due video che fanno al caso tuo:

Se il Dio della pioggia si accanisce puoi rifugiarti a curiosare per la notevole stazione di Waverley, nel prossimo museo gratuito, la Galleria Nazionale di Scozia (National Gallery of Scotland) o alla chiesa di San Giovanni (St. John’s Church) tra Princes Street e Lothian Road. Lungo la strada ti imbatterai in monumenti e staue di ogni genere. Invece in caso di sole, dirigiti anche oggi verso il castello di Edimburgo per vederne gli interni. Lì verrai randellato in faccia da un biglietto d’ingresso da £17.50. Affrettati che alle 17 chiude. Se poi vuoi rimanere a bocca aperta mentre ti rapinano, fai in modo di venire durante il Military Tattoo. E pensa che con appena 500 sterline potrai pure fermarti a mangiare una cena da 3 piatti. WOW! Modico!

Esausto ed intirizzito per la giornata, riscaldati saltando sul posto o facendo un rapido giro di whisky mentre scegli quello da riportare a casa con te. Non aspettare il duty free dell’aeroporto per poterti godere una scelta mai vista prima! Se sei stato veloce nei tuoi giri precedenti potresti anche aver tempo per una degustazione ma prenotala prima di venire, per non avere brutte sorprese.

Per cena puoi andare da Mussel & Steak dove se non mangi animali (vegano o vegetariano) puoi morire, Meze Meze su Rose Street o Bread Meats Bread su Lothian. Due di questi sono tra i miei preferiti ma non ti dico quali che sennò qua mi sembra di manipolarti (rileggi per capire che l’ho già fatto)!

Se però è Natale, prenota con taaanto anticipo al The Dome e portati la Canon ultimo modello. Puoi ringraziarmi dopo.

Cosa fare a Edimburgo? Giorno 3 – Itinerario

Ieri l’ho dato per scontato ma non puoi lasciare l’hotel senza aver provato la Scottish breakfast. Mi raccomando di provare tutto e poi googlare “black pudding” per comprendere cosa hai appena mangiato. Dicono sia ottimo, dicono.

Se è domenica fiondati al mercato di Stockbridge (aperto dalle 10 alle 16) a comprare il salmone sottovuoto da riportare e fare la fila per la paella vegetariana che dicono buonissima. Boh, per me la cosa più buona rimane la focaccia di Au Gourmand Boulangerie. Qui troverai anche le Scotch eggs che NON sono degli arancini. Mi fregarono appena arrivata ad Aberdeen quando mi fiondai sulla palletta e rimasi con quel sapore freddo in bocca che meh. Meh. Tipico, comunque.

Dopodiché la meta ideale sono due passi sulla Water of Leith in direzione Dean Village per digerire il pranzo ed una visita ai Royal Botanic Garden, con entrata gratuita. Faresti bingo a dicembre, che ci sono i giochi di luce ma meritano tutto l’anno. Ti lascio un video qui sotto:

Se non è domenica invece non perdiamo la calma, che c’è altro da fare, perdincibacco!

Puoi decidere se (prendere un taxi/Uber/bus) e raggiungere Leith per vedere Portobello ed il mare gelato oppure, se sei sportivo, scalare l’Arthur Seat e godere di una vista pazzesca mentre il vento ti schiaffeggia. Perderai un polmone ma giuro, ce la fanno, anche i cani di piccola taglia. Li ho visti! Che te lo dico a fare che ho già un video pronto su YouTube che uscirà a breve? Iscriviti e attiva la campanella, eddaje.

Per una camminata meno ripida puoi salire Calton Hill e goderti il panorama mentre ti chiedi cosa ci facciano delle colonne greche (National Monument) su un monte. Sono una triste pagina per la Scozia ma ne parleremo meglio su… YouTube. Già.

E ci siamo. Manca solo il ritorno in aeroporto con acquisto compulsivo dei cookies di Marks and Spencer e degli shortbreads con il cane sopra che trovi su Amazon se vuoi a casa tua un pezzo edibile di Scozia. Ora che ti chiamano per l’imbarco, perché non prendersi anche i pupazzi di Nessie che ci azzeccano come la Torre di Pisa in vendita tra i baracchini di Roma?

Sedere sull’aereo e sguardo sognante fuori dal finestrino. Mi sa che Edimburgo ti mancherà ma tranquillo, è qui e ti aspetta. E sappi che se verrai durante il Fringe Festival (Agosto) potrai dimenticarti di tutto quello che ho detto e goderti solo gli spettacoli, la città capirà e sa che a quel punto, tornerai.

Jolly, in base al tuo tempo o se potrai visitare Edimburgo in 4 giorni:

– Gita al South Queensferry con battello per vedere le foche, i puffins (uccelli stagionali) e i tre ponti di Forth Bridge, Queensferry crossing bridge ed il Forth road bridge.
– Musei degli scrittori (The Writers’ Museum) per darsi un tono
– Tappa nel baretto (The Elephant House) dove qualche volta ha scritto la Rowling. Mi sembra nulla di che ma se sei uno stalker di Harry Potter ci sta.
– Un cicchetto alla The Library Bar dell’Università di Edimburgo.   
– Vista dall’Appleton Tower, questo se riesci ad entrare pur non essendo uno studente (dipende).
– Un picnic al Parco di Braid and Blackford Hill. Clicca per capire cosa potresti vedere di meraviglioso e considera che in estate merita.
– In qualche modo, facci entrare un giro all’Union Canal, il canale in parte artificiale. Merita. Tanto.

Stampa questa pagina per avere un guida gratis alla città di Edimburgo. Se invece vuoi prendere la piu’ famosa, c’e’ la Lonely Planet in Italiano o in Inglese.

Ciao Europa, vado a vivere in America

Ciao Europa, vado a vivere in America

Yosemite National Park

Atterrata negli USA mi trovai catapultata in un paese che il turista – personaggio fortunello per antonomasia – lo trattava con gentilezza, tanto che ci offrirono un giro di musica pagata al juke-box (come nei film!) ed una serie di complimenti per come eravamo vestiti. Sì, pure a New York city.

Tornata a Roma mi aspettavano fantasmi insopportabili dai quali volevo scappare e quel tran-tran fatto di persone che ti odiano. Ti odiano mentre guidi, mentre sei un pedone, quando fai la spesa, quando hai bisogno di qualcosa, ti odiano in banca e alla posta.

Non so se fosse veramente così, probabilmente ero io che avevo raggiunto la soglia della sopportazione e cercavo appigli ma decisi che bastava, io me ne sarei andata a vivere fuori.

E la prima idea, prima ancora dell’Australia e della Scozia, fu il Nord America ai tempi di Obama. Fun fact, andammo fino in ambasciata americana per capire che gli USA due come noi – con una laurea umanistica e senza una lira – non li voleva mica.

A digiuno di storia americana e visti, pensavamo che fosse facile emigrare come avevano fatto le generazioni prima della nostra e invece le cose erano decisamente cambiate. La nostra esperienza si concluse quel giorno ma oggi abbiamo due ospiti speciali per raccontare il compimento di quella scelta.

Due donne, Alessia dalla Louisiana e Luisa da Seattle, ci racconteranno come si emigra negli Stati Uniti d’America oggi, quali sono i requisiti e quali i visti possibili. Ma soprattutto ci parleranno del loro percorso all’estero, iniziato all’interno di mamma Europa.

Mettetevi comodi che ci comincia!

Ciao, presentati! Come ti chiami, quanti anni hai e di cosa ti occupi?

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Alessia, 40 anni sulla carta (percepiti di testa: non pervenuti), restauratrice di dipinti dal 1998, ma tra allora e adesso ho fatto un po’ di tutto tra cui: commessa del negozio voodoo, cassiera al supermercato, lettrice al college… giusto perché si deve campa’. Ho fatto il liceo artistico di una volta, quello che tutti di dicevano di non fare manco fosse stata eroina, e poi sono partita a 18 anni per Firenze per fare la scuola di restauro. Dopo la scuola di restauro ho capito perché tutti mi dicevano i non fare l’artistico, ma non sono pentita, è stato difficile ma alla fine il lavoro l’ho trovato.

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Luisa, 35 anni, da Torino! Attualmente, vivo a Seattle (Washington State, Pacific coast) e lavoro per una famosa azienda che crea videogiochi; mi occupo di “hackeraggi”e frodi. Da un po’ di tempo sto progettando una nuova pagina Instagram per un mini-sogno che ho nel cassetto e che vorrei mettere in pratica. 

In Italia, mi sono laureata in Economia e Gestioni dei Beni Culturali a Milano (triennale e specialistica), in seguito, ho iniziato un infinito percorso di tirocini non retribuiti, stages curriculari e non, volontariati vari… insomma, ci siamo capiti, nel magico mondo dei musei, delle soprintendenze e degli organismi internazionali. Esperienze che porto nel cuore ma non mi avrebbero mai permesso di costruire una vita indipendente. 

Cosa ti ha spinto a ricercare una esperienza all’estero?

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Mi piacevano quelli biondi con gli occhi chiari. Ecco, l’ho detto. Ero vittima del fascino nordico e probabilmente anche di non capire bene cose cercavano di comunicarmi. Credo che Prima dell’Alba abbia avuto un grandissimo peso su come la mia vita di adolescente e giovane adulta sia andata. Insomma, motivi serissimi, ecco.

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In origine, mio padre ha voluto che frequentassi il liceo classico con la sperimentazione in lingue (che io non amo e per cui non sono portata). Ragion per cui, avendo studiato inglese e francese (ed anche tedesco che ho rimosso) per cinque anni, mi son sempre detta “se in Italia andasse male, tentiamo l’estero!”. Così facendo ho studiato il penultimo anno di università a Lille, in Francia. Ho anche cercato di proseguire e concludere gli studi nell’ateo francese ma era troppo dispendioso a livello economico, la Cattolica non permetteva un’interruzione brusca e il passaggio di studi nell’omonimo ateneo d’oltralpe. Nei fatti, io non ho trovato nessun lavoro che fosse retribuito. Mi sono laureata nel 2011, ho inviato migliaia di curricula, ovunque tra Milano e Torino, ma non sono mai stata assunta. Non ho neanche mai fatto un colloquio. Non voglio pensarci altrimenti mi ritorna la gastrite.  Scegliete bene il percorso di studi, certe lauree, non portano da nessuna parte! 

Quale è stata la tua prima meta all’estero e come andarono le cose?

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La Danimarca. Un grandissimo amore non corrisposto. Infatti, più io la sognavo più lei (la Danimarca) mi pigliava a calci nei denti. I viaggi di piacere e studio andarono benissimo, l’esperienza di espatrio come come au pair andò peggio che demmerda. Praticamente avevo trovato la sorella meno empatica della matrigna di Candy Candy come host mother. Sicuramente sarebbe potuta andare differentemente avessi incontrato un’altra famiglia, ma decisi di rientrare invece di tentare la sorte con altri e un po’ me ne sono sempre pentita, anche se psicologicamente dopo i mesi in quella casa non avrei retto nemmeno altrove.

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Prima meta: Erasmus a Lille (cittadina fiamminga, al confine belga. In un’ora sei a Parigi, in 30 minuti di orologio a Bruxelles). Favoloso! Se avete la possibilità, andate in Erasmus. Si visitano luoghi nuovi, si conoscono altre culture e si studia un sacco se si scelgono gli esami “sbagliati” come feci io! 
Seconda meta: Ginevra, Svizzera. Nazioni Unite. Dopo la laurea e i quasi due anni in Soprintendenza a Torino, come assistente del direttore delle collezioni e delle residenze (gratis il primo anno, 500 euro al mese il secondo), decido che voglio tentare con l’Unesco e i tirocini internazionali indetti dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Avevo il curriculum, le lingue, la grinta e la passione… allora, applico per una posizione di tirocinio (GRATUITO ça va sans dire!) per l’ONU. Presa! I miei genitori: contrari, contrarissimi. Li convinco. Mi aiutano con vitto e alloggio. Amavo Ginevra, il fatto che stessi catalogando le collezioni dell’ONU, che tutti mi avessero preso in simpatia e volessero creare una posizione retribuita per la sottoscritta, che fossi a 3 ore da Torino, che fosse servito il sacrifico delle lingue al liceo… insomma, tutto molto romantico, se non fosse che io, povera scema ed ingenua, non avevo pensato ad una cosa: una. Solo una. La raccomandazione politica. Per farla breve: aprono una posizione retribuita, chiedono alla Farnesina l’approvazione, viene bocciata. L’anno successivo arriva qualcuno dalla Capitale. Io ho pianto tre mesi di fila. Ho studiato per altri tre concorsi passando sempre le preselezioni ma mai la valutazione del curriculum per 1 punto (giuro! sempre 1 punto!). Amen. Ho imparato la lezione. 
Terza meta: Londra (Regno Unito). Londra a me non piaceva e non piace. Preciso: adoro che i musei siano gratuiti e la cultura fruibile a tutti. Londra arriva perché mentre io ero a Ginevra, quello che diventerà mio marito, ingegnere informatico, viene assunto da un’azienda tech. Gran parte del mio disappunto su Londra era dato dal fatto che non riuscissi ad essere assunta per il volontariato nei musei, non riuscissi a passare mai nessuna selezione per tutte le gallerie d’arte, casa d’asta, niente, sempre niente. O troppo qualificata o non abbastanza. All’ansia dell’ennesima delusione, si aggiungeva: il grigio di Londra, il vento, i ratti per casa, il continuo fango, gli appartamenti formato loculo e fatiscenti, l’immondizia davanti alle case e tanto altro. Son andata e venuta dall’Italia e fatto altri lavori nel mentre, finché ci siamo sposati. Ho incominciato a lavorare come commessa in un negozio di design per la casa e in seguito, sempre per la stessa azienda, sono diventata visual merchandiser (allestivo le vetrine). 

Perché gli USA dopo l’esperienza europea? Avevi il sogno americano?

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Le mie motivazioni iniziano sempre in modo serisssssimo: a 14 anni mi sono innamorata del cantante dei Green Day e da lì era partito il tutto, avevo deciso che alla fine del liceo sarei partita alla sua ricerca, poi per fortuna sono andata in Danimarca ma l’America mi era un po’ rimasta sul gargarozzo e quando mi è capitata l’occasione sono partita.

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Chiedetelo a mio marito! Non avevo nessun sogno americano ed ero riuscita a crearmi un’isola semi-felice. Lavoro curioso, appartamento nuovo, i nostri mobili, potevamo ospitare i parenti, etc. Il tutto si interrompe perché l’azienda propone a mio marito di trasferirsi nella sede centrale, a Seattle. Quale donna e moglie, sana di mente, si sarebbe rifiutata? Nessuna vorrebbe sentire il proprio marito lamentarsi per il resto dell’eternità di non avere fatto carriera per causa sua! 

Con che visto sei riuscita ad entrare in Nord America e cosa ha comportato per te?

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Ho avuto una mega botta di culo e, dopo 3 anni di tentativi, ho vinto la Green Card alla lotteria. L’iter è stato un po’ laborioso e lungo, ma non c’è stato bisogno di un legale e una volta ricevuta la Green Card sono stata indipendente e non legata a compagni o datori di lavoro e quindi con molta più flessibilità su dove andare e quanto stare. I costi sono aumentati tutti, all’epoca mi sembra di aver pagato circa 700 euro per la Green Card, spese d’ufficio e visite mediche, sicuramente la spesa più grande (perché a lungo termine) è stata quella dell’assicurazione medica una volta arrivata.

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Io sono entrata con un visto lavorativo L2 perché mio marito aveva una posizione manageriale e quindi avrebbe passato il medesimo visto al coniuge. In questo, sono stata fortunata. Non tutti i visti permettono di lavorare. Si può vivere in America per lunghi periodi, per due soli motivi: ti sposi un/una americano/a, ti traferisce la tua azienda. Diversamente, c’è il visto turistico di massimo 3 mesi e quello per studenti (che non conosco, ma ho stretto amicizia con italiani che hanno studiato qua e le rette sono dai 30000 ai 50000 dollari. Dollaro più, dollaro meno a seconda degli atenei e delle facoltà. Le borse di studio sono per i geni e, ce ne sono pochissime). Ogni visto ha una durata a sé e non tutti sono rinnovabili. Solitamente i visti sono legati al lavoro; se si perdesse il lavoro, si perderebbe anche il visto collegato ad esso. La sanità è un inferno. Bisogna avere una salute di ferro. È tutto basato sull’assicurazione sanitaria; se hai un lavoro, in un’azienda importante, buona parte delle spese mediche sono pagate da quest’ultima, diversamente, paghi tu e i costi sono folli. Esempio: io sono ipotiroidea, ho la tiroidite di Hashimoto. Siamo in America da due anni abbondanti e non sono, ancora, riuscita a farmi visitare da un endocrinologo perché il medico generico non lo reputa essenziale. Un banale esame del sangue come il TSH qui costa 700 $ senza assicurazione, con 15$. Se sei in dolce attesa hai diritto a due ecografie. Se ne vuoi altre, paghi tu. A seconda del tipo di ecografia, senza assicurazione, si va da un minimo di 800$ ad un massimo di 6000$.

Come è il mondo del lavoro negli USA?

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Per molti versi meglio. Mi sono state offerte più possibilità di crescere, ho visto meno nepotismo e meno discriminazione in base all’età. Qui si può lavorare e trovare lavoro anche da anziani, cosa che in Italia io ero già a 25 visto che non potevano più assumermi e pagarmi come apprendista e trovare un nuovo lavoro era un terno al lotto. Non mi piacciono i loro orari, l’assenza di tutela del lavoratore che c’è in molti stati e in molti posti di lavoro, la maternità e la malattia pagata inesistenti in molte piccole aziende, la possibilità di essere licenziata da un giorno all’altro. Pagherei volentieri più tasse per poter avere più diritti e più tutele.

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Sicuramente, lavori! In due settimane trovi un lavoro! Anche il fatto che non siano fiscali con la lingua è di aiuto. Se tu sai fare bene il tuo lavoro, ottimo. Imparerai ad esprimerti in maniera più appropriata con il tempo. Ovvio, più il lavoro è di prestigio, più sale l’asticella. Mediamente gli stipendi sono più alti che in Europa, con tasse molto più basse. Non tutte le città però sono uguali. Città come Seattle, San Francisco e New York hanno un costo della vita particolarmente elevato in quanto è lì che si concentrano i lavori più prestigiosi e più remunerativi. Il settore informatico/tecnologico al momento è quello che trascina questo trend.
Contro: puoi essere licenziato da un giorno all’altro, senza preavviso e spiegazioni. Non esiste nessun sindacato o simili. A casa, zitto! Hai un massimo di 10 giorni di ferie all’anno. Si lavora tutti i giorni, tutto l’anno. Io lavoro anche il giorno di Natale, tanto per dire! Anche la maternità è un argomento molto complesso perché non si è retribuiti durante i giorni si assenza, se non a seconda delle leggi che prevede lo Stato in cui si risiede; inoltre, la durata del periodo di maternità è compresa tra un minimo di 15 giorni ed un massimo di 3 mesi. Come ho accennato prima, in America, non è facile arrivarci. Se non ti trasferisci per: amore, per l’azienda, perché sei un genio in qualcosa e allora ti vogliono le università o hai i soldi per studiare negli USA… mi dispiace essere brutale ma ti devi accontentare del viaggio turistico. Le aziende non possono assumere se non si è in possesso di un visto lavorativo. Non fate l’errore di arrivare negli Stati Uniti d’America come turisti e di mettervi a cercare lavoro perché è illegale e si rischiano serie conseguenze penali. Il motivo? Perché il visto costa moltissimo e i datori di lavoro devono spiegare, allo stato, il motivo per cui uno straniero/italiano sia più meritevole di un americano. Non conviene affatto. Ah, ci sarebbe l’opzione di tentare la sorte alla lotteria! Ogni anno vengono selezionati un numero di cittadini stranieri a cui viene data la possibilità di ricevere La Permanent Resident Card, conosciuta comunemente come Green Card. E’ un’autorizzazione rilasciata dalle autorità degli Stati Uniti d’America che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato. Noi siamo riusciti ad ottenerla quest’estate, tramite l’azienda di mio marito, dopo aver passato un anno di colloqui, vaccini obbligatori e procurato un’infinità di documenti.

Cosa ti ha colpito della vita a stelle e strisce?

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Erano molto accoglienti ed amichevoli, adesso meno. Hanno quest’idea che se non molli riuscirai in tutto, che è bellissima, ma ora ha preso una brutta piega. In negativo che sono molti sono molto, molto, bigotti e hanno teste a compartimenti stagni, non sanno oziare, che per me che sono nata pigra, è essenziale, me mettono ansia con sto fare fare-fare.

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È il paese degli estremi e delle esagerazioni. Tutto o niente. Bianco o nero. Ricco o povero. Grande o piccolo. Sono sicuramente rimasta sconvolta dalle dimensioni e dagli spazi. È tutto enorme. Con l’amaro in bocca devo ammettere che il problema con le persone di colore c’è. Io non credevo fosse così severo. Idem, per le armi. Tornando alla mia esperienza, se si ha una forma mentis umanistica/artistica/classica l’inizio è molto faticoso. Mio marito ha sofferto meno la mancanza di arte, storia e cultura. Da questa parte di mondo sei nel nulla. È una zona molto selvaggia e con “animaletti” di un certo spessore: dal puma al grizzly. Sei anche geolocalizzato nell’anello di fuoco, tra un terremoto potenziale di magnitudo 9 e tutti i vulcani attivi dei dintorni… non c’è da annoiarsi. Appena ti allontani dalla zona dei grattacieli che sono gli uffici, sei nel profondo nulla. Non esistono le passeggiate nel centro storico, i bar come li intendiamo noi, le vetrine dei negozi (qui devi entrare in un centro commerciale per vedere delle vetrine e bere mezzo litro di caffè), se non hai un’auto non vai da nessuna parte, i mezzi pubblici sono scarsi e se li perdi aspetti circa un’ora. Penso che solo New York e parte della costa atlantica si avvicini all’urbanistica europea. Il lato positivo è che ci sono paesaggi naturalistici mozzafiato, i tramonti arancioni e rosso fuoco, abeti alti 30 metri e, a sole 4 ore di volo, ci sono le Hawaii!!! È simpatico osservare come ci tengano al barbecue, a Starbucks che è nato in questo stato e al giorno del Ringraziamento. Hanno un abbigliamento da palestra o da spiaggia per tutto l’anno – che da un lato è una grande forma di libertà non essere vincolato all’outfit, dall’altra… non hanno proprio quel senso estetico che rende famosi noi italiani.

Quale è la soddisfazione più grande presa da quando hai lasciato l’Italia?

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Essere riuscita a farmi una vita da zero e ad arrivare dove molti mi dicevano che non sarei riuscita.

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Sicuramente, il fatto di essere economicamente indipendente. E, di avere un bagaglio culturale e di esperienze che ogni anno pesa di più. Finalmente, riesco a seguire e capire i film in lingua originale e non mi imbarazzo più nel parlare inglese.

Vuoi lasciare un messaggio per chi vorrebbe trasferirsi negli USA? 

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È un paese che da molte opportunità lavorative, perfetto per gli stacanovisti, meno per chi segue la filosofia del “lavorare per vivere”. Si può arrivare senza nulla e costruire parecchio, ma ci sono costi emotivi e fisici non indifferenti. Astenersi persone molto attaccate alla famiglia perché la lontananza dilania l’anima.

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Chi si trasferisce negli USA ha già un percorso abbastanza pianificato per i motivi indicati sopra. Direi di informarsi bene per l’assicurazione sanitaria e cosa può coprire. Io mi sentirei di consigliare, in generale, ai ragazzi e studenti che vogliono intraprendere il percorso estero, di iniziare a pianificare a tavolino, tutto, sin dalle superiori. L’inglese, si deve conoscere bene, dà una marcia in più. Se sapete in cuor vostro che volete vivere all’estero, focalizzatevi su facoltà che vi daranno la possibilità di spostarvi. Altrimenti, dovete tenere in considerazione che vi toccherà ristudiare da principio. In America i percorsi di studio sono diversi e molte lauree non vengono riconosciute (es: giurisprudenza e medicina). Vivere fuori dall’Italia, per alcuni può essere un’ancora di salvezza, per altri può volere significare separarsi dai propri cari. Tenete anche in conto che possano capitare fatti tragici e voi sarete lontani. Non voglio essere una guasta feste ma capita, a me, sta capitando. E, in molti casi si è da soli a gestire situazioni complesse e più grandi di noi.

Ma soprattutto, USA o Europa, con il senno di poi?

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Ti rispondo così: dipende da dove vai e a che stadio della vita sei. Senza figli ti direi New Orleans pe’ sempre (che tanto USA non eh). Con figli e senza nonni vicini: Europa subito.

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Devo ammettere che lo stato di Washington è veramente lontano. Credo che resisteremo ancora un paio di anni e poi ritorneremo in Europa. Posso rispondere: entrambe?! Più si conosce, più si impara, più si aprono gli orizzonti, meglio è! Questa è un’esperienza e va vissuta come tale. Cerco di assorbire il massimo e di custodirlo con cura. Ad meliora et maiora semper! 

Ringrazio Alessia e Luisa per averci raccontato la loro esperienza americana condividendo tanti buoni consigli. Sono sicura che serviranno a chi sta sognando l’America.

Con me, ci ritroviamo su YouTube, Facebook, Insta e sulla Newsletter mensile. Ciao! 🙂

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

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Debora durante la stesura della sua tesi di dottorato in Francia

Studiare all’Università all’estero, perché farlo?

Hai diciotto anni e vorresti cambiare aria. O magari ne hai venti. Oppure vorresti andare all’Università ma sei nei tuoi trent’anni. Comunque tu decida, tra quattro anni sarai comunque 4 anni più grande ma senza il titolo o il cambiamento che volevi per te. Una considerazione semplice che ha calzato a pennello in quella che è stata la mia vita nel Regno Unito perché certe paure le ho avute eccome eppure aver studiato in Scozia rimane una delle decisioni migliori che io abbia preso per me. Ero grande, vero, ma la mia età è stata una marcia in più e quel percorso mi ha cambiato la vita in meglio.

Studiare all’estero all’Università mi ha preso quattro anni di vita trasformandoli nell’inizio del mio futuro.

La mia storia di studentessa lavoratrice in Scozia la sapete quindi oggi vorrei lasciare la parola a quattro donne molto diverse tra loro che hanno lasciato l’Italia e che una volta all’estero hanno deciso di continuare a studiare o ricominciare con una nuova carriera universitaria.

Spero i loro racconti del mondo possano aiutare gli indecisi e tutti coloro che ci stanno pensando, a ricominciare all’estero passando per l’Università.

Quindi siamo pronti, vi presento Greta e Debora dalla Francia, Dania dall’Irlanda e Claudia dall’Australia, queste le loro parole, questa la loro storia.

Ciao, ci racconti un po’ di te, come ti chiami e cosa ti ha portato lontano dall’Italia?

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Ciao, mi chiamo Greta e fondamentale è stato mio marito a portarci lontano dall’Italia: la sua azienda gli ha offerto la possibilità di lavorare in US a Milwaukee prima e poi a Lione, in Francia. Dopo un anno abbiamo accettato un’altra offerta e siamo finiti a Grenoble, sempre in Francia. 

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Ciao, mi chiamo Dania. Nel 2007 mi sono laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche a Trieste e nel 2008 mi sono trasferita in Irlanda, per fare un dottorato di ricerca in chimica al Trinity College di Dublino. Da allora non sono più tornata. Ora sono una Senior Research Fellow alla scuola di medicina.

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Mi chiamo Debora, vengo da Roma e abito a Brest (Francia) da 3 anni e mezzo, sono mamma di un bimbo italo-francese e dottoranda a fine tesi; sono partita proprio per cominciare il dottorato qui in Bretagna.

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Ciao, mi chiamo Claudia, 33 anni, originaria di Milano ma attualmente residente a Sydney, Australia. In Italia avevo studiato relazioni internazionali, e per passare dalla teoria alla pratica ho sempre cercato di sviluppare le mie relazioni internazionali partecipando a programmi di scambio all’estero. È così che ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito e che è la ragione ultima per cui ho deciso di trasferirmi in Australia ormai 9 anni fa! Con un dottorato di ricerca in giurisprudenza fresco fresco in tasca, da 3 anni lavoro per Medici Senza Frontiere nella sede di Sydney.

A che punto hai deciso di studiare all’estero. Quanti anni avevi e cosa ti frullava in testa?

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Era parecchio che mi girava in testa ma ho sempre rimandato: prima il lavoro, poi i figli piccoli e sembrava non essere mai il momento giusto. Lo scorso anno chiacchieravo con un’amica di Lione di questo desiderio nel cassetto e lei ha condiviso la sua esperienza. Mentre spiegava io realizzavo che era arrivata la mia occasione. Mi sono iscritta a marzo di quest’anno, poco prima di compiere 37 anni, alla laurea di lingua e cultura italiana. 

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Avevo 23 anni, ero all’ultimo semestre dell’ultimo anno di università e stavo facendo la tesi sperimentale obbligatoria nel mio ciclo di studi. I miei amici mi sembravano tutti così sicuri di sé sul che cosa fare dopo la fatidica laurea. Io invece non avevo alcuna idea di cosa volessi fare da grande, eccetto che non ero pronta ad affrontare una vita dietro il bancone di una farmacia e che non volevo tornare a vivere con mamma e papà. Che il ragazzo dell’epoca non fosse l’amore della mia vita, l’avevo già capito da un po’. Parlando con una ricercatrice che lavorava nel gruppo di ricerca dove facevo la tesi, scoprii che aveva appena vinto dei fondi di ricerca e che avrebbe creato il suo gruppo di ricerca al Trinity College di Dublino. Giovane e sfrontata, senza sapere bene che cosa volesse dire, le chiesi se potevo andare con lei. Iniziò tutto così. Ricordo il giorno in cui ricevetti la lettera di ammissione alla scuola di dottorato del Trinity College qualche mese dopo. Guardai il mio nuovo ragazzo (ora mio marito), e pensai che se solo lo avessi incontrato qualche mese prima, non avrei mai fatto quella domanda di ammissione. Ma ormai era fatta, e decisi di non sprecare l’opportunità. 

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La mia partenza è stata molto impulsiva, sono stata contattata da un’amica italiana ricercatrice in Francia che mi ha proposto di fare un colloquio per un dottorato con il suo gruppo di ricerca, e visto che ero alla fine della laurea Magistrale in Fisica Nucleare e che non avevo nessuna idea di come cominciare a lavorare, non ci ho pensato troppo e ho deciso di partecipare alla selezione. La sorpresa è stata nell’entusiasmo del mio capo durante il colloquio che mi ha detto subito che mi aveva presa, quindi ho dovuto chiedere di ritardare l’inizio del dottorato di qualche mese per essere in grado di finire la magistrale (normalmente si comincia con l’inizio dell’anno accademico a settembre/ottobre, io ho cominciato a febbraio, 3 giorni dopo aver discusso la tesi magistrale).
Nella testa all’epoca mi frullava poco e niente, ero insoddisfatta di quello che si profilava all’orizzonte volendo rimanere a Roma, non avevo idea di come cominciare a cercare lavoro, non trovavo un mestiere che mi andasse bene e mi rifiutavo di fare della ricerca essendo pagata poco e niente in Italia. In più avevo abitato con i miei per 24 anni, avendo scelto di proseguire gli studi nella mia città natale, quindi sentivo il bisogno di staccarmi dal nucleo familiare, e la chiamata dalla Francia mi ha dato l’avventura che cercavo.

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Dopo essere arrivata in Australia con il visto vacanza-lavoro (WHV) e due lauree in tasca, ho provato a trovare lavoro nel mio settore o comunque in un’area che mi permettesse un giorno di trovare il mio lavoro ideale. Purtroppo vuoi per i limiti del mio visto, vuoi per il fatto di essere straniera e di aver studiato in Italia, non sono riuscita a trovarlo ed è allora che ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di fare un dottorato di ricerca. Avevo 26 anni e volevo finalmente cominciare la mia carriera lavorativa!

Raccontaci la tua esperienza di studio all’estero

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L’esperienza di studio a distanza sta andando bene: gli argomenti mi piacciono e quindi è più facile studiare perché mi appassionano. Ho iniziato questo primo semestre con la quarantena quindi con tutti e tre i bambini a casa: è stato un po’ più complicato organizzare tutto ma alla fine è andato alla grande. 

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L’esperienza del dottorato all’estero è stata bellissima e triste allo stesso tempo. Bellissima per le soddisfazioni che ne ho tratto dal punto di vista professionale, per le persone incontrate, provenienti dal tutto il mondo, le avventure, scoprire posti nuovi, le feste in cui si parlavano 3/4 lingue contemporaneamente, il vivere in una nazione con una cultura diversa, il cavarmela da sola in situazioni del tutto nuove per me. Triste perché sentivo la nostalgia degli affetti. Vivere una relazione a distanza per 3 anni non è sempre stato facile. Inoltre, vivere all’estero, lontano da parenti e amici di una vita, ti lascia spesso da sola con te stessa. Quando mi sentivo proprio giù, ricordo che camminavo per la città ripetendomi “Vieni da un paesino della campagna friulana, stai facendo un dottorato in una delle 100 più prestigiose università al mondo e vivi in una capitale europea. Sii orgogliosa di te.” fino a quando arrivavo al mio bar preferito dove servivano un brownie con la panna che avrebbe resuscitato anche un morto. Ora che vivo in Irlanda da molto, nei miei fine settimana non ci sono più le feste multiculturali, ma mio marito è qui con me. Abbiamo una casa tutta nostra, con un piccolo giardino. La nostalgia della famiglia e la mancanza dell’estate ci sono sempre, ma in due e con un salario che ti permette di viaggiare, tutto è più facile.

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L’esperienza di studio in Francia sta andando benissimo. Mi sono adattata bene ai ritmi francesi (pranzo alle 12 e serate alcoliche nei weekend, sole inesistente in inverno e tramonti alle 23 d’estate), ho imparato la lingua da zero in poco tempo, ho trovato l’amore e senza pensarci troppo sono diventata mamma di uno splendido nanetto e in tutto ciò sto scrivendo la tesi, quindi anche gli studi vanno alla grande. Inoltre, se tutto va bene fino in fondo mi aspetta un contratto a tempo determinato da ricercatrice per l’anno prossimo, non posso proprio lamentarmi!

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Il mio percorso verso il titolo di Doctor è stato lungo e complesso, esclusivamente per colpa della burocrazia una volta che ho completato la mia tesi. Fino a quel momento, ovvero per la durata dei 4 anni di effettiva ricerca, devo dire che è andato tutto più o meno bene. Quando si fa ricerca sul campo, soprattutto ricerca qualitativa che prevede interviste ed altre metodologie di ricerca a contatto con altre persone, gli intoppi sono inevitabili. L’importante è avere un piano B, C e D a disposizione e non demordere. Personalmente non ho mai avuto un ufficio a disposizione e ho completato il dottorato lavorando quasi esclusivamente da casa. Questo isolamento fisico e mentale è stato molto tosto, soprattutto il primo anno, ed è un aspetto del fare ricerca che non va sottovalutato. Per il resto ho avuto la possibilità di gestire il mio lavoro come e quando ho voluto, con molta poca interferenza da parte dei miei relatori (e questo è stato un aspetto sia positivo che negativo del mio percorso), ma sono riuscita a completare la tesi nelle tempistiche che avevo previsto e che mi erano state imposte dalla facoltà e università. Il peggio per me è cominciato proprio una volta consegnata la tesi, perché il processo di valutazione e correzione della tesi è stato a dir poco estenuante e assurdo. Ma grazie al cielo sono riuscita ad affrontare tutto questo ed arrivare al tanto agognato titolo, anche se con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale!

Sapresti dirci come funzionano lezioni ed esami nella tua Università?

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Il corso è organizzato per essere seguito online: i destinatari sono expat italiani o stranieri interessati con un buon livello di italiano. Si può scegliere di seguire i corsi in tutorato o in autoapprendimento. Io ho scelto quest’ultimo quindi mi scarico il mio materiale e proseguo nello studio in autonomia. Ogni modulo ha circa 5/7 maxi-argomenti e ognuno ha circa 7 capitoli. Ogni argomento ha un mini-test finale e ogni modulo un maxi-test finale. Nel modulo ci sono test obbligatori e altri facoltativi. Senza aver passato quelli obbligatori (sempre online) non puoi accedere all’esame. 
Esistono una finestra di esami a fine semestre di circa due settimane dove dare gli esami: in tempi normali si prendono accordi sulle sedi dove farli. C’è una persona molto disponibile che si occupa di prendere contatti presso i dipartimenti di italiano delle università della tua città o i centri culturali italiani accreditati

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A questa domanda rispondo sulla base della mia esperienza sia da dottoranda che da insegnante. L’ approccio all’insegnamento e all’esaminazione è completamente diverso da quello Italiano. Le lezioni coinvolgono quasi sempre gli studenti e includono attività da svolgere in gruppi e interazioni con l’insegnante. Inoltre, ci sono moltissimi laboratori pratici o simulazioni di scenari reali dove gli studenti possono mettere in pratica quanto imparato. Gli esami sono solo scritti, non esistono esami orali. Tutte le informazioni necessarie a rispondere ai quesiti degli esami vengono trattate in classe dal professore. Gli esami di tutti i corsi si tengono contemporaneamente, distribuiti su qualche giorno/settimana. Per passare all’anno successivo non è necessario superare gli esami di tutti i corsi, ma totalizzare nel complesso un punteggio superiore al 50/60% (a seconda delle università / corsi di laurea).

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Non conosco bene il funzionamento della facoltà perché ho frequentato solo i corsi riservati ai dottorandi, ma so che a differenza dell’Italia, qui i dottorandi non hanno alcun esame da passare. Dobbiamo seguire delle lezioni (100 ore obbligatorie in 3 anni) ma fanno cumulo anche conferenze e presentazioni, e la presenza è sufficiente, non c’è alcun tipo di controllo sui contenuti. Ho seguito i miei primi corsi quando ancora non parlavo bene francese e capivo la metà di quello che veniva detto, spesso sono corsi che non toccano nemmeno il soggetto della tesi, hanno un carattere generale: etica, come scrivere un CV, come scrivere un articolo scientifico, corsi di lingua, etc. L’utilità è dubbia, ma ne ho approfittato per migliorare la conoscenza delle lingue straniere!

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Il dottorato di ricerca è un programma che non prevede lezioni o esami, quindi non è qualcosa su cui posso commentare personalmente durante questo programma. Ma in generale in Australia alle lezioni tradizionali si alternano dei “seminari”, dove le classi vengono suddivise in gruppi più piccoli che si trovano con il professore per una lezione più approfondita, basata sul dialogo e il confronto. In queste università i progetti e gli interventi degli studenti sono componente essenziale del corso e della valutazione, con almeno una presentazione, progetto o quant’altro a corso. Per quanto riguarda la valutazione di fine corso, ci sono varie tipologie di esami. Esiste la versione classica a più domande, come quella italiana, ma è possibile anche avere esami “a tesina”, dove si sceglie un argomento su cui scrivere un tot di pagine. Ovviamente per farlo si hanno a disposizione diverse settimane, quando non l’intero semestre. Un’altra versione di esame è “l’esame da portare a casa”, che consiste in una domanda a cui rispondere da casa nel corso di un weekend. Una peculiarità è che sono tutti scritti, a parte in qualche corso di lingua; altra caratteristica è che nella maggior parte degli esami (anche nella tipologia classica) è possibile usufruire di libri e appunti durante l’esame. Questo perché l’esame non testa la conoscenza mnemonica di nomi e date, ma valuta la capacità di ragionamento e di problem solving dello studente. 

Durante l’emergenza covid avete avuto il supporto necessario in Università?

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Il supporto è stato eccezionale: avendo studenti in tutto il mondo con situazioni diverse per l’emergenza, hanno trovato una soluzione ottimale per tutti ed è andato tutto bene.

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Le lezioni sono state spostate online, così come gli esami, da un giorno all’altro. Il processo è stato molto stressante, sia per gli studenti che per gli insegnanti e gli amministrativi. Ma credo che il supporto da parte del College sia stato buono, considerato il poco tempo per organizzarsi, con training online disponibili per entrambe le parti e supporto in remoto.

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Durante l’emergenza COVID abbiamo avuto molti contatti con colleghi e superiori, ci siamo tenuti compagnia con infinite riunione e videoconferenze. Ci era stata data la possibilità di portare il computer fisso del laboratorio a casa e di lavorare in qualunque momento della giornata, anche senza rispettare le canoniche 7 ore. Non è stato facile con un bimbo di un anno e mezzo da guardare tutto il giorno chiuso in casa, ma ci ritenevamo già abbastanza fortunati ad avere un lavoro, uno stipendio che continuava ad arrivare e molto più tempo col nanetto. In più avevamo la fortuna di essere in famiglia; so che per gli studenti che vivono da soli e per i genitori soli o esasperati erano stati attivati dei servizi di supporto psicologico telefonico, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno!

Pensi che sarebbe stato diverso lasciare l’Italia a vent’anni, finite le superiori?

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Sicuramente sì. Ora studio con un’altra testa e carica. Sono più serena, più curiosa e attenta. 

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In tutta onestà, a 20 anni non sarei mai partita all’estero a studiare. Sapevo di essere pronta a sopportare la solitudine.

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Sicuramente sarebbe stato diverso, non sarei stata indipendente come ora che ho il mio proprio stipendio, quindi probabilmente non avrei avuto la stessa vita facile che ho avuto in questi tre anni, avrei dovuto rendere molto più conto ai miei genitori dei miei viaggi e magari avrei dovuto condividere casa con altre persone. Sicuramente non avrei pensato di mettere su famiglia così facilmente appena arrivata all’estero, penso che mi sarei sentita ancora “figlia” e poco indipendente. Sono contenta di essere partita quando potevo essere autosufficiente.

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Quali sono le differenze tra l’Università in Italia e quella nel tuo paese di adozione? Pro e contro?

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Le differenze sono moltissime. Se da una parte è vero che gli studenti che studiano in Irlanda hanno più manualità e conoscenza tecnica dei mezzi applicabili al loro campo di lavoro, è anche vero che il sistema italiano si concentra di più sulla forma mentis, ovvero sull’insegnare allo studente ad essere indipendente nello studio e responsabile nelle scelte che fa nell’organizzare il suo tempo. A mio personale avviso, il sistema italiano è da preferire, perché posso velocemente insegnare una tecnica a una persona che non la conosce, ma è molto più difficile insegnargli a pensare con la propria testa se è abituato a ricevere informazioni pre-digerite.

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La prima grossa differenza è la modalità di accesso all’università: non c’è test d’ingresso, chiunque può iscriversi e frequentare la facoltà, l’unico problema è che per mantenere il proprio posto bisogna essere in regola con gli esami. Qui i fuoricorso sono rarissimi, l’università non è cara se si mantengono i tempi, ma diventa molto più cara se si doppiano uno o più anni, in più i corsi si tengono tutti i giorni tutto il giorno (9-18, 5 giorni a settimana) quindi seguire corsi che non sono ben incastrati tra loro è complicatissimo. Insomma, cercano di tenersi solo gli studenti che ce la fanno, gli altri vengono cacciati via da una sorta di selezione naturale. Direi che l’accesso facile e il basso costo sono i top pros, poi magari ci mettiamo anche la modalità d’esame che è esclusivamente scritto, senza l’ansia dell’orale. I contro non li conosco, non ho propriamente studiato in Francia, non saprei dire. Per il dottorato tra i vantaggi aggiungerei che si viene pagati meglio che in Italia (tra i 1400 e i 1800 euro al mese, contro i 1100 italiani), pur mantenendo tutti i privilegi dell’essere studenti (trasporti scontati, cinema e ristoranti con promozioni, etc) e non ci sono esami di alcun tipo da passare al primo anno.

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Il metodo di insegnamento e di esame è profondamente diverso tra Italia e Australia, ma le diversità si estendono anche all’ambiente in generale. A Milano, sia che fosse alla triennale che alla specialistica, mi è sempre sembrato di stare ancora al liceo, e penso che questo possa essere generalizzato a molte università italiane. L’università per la maggior parte degli studenti non è che il proseguimento delle superiori, un luogo dove parcheggiarsi per almeno 3 anni in attesa di capire cosa fare “da grandi”. Qui in Australia invece si studia in un bell’ambiente, dove l’istruzione è considerata importante e cruciale per un futuro prospero. Gli insegnanti sono aperti al dialogo e valorizzano l’opinione degli studenti in un modo che in Italia ce la sogniamo. E tantissima importanza viene data allo studente come persona, al suo equilibrio tra studio e vita sociale e alle sue esigenze come individuo. Insomma, decisamente un bel posto dove studiare!

Quali sono i costi? Quali le agevolazioni?

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Il tutorato prevede un costo di 900€ al semestre mentre l’autoapprendimento di 600€. È possibile anche chiedere delle borse di studio. La laurea prevede un percorso di 3 anni. 

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I costi per studiare in Irlanda dipendono da due fattori: il corso di laurea scelto e la nazionalità. Per gli studenti europei le tasse vanno dai 2700 euro ai 13000 euro annui. Per gli studenti extraeuropei, il costo è circa il doppio. Le agevolazioni sono rare. E’ possibile applicare a borse di studio da parte di enti privati, ma sono molto competitive. Per i dottorati di ricerca, le tasse si aggirano intorno ai 9000 euro anni ma solitamente sono coperte dalla scholarship o dal fondo di ricerca. 

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In Francia per un corso qualunque alla facoltà pubblica siamo intorno ai 200 euro l’anno per tutti gli Europei, 3000 euro per studenti proveniente da fuori dell’Europa. Per il dottorato sono circa 400 euro di iscrizione ogni anno per qualunque tipo di studente, compresi di copertura della sanità pubblica. Ci sono molte agevolazioni che riguardano cibo e alloggio: si può facilmente avere un alloggio gratuito se si viene da Paesi del terzo mondo, in stato di guerra o se si proviene da una famiglia poco benestante, in più ci sono associazioni che aiutano gli studenti ad ammobiliare camere e case, e so che a Brest c’è anche un supermercato a cui hanno accesso solo gli studenti meno benestanti, in cui i prezzi sono tagliati del 70-80% (con date di scadenza quasi a termine). Volendo si può anche facilmente ottenere un prestito “per studenti” che prevede il pagamento solo a fine studi, quando si comincia a lavorare.

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Ovviamente i costi per studiare in Australia variano da università a università. Per darvi un’idea però il costo di un PhD in giurisprudenza (quello che ho fatto io) per un international student all’University of Sydney è di $49.000 all’anno! Una cifra ovviamente folle e che ben pochi pagano perché per fortuna le borse di studio a disposizione degli studenti stranieri sono tante. Ce ne sono messe in palio dal governo australiano (al momento l’Endeavour Program è però sospeso), dall’università, dalla facoltà, ecc oltre ad altre offerte magari da enti privati o per progetti specifici. Una volta accettati nel programma poi è possibile ottenere ulteriori sussidi ad esempio per comprare materiale elettronico, partecipare a conferenze, compiere esperimenti ecc. Ovviamente il tutto è a discrezione della singola facoltà ed università, però io non posso che parlare bene – ed essere estremamente grata – per tutto il supporto finaziario che ho ricevuto dalla mia università!

Cosa diresti a chi vorrebbe studiare nel tuo paese di adozione?

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Spero ti piacciano i climi autunnali, 12 mesi all’anno, e che non ti dispiaccia camminare sotto la pioggia. Sarai ripagato con serate divertentissime al pub con la tua nuova famiglia multiculturale.

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Direi che bisogna conoscere la lingua perché i francesi non si adattano all’inglese o a qualunque altra lingua facilmente. Non è necessario nel caso di un dottorato perché gli articoli scientifici sono in inglese e tutti in un laboratorio di ricerca sono in grado di parlare un buon inglese, ma i corsi alla facoltà sono solamente in francese, a parte casi isolati, quindi una discreta conoscenza della lingua è d’obbligo. Per il resto credo che abbiano delle buone strutture universitarie e un buon sistema per accompagnare gli studenti negli studi, venite pure se parlate francese, gli Italiani sono ben accolti!

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In Australia è difficile restare con un visto permanente e sono moltissimi i giovani che decidono di studiare per provare a rimanere in questo paese. Solitamente i corsi scelti sono però di breve durata e, anche se comprendo bene la scelta – anche legata ai costi molto alti di questi corsi -, vi consiglio di considerare la possibilità invece di fare un PhD. Questo vi consentirà di avere un visto per 3/4 anni, oltre che, solitamente, una borsa di studio che copre le spese principali. Certamente fare un dottorato di ricerca non comporta lo stesso impegno che un corso di inglese, ma è una valida alternativa se siete seriamente intenzionati a vivere in Australia.

A chi consiglieresti un percorso di studi come il tuo e quali possono essere gli sbocchi?

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Il corso di laurea in lingua e cultura italiana prevede quattro diversi percorsi: letterario, arti/musica/spettacolo, didattico/linguistico e culturale. Permette appunto un approfondimento della lingua e della cultura italiana con sbocchi nell’editoria, insegnamento, relazioni istituzionali e commerciali con l’Italia, turismo culturale. L’università poi prevede anche due master sempre online (uno in traduzione e l’altro in didattica) che possono aiutare a completare il proprio percorso. 
Lo consiglierei a chi ha una passione per la nostra lingua e cultura e desidererebbe un lavoro legato ad esse. 

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Un PhD in Irlanda lo consiglio a chiunque voglia mettersi alla prova, non solo dal punto di vista dello studio o della crescita professionale, ma anche culturale. Negli anni ho visto vari studenti arrivare in Irlanda per fare ricerca nel nostro laboratorio, ma non essere pronti a lasciarsi permeare dalla cultura del paese in cui si stavano trasferendo. In generale, in questi casi l’esperienza è stata abbastanza stressante per lo studente, con risultati limitati anche dal punto di vista del progetto di ricerca. 
Gli sbocchi dopo un dottorato in chimica sono tantissimi, dalla ricerca accademica a quella in azienda, dal controllo qualità a enti regolatori o agenzie di finanziamento della ricerca. Un consiglio che ci tengo a dare su questo argomento è di non fossilizzarsi sul proprio titolo. A volte durante il dottorato, ci si accorge di essere particolarmente portati o di amare particolarmente un aspetto secondario del proprio campo. Questo non vuol dire che non si possa inseguire il sogno di farlo diventare la nostra carriera principale. Un dottorato vi darà tutti i mezzi necessari per poter inseguire il vostro sogno, se vi ci dedicate con passione.

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Chiunque voglia fare della ricerca il suo mestiere dovrebbe avere un’esperienza all’estero nel curriculum, quindi consiglierei di partire il prima possibile, per esempio per il dottorato. Se poi si decide di restare perché ci si innamora di Parigi o della Bretagna, non è così difficile trovare contratti a tempo determinato. Per gli indeterminati è un po’ più complesso, se si vuole diventare professore associato o ricercatore CNRS ci sono dei concorsi specifici ogni anno. Anche lì, so che ci sono molti italiani che vengono a tentare la fortuna perché molto più facile di qualunque concorso da noi: più posti, meno stress e possibilità di lavorare a distanza quasi sempre. Io ancora non so cosa farò della mia vita ma non sono assolutamente preoccupata, so che con una laurea scientifica e un dottorato in tasca posso facilmente trovare lavoro anche nel settore privato, volendo.

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In Australia come altrove, il dottorato di ricerca è un percorso lungo, complesso e difficile. Spesso avrete la totale autonomia nel gestire il vostro progetto, incluso le tempistiche, burocrazia e scadenze varie. Se avete bisogno di qualcuno che vi tenga la mano passo per passo, il PhD non fa per voi. Se non riuscite a concepire l’idea di portare avanti un progetto per almeno 3 anni, il PhD non fa per voi. Ma se amate fare ricerca, scrivere e fare esperimenti, se avete un’area che vi sta a cuore e su cui sapete che c’è ancora molto da sviluppare, allora le premesse per questo tipo di programma ci sono tutte. Gli sbocchi sono tanti e vari: il PhD è il più alto titolo universitario che ci sia e di conseguenza può aprirvi molte porte, soprattutto in ambito accademico (qui in Australia per diventare professore universitario è necessario avere un PhD, ad esempio) e di ricerca. Però attenti: c’è anche il rischio di essere overqualified con un titolo del genere!

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L’Università di Sydney di Claudia

Ringrazio Greta, Debora, Dania e Claudia per averci raccontato della loro esperienza di studio all’estero e scritto tanti preziosi consigli. Speriamo che la loro storia possa aiutare chi sta valutando di iniziare un percorso universitario e per questo tutte si sono dette disponibili a farsi contattare qualora voleste saperne di più.

Come sempre io rimango a disposizione per chiunque volesse informazioni su come studiare gratis (sigh, maledetto brexit) in Scozia e potete trovarmi su Facebook, Instagram e Youtube.

A presto!