Londra è stronza

Londra è stronza

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Londra, il mio ultimo viaggio prima del coronavirus

Londra è stronza, incontrare un’amica un evento impossibile, fatto di orari che non coincidono e distanze. Mezzi da prendere e corse isteriche.

Londra è aperta, così aperta che ne vedi contraddizioni e problemi, la diseguaglianza sociale che fa paura, i quartieri divisi manco avessero fatto una linea a terra con il gesso.

Le distanze enormi, che non ti fanno arrivare mai. E allora sali e scendi dalla metro, prima che le porte si chiudano, Oyster perennemente in mano.

Londra mi stanca, fisicamente, mentre vorrei mangiarmela come le cose buone e lei, svicola, si svincola, non vuole accolli.

Non so a cosa pensassi quando da giovane mi sembravano tutti così educati, qui. Non lo sono, hanno fretta, ti sbattono contro perché sembrano sapere dove andare, anche quando sono persi. La bussola in mano, poco tempo da perdere.

Una frenesia che mi fa venire voglia di correre, Londra mi aumenta la fame e fa commuovere, bella in un modo che non avevi previsto, che non immaginavi, che non scorderai.

A Londra vuoi tornare.

Londra è sempre casa, per chi da turista la visita e sogna.

È quel posto dove tutto ti sembra grande, giusto, immenso e possibile. La favola che continua a vendere a tutti quei ragazzi che poi qui arrivano per scoprire che per quel possibile c’è un prezzo da pagare: le case condivise, un cesso da dividere in sei, il lavoro massacrante, i turni da aggiungere anche quando non ti reggi in piedi.

In cambio Londra ti darà tutto quello che ha, incapace di lesinare. Sarà tua anche quella sua luce unica, quando piove e tutto diventa bianco, elettrico. Un bagliore energetico che ti lancia nella mischia, nella vita frenetica di chi ha voglia di spingere, di emergere, di provare.

Londra è casa di tutti quegli Italiani che incontri mentre ordini un caffè, quell’accento che non si lava, che non scorre via malgrado la pioggia.

Che ti ricorda che siamo ovunque, perché di quell’ovunque vogliamo un pezzo.

Perché abbiamo fame.

Se stai pensando di trasferirti a Londra puoi leggere questo post che sarà valido fino al 31 Dicembre 2020, dopodiché la Brexit ci farà uscire dall'Europa e le regole cambieranno. Per venire a Londra avrai probabilmente bisogno di un visto ma potrai ancora trasferirti per imparare l'inglese pagando qualche corso o con un visto lavoro provvisorio. 
Perché visitare la Cambogia?

Perché visitare la Cambogia?

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Durante una benedizione a base di acqua, preghiere e fiori

Quando il nostro viaggio nel sud est asiatico era ancora solo un sogno, abbiamo iniziato a sentire i pareri di chi già aveva affrontato quelle tappe e tutti erano concordi nel dire che la Cambogia fosse una meta particolare. A digiuno di storia e senza una particolare conoscenza dei fatti accaduti in quella terra così lontana, i motivi li avrei capiti solo lì e forse così sarà anche per voi.

Siamo arrivati in Cambogia (visto necessario, acquistabile anche questo online al prezzo di 36 dollari americani) dalla Thailandia con un volo Asia Airline e subito questo paese ci è entrato nel cuore, come una freccia ma senza fare male, ci ha infilzati nel petto per rimanerci dentro e cambiarci un poco. In un modo bello. La storia recente della Cambogia è stata invece una coltellata di puro dolore.

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Angkor Wat Temple e tutte quelle scale salite

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I templi più famosi.

Il primo impatto con Siem Reap è stato umanamente meraviglioso ma arrivando dall’aeroporto, la città ci è sembrata un enorme parco gioco per i turisti, con hotel mega galattici alla Sharm el-Sheikh. La mattina dopo ci saremmo ricreduti perché la prima visita è stata quella all’Angkor Wat Temple, il tempio famoso per essere stato rappresentato nel film di Indiana Jones ed esempio di una bellezza che toglie il fiato. Il nostro driver (consigliatissimo e anche se non potevamo saperlo, dai prezzi assolutamente concorrenziali) era un uomo meraviglioso, gentile e con gli occhi buoni che avevamo incontrato la prima notte, dormendo da V&A Villa dove per 26 euro in due per tre notti avremmo avuto colazione e pick-up dall’aeroporto compresi. Una struttura gestita da una famiglia gentile e attenta, prendetela in considerazione per alloggiare a Siem Reap (recensione onesta qui).

Per visitare il complesso archeologico di Angkor (la capitale dell’impero Khmer), bisogna mettere in conto il costo del biglietto per almeno un giorno (37 dollari americani) ma vi assicuro che la spesa merita ogni centesimo. Il pass consente di visitare diversi siti archeologici e di interesse e parte di questo denaro viene investito per il benessere dei locali. Senza non potrete entrare nel tempio principale né visitare quelli minori ma soprattutto renderete l’esperienza monca, priva di qualcosa di unico. Lungo la strada preparatevi a fotografare le scimmie, che troverete un po’ ovunque a Siem Reap e se il caldo dovesse sorprendervi, e lo farà, avrete l’imbarazzo della scelta per un drink proprio attorno al tempio e avrete anche l’occasione di vedere da vicino i cambogiani lavorare nei vari stand con accanto i bambini che giocano. Per una vista pazzesca, fate tutte le scale e salite tutte le cime di Angkor Wat.

Sia che siate con il driver, sia che stiate guidando voi, con il biglietto giornaliero vi consiglio di approfittarne per vedere tutti i templi e le zone archeologiche che sono comprese nel prezzo. A me è piaciuto molto Angkor Thom, che abbiamo visitato quasi da soli grazie alla carenza di turisti dovuta alla stagione monsonica. Neanche a dirlo, preparatevi per le scale. Menzione merita anche il più grande puzzle al mondo, Baphuon Temple, ed una volta lì scoprirete il motivo di questa particolare nomea. Larghi mattoni numerati sono disposti nel mezzo della jungla, con la speranza di ricreare un giorno, pezzo per pezzo, parte delle facciate crollate. Ogni mattone un dettaglio, il racconto di ciò che fu e parte di quello che andò distrutto per mano dei Khmer Rossi.

Siate pronti a lasciarvi andare agli incontri inaspettati, potrebbero essere animali selvatici, monaci pronti a benedirvi in cambio di una offerta (una esperienza bagnata!) o gruppi che sensibilizzano sul tema delle mine antiuomo. Chiedetevi anche, chi le avrà messe qui? In un paese neutrale?

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I night market ed i mercati all’aperto

Il mercato Siem Reap night Market merita una menzione positiva perche’ pur essendo turistico è anche pieno di cose interessanti ed è anche il luogo perfetto per farvi un massaggioo cambogiano che vi assicuro essere meno violento di quello thailandese spezza ossa. Che in Cambogia hanno cuore, appunto. Finche’ non vi fanno la ceretta.

Per mangiare, se siete vegetariani o vegani, a Siem Reap vi consiglierei Madame Butterfly, un ottimo ristorante con specialità Khmer. Prezzi superiori alla media ma piatti eccezionali, 18.50 dollari americani a persona per due pasti vegetariani che ricorderete.

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I musei

Un grande rimorso di questa meta? Non aver avuto il tempo di poter andare al Museo delle Mine Anti-Uomo. Un luogo che serve perché in pochi sanno cosa è stato fatto a questa terra ed io per prima l’ho ignorato per troppo tempo. Altro rimpianto non aver visitato l’Angkor Butterfly Centre, dove le farfalle la fanno da padrona. In compenso siamo sopravvissuti ai tuk-tuk locali che sono forse i più instabili incontrati durante il viaggio nel sud est asiatico.

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Scimmie golose ad Angkor Wat. Nella foto con un bel mango!

Phnom Penh, la capitale della Cambogia

Phnom Penh è stato amore ed è forse il luogo che più mi ha consentito di riflettere su come l’occidente sia all’oscuro – quando non ne è parte attiva – di troppe mattanze ed ingiustizie che accadono nel mondo. Per noi è stata l’occasione per capire meglio una storia che ignoravamo, quella del genocidio cambogiano avvenuto per mano di Pol Pot (vero nome Saloth Sar), il dittatore fanatico comunista che non fu mai punito. Per mano sua persero la vita, in modi orribili, 1.500.000 milioni di cambogiani ma i numeri potrebbero raggiungere tranquillamente i 3 milioni di morti. Pol Pot annientò la cultura del suo popolo: spaventato dall’intelligenza dei suoi cittadini mandò a morte tutti coloro con una laurea, i dottori, gli uomini di scienza, i bilingue e persino chi aveva le mani troppo curate o gli occhiali. Le generazioni successive dovettero ricominciare da capo, incapaci a quel punto di – per esempio – parlare inglese o francese come facevano invece prima della dittatura.

In generale, di Phnom Penh ho amato tutto e per dormire consiglierei The Artist Residence per la posizione perfettamente strategica, penso che non ve ne pentirete.  

Cosa vedere a Phnom Penh? S21 il museo del genocidio cambogiano ed i Killing Fields

Di cuore, di pancia e di testa non posso che dirvi che dovrete – dovete! – visitare S21, il museo dedicato al genocidio cambogiano. L’edificio era nato come scuola ma ha visto passare e torturare 20.000 persone. Si salvarono solo quattro bambini e la storia di uno di questi, Norng Chan Phal, la raccontai su Facebook, dopo aver letto il suo libro, prelevandolo proprio dalle sue mani gentili. S21 è un incubo che scende sulla terra, mura e pavimenti che ancora trattengono le grida e mostrano il sangue dei condannati a morte. Innocenti che abbiamo lasciato trucidare senza neanche il bisogno di una giustificazione, nel disinteresse di tutto il mondo. Sul posto noi abbiamo avuto la fortuna (o sfortuna) di avere come guida una persona che sopravvisse a quel genocidio perdendo tutto, ad iniziare da sua sorella e da suo padre. E se ci pensate così è stato per qualsiasi cambogiano con più di 40 anni che incontrerete durante il vostro soggiorno perché il genocidio infatti ebbe luogo tra il 1975 e il 1979. Praticamente ieri. Il genocidio dei cambogiani fu supportato da Cina e America ma l’Europa non fece meglio.

Un altro terribile ma necessario pezzo di Cambogia sono i Killing fields, lì vi mostreranno dove i prigionieri venivano portati ed uccisi. Vi racconteranno della metodologia riservata a bambini e neonati e di come le guardie godessero nel far soffrire le madri, strappandone i figli dalle braccia per finirli di fronte a loro. Il terreno sputa ancora oggi denti, ossa e vestiti lacerati e nella parte finale del museo vedrete una piccola parte dei teschi ritrovati e vi sentirete sommergere dal dolore. Servirà ad evitare che succeda di nuovo? Purtroppo no perché cose simili continuano ad accadere, ancora oggi nel disinteresse dell’occidente. Nel prezzo del biglietto per i Killing Fields abbiamo avuto compresa l’audio guida ma vi consiglierei di averne una umana, farà la differenza se riuscirete a trovare la forza di ascoltare.

Cosa vedere a Phnom Penh, capitale della Cambogia? Templi e Mercati

Phnom Penh Night Market, il mercato notturno, è da visitare e certamente a terra, tra i banchetti di cibo buono, vedrete i soliti topi e scarafaggi ma secondo me a questo punto del viaggio non ci farete neanche più caso. Per noi uno dei ristoranti raccomandati è David’s noodles and dumplings. Pulito e genuino, come il nome suggerisce vedrete fare i noodles da zero e potrete acquistare una birra fresca per 50 centesimi di dollaro americano. Sempre con la possibilità di avere il wi-fi e godervi i ventilatori del soffitto!

Il mercato centrale diurno di Phom Phen è splendido ma, come in diverse parti dell’Asia, vedrete tanti animali venduti vivi e dovrete farci i conti. Da lì potrete raggiungere svariati templi che saranno tutti segnalati in abbondanza sulle vostre guide e per questo non mi dilungherò. All’interno dei templi noterete l’onestà cambogiana, con le offerte lasciate sui piattini senza che nessuno le tocchi.

Come tempio vi consiglierei il Golden Temple, il tempio dorato. Un pochino fuori mano ma assolutamente bellissimo e con all’interno statue dagli effetti psichedelici, con aureole scintillanti e roteanti.

Cosa vedere a Phnom Penh, capitale della Cambogia? Il fiume Mekong, il casinò Nagaworld e l’escursione all’Isola della Seta

Il fiume Mekong è splendido al tramonto e pieno di localini e baracchini con il cibo locale, in più potrete rilassarvi anche solo sedendovi sulle numerose panchine (la sera arriveranno anche gli scarafaggi, che romantici!). A Phnom Penh, se avete piacere di vivere una esperienza diversa potete fare un salto al casinò Nagaworld per una cena a buffet (molto buona). Noi abbiamo deciso di andarci in memoria dei tempi passati a Las Vegas e Melbourne, quando mangiare a buffet nei casinò voleva dire essere gggiovani!

L’isola della seta è una escursione consigliata ed è anche l’occasione perfetta per fare due passi sulla riva del fiume Mekong. Prendendo il largo con la barca vi imbatterete nel villaggio dei pescatori che vivono su imbarcazioni dipinte di blu che vi ricorderanno quelle di Malta. Il villaggio è formato perlopiù da cambogiani di fede musulmana e solitamente ogni barchetta ha l’elettricità grazie ai pannelli solari.

Sull’isola della seta scoprirete che le pagode vengono usate dai senzatetto come riparo e che qui verranno accolti. Pochi passi e vi imbatterete nella Scuola Internazionale che è stata costruita con le donazioni dei turisti internazionali. Non hanno purtroppo una High School sull’isola, non ancora.

Le case sull’isola della seta sono spesso a palafitta per proteggersi dagli animali selvatici e come in tutta la Cambogia vedrete galli da combattimento tenuti dentro a delle ceste, mucche magrissime, bufali d’acqua (water buffalo), cani scodinzolosi e gechi enormi. Come mostly vegan per me l’Asia è stata una esperienza complicata ma credo che ognuno debba poter ragionare con quello che ha e persino gli allevamenti di bachi da seta mi sono sembrati necessari per il mantenimento delle famiglie del luogo. La base del loro sostentamento.

La gita all’isola della seta ci è costata 30 dollari a testa ed ha coinvolto 2 drivers, il capitano della barchetta con due mozzi e la nostra guida dall’inglese perfetto. Io straconsiglio il tour Memorable Cambodia Cruise organizzato da studenti cambogiani che cercano di mantenersi agli studi. Come ci ha detto la nostra guida, altrimenti solo i ricchi avranno quella possibilità e per i poveri non ci sarà scampo. Con l’escursione avrete anche birre, frutta e soft drink illimitati.

Cose da evitare in Cambogia?

Bottiglie con serpenti e altri animali sotto alcol, coccodrilli impagliati e come sempre, il turismo sessuale. Neanche a dirlo, anche quello con i minori. Ma soprattutto aprite bene le orecchie ed evitate di giudicare con i vostri occhi occidentali, vittime dell’etnocentrismo piu’ inutile.

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Primo giorno in Cambogia

Consigli, pareri e curiosità sulla Cambogia

Ragionate in base al vostro budget, io non ho fatto mistero di quanto speso (non molto) perché era giusto così e non ci è mancato nulla ma davvero questo viaggio potrebbe andare bene per tutte le tasche. Mettete in borsa una buona guida, la presa universale e leggete tutti i consigli del post sull’organizzare un viaggio nel sud est asiatico.

Godetevi il cibo, assaggiate il curry ed i piatti tipici e siate grati, grati di tutto quello che avete in mano e delle possibilità che vi sono state concesse.

Se avete i dollari americani portateli, sono largamente accettati e spesso preferiti al riel cambogiano, la moneta locale. Attenzione a non distrarvi troppo con il cellulare in mano, più di un locale ci ha detto che è prassi rubarli e dentro ai tuk tuk ci hanno chiuso la tenda ogni volta che qualcuno si stata avvicinando troppo. Secondo me è una regola che vale ovunque e non ho percepito particolari pericoli ma ho vissuto la Cambogia solo da turista e lascio la parola ai locali.

L’abbonamento ad internet potrete farlo appena atterrati in Cambogia. Noi per 33giga e 7 giorni di connessione abbiamo pagato 3 dollari americani con Metfone (il loro negozio rimane aperto in aeroporto dalle 8am alle 10:30 pm). La SIM ha avuto ricezione ovunque tranne che da qualche parte nella jungla di Siem Reap.

A livello di curiosità sulla Cambogia vi segnalo che:

– i gatti hanno la coda mozza e non perché siano vittime di una qualche violenza: nascono proprio con la coda mozzata.
– forse come noi avrete bisogno dell’Imodium ed una volta in farmacia scoprirete che vendono Cialis e Viagra come fossero mentine.
– grazie ad un tizio americano che si fa chiamare Dr Oz, la Garcinia cambogiana (una sorta di droga) è diventata famosa come cura dimagrante.
– nelle piazze e con il bel tempo troverete i cambogiani a ballare, soprattutto nel centro di Phnom Penh. Non siate timidi e unitevi a loro!
– durante determinati periodi li vedrete bruciare delle banconote di fronte a negozi e case. E anche cellulari e altri oggetti (macchine, rossetti, vasche da bagno… la qualsiasi!) che, avvicinandovi, scoprirete essere repliche in carta degli stessi. Un modo per offrire onore e rispetto ai morti dei cambogiani.

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Codine mozze per i gatti nati in quel di Cambogia

Perché visitare la Cambogia?

Dalla Cambogia tornerete diversi e forse, odioso e banale da scrivere ma vero, anche migliori. È un paese buono che ti cambia, vi piaceranno le persone, il cibo e rimarrete a bocca aperta in più di una occasione. Il vostro turismo aiuterà una popolazione valorosa che ha subito ogni tipo di ingiustizia e ancora è pronta ad accogliere l’altro.

Se vuoi saperne di più sul mio viaggio in Cambogia puoi seguire le storie in evidenza su Instagram, dal nostro nostro arrivo a Siem Reap alle avventure vissute a Phnom Penh.

Se stai organizzando un viaggio nel sud est asiatico ricordati del post generale dove ho parlato dei vaccini necessari, degli abbonamenti telefonici per internet a basso prezzo, degli Uber locali (Grab) e delle malattie. Fino ad ora ho già raccontato l’Asia tramite i miei post su Giappone, Myanar e Thailandia ma per informazioni e consigli sai dove trovarmi!

Buon viaggio e salutami la Cambogia!

Che fine fanno i sogni, papà?

Che fine fanno i sogni, papà?

Someday soon this will all be someone else’s dream

Sono nata da due genitori giovani ed il motivo di quel matrimonio l’ho capito un giorno che ero sola in casa e facevo i conti con le dita. Lo stesso giorno ho pianto, disperata, lasciando andare la colpa che sentivo pesare nel petto.

Un pizzicore che veniva a bussare mentre crescevo e che qualche volta è arrivato all’improvviso, come quella volta che eravamo a casa di nonna e mia zia fece una battuta su mia madre che voleva essere bonaria ma che mi sembrò un buttare il sale.

“Parlavamo di profumi a vent’anni, ti ricordi? E guarda come ci siamo ridotte ora.”

Mia madre aveva sempre avuto solo un profumo in casa, uno di quelli che avrei poi scoperto costare 5 euro al mercatone e di quelle cose futili non parlava mai. Eppure, c’era stata da qualche parte quella ragazza spensierata, lo avevo capito pescando tra i suoi vecchi trucchi o trovandola sorridente nelle foto delle sue vacanze.

Ad un certo punto, e non era difficile capire quando, era stato spazzato tutto via e c’era stato bisogno di pensare ad altro.

Papà voleva essere altro, appunto, per lui non sono mai esistiti i pedoni sulla scacchiera e si poteva essere solo il Re – l’Eroe – o non essere niente. Tutto o zero, nessuna via di mezzo ed in quella vita normale che lo aspettava tornando a casa non credo ci fosse nettare buono abbastanza per placare quella sua fame.

La sera veniva tardi dal lavoro perché si fermava a scrivere, batteva al computer i suoi libri, stampava le pagine e le portava a mamma. Si vergognava dei suoi pezzi ma intanto ci aveva dedicato una trilogia che ci raccontava a pezzi, l’aveva chiama Favola e come tutte le cose che dai per scontate in questi decenni l’ho messa da parte nel computer e di lei conoscevo solo la dedica.

Quando ero piccola giravo nuda per casa dicendo “sono perfetta” e volevo fare l’attrice, andavo alle elementari quando mi ritrovai a chiamare tutte le scuole per aspiranti attori che c’erano sulle pagine gialle. Mi ricordo il tavolino di cristallo fumé e la luce nella stanza.

Un paio mi dissero il prezzo e capii subito che non sarebbe stato possibile e mi dissi che l’avrei fatto dopo, come il gatto stanco di inseguire il topo. Lo prendo dopo.

Al liceo ci pensavo ancora ma non avevo voglia di fermarmi dopo scuola. Pensavo di avere tutta la vita davanti e quel dopo andava ancora bene e poi volevo fare teatro, mica i film alla TV, ci sarebbe stato spazio per tutti su un palco così.

Poi di recitare non me ne è fregato più niente, quel dopo è diventato un mai più ed è successo ancora e ancora. Piccoli sogni o meri desideri momentanei che si sono tramutati in altro, rimanendo di fatto irrealizzati.

C’è ancora qualcosa che vorrei fare di straordinario ma di nuovo mi dico “dopo, lo farò dopo“.

Ho avuto due genitori giovani e li ho conosciuti che avevano vent’anni, ricordo tanto bene i loro trenta e c’ero quando ne hanno compiuti quaranta prima e cinquanta poi. Non so quando sia successo, vi giuro che non lo so, ma persino i miei genitori giovani si stanno avvicinando ai sessanta e mi fanno capire che la vita è stata un soffio anche per noi, così come mi avevano detto.

Quel dopo non esiste, ci sono le cose che fai e quelle che metti da parte, in un cassetto o nel dimenticatoio. Lo fai perché non ti rappresentano più ma qualche volta ci sei costretto perché la vita ti ha fagocitato con le sue richieste ed i suoi ritmi e tu dovevi sopravvivere.

Oggi mio padre compie 57 anni ed io ho deciso di tirare fuori dal cassetto uno dei suoi libri per pubblicarlo, perché la vita è adesso o mai più e ci sono già state troppe perdite.

Ho tirato fuori quel documento di testo scritto negli anni ’80 dal mio hard disk, l’ho trasformato in un file Word, editandolo e creando la copertina e poi ho pubblicato mentre mio padre rimaneva all’oscuro di tutto. Glielo dirò oggi e mi sento come quando compri un bel regalo per qualcuno e finalmente arriva la Vigilia di Natale.

Il libro lo trovate ovunque su Amazon ed è acquistabile qui per l’Italia e qui per l’UK.

L’autore è mio padre ed è facile per me dirvi di comprarne il romanzo ma il punto è che tutti ci saremmo meritati di realizzare i nostri sogni. Acquistandolo il suo libro contribuirete a liberarne uno che era stato lasciato – pronto – nel cassetto.

Aiuterete a far giustizia. E forse aver letto questo post vi farà ricordare che la vita è solo adesso, è ora il momento in cui potrete prendervi tra le braccia e provarci, a realizzare quel sogno.

Prima che sia troppo tardi e per liberare voi stessi e chi verrà dopo di voi dal peso del rimorso.

Vi auguro di addormentarvi la notte pensando a quella volta che la vita – stronza e bastarda – l’avete presa e portata proprio dove volevate voi, le mani finalmente attorno al vostro obiettivo.

Vostri i sogni, vostre le regole, vostra la felicità.

Parole di papà. Copertina ed editing by me.

Come sempre vi aspetto qui, su Facebook, Youtube, Pinterest e Instagram per parlarne insieme.

Bastava Chiedere! di Emma

Bastava Chiedere! di Emma

Bastava chiedere! di Emma, prefazione di Michela Murgia

Quando si poteva ancora viaggiare, ho chiesto a mia madre di portarmi Bastava Chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese) che ha una bellissima prefazione di Michela Murgia e dei disegni che diventarono virali e forse conoscerete.

Se la donna si ferma non funziona più niente. La vera padrona è lei. Per molto tempo questa narrazione dei rapporti di potere mi è bastata perché aveva una sua autoevidenza, sebbene sentissi che conteneva anche qualcosa di radicalmente falsato.

Se infatti era vero che mia nonna aveva le chiavi di casa, era altrettanto vero che non ne usciva mai.

Michela murgia


Bastava Chiedere! è scritto ed illustrato da Emma, una informatica e fumettista francese e di questo libro oggi vorrei parlarvi. Mentre mi leggerete, vi prego di abbassare le difese, essere onesti e di pensare non a voi e al vostro caso specifico ma alla big picture. A quello che le statistiche ci dicono quando si parla di realtà e non di percezione di essa.

Non dico che sia così per tutti e neanche che sia solo qualcosa del passato ma molti di noi sono stati cresciuti in famiglie dove i ruoli erano divisi in modo abbastanza netto.

Il padre al lavoro, la madre con i figli, se andava bene con un lavoretto. Mondi che si scontravano sotto il peso delle rispettive frustrazioni, ognuno convinto di avere in mano il bastoncino più corto, lui che doveva lavorare, lei che doveva stare in casa.

Ancora oggi ci sono una miriade di coppie che per motivi diversi hanno deciso di proseguire in quella direzione e per diverse di queste, il gioco funziona.

Non può chiaramente funzionare per tutti e quando ti specializzi, in qualsiasi ambito, ci sono cose che perdi, se i compartimenti sono compartimenti stagno.

Nel libro di Emma la riflessione parte dal “bastava chiedere“, quella frase che viene pronunciata quando la donna inizia a girare per casa ed esausta chiede supporto, magari comunicandolo senza aggiungere fiocchi. Di fronte ad una donna che si attiva anche in casa, dopo averlo fatto magari anche sul lavoro, e si dichiara stanca, un’altra frase tipica può essere il “nessuno te lo ha chiesto“.

In effetti è così e ricerche francesi ci raccontano un uomo che da single bada ad ogni aspetto della sua vita ma che quando si sposa cede il passo alla donna, che nel matrimonio guadagna un’ora extra di pulizie e riordino. Solo lei. La donna cresce imparando a prendersi cura, anticipando i desideri dell’altro e viene considerata malevolmente per qualsiasi cosa che non vada dentro casa sua: dal bicchiere non lavato, alla camicia non stirata di lui.

C’è una scena in quel filmaccio che è “Storia di un matrimonio” dove viene detto quanto segue:

Bastava Chiedere! E simili nel film “Storia di un matrimonio” con Laura Dern, premio oscar

E dopotutto ancora oggi sento dire, con orgoglio, cose come “mio marito mi aiuta in casa“, come se la casa fosse cosa sola nostra. Di contro non vedo atroci sensi di colpa in chi ha deciso che in casa farà poco perché non gli spetta, ha già il suo lavoro e vuole rilassarsi (la sua partner potrebbe dire lo stesso?).

A ciascuno il suo, mi direte, ma il primo lavoro – quello dell’uomo – genera stipendio, pensione e diritti, il secondo – l’occuparsi della casa – sparisce e non viene considerato. È gratuito. In tutto questo l’amore può non essere eterno o cambiare e senza le stesse possibilità economiche si può finire con il rimanere in una relazione per mero bisogno. Per non versare gli alimenti, per non far male ai figli, per sopravvivere…

In tutto questo l’asilo non è mai gratuito, vi siete mai chiesti perché’? Perché c’è la donna e ci sta che questa rinunci al suo lavoro, che dopotutto, che madre sarebbe altrimenti? Quando la donna lavora le sentiremo dire “lavoro part-time per pagare l’asilo” e non “io e mio marito lavoriamo ma guadagnamo meno per pagare l’asilo del figlio che abbiamo avuto assieme“, quei soldi che escono sono colpa sua, di lei. E chi rimane tardi al lavoro quando ci sono i figli a casa? Chi dei due può far carriera veramente quando arrivano i figli?

E poi mettici la depressione post-partum, raccontato benissimo dal film Tully. Charlize Theron è donna esausta che ha messo al mondo un terzo figlio, che ha un marito che lavora ed il congedo parentale spetta solo per lei. Che vuole far tutto, far tutto bene e fondamentalmente non fare schifo. Questa donna ha il post-partum o è stata abbandonata a se stessa?

In Svezia, padri e madri possono dividersi il congedo parentale di 480 giorni pagati all’80%. Non solo, gli svedesi hanno 90 giorni riservati alla madre e 90 giorni riservati al padre. Che vuole dire? Che il padre ha diritto e dovere di stare con il bambino in via esclusiva per tre mesi.

In Italia il congedo parentale obbligatorio per i padri è salito da 5 a 7 giorni solo qualche mese fa, nel 2020. In cosa sette giorni possono fare la differenza e togliere il carico? E quanto questo penalizza anche il rapporto padre-figlio?

Nel frattempo la società a noi donne chiede di far figli o saremo egoiste, senza mai dirci che esistono mostri che sono diventati genitori e che questa decisione andrebbe valutata e sentita, non dovrebbe essere un dovere morale e neanche l’unica opzione per realizzarsi. Alle donne, di contro, la società chiede di investire tutto ciò che hanno, tempo e denaro, nel prendersi cura e non nel realizzarsi – una donna non realizzata non importa – ma nell’essere gnocche, sorridenti, tranquillizzanti e calde. Finche’ non invecchieremo abbastanza da essere nonne o essere niente.

Nel libro di Emma troverete anche un capitolo dedicato alla parola delle donne, che vale meno. Di fronte ad uno stupro – e raramente ci sono delle prove schiaccianti – troviamo più facile dire “lei è una pazza che vuole rovinarlo” che mettere in dubbio la parola di lui. Perché?

Le statistiche non dicono questo, le statistiche dicono che le donne muoiono per mano degli uomini. Cosa c’è di incredibile nel dire che alcuni di queste le violentino anche?

Uno studio americano ha dato la possibilità a 200 studenti di analizzare un ipotetico caso. Due utenti, Jason nel primo test e Alicia nel secondo, si esponevano con rabbia per portare avanti le proprie convinzioni. A causa di quella rabbia, ammessa nell’uomo e non tollerabile nella donna perché presa per isteria, il 18% degli studenti ha deciso di cambiare la propria idea di fronte alla sicurezza di Jason. Nessuno per quelle stesse parole scritte nel video da Alicia. Eppure la rabbia è un sentimento come gli altri e non è un brutto sentimento, nulla che si debba nascondere. Ma nella donna non è accettabile.

La violenza sessuale fa parte di una cultura dello stupro nella quale siamo immersi e comprende tutte quelle situazioni dove la donna è a disagio e l’uomo si impone, con frasi, mani o peggio. Di fronte a queste violenze che tutte – tutte – abbiamo provato sulla nostra pelle, la reazione più banale è quella di dire “ma allora non potremo, noi maschi, più fare nulla” e sgomitare per aggiungere “altrimenti quelle ci denunciano“. Nel mezzo di queste ulteriori accuse, che davvero non ci sta mai bene niente (neanche di essere violentate o molestate, pensa!), rimaniamo vittime e rimaniamo sole.

Per tutti questi motivi vi consiglio il libro di Emma, bastava chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese), un fumetto femminista che ogni donna (e ogni uomo) dovrebbe leggere.

Questo articolo non è una battaglia tra i sessi ma una chiamata alle armi, possiamo fare meglio di così e ce lo dobbiamo.

Bastava Chiedere?

Vuoi saperne di piu’? Ecco il mio video su YouTube!

Tanta voglia di Ramen, la ricetta veg

Tanta voglia di Ramen, la ricetta veg

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La ricetta del ramen vegano e vegetariano la trovate su YouTube

Un ragazzo con cui mi vedevo quando avevo vent’anni era stato in Giappone e mi aveva invitata a tornarci, come amici. La faceva così facile che quasi un po’ ci credevo che sarebbe stato in qualche modo possibile ma all’epoca non avevo veramente una lira e la cosa finì lì, sia con il tipo che con quel possibile viaggio da sogno.

Sono finita in Giappone quasi due decenni dopo quei baci e anche dopo la fine del mio amore per i manga ma quella per la terra del sol Levante non era una passione passeggera bensì un sentimento fatto di fedeltà.

Le stradine di Osaka, le viste mozzafiato di Kobe, Hiroshima con la dome, Nara, le città del nord oltre Sendai, i vicoli, i locali minuscoli, la gente, il silenzio lontano dal traffico, le cicale, le libellule, gli onsen, i konbini, il rumore dello Shinkansen e le musichette alle stazioni.

Tutto ciò è puro amore.

Ci sono tante cose che mi fanno pensare che non potrei vivere laggiù  – se non per un anno o due – ma di certo il cibo non è una di quelle.

Trovo infatti la cucina Giapponese una tra le più buone al mondo e sia io che mio marito prepariamo spesso piatti che raccontano quella terra meravigliosa.

Non per nulla ho realizzato su YouTube un tutorial su come preparare futomaki, uramaki (sushi) e onigiri e poi ci ho fatto anche una diretta per farlo assieme: sono ricette che fanno parte di me.

Sushi Vegano e birretta

E’ amore, un amore che passa per i piatti facendoli diventare non più esoticherie ma sapore di casa tua, quella che hai scelto e costruito.


Da mostly vegan (vegetariana da due decadi) non è stato però sempre semplice nutrirsi in Giappone e mentre ero lost in translation ho mangiato qualcosa che non avrei voluto ma nel mentre – migliorando le mie ordinazioni – raffinavo il palato, facendo due più due per una possibile lista della spesa.

Cucinavo già il ramen a modo mio in casa ma dopo il mio mese nipponico ho capito e perfezionato la ricetta della quale andiamo ghiotti.

La ricetta del mio ramen vegano (ed anche vegetariano, pensa!) lo trovi su YouTube ma in questo post vorrei omaggiare la gentilezza del caro amico Shin che pazientemente ha tradotto per me una ricetta autentica.

Se la parola con la V vi fa venire l’orticaria e di vegan volete solo i pomodori sulla bruschetta, è presto detto cosa potete cambiare: aggiungere e cucinare il maiale molto a lungo e usare la salsa dashi (a base di pesce) che troverete in qualsiasi piatto giapponese. Banzai, che vuol dire evviva in giapponese!

Basta poco per personalizzare una ricetta come il ramen, non fatevi intimorire e provate a farla vostra.

Se siete curiosi di assaporare un ramen vegano 100% autentico, ecco la ricetta tradotta dal nostro caro amico di Tokyo, che ci aspetta – coronavirus permettendo – per Aprile 2021.

Buon appetito o per dirlo in giapponese, itadakimasu, che esprime gratitudine per il pasto ricevuto.

Ramen Vegano, ingredienti per due persone

Mezza cipolla
2 spicchi di aglio
5 cm di alga kelp
2 cucchiaini di sesamo tritato
4 funghi shitake
4 tazze di acqua
2 tazze di latte di soia
2 cucchiai di pasta di miso
2 cucchiaini di soia
2 rametti di broccoletti
4-5 rametti di erba cipollina
Mezza alga nori
Schichimi, peperoncino giapponese disponibile qui
Olio di sesamo
Ramen noodles

Ramen vegano e vegetariano, la ricetta

1. Cuocere la cipolla tagliata e l’aglio sminuzzato per 5-10 minuti in una casseruola con l’olio di sesamo.

2. Aggiungere il sesamo tritato, l’acqua, l’alga kelp, i funghi shitake e lasciar bollire per 10 minuti.

3. Aggiungere il latte di soia, la salsa di soia e la pasta di miso.

4. Cuocere 20 minuti e versare in una ciotola.

5. Cuocere i noodles in una pentola con acqua bollente, scolarli e metterli della ciotola con gli altri ingredienti.

6. Decorare con erba cipollina sminuzzata, schichimi (nel brodo da dipendenza!) e alghe nori.

7. Spazzolare la ciotola!

Risultato finale del nostro ramen a base di latte di soia
Intervista con Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli

Intervista con Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli

In questi giorni di quarantena ho avuto modo di fare due chiacchere con Stefano di Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli di Tacco12.

Il tema? La vita di noi Italiani in Scozia al tempo del Covid-19. Altre informazioni potete trovarle nel mio canale YouTube.

Buona visione!

Video

Diretta instagram dalle mie prigioni (autoquarantena)

Nella mia prima diretta su Instagram parliamo di noia, provo a pronunciare la parola Plexyglass 40 volte e vi racconto di Boris Johnson e delle sue teorie sul coronavirus.

Che coraggio (quel vestito)!

Che coraggio (quel vestito)!

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“il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare”, Paulo Coelho

Scesa dall’aereo, a Fiumicino, ho notato una ragazza che doveva essere sul nostro volo. Era molto bella, una di quelle donne precise, quelle che anche dopo un pomeriggio in aeroporto riescono ad avere i capelli perfetti ed il viso rilassato e perfettamente dipinto.

Indossava una gonna lunga e sbarazzina che sembrava uscita da un catalogo di moda, asimmetrica ed un po’ gitana, con scacchi piccoli, bianchi e azzurri. Con un merletto di stoffa leggera.

Era una donna normale ma per me sarebbe potuta pure essere una modella, perche’ era proprio splendida da vedere.

Mi era davanti di qualche passo ed è stata notata anche da due commesse dell’aeroporto, che si parlavano da un negozio all’altro, ad alta voce.

“Hai visto che bella ragazza e che gonna?”

“Sì, certo è anche CORAGGIOSA“.

Ero senza parole.

Coraggiosa per una gonna?
Coraggioso indossare un vestito un pelo diverso?
E’ questo il coraggio?

Le due commesse non volevano dire nulla di male, forse c’era una punta di invidia, voglio pensare, ma ho provato una gran pena per tutte le persone che ragionano ancora così, e che, purtroppo, limitano gli altri aprendo bocca.

Qui negl Regno Unito ce ne sono molte poche – mi verrebbe da dire nessuna ma non sono fatta per mettere nero su bianco queste certezze – e per me è importante.

E’ essenziale, questa libertà.

Oggi sono uscita di casa con un vestito che ho messo una volta, in Italia, perche’ mi stava male. Tutto questo quando ero magra, quando ero magra come non mai, intendo.

L’ho ritrovato nell’armadio ed ho deciso di riprovare e mi stava decentemente ma si sa che il mio cervello da magra, in Italia, funzionava a scatti ed era vittima di quello che pensano “gli altri“, quelli ai quali non vai mai veramente bene perche’ loro non vanno – a loro volta – bene ad altri ancora.

Quel giorno mi beccai il commento piacione e sfrontato di un tizio al bar e dissi a me stessa che non lo avrei messo mai piu’. Indossavo le calze eppure sotto la gonna mi sentivo nuda.

Sulla via di casa incontrai per la prima volta degli amici di mio marito e volevo sprofondare per la vergogna. Il vestito era troppo, mi stava male, evidenziava le gambe e mi faceva troppo grosso il seno pur non avendo scollatura alcuna.

“Non me lo potevo permettere”.

Oggi sono andata a fare la spesa con le gambe scoperte, quel vestito ormai un po’ troppo fasciante ed i sandali dorati. Un cardigan morbido per coprirmi le spalle dal freddo.

Nell’insieme carina, io mi piacevo e mio marito mi ha fatto tanti complimenti ma in Italia non sarei uscita cosi’ e lo so bene.

Comunque, il coraggio è ben altro.

Questo, è tempo perso dietro al niente, mentre la vita passa.

Addio peli (diciamo!) con la luce pulsata Philips Lumea

Addio peli (diciamo!) con la luce pulsata Philips Lumea

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Addio peli con Philips Lumea Prestige?

È successo che tre anni fa eravamo poveri come la merda ed io me ne stavo con il culo all’aria ad incitare mio marito, dicendogli di farlo e subito.

“Strappa anche lì”.

L’antefatto è che da più di dieci anni sono entrata a far parte di quel culto dedicato al diavolo che si chiama “ceretta totale”, una roba inventata dal demonio (appunto) che ha fatto cadere tante di noi in una spirale fatta di appuntamenti dall’estetista e dolore fisico.

La differenza tra venerare il diavolo qui anziché in Italia è solo una: una ceretta Hollywood (giuro, la chiamano così) in Scozia te la fanno pagare 45-50 sterline ma ad Aberdeen la pagai anche 60.

Chiaro che se sei uno studente tutto questo non ha senso alcuno, soprattutto quando ti pagano il minimum wage ed il capo del ristorante dove lavori si ruba le mance per potersi permettere compagnia nelle fredde notti scozzesi.

Eppure, quando mi ritrovo in quelle posizioni orende o a tirare la striscetta completamente a casaccio, ecco che 50-60 pound non sembrano più così tanti.

Eravamo poveri come la merda, dicevo, ma poi è successo il miracolo e ci sono entrati i soldi, in più era Natale quindi il miracolo era uno piuttosto Disney, con Zio Paperone che sgancia il padao a Paperino e cannibalizzano un bel tacchino.

Era Natale ergo regali da fare ma non so come sia andata la cosa, probabilmente mio marito si è ritrovato mani e faccia piena di colla ed ha deciso che anche basta improvvisarsi garzone pela-patate e si è messo su internet in cerca di una soluzione tech.

Dopo lunghe ricerche ha comprato una epilatore (a forma di pistola) che prometteva la rimozione fino al 92% dei peli in meno di tre sedute e così sotto l’albero di Natale ho trovato la Luce Pulsata sotto forma di Philips Lumea (Se vivi in UK costa meno).

Funziona la luce pulsata di Philips Lumea?

Se vai sul sito della Philips a chiedere Oste, come è il vino? Ti diranno che questo epilatore alla luce pulsata ha una riduzione media del 78% dei peli sulle gambe dopo 12 trattamenti.

Su quanti l’hanno provata? 48 donne in Austria, che me pare pochino ma ao’, le beauty statistiche c’hanno mai senso?

Ha funzionato su di me? Questa è una storia molto divertente perché tre anni fa mi sparì una zolla di pelo ed ero così rincoglionita dall’essere una studentessa-lavoratrice, che mi dissi “è normale, sicuro a forza di strapparli hanno gettato la spugna”.

Neanche mi venne in mente di collegare la sparizione con il fatto di aver passato, svogliatamente la luce pulsata sulla zona incriminata.

Come avrete capito, aveva già funzionato tre anni fa e da allora in quella zona non sono più ricresciuti. Strano, ve lo dico, perché Philips Lumea Prestige promette no ricrescita per 6 mesi e non di più.

Come si usa la luce pulsata di Philips Lumea Prestige?

La pistola ha due beccucci, uno per le zone piccole ed uno per le zone più ampie ed il procedimento è semplice ma noioso: spara e spostati, spara e spostati.

Io ho sempre passato la Philips Lumea appena dopo la ceretta ma sarebbe meglio aspettare un giorno, per evitare casini.

Io vivo la vita loca e sono sopravvissuta ma leggete le istruzioni.

Fa male la luce pulsata?

La risposta secondo me è soggettiva, un pizzico lo senti ma soprattutto a volte la pistola si surriscalda e può dare un senso di bruciore. Immagino che nelle istruzioni dica tutto questo, quindi vi rimando a quelle.

Io trovo il dolore tollerabile, più un fastidio, spesso neppure quello.

Con quali pelo e pelle funziona la luce pulsata?

Questa pistola promette di funzionare su diversi tipi di pelle (vedi foto) e di peluria.

Se siete bionde o rosse vi attaccate, la luce pulsata su di voi non funziona.

In quali zone funziona meglio la luce pulsata?

Nella mia esperienza personale, la luce pulsata funziona benissimo sulla patata che è dove la pelle è chiara ed il pelo scuro. Solo che guardatela, la patata. Ci sono zone dove la texture cambia e la sensibilità pure. Ecco, lì la questione si fa complessa e si tratta pure di coraggio personale.

Philips Lumea funziona bene su gambe e ascelle ma nel secondo caso avevo veramente pochi-pochi peli.

Sulle gambe ha dimezzato i peli con una sola applicazione ma se avete letto le istruzioni saprete che ci vuole costanza.

Ce l’ho io? Ma figurati!

Consiglierei la luce pulsata di Philips Lumea? Recensione

Penso che in rete troverete diversi modelli, io posso consigliarvi solo la Philips Lumea perché la mia esperienza è stata solo con lei. Ho fatto un po’ di ricerche per questo post ed è piuttosto raccomandata ma è anche una bella spesa.

I risultati sono molto buoni ma rimangono peli qui e lì e devi starci dietro. Questo ve lo dice una persona che non ha seguito le istruzioni ma che è conscia del fatto che bisognerebbe ripassare dove la peluria è rimasta.

Personalmente la consiglio per persone come me, che sono stufe di andare tutti i mesi dall’estetista o di fare da sé portandosi via 3/4 di epidermide.

Philips Lumea Prestige la trovate qui (o su questo sito se siete in UK).

Vuoi saperne di piu’? Ecco il mio video su YouTube!