Il mio primo Pride

Il mio primo Pride

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Be Proud.

Avevano in mano un manifesto di stoffa, stile patchwork e mi erano sembrati belli, anziani come altri passati poco prima dentro un pullman che sventolava le bandiere arcobaleno. Questi erano a piedi e li ho fotografati sorridendo, la marcia era appena partita ed io ancora non mi permettevo di entrare a farne parte, rimanendo ai lati.

Abbastanza per supportare, abbastanza lontana per non sentirmi una menzogna: non sono lesbica, non sono trans, non ho sofferto certe pene ne’ stata discriminata perché desideravo vivere.

Gli anziani con il manifesto di stoffa sono andati avanti e noi siamo rimasti lì finche’ i miei capelli non hanno attirato l’attenzione di qualcuno che conoscevamo: “Serena, Alessio“.

Succede sempre così, sono i capelli.

“Ma li avete visti quei quattro che protestano? Noi siamo migliaia, loro quattro”.
“Bigots”, rispondo, ma davvero non li ho visti.

Una donna ci viene incontro per darci le bandiere e farci entrare nella marcia. Il mio primo Gay Pride lo ricorderò proprio così, inclusivo con tanto di discorsi tradotti anche nel linguaggio dei segni ed attorno a noi tante sedie a rotelle, un uomo con le stampelle ed un sorriso buono che mi rimarrà nel cuore, anziani, tanti, genitori fieri, bambini con le magliette dedicate alle loro famiglie arcobaleno e poi tanti, tantissimi brand a metterci la faccia: Argos, Sainsbury’s, Nando, Topshop, Wagamama, Royal Mail, Costa e chi più ne ha più ne metta.

La società intera scesa in piazza.

Il cielo è inclemente ma noi siamo più forti, le bandiere sventolano al ritmo di qualche tamburo, Alessio ride. Un politico parla e noi siamo proprio lì sotto, arriva una donna transessuale che chiede un minuto di silenzio per tutti coloro che muoiono per il solo fatto di non essere nati etero. Ho le lacrime negli occhi ma ecco che vuole anche un minuto di rumore ed urla, perché dobbiamo farci sentire, perché esistiamo e vogliamo continuare a farlo.

È uscito il sole, non durerà che pochi minuti, davanti a noi gridano al miracolo, ci sentiamo benedetti. Dio non esiste ma se c’è allora ci ama. Due ragazze si baciano con tenerezza e non smettono di tenersi per mano.

Ritrovo il gruppo di anziani con il manifesto di stoffa, stanno cantando ma lo fanno ai bordi della strada, guardandoci. Colgo l’occasione per leggere il loro slogan “protest in armony“, protestare con armonia, ed eccoli lì a cantare in una specie di falsetto, come se fossero in Chiesa, muovendo braccia e mani.

Non capisco le parole ma il cervello inizia a rimuginare: Stanno… stanno protestando?

Beh, stanno protestando ma con armonia, senza insultare.

Aspetta, Serena, guardati attorno.

È questa l’armonia?

Un gruppo di ragazzi sui diciotto anni li sta guardano con uno sguardo triste. Potrebbero urlargli “bigotti, andatevene!”, non lo fanno, hanno solo uno sguardo pieno di dolore.

È il loro giorno, il loro pride.

“Protestiamo con armonia e vi amiamo MA… per favore in nome di Dio X potreste evitare di innamorarvi, scopare, avere una famiglia, vivere e andarne pure fieri. Ci va bene che esistiate ma evitate di vivere, per favore. Sì, stiamo protestando contro i vostri diritti ma ve lo chiediamo in armonia”.

Che arroganza e che stupidi noi a permetterlo.

Il gruppo di ragazzi avrà anche lo sguardo triste ma nel mio c’è una rabbia inaudita, mai provata prima per degli sconosciuti.

Bigotti, maledetti bigotti.

Con quale diritto?

Nascondersi dietro la parola armonia per lanciare comunque frecce avvelenate.

Non sono lesbica, non sono transgend e non ho sofferto certe pene ma non ti puoi girare dall’altra parte solo perché non riguarda te. Sono stanca di tollerare scempiaggini, stanca di sentire – come dirà Patrick Harvie durante il suo discorso – che i diritti di LGBT+ vanno riconosciuti secondo la coscienza del singolo.

Siamo nel 2018 ed è il caso di svegliarsi.

Per coloro che stanno ancora dormendo sognando paesaggi di plastica, cari miei, siete il passato, noi continueremo a crescere di numero ed un giorno non ci sarà libertà di espressione che tenga quando si tratta di diritti umani.

Vi vergognerete anche solo di pensarle, certe cose.

Avevo per la testa questo odio, tutto questo odio ma poi un dubbio mi è venuto. E se…? Dopotutto le parole delle canzoni non le avevo capite mica, così tornata a casa ho cercato il nome dell’organizzazione e scritto loro.

“Vi ho visto al Pride di Edimburgo ma non penso di aver capito, eravate a favore o contro?”

“A FAVORE!!”, mi hanno risposto, in pochi minuti.

Sono caduta sulla sedia, sconvolta per tutto quel risentimento rivolto contro sconosciuti che semplicemente non avevo capito perché – in quel momento – non ne avevo gli strumenti: mi ero immaginata tutto, persino gli sguardi tristi dei ragazzi che li ascoltavano “protestare”.

Sentendomi un pizzico, ho capito.

Non è forse così per tutti?

Fraintendere l’altro senza farlo neanche parlare, non capirlo e parlargli sopra pur di provare a non sentire le sue ragioni? In una giornata così bella – perché così bella era stata – come quella del mio primo Pride, io avevo trovato – senza cercarlo, per carità – qualcuno da odiare, il mio capro espiatorio ed ero stata così brava da averci visto il noi verso il loro, partendo in quarta.

Credo sia l’esempio di quanto ciò che non capiamo al volo o conosciamo possa infastidirci fino a spaventarci, facendoci diventare chi non vorremmo.

Quando forse basterebbe fermarsi a parlare per comprendere che di differenze ce ne sono tante ma che nel frattempo è meglio se rimaniamo umani.

Buon Pride a tutti!

Se ti chiedi perché marciamo forse non sai che in 72 paesi essere omosessuali è un reato punito con carcere, sanzioni o condanna a morte.

“When sexuality is no longer even an issue for discussion, then we can stop marching.”, Jamie Greene MSP

Gay Pride Kiss
Uno dei quattro “veri” contestatori in una foto di @calumcam
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Cinque cose che ho imparato iniziando a fumare

Cinque cose che ho imparato iniziando a fumare

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Per motivi che non mi sento di dire nè ho intenzione di dichiarare, ho iniziato a fumare all’età di 35 anni e 4 mesi.

Sì, avevo provato da ragazzina per inserirmi nel gruppo del mio liceo ma oltre tossire non ero riuscita a fare molto altro.

Sì, avevo baciato le labbra di un fumatore e mi erano sembrate buone ma avevo preferito portare le mie chiappe altrove.

Sì, c’erano state le sigarette con l’Amica fumatrice, quelle scroccate da fumare assieme durante le nostre chiacchierate ma erano solo un momento, solo un momento nostro.

Perché la dipendenza non l’avevo mai capita, era un vizio che non mi apparteneva, che sentivo lontano e abbastanza da fessi, pure sciocco.

Per motivi che non voglio specificare ho deciso di provare a fumare, alla sera, scoprendo cinque cose che non sapevo.

1) che il fumo non solo fa schifo ma costa pure tanto, come è giusto che sia. Questo lo sapevo già, intendiamoci, mi ha sorpresa sapere che io sono disposta a pagare per una cosa che non mi piace, però.

2) che il fumo ti placa la fame nervosa della sera, vizio quello che dopotutto era una coccola per placare i sensi lasciati iperattivi dopo giornate di lavoro e studio. Non l’ho vissuta come una conquista ma come una perdita.

3) che l’odore del fumo diventa una cappa, una densa nuvola bianca di fronte a te. Si fa fatica a respirare con le finestre chiuse e non puoi vedere con chiarezza, gli occhi a mezz’asta per il fastidio, il naso che si chiude.

4) che sono andata a camminare e l’ho sentita, l’ho sentita davvero la fatica improvvisa. In così poco tempo? Non ci avrei mai creduto.

5) che una cosa succede alla tua lingua, che diventa cotta come una frittella di broccoli e sembra avere una patina perenne addosso, anche la mattina dopo. Fastidiosa, stupida, un incredibile ostacolo quando stai mangiando ed i sapori, semplicemente, sono diversi. Lo avrò messo il sale?

Per tutti questi motivi ho pensato di avere il dovere di aggiungere la mia nel dire che fumare fa schifo.

Ho googlato per giustificare i miei pensieri, cercando una risposta che dicesse che qualche sigaretta male non fa, che non sto mica fumando come le persone con cui sono cresciuta.

Le risposte sono state coese, sito dopo sito, nel dire che basta una sigaretta al giorno per ammalarsi – al 60% in più dei non fumatori – di cancro.

Una!

Anche questo ho pensato che potesse essere utile saperlo, anche se le sigarette continuano ad andar via come le ciliegie, quando viene sera.

I matti su internet e quello che forse non abbiamo ancora capito di haters e trolls

I matti su internet e quello che forse non abbiamo ancora capito di haters e trolls

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Brutta giornata anche oggi?

Di gente strana su internet ne ho incontrata così tanta che raramente mi ci freghi ancora, questo è il bello di avere 35 anni e di usare internet – non supervisionata – da quando ne avevi meno di 16.

Le cose le impari.

È paradossale per una che blogga ma io non parlo volentieri dei fatti miei, non amo i gruppi WhatsApp, non amo i gruppi su Facebook, non amo l’effetto pollaio. Sono iscritta a diversi gruppi, sono luoghi ottimi per informarsi ma non ho bisogno di mischiarmi a sconosciuti, di condividere con chi non conosco.

Se sto in una brutta situazione so con chi parlare: con chi mi conosce, con chi sa chi sono, come rido e come mi incazzo. Gli amici me li scelgo fuori dalla rete, tranne eccezioni bellissime, come in tutte le cose.

Con i blog è complicato, penso che capiti a tanti di seguire qualcuno e pensare “bellissima, questa persona è bellissima” e poi finire con il conoscerla meglio – per quanto ci si possa conoscere su internet – e sentir suonare un campanello, poi due.

E finire con il correre.

Sarà capitato a tanti leggendo me, finché scrivo posso essere meravigliosa ma i miei difetti li ho e prima o poi li vedi se mi segui. O no?

Al primo post che non ti piace puoi darmi un’altra chance ma al secondo?

Sono solo una che sta su internet, basta nulla per non seguirmi più. Questo se sei una persona equilibrata, altrimenti starai sulla pagina non appena pubblico qualcosa, sgomitando per trovare qualcosa che ti dia la conferma di quanto ti faccio schifo.

Non sono andata fuori tema perché dopotutto è dei matti di internet che voglio parlare.

Di quelli che vogliono interagire con te, che ti investono di parole (ora rabbiose, ora insane, ora aggressive, ora idiote, ora dolcissime, ora smielate) o ti osservano e basta, silenti, che si stupiscono se non stai al gioco e ti portano a rimuginare quando vorresti fare altro ed in alcuni casi ti tolgono il sonno quando neanche li conosci.

Stai pensando a loro!

A loro che non sai neanche che faccia abbiano.

È vero, tantissime persone di fronte ad un matto su internet dicono di farsi una bella risata e che non vale mai la pena di incavolarsi. Lo dico anche io, l’ho detto anche io ma oggi ho pensato che sarebbe meglio se fossi onesta.

I matti su internet mi spaventano.

E se esagerano me la prendo eccome.

Li posso bannare, li posso evitare, li posso dimenticare perché io davvero non me li vado a cercare ma garanzie non ne hai mai, quando condividi le tue cose online.

Internet come lo fermi?
Come ti proteggi?

Ho aspettato per scrivere di quanto capitatomi perché va bene che era una persona problematica ma non provo piacere se penso che qualcuno potrebbe riconoscersi in quanto dirò e per questo ho aspettato e preso delle precauzioni. Per quanto lo scrivi-e-smerda sia una moda terribilmente in voga tra i ben conosciuti disagiati dotati di un blog, quelli che quando li leggi o ti riconosci in quella frustrazione e li supporti tipo groupie lottando per battaglie non tue o sei normale, capisci l’andazzo e li eviti.

Bando alle ciance ed ecco la storia:

Mesi fa una persona mi commentava ogni post che scrivevo su quella corrente chiamata Body positivity, ogni post del quale io andavo davvero fiera perché voglio usare internet nel modo che credo giusto, approfittandone anche per ricordare cosa siano le donne: esseri umani senzienti e con un enorme potenziale e non pezzi di carne da giudicare come mercanzia.

Di questo commentatore non sapevo nulla, non sapevo chi fosse nè come fosse arrivato a me, ma iniziavo ad aver paura perché seguiva sia blog che fumetto e spuntava fuori solo quando parlavo di quel certo argomento, scrivendo il suo pensiero – sempre uguale – ogni 10 minuti.

Lo stesso commento ma con parole qui e lì diverse. Segno che ogni volta si era preso la briga di riscrivere, non era un semplice copia e incolla.

Dapprima intavolai una discussione ma lui, sebbene non esattamente maleducato, sembrava un muro di gomma, semplicemente spiacevole ed ottuso ai miei occhi. Ingoiai la sua opinione perché è un paese libero e non è ne’ il primo ne’ l’ultimo a pensare certe cose ma poi capitò di nuovo e si permise di attaccare una blogger che stavo ospitando.

Provai una estrema vergogna all’idea che quella blogger potesse aver letto il suo commento – che più o meno diceva che se lei era contro il body shaming era perché non bella – così finalmente lo bloccai.

Che sollievo non parlare più con il muro.

Iniziai pero’ a pensare che tanto accanimento non potesse che venire da qualche conoscente arrabbiato con me per qualcosa, uno con un profilo falso.

Non sapevo chi ma avevo quel sospetto, poichè la cosa mi era già capitata con una persona che aveva problemi di sanità mentale e che aveva creato un nuovo profilo per seguirmi.

Mi sbagliavo!

Mesi dopo ero in un gruppo di femministi ed è uscito il nome di uno stalker seriale con dei problemi seri che aveva e stava perseguitando centinaia (centinaia!) di persone che parlavano di body positivity.

Ogni volta scrivendo lo stesso commento, con parole qui e lì diverse.

ERA LUI!

Nel gruppo qualcuno lo prendeva in giro, altri ne avevano ribrezzo come si fa con le piattole e altri ne erano spaventati.

Io ero semplicemente senza parole.

Mi sono fatta innervosire da qualcuno che sta seriamente male e vive dietro uno schermo a scrivere e riscrivere lo stesso commento tutto il giorno?

Uno che si cerca quotidianamente articoli sulla body positivity per scrivere quella stessa frase ancora e ancora?

Uno che viene bannato da decine di persone ogni giorno e continua imperterrito, cercando quotidianamente nuove vittime?

Sono rimasta senza parole.

Sapevo che questo era già successo altre volte, avevo avuto a che fare con altre persone che poi avevo scoperto avere disagi reali, persone che si venivano a sfogare – anzi, a creare connessioni umane pseudo significative – su internet perché incapaci di averne fuori.

Ma questo caso qui mi ha fatta proprio pensare.

A tutto il tempo che sprechiamo a dar retta al primo che passa, al commentatore che dice cose oscene, solo perche internet ci ha resi tutti anonimi ed in qualche modo anche tutti uguali.

Ecco, no.

Tutto molto bello ma l’opinione delle persone non ha proprio lo stesso peso.