L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

Ora tutti diventati Italiani

Non posso dire che sia stato proprio facile emigrare ma spesso ho sentito di essere avvantaggiata rispetto ad altri: senza alcun merito e per il solo fatto di essere nata in Italia, avevo un passaporto fortunato, la pelle bianca, una buona educazione ed una conoscenza scolastica della lingua inglese. Quando incontro le persone del posto sanno sempre da dove vengo, conoscono l’Italia, amano Roma e finiscono con il chiedermi cosa io ci faccia qui. Perché lasciare un luogo da sogno come lo stivale? Se mi seguite da un po’ i miei motivi li sapete e così la mia storia ma oggi vorrei raccontarvi percorsi differenti dal mio. La storia di quattro persone che hanno lasciato il proprio paese per vivere proprio nel mio, in quello dove io ho deciso di non vivere più. Come saranno stati accolti loro da noi Italiani? Cosa è accaduto loro di bello e brutto da quando sono arrivati?

Vi invito a tenere il segno leggendo la storia di Eliana, peruviana giramondo che oggi ha una scuola di lingua ad Aberdeen, di Liliana, rumena della quale vi parlai presentandovi il suo toccante libro ciliegie amare dove racconta la sua esperienza di badante in Italia, di Yann, francese trasferitosi a Bologna per amore e di Rezarta, albanese che lo stivale lo ha raggiunto con la nave diventando infine cittadina Italiana.

Leggete le loro storie per scoprirne i punti di incontro nel descrivere l’Italia, le loro esperienze belle e le disavventure che hanno avuto mentre camminavano proprio accanto a noi. Spero questa intervista possa, magari, farci cominciare ad ascoltare gli stranieri che vengono a vivere in Italia. Sono ancora stranieri 5 anni dopo? E 10? E 20? Sono curiosa di sapere le vostre risposte dopo aver letto questo articolo.

Ciao, raccontaci un po’ di te e di cosa ti ha portato a vivere in Italia.

Sono nata nel 1968 in Romania, in pieno comunismo. Una vita di privazioni e lavoro. Ero una madre divorziata, con due figlie in piena adolescenza e lavoravo come tecnico produzione in una fabbrica di abbigliamento dove facevamo vestiti per tutti i grandi marchi del mondo. All’improvviso le fabbriche hanno iniziato chiudere “grazie” alla globalizzazione, cercavano paesi dove proporre stipendi persino più bassi dei nostri. Così mi sono ritrovata senza lavoro e in una situazione di disperazione. Piangendo ho fatto la mia borsa e piangendo ho passato le frontiere: lasciavo indietro le mie figlie, non mi ero mai separata da loro.

Mi chiamo Rezarta ma è un nome che in Italia sbagliano tutti, così mi faccio chiamare Resi. Ho 36 anni e sono venuta in Italia a 6 anni quando è caduto il regime in Albania nel 1991. Siamo venuti con le barche e siamo stati tra i primi. Fortunati, perché eravamo in stiva grazie al nostro vicino marinaio mentre gli altri erano stipati.

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L’amore mi portò nel bel paese. Finii in Italia perché mi sposai un italiano. Sono cresciuta in Perù ma da adolescente mi spostai in Brasile per fare l’università dove andai per ottenere la mia laurea in lingue e turismo. Le mie origini sono peruviane e tedesche, i miei genitori mi diedero quella spinta per viaggiare e spostarmi per il mondo fin da piccola e, quando si separarono, mio padre tornò in Germania e mia madre si spostò in Giappone. La mia curiosità per ciò che c’era da scoprire era enorme e quando conobbi il mio ex marito avevo 24 anni: arrivai in Italia, sposata, in un piccolo paesino del sud. Bellissimo. Un aggettivo che non gli fa merito, un posto da sogno ma che comunque mi stava stretto.

Ciao, mi chiamo Yann, ho 39 anni e vivo da più di 10 anni in Italia. Più precisamente, a Bologna nel cuore dell’Emilia-Romagna. Sono francese ma di origine italiana essendo figlio di un emigrato ciociaro. Mi sono trasferito in Italia per amore. Anche per amore dell’Italia, conosciuta durante le mie vacanze estive. Alcuni chiamano la mia decisione, il richiamo delle origini. Sono arrivato con pochissime parole d’italiano a disposizione ma il mio inglese scolastico mi ha salvato soprattutto a Bologna. Nei paesini sperduti, un po’ meno. Per non so quale miracolo, in pochi mesi, iniziavo ad interagire sempre di più. Dopo aver passato tante ore ad ascoltare delle trasmissioni televisive (tranne i dibattiti politici, ne sono ancora traumatizzato), letto tanti libri e cercato il più possibile di ignorare le facce storte della gente quando facevo alcuni errori sicuramente gravissime per le orecchie, ho deciso di fare dei corsi intensivi ed eccomi qua, quasi bilingue. Alla faccia dell’inglese che facevo ancora fatica a praticare e lo spagnolo che ho dimenticato per fare spazio alla lingua di Dante.

Quale è stato il tuo primo impatto con l’Italia?

Primo impatto con Italia? Terribile! Ero vuota dentro la mia anima, ero come morta dentro. Vedevo la bellezza di Roma, gli alberi meravigliosi, diversi di quelli da casa mia, le rovine antiche, pensavo che fosse bello, ma non sentivo gioia, solo un immerso distacco. Mi sentivo buttata all’improvviso in un oceano, non capivo niente, non sapevo la lingua, non volevo essere lì, ma dovevo rimanere, per forza.

Il primo impatto con l’Italia è stato con le persone: vedevo tanta gente caotica ma affettuosa. La prima volta che l’ho vista aveva un colore diverso dall’Albania ma bello. Ero piccola ed imparare l’Italiano è stato più facile. In quegli anni ho visto che in Italia venivi accettato molto bene se sapevi integrarti. Non è stato molto facile integrarsi perché dalla Sicilia al Piemonte ho visto la vera discriminazione che c’è in questo paese. Il fatto che tutti venissero invitati al compleanno e tu no. Perché eri l’albanese.

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Arrivata in Italia mi sentivo un po’ soffocata, senza privacy perché lì tutti sapevano tutto di te, ogni passo, ogni uscita ed una femmina indipendente alla ricerca del lavoro non era ben vista. Comunque, feci velocemente amicizia ma quando parlavo con la gente notavo che c’era un interesse non in conoscermi come persona ma in quello che possedevo. Allora, decisi che non era per me.

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Il mio primo impatto con l’Italia è stato il mio primo viaggio in treno tra Bologna e Venezia. Era un treno regionale affollato, non ero preparato e più o meno mi era sembrato di essere in una lavatrice o dentro il motore di un vecchio diesel. Ero abituato al silenzio dei treni francesi e all’improvviso mi sono ritrovato in questo vacarme (baccano) assurdo. Un urlo continuo, eppure nessuno era arrabbiato, parlavano solo. Da allora, ho capito cosa intendesse mio babbo quando mi diceva che gli urli di sua mamma spaventavano i piccoli parigini del suo quartiere. Ancora oggi non capisco se la gente in strada parla o litiga.

Come è andata la ricerca del lavoro in Italia? Essere straniero ti ha limitato o favorito?

Ricerca del lavoro in Italia? All’inizio non sapevo parlare la lingua, così ho trovato un lavoro come badante in Basilicata, a nero 500 euro al mese, senza giorno libero. Ero chiusa come in un carcere. Dopo 3 mesi, ho trovato un altro posto a Perugia e su tutto ciò ho scritto il libro Ciliegie Amare, pubblicato anche in italiano da Laterza. Essere straniera non è un vantaggio quando cerchi lavoro, comunque. Dopo 14 anni, faccio ancora lo stesso lavoro, assistenza per gli anziani. Ho provato tanto a fare il mio mestiere, ho mandato CV a destra e a sinistra, sono andata dalle agenzie per il lavoro e presentata come tecnico dell’abbigliamento. Fino al giorno in cui una signora mi ha detto (eravamo solo noi due) che potevo essere pure tecnico di astronave, senza una raccomandazione non mi assumeva nessuno. Essere straniero vuol dire che nessuno ti può raccomandare per anni, non conosci nessuno e deve passare tanto tempo prima di guadagnare la fiducia delle persone. E poi, quando hai fatto tutto bene e ti presenti ad un posto di lavoro adatto alla tua qualifica ecco che, come mi hanno detto, il fatto di aver fatto la badante per anni incide sulla loro risposta negativa. Come sarei stata incapace di fare è un’altra cosa. È strano: ti impediscono di lavorare perché non hai raccomandazioni, poi ti bloccano di nuovo se hai accettato lavori umili. Per me una croce.

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Fino all’arrivo della crisi non ho mai pensato di essere limitata nel lavoro perché straniera, poi con la crisi sì. Mi è stato proprio detto in faccia che secondo il nuovo socio era stato stupido tenere una albanese come me con tutti gli Italiani disoccupati in giro. Anche se io sono cittadina italiana dopo 28 anni qui. Vado a votare. E quel razzista quando ha saputo che votavo ha detto che suo padre si sarebbe rigirato nella tomba. Gli ho risposto di farlo girare due volte, che vota anche mio marito!

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Non volevo fare soltanto la casalinga, mamma e moglie. Riuscì a trovare un lavoro in una scuola secondaria e da lì non smisi mai di lavorare ma con stipendi ridicoli, contratti mensili, precari. Ero consulente in lingue, terza fascia se ero fortunata, pendolare per due ore minimo al giorno. Tra un contratto e l’altro andavo avanti. Grazie al lavoro di mio marito, riuscivo a spostarmi all’estero per brevi periodi, ma ogni due anni si tornava sempre in Italia, con la difficoltà di ritrovarmi ancora una volta dentro la burocrazia, la mentalità di paese e la mancanza di un lavoro non precario. Allora un giorno, decidemmo di provare la Scozia, facemmo le valigie e partimmo. Qui in Scozia ci siamo trovati bene, tutto è semplice ma con il freddo non si scherza e ad un certo punto abbiamo considerato di andare via ma i bimbi erano già grandi e non si decideva più per noi ma per loro. La Scozia ci aveva accolto bene, ci aveva aperto le porte, poteva dare un futuro a loro e siamo rimasti qui. Purtroppo, qualche anno dopo mi divorziai e allora comprovai quanto la Scozia sia giusta nelle opportunità che ti dà se ti integri. Sola, con due figli che volevano restare con me qui e non volevano tornare in Italia, decisi di buttarmi capofitto e realizzare uno dei miei sogni nel cassetto. Nel 2018 aprii la mia piccola scuola di lingua, la Careli Language Services di Aberdeen, nell’est della Scozia e tutto è andato così bene che a volte mi sento privilegiata. Sì, lavoro molte ore ma vedo i frutti. Con il Covid abbiamo dovuti chiudere l’ufficio ma si continua a crescere con lezioni online per bimbi, adulti, corsi di preparazione per gli esami di scuola, di inglese e di altre 10 lingue: abbiamo studenti in tutto il mondo a cui offriamo i nostri servizi con lezioni private e di gruppo.

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Venuto il tempo di cercare un lavoro, non essendo nato in una famiglia che ha venduto il suo castello della Loira per mantenermi dell’altra parte delle Alpi, non ho mai ricevuto risposte. Niente. Da nessuno. Ah no, non è vero. Una sola. Ma il colloquio non è andato a buon fine. Eppure, avevano trovato il candidato perfetto, un madrelingua francese. Una settimana dopo, avevano trovato un altro madrelingua francese ma che in più parlava tedesco. Niente. Da allora, ho detto basta e mi sono lanciato nelle traduzioni e vari impegni. Mi arrangio così. Tanto, tutti mi hanno detto di dimenticare il posto fisso. Come unica risposta avevo solo quella: manco in Francia l’ho avuto. Meglio così, sennò non sarei finito in Italia! Non saprò mai se il mio nome è stato un freno, a volte al telefono alcuni credono che sia un nome cinese…

Ti sei sentito accolto dagli Italiani? Puoi raccontare un episodio bello, uno brutto ed uno assurdo?

Durante il tempo ho avuto varie esperienze, brutte, belle, assurde. Sono stata accolta e respinta, dipende dalle persone che ho incontrato. Esperienza brutta: in Basilicata, lavoravo come badante, di sera mi facevo una tisana, era freddo, in pieno dicembre. Mi hanno detto che facevo finta di essere una signora, che ero venuta in Italia per fare la vita bella. Non riuscivo a capire il perché, mi hanno detto che tutto costa, il tè costa ed io lo stavo in qualche modo rubando loro, bevendone una tazza. Ho bevuto con lacrime. Esperienza assurda: scoprire appunto che il lavoro di badante viene considerato una macchia sul CV. Mi ci sono voluti degli anni per capirlo. Fino a un colloquio di lavoro dove mi hanno pure detto questa cosa. Boh! Esperienza bella: essere abbracciata dai lettori italiani, specialmente donne, hanno letto il libro Ciliegie amare, il libro parla dell’emigrazione ed e stato presentato in Sardegna, a Venezia, a Torino e così via ed io mi sono trovata con donne che erano mamme, sorelle, figlie di quelli partiti lontano e all’improvviso eravamo uguali.

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Un episodio bello da raccontare è che a volte anche i conoscenti, come può essere un vicino di casa, ti accolgono. Soprattutto in Sicilia la gente ti accoglieva a braccia aperte, facendoti sentire uno di casa. Episodi brutti direi quello del compleanno di cui sopra. Particolarmente brutto è quando ti dicono “Sei Albanese? Non si direbbe! Hai la faccia sorridente”. Ah, gli Albanesi non sorridono? Devo capire cosa è la faccia da Albanese.

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Le persone non accoglievano bene gli stranieri e tutti i miei studi non servivano a niente perché in quei posti si trovava lavoro per amicizia, principalmente. Per la gente io ero diversa, comunque coraggiosa a spostarmi sola ma sempre diversa, non si socializzava salvo che con la famiglia e gli amici di infanzia di mio marito. Precedentemente avevo viaggiato molto per la mia giovane età, avevo vissuto in Asia e visitato tutta l’America Latina. In Italia era diverso.

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Ogni tanto, dagli Italiani mi sento dire, hai lasciato la Francia per l’Italia? Sei pazzo, non l’avrei mai fatto! Però, quando elenco gli ingredienti della pasta alla carbonara cucinata lì, i ravioli ed i cannelloni in scatola ed i bagni chiusi in un buco di 1 metro quadrato senza bidet, ecco che cambiano idea. A parte gli scherzi, mi sono sentito accolto subito da parte degli italiani e sono consapevole che non è la stessa cosa per un italiano che sbarca in Francia, soprattutto a Parigi. Ma non lo è nemmeno per un francese del sud che finisce in quella città. Gli italiani, per me rimangono un popolo gentilissimo e accogliente. Lo so, vale soprattutto per gli europei ma questo calore, questa genuinità, è stato un ottimo rimedio contro le prime difficoltà incontrate. Ho trovato sin da subito degli amici e amiche straordinarie. Poi, ovviamente, ho incontrato tantissima gente in dieci anni, chi si congratula per il mio italiano, pensando di trovarsi di fronte ad un turista (tra la mia macchina fotografica sempre al collo e il mio accento tenace), chi mi fa delle battute ironiche quando capisce di ritrovarsi davanti ad un francese… come se si potesse fare di tutta l’erba un fascio. Ma anche chi, soprattutto in rete, ovviamente, mi ha pregato di tornare da dove venivo perché non ero gradito. Sentimenti sgradevoli per fortuna rari nella vita reale. Uno dei miei momenti più belli è stato quando, nei dintorni di Firenze, seguendo il navigatore sono finito in una stradina isolata e sterrata. Con l’impossibilità di tornare indietro perché circondata di muri. L’unica soluzione era di suonare a quel cancellone e mi vedevo già con una carabina sulla tempia o circondato dai carabinieri. Invece, mi aveva aperto questo signore anziano che mi ha aiutato a fare manovra e poi siamo rimasti 20 minuti a parlare di tutto e niente. Non ho mai chiesto se si fosse fidato della mia faccia, del mio chihuahua sul sedile posteriore o dei suoi due molossi che mi hanno impedito di uscire della macchina. Un momento assurdo invece, l’ho visto quando andando all’inaugurazione di un supermercato: lo fecero benedire da un prete. Solo in Italia, ho pensato. Per i momenti brutti, a parte delle battutine sgradevoli, per fortuna li sento solo al TG.

Cosa hai imparato ad amare di più dell’Italia e cosa non sopporti?

Amo Italia, la sua cultura, non mi sazio mai di vedere musei, città d’arte, ho visto Firenze varie volte, quando sento che c’è qualche mostra in un posto dove posso arrivare, io vado. Amo la sua ricchezza culturale e sono felice perché ho l’opportunità di sapere di più. Non sopporto il fatto che il povero è trattato da scemo. Che le persone contano solo se hanno un mestiere alto, devi essere un dottore per essere salutato qualche volta, non sopporto il disprezzo per l’emigrante visto come un povero disgraziato. Non è cosi, infatti adesso sto facendo distribuzione dei libri in lingua rumena, qui non abbiamo librerie e ci mancano i libri nella lingua nostra perché vi posso assicurare che le badanti leggono di più che altre persone e non è questione di tempo libero. Avere un lavoro umile non dovrebbe essere una vergogna.

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La cosa che mi piace di più è l’Italia stessa, è proprio un bel paese. Nelle strade della Roma che hai camminato ci ha camminato Giulio Cesare prima di te. C’è la storia ovunque ti giri! Ricordo la gita a Roma che giravi l’angolo e c’era la fontana di Trevi! E poi oddio, la cucina italiana! Vuoi mettere? In Albania son solo brodaglie, ficcano tutte le verdure a bollire e fanno dolci super zuccherosi che ti fanno venire il mal di testa. Dell’Italia apprezzo l’Italia e gli Italiani. La cosa che non sopporto dell’Italia è che siete razzisti verso voi stessi, dal sud al nord razzisti. Si cerca di fregare lo Stato senza capire che lo Stato siamo noi! Siamo tutti. Quando vado in un ufficio pubblico ed il dipendente statale si rivolge a me con una cattiva maniera, io mando la lettera di reclamo. Non mi puoi trattar male. Sono una persona, non devi fregarmi.

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Dell’Italia, cosa ho imparato ad amare di più? Vabbè, per uno straniero sarà scontato ma ovviamente, la sua gastronomia! In questi mesi sto vincendo una battaglia, ovvero eliminare i chili messi su in tutti questi anni. Quello che mi piace di meno, anche lì sarà scontato ma fa molto male, è l’odio a vicenda tra nord e sud. Mi sembra tutt’ora ancora assurdo sentire delle parole dispregiative verso gli abitanti dello stesso paese. Dal Veneto alla Campania. Anche la mancanza di festeggiamenti nel giorno della festa nazionale mi ha tanto sorpreso. Neanche un fuoco d’artificio, un po’ di musica. Niente. Alla faccia del 14 luglio francese…

Cosa ti manca del tuo paese? Ci torneresti oppure il tuo futuro è nello stivale?

Mi manca quello che ero in Romania. Ma non potrei più essere la stessa persona. Non posso immaginare la mia futura vita senza la bellezza d’Italia. Le mie figlie sono lì, i miei nipoti anche, sogno di comprarmi una casetta di vacanza e poter andare tranquilla quando mi pare. Ma ho sposato un italiano, abbiamo comprato casa qui, quindi la mia vita sarà qui.

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La cosa che mi manca dell’Albania è il cibo e la cucina, l’aria di mare che c’è a Durazzo (Durrës). Posso andare ovunque in Italia ma quell’aria di mare non la ritrovo. Non c’è quell’aria di salsedine che sa di casa. A me manca il Paese in sé, le persone le ho qui per fortuna però mi chiedo sempre come sarebbe stato avere l’intera famiglia con noi in Italia. Poter andare nella casa di tua nonna, dove ha sempre vissuto tua nonna. Come fate voi Italiani. Mi sarebbe piaciuto poterlo fare, fare i cenoni di Natale assieme. Il Natale con i bisnonni. Il calore familiare. Il mio futuro lo vedo in Italia anche se durante la crisi ci avevo pensato ad andare via ma con il fatto che non so né leggere né scrivere l’albanese la vedo dura. In Albania sarei discriminata per il mio passato di profuga in Italia. Un gran casino e allora rimango qui.

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La prima risposta è la più ovvia. La mia famiglia e i miei amici più stretti, quelli non spariti col tempo. Ma anche sentire la mia madrelingua in giro, soprattutto in questo momento, gli unici che sento parlare in francese sono i ragazzi dell’Africa dell’ovest sul bus! Ma anche fare la spesa e trovare dei prodotti introvabili qui che hanno segnato la mia infanzia. Senza parlare dei libri in francese, qui riesco a trovarne ma costano quasi il doppio del prezzo originale. Mi basta però qualche giorno di vacanza dai miei genitori per essere a posto. Non penso di tornare a vivere in Francia un giorno, ormai qui ho trovato il mio equilibrio ed essendo arrivato abbastanza giovane, a 28 anni, farei fatica a tornare indietro. Soprattutto più il tempo passa e più trovo la società francese diventare violenta, aggressiva ed è un colpo al cuore. Ora il mio pensiero per il futuro è di trasferirmi nelle montagne dell’Alto Adige. Rimanere in Italia ma con un tocco di Austria. Ma mai dire mai, magari finirò anche in Alsazia o in Bretagna!

A chi consigli l’Italia e cosa dovrebbe sapere prima di venire?

A chi vuole venire in Italia consiglio di essere pronto a lavare piatti, a fare la fame, a fare qualsiasi lavoro umile, non ci sono soldi in mezzo alla strada e nessuno ti vuole. Dopo, piano piano, forse troverà il lavoro giusto secondo la sua preparazione. Ma deve essere pronto a bussare e a trovare le porte chiuse.

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Deve sapere che l’Italia è bellissima. Ancora mi manca l’Italia, il sole, la architettura, il cibo, il rumore, l’odore del mare… purtroppo la mia mentalità è diventata più nordica, farei fatica a ritornare per sempre ma nel mio cuore ci sarà sempre l’Italia. Chi sa cosa farò in futuro, io non ho idea ma so che vorrei continuare a viaggiare, la mia passione numero uno.

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Se dovessi consigliare ad un francese di trasferirsi qui? Ma certo! Gli italiani sono dei francesi di buon umore! E il prezzo delle pizze, francamente divine, è diviso per due! Cosa dovrebbe sapere prima di venire? L’Italia non è solo mare, Colosseo, mandolino e maschere di Venezia. Vieni a scoprire senza arroganza, così, chiameranno anche te “il francese atipico”, quello che riesce a farsi amare nonostante tutti i pregiudizi!

E tu, lo rifaresti?

No. Ho sofferto troppo per la separazione dai miei figli, a quei tempi non c’era nemmeno internet e per sei lunghi anni non ho visto la figlia grande, quella piccola veniva da me, ma quella grande non poteva. Sono molto più ricca dentro adesso, ho visto e conosciuto un mondo meraviglioso, sono grata per tutte le esperienze ma ho perso quell’io di prima, ho perso anni lontana dalla famiglia. Il fatto è che mi sento come con due vite separate, prima e dopo. Ero quella di prima, non potevo stare senza miei figli. Adesso non posso stare lontana dalla bellezza che ho intorno. Le due vite separate ti danno uno stato d’animo strano, come stessi sempre sognando.

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L’Italia mi ha dato cultura, senza dubbio, penso sia l’unico posto al mondo dove respiro conoscenza e resterà sempre nel mio cuore ma non credo potrei tornarci per sempre.

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Se rifarei il mio percorso? Ma ovvio! Però, non a 28 anni, a 18!

Come sempre ringrazio la gentilezza delle persone che hanno accettato di raccontarsi in queste pagine, Yann e Rezarta e vi ricordo che potete contattare Eliana per qualsiasi domanda sulla sua scuola, attualmente online, di lingue e che il nuovo libro di Liliana sara’ presto raccontato su queste pagine e disponibile in libreria.

Spero inoltre che queste storie possano aiutarci a capire ed accogliere al meglio quell’8% di stranieri – da tutto il mondo – che ha deciso di vivere nel nostro paese per farne rinascita, casa o un piccolo capitolo della propria vita.

Auguro loro nulla di meno di quello che il mondo, anzi l’Europa, ha offerto a me.

Ciao Europa, vado a vivere in America

Ciao Europa, vado a vivere in America

Yosemite National Park

Atterrata negli USA mi trovai catapultata in un paese che il turista – personaggio fortunello per antonomasia – lo trattava con gentilezza, tanto che ci offrirono un giro di musica pagata al juke-box (come nei film!) ed una serie di complimenti per come eravamo vestiti. Sì, pure a New York city.

Tornata a Roma mi aspettavano fantasmi insopportabili dai quali volevo scappare e quel tran-tran fatto di persone che ti odiano. Ti odiano mentre guidi, mentre sei un pedone, quando fai la spesa, quando hai bisogno di qualcosa, ti odiano in banca e alla posta.

Non so se fosse veramente così, probabilmente ero io che avevo raggiunto la soglia della sopportazione e cercavo appigli ma decisi che bastava, io me ne sarei andata a vivere fuori.

E la prima idea, prima ancora dell’Australia e della Scozia, fu il Nord America ai tempi di Obama. Fun fact, andammo fino in ambasciata americana per capire che gli USA due come noi – con una laurea umanistica e senza una lira – non li voleva mica.

A digiuno di storia americana e visti, pensavamo che fosse facile emigrare come avevano fatto le generazioni prima della nostra e invece le cose erano decisamente cambiate. La nostra esperienza si concluse quel giorno ma oggi abbiamo due ospiti speciali per raccontare il compimento di quella scelta.

Due donne, Alessia dalla Louisiana e Luisa da Seattle, ci racconteranno come si emigra negli Stati Uniti d’America oggi, quali sono i requisiti e quali i visti possibili. Ma soprattutto ci parleranno del loro percorso all’estero, iniziato all’interno di mamma Europa.

Mettetevi comodi che ci comincia!

Ciao, presentati! Come ti chiami, quanti anni hai e di cosa ti occupi?

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Alessia, 40 anni sulla carta (percepiti di testa: non pervenuti), restauratrice di dipinti dal 1998, ma tra allora e adesso ho fatto un po’ di tutto tra cui: commessa del negozio voodoo, cassiera al supermercato, lettrice al college… giusto perché si deve campa’. Ho fatto il liceo artistico di una volta, quello che tutti di dicevano di non fare manco fosse stata eroina, e poi sono partita a 18 anni per Firenze per fare la scuola di restauro. Dopo la scuola di restauro ho capito perché tutti mi dicevano i non fare l’artistico, ma non sono pentita, è stato difficile ma alla fine il lavoro l’ho trovato.

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Luisa, 35 anni, da Torino! Attualmente, vivo a Seattle (Washington State, Pacific coast) e lavoro per una famosa azienda che crea videogiochi; mi occupo di “hackeraggi”e frodi. Da un po’ di tempo sto progettando una nuova pagina Instagram per un mini-sogno che ho nel cassetto e che vorrei mettere in pratica. 

In Italia, mi sono laureata in Economia e Gestioni dei Beni Culturali a Milano (triennale e specialistica), in seguito, ho iniziato un infinito percorso di tirocini non retribuiti, stages curriculari e non, volontariati vari… insomma, ci siamo capiti, nel magico mondo dei musei, delle soprintendenze e degli organismi internazionali. Esperienze che porto nel cuore ma non mi avrebbero mai permesso di costruire una vita indipendente. 

Cosa ti ha spinto a ricercare una esperienza all’estero?

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Mi piacevano quelli biondi con gli occhi chiari. Ecco, l’ho detto. Ero vittima del fascino nordico e probabilmente anche di non capire bene cose cercavano di comunicarmi. Credo che Prima dell’Alba abbia avuto un grandissimo peso su come la mia vita di adolescente e giovane adulta sia andata. Insomma, motivi serissimi, ecco.

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In origine, mio padre ha voluto che frequentassi il liceo classico con la sperimentazione in lingue (che io non amo e per cui non sono portata). Ragion per cui, avendo studiato inglese e francese (ed anche tedesco che ho rimosso) per cinque anni, mi son sempre detta “se in Italia andasse male, tentiamo l’estero!”. Così facendo ho studiato il penultimo anno di università a Lille, in Francia. Ho anche cercato di proseguire e concludere gli studi nell’ateo francese ma era troppo dispendioso a livello economico, la Cattolica non permetteva un’interruzione brusca e il passaggio di studi nell’omonimo ateneo d’oltralpe. Nei fatti, io non ho trovato nessun lavoro che fosse retribuito. Mi sono laureata nel 2011, ho inviato migliaia di curricula, ovunque tra Milano e Torino, ma non sono mai stata assunta. Non ho neanche mai fatto un colloquio. Non voglio pensarci altrimenti mi ritorna la gastrite.  Scegliete bene il percorso di studi, certe lauree, non portano da nessuna parte! 

Quale è stata la tua prima meta all’estero e come andarono le cose?

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La Danimarca. Un grandissimo amore non corrisposto. Infatti, più io la sognavo più lei (la Danimarca) mi pigliava a calci nei denti. I viaggi di piacere e studio andarono benissimo, l’esperienza di espatrio come come au pair andò peggio che demmerda. Praticamente avevo trovato la sorella meno empatica della matrigna di Candy Candy come host mother. Sicuramente sarebbe potuta andare differentemente avessi incontrato un’altra famiglia, ma decisi di rientrare invece di tentare la sorte con altri e un po’ me ne sono sempre pentita, anche se psicologicamente dopo i mesi in quella casa non avrei retto nemmeno altrove.

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Prima meta: Erasmus a Lille (cittadina fiamminga, al confine belga. In un’ora sei a Parigi, in 30 minuti di orologio a Bruxelles). Favoloso! Se avete la possibilità, andate in Erasmus. Si visitano luoghi nuovi, si conoscono altre culture e si studia un sacco se si scelgono gli esami “sbagliati” come feci io! 
Seconda meta: Ginevra, Svizzera. Nazioni Unite. Dopo la laurea e i quasi due anni in Soprintendenza a Torino, come assistente del direttore delle collezioni e delle residenze (gratis il primo anno, 500 euro al mese il secondo), decido che voglio tentare con l’Unesco e i tirocini internazionali indetti dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Avevo il curriculum, le lingue, la grinta e la passione… allora, applico per una posizione di tirocinio (GRATUITO ça va sans dire!) per l’ONU. Presa! I miei genitori: contrari, contrarissimi. Li convinco. Mi aiutano con vitto e alloggio. Amavo Ginevra, il fatto che stessi catalogando le collezioni dell’ONU, che tutti mi avessero preso in simpatia e volessero creare una posizione retribuita per la sottoscritta, che fossi a 3 ore da Torino, che fosse servito il sacrifico delle lingue al liceo… insomma, tutto molto romantico, se non fosse che io, povera scema ed ingenua, non avevo pensato ad una cosa: una. Solo una. La raccomandazione politica. Per farla breve: aprono una posizione retribuita, chiedono alla Farnesina l’approvazione, viene bocciata. L’anno successivo arriva qualcuno dalla Capitale. Io ho pianto tre mesi di fila. Ho studiato per altri tre concorsi passando sempre le preselezioni ma mai la valutazione del curriculum per 1 punto (giuro! sempre 1 punto!). Amen. Ho imparato la lezione. 
Terza meta: Londra (Regno Unito). Londra a me non piaceva e non piace. Preciso: adoro che i musei siano gratuiti e la cultura fruibile a tutti. Londra arriva perché mentre io ero a Ginevra, quello che diventerà mio marito, ingegnere informatico, viene assunto da un’azienda tech. Gran parte del mio disappunto su Londra era dato dal fatto che non riuscissi ad essere assunta per il volontariato nei musei, non riuscissi a passare mai nessuna selezione per tutte le gallerie d’arte, casa d’asta, niente, sempre niente. O troppo qualificata o non abbastanza. All’ansia dell’ennesima delusione, si aggiungeva: il grigio di Londra, il vento, i ratti per casa, il continuo fango, gli appartamenti formato loculo e fatiscenti, l’immondizia davanti alle case e tanto altro. Son andata e venuta dall’Italia e fatto altri lavori nel mentre, finché ci siamo sposati. Ho incominciato a lavorare come commessa in un negozio di design per la casa e in seguito, sempre per la stessa azienda, sono diventata visual merchandiser (allestivo le vetrine). 

Perché gli USA dopo l’esperienza europea? Avevi il sogno americano?

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Le mie motivazioni iniziano sempre in modo serisssssimo: a 14 anni mi sono innamorata del cantante dei Green Day e da lì era partito il tutto, avevo deciso che alla fine del liceo sarei partita alla sua ricerca, poi per fortuna sono andata in Danimarca ma l’America mi era un po’ rimasta sul gargarozzo e quando mi è capitata l’occasione sono partita.

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Chiedetelo a mio marito! Non avevo nessun sogno americano ed ero riuscita a crearmi un’isola semi-felice. Lavoro curioso, appartamento nuovo, i nostri mobili, potevamo ospitare i parenti, etc. Il tutto si interrompe perché l’azienda propone a mio marito di trasferirsi nella sede centrale, a Seattle. Quale donna e moglie, sana di mente, si sarebbe rifiutata? Nessuna vorrebbe sentire il proprio marito lamentarsi per il resto dell’eternità di non avere fatto carriera per causa sua! 

Con che visto sei riuscita ad entrare in Nord America e cosa ha comportato per te?

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Ho avuto una mega botta di culo e, dopo 3 anni di tentativi, ho vinto la Green Card alla lotteria. L’iter è stato un po’ laborioso e lungo, ma non c’è stato bisogno di un legale e una volta ricevuta la Green Card sono stata indipendente e non legata a compagni o datori di lavoro e quindi con molta più flessibilità su dove andare e quanto stare. I costi sono aumentati tutti, all’epoca mi sembra di aver pagato circa 700 euro per la Green Card, spese d’ufficio e visite mediche, sicuramente la spesa più grande (perché a lungo termine) è stata quella dell’assicurazione medica una volta arrivata.

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Io sono entrata con un visto lavorativo L2 perché mio marito aveva una posizione manageriale e quindi avrebbe passato il medesimo visto al coniuge. In questo, sono stata fortunata. Non tutti i visti permettono di lavorare. Si può vivere in America per lunghi periodi, per due soli motivi: ti sposi un/una americano/a, ti traferisce la tua azienda. Diversamente, c’è il visto turistico di massimo 3 mesi e quello per studenti (che non conosco, ma ho stretto amicizia con italiani che hanno studiato qua e le rette sono dai 30000 ai 50000 dollari. Dollaro più, dollaro meno a seconda degli atenei e delle facoltà. Le borse di studio sono per i geni e, ce ne sono pochissime). Ogni visto ha una durata a sé e non tutti sono rinnovabili. Solitamente i visti sono legati al lavoro; se si perdesse il lavoro, si perderebbe anche il visto collegato ad esso. La sanità è un inferno. Bisogna avere una salute di ferro. È tutto basato sull’assicurazione sanitaria; se hai un lavoro, in un’azienda importante, buona parte delle spese mediche sono pagate da quest’ultima, diversamente, paghi tu e i costi sono folli. Esempio: io sono ipotiroidea, ho la tiroidite di Hashimoto. Siamo in America da due anni abbondanti e non sono, ancora, riuscita a farmi visitare da un endocrinologo perché il medico generico non lo reputa essenziale. Un banale esame del sangue come il TSH qui costa 700 $ senza assicurazione, con 15$. Se sei in dolce attesa hai diritto a due ecografie. Se ne vuoi altre, paghi tu. A seconda del tipo di ecografia, senza assicurazione, si va da un minimo di 800$ ad un massimo di 6000$.

Come è il mondo del lavoro negli USA?

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Per molti versi meglio. Mi sono state offerte più possibilità di crescere, ho visto meno nepotismo e meno discriminazione in base all’età. Qui si può lavorare e trovare lavoro anche da anziani, cosa che in Italia io ero già a 25 visto che non potevano più assumermi e pagarmi come apprendista e trovare un nuovo lavoro era un terno al lotto. Non mi piacciono i loro orari, l’assenza di tutela del lavoratore che c’è in molti stati e in molti posti di lavoro, la maternità e la malattia pagata inesistenti in molte piccole aziende, la possibilità di essere licenziata da un giorno all’altro. Pagherei volentieri più tasse per poter avere più diritti e più tutele.

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Sicuramente, lavori! In due settimane trovi un lavoro! Anche il fatto che non siano fiscali con la lingua è di aiuto. Se tu sai fare bene il tuo lavoro, ottimo. Imparerai ad esprimerti in maniera più appropriata con il tempo. Ovvio, più il lavoro è di prestigio, più sale l’asticella. Mediamente gli stipendi sono più alti che in Europa, con tasse molto più basse. Non tutte le città però sono uguali. Città come Seattle, San Francisco e New York hanno un costo della vita particolarmente elevato in quanto è lì che si concentrano i lavori più prestigiosi e più remunerativi. Il settore informatico/tecnologico al momento è quello che trascina questo trend.
Contro: puoi essere licenziato da un giorno all’altro, senza preavviso e spiegazioni. Non esiste nessun sindacato o simili. A casa, zitto! Hai un massimo di 10 giorni di ferie all’anno. Si lavora tutti i giorni, tutto l’anno. Io lavoro anche il giorno di Natale, tanto per dire! Anche la maternità è un argomento molto complesso perché non si è retribuiti durante i giorni si assenza, se non a seconda delle leggi che prevede lo Stato in cui si risiede; inoltre, la durata del periodo di maternità è compresa tra un minimo di 15 giorni ed un massimo di 3 mesi. Come ho accennato prima, in America, non è facile arrivarci. Se non ti trasferisci per: amore, per l’azienda, perché sei un genio in qualcosa e allora ti vogliono le università o hai i soldi per studiare negli USA… mi dispiace essere brutale ma ti devi accontentare del viaggio turistico. Le aziende non possono assumere se non si è in possesso di un visto lavorativo. Non fate l’errore di arrivare negli Stati Uniti d’America come turisti e di mettervi a cercare lavoro perché è illegale e si rischiano serie conseguenze penali. Il motivo? Perché il visto costa moltissimo e i datori di lavoro devono spiegare, allo stato, il motivo per cui uno straniero/italiano sia più meritevole di un americano. Non conviene affatto. Ah, ci sarebbe l’opzione di tentare la sorte alla lotteria! Ogni anno vengono selezionati un numero di cittadini stranieri a cui viene data la possibilità di ricevere La Permanent Resident Card, conosciuta comunemente come Green Card. E’ un’autorizzazione rilasciata dalle autorità degli Stati Uniti d’America che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato. Noi siamo riusciti ad ottenerla quest’estate, tramite l’azienda di mio marito, dopo aver passato un anno di colloqui, vaccini obbligatori e procurato un’infinità di documenti.

Cosa ti ha colpito della vita a stelle e strisce?

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Erano molto accoglienti ed amichevoli, adesso meno. Hanno quest’idea che se non molli riuscirai in tutto, che è bellissima, ma ora ha preso una brutta piega. In negativo che sono molti sono molto, molto, bigotti e hanno teste a compartimenti stagni, non sanno oziare, che per me che sono nata pigra, è essenziale, me mettono ansia con sto fare fare-fare.

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È il paese degli estremi e delle esagerazioni. Tutto o niente. Bianco o nero. Ricco o povero. Grande o piccolo. Sono sicuramente rimasta sconvolta dalle dimensioni e dagli spazi. È tutto enorme. Con l’amaro in bocca devo ammettere che il problema con le persone di colore c’è. Io non credevo fosse così severo. Idem, per le armi. Tornando alla mia esperienza, se si ha una forma mentis umanistica/artistica/classica l’inizio è molto faticoso. Mio marito ha sofferto meno la mancanza di arte, storia e cultura. Da questa parte di mondo sei nel nulla. È una zona molto selvaggia e con “animaletti” di un certo spessore: dal puma al grizzly. Sei anche geolocalizzato nell’anello di fuoco, tra un terremoto potenziale di magnitudo 9 e tutti i vulcani attivi dei dintorni… non c’è da annoiarsi. Appena ti allontani dalla zona dei grattacieli che sono gli uffici, sei nel profondo nulla. Non esistono le passeggiate nel centro storico, i bar come li intendiamo noi, le vetrine dei negozi (qui devi entrare in un centro commerciale per vedere delle vetrine e bere mezzo litro di caffè), se non hai un’auto non vai da nessuna parte, i mezzi pubblici sono scarsi e se li perdi aspetti circa un’ora. Penso che solo New York e parte della costa atlantica si avvicini all’urbanistica europea. Il lato positivo è che ci sono paesaggi naturalistici mozzafiato, i tramonti arancioni e rosso fuoco, abeti alti 30 metri e, a sole 4 ore di volo, ci sono le Hawaii!!! È simpatico osservare come ci tengano al barbecue, a Starbucks che è nato in questo stato e al giorno del Ringraziamento. Hanno un abbigliamento da palestra o da spiaggia per tutto l’anno – che da un lato è una grande forma di libertà non essere vincolato all’outfit, dall’altra… non hanno proprio quel senso estetico che rende famosi noi italiani.

Quale è la soddisfazione più grande presa da quando hai lasciato l’Italia?

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Essere riuscita a farmi una vita da zero e ad arrivare dove molti mi dicevano che non sarei riuscita.

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Sicuramente, il fatto di essere economicamente indipendente. E, di avere un bagaglio culturale e di esperienze che ogni anno pesa di più. Finalmente, riesco a seguire e capire i film in lingua originale e non mi imbarazzo più nel parlare inglese.

Vuoi lasciare un messaggio per chi vorrebbe trasferirsi negli USA? 

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È un paese che da molte opportunità lavorative, perfetto per gli stacanovisti, meno per chi segue la filosofia del “lavorare per vivere”. Si può arrivare senza nulla e costruire parecchio, ma ci sono costi emotivi e fisici non indifferenti. Astenersi persone molto attaccate alla famiglia perché la lontananza dilania l’anima.

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Chi si trasferisce negli USA ha già un percorso abbastanza pianificato per i motivi indicati sopra. Direi di informarsi bene per l’assicurazione sanitaria e cosa può coprire. Io mi sentirei di consigliare, in generale, ai ragazzi e studenti che vogliono intraprendere il percorso estero, di iniziare a pianificare a tavolino, tutto, sin dalle superiori. L’inglese, si deve conoscere bene, dà una marcia in più. Se sapete in cuor vostro che volete vivere all’estero, focalizzatevi su facoltà che vi daranno la possibilità di spostarvi. Altrimenti, dovete tenere in considerazione che vi toccherà ristudiare da principio. In America i percorsi di studio sono diversi e molte lauree non vengono riconosciute (es: giurisprudenza e medicina). Vivere fuori dall’Italia, per alcuni può essere un’ancora di salvezza, per altri può volere significare separarsi dai propri cari. Tenete anche in conto che possano capitare fatti tragici e voi sarete lontani. Non voglio essere una guasta feste ma capita, a me, sta capitando. E, in molti casi si è da soli a gestire situazioni complesse e più grandi di noi.

Ma soprattutto, USA o Europa, con il senno di poi?

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Ti rispondo così: dipende da dove vai e a che stadio della vita sei. Senza figli ti direi New Orleans pe’ sempre (che tanto USA non eh). Con figli e senza nonni vicini: Europa subito.

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Devo ammettere che lo stato di Washington è veramente lontano. Credo che resisteremo ancora un paio di anni e poi ritorneremo in Europa. Posso rispondere: entrambe?! Più si conosce, più si impara, più si aprono gli orizzonti, meglio è! Questa è un’esperienza e va vissuta come tale. Cerco di assorbire il massimo e di custodirlo con cura. Ad meliora et maiora semper! 

Ringrazio Alessia e Luisa per averci raccontato la loro esperienza americana condividendo tanti buoni consigli. Sono sicura che serviranno a chi sta sognando l’America.

Con me, ci ritroviamo su YouTube, Facebook, Insta e sulla Newsletter mensile. Ciao! 🙂

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

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Debora durante la stesura della sua tesi di dottorato in Francia

Studiare all’Università all’estero, perché farlo?

Hai diciotto anni e vorresti cambiare aria. O magari ne hai venti. Oppure vorresti andare all’Università ma sei nei tuoi trent’anni. Comunque tu decida, tra quattro anni sarai comunque 4 anni più grande ma senza il titolo o il cambiamento che volevi per te. Una considerazione semplice che ha calzato a pennello in quella che è stata la mia vita nel Regno Unito perché certe paure le ho avute eccome eppure aver studiato in Scozia rimane una delle decisioni migliori che io abbia preso per me. Ero grande, vero, ma la mia età è stata una marcia in più e quel percorso mi ha cambiato la vita in meglio.

Studiare all’estero all’Università mi ha preso quattro anni di vita trasformandoli nell’inizio del mio futuro.

La mia storia di studentessa lavoratrice in Scozia la sapete quindi oggi vorrei lasciare la parola a quattro donne molto diverse tra loro che hanno lasciato l’Italia e che una volta all’estero hanno deciso di continuare a studiare o ricominciare con una nuova carriera universitaria.

Spero i loro racconti del mondo possano aiutare gli indecisi e tutti coloro che ci stanno pensando, a ricominciare all’estero passando per l’Università.

Quindi siamo pronti, vi presento Greta e Debora dalla Francia, Dania dall’Irlanda e Claudia dall’Australia, queste le loro parole, questa la loro storia.

Ciao, ci racconti un po’ di te, come ti chiami e cosa ti ha portato lontano dall’Italia?

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Ciao, mi chiamo Greta e fondamentale è stato mio marito a portarci lontano dall’Italia: la sua azienda gli ha offerto la possibilità di lavorare in US a Milwaukee prima e poi a Lione, in Francia. Dopo un anno abbiamo accettato un’altra offerta e siamo finiti a Grenoble, sempre in Francia. 

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Ciao, mi chiamo Dania. Nel 2007 mi sono laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche a Trieste e nel 2008 mi sono trasferita in Irlanda, per fare un dottorato di ricerca in chimica al Trinity College di Dublino. Da allora non sono più tornata. Ora sono una Senior Research Fellow alla scuola di medicina.

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Mi chiamo Debora, vengo da Roma e abito a Brest (Francia) da 3 anni e mezzo, sono mamma di un bimbo italo-francese e dottoranda a fine tesi; sono partita proprio per cominciare il dottorato qui in Bretagna.

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Ciao, mi chiamo Claudia, 33 anni, originaria di Milano ma attualmente residente a Sydney, Australia. In Italia avevo studiato relazioni internazionali, e per passare dalla teoria alla pratica ho sempre cercato di sviluppare le mie relazioni internazionali partecipando a programmi di scambio all’estero. È così che ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito e che è la ragione ultima per cui ho deciso di trasferirmi in Australia ormai 9 anni fa! Con un dottorato di ricerca in giurisprudenza fresco fresco in tasca, da 3 anni lavoro per Medici Senza Frontiere nella sede di Sydney.

A che punto hai deciso di studiare all’estero. Quanti anni avevi e cosa ti frullava in testa?

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Era parecchio che mi girava in testa ma ho sempre rimandato: prima il lavoro, poi i figli piccoli e sembrava non essere mai il momento giusto. Lo scorso anno chiacchieravo con un’amica di Lione di questo desiderio nel cassetto e lei ha condiviso la sua esperienza. Mentre spiegava io realizzavo che era arrivata la mia occasione. Mi sono iscritta a marzo di quest’anno, poco prima di compiere 37 anni, alla laurea di lingua e cultura italiana. 

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Avevo 23 anni, ero all’ultimo semestre dell’ultimo anno di università e stavo facendo la tesi sperimentale obbligatoria nel mio ciclo di studi. I miei amici mi sembravano tutti così sicuri di sé sul che cosa fare dopo la fatidica laurea. Io invece non avevo alcuna idea di cosa volessi fare da grande, eccetto che non ero pronta ad affrontare una vita dietro il bancone di una farmacia e che non volevo tornare a vivere con mamma e papà. Che il ragazzo dell’epoca non fosse l’amore della mia vita, l’avevo già capito da un po’. Parlando con una ricercatrice che lavorava nel gruppo di ricerca dove facevo la tesi, scoprii che aveva appena vinto dei fondi di ricerca e che avrebbe creato il suo gruppo di ricerca al Trinity College di Dublino. Giovane e sfrontata, senza sapere bene che cosa volesse dire, le chiesi se potevo andare con lei. Iniziò tutto così. Ricordo il giorno in cui ricevetti la lettera di ammissione alla scuola di dottorato del Trinity College qualche mese dopo. Guardai il mio nuovo ragazzo (ora mio marito), e pensai che se solo lo avessi incontrato qualche mese prima, non avrei mai fatto quella domanda di ammissione. Ma ormai era fatta, e decisi di non sprecare l’opportunità. 

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La mia partenza è stata molto impulsiva, sono stata contattata da un’amica italiana ricercatrice in Francia che mi ha proposto di fare un colloquio per un dottorato con il suo gruppo di ricerca, e visto che ero alla fine della laurea Magistrale in Fisica Nucleare e che non avevo nessuna idea di come cominciare a lavorare, non ci ho pensato troppo e ho deciso di partecipare alla selezione. La sorpresa è stata nell’entusiasmo del mio capo durante il colloquio che mi ha detto subito che mi aveva presa, quindi ho dovuto chiedere di ritardare l’inizio del dottorato di qualche mese per essere in grado di finire la magistrale (normalmente si comincia con l’inizio dell’anno accademico a settembre/ottobre, io ho cominciato a febbraio, 3 giorni dopo aver discusso la tesi magistrale).
Nella testa all’epoca mi frullava poco e niente, ero insoddisfatta di quello che si profilava all’orizzonte volendo rimanere a Roma, non avevo idea di come cominciare a cercare lavoro, non trovavo un mestiere che mi andasse bene e mi rifiutavo di fare della ricerca essendo pagata poco e niente in Italia. In più avevo abitato con i miei per 24 anni, avendo scelto di proseguire gli studi nella mia città natale, quindi sentivo il bisogno di staccarmi dal nucleo familiare, e la chiamata dalla Francia mi ha dato l’avventura che cercavo.

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Dopo essere arrivata in Australia con il visto vacanza-lavoro (WHV) e due lauree in tasca, ho provato a trovare lavoro nel mio settore o comunque in un’area che mi permettesse un giorno di trovare il mio lavoro ideale. Purtroppo vuoi per i limiti del mio visto, vuoi per il fatto di essere straniera e di aver studiato in Italia, non sono riuscita a trovarlo ed è allora che ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di fare un dottorato di ricerca. Avevo 26 anni e volevo finalmente cominciare la mia carriera lavorativa!

Raccontaci la tua esperienza di studio all’estero

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L’esperienza di studio a distanza sta andando bene: gli argomenti mi piacciono e quindi è più facile studiare perché mi appassionano. Ho iniziato questo primo semestre con la quarantena quindi con tutti e tre i bambini a casa: è stato un po’ più complicato organizzare tutto ma alla fine è andato alla grande. 

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L’esperienza del dottorato all’estero è stata bellissima e triste allo stesso tempo. Bellissima per le soddisfazioni che ne ho tratto dal punto di vista professionale, per le persone incontrate, provenienti dal tutto il mondo, le avventure, scoprire posti nuovi, le feste in cui si parlavano 3/4 lingue contemporaneamente, il vivere in una nazione con una cultura diversa, il cavarmela da sola in situazioni del tutto nuove per me. Triste perché sentivo la nostalgia degli affetti. Vivere una relazione a distanza per 3 anni non è sempre stato facile. Inoltre, vivere all’estero, lontano da parenti e amici di una vita, ti lascia spesso da sola con te stessa. Quando mi sentivo proprio giù, ricordo che camminavo per la città ripetendomi “Vieni da un paesino della campagna friulana, stai facendo un dottorato in una delle 100 più prestigiose università al mondo e vivi in una capitale europea. Sii orgogliosa di te.” fino a quando arrivavo al mio bar preferito dove servivano un brownie con la panna che avrebbe resuscitato anche un morto. Ora che vivo in Irlanda da molto, nei miei fine settimana non ci sono più le feste multiculturali, ma mio marito è qui con me. Abbiamo una casa tutta nostra, con un piccolo giardino. La nostalgia della famiglia e la mancanza dell’estate ci sono sempre, ma in due e con un salario che ti permette di viaggiare, tutto è più facile.

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L’esperienza di studio in Francia sta andando benissimo. Mi sono adattata bene ai ritmi francesi (pranzo alle 12 e serate alcoliche nei weekend, sole inesistente in inverno e tramonti alle 23 d’estate), ho imparato la lingua da zero in poco tempo, ho trovato l’amore e senza pensarci troppo sono diventata mamma di uno splendido nanetto e in tutto ciò sto scrivendo la tesi, quindi anche gli studi vanno alla grande. Inoltre, se tutto va bene fino in fondo mi aspetta un contratto a tempo determinato da ricercatrice per l’anno prossimo, non posso proprio lamentarmi!

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Il mio percorso verso il titolo di Doctor è stato lungo e complesso, esclusivamente per colpa della burocrazia una volta che ho completato la mia tesi. Fino a quel momento, ovvero per la durata dei 4 anni di effettiva ricerca, devo dire che è andato tutto più o meno bene. Quando si fa ricerca sul campo, soprattutto ricerca qualitativa che prevede interviste ed altre metodologie di ricerca a contatto con altre persone, gli intoppi sono inevitabili. L’importante è avere un piano B, C e D a disposizione e non demordere. Personalmente non ho mai avuto un ufficio a disposizione e ho completato il dottorato lavorando quasi esclusivamente da casa. Questo isolamento fisico e mentale è stato molto tosto, soprattutto il primo anno, ed è un aspetto del fare ricerca che non va sottovalutato. Per il resto ho avuto la possibilità di gestire il mio lavoro come e quando ho voluto, con molta poca interferenza da parte dei miei relatori (e questo è stato un aspetto sia positivo che negativo del mio percorso), ma sono riuscita a completare la tesi nelle tempistiche che avevo previsto e che mi erano state imposte dalla facoltà e università. Il peggio per me è cominciato proprio una volta consegnata la tesi, perché il processo di valutazione e correzione della tesi è stato a dir poco estenuante e assurdo. Ma grazie al cielo sono riuscita ad affrontare tutto questo ed arrivare al tanto agognato titolo, anche se con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale!

Sapresti dirci come funzionano lezioni ed esami nella tua Università?

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Il corso è organizzato per essere seguito online: i destinatari sono expat italiani o stranieri interessati con un buon livello di italiano. Si può scegliere di seguire i corsi in tutorato o in autoapprendimento. Io ho scelto quest’ultimo quindi mi scarico il mio materiale e proseguo nello studio in autonomia. Ogni modulo ha circa 5/7 maxi-argomenti e ognuno ha circa 7 capitoli. Ogni argomento ha un mini-test finale e ogni modulo un maxi-test finale. Nel modulo ci sono test obbligatori e altri facoltativi. Senza aver passato quelli obbligatori (sempre online) non puoi accedere all’esame. 
Esistono una finestra di esami a fine semestre di circa due settimane dove dare gli esami: in tempi normali si prendono accordi sulle sedi dove farli. C’è una persona molto disponibile che si occupa di prendere contatti presso i dipartimenti di italiano delle università della tua città o i centri culturali italiani accreditati

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A questa domanda rispondo sulla base della mia esperienza sia da dottoranda che da insegnante. L’ approccio all’insegnamento e all’esaminazione è completamente diverso da quello Italiano. Le lezioni coinvolgono quasi sempre gli studenti e includono attività da svolgere in gruppi e interazioni con l’insegnante. Inoltre, ci sono moltissimi laboratori pratici o simulazioni di scenari reali dove gli studenti possono mettere in pratica quanto imparato. Gli esami sono solo scritti, non esistono esami orali. Tutte le informazioni necessarie a rispondere ai quesiti degli esami vengono trattate in classe dal professore. Gli esami di tutti i corsi si tengono contemporaneamente, distribuiti su qualche giorno/settimana. Per passare all’anno successivo non è necessario superare gli esami di tutti i corsi, ma totalizzare nel complesso un punteggio superiore al 50/60% (a seconda delle università / corsi di laurea).

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Non conosco bene il funzionamento della facoltà perché ho frequentato solo i corsi riservati ai dottorandi, ma so che a differenza dell’Italia, qui i dottorandi non hanno alcun esame da passare. Dobbiamo seguire delle lezioni (100 ore obbligatorie in 3 anni) ma fanno cumulo anche conferenze e presentazioni, e la presenza è sufficiente, non c’è alcun tipo di controllo sui contenuti. Ho seguito i miei primi corsi quando ancora non parlavo bene francese e capivo la metà di quello che veniva detto, spesso sono corsi che non toccano nemmeno il soggetto della tesi, hanno un carattere generale: etica, come scrivere un CV, come scrivere un articolo scientifico, corsi di lingua, etc. L’utilità è dubbia, ma ne ho approfittato per migliorare la conoscenza delle lingue straniere!

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Il dottorato di ricerca è un programma che non prevede lezioni o esami, quindi non è qualcosa su cui posso commentare personalmente durante questo programma. Ma in generale in Australia alle lezioni tradizionali si alternano dei “seminari”, dove le classi vengono suddivise in gruppi più piccoli che si trovano con il professore per una lezione più approfondita, basata sul dialogo e il confronto. In queste università i progetti e gli interventi degli studenti sono componente essenziale del corso e della valutazione, con almeno una presentazione, progetto o quant’altro a corso. Per quanto riguarda la valutazione di fine corso, ci sono varie tipologie di esami. Esiste la versione classica a più domande, come quella italiana, ma è possibile anche avere esami “a tesina”, dove si sceglie un argomento su cui scrivere un tot di pagine. Ovviamente per farlo si hanno a disposizione diverse settimane, quando non l’intero semestre. Un’altra versione di esame è “l’esame da portare a casa”, che consiste in una domanda a cui rispondere da casa nel corso di un weekend. Una peculiarità è che sono tutti scritti, a parte in qualche corso di lingua; altra caratteristica è che nella maggior parte degli esami (anche nella tipologia classica) è possibile usufruire di libri e appunti durante l’esame. Questo perché l’esame non testa la conoscenza mnemonica di nomi e date, ma valuta la capacità di ragionamento e di problem solving dello studente. 

Durante l’emergenza covid avete avuto il supporto necessario in Università?

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Il supporto è stato eccezionale: avendo studenti in tutto il mondo con situazioni diverse per l’emergenza, hanno trovato una soluzione ottimale per tutti ed è andato tutto bene.

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Le lezioni sono state spostate online, così come gli esami, da un giorno all’altro. Il processo è stato molto stressante, sia per gli studenti che per gli insegnanti e gli amministrativi. Ma credo che il supporto da parte del College sia stato buono, considerato il poco tempo per organizzarsi, con training online disponibili per entrambe le parti e supporto in remoto.

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Durante l’emergenza COVID abbiamo avuto molti contatti con colleghi e superiori, ci siamo tenuti compagnia con infinite riunione e videoconferenze. Ci era stata data la possibilità di portare il computer fisso del laboratorio a casa e di lavorare in qualunque momento della giornata, anche senza rispettare le canoniche 7 ore. Non è stato facile con un bimbo di un anno e mezzo da guardare tutto il giorno chiuso in casa, ma ci ritenevamo già abbastanza fortunati ad avere un lavoro, uno stipendio che continuava ad arrivare e molto più tempo col nanetto. In più avevamo la fortuna di essere in famiglia; so che per gli studenti che vivono da soli e per i genitori soli o esasperati erano stati attivati dei servizi di supporto psicologico telefonico, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno!

Pensi che sarebbe stato diverso lasciare l’Italia a vent’anni, finite le superiori?

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Sicuramente sì. Ora studio con un’altra testa e carica. Sono più serena, più curiosa e attenta. 

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In tutta onestà, a 20 anni non sarei mai partita all’estero a studiare. Sapevo di essere pronta a sopportare la solitudine.

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Sicuramente sarebbe stato diverso, non sarei stata indipendente come ora che ho il mio proprio stipendio, quindi probabilmente non avrei avuto la stessa vita facile che ho avuto in questi tre anni, avrei dovuto rendere molto più conto ai miei genitori dei miei viaggi e magari avrei dovuto condividere casa con altre persone. Sicuramente non avrei pensato di mettere su famiglia così facilmente appena arrivata all’estero, penso che mi sarei sentita ancora “figlia” e poco indipendente. Sono contenta di essere partita quando potevo essere autosufficiente.

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Quali sono le differenze tra l’Università in Italia e quella nel tuo paese di adozione? Pro e contro?

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Le differenze sono moltissime. Se da una parte è vero che gli studenti che studiano in Irlanda hanno più manualità e conoscenza tecnica dei mezzi applicabili al loro campo di lavoro, è anche vero che il sistema italiano si concentra di più sulla forma mentis, ovvero sull’insegnare allo studente ad essere indipendente nello studio e responsabile nelle scelte che fa nell’organizzare il suo tempo. A mio personale avviso, il sistema italiano è da preferire, perché posso velocemente insegnare una tecnica a una persona che non la conosce, ma è molto più difficile insegnargli a pensare con la propria testa se è abituato a ricevere informazioni pre-digerite.

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La prima grossa differenza è la modalità di accesso all’università: non c’è test d’ingresso, chiunque può iscriversi e frequentare la facoltà, l’unico problema è che per mantenere il proprio posto bisogna essere in regola con gli esami. Qui i fuoricorso sono rarissimi, l’università non è cara se si mantengono i tempi, ma diventa molto più cara se si doppiano uno o più anni, in più i corsi si tengono tutti i giorni tutto il giorno (9-18, 5 giorni a settimana) quindi seguire corsi che non sono ben incastrati tra loro è complicatissimo. Insomma, cercano di tenersi solo gli studenti che ce la fanno, gli altri vengono cacciati via da una sorta di selezione naturale. Direi che l’accesso facile e il basso costo sono i top pros, poi magari ci mettiamo anche la modalità d’esame che è esclusivamente scritto, senza l’ansia dell’orale. I contro non li conosco, non ho propriamente studiato in Francia, non saprei dire. Per il dottorato tra i vantaggi aggiungerei che si viene pagati meglio che in Italia (tra i 1400 e i 1800 euro al mese, contro i 1100 italiani), pur mantenendo tutti i privilegi dell’essere studenti (trasporti scontati, cinema e ristoranti con promozioni, etc) e non ci sono esami di alcun tipo da passare al primo anno.

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Il metodo di insegnamento e di esame è profondamente diverso tra Italia e Australia, ma le diversità si estendono anche all’ambiente in generale. A Milano, sia che fosse alla triennale che alla specialistica, mi è sempre sembrato di stare ancora al liceo, e penso che questo possa essere generalizzato a molte università italiane. L’università per la maggior parte degli studenti non è che il proseguimento delle superiori, un luogo dove parcheggiarsi per almeno 3 anni in attesa di capire cosa fare “da grandi”. Qui in Australia invece si studia in un bell’ambiente, dove l’istruzione è considerata importante e cruciale per un futuro prospero. Gli insegnanti sono aperti al dialogo e valorizzano l’opinione degli studenti in un modo che in Italia ce la sogniamo. E tantissima importanza viene data allo studente come persona, al suo equilibrio tra studio e vita sociale e alle sue esigenze come individuo. Insomma, decisamente un bel posto dove studiare!

Quali sono i costi? Quali le agevolazioni?

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Il tutorato prevede un costo di 900€ al semestre mentre l’autoapprendimento di 600€. È possibile anche chiedere delle borse di studio. La laurea prevede un percorso di 3 anni. 

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I costi per studiare in Irlanda dipendono da due fattori: il corso di laurea scelto e la nazionalità. Per gli studenti europei le tasse vanno dai 2700 euro ai 13000 euro annui. Per gli studenti extraeuropei, il costo è circa il doppio. Le agevolazioni sono rare. E’ possibile applicare a borse di studio da parte di enti privati, ma sono molto competitive. Per i dottorati di ricerca, le tasse si aggirano intorno ai 9000 euro anni ma solitamente sono coperte dalla scholarship o dal fondo di ricerca. 

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In Francia per un corso qualunque alla facoltà pubblica siamo intorno ai 200 euro l’anno per tutti gli Europei, 3000 euro per studenti proveniente da fuori dell’Europa. Per il dottorato sono circa 400 euro di iscrizione ogni anno per qualunque tipo di studente, compresi di copertura della sanità pubblica. Ci sono molte agevolazioni che riguardano cibo e alloggio: si può facilmente avere un alloggio gratuito se si viene da Paesi del terzo mondo, in stato di guerra o se si proviene da una famiglia poco benestante, in più ci sono associazioni che aiutano gli studenti ad ammobiliare camere e case, e so che a Brest c’è anche un supermercato a cui hanno accesso solo gli studenti meno benestanti, in cui i prezzi sono tagliati del 70-80% (con date di scadenza quasi a termine). Volendo si può anche facilmente ottenere un prestito “per studenti” che prevede il pagamento solo a fine studi, quando si comincia a lavorare.

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Ovviamente i costi per studiare in Australia variano da università a università. Per darvi un’idea però il costo di un PhD in giurisprudenza (quello che ho fatto io) per un international student all’University of Sydney è di $49.000 all’anno! Una cifra ovviamente folle e che ben pochi pagano perché per fortuna le borse di studio a disposizione degli studenti stranieri sono tante. Ce ne sono messe in palio dal governo australiano (al momento l’Endeavour Program è però sospeso), dall’università, dalla facoltà, ecc oltre ad altre offerte magari da enti privati o per progetti specifici. Una volta accettati nel programma poi è possibile ottenere ulteriori sussidi ad esempio per comprare materiale elettronico, partecipare a conferenze, compiere esperimenti ecc. Ovviamente il tutto è a discrezione della singola facoltà ed università, però io non posso che parlare bene – ed essere estremamente grata – per tutto il supporto finaziario che ho ricevuto dalla mia università!

Cosa diresti a chi vorrebbe studiare nel tuo paese di adozione?

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Spero ti piacciano i climi autunnali, 12 mesi all’anno, e che non ti dispiaccia camminare sotto la pioggia. Sarai ripagato con serate divertentissime al pub con la tua nuova famiglia multiculturale.

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Direi che bisogna conoscere la lingua perché i francesi non si adattano all’inglese o a qualunque altra lingua facilmente. Non è necessario nel caso di un dottorato perché gli articoli scientifici sono in inglese e tutti in un laboratorio di ricerca sono in grado di parlare un buon inglese, ma i corsi alla facoltà sono solamente in francese, a parte casi isolati, quindi una discreta conoscenza della lingua è d’obbligo. Per il resto credo che abbiano delle buone strutture universitarie e un buon sistema per accompagnare gli studenti negli studi, venite pure se parlate francese, gli Italiani sono ben accolti!

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In Australia è difficile restare con un visto permanente e sono moltissimi i giovani che decidono di studiare per provare a rimanere in questo paese. Solitamente i corsi scelti sono però di breve durata e, anche se comprendo bene la scelta – anche legata ai costi molto alti di questi corsi -, vi consiglio di considerare la possibilità invece di fare un PhD. Questo vi consentirà di avere un visto per 3/4 anni, oltre che, solitamente, una borsa di studio che copre le spese principali. Certamente fare un dottorato di ricerca non comporta lo stesso impegno che un corso di inglese, ma è una valida alternativa se siete seriamente intenzionati a vivere in Australia.

A chi consiglieresti un percorso di studi come il tuo e quali possono essere gli sbocchi?

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Il corso di laurea in lingua e cultura italiana prevede quattro diversi percorsi: letterario, arti/musica/spettacolo, didattico/linguistico e culturale. Permette appunto un approfondimento della lingua e della cultura italiana con sbocchi nell’editoria, insegnamento, relazioni istituzionali e commerciali con l’Italia, turismo culturale. L’università poi prevede anche due master sempre online (uno in traduzione e l’altro in didattica) che possono aiutare a completare il proprio percorso. 
Lo consiglierei a chi ha una passione per la nostra lingua e cultura e desidererebbe un lavoro legato ad esse. 

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Un PhD in Irlanda lo consiglio a chiunque voglia mettersi alla prova, non solo dal punto di vista dello studio o della crescita professionale, ma anche culturale. Negli anni ho visto vari studenti arrivare in Irlanda per fare ricerca nel nostro laboratorio, ma non essere pronti a lasciarsi permeare dalla cultura del paese in cui si stavano trasferendo. In generale, in questi casi l’esperienza è stata abbastanza stressante per lo studente, con risultati limitati anche dal punto di vista del progetto di ricerca. 
Gli sbocchi dopo un dottorato in chimica sono tantissimi, dalla ricerca accademica a quella in azienda, dal controllo qualità a enti regolatori o agenzie di finanziamento della ricerca. Un consiglio che ci tengo a dare su questo argomento è di non fossilizzarsi sul proprio titolo. A volte durante il dottorato, ci si accorge di essere particolarmente portati o di amare particolarmente un aspetto secondario del proprio campo. Questo non vuol dire che non si possa inseguire il sogno di farlo diventare la nostra carriera principale. Un dottorato vi darà tutti i mezzi necessari per poter inseguire il vostro sogno, se vi ci dedicate con passione.

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Chiunque voglia fare della ricerca il suo mestiere dovrebbe avere un’esperienza all’estero nel curriculum, quindi consiglierei di partire il prima possibile, per esempio per il dottorato. Se poi si decide di restare perché ci si innamora di Parigi o della Bretagna, non è così difficile trovare contratti a tempo determinato. Per gli indeterminati è un po’ più complesso, se si vuole diventare professore associato o ricercatore CNRS ci sono dei concorsi specifici ogni anno. Anche lì, so che ci sono molti italiani che vengono a tentare la fortuna perché molto più facile di qualunque concorso da noi: più posti, meno stress e possibilità di lavorare a distanza quasi sempre. Io ancora non so cosa farò della mia vita ma non sono assolutamente preoccupata, so che con una laurea scientifica e un dottorato in tasca posso facilmente trovare lavoro anche nel settore privato, volendo.

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In Australia come altrove, il dottorato di ricerca è un percorso lungo, complesso e difficile. Spesso avrete la totale autonomia nel gestire il vostro progetto, incluso le tempistiche, burocrazia e scadenze varie. Se avete bisogno di qualcuno che vi tenga la mano passo per passo, il PhD non fa per voi. Se non riuscite a concepire l’idea di portare avanti un progetto per almeno 3 anni, il PhD non fa per voi. Ma se amate fare ricerca, scrivere e fare esperimenti, se avete un’area che vi sta a cuore e su cui sapete che c’è ancora molto da sviluppare, allora le premesse per questo tipo di programma ci sono tutte. Gli sbocchi sono tanti e vari: il PhD è il più alto titolo universitario che ci sia e di conseguenza può aprirvi molte porte, soprattutto in ambito accademico (qui in Australia per diventare professore universitario è necessario avere un PhD, ad esempio) e di ricerca. Però attenti: c’è anche il rischio di essere overqualified con un titolo del genere!

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L’Università di Sydney di Claudia

Ringrazio Greta, Debora, Dania e Claudia per averci raccontato della loro esperienza di studio all’estero e scritto tanti preziosi consigli. Speriamo che la loro storia possa aiutare chi sta valutando di iniziare un percorso universitario e per questo tutte si sono dette disponibili a farsi contattare qualora voleste saperne di più.

Come sempre io rimango a disposizione per chiunque volesse informazioni su come studiare gratis (sigh, maledetto brexit) in Scozia e potete trovarmi su Facebook, Instagram e Youtube.

A presto!

LGBT+ all’estero: storie di ragazzi che hanno lasciato l’Italia

LGBT+ all’estero: storie di ragazzi che hanno lasciato l’Italia

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Oggi voglio raccontarvi le storie di alcuni ragazzi LGBT+ che si sono trasferiti all’estero, andati via da una Italia che ha – tra le altre cose – spesso negato l’esistenza delle cosiddette famiglie arcobaleno. Malgrado queste esistano e siano reali.

Qualche anno fa leggevo The Queen Father e mi capitò sotto gli occhi un suo scritto che arrivava giù duro come un pugno in faccia. Marco è un uomo italiano omosessuale che si è trasferito nel Regno Unito ma che in America ha avuto la possibilità di avere un bambino con il suo compagno. In quel post si chiedeva come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasto in Italia, cosa l’Italia gli avrebbe tolto – suo figlio non sarebbe esistito – ed in quella dolorosa ipotesi non poteva che maledire la retrogradezza del nostro stivale.

Lo puoi biasimare? Nasci TE, semplicemente TE e vivi in un paese dove le regole per TE sono diverse perché di TE conta – in negativo – solo la tua identità di genere assieme all’orientamento sessuale. Puoi essere la qualsiasi come persona ma TE bene non vai, certi diritti scordateli che non sta bene neanche parlarne troppo, i problemi saranno sempre altri.

E allora che ti rimane da fare? Stai fermo, abbozzi, fingi, rimani e lotti, spingi i muri per trovare i tuoi spiragli, combatti per le leggi fino a rovesciarle caso dopo caso, vai all’estero e torni con un bambino tuo oppure sai che c’è? Molli tutto e vai a vivere dove i diritti ed i doveri sono quelli, uguali per etero e non.

In questo post voglio raccontarvi le storie di tre ragazzi italiani non eterosessuali che hanno scelto l’estero come casa e che oggi si raccontano per voi, spiegandovi il perché della loro decisione di partire e come si sono trovati una volta fuori dall’Italia.

Ciao, presentati, chi se, da dove vieni, dove vivi oggi e cosa fai.

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Ciao! Sono Grace, anni 29 (che numero stressante: dovrebbero eliminarlo!), una parte del sud, dove sono cresciuta, e l’altra del nord, dove sono nata e ho frequentato l’università. Ho appena finito un Master a Londra e al momento sono in cerca di lavoro!

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Sono Nico, ho 25 anni, vengo dalla provincia di Sondrio e recentemente mi sono trasferito a Glasgow, ma da 6 anni vivo all’estero. Un anno in Australia, dopodiché In Scozia, tra Edimburgo, Aberdeen e Glasgow, appunto. Al momento sto studiando per un Masters in Environmental Entrepreneurship alla University of Strathclyde, fine corso Settembre 2020.

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Mi chiamo Paolo e vengo da un paesino del sud Italia ma preferisco non entrare nei dettagli. Oggi lavoro come cameriere in un paese del nord europa ma sto studiando all’università.

A che età hai capito di non essere eterosessuale?

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A 17 anni. Avete presente il cliché dello studente che si innamora dell’insegnante? Ecco. Sono (stata) io. Così come, col tempo, ho anche capito di non identificarmi del tutto nella parola lesbica (che no, al contrario di quanto ancora si pensi, seppur in modo vagamente inconscio, non è un insulto!) e all’ultimo Pride a cui ho partecipato, quando una mia amica distribuiva bicchieri con bandiere annesse, io ho scelto quella pansessuale.

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Penso di avere iniziato a farmi domande sulla mia sessualità a 12-13 anni, ma da li ad accettare la mia omosessualità è passato qualche anno.

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Quando sento che i bambini non capiscono mi viene da ridere per il nervoso, io a otto anni comprendevo le mie preferenze, mi era chiaro e lo dimostravo in tutti i modi.

Cosa è successo attorno a te quando hai deciso di fare coming out con parenti e amici? Cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo?

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Il coming out nel sud Italia di dieci anni fa, quando sei fermamente convinta di ricevere il supporto di tua madre, che ha sempre difeso i “diritti dei gay”, e quando tu sei convinta che “ma che ci sarà di male, perché mai dovrei avere l’ansia”, è stato tutt’altro che facile. O meglio, per me è stato facile dirlo la prima volta proprio in virtù di quel “non sto mica ammazzando qualcuno”. All’epoca ero innamoratissima – e felicissima – e volevo urlarlo al mondo. Ecco, dopo quella prima volta, disastrosa, detta a mamma e sorella, ci ho pensato mille volte prima di dirlo ancora. Tra gli amici ho riscontrato più un voler supportare senza sapere come, ottenendo una cosa che fosse una via di mezzo… insomma, mi sono spostata al nord proprio per questo motivo e non mi sono mai guardata indietro.

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Ho iniziato a fare coming out con amici stretti, compagni di classe, che sapevo non avrebbero avuto grandi difficoltà ad accettarmi. Qualcuno ha avuto un po’ di domande e confusione inizialmente ma hanno accettato completamente la cosa e siamo tutt’ora buoni amici. La mia migliore amica che all’epoca si poteva considerare abbastanza religiosa mi ha colpito positivamente per il cambio di atteggiamento verso l’omosessualità. Prima di fare coming out con lei sapevo che non era molto aperta nel suo punto di vista, cosa notata specialmente in discorsi fatti durante la lezione di religione (che in pratica tutti facevamo alle superiori principalmente perché più che essere un’ora di religione era una sorta di sportello per parlare tra compagni di quello che volevamo, e il nostro docente/parroco, molto aperto, faceva da intermediario). Una volta che ha effettivamente iniziato a voler capire la situazione un po’ meglio, e il fatto che 1) non è una scelta 2) ero sempre la stessa persona di prima e non facevo male a nessuno per essere me stesso, è cambiata un sacco ed è stata la mia roccia durante gli anni di scuola, che comunque sono stati abbastanza pacifici, nella mia scuola non c’erano molti episodi di bullismo. Dall’altra parte, quando feci coming out con la mia famiglia, la situazione fu l’opposto e non trovai (ne’ trovo tuttora, anche se qualche miglioramento c’è stato) il supporto che avrei voluto, o almeno una neutralità, ma piuttosto molta rabbia e incomprensione. Con questo non voglio dire che la mia famiglia mi abbia ripudiato, anzi mi hanno supportato duranti il corso dei miei studi universitari, ma il discorso più o meno rimane tuttora un tabù e passando in Italia solo per un paio di settimane all’anno, cerco di evitare di parlarne e passare le vacanze serenamente, il che non fa altro che accentuare la diversità delle mie ‘due vite’ in famiglia e all’estero.

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Ho iniziato dalla mia migliore amica ma le parole non uscivano, ha terminato lei la frase per me, sapeva tutto e questo non mi ha stupito perché qualche persona al paese già mi schifava apertamente. In casa non è andata bene ed è il motivo per il quale tengo particolarmente a rimanere anonimo, non voglio essere riconosciuto da nessuno. Dopo averlo detto a G. e qualche altra amica, ho aspettato due anni per affrontare l’argomento con i miei genitori. Ho deciso di scrivere loro e tornando a casa ho trovato la lettera strappata ma lasciata in bella vista e non una parola. Il giorno dopo mi è arrivato un pugno, io sapevo come la pensavano ma non avrei mai immaginato tanto. Mio padre ha usato la parola “frocio”, mia madre piangeva e urlava. Ho sperato tanto durante questi anni ma non ho ricevuto nulla di più, mi chiamano è vero ma fanno finta di niente, ci sono argomenti che non vogliono trattare e cose che non vogliono sapere. Questo sono io, la vita che perdono di condividere con me. Un altro episodio che mi fece male fu al liceo, quando la professoressa di religione si affrettò a dire che gli omosessuali erano contronatura ma che lei giudicava l’atto e non le persone. Comodo, davvero comodo. Mi sono preso i miei insulti al paese, ho visto le gomitate e durante una lite con un amico ho ricevuto la mia dose di “frocio”, di nuovo. C’è stato del buono ma ho sognato di andare via per tutta la mia adolescenza. Fu una professoressa a dirmi di scappare, mi mise la pulce all’orecchio, raccontandomi dell’estero intesto come il paese nel quale vivo.

Pensi che la decisione di partire sia dipesa anche dalla mancanza di diritti che abbiamo in Italia per il mondo LGBT+? E dalle cose che ancora ci autorizziamo a dire e pensare per “scherzare” o per insultare gli altri?

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Ho passato molto tempo a pensare di voler lasciare l’Italia innanzitutto per me stessa, per crescere e mettermi alla prova, capire cosa fossi in grado di fare. Quando l’ho fatto, da un giorno all’altro, con solo bagaglio a mano, non ho dubitato neanche per un secondo di doverlo fare per avere una vita più serena anche dal punto di vista personale e sentimentale. È inconcepibile che si parli di “mondo/diritti LGBTQ” come se fossimo “l’altro”, una entità a parte. Penso che l’Italia abbia ancora tanta strada da fare per assorbire il concetto di inclusività.

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Sicuramente all’epoca quella fu una delle motivazioni principali, insieme alla situazione in famiglia e il volere andarmene per la mia strada. Non ho guardato indietro, e non seguo gli sviluppi come magari dovrei, ma se non erro ora qualche diritto un più c’è, ma rimane il fatto che la gente ancora si senta libera di denigrare persone che divergono dal loro standard di ‘normalità’ e il ‘dovere’ di fare la battuta del momento.

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Credo di aver involontariamente risposto a questa domanda ma vorrei mettere in chiaro quanto segue e cioè che posso ridere con voi di alcune parole ma fanno male e ancora di più sentirsele sparare in faccia come un insulto quando invece sono io, Paolo, gay e mille altre cose, tutto qui. In Italia potrei avere una unione riconosciuta ma non adottare, non se ne può parlare senza alzare uno schermo di frasi vuote e tutte uguali. La mia vita è una e non la posso sprecare in Italia, non posso sprecarla in paesi medioevali che non vogliono riconoscermi come essere umano, capace di amare e con il potenziale di poter dare.

Nel paese che ti accoglie ti senti più tutelato e riconosciuto che in Italia? Ti senti libero di prendere per mano il tuo/la tua partner?

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Penso che tutto il mondo è paese e se sei nella situazione sbagliata al momento sbagliato, essendo comunque parte di una minoranza, e in quanto tale non capìta, poco importa che tu sia a Londra o in Calabria. Il contesto fa molto. Ma sicuramente mi sento più libera di essere me stessa in una metropoli da otto milioni di abitanti.

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Molto di più. A parte le leggi che danno più diritti e tutele, la cosa bella del Regno Unito e che alle persone, detto terra-a-terra, non interessa quello che fai, non fai male a nessuno alla fine. Ho alcuni amici che hanno fatto coming out con la famiglia qui e la risposta che hanno ricevuto è stata più o meno ‘..and?..’, per dire che sia che tu sia eterosessuale, omosessuale, o come tu voglia definirti, non fa nessuna differenza. Certo, anche qui fanno le battute, anche in TV, ma sono fatte in un ambito diverso e senza nessuna cattiveria o intenzioni maligne. In generale, la discussione è più aperta e punta verso al provare a capire i vari punti di vista. Ovvio, anche qui ci sono le persone che non sono aperte, ma stanno sulle loro e se una persona prova ad attaccare qualcun altro verbalmente o peggio, molte di più prenderanno attivamente la tua parte. Comunque sia, in oltre cinque anni qui, non ho mai personalmente subito o visto un attacco omofobo. E le persone che dall’Italia dicono ‘incontrerai persone che si opporranno a quello che sei’ dico sempre ‘beh, non saranno miei amici’, per dire che alla fine essendo chiuse mentalmente, ci perdono loro, mica io, è il loro punto di vista che è minoritario.

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Baci in pubblico ne ho dati pochi, il mio partner è di qui ed è piu’ sciolto di me. Questo fa parte di quello che mi hanno tolto, la sicurezza di vivere alla luce del sole come qualsiasi altra coppia. Per i diritti invece, qui è un altro mondo.

Prossima meta? Dove ti immagini tra qualche anno?

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Sono momentaneamente rientrata in Italia dopo appena un anno a Londra dove progetto di rientrare tra qualche mese… Londra contiene il mondo al suo interno quindi credo avrò molto da vivere prima di volermi spostare di nuovo – ma mai dire mai!


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Ci sono varie possibilità. Mi piacerebbe rimanere in Scozia per qualche anno ancora, anche se il tempo scozzese e la mancanza di stagioni ‘proprie’ si fa sentire. Questo Paese mi ha dato tanto e vorrei ricambiare. Mi piacerebbe tornare in Australia, ho ancora un anno di visto che posso usare fino ai 31 anni. E il mio ragazzo ha un lavoro che lo potrebbe portare in America per qualche anno, per cui andrei con lui se la possibilità dovesse materializzarsi.

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Voglio rimanere dove vivo, lavorare, sposarmi, comprare una casa nel quartiere che sognamo, avere dei figli.

Partire è stata la decisione giusta? Rifaresti tutto da capo?

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Ogni singola virgola.


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Rifarei tutto, guardo agli ultimi 6 anni come un processo di crescita immenso. Certo alcune cose le avrei fatte diversamente, ma penso che il pensiero passi a tutti. Sono molto contento della mia situazione in cui mi trovo al momento e guardo al futuro con molta speranza. Al mio ego 16 enne direi quello che sembra un cliché, ma è proprio vero – It does get better!

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Lo rifarei e lo consiglio a tutti coloro che vogliono esistere sul serio.

Ringrazio le tre persone alle quali ho lasciato la parola e che con gentilezza e generosità hanno accettato di raccontare la loro storia privata, converrete con me che abbiano fatto un grande servizio a chi li leggerà in cerca di risposte ed indirettamente anche a tutti gli altri avventori.

Prima di lasciarvi, vorrei provare a raccontarvi i pro di due delle realtà estere che ho potuto conoscere durante il mio vivere fuori, così che possiate fare i vostri conti e avere una visione più dettagliata.

LGBT+ in Australia, quali sono i diritti? Si puo’ adottare?

C’è l’Australia che è tanto avanti, dove il sole scotta, il lavoro c’è e puoi trasferirti a dare un’occhiata per un anno o due con una cosa bellissima che si chiama Working Holiday Visa. E magari rimanere con uno skilled visa o una sponsorizzazione. Ma se fai parte della comunità LGBT+? Ti conviene valutare l’Australia? Vi stupirà ma anche in un paese così lontano da tutto è stato difficile veder ottenere dei diritti tanto basilari come quello alla famiglia. Dal 2017 è possibile sposarsi tra persone dello stesso sesso su tutto il territorio e dal 2018 è possibile per la comunità LGBT+ adottare (tranne nel Northern Territory, dove c’è Darwin, per intenderci).

La comunità LGBT+ in Gran Bretagna, ovvero: conviene andare a vivere in Inghilterra e Scozia

E’ viaggiando che ho visto le prime persone dello stesso sesso per mano e le persone transgender lavorare alla luce del sole (sebbene, siano ancora oggi tra i più bistrattati) ma solo nel Regno Unito ho capito quanto l’Italia fosse indietro. In Inghilterra le unioni civili tra partner dello stesso sesso esistono dal 2004 e la legge sui matrimoni (Poiché la precedente, nella sua eccezione, era discriminatorio) dal 2011. In Scozia i same-sex marriage sono legali dal 2014 mentre per la, per molti versi retrograda, Irlanda del nord dal 2020. Le adozioni invece? Possono adottare gli omosessuali, i trans e tutti gli altri, nel Regno Unito? In Inghilterra e Galles è possibile adottare dal 2002, ragazzi. Da quasi vent’anni. Due generazioni ne hanno già beneficiato dimostrando che, sorpresa, le adozioni gay (etc) non creano mostri ma famiglie. In più, non devi essere neanche sposato per avere la tua famiglia. Quasi il 10% dei bambini strappati ad istituti ed orfanotrofi viene ogni anno adottato da persone LGBT+. Da dieci anni le stesse regole valgono per la Scozia, omosessuali e trans possono adottare e prendersi carico dei bambini attraverso l’attività di fostering (affidamento, che viene peraltro sostenuto da incentivi statali). E sapete una cosa? Nel Regno Unito anche i single possono adottare perché un genitore è meglio di nessun genitore ed una vita senza una base sicura. Le famiglie con un solo genitore sono infatti il 25% del totale.

In termini di diritti LGBT+, la mia conoscenza del mondo si ferma qui ma c’è tanto altro e quindi vi invito, se casa vi sta stretta, a trovare il vostro posto in un paese che vi somigli e rispetti, qualsiasi sia la vostra identità, il vostro aspetto, la vostra storia e qualsiasi siano i vostri sogni.

Vi lascio, alle vostre considerazioni e vi aspetto come sempre tra i commenti, su Instagram e su Facebook.

Trasferirsi all’estero da sola, storie di donne che si sono prese e portate via

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All’estero da sola, questo sono le storie di chi lo ha fatto.

L’espatrio non è una gara ma se la fosse io riconoscerei la vittoria a tutti coloro che partono da soli perché malgrado le fanfaronate che leggerete online, quelli saranno gli unici a sapere cosa voglia dire ricominciare senza rete alcuna, senza qualcuno con cui smezzare le bollette in caso di perdita di lavoro o che possa accompagnarti se mai dovessi correre in ospedale.

Sono quelli che non lo fanno perché devono ma perché non c’è scelta, quelli che poi incontri lungo il tuo percorso e vedi cresciuti, con una marcia in più ed una determinazione che forse non avrebbero mai saputo di avere se fossero rimasti in Italia, fermi o continuando la vita di sempre.

Il post di oggi è dedicato ad una specie di viaggiatori solitati che sembra quasi esotica e rara, quella delle donne che si sono prese e trasferite all’estero da sole. Una specie che esiste e scalpita per fare e ricominciare, ovunque nel mondo.

Stai pensando di trasferirti all’estero da sola ma non sai da dove iniziare?

Ti presento Silvia che dopo l’esperienza in Scozia ha capito di voler studiare per un master in Italia, Bianca che aveva solo 19 anni quando è partita come aupair per gli USA, Giorgia che con la sua laurea inglese ha lavorato in mezzo mondo e Francesca che dalla Toscana ha raggiunto il nord della Scozia.

Questi sono i racconti di quattro donne diverse che si sono trasferite all’estero da sole, ricominciando da zero.

1) Un piccolo check, mi confermi che è vero? Sei una donna, sei nata in Italia ma ad un certo punto ti sei trasferita all’estero da sola? Ma allora si può fare?

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Sono Silvia, ho 27 anni e sono una pugliese DOC trapiantata in Toscana per l’università. Anche se mi sento ancora parecchio randagia, al momento. Sono laureata in scienze erboristiche e ora sto studiando per diventare nutrizionista, e nel mezzo ho vissuto un anno a Edimburgo e girellato per qualche mese qui e là per la Gran Bretagna da sola grazie ai progetti di volontariato WWOOF UK ed HELPX.

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Mi chiamo Giorgia, ho 36 anni, sono nata a Pordenone in Friuli e ho lasciato l’Italia da circa 8 anni. Al momento vivo in Scozia, dove lavoro come brand home guide in una distilleria di whisky.

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Tutto vero! Bianca, attualmente 21 anni, Italiana, italianissima anche se non indovina mai nessuno! Passioni? Viaggiare, leggere e scoprire nuovi cibi, come dicono qui: you are definitely a foodie! Ci sarebbe anche pallavolo, che faccio solo perché mi piace ma in realtà sono una schiappa. E yoga che mi rilassa e mi aiuta ad apprezzare ciò che ho.

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Confermo tutto. Mi chiamo Francesca, ho 29 anni e sono nata e cresciuta in Toscana. Sono partita la prima volta l’anno scorso a febbraio, dopo aver lasciato un lavoro che mi dava tanto stress e troppe ansie. Avevo bisogno di cambiare aria e così, insieme ad un’amica, decidemmo di mollare tutto per un mese e andare in Scozia. Non sapevamo ancora quanto quel mese di prova avrebbe inciso sulle nostre vite. Dopo quel mese sono tornata in UK da sola, con un biglietto di sola andata e nessuna idea di cosa fare dopo. Però sì, partire da sole e rifarsi una vita all’estero è possibile.

2) Quali sono state le reazioni quando hai detto che ti trasferivi all’estero da sola? Pensi che abbiano reagito diversamente con te, in quanto donna?

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All’inizio un sacco d’ansia all’idea di trasferirmi all’estero da sola! Dovevo ancora finire gli ultimi esami della triennale, volevo andare all’estero completamente da sola per quasi due mesi e sarei stata in un villaggio sperduto nelle campagne del Somerset, lontano da qualsiasi grande città. I miei genitori erano ovviamente preoccupati, e questo non aiutava il mio essere una persona molto insicura ed ansiosa. I fatti di cronaca degli ultimi anni hanno ovviamente contribuito alla preoccupazione, una ragazza che viaggia per conto proprio?

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Mi reputo molto fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre appoggiata in tutto per tutto. Nel mio nucleo principale familiare siamo tutte donne: mia madre mi ha sempre incoraggiata ad essere indipendente e ad imparare a cavarmela da sola, quindi è sempre stata dalla mia parte.

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Credo che nel mio caso la situazione sia un po’ differente, sono andata all’estero da sola quando avevo 19 anni, perché volevo imparare l’inglese! La famiglia era dalla mia, un po’ stupiti e spaventati, non vuoi certo mandare tua figlia da sola in the USA quando è poco più che un adolescente! Ad ogni modo, prima di partire per la mia grande esperienza, avevo deciso di fare un weekend da sola, in una città Europa, così per vedere come me la cavavo, per iniziare a capire, com’è dover contare solo su se stesse. Così decisi, con i miei primi soldini guadagnati con il lavoro part-time da cameriera, di prendere un volo e andare 3 giorni a Malaga. Insomma, niente di impossibile, in Spagna, in Europa. Ostello prenotato, cosa potrà mai succedere? Spiccicavo due parole di inglese e in ogni caso in Spagna, preferiscono se parli italiano. Immaginate: io felice con l’emozione di sentirmi grande, con la voglia di crescere e farcela con i miei piedi, parlo dei mie futuri progetti Spagna e Usa, con alcuni dei miei amici. Una cara amica mi risponde, che probabilmente sto sprecando il mio tempo e che perderei un anno di università, che non mi darà futuro. La stessa università dove non trovi posto dove sederti. Ma c’è un episodio di cui vorrei parlare oggi, alla notizia del mio viaggetto, Il fidanzato di una mia cara amica mi risponde tutto fiero e felice che se fossi stato io la sua fidanzata non mi avrebbe mai e poi mai lasciato andare da sola, prosegue poi aggiungendo che sicuramente mi sarebbe successo qualcosa e che il mondo non è sicuro per una ragazza che viaggia da solaRagazzo di 23 anni, Italia. 2017. A Malaga ci sono andata lo stesso ovviamente, ed è stata meraviglioso. Come previsto.