Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

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Debora durante la stesura della sua tesi di dottorato in Francia

Studiare all’Università all’estero, perché farlo?

Hai diciotto anni e vorresti cambiare aria. O magari ne hai venti. Oppure vorresti andare all’Università ma sei nei tuoi trent’anni. Comunque tu decida, tra quattro anni sarai comunque 4 anni più grande ma senza il titolo o il cambiamento che volevi per te. Una considerazione semplice che ha calzato a pennello in quella che è stata la mia vita nel Regno Unito perché certe paure le ho avute eccome eppure aver studiato in Scozia rimane una delle decisioni migliori che io abbia preso per me. Ero grande, vero, ma la mia età è stata una marcia in più e quel percorso mi ha cambiato la vita in meglio.

Studiare all’estero all’Università mi ha preso quattro anni di vita trasformandoli nell’inizio del mio futuro.

La mia storia di studentessa lavoratrice in Scozia la sapete quindi oggi vorrei lasciare la parola a quattro donne molto diverse tra loro che hanno lasciato l’Italia e che una volta all’estero hanno deciso di continuare a studiare o ricominciare con una nuova carriera universitaria.

Spero i loro racconti del mondo possano aiutare gli indecisi e tutti coloro che ci stanno pensando, a ricominciare all’estero passando per l’Università.

Quindi siamo pronti, vi presento Greta e Debora dalla Francia, Dania dall’Irlanda e Claudia dall’Australia, queste le loro parole, questa la loro storia.

Ciao, ci racconti un po’ di te, come ti chiami e cosa ti ha portato lontano dall’Italia?

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Ciao, mi chiamo Greta e fondamentale è stato mio marito a portarci lontano dall’Italia: la sua azienda gli ha offerto la possibilità di lavorare in US a Milwaukee prima e poi a Lione, in Francia. Dopo un anno abbiamo accettato un’altra offerta e siamo finiti a Grenoble, sempre in Francia. 

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Ciao, mi chiamo Dania. Nel 2007 mi sono laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche a Trieste e nel 2008 mi sono trasferita in Irlanda, per fare un dottorato di ricerca in chimica al Trinity College di Dublino. Da allora non sono più tornata. Ora sono una Senior Research Fellow alla scuola di medicina.

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Mi chiamo Debora, vengo da Roma e abito a Brest (Francia) da 3 anni e mezzo, sono mamma di un bimbo italo-francese e dottoranda a fine tesi; sono partita proprio per cominciare il dottorato qui in Bretagna.

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Ciao, mi chiamo Claudia, 33 anni, originaria di Milano ma attualmente residente a Sydney, Australia. In Italia avevo studiato relazioni internazionali, e per passare dalla teoria alla pratica ho sempre cercato di sviluppare le mie relazioni internazionali partecipando a programmi di scambio all’estero. È così che ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito e che è la ragione ultima per cui ho deciso di trasferirmi in Australia ormai 9 anni fa! Con un dottorato di ricerca in giurisprudenza fresco fresco in tasca, da 3 anni lavoro per Medici Senza Frontiere nella sede di Sydney.

A che punto hai deciso di studiare all’estero. Quanti anni avevi e cosa ti frullava in testa?

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Era parecchio che mi girava in testa ma ho sempre rimandato: prima il lavoro, poi i figli piccoli e sembrava non essere mai il momento giusto. Lo scorso anno chiacchieravo con un’amica di Lione di questo desiderio nel cassetto e lei ha condiviso la sua esperienza. Mentre spiegava io realizzavo che era arrivata la mia occasione. Mi sono iscritta a marzo di quest’anno, poco prima di compiere 37 anni, alla laurea di lingua e cultura italiana. 

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Avevo 23 anni, ero all’ultimo semestre dell’ultimo anno di università e stavo facendo la tesi sperimentale obbligatoria nel mio ciclo di studi. I miei amici mi sembravano tutti così sicuri di sé sul che cosa fare dopo la fatidica laurea. Io invece non avevo alcuna idea di cosa volessi fare da grande, eccetto che non ero pronta ad affrontare una vita dietro il bancone di una farmacia e che non volevo tornare a vivere con mamma e papà. Che il ragazzo dell’epoca non fosse l’amore della mia vita, l’avevo già capito da un po’. Parlando con una ricercatrice che lavorava nel gruppo di ricerca dove facevo la tesi, scoprii che aveva appena vinto dei fondi di ricerca e che avrebbe creato il suo gruppo di ricerca al Trinity College di Dublino. Giovane e sfrontata, senza sapere bene che cosa volesse dire, le chiesi se potevo andare con lei. Iniziò tutto così. Ricordo il giorno in cui ricevetti la lettera di ammissione alla scuola di dottorato del Trinity College qualche mese dopo. Guardai il mio nuovo ragazzo (ora mio marito), e pensai che se solo lo avessi incontrato qualche mese prima, non avrei mai fatto quella domanda di ammissione. Ma ormai era fatta, e decisi di non sprecare l’opportunità. 

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La mia partenza è stata molto impulsiva, sono stata contattata da un’amica italiana ricercatrice in Francia che mi ha proposto di fare un colloquio per un dottorato con il suo gruppo di ricerca, e visto che ero alla fine della laurea Magistrale in Fisica Nucleare e che non avevo nessuna idea di come cominciare a lavorare, non ci ho pensato troppo e ho deciso di partecipare alla selezione. La sorpresa è stata nell’entusiasmo del mio capo durante il colloquio che mi ha detto subito che mi aveva presa, quindi ho dovuto chiedere di ritardare l’inizio del dottorato di qualche mese per essere in grado di finire la magistrale (normalmente si comincia con l’inizio dell’anno accademico a settembre/ottobre, io ho cominciato a febbraio, 3 giorni dopo aver discusso la tesi magistrale).
Nella testa all’epoca mi frullava poco e niente, ero insoddisfatta di quello che si profilava all’orizzonte volendo rimanere a Roma, non avevo idea di come cominciare a cercare lavoro, non trovavo un mestiere che mi andasse bene e mi rifiutavo di fare della ricerca essendo pagata poco e niente in Italia. In più avevo abitato con i miei per 24 anni, avendo scelto di proseguire gli studi nella mia città natale, quindi sentivo il bisogno di staccarmi dal nucleo familiare, e la chiamata dalla Francia mi ha dato l’avventura che cercavo.

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Dopo essere arrivata in Australia con il visto vacanza-lavoro (WHV) e due lauree in tasca, ho provato a trovare lavoro nel mio settore o comunque in un’area che mi permettesse un giorno di trovare il mio lavoro ideale. Purtroppo vuoi per i limiti del mio visto, vuoi per il fatto di essere straniera e di aver studiato in Italia, non sono riuscita a trovarlo ed è allora che ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di fare un dottorato di ricerca. Avevo 26 anni e volevo finalmente cominciare la mia carriera lavorativa!

Raccontaci la tua esperienza di studio all’estero

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L’esperienza di studio a distanza sta andando bene: gli argomenti mi piacciono e quindi è più facile studiare perché mi appassionano. Ho iniziato questo primo semestre con la quarantena quindi con tutti e tre i bambini a casa: è stato un po’ più complicato organizzare tutto ma alla fine è andato alla grande. 

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L’esperienza del dottorato all’estero è stata bellissima e triste allo stesso tempo. Bellissima per le soddisfazioni che ne ho tratto dal punto di vista professionale, per le persone incontrate, provenienti dal tutto il mondo, le avventure, scoprire posti nuovi, le feste in cui si parlavano 3/4 lingue contemporaneamente, il vivere in una nazione con una cultura diversa, il cavarmela da sola in situazioni del tutto nuove per me. Triste perché sentivo la nostalgia degli affetti. Vivere una relazione a distanza per 3 anni non è sempre stato facile. Inoltre, vivere all’estero, lontano da parenti e amici di una vita, ti lascia spesso da sola con te stessa. Quando mi sentivo proprio giù, ricordo che camminavo per la città ripetendomi “Vieni da un paesino della campagna friulana, stai facendo un dottorato in una delle 100 più prestigiose università al mondo e vivi in una capitale europea. Sii orgogliosa di te.” fino a quando arrivavo al mio bar preferito dove servivano un brownie con la panna che avrebbe resuscitato anche un morto. Ora che vivo in Irlanda da molto, nei miei fine settimana non ci sono più le feste multiculturali, ma mio marito è qui con me. Abbiamo una casa tutta nostra, con un piccolo giardino. La nostalgia della famiglia e la mancanza dell’estate ci sono sempre, ma in due e con un salario che ti permette di viaggiare, tutto è più facile.

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L’esperienza di studio in Francia sta andando benissimo. Mi sono adattata bene ai ritmi francesi (pranzo alle 12 e serate alcoliche nei weekend, sole inesistente in inverno e tramonti alle 23 d’estate), ho imparato la lingua da zero in poco tempo, ho trovato l’amore e senza pensarci troppo sono diventata mamma di uno splendido nanetto e in tutto ciò sto scrivendo la tesi, quindi anche gli studi vanno alla grande. Inoltre, se tutto va bene fino in fondo mi aspetta un contratto a tempo determinato da ricercatrice per l’anno prossimo, non posso proprio lamentarmi!

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Il mio percorso verso il titolo di Doctor è stato lungo e complesso, esclusivamente per colpa della burocrazia una volta che ho completato la mia tesi. Fino a quel momento, ovvero per la durata dei 4 anni di effettiva ricerca, devo dire che è andato tutto più o meno bene. Quando si fa ricerca sul campo, soprattutto ricerca qualitativa che prevede interviste ed altre metodologie di ricerca a contatto con altre persone, gli intoppi sono inevitabili. L’importante è avere un piano B, C e D a disposizione e non demordere. Personalmente non ho mai avuto un ufficio a disposizione e ho completato il dottorato lavorando quasi esclusivamente da casa. Questo isolamento fisico e mentale è stato molto tosto, soprattutto il primo anno, ed è un aspetto del fare ricerca che non va sottovalutato. Per il resto ho avuto la possibilità di gestire il mio lavoro come e quando ho voluto, con molta poca interferenza da parte dei miei relatori (e questo è stato un aspetto sia positivo che negativo del mio percorso), ma sono riuscita a completare la tesi nelle tempistiche che avevo previsto e che mi erano state imposte dalla facoltà e università. Il peggio per me è cominciato proprio una volta consegnata la tesi, perché il processo di valutazione e correzione della tesi è stato a dir poco estenuante e assurdo. Ma grazie al cielo sono riuscita ad affrontare tutto questo ed arrivare al tanto agognato titolo, anche se con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale!

Sapresti dirci come funzionano lezioni ed esami nella tua Università?

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Il corso è organizzato per essere seguito online: i destinatari sono expat italiani o stranieri interessati con un buon livello di italiano. Si può scegliere di seguire i corsi in tutorato o in autoapprendimento. Io ho scelto quest’ultimo quindi mi scarico il mio materiale e proseguo nello studio in autonomia. Ogni modulo ha circa 5/7 maxi-argomenti e ognuno ha circa 7 capitoli. Ogni argomento ha un mini-test finale e ogni modulo un maxi-test finale. Nel modulo ci sono test obbligatori e altri facoltativi. Senza aver passato quelli obbligatori (sempre online) non puoi accedere all’esame. 
Esistono una finestra di esami a fine semestre di circa due settimane dove dare gli esami: in tempi normali si prendono accordi sulle sedi dove farli. C’è una persona molto disponibile che si occupa di prendere contatti presso i dipartimenti di italiano delle università della tua città o i centri culturali italiani accreditati

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A questa domanda rispondo sulla base della mia esperienza sia da dottoranda che da insegnante. L’ approccio all’insegnamento e all’esaminazione è completamente diverso da quello Italiano. Le lezioni coinvolgono quasi sempre gli studenti e includono attività da svolgere in gruppi e interazioni con l’insegnante. Inoltre, ci sono moltissimi laboratori pratici o simulazioni di scenari reali dove gli studenti possono mettere in pratica quanto imparato. Gli esami sono solo scritti, non esistono esami orali. Tutte le informazioni necessarie a rispondere ai quesiti degli esami vengono trattate in classe dal professore. Gli esami di tutti i corsi si tengono contemporaneamente, distribuiti su qualche giorno/settimana. Per passare all’anno successivo non è necessario superare gli esami di tutti i corsi, ma totalizzare nel complesso un punteggio superiore al 50/60% (a seconda delle università / corsi di laurea).

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Non conosco bene il funzionamento della facoltà perché ho frequentato solo i corsi riservati ai dottorandi, ma so che a differenza dell’Italia, qui i dottorandi non hanno alcun esame da passare. Dobbiamo seguire delle lezioni (100 ore obbligatorie in 3 anni) ma fanno cumulo anche conferenze e presentazioni, e la presenza è sufficiente, non c’è alcun tipo di controllo sui contenuti. Ho seguito i miei primi corsi quando ancora non parlavo bene francese e capivo la metà di quello che veniva detto, spesso sono corsi che non toccano nemmeno il soggetto della tesi, hanno un carattere generale: etica, come scrivere un CV, come scrivere un articolo scientifico, corsi di lingua, etc. L’utilità è dubbia, ma ne ho approfittato per migliorare la conoscenza delle lingue straniere!

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Il dottorato di ricerca è un programma che non prevede lezioni o esami, quindi non è qualcosa su cui posso commentare personalmente durante questo programma. Ma in generale in Australia alle lezioni tradizionali si alternano dei “seminari”, dove le classi vengono suddivise in gruppi più piccoli che si trovano con il professore per una lezione più approfondita, basata sul dialogo e il confronto. In queste università i progetti e gli interventi degli studenti sono componente essenziale del corso e della valutazione, con almeno una presentazione, progetto o quant’altro a corso. Per quanto riguarda la valutazione di fine corso, ci sono varie tipologie di esami. Esiste la versione classica a più domande, come quella italiana, ma è possibile anche avere esami “a tesina”, dove si sceglie un argomento su cui scrivere un tot di pagine. Ovviamente per farlo si hanno a disposizione diverse settimane, quando non l’intero semestre. Un’altra versione di esame è “l’esame da portare a casa”, che consiste in una domanda a cui rispondere da casa nel corso di un weekend. Una peculiarità è che sono tutti scritti, a parte in qualche corso di lingua; altra caratteristica è che nella maggior parte degli esami (anche nella tipologia classica) è possibile usufruire di libri e appunti durante l’esame. Questo perché l’esame non testa la conoscenza mnemonica di nomi e date, ma valuta la capacità di ragionamento e di problem solving dello studente. 

Durante l’emergenza covid avete avuto il supporto necessario in Università?

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Il supporto è stato eccezionale: avendo studenti in tutto il mondo con situazioni diverse per l’emergenza, hanno trovato una soluzione ottimale per tutti ed è andato tutto bene.

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Le lezioni sono state spostate online, così come gli esami, da un giorno all’altro. Il processo è stato molto stressante, sia per gli studenti che per gli insegnanti e gli amministrativi. Ma credo che il supporto da parte del College sia stato buono, considerato il poco tempo per organizzarsi, con training online disponibili per entrambe le parti e supporto in remoto.

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Durante l’emergenza COVID abbiamo avuto molti contatti con colleghi e superiori, ci siamo tenuti compagnia con infinite riunione e videoconferenze. Ci era stata data la possibilità di portare il computer fisso del laboratorio a casa e di lavorare in qualunque momento della giornata, anche senza rispettare le canoniche 7 ore. Non è stato facile con un bimbo di un anno e mezzo da guardare tutto il giorno chiuso in casa, ma ci ritenevamo già abbastanza fortunati ad avere un lavoro, uno stipendio che continuava ad arrivare e molto più tempo col nanetto. In più avevamo la fortuna di essere in famiglia; so che per gli studenti che vivono da soli e per i genitori soli o esasperati erano stati attivati dei servizi di supporto psicologico telefonico, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno!

Pensi che sarebbe stato diverso lasciare l’Italia a vent’anni, finite le superiori?

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Sicuramente sì. Ora studio con un’altra testa e carica. Sono più serena, più curiosa e attenta. 

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In tutta onestà, a 20 anni non sarei mai partita all’estero a studiare. Sapevo di essere pronta a sopportare la solitudine.

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Sicuramente sarebbe stato diverso, non sarei stata indipendente come ora che ho il mio proprio stipendio, quindi probabilmente non avrei avuto la stessa vita facile che ho avuto in questi tre anni, avrei dovuto rendere molto più conto ai miei genitori dei miei viaggi e magari avrei dovuto condividere casa con altre persone. Sicuramente non avrei pensato di mettere su famiglia così facilmente appena arrivata all’estero, penso che mi sarei sentita ancora “figlia” e poco indipendente. Sono contenta di essere partita quando potevo essere autosufficiente.

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Quali sono le differenze tra l’Università in Italia e quella nel tuo paese di adozione? Pro e contro?

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Le differenze sono moltissime. Se da una parte è vero che gli studenti che studiano in Irlanda hanno più manualità e conoscenza tecnica dei mezzi applicabili al loro campo di lavoro, è anche vero che il sistema italiano si concentra di più sulla forma mentis, ovvero sull’insegnare allo studente ad essere indipendente nello studio e responsabile nelle scelte che fa nell’organizzare il suo tempo. A mio personale avviso, il sistema italiano è da preferire, perché posso velocemente insegnare una tecnica a una persona che non la conosce, ma è molto più difficile insegnargli a pensare con la propria testa se è abituato a ricevere informazioni pre-digerite.

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La prima grossa differenza è la modalità di accesso all’università: non c’è test d’ingresso, chiunque può iscriversi e frequentare la facoltà, l’unico problema è che per mantenere il proprio posto bisogna essere in regola con gli esami. Qui i fuoricorso sono rarissimi, l’università non è cara se si mantengono i tempi, ma diventa molto più cara se si doppiano uno o più anni, in più i corsi si tengono tutti i giorni tutto il giorno (9-18, 5 giorni a settimana) quindi seguire corsi che non sono ben incastrati tra loro è complicatissimo. Insomma, cercano di tenersi solo gli studenti che ce la fanno, gli altri vengono cacciati via da una sorta di selezione naturale. Direi che l’accesso facile e il basso costo sono i top pros, poi magari ci mettiamo anche la modalità d’esame che è esclusivamente scritto, senza l’ansia dell’orale. I contro non li conosco, non ho propriamente studiato in Francia, non saprei dire. Per il dottorato tra i vantaggi aggiungerei che si viene pagati meglio che in Italia (tra i 1400 e i 1800 euro al mese, contro i 1100 italiani), pur mantenendo tutti i privilegi dell’essere studenti (trasporti scontati, cinema e ristoranti con promozioni, etc) e non ci sono esami di alcun tipo da passare al primo anno.

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Il metodo di insegnamento e di esame è profondamente diverso tra Italia e Australia, ma le diversità si estendono anche all’ambiente in generale. A Milano, sia che fosse alla triennale che alla specialistica, mi è sempre sembrato di stare ancora al liceo, e penso che questo possa essere generalizzato a molte università italiane. L’università per la maggior parte degli studenti non è che il proseguimento delle superiori, un luogo dove parcheggiarsi per almeno 3 anni in attesa di capire cosa fare “da grandi”. Qui in Australia invece si studia in un bell’ambiente, dove l’istruzione è considerata importante e cruciale per un futuro prospero. Gli insegnanti sono aperti al dialogo e valorizzano l’opinione degli studenti in un modo che in Italia ce la sogniamo. E tantissima importanza viene data allo studente come persona, al suo equilibrio tra studio e vita sociale e alle sue esigenze come individuo. Insomma, decisamente un bel posto dove studiare!

Quali sono i costi? Quali le agevolazioni?

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Il tutorato prevede un costo di 900€ al semestre mentre l’autoapprendimento di 600€. È possibile anche chiedere delle borse di studio. La laurea prevede un percorso di 3 anni. 

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I costi per studiare in Irlanda dipendono da due fattori: il corso di laurea scelto e la nazionalità. Per gli studenti europei le tasse vanno dai 2700 euro ai 13000 euro annui. Per gli studenti extraeuropei, il costo è circa il doppio. Le agevolazioni sono rare. E’ possibile applicare a borse di studio da parte di enti privati, ma sono molto competitive. Per i dottorati di ricerca, le tasse si aggirano intorno ai 9000 euro anni ma solitamente sono coperte dalla scholarship o dal fondo di ricerca. 

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In Francia per un corso qualunque alla facoltà pubblica siamo intorno ai 200 euro l’anno per tutti gli Europei, 3000 euro per studenti proveniente da fuori dell’Europa. Per il dottorato sono circa 400 euro di iscrizione ogni anno per qualunque tipo di studente, compresi di copertura della sanità pubblica. Ci sono molte agevolazioni che riguardano cibo e alloggio: si può facilmente avere un alloggio gratuito se si viene da Paesi del terzo mondo, in stato di guerra o se si proviene da una famiglia poco benestante, in più ci sono associazioni che aiutano gli studenti ad ammobiliare camere e case, e so che a Brest c’è anche un supermercato a cui hanno accesso solo gli studenti meno benestanti, in cui i prezzi sono tagliati del 70-80% (con date di scadenza quasi a termine). Volendo si può anche facilmente ottenere un prestito “per studenti” che prevede il pagamento solo a fine studi, quando si comincia a lavorare.

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Ovviamente i costi per studiare in Australia variano da università a università. Per darvi un’idea però il costo di un PhD in giurisprudenza (quello che ho fatto io) per un international student all’University of Sydney è di $49.000 all’anno! Una cifra ovviamente folle e che ben pochi pagano perché per fortuna le borse di studio a disposizione degli studenti stranieri sono tante. Ce ne sono messe in palio dal governo australiano (al momento l’Endeavour Program è però sospeso), dall’università, dalla facoltà, ecc oltre ad altre offerte magari da enti privati o per progetti specifici. Una volta accettati nel programma poi è possibile ottenere ulteriori sussidi ad esempio per comprare materiale elettronico, partecipare a conferenze, compiere esperimenti ecc. Ovviamente il tutto è a discrezione della singola facoltà ed università, però io non posso che parlare bene – ed essere estremamente grata – per tutto il supporto finaziario che ho ricevuto dalla mia università!

Cosa diresti a chi vorrebbe studiare nel tuo paese di adozione?

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Spero ti piacciano i climi autunnali, 12 mesi all’anno, e che non ti dispiaccia camminare sotto la pioggia. Sarai ripagato con serate divertentissime al pub con la tua nuova famiglia multiculturale.

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Direi che bisogna conoscere la lingua perché i francesi non si adattano all’inglese o a qualunque altra lingua facilmente. Non è necessario nel caso di un dottorato perché gli articoli scientifici sono in inglese e tutti in un laboratorio di ricerca sono in grado di parlare un buon inglese, ma i corsi alla facoltà sono solamente in francese, a parte casi isolati, quindi una discreta conoscenza della lingua è d’obbligo. Per il resto credo che abbiano delle buone strutture universitarie e un buon sistema per accompagnare gli studenti negli studi, venite pure se parlate francese, gli Italiani sono ben accolti!

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In Australia è difficile restare con un visto permanente e sono moltissimi i giovani che decidono di studiare per provare a rimanere in questo paese. Solitamente i corsi scelti sono però di breve durata e, anche se comprendo bene la scelta – anche legata ai costi molto alti di questi corsi -, vi consiglio di considerare la possibilità invece di fare un PhD. Questo vi consentirà di avere un visto per 3/4 anni, oltre che, solitamente, una borsa di studio che copre le spese principali. Certamente fare un dottorato di ricerca non comporta lo stesso impegno che un corso di inglese, ma è una valida alternativa se siete seriamente intenzionati a vivere in Australia.

A chi consiglieresti un percorso di studi come il tuo e quali possono essere gli sbocchi?

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Il corso di laurea in lingua e cultura italiana prevede quattro diversi percorsi: letterario, arti/musica/spettacolo, didattico/linguistico e culturale. Permette appunto un approfondimento della lingua e della cultura italiana con sbocchi nell’editoria, insegnamento, relazioni istituzionali e commerciali con l’Italia, turismo culturale. L’università poi prevede anche due master sempre online (uno in traduzione e l’altro in didattica) che possono aiutare a completare il proprio percorso. 
Lo consiglierei a chi ha una passione per la nostra lingua e cultura e desidererebbe un lavoro legato ad esse. 

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Un PhD in Irlanda lo consiglio a chiunque voglia mettersi alla prova, non solo dal punto di vista dello studio o della crescita professionale, ma anche culturale. Negli anni ho visto vari studenti arrivare in Irlanda per fare ricerca nel nostro laboratorio, ma non essere pronti a lasciarsi permeare dalla cultura del paese in cui si stavano trasferendo. In generale, in questi casi l’esperienza è stata abbastanza stressante per lo studente, con risultati limitati anche dal punto di vista del progetto di ricerca. 
Gli sbocchi dopo un dottorato in chimica sono tantissimi, dalla ricerca accademica a quella in azienda, dal controllo qualità a enti regolatori o agenzie di finanziamento della ricerca. Un consiglio che ci tengo a dare su questo argomento è di non fossilizzarsi sul proprio titolo. A volte durante il dottorato, ci si accorge di essere particolarmente portati o di amare particolarmente un aspetto secondario del proprio campo. Questo non vuol dire che non si possa inseguire il sogno di farlo diventare la nostra carriera principale. Un dottorato vi darà tutti i mezzi necessari per poter inseguire il vostro sogno, se vi ci dedicate con passione.

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Chiunque voglia fare della ricerca il suo mestiere dovrebbe avere un’esperienza all’estero nel curriculum, quindi consiglierei di partire il prima possibile, per esempio per il dottorato. Se poi si decide di restare perché ci si innamora di Parigi o della Bretagna, non è così difficile trovare contratti a tempo determinato. Per gli indeterminati è un po’ più complesso, se si vuole diventare professore associato o ricercatore CNRS ci sono dei concorsi specifici ogni anno. Anche lì, so che ci sono molti italiani che vengono a tentare la fortuna perché molto più facile di qualunque concorso da noi: più posti, meno stress e possibilità di lavorare a distanza quasi sempre. Io ancora non so cosa farò della mia vita ma non sono assolutamente preoccupata, so che con una laurea scientifica e un dottorato in tasca posso facilmente trovare lavoro anche nel settore privato, volendo.

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In Australia come altrove, il dottorato di ricerca è un percorso lungo, complesso e difficile. Spesso avrete la totale autonomia nel gestire il vostro progetto, incluso le tempistiche, burocrazia e scadenze varie. Se avete bisogno di qualcuno che vi tenga la mano passo per passo, il PhD non fa per voi. Se non riuscite a concepire l’idea di portare avanti un progetto per almeno 3 anni, il PhD non fa per voi. Ma se amate fare ricerca, scrivere e fare esperimenti, se avete un’area che vi sta a cuore e su cui sapete che c’è ancora molto da sviluppare, allora le premesse per questo tipo di programma ci sono tutte. Gli sbocchi sono tanti e vari: il PhD è il più alto titolo universitario che ci sia e di conseguenza può aprirvi molte porte, soprattutto in ambito accademico (qui in Australia per diventare professore universitario è necessario avere un PhD, ad esempio) e di ricerca. Però attenti: c’è anche il rischio di essere overqualified con un titolo del genere!

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L’Università di Sydney di Claudia

Ringrazio Greta, Debora, Dania e Claudia per averci raccontato della loro esperienza di studio all’estero e scritto tanti preziosi consigli. Speriamo che la loro storia possa aiutare chi sta valutando di iniziare un percorso universitario e per questo tutte si sono dette disponibili a farsi contattare qualora voleste saperne di più.

Come sempre io rimango a disposizione per chiunque volesse informazioni su come studiare gratis (sigh, maledetto brexit) in Scozia e potete trovarmi su Facebook, Instagram e Youtube.

A presto!

Londra è stronza

Londra è stronza

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Londra, il mio ultimo viaggio prima del coronavirus

Londra è stronza, incontrare un’amica un evento impossibile, fatto di orari che non coincidono e distanze. Mezzi da prendere e corse isteriche.

Londra è aperta, così aperta che ne vedi contraddizioni e problemi, la diseguaglianza sociale che fa paura, i quartieri divisi manco avessero fatto una linea a terra con il gesso.

Le distanze enormi, che non ti fanno arrivare mai. E allora sali e scendi dalla metro, prima che le porte si chiudano, Oyster perennemente in mano.

Londra mi stanca, fisicamente, mentre vorrei mangiarmela come le cose buone e lei, svicola, si svincola, non vuole accolli.

Non so a cosa pensassi quando da giovane mi sembravano tutti così educati, qui. Non lo sono, hanno fretta, ti sbattono contro perché sembrano sapere dove andare, anche quando sono persi. La bussola in mano, poco tempo da perdere.

Una frenesia che mi fa venire voglia di correre, Londra mi aumenta la fame e fa commuovere, bella in un modo che non avevi previsto, che non immaginavi, che non scorderai.

A Londra vuoi tornare.

Londra è sempre casa, per chi da turista la visita e sogna.

È quel posto dove tutto ti sembra grande, giusto, immenso e possibile. La favola che continua a vendere a tutti quei ragazzi che poi qui arrivano per scoprire che per quel possibile c’è un prezzo da pagare: le case condivise, un cesso da dividere in sei, il lavoro massacrante, i turni da aggiungere anche quando non ti reggi in piedi.

In cambio Londra ti darà tutto quello che ha, incapace di lesinare. Sarà tua anche quella sua luce unica, quando piove e tutto diventa bianco, elettrico. Un bagliore energetico che ti lancia nella mischia, nella vita frenetica di chi ha voglia di spingere, di emergere, di provare.

Londra è casa di tutti quegli Italiani che incontri mentre ordini un caffè, quell’accento che non si lava, che non scorre via malgrado la pioggia.

Che ti ricorda che siamo ovunque, perché di quell’ovunque vogliamo un pezzo.

Perché abbiamo fame.

Se stai pensando di trasferirti a Londra puoi leggere questo post che sarà valido fino al 31 Dicembre 2020, dopodiché la Brexit ci farà uscire dall'Europa e le regole cambieranno. Per venire a Londra avrai probabilmente bisogno di un visto ma potrai ancora trasferirti per imparare l'inglese pagando qualche corso o con un visto lavoro provvisorio. 
Perché visitare la Cambogia?

Perché visitare la Cambogia?

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Durante una benedizione a base di acqua, preghiere e fiori

Quando il nostro viaggio nel sud est asiatico era ancora solo un sogno, abbiamo iniziato a sentire i pareri di chi già aveva affrontato quelle tappe e tutti erano concordi nel dire che la Cambogia fosse una meta particolare. A digiuno di storia e senza una particolare conoscenza dei fatti accaduti in quella terra così lontana, i motivi li avrei capiti solo lì e forse così sarà anche per voi.

Siamo arrivati in Cambogia (visto necessario, acquistabile anche questo online al prezzo di 36 dollari americani) dalla Thailandia con un volo Asia Airline e subito questo paese ci è entrato nel cuore, come una freccia ma senza fare male, ci ha infilzati nel petto per rimanerci dentro e cambiarci un poco. In un modo bello. La storia recente della Cambogia è stata invece una coltellata di puro dolore.

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Angkor Wat Temple e tutte quelle scale salite

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I templi più famosi.

Il primo impatto con Siem Reap è stato umanamente meraviglioso ma arrivando dall’aeroporto, la città ci è sembrata un enorme parco gioco per i turisti, con hotel mega galattici alla Sharm el-Sheikh. La mattina dopo ci saremmo ricreduti perché la prima visita è stata quella all’Angkor Wat Temple, il tempio famoso per essere stato rappresentato nel film di Indiana Jones ed esempio di una bellezza che toglie il fiato. Il nostro driver (consigliatissimo e anche se non potevamo saperlo, dai prezzi assolutamente concorrenziali) era un uomo meraviglioso, gentile e con gli occhi buoni che avevamo incontrato la prima notte, dormendo da V&A Villa dove per 26 euro in due per tre notti avremmo avuto colazione e pick-up dall’aeroporto compresi. Una struttura gestita da una famiglia gentile e attenta, prendetela in considerazione per alloggiare a Siem Reap (recensione onesta qui).

Per visitare il complesso archeologico di Angkor (la capitale dell’impero Khmer), bisogna mettere in conto il costo del biglietto per almeno un giorno (37 dollari americani) ma vi assicuro che la spesa merita ogni centesimo. Il pass consente di visitare diversi siti archeologici e di interesse e parte di questo denaro viene investito per il benessere dei locali. Senza non potrete entrare nel tempio principale né visitare quelli minori ma soprattutto renderete l’esperienza monca, priva di qualcosa di unico. Lungo la strada preparatevi a fotografare le scimmie, che troverete un po’ ovunque a Siem Reap e se il caldo dovesse sorprendervi, e lo farà, avrete l’imbarazzo della scelta per un drink proprio attorno al tempio e avrete anche l’occasione di vedere da vicino i cambogiani lavorare nei vari stand con accanto i bambini che giocano. Per una vista pazzesca, fate tutte le scale e salite tutte le cime di Angkor Wat.

Sia che siate con il driver, sia che stiate guidando voi, con il biglietto giornaliero vi consiglio di approfittarne per vedere tutti i templi e le zone archeologiche che sono comprese nel prezzo. A me è piaciuto molto Angkor Thom, che abbiamo visitato quasi da soli grazie alla carenza di turisti dovuta alla stagione monsonica. Neanche a dirlo, preparatevi per le scale. Menzione merita anche il più grande puzzle al mondo, Baphuon Temple, ed una volta lì scoprirete il motivo di questa particolare nomea. Larghi mattoni numerati sono disposti nel mezzo della jungla, con la speranza di ricreare un giorno, pezzo per pezzo, parte delle facciate crollate. Ogni mattone un dettaglio, il racconto di ciò che fu e parte di quello che andò distrutto per mano dei Khmer Rossi.

Siate pronti a lasciarvi andare agli incontri inaspettati, potrebbero essere animali selvatici, monaci pronti a benedirvi in cambio di una offerta (una esperienza bagnata!) o gruppi che sensibilizzano sul tema delle mine antiuomo. Chiedetevi anche, chi le avrà messe qui? In un paese neutrale?

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I night market ed i mercati all’aperto

Il mercato Siem Reap night Market merita una menzione positiva perche’ pur essendo turistico è anche pieno di cose interessanti ed è anche il luogo perfetto per farvi un massaggioo cambogiano che vi assicuro essere meno violento di quello thailandese spezza ossa. Che in Cambogia hanno cuore, appunto. Finche’ non vi fanno la ceretta.

Per mangiare, se siete vegetariani o vegani, a Siem Reap vi consiglierei Madame Butterfly, un ottimo ristorante con specialità Khmer. Prezzi superiori alla media ma piatti eccezionali, 18.50 dollari americani a persona per due pasti vegetariani che ricorderete.

Cosa vedere a Siem Reap, Cambogia? I musei

Un grande rimorso di questa meta? Non aver avuto il tempo di poter andare al Museo delle Mine Anti-Uomo. Un luogo che serve perché in pochi sanno cosa è stato fatto a questa terra ed io per prima l’ho ignorato per troppo tempo. Altro rimpianto non aver visitato l’Angkor Butterfly Centre, dove le farfalle la fanno da padrona. In compenso siamo sopravvissuti ai tuk-tuk locali che sono forse i più instabili incontrati durante il viaggio nel sud est asiatico.

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Scimmie golose ad Angkor Wat. Nella foto con un bel mango!

Phnom Penh, la capitale della Cambogia

Phnom Penh è stato amore ed è forse il luogo che più mi ha consentito di riflettere su come l’occidente sia all’oscuro – quando non ne è parte attiva – di troppe mattanze ed ingiustizie che accadono nel mondo. Per noi è stata l’occasione per capire meglio una storia che ignoravamo, quella del genocidio cambogiano avvenuto per mano di Pol Pot (vero nome Saloth Sar), il dittatore fanatico comunista che non fu mai punito. Per mano sua persero la vita, in modi orribili, 1.500.000 milioni di cambogiani ma i numeri potrebbero raggiungere tranquillamente i 3 milioni di morti. Pol Pot annientò la cultura del suo popolo: spaventato dall’intelligenza dei suoi cittadini mandò a morte tutti coloro con una laurea, i dottori, gli uomini di scienza, i bilingue e persino chi aveva le mani troppo curate o gli occhiali. Le generazioni successive dovettero ricominciare da capo, incapaci a quel punto di – per esempio – parlare inglese o francese come facevano invece prima della dittatura.

In generale, di Phnom Penh ho amato tutto e per dormire consiglierei The Artist Residence per la posizione perfettamente strategica, penso che non ve ne pentirete.  

Cosa vedere a Phnom Penh? S21 il museo del genocidio cambogiano ed i Killing Fields

Di cuore, di pancia e di testa non posso che dirvi che dovrete – dovete! – visitare S21, il museo dedicato al genocidio cambogiano. L’edificio era nato come scuola ma ha visto passare e torturare 20.000 persone. Si salvarono solo quattro bambini e la storia di uno di questi, Norng Chan Phal, la raccontai su Facebook, dopo aver letto il suo libro, prelevandolo proprio dalle sue mani gentili. S21 è un incubo che scende sulla terra, mura e pavimenti che ancora trattengono le grida e mostrano il sangue dei condannati a morte. Innocenti che abbiamo lasciato trucidare senza neanche il bisogno di una giustificazione, nel disinteresse di tutto il mondo. Sul posto noi abbiamo avuto la fortuna (o sfortuna) di avere come guida una persona che sopravvisse a quel genocidio perdendo tutto, ad iniziare da sua sorella e da suo padre. E se ci pensate così è stato per qualsiasi cambogiano con più di 40 anni che incontrerete durante il vostro soggiorno perché il genocidio infatti ebbe luogo tra il 1975 e il 1979. Praticamente ieri. Il genocidio dei cambogiani fu supportato da Cina e America ma l’Europa non fece meglio.

Un altro terribile ma necessario pezzo di Cambogia sono i Killing fields, lì vi mostreranno dove i prigionieri venivano portati ed uccisi. Vi racconteranno della metodologia riservata a bambini e neonati e di come le guardie godessero nel far soffrire le madri, strappandone i figli dalle braccia per finirli di fronte a loro. Il terreno sputa ancora oggi denti, ossa e vestiti lacerati e nella parte finale del museo vedrete una piccola parte dei teschi ritrovati e vi sentirete sommergere dal dolore. Servirà ad evitare che succeda di nuovo? Purtroppo no perché cose simili continuano ad accadere, ancora oggi nel disinteresse dell’occidente. Nel prezzo del biglietto per i Killing Fields abbiamo avuto compresa l’audio guida ma vi consiglierei di averne una umana, farà la differenza se riuscirete a trovare la forza di ascoltare.

Cosa vedere a Phnom Penh, capitale della Cambogia? Templi e Mercati

Phnom Penh Night Market, il mercato notturno, è da visitare e certamente a terra, tra i banchetti di cibo buono, vedrete i soliti topi e scarafaggi ma secondo me a questo punto del viaggio non ci farete neanche più caso. Per noi uno dei ristoranti raccomandati è David’s noodles and dumplings. Pulito e genuino, come il nome suggerisce vedrete fare i noodles da zero e potrete acquistare una birra fresca per 50 centesimi di dollaro americano. Sempre con la possibilità di avere il wi-fi e godervi i ventilatori del soffitto!

Il mercato centrale diurno di Phom Phen è splendido ma, come in diverse parti dell’Asia, vedrete tanti animali venduti vivi e dovrete farci i conti. Da lì potrete raggiungere svariati templi che saranno tutti segnalati in abbondanza sulle vostre guide e per questo non mi dilungherò. All’interno dei templi noterete l’onestà cambogiana, con le offerte lasciate sui piattini senza che nessuno le tocchi.

Come tempio vi consiglierei il Golden Temple, il tempio dorato. Un pochino fuori mano ma assolutamente bellissimo e con all’interno statue dagli effetti psichedelici, con aureole scintillanti e roteanti.

Cosa vedere a Phnom Penh, capitale della Cambogia? Il fiume Mekong, il casinò Nagaworld e l’escursione all’Isola della Seta

Il fiume Mekong è splendido al tramonto e pieno di localini e baracchini con il cibo locale, in più potrete rilassarvi anche solo sedendovi sulle numerose panchine (la sera arriveranno anche gli scarafaggi, che romantici!). A Phnom Penh, se avete piacere di vivere una esperienza diversa potete fare un salto al casinò Nagaworld per una cena a buffet (molto buona). Noi abbiamo deciso di andarci in memoria dei tempi passati a Las Vegas e Melbourne, quando mangiare a buffet nei casinò voleva dire essere gggiovani!

L’isola della seta è una escursione consigliata ed è anche l’occasione perfetta per fare due passi sulla riva del fiume Mekong. Prendendo il largo con la barca vi imbatterete nel villaggio dei pescatori che vivono su imbarcazioni dipinte di blu che vi ricorderanno quelle di Malta. Il villaggio è formato perlopiù da cambogiani di fede musulmana e solitamente ogni barchetta ha l’elettricità grazie ai pannelli solari.

Sull’isola della seta scoprirete che le pagode vengono usate dai senzatetto come riparo e che qui verranno accolti. Pochi passi e vi imbatterete nella Scuola Internazionale che è stata costruita con le donazioni dei turisti internazionali. Non hanno purtroppo una High School sull’isola, non ancora.

Le case sull’isola della seta sono spesso a palafitta per proteggersi dagli animali selvatici e come in tutta la Cambogia vedrete galli da combattimento tenuti dentro a delle ceste, mucche magrissime, bufali d’acqua (water buffalo), cani scodinzolosi e gechi enormi. Come mostly vegan per me l’Asia è stata una esperienza complicata ma credo che ognuno debba poter ragionare con quello che ha e persino gli allevamenti di bachi da seta mi sono sembrati necessari per il mantenimento delle famiglie del luogo. La base del loro sostentamento.

La gita all’isola della seta ci è costata 30 dollari a testa ed ha coinvolto 2 drivers, il capitano della barchetta con due mozzi e la nostra guida dall’inglese perfetto. Io straconsiglio il tour Memorable Cambodia Cruise organizzato da studenti cambogiani che cercano di mantenersi agli studi. Come ci ha detto la nostra guida, altrimenti solo i ricchi avranno quella possibilità e per i poveri non ci sarà scampo. Con l’escursione avrete anche birre, frutta e soft drink illimitati.

Cose da evitare in Cambogia?

Bottiglie con serpenti e altri animali sotto alcol, coccodrilli impagliati e come sempre, il turismo sessuale. Neanche a dirlo, anche quello con i minori. Ma soprattutto aprite bene le orecchie ed evitate di giudicare con i vostri occhi occidentali, vittime dell’etnocentrismo piu’ inutile.

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Primo giorno in Cambogia

Consigli, pareri e curiosità sulla Cambogia

Ragionate in base al vostro budget, io non ho fatto mistero di quanto speso (non molto) perché era giusto così e non ci è mancato nulla ma davvero questo viaggio potrebbe andare bene per tutte le tasche. Mettete in borsa una buona guida, la presa universale e leggete tutti i consigli del post sull’organizzare un viaggio nel sud est asiatico.

Godetevi il cibo, assaggiate il curry ed i piatti tipici e siate grati, grati di tutto quello che avete in mano e delle possibilità che vi sono state concesse.

Se avete i dollari americani portateli, sono largamente accettati e spesso preferiti al riel cambogiano, la moneta locale. Attenzione a non distrarvi troppo con il cellulare in mano, più di un locale ci ha detto che è prassi rubarli e dentro ai tuk tuk ci hanno chiuso la tenda ogni volta che qualcuno si stata avvicinando troppo. Secondo me è una regola che vale ovunque e non ho percepito particolari pericoli ma ho vissuto la Cambogia solo da turista e lascio la parola ai locali.

L’abbonamento ad internet potrete farlo appena atterrati in Cambogia. Noi per 33giga e 7 giorni di connessione abbiamo pagato 3 dollari americani con Metfone (il loro negozio rimane aperto in aeroporto dalle 8am alle 10:30 pm). La SIM ha avuto ricezione ovunque tranne che da qualche parte nella jungla di Siem Reap.

A livello di curiosità sulla Cambogia vi segnalo che:

– i gatti hanno la coda mozza e non perché siano vittime di una qualche violenza: nascono proprio con la coda mozzata.
– forse come noi avrete bisogno dell’Imodium ed una volta in farmacia scoprirete che vendono Cialis e Viagra come fossero mentine.
– grazie ad un tizio americano che si fa chiamare Dr Oz, la Garcinia cambogiana (una sorta di droga) è diventata famosa come cura dimagrante.
– nelle piazze e con il bel tempo troverete i cambogiani a ballare, soprattutto nel centro di Phnom Penh. Non siate timidi e unitevi a loro!
– durante determinati periodi li vedrete bruciare delle banconote di fronte a negozi e case. E anche cellulari e altri oggetti (macchine, rossetti, vasche da bagno… la qualsiasi!) che, avvicinandovi, scoprirete essere repliche in carta degli stessi. Un modo per offrire onore e rispetto ai morti dei cambogiani.

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Codine mozze per i gatti nati in quel di Cambogia

Perché visitare la Cambogia?

Dalla Cambogia tornerete diversi e forse, odioso e banale da scrivere ma vero, anche migliori. È un paese buono che ti cambia, vi piaceranno le persone, il cibo e rimarrete a bocca aperta in più di una occasione. Il vostro turismo aiuterà una popolazione valorosa che ha subito ogni tipo di ingiustizia e ancora è pronta ad accogliere l’altro.

Se vuoi saperne di più sul mio viaggio in Cambogia puoi seguire le storie in evidenza su Instagram, dal nostro nostro arrivo a Siem Reap alle avventure vissute a Phnom Penh.

Se stai organizzando un viaggio nel sud est asiatico ricordati del post generale dove ho parlato dei vaccini necessari, degli abbonamenti telefonici per internet a basso prezzo, degli Uber locali (Grab) e delle malattie. Fino ad ora ho già raccontato l’Asia tramite i miei post su Giappone, Myanar e Thailandia ma per informazioni e consigli sai dove trovarmi!

Buon viaggio e salutami la Cambogia!

Che fine fanno i sogni, papà?

Che fine fanno i sogni, papà?

Someday soon this will all be someone else’s dream

Sono nata da due genitori giovani ed il motivo di quel matrimonio l’ho capito un giorno che ero sola in casa e facevo i conti con le dita. Lo stesso giorno ho pianto, disperata, lasciando andare la colpa che sentivo pesare nel petto.

Un pizzicore che veniva a bussare mentre crescevo e che qualche volta è arrivato all’improvviso, come quella volta che eravamo a casa di nonna e mia zia fece una battuta su mia madre che voleva essere bonaria ma che mi sembrò un buttare il sale.

“Parlavamo di profumi a vent’anni, ti ricordi? E guarda come ci siamo ridotte ora.”

Mia madre aveva sempre avuto solo un profumo in casa, uno di quelli che avrei poi scoperto costare 5 euro al mercatone e di quelle cose futili non parlava mai. Eppure, c’era stata da qualche parte quella ragazza spensierata, lo avevo capito pescando tra i suoi vecchi trucchi o trovandola sorridente nelle foto delle sue vacanze.

Ad un certo punto, e non era difficile capire quando, era stato spazzato tutto via e c’era stato bisogno di pensare ad altro.

Papà voleva essere altro, appunto, per lui non sono mai esistiti i pedoni sulla scacchiera e si poteva essere solo il Re – l’Eroe – o non essere niente. Tutto o zero, nessuna via di mezzo ed in quella vita normale che lo aspettava tornando a casa non credo ci fosse nettare buono abbastanza per placare quella sua fame.

La sera veniva tardi dal lavoro perché si fermava a scrivere, batteva al computer i suoi libri, stampava le pagine e le portava a mamma. Si vergognava dei suoi pezzi ma intanto ci aveva dedicato una trilogia che ci raccontava a pezzi, l’aveva chiama Favola e come tutte le cose che dai per scontate in questi decenni l’ho messa da parte nel computer e di lei conoscevo solo la dedica.

Quando ero piccola giravo nuda per casa dicendo “sono perfetta” e volevo fare l’attrice, andavo alle elementari quando mi ritrovai a chiamare tutte le scuole per aspiranti attori che c’erano sulle pagine gialle. Mi ricordo il tavolino di cristallo fumé e la luce nella stanza.

Un paio mi dissero il prezzo e capii subito che non sarebbe stato possibile e mi dissi che l’avrei fatto dopo, come il gatto stanco di inseguire il topo. Lo prendo dopo.

Al liceo ci pensavo ancora ma non avevo voglia di fermarmi dopo scuola. Pensavo di avere tutta la vita davanti e quel dopo andava ancora bene e poi volevo fare teatro, mica i film alla TV, ci sarebbe stato spazio per tutti su un palco così.

Poi di recitare non me ne è fregato più niente, quel dopo è diventato un mai più ed è successo ancora e ancora. Piccoli sogni o meri desideri momentanei che si sono tramutati in altro, rimanendo di fatto irrealizzati.

C’è ancora qualcosa che vorrei fare di straordinario ma di nuovo mi dico “dopo, lo farò dopo“.

Ho avuto due genitori giovani e li ho conosciuti che avevano vent’anni, ricordo tanto bene i loro trenta e c’ero quando ne hanno compiuti quaranta prima e cinquanta poi. Non so quando sia successo, vi giuro che non lo so, ma persino i miei genitori giovani si stanno avvicinando ai sessanta e mi fanno capire che la vita è stata un soffio anche per noi, così come mi avevano detto.

Quel dopo non esiste, ci sono le cose che fai e quelle che metti da parte, in un cassetto o nel dimenticatoio. Lo fai perché non ti rappresentano più ma qualche volta ci sei costretto perché la vita ti ha fagocitato con le sue richieste ed i suoi ritmi e tu dovevi sopravvivere.

Oggi mio padre compie 57 anni ed io ho deciso di tirare fuori dal cassetto uno dei suoi libri per pubblicarlo, perché la vita è adesso o mai più e ci sono già state troppe perdite.

Ho tirato fuori quel documento di testo scritto negli anni ’80 dal mio hard disk, l’ho trasformato in un file Word, editandolo e creando la copertina e poi ho pubblicato mentre mio padre rimaneva all’oscuro di tutto. Glielo dirò oggi e mi sento come quando compri un bel regalo per qualcuno e finalmente arriva la Vigilia di Natale.

Il libro lo trovate ovunque su Amazon ed è acquistabile qui per l’Italia e qui per l’UK.

L’autore è mio padre ed è facile per me dirvi di comprarne il romanzo ma il punto è che tutti ci saremmo meritati di realizzare i nostri sogni. Acquistandolo il suo libro contribuirete a liberarne uno che era stato lasciato – pronto – nel cassetto.

Aiuterete a far giustizia. E forse aver letto questo post vi farà ricordare che la vita è solo adesso, è ora il momento in cui potrete prendervi tra le braccia e provarci, a realizzare quel sogno.

Prima che sia troppo tardi e per liberare voi stessi e chi verrà dopo di voi dal peso del rimorso.

Vi auguro di addormentarvi la notte pensando a quella volta che la vita – stronza e bastarda – l’avete presa e portata proprio dove volevate voi, le mani finalmente attorno al vostro obiettivo.

Vostri i sogni, vostre le regole, vostra la felicità.

Parole di papà. Copertina ed editing by me.

Come sempre vi aspetto qui, su Facebook, Youtube, Pinterest e Instagram per parlarne insieme.

Bastava Chiedere! di Emma

Bastava Chiedere! di Emma

Bastava chiedere! di Emma, prefazione di Michela Murgia

Quando si poteva ancora viaggiare, ho chiesto a mia madre di portarmi Bastava Chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese) che ha una bellissima prefazione di Michela Murgia e dei disegni che diventarono virali e forse conoscerete.

Se la donna si ferma non funziona più niente. La vera padrona è lei. Per molto tempo questa narrazione dei rapporti di potere mi è bastata perché aveva una sua autoevidenza, sebbene sentissi che conteneva anche qualcosa di radicalmente falsato.

Se infatti era vero che mia nonna aveva le chiavi di casa, era altrettanto vero che non ne usciva mai.

Michela murgia


Bastava Chiedere! è scritto ed illustrato da Emma, una informatica e fumettista francese e di questo libro oggi vorrei parlarvi. Mentre mi leggerete, vi prego di abbassare le difese, essere onesti e di pensare non a voi e al vostro caso specifico ma alla big picture. A quello che le statistiche ci dicono quando si parla di realtà e non di percezione di essa.

Non dico che sia così per tutti e neanche che sia solo qualcosa del passato ma molti di noi sono stati cresciuti in famiglie dove i ruoli erano divisi in modo abbastanza netto.

Il padre al lavoro, la madre con i figli, se andava bene con un lavoretto. Mondi che si scontravano sotto il peso delle rispettive frustrazioni, ognuno convinto di avere in mano il bastoncino più corto, lui che doveva lavorare, lei che doveva stare in casa.

Ancora oggi ci sono una miriade di coppie che per motivi diversi hanno deciso di proseguire in quella direzione e per diverse di queste, il gioco funziona.

Non può chiaramente funzionare per tutti e quando ti specializzi, in qualsiasi ambito, ci sono cose che perdi, se i compartimenti sono compartimenti stagno.

Nel libro di Emma la riflessione parte dal “bastava chiedere“, quella frase che viene pronunciata quando la donna inizia a girare per casa ed esausta chiede supporto, magari comunicandolo senza aggiungere fiocchi. Di fronte ad una donna che si attiva anche in casa, dopo averlo fatto magari anche sul lavoro, e si dichiara stanca, un’altra frase tipica può essere il “nessuno te lo ha chiesto“.

In effetti è così e ricerche francesi ci raccontano un uomo che da single bada ad ogni aspetto della sua vita ma che quando si sposa cede il passo alla donna, che nel matrimonio guadagna un’ora extra di pulizie e riordino. Solo lei. La donna cresce imparando a prendersi cura, anticipando i desideri dell’altro e viene considerata malevolmente per qualsiasi cosa che non vada dentro casa sua: dal bicchiere non lavato, alla camicia non stirata di lui.

C’è una scena in quel filmaccio che è “Storia di un matrimonio” dove viene detto quanto segue:

Bastava Chiedere! E simili nel film “Storia di un matrimonio” con Laura Dern, premio oscar

E dopotutto ancora oggi sento dire, con orgoglio, cose come “mio marito mi aiuta in casa“, come se la casa fosse cosa sola nostra. Di contro non vedo atroci sensi di colpa in chi ha deciso che in casa farà poco perché non gli spetta, ha già il suo lavoro e vuole rilassarsi (la sua partner potrebbe dire lo stesso?).

A ciascuno il suo, mi direte, ma il primo lavoro – quello dell’uomo – genera stipendio, pensione e diritti, il secondo – l’occuparsi della casa – sparisce e non viene considerato. È gratuito. In tutto questo l’amore può non essere eterno o cambiare e senza le stesse possibilità economiche si può finire con il rimanere in una relazione per mero bisogno. Per non versare gli alimenti, per non far male ai figli, per sopravvivere…

In tutto questo l’asilo non è mai gratuito, vi siete mai chiesti perché’? Perché c’è la donna e ci sta che questa rinunci al suo lavoro, che dopotutto, che madre sarebbe altrimenti? Quando la donna lavora le sentiremo dire “lavoro part-time per pagare l’asilo” e non “io e mio marito lavoriamo ma guadagnamo meno per pagare l’asilo del figlio che abbiamo avuto assieme“, quei soldi che escono sono colpa sua, di lei. E chi rimane tardi al lavoro quando ci sono i figli a casa? Chi dei due può far carriera veramente quando arrivano i figli?

E poi mettici la depressione post-partum, raccontato benissimo dal film Tully. Charlize Theron è donna esausta che ha messo al mondo un terzo figlio, che ha un marito che lavora ed il congedo parentale spetta solo per lei. Che vuole far tutto, far tutto bene e fondamentalmente non fare schifo. Questa donna ha il post-partum o è stata abbandonata a se stessa?

In Svezia, padri e madri possono dividersi il congedo parentale di 480 giorni pagati all’80%. Non solo, gli svedesi hanno 90 giorni riservati alla madre e 90 giorni riservati al padre. Che vuole dire? Che il padre ha diritto e dovere di stare con il bambino in via esclusiva per tre mesi.

In Italia il congedo parentale obbligatorio per i padri è salito da 5 a 7 giorni solo qualche mese fa, nel 2020. In cosa sette giorni possono fare la differenza e togliere il carico? E quanto questo penalizza anche il rapporto padre-figlio?

Nel frattempo la società a noi donne chiede di far figli o saremo egoiste, senza mai dirci che esistono mostri che sono diventati genitori e che questa decisione andrebbe valutata e sentita, non dovrebbe essere un dovere morale e neanche l’unica opzione per realizzarsi. Alle donne, di contro, la società chiede di investire tutto ciò che hanno, tempo e denaro, nel prendersi cura e non nel realizzarsi – una donna non realizzata non importa – ma nell’essere gnocche, sorridenti, tranquillizzanti e calde. Finche’ non invecchieremo abbastanza da essere nonne o essere niente.

Nel libro di Emma troverete anche un capitolo dedicato alla parola delle donne, che vale meno. Di fronte ad uno stupro – e raramente ci sono delle prove schiaccianti – troviamo più facile dire “lei è una pazza che vuole rovinarlo” che mettere in dubbio la parola di lui. Perché?

Le statistiche non dicono questo, le statistiche dicono che le donne muoiono per mano degli uomini. Cosa c’è di incredibile nel dire che alcuni di queste le violentino anche?

Uno studio americano ha dato la possibilità a 200 studenti di analizzare un ipotetico caso. Due utenti, Jason nel primo test e Alicia nel secondo, si esponevano con rabbia per portare avanti le proprie convinzioni. A causa di quella rabbia, ammessa nell’uomo e non tollerabile nella donna perché presa per isteria, il 18% degli studenti ha deciso di cambiare la propria idea di fronte alla sicurezza di Jason. Nessuno per quelle stesse parole scritte nel video da Alicia. Eppure la rabbia è un sentimento come gli altri e non è un brutto sentimento, nulla che si debba nascondere. Ma nella donna non è accettabile.

La violenza sessuale fa parte di una cultura dello stupro nella quale siamo immersi e comprende tutte quelle situazioni dove la donna è a disagio e l’uomo si impone, con frasi, mani o peggio. Di fronte a queste violenze che tutte – tutte – abbiamo provato sulla nostra pelle, la reazione più banale è quella di dire “ma allora non potremo, noi maschi, più fare nulla” e sgomitare per aggiungere “altrimenti quelle ci denunciano“. Nel mezzo di queste ulteriori accuse, che davvero non ci sta mai bene niente (neanche di essere violentate o molestate, pensa!), rimaniamo vittime e rimaniamo sole.

Per tutti questi motivi vi consiglio il libro di Emma, bastava chiedere! (Disponibile in Italiano su Amazon e come The Mental Load: A Feminist Comic, in Inglese), un fumetto femminista che ogni donna (e ogni uomo) dovrebbe leggere.

Questo articolo non è una battaglia tra i sessi ma una chiamata alle armi, possiamo fare meglio di così e ce lo dobbiamo.

Bastava Chiedere?

Vuoi saperne di piu’? Ecco il mio video su YouTube!

Tanta voglia di Ramen, la ricetta veg

Tanta voglia di Ramen, la ricetta veg

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La ricetta del ramen vegano e vegetariano la trovate su YouTube

Un ragazzo con cui mi vedevo quando avevo vent’anni era stato in Giappone e mi aveva invitata a tornarci, come amici. La faceva così facile che quasi un po’ ci credevo che sarebbe stato in qualche modo possibile ma all’epoca non avevo veramente una lira e la cosa finì lì, sia con il tipo che con quel possibile viaggio da sogno.

Sono finita in Giappone quasi due decenni dopo quei baci e anche dopo la fine del mio amore per i manga ma quella per la terra del sol Levante non era una passione passeggera bensì un sentimento fatto di fedeltà.

Le stradine di Osaka, le viste mozzafiato di Kobe, Hiroshima con la dome, Nara, le città del nord oltre Sendai, i vicoli, i locali minuscoli, la gente, il silenzio lontano dal traffico, le cicale, le libellule, gli onsen, i konbini, il rumore dello Shinkansen e le musichette alle stazioni.

Tutto ciò è puro amore.

Ci sono tante cose che mi fanno pensare che non potrei vivere laggiù  – se non per un anno o due – ma di certo il cibo non è una di quelle.

Trovo infatti la cucina Giapponese una tra le più buone al mondo e sia io che mio marito prepariamo spesso piatti che raccontano quella terra meravigliosa.

Non per nulla ho realizzato su YouTube un tutorial su come preparare futomaki, uramaki (sushi) e onigiri e poi ci ho fatto anche una diretta per farlo assieme: sono ricette che fanno parte di me.

Sushi Vegano e birretta

E’ amore, un amore che passa per i piatti facendoli diventare non più esoticherie ma sapore di casa tua, quella che hai scelto e costruito.


Da mostly vegan (vegetariana da due decadi) non è stato però sempre semplice nutrirsi in Giappone e mentre ero lost in translation ho mangiato qualcosa che non avrei voluto ma nel mentre – migliorando le mie ordinazioni – raffinavo il palato, facendo due più due per una possibile lista della spesa.

Cucinavo già il ramen a modo mio in casa ma dopo il mio mese nipponico ho capito e perfezionato la ricetta della quale andiamo ghiotti.

La ricetta del mio ramen vegano (ed anche vegetariano, pensa!) lo trovi su YouTube ma in questo post vorrei omaggiare la gentilezza del caro amico Shin che pazientemente ha tradotto per me una ricetta autentica.

Se la parola con la V vi fa venire l’orticaria e di vegan volete solo i pomodori sulla bruschetta, è presto detto cosa potete cambiare: aggiungere e cucinare il maiale molto a lungo e usare la salsa dashi (a base di pesce) che troverete in qualsiasi piatto giapponese. Banzai, che vuol dire evviva in giapponese!

Basta poco per personalizzare una ricetta come il ramen, non fatevi intimorire e provate a farla vostra.

Se siete curiosi di assaporare un ramen vegano 100% autentico, ecco la ricetta tradotta dal nostro caro amico di Tokyo, che ci aspetta – coronavirus permettendo – per Aprile 2021.

Buon appetito o per dirlo in giapponese, itadakimasu, che esprime gratitudine per il pasto ricevuto.

Ramen Vegano, ingredienti per due persone

Mezza cipolla
2 spicchi di aglio
5 cm di alga kelp
2 cucchiaini di sesamo tritato
4 funghi shitake
4 tazze di acqua
2 tazze di latte di soia
2 cucchiai di pasta di miso
2 cucchiaini di soia
2 rametti di broccoletti
4-5 rametti di erba cipollina
Mezza alga nori
Schichimi, peperoncino giapponese disponibile qui
Olio di sesamo
Ramen noodles

Ramen vegano e vegetariano, la ricetta

1. Cuocere la cipolla tagliata e l’aglio sminuzzato per 5-10 minuti in una casseruola con l’olio di sesamo.

2. Aggiungere il sesamo tritato, l’acqua, l’alga kelp, i funghi shitake e lasciar bollire per 10 minuti.

3. Aggiungere il latte di soia, la salsa di soia e la pasta di miso.

4. Cuocere 20 minuti e versare in una ciotola.

5. Cuocere i noodles in una pentola con acqua bollente, scolarli e metterli della ciotola con gli altri ingredienti.

6. Decorare con erba cipollina sminuzzata, schichimi (nel brodo da dipendenza!) e alghe nori.

7. Spazzolare la ciotola!

Risultato finale del nostro ramen a base di latte di soia
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Il tema? La vita di noi Italiani in Scozia al tempo del Covid-19. Altre informazioni potete trovarle nel mio canale YouTube.

Buona visione!

Video

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