Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

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Debora durante la stesura della sua tesi di dottorato in Francia

Studiare all’Università all’estero, perché farlo?

Hai diciotto anni e vorresti cambiare aria. O magari ne hai venti. Oppure vorresti andare all’Università ma sei nei tuoi trent’anni. Comunque tu decida, tra quattro anni sarai comunque 4 anni più grande ma senza il titolo o il cambiamento che volevi per te. Una considerazione semplice che ha calzato a pennello in quella che è stata la mia vita nel Regno Unito perché certe paure le ho avute eccome eppure aver studiato in Scozia rimane una delle decisioni migliori che io abbia preso per me. Ero grande, vero, ma la mia età è stata una marcia in più e quel percorso mi ha cambiato la vita in meglio.

Studiare all’estero all’Università mi ha preso quattro anni di vita trasformandoli nell’inizio del mio futuro.

La mia storia di studentessa lavoratrice in Scozia la sapete quindi oggi vorrei lasciare la parola a quattro donne molto diverse tra loro che hanno lasciato l’Italia e che una volta all’estero hanno deciso di continuare a studiare o ricominciare con una nuova carriera universitaria.

Spero i loro racconti del mondo possano aiutare gli indecisi e tutti coloro che ci stanno pensando, a ricominciare all’estero passando per l’Università.

Quindi siamo pronti, vi presento Greta e Debora dalla Francia, Dania dall’Irlanda e Claudia dall’Australia, queste le loro parole, questa la loro storia.

Ciao, ci racconti un po’ di te, come ti chiami e cosa ti ha portato lontano dall’Italia?

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Ciao, mi chiamo Greta e fondamentale è stato mio marito a portarci lontano dall’Italia: la sua azienda gli ha offerto la possibilità di lavorare in US a Milwaukee prima e poi a Lione, in Francia. Dopo un anno abbiamo accettato un’altra offerta e siamo finiti a Grenoble, sempre in Francia. 

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Ciao, mi chiamo Dania. Nel 2007 mi sono laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche a Trieste e nel 2008 mi sono trasferita in Irlanda, per fare un dottorato di ricerca in chimica al Trinity College di Dublino. Da allora non sono più tornata. Ora sono una Senior Research Fellow alla scuola di medicina.

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Mi chiamo Debora, vengo da Roma e abito a Brest (Francia) da 3 anni e mezzo, sono mamma di un bimbo italo-francese e dottoranda a fine tesi; sono partita proprio per cominciare il dottorato qui in Bretagna.

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Ciao, mi chiamo Claudia, 33 anni, originaria di Milano ma attualmente residente a Sydney, Australia. In Italia avevo studiato relazioni internazionali, e per passare dalla teoria alla pratica ho sempre cercato di sviluppare le mie relazioni internazionali partecipando a programmi di scambio all’estero. È così che ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito e che è la ragione ultima per cui ho deciso di trasferirmi in Australia ormai 9 anni fa! Con un dottorato di ricerca in giurisprudenza fresco fresco in tasca, da 3 anni lavoro per Medici Senza Frontiere nella sede di Sydney.

A che punto hai deciso di studiare all’estero. Quanti anni avevi e cosa ti frullava in testa?

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Era parecchio che mi girava in testa ma ho sempre rimandato: prima il lavoro, poi i figli piccoli e sembrava non essere mai il momento giusto. Lo scorso anno chiacchieravo con un’amica di Lione di questo desiderio nel cassetto e lei ha condiviso la sua esperienza. Mentre spiegava io realizzavo che era arrivata la mia occasione. Mi sono iscritta a marzo di quest’anno, poco prima di compiere 37 anni, alla laurea di lingua e cultura italiana. 

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Avevo 23 anni, ero all’ultimo semestre dell’ultimo anno di università e stavo facendo la tesi sperimentale obbligatoria nel mio ciclo di studi. I miei amici mi sembravano tutti così sicuri di sé sul che cosa fare dopo la fatidica laurea. Io invece non avevo alcuna idea di cosa volessi fare da grande, eccetto che non ero pronta ad affrontare una vita dietro il bancone di una farmacia e che non volevo tornare a vivere con mamma e papà. Che il ragazzo dell’epoca non fosse l’amore della mia vita, l’avevo già capito da un po’. Parlando con una ricercatrice che lavorava nel gruppo di ricerca dove facevo la tesi, scoprii che aveva appena vinto dei fondi di ricerca e che avrebbe creato il suo gruppo di ricerca al Trinity College di Dublino. Giovane e sfrontata, senza sapere bene che cosa volesse dire, le chiesi se potevo andare con lei. Iniziò tutto così. Ricordo il giorno in cui ricevetti la lettera di ammissione alla scuola di dottorato del Trinity College qualche mese dopo. Guardai il mio nuovo ragazzo (ora mio marito), e pensai che se solo lo avessi incontrato qualche mese prima, non avrei mai fatto quella domanda di ammissione. Ma ormai era fatta, e decisi di non sprecare l’opportunità. 

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La mia partenza è stata molto impulsiva, sono stata contattata da un’amica italiana ricercatrice in Francia che mi ha proposto di fare un colloquio per un dottorato con il suo gruppo di ricerca, e visto che ero alla fine della laurea Magistrale in Fisica Nucleare e che non avevo nessuna idea di come cominciare a lavorare, non ci ho pensato troppo e ho deciso di partecipare alla selezione. La sorpresa è stata nell’entusiasmo del mio capo durante il colloquio che mi ha detto subito che mi aveva presa, quindi ho dovuto chiedere di ritardare l’inizio del dottorato di qualche mese per essere in grado di finire la magistrale (normalmente si comincia con l’inizio dell’anno accademico a settembre/ottobre, io ho cominciato a febbraio, 3 giorni dopo aver discusso la tesi magistrale).
Nella testa all’epoca mi frullava poco e niente, ero insoddisfatta di quello che si profilava all’orizzonte volendo rimanere a Roma, non avevo idea di come cominciare a cercare lavoro, non trovavo un mestiere che mi andasse bene e mi rifiutavo di fare della ricerca essendo pagata poco e niente in Italia. In più avevo abitato con i miei per 24 anni, avendo scelto di proseguire gli studi nella mia città natale, quindi sentivo il bisogno di staccarmi dal nucleo familiare, e la chiamata dalla Francia mi ha dato l’avventura che cercavo.

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Dopo essere arrivata in Australia con il visto vacanza-lavoro (WHV) e due lauree in tasca, ho provato a trovare lavoro nel mio settore o comunque in un’area che mi permettesse un giorno di trovare il mio lavoro ideale. Purtroppo vuoi per i limiti del mio visto, vuoi per il fatto di essere straniera e di aver studiato in Italia, non sono riuscita a trovarlo ed è allora che ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di fare un dottorato di ricerca. Avevo 26 anni e volevo finalmente cominciare la mia carriera lavorativa!

Raccontaci la tua esperienza di studio all’estero

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L’esperienza di studio a distanza sta andando bene: gli argomenti mi piacciono e quindi è più facile studiare perché mi appassionano. Ho iniziato questo primo semestre con la quarantena quindi con tutti e tre i bambini a casa: è stato un po’ più complicato organizzare tutto ma alla fine è andato alla grande. 

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L’esperienza del dottorato all’estero è stata bellissima e triste allo stesso tempo. Bellissima per le soddisfazioni che ne ho tratto dal punto di vista professionale, per le persone incontrate, provenienti dal tutto il mondo, le avventure, scoprire posti nuovi, le feste in cui si parlavano 3/4 lingue contemporaneamente, il vivere in una nazione con una cultura diversa, il cavarmela da sola in situazioni del tutto nuove per me. Triste perché sentivo la nostalgia degli affetti. Vivere una relazione a distanza per 3 anni non è sempre stato facile. Inoltre, vivere all’estero, lontano da parenti e amici di una vita, ti lascia spesso da sola con te stessa. Quando mi sentivo proprio giù, ricordo che camminavo per la città ripetendomi “Vieni da un paesino della campagna friulana, stai facendo un dottorato in una delle 100 più prestigiose università al mondo e vivi in una capitale europea. Sii orgogliosa di te.” fino a quando arrivavo al mio bar preferito dove servivano un brownie con la panna che avrebbe resuscitato anche un morto. Ora che vivo in Irlanda da molto, nei miei fine settimana non ci sono più le feste multiculturali, ma mio marito è qui con me. Abbiamo una casa tutta nostra, con un piccolo giardino. La nostalgia della famiglia e la mancanza dell’estate ci sono sempre, ma in due e con un salario che ti permette di viaggiare, tutto è più facile.

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L’esperienza di studio in Francia sta andando benissimo. Mi sono adattata bene ai ritmi francesi (pranzo alle 12 e serate alcoliche nei weekend, sole inesistente in inverno e tramonti alle 23 d’estate), ho imparato la lingua da zero in poco tempo, ho trovato l’amore e senza pensarci troppo sono diventata mamma di uno splendido nanetto e in tutto ciò sto scrivendo la tesi, quindi anche gli studi vanno alla grande. Inoltre, se tutto va bene fino in fondo mi aspetta un contratto a tempo determinato da ricercatrice per l’anno prossimo, non posso proprio lamentarmi!

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Il mio percorso verso il titolo di Doctor è stato lungo e complesso, esclusivamente per colpa della burocrazia una volta che ho completato la mia tesi. Fino a quel momento, ovvero per la durata dei 4 anni di effettiva ricerca, devo dire che è andato tutto più o meno bene. Quando si fa ricerca sul campo, soprattutto ricerca qualitativa che prevede interviste ed altre metodologie di ricerca a contatto con altre persone, gli intoppi sono inevitabili. L’importante è avere un piano B, C e D a disposizione e non demordere. Personalmente non ho mai avuto un ufficio a disposizione e ho completato il dottorato lavorando quasi esclusivamente da casa. Questo isolamento fisico e mentale è stato molto tosto, soprattutto il primo anno, ed è un aspetto del fare ricerca che non va sottovalutato. Per il resto ho avuto la possibilità di gestire il mio lavoro come e quando ho voluto, con molta poca interferenza da parte dei miei relatori (e questo è stato un aspetto sia positivo che negativo del mio percorso), ma sono riuscita a completare la tesi nelle tempistiche che avevo previsto e che mi erano state imposte dalla facoltà e università. Il peggio per me è cominciato proprio una volta consegnata la tesi, perché il processo di valutazione e correzione della tesi è stato a dir poco estenuante e assurdo. Ma grazie al cielo sono riuscita ad affrontare tutto questo ed arrivare al tanto agognato titolo, anche se con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale!

Sapresti dirci come funzionano lezioni ed esami nella tua Università?

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Il corso è organizzato per essere seguito online: i destinatari sono expat italiani o stranieri interessati con un buon livello di italiano. Si può scegliere di seguire i corsi in tutorato o in autoapprendimento. Io ho scelto quest’ultimo quindi mi scarico il mio materiale e proseguo nello studio in autonomia. Ogni modulo ha circa 5/7 maxi-argomenti e ognuno ha circa 7 capitoli. Ogni argomento ha un mini-test finale e ogni modulo un maxi-test finale. Nel modulo ci sono test obbligatori e altri facoltativi. Senza aver passato quelli obbligatori (sempre online) non puoi accedere all’esame. 
Esistono una finestra di esami a fine semestre di circa due settimane dove dare gli esami: in tempi normali si prendono accordi sulle sedi dove farli. C’è una persona molto disponibile che si occupa di prendere contatti presso i dipartimenti di italiano delle università della tua città o i centri culturali italiani accreditati

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A questa domanda rispondo sulla base della mia esperienza sia da dottoranda che da insegnante. L’ approccio all’insegnamento e all’esaminazione è completamente diverso da quello Italiano. Le lezioni coinvolgono quasi sempre gli studenti e includono attività da svolgere in gruppi e interazioni con l’insegnante. Inoltre, ci sono moltissimi laboratori pratici o simulazioni di scenari reali dove gli studenti possono mettere in pratica quanto imparato. Gli esami sono solo scritti, non esistono esami orali. Tutte le informazioni necessarie a rispondere ai quesiti degli esami vengono trattate in classe dal professore. Gli esami di tutti i corsi si tengono contemporaneamente, distribuiti su qualche giorno/settimana. Per passare all’anno successivo non è necessario superare gli esami di tutti i corsi, ma totalizzare nel complesso un punteggio superiore al 50/60% (a seconda delle università / corsi di laurea).

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Non conosco bene il funzionamento della facoltà perché ho frequentato solo i corsi riservati ai dottorandi, ma so che a differenza dell’Italia, qui i dottorandi non hanno alcun esame da passare. Dobbiamo seguire delle lezioni (100 ore obbligatorie in 3 anni) ma fanno cumulo anche conferenze e presentazioni, e la presenza è sufficiente, non c’è alcun tipo di controllo sui contenuti. Ho seguito i miei primi corsi quando ancora non parlavo bene francese e capivo la metà di quello che veniva detto, spesso sono corsi che non toccano nemmeno il soggetto della tesi, hanno un carattere generale: etica, come scrivere un CV, come scrivere un articolo scientifico, corsi di lingua, etc. L’utilità è dubbia, ma ne ho approfittato per migliorare la conoscenza delle lingue straniere!

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Il dottorato di ricerca è un programma che non prevede lezioni o esami, quindi non è qualcosa su cui posso commentare personalmente durante questo programma. Ma in generale in Australia alle lezioni tradizionali si alternano dei “seminari”, dove le classi vengono suddivise in gruppi più piccoli che si trovano con il professore per una lezione più approfondita, basata sul dialogo e il confronto. In queste università i progetti e gli interventi degli studenti sono componente essenziale del corso e della valutazione, con almeno una presentazione, progetto o quant’altro a corso. Per quanto riguarda la valutazione di fine corso, ci sono varie tipologie di esami. Esiste la versione classica a più domande, come quella italiana, ma è possibile anche avere esami “a tesina”, dove si sceglie un argomento su cui scrivere un tot di pagine. Ovviamente per farlo si hanno a disposizione diverse settimane, quando non l’intero semestre. Un’altra versione di esame è “l’esame da portare a casa”, che consiste in una domanda a cui rispondere da casa nel corso di un weekend. Una peculiarità è che sono tutti scritti, a parte in qualche corso di lingua; altra caratteristica è che nella maggior parte degli esami (anche nella tipologia classica) è possibile usufruire di libri e appunti durante l’esame. Questo perché l’esame non testa la conoscenza mnemonica di nomi e date, ma valuta la capacità di ragionamento e di problem solving dello studente. 

Durante l’emergenza covid avete avuto il supporto necessario in Università?

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Il supporto è stato eccezionale: avendo studenti in tutto il mondo con situazioni diverse per l’emergenza, hanno trovato una soluzione ottimale per tutti ed è andato tutto bene.

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Le lezioni sono state spostate online, così come gli esami, da un giorno all’altro. Il processo è stato molto stressante, sia per gli studenti che per gli insegnanti e gli amministrativi. Ma credo che il supporto da parte del College sia stato buono, considerato il poco tempo per organizzarsi, con training online disponibili per entrambe le parti e supporto in remoto.

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Durante l’emergenza COVID abbiamo avuto molti contatti con colleghi e superiori, ci siamo tenuti compagnia con infinite riunione e videoconferenze. Ci era stata data la possibilità di portare il computer fisso del laboratorio a casa e di lavorare in qualunque momento della giornata, anche senza rispettare le canoniche 7 ore. Non è stato facile con un bimbo di un anno e mezzo da guardare tutto il giorno chiuso in casa, ma ci ritenevamo già abbastanza fortunati ad avere un lavoro, uno stipendio che continuava ad arrivare e molto più tempo col nanetto. In più avevamo la fortuna di essere in famiglia; so che per gli studenti che vivono da soli e per i genitori soli o esasperati erano stati attivati dei servizi di supporto psicologico telefonico, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno!

Pensi che sarebbe stato diverso lasciare l’Italia a vent’anni, finite le superiori?

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Sicuramente sì. Ora studio con un’altra testa e carica. Sono più serena, più curiosa e attenta. 

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In tutta onestà, a 20 anni non sarei mai partita all’estero a studiare. Sapevo di essere pronta a sopportare la solitudine.

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Sicuramente sarebbe stato diverso, non sarei stata indipendente come ora che ho il mio proprio stipendio, quindi probabilmente non avrei avuto la stessa vita facile che ho avuto in questi tre anni, avrei dovuto rendere molto più conto ai miei genitori dei miei viaggi e magari avrei dovuto condividere casa con altre persone. Sicuramente non avrei pensato di mettere su famiglia così facilmente appena arrivata all’estero, penso che mi sarei sentita ancora “figlia” e poco indipendente. Sono contenta di essere partita quando potevo essere autosufficiente.

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Quali sono le differenze tra l’Università in Italia e quella nel tuo paese di adozione? Pro e contro?

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Le differenze sono moltissime. Se da una parte è vero che gli studenti che studiano in Irlanda hanno più manualità e conoscenza tecnica dei mezzi applicabili al loro campo di lavoro, è anche vero che il sistema italiano si concentra di più sulla forma mentis, ovvero sull’insegnare allo studente ad essere indipendente nello studio e responsabile nelle scelte che fa nell’organizzare il suo tempo. A mio personale avviso, il sistema italiano è da preferire, perché posso velocemente insegnare una tecnica a una persona che non la conosce, ma è molto più difficile insegnargli a pensare con la propria testa se è abituato a ricevere informazioni pre-digerite.

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La prima grossa differenza è la modalità di accesso all’università: non c’è test d’ingresso, chiunque può iscriversi e frequentare la facoltà, l’unico problema è che per mantenere il proprio posto bisogna essere in regola con gli esami. Qui i fuoricorso sono rarissimi, l’università non è cara se si mantengono i tempi, ma diventa molto più cara se si doppiano uno o più anni, in più i corsi si tengono tutti i giorni tutto il giorno (9-18, 5 giorni a settimana) quindi seguire corsi che non sono ben incastrati tra loro è complicatissimo. Insomma, cercano di tenersi solo gli studenti che ce la fanno, gli altri vengono cacciati via da una sorta di selezione naturale. Direi che l’accesso facile e il basso costo sono i top pros, poi magari ci mettiamo anche la modalità d’esame che è esclusivamente scritto, senza l’ansia dell’orale. I contro non li conosco, non ho propriamente studiato in Francia, non saprei dire. Per il dottorato tra i vantaggi aggiungerei che si viene pagati meglio che in Italia (tra i 1400 e i 1800 euro al mese, contro i 1100 italiani), pur mantenendo tutti i privilegi dell’essere studenti (trasporti scontati, cinema e ristoranti con promozioni, etc) e non ci sono esami di alcun tipo da passare al primo anno.

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Il metodo di insegnamento e di esame è profondamente diverso tra Italia e Australia, ma le diversità si estendono anche all’ambiente in generale. A Milano, sia che fosse alla triennale che alla specialistica, mi è sempre sembrato di stare ancora al liceo, e penso che questo possa essere generalizzato a molte università italiane. L’università per la maggior parte degli studenti non è che il proseguimento delle superiori, un luogo dove parcheggiarsi per almeno 3 anni in attesa di capire cosa fare “da grandi”. Qui in Australia invece si studia in un bell’ambiente, dove l’istruzione è considerata importante e cruciale per un futuro prospero. Gli insegnanti sono aperti al dialogo e valorizzano l’opinione degli studenti in un modo che in Italia ce la sogniamo. E tantissima importanza viene data allo studente come persona, al suo equilibrio tra studio e vita sociale e alle sue esigenze come individuo. Insomma, decisamente un bel posto dove studiare!

Quali sono i costi? Quali le agevolazioni?

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Il tutorato prevede un costo di 900€ al semestre mentre l’autoapprendimento di 600€. È possibile anche chiedere delle borse di studio. La laurea prevede un percorso di 3 anni. 

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I costi per studiare in Irlanda dipendono da due fattori: il corso di laurea scelto e la nazionalità. Per gli studenti europei le tasse vanno dai 2700 euro ai 13000 euro annui. Per gli studenti extraeuropei, il costo è circa il doppio. Le agevolazioni sono rare. E’ possibile applicare a borse di studio da parte di enti privati, ma sono molto competitive. Per i dottorati di ricerca, le tasse si aggirano intorno ai 9000 euro anni ma solitamente sono coperte dalla scholarship o dal fondo di ricerca. 

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In Francia per un corso qualunque alla facoltà pubblica siamo intorno ai 200 euro l’anno per tutti gli Europei, 3000 euro per studenti proveniente da fuori dell’Europa. Per il dottorato sono circa 400 euro di iscrizione ogni anno per qualunque tipo di studente, compresi di copertura della sanità pubblica. Ci sono molte agevolazioni che riguardano cibo e alloggio: si può facilmente avere un alloggio gratuito se si viene da Paesi del terzo mondo, in stato di guerra o se si proviene da una famiglia poco benestante, in più ci sono associazioni che aiutano gli studenti ad ammobiliare camere e case, e so che a Brest c’è anche un supermercato a cui hanno accesso solo gli studenti meno benestanti, in cui i prezzi sono tagliati del 70-80% (con date di scadenza quasi a termine). Volendo si può anche facilmente ottenere un prestito “per studenti” che prevede il pagamento solo a fine studi, quando si comincia a lavorare.

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Ovviamente i costi per studiare in Australia variano da università a università. Per darvi un’idea però il costo di un PhD in giurisprudenza (quello che ho fatto io) per un international student all’University of Sydney è di $49.000 all’anno! Una cifra ovviamente folle e che ben pochi pagano perché per fortuna le borse di studio a disposizione degli studenti stranieri sono tante. Ce ne sono messe in palio dal governo australiano (al momento l’Endeavour Program è però sospeso), dall’università, dalla facoltà, ecc oltre ad altre offerte magari da enti privati o per progetti specifici. Una volta accettati nel programma poi è possibile ottenere ulteriori sussidi ad esempio per comprare materiale elettronico, partecipare a conferenze, compiere esperimenti ecc. Ovviamente il tutto è a discrezione della singola facoltà ed università, però io non posso che parlare bene – ed essere estremamente grata – per tutto il supporto finaziario che ho ricevuto dalla mia università!

Cosa diresti a chi vorrebbe studiare nel tuo paese di adozione?

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Spero ti piacciano i climi autunnali, 12 mesi all’anno, e che non ti dispiaccia camminare sotto la pioggia. Sarai ripagato con serate divertentissime al pub con la tua nuova famiglia multiculturale.

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Direi che bisogna conoscere la lingua perché i francesi non si adattano all’inglese o a qualunque altra lingua facilmente. Non è necessario nel caso di un dottorato perché gli articoli scientifici sono in inglese e tutti in un laboratorio di ricerca sono in grado di parlare un buon inglese, ma i corsi alla facoltà sono solamente in francese, a parte casi isolati, quindi una discreta conoscenza della lingua è d’obbligo. Per il resto credo che abbiano delle buone strutture universitarie e un buon sistema per accompagnare gli studenti negli studi, venite pure se parlate francese, gli Italiani sono ben accolti!

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In Australia è difficile restare con un visto permanente e sono moltissimi i giovani che decidono di studiare per provare a rimanere in questo paese. Solitamente i corsi scelti sono però di breve durata e, anche se comprendo bene la scelta – anche legata ai costi molto alti di questi corsi -, vi consiglio di considerare la possibilità invece di fare un PhD. Questo vi consentirà di avere un visto per 3/4 anni, oltre che, solitamente, una borsa di studio che copre le spese principali. Certamente fare un dottorato di ricerca non comporta lo stesso impegno che un corso di inglese, ma è una valida alternativa se siete seriamente intenzionati a vivere in Australia.

A chi consiglieresti un percorso di studi come il tuo e quali possono essere gli sbocchi?

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Il corso di laurea in lingua e cultura italiana prevede quattro diversi percorsi: letterario, arti/musica/spettacolo, didattico/linguistico e culturale. Permette appunto un approfondimento della lingua e della cultura italiana con sbocchi nell’editoria, insegnamento, relazioni istituzionali e commerciali con l’Italia, turismo culturale. L’università poi prevede anche due master sempre online (uno in traduzione e l’altro in didattica) che possono aiutare a completare il proprio percorso. 
Lo consiglierei a chi ha una passione per la nostra lingua e cultura e desidererebbe un lavoro legato ad esse. 

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Un PhD in Irlanda lo consiglio a chiunque voglia mettersi alla prova, non solo dal punto di vista dello studio o della crescita professionale, ma anche culturale. Negli anni ho visto vari studenti arrivare in Irlanda per fare ricerca nel nostro laboratorio, ma non essere pronti a lasciarsi permeare dalla cultura del paese in cui si stavano trasferendo. In generale, in questi casi l’esperienza è stata abbastanza stressante per lo studente, con risultati limitati anche dal punto di vista del progetto di ricerca. 
Gli sbocchi dopo un dottorato in chimica sono tantissimi, dalla ricerca accademica a quella in azienda, dal controllo qualità a enti regolatori o agenzie di finanziamento della ricerca. Un consiglio che ci tengo a dare su questo argomento è di non fossilizzarsi sul proprio titolo. A volte durante il dottorato, ci si accorge di essere particolarmente portati o di amare particolarmente un aspetto secondario del proprio campo. Questo non vuol dire che non si possa inseguire il sogno di farlo diventare la nostra carriera principale. Un dottorato vi darà tutti i mezzi necessari per poter inseguire il vostro sogno, se vi ci dedicate con passione.

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Chiunque voglia fare della ricerca il suo mestiere dovrebbe avere un’esperienza all’estero nel curriculum, quindi consiglierei di partire il prima possibile, per esempio per il dottorato. Se poi si decide di restare perché ci si innamora di Parigi o della Bretagna, non è così difficile trovare contratti a tempo determinato. Per gli indeterminati è un po’ più complesso, se si vuole diventare professore associato o ricercatore CNRS ci sono dei concorsi specifici ogni anno. Anche lì, so che ci sono molti italiani che vengono a tentare la fortuna perché molto più facile di qualunque concorso da noi: più posti, meno stress e possibilità di lavorare a distanza quasi sempre. Io ancora non so cosa farò della mia vita ma non sono assolutamente preoccupata, so che con una laurea scientifica e un dottorato in tasca posso facilmente trovare lavoro anche nel settore privato, volendo.

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In Australia come altrove, il dottorato di ricerca è un percorso lungo, complesso e difficile. Spesso avrete la totale autonomia nel gestire il vostro progetto, incluso le tempistiche, burocrazia e scadenze varie. Se avete bisogno di qualcuno che vi tenga la mano passo per passo, il PhD non fa per voi. Se non riuscite a concepire l’idea di portare avanti un progetto per almeno 3 anni, il PhD non fa per voi. Ma se amate fare ricerca, scrivere e fare esperimenti, se avete un’area che vi sta a cuore e su cui sapete che c’è ancora molto da sviluppare, allora le premesse per questo tipo di programma ci sono tutte. Gli sbocchi sono tanti e vari: il PhD è il più alto titolo universitario che ci sia e di conseguenza può aprirvi molte porte, soprattutto in ambito accademico (qui in Australia per diventare professore universitario è necessario avere un PhD, ad esempio) e di ricerca. Però attenti: c’è anche il rischio di essere overqualified con un titolo del genere!

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L’Università di Sydney di Claudia

Ringrazio Greta, Debora, Dania e Claudia per averci raccontato della loro esperienza di studio all’estero e scritto tanti preziosi consigli. Speriamo che la loro storia possa aiutare chi sta valutando di iniziare un percorso universitario e per questo tutte si sono dette disponibili a farsi contattare qualora voleste saperne di più.

Come sempre io rimango a disposizione per chiunque volesse informazioni su come studiare gratis (sigh, maledetto brexit) in Scozia e potete trovarmi su Facebook, Instagram e Youtube.

A presto!

LGBT+ all’estero: storie di ragazzi che hanno lasciato l’Italia

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Oggi voglio raccontarvi le storie di alcuni ragazzi LGBT+ che si sono trasferiti all’estero, andati via da una Italia che ha – tra le altre cose – spesso negato l’esistenza delle cosiddette famiglie arcobaleno. Malgrado queste esistano e siano reali.

Qualche anno fa leggevo The Queen Father e mi capitò sotto gli occhi un suo scritto che arrivava giù duro come un pugno in faccia. Marco è un uomo italiano omosessuale che si è trasferito nel Regno Unito ma che in America ha avuto la possibilità di avere un bambino con il suo compagno. In quel post si chiedeva come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasto in Italia, cosa l’Italia gli avrebbe tolto – suo figlio non sarebbe esistito – ed in quella dolorosa ipotesi non poteva che maledire la retrogradezza del nostro stivale.

Lo puoi biasimare? Nasci TE, semplicemente TE e vivi in un paese dove le regole per TE sono diverse perché di TE conta – in negativo – solo la tua identità di genere assieme all’orientamento sessuale. Puoi essere la qualsiasi come persona ma TE bene non vai, certi diritti scordateli che non sta bene neanche parlarne troppo, i problemi saranno sempre altri.

E allora che ti rimane da fare? Stai fermo, abbozzi, fingi, rimani e lotti, spingi i muri per trovare i tuoi spiragli, combatti per le leggi fino a rovesciarle caso dopo caso, vai all’estero e torni con un bambino tuo oppure sai che c’è? Molli tutto e vai a vivere dove i diritti ed i doveri sono quelli, uguali per etero e non.

In questo post voglio raccontarvi le storie di tre ragazzi italiani non eterosessuali che hanno scelto l’estero come casa e che oggi si raccontano per voi, spiegandovi il perché della loro decisione di partire e come si sono trovati una volta fuori dall’Italia.

Ciao, presentati, chi se, da dove vieni, dove vivi oggi e cosa fai.

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Ciao! Sono Grace, anni 29 (che numero stressante: dovrebbero eliminarlo!), una parte del sud, dove sono cresciuta, e l’altra del nord, dove sono nata e ho frequentato l’università. Ho appena finito un Master a Londra e al momento sono in cerca di lavoro!

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Sono Nico, ho 25 anni, vengo dalla provincia di Sondrio e recentemente mi sono trasferito a Glasgow, ma da 6 anni vivo all’estero. Un anno in Australia, dopodiché In Scozia, tra Edimburgo, Aberdeen e Glasgow, appunto. Al momento sto studiando per un Masters in Environmental Entrepreneurship alla University of Strathclyde, fine corso Settembre 2020.

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Mi chiamo Paolo e vengo da un paesino del sud Italia ma preferisco non entrare nei dettagli. Oggi lavoro come cameriere in un paese del nord europa ma sto studiando all’università.

A che età hai capito di non essere eterosessuale?

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A 17 anni. Avete presente il cliché dello studente che si innamora dell’insegnante? Ecco. Sono (stata) io. Così come, col tempo, ho anche capito di non identificarmi del tutto nella parola lesbica (che no, al contrario di quanto ancora si pensi, seppur in modo vagamente inconscio, non è un insulto!) e all’ultimo Pride a cui ho partecipato, quando una mia amica distribuiva bicchieri con bandiere annesse, io ho scelto quella pansessuale.

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Penso di avere iniziato a farmi domande sulla mia sessualità a 12-13 anni, ma da li ad accettare la mia omosessualità è passato qualche anno.

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Quando sento che i bambini non capiscono mi viene da ridere per il nervoso, io a otto anni comprendevo le mie preferenze, mi era chiaro e lo dimostravo in tutti i modi.

Cosa è successo attorno a te quando hai deciso di fare coming out con parenti e amici? Cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo?

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Il coming out nel sud Italia di dieci anni fa, quando sei fermamente convinta di ricevere il supporto di tua madre, che ha sempre difeso i “diritti dei gay”, e quando tu sei convinta che “ma che ci sarà di male, perché mai dovrei avere l’ansia”, è stato tutt’altro che facile. O meglio, per me è stato facile dirlo la prima volta proprio in virtù di quel “non sto mica ammazzando qualcuno”. All’epoca ero innamoratissima – e felicissima – e volevo urlarlo al mondo. Ecco, dopo quella prima volta, disastrosa, detta a mamma e sorella, ci ho pensato mille volte prima di dirlo ancora. Tra gli amici ho riscontrato più un voler supportare senza sapere come, ottenendo una cosa che fosse una via di mezzo… insomma, mi sono spostata al nord proprio per questo motivo e non mi sono mai guardata indietro.

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Ho iniziato a fare coming out con amici stretti, compagni di classe, che sapevo non avrebbero avuto grandi difficoltà ad accettarmi. Qualcuno ha avuto un po’ di domande e confusione inizialmente ma hanno accettato completamente la cosa e siamo tutt’ora buoni amici. La mia migliore amica che all’epoca si poteva considerare abbastanza religiosa mi ha colpito positivamente per il cambio di atteggiamento verso l’omosessualità. Prima di fare coming out con lei sapevo che non era molto aperta nel suo punto di vista, cosa notata specialmente in discorsi fatti durante la lezione di religione (che in pratica tutti facevamo alle superiori principalmente perché più che essere un’ora di religione era una sorta di sportello per parlare tra compagni di quello che volevamo, e il nostro docente/parroco, molto aperto, faceva da intermediario). Una volta che ha effettivamente iniziato a voler capire la situazione un po’ meglio, e il fatto che 1) non è una scelta 2) ero sempre la stessa persona di prima e non facevo male a nessuno per essere me stesso, è cambiata un sacco ed è stata la mia roccia durante gli anni di scuola, che comunque sono stati abbastanza pacifici, nella mia scuola non c’erano molti episodi di bullismo. Dall’altra parte, quando feci coming out con la mia famiglia, la situazione fu l’opposto e non trovai (ne’ trovo tuttora, anche se qualche miglioramento c’è stato) il supporto che avrei voluto, o almeno una neutralità, ma piuttosto molta rabbia e incomprensione. Con questo non voglio dire che la mia famiglia mi abbia ripudiato, anzi mi hanno supportato duranti il corso dei miei studi universitari, ma il discorso più o meno rimane tuttora un tabù e passando in Italia solo per un paio di settimane all’anno, cerco di evitare di parlarne e passare le vacanze serenamente, il che non fa altro che accentuare la diversità delle mie ‘due vite’ in famiglia e all’estero.

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Ho iniziato dalla mia migliore amica ma le parole non uscivano, ha terminato lei la frase per me, sapeva tutto e questo non mi ha stupito perché qualche persona al paese già mi schifava apertamente. In casa non è andata bene ed è il motivo per il quale tengo particolarmente a rimanere anonimo, non voglio essere riconosciuto da nessuno. Dopo averlo detto a G. e qualche altra amica, ho aspettato due anni per affrontare l’argomento con i miei genitori. Ho deciso di scrivere loro e tornando a casa ho trovato la lettera strappata ma lasciata in bella vista e non una parola. Il giorno dopo mi è arrivato un pugno, io sapevo come la pensavano ma non avrei mai immaginato tanto. Mio padre ha usato la parola “frocio”, mia madre piangeva e urlava. Ho sperato tanto durante questi anni ma non ho ricevuto nulla di più, mi chiamano è vero ma fanno finta di niente, ci sono argomenti che non vogliono trattare e cose che non vogliono sapere. Questo sono io, la vita che perdono di condividere con me. Un altro episodio che mi fece male fu al liceo, quando la professoressa di religione si affrettò a dire che gli omosessuali erano contronatura ma che lei giudicava l’atto e non le persone. Comodo, davvero comodo. Mi sono preso i miei insulti al paese, ho visto le gomitate e durante una lite con un amico ho ricevuto la mia dose di “frocio”, di nuovo. C’è stato del buono ma ho sognato di andare via per tutta la mia adolescenza. Fu una professoressa a dirmi di scappare, mi mise la pulce all’orecchio, raccontandomi dell’estero intesto come il paese nel quale vivo.

Pensi che la decisione di partire sia dipesa anche dalla mancanza di diritti che abbiamo in Italia per il mondo LGBT+? E dalle cose che ancora ci autorizziamo a dire e pensare per “scherzare” o per insultare gli altri?

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Ho passato molto tempo a pensare di voler lasciare l’Italia innanzitutto per me stessa, per crescere e mettermi alla prova, capire cosa fossi in grado di fare. Quando l’ho fatto, da un giorno all’altro, con solo bagaglio a mano, non ho dubitato neanche per un secondo di doverlo fare per avere una vita più serena anche dal punto di vista personale e sentimentale. È inconcepibile che si parli di “mondo/diritti LGBTQ” come se fossimo “l’altro”, una entità a parte. Penso che l’Italia abbia ancora tanta strada da fare per assorbire il concetto di inclusività.

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Sicuramente all’epoca quella fu una delle motivazioni principali, insieme alla situazione in famiglia e il volere andarmene per la mia strada. Non ho guardato indietro, e non seguo gli sviluppi come magari dovrei, ma se non erro ora qualche diritto un più c’è, ma rimane il fatto che la gente ancora si senta libera di denigrare persone che divergono dal loro standard di ‘normalità’ e il ‘dovere’ di fare la battuta del momento.

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Credo di aver involontariamente risposto a questa domanda ma vorrei mettere in chiaro quanto segue e cioè che posso ridere con voi di alcune parole ma fanno male e ancora di più sentirsele sparare in faccia come un insulto quando invece sono io, Paolo, gay e mille altre cose, tutto qui. In Italia potrei avere una unione riconosciuta ma non adottare, non se ne può parlare senza alzare uno schermo di frasi vuote e tutte uguali. La mia vita è una e non la posso sprecare in Italia, non posso sprecarla in paesi medioevali che non vogliono riconoscermi come essere umano, capace di amare e con il potenziale di poter dare.

Nel paese che ti accoglie ti senti più tutelato e riconosciuto che in Italia? Ti senti libero di prendere per mano il tuo/la tua partner?

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Penso che tutto il mondo è paese e se sei nella situazione sbagliata al momento sbagliato, essendo comunque parte di una minoranza, e in quanto tale non capìta, poco importa che tu sia a Londra o in Calabria. Il contesto fa molto. Ma sicuramente mi sento più libera di essere me stessa in una metropoli da otto milioni di abitanti.

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Molto di più. A parte le leggi che danno più diritti e tutele, la cosa bella del Regno Unito e che alle persone, detto terra-a-terra, non interessa quello che fai, non fai male a nessuno alla fine. Ho alcuni amici che hanno fatto coming out con la famiglia qui e la risposta che hanno ricevuto è stata più o meno ‘..and?..’, per dire che sia che tu sia eterosessuale, omosessuale, o come tu voglia definirti, non fa nessuna differenza. Certo, anche qui fanno le battute, anche in TV, ma sono fatte in un ambito diverso e senza nessuna cattiveria o intenzioni maligne. In generale, la discussione è più aperta e punta verso al provare a capire i vari punti di vista. Ovvio, anche qui ci sono le persone che non sono aperte, ma stanno sulle loro e se una persona prova ad attaccare qualcun altro verbalmente o peggio, molte di più prenderanno attivamente la tua parte. Comunque sia, in oltre cinque anni qui, non ho mai personalmente subito o visto un attacco omofobo. E le persone che dall’Italia dicono ‘incontrerai persone che si opporranno a quello che sei’ dico sempre ‘beh, non saranno miei amici’, per dire che alla fine essendo chiuse mentalmente, ci perdono loro, mica io, è il loro punto di vista che è minoritario.

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Baci in pubblico ne ho dati pochi, il mio partner è di qui ed è piu’ sciolto di me. Questo fa parte di quello che mi hanno tolto, la sicurezza di vivere alla luce del sole come qualsiasi altra coppia. Per i diritti invece, qui è un altro mondo.

Prossima meta? Dove ti immagini tra qualche anno?

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Sono momentaneamente rientrata in Italia dopo appena un anno a Londra dove progetto di rientrare tra qualche mese… Londra contiene il mondo al suo interno quindi credo avrò molto da vivere prima di volermi spostare di nuovo – ma mai dire mai!


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Ci sono varie possibilità. Mi piacerebbe rimanere in Scozia per qualche anno ancora, anche se il tempo scozzese e la mancanza di stagioni ‘proprie’ si fa sentire. Questo Paese mi ha dato tanto e vorrei ricambiare. Mi piacerebbe tornare in Australia, ho ancora un anno di visto che posso usare fino ai 31 anni. E il mio ragazzo ha un lavoro che lo potrebbe portare in America per qualche anno, per cui andrei con lui se la possibilità dovesse materializzarsi.

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Voglio rimanere dove vivo, lavorare, sposarmi, comprare una casa nel quartiere che sognamo, avere dei figli.

Partire è stata la decisione giusta? Rifaresti tutto da capo?

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Ogni singola virgola.


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Rifarei tutto, guardo agli ultimi 6 anni come un processo di crescita immenso. Certo alcune cose le avrei fatte diversamente, ma penso che il pensiero passi a tutti. Sono molto contento della mia situazione in cui mi trovo al momento e guardo al futuro con molta speranza. Al mio ego 16 enne direi quello che sembra un cliché, ma è proprio vero – It does get better!

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Lo rifarei e lo consiglio a tutti coloro che vogliono esistere sul serio.

Ringrazio le tre persone alle quali ho lasciato la parola e che con gentilezza e generosità hanno accettato di raccontare la loro storia privata, converrete con me che abbiano fatto un grande servizio a chi li leggerà in cerca di risposte ed indirettamente anche a tutti gli altri avventori.

Prima di lasciarvi, vorrei provare a raccontarvi i pro di due delle realtà estere che ho potuto conoscere durante il mio vivere fuori, così che possiate fare i vostri conti e avere una visione più dettagliata.

LGBT+ in Australia, quali sono i diritti? Si puo’ adottare?

C’è l’Australia che è tanto avanti, dove il sole scotta, il lavoro c’è e puoi trasferirti a dare un’occhiata per un anno o due con una cosa bellissima che si chiama Working Holiday Visa. E magari rimanere con uno skilled visa o una sponsorizzazione. Ma se fai parte della comunità LGBT+? Ti conviene valutare l’Australia? Vi stupirà ma anche in un paese così lontano da tutto è stato difficile veder ottenere dei diritti tanto basilari come quello alla famiglia. Dal 2017 è possibile sposarsi tra persone dello stesso sesso su tutto il territorio e dal 2018 è possibile per la comunità LGBT+ adottare (tranne nel Northern Territory, dove c’è Darwin, per intenderci).

La comunità LGBT+ in Gran Bretagna, ovvero: conviene andare a vivere in Inghilterra e Scozia

E’ viaggiando che ho visto le prime persone dello stesso sesso per mano e le persone transgender lavorare alla luce del sole (sebbene, siano ancora oggi tra i più bistrattati) ma solo nel Regno Unito ho capito quanto l’Italia fosse indietro. In Inghilterra le unioni civili tra partner dello stesso sesso esistono dal 2004 e la legge sui matrimoni (Poiché la precedente, nella sua eccezione, era discriminatorio) dal 2011. In Scozia i same-sex marriage sono legali dal 2014 mentre per la, per molti versi retrograda, Irlanda del nord dal 2020. Le adozioni invece? Possono adottare gli omosessuali, i trans e tutti gli altri, nel Regno Unito? In Inghilterra e Galles è possibile adottare dal 2002, ragazzi. Da quasi vent’anni. Due generazioni ne hanno già beneficiato dimostrando che, sorpresa, le adozioni gay (etc) non creano mostri ma famiglie. In più, non devi essere neanche sposato per avere la tua famiglia. Quasi il 10% dei bambini strappati ad istituti ed orfanotrofi viene ogni anno adottato da persone LGBT+. Da dieci anni le stesse regole valgono per la Scozia, omosessuali e trans possono adottare e prendersi carico dei bambini attraverso l’attività di fostering (affidamento, che viene peraltro sostenuto da incentivi statali). E sapete una cosa? Nel Regno Unito anche i single possono adottare perché un genitore è meglio di nessun genitore ed una vita senza una base sicura. Le famiglie con un solo genitore sono infatti il 25% del totale.

In termini di diritti LGBT+, la mia conoscenza del mondo si ferma qui ma c’è tanto altro e quindi vi invito, se casa vi sta stretta, a trovare il vostro posto in un paese che vi somigli e rispetti, qualsiasi sia la vostra identità, il vostro aspetto, la vostra storia e qualsiasi siano i vostri sogni.

Vi lascio, alle vostre considerazioni e vi aspetto come sempre tra i commenti, su Instagram e su Facebook.

Trasferirsi all’estero da sola, storie di donne che si sono prese e portate via

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All’estero da sola, questo sono le storie di chi lo ha fatto.

L’espatrio non è una gara ma se la fosse io riconoscerei la vittoria a tutti coloro che partono da soli perché malgrado le fanfaronate che leggerete online, quelli saranno gli unici a sapere cosa voglia dire ricominciare senza rete alcuna, senza qualcuno con cui smezzare le bollette in caso di perdita di lavoro o che possa accompagnarti se mai dovessi correre in ospedale.

Sono quelli che non lo fanno perché devono ma perché non c’è scelta, quelli che poi incontri lungo il tuo percorso e vedi cresciuti, con una marcia in più ed una determinazione che forse non avrebbero mai saputo di avere se fossero rimasti in Italia, fermi o continuando la vita di sempre.

Il post di oggi è dedicato ad una specie di viaggiatori solitati che sembra quasi esotica e rara, quella delle donne che si sono prese e trasferite all’estero da sole. Una specie che esiste e scalpita per fare e ricominciare, ovunque nel mondo.

Stai pensando di trasferirti all’estero da sola ma non sai da dove iniziare?

Ti presento Silvia che dopo l’esperienza in Scozia ha capito di voler studiare per un master in Italia, Bianca che aveva solo 19 anni quando è partita come aupair per gli USA, Giorgia che con la sua laurea inglese ha lavorato in mezzo mondo e Francesca che dalla Toscana ha raggiunto il nord della Scozia.

Questi sono i racconti di quattro donne diverse che si sono trasferite all’estero da sole, ricominciando da zero.

1) Un piccolo check, mi confermi che è vero? Sei una donna, sei nata in Italia ma ad un certo punto ti sei trasferita all’estero da sola? Ma allora si può fare?

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Sono Silvia, ho 27 anni e sono una pugliese DOC trapiantata in Toscana per l’università. Anche se mi sento ancora parecchio randagia, al momento. Sono laureata in scienze erboristiche e ora sto studiando per diventare nutrizionista, e nel mezzo ho vissuto un anno a Edimburgo e girellato per qualche mese qui e là per la Gran Bretagna da sola grazie ai progetti di volontariato WWOOF UK ed HELPX.

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Mi chiamo Giorgia, ho 36 anni, sono nata a Pordenone in Friuli e ho lasciato l’Italia da circa 8 anni. Al momento vivo in Scozia, dove lavoro come brand home guide in una distilleria di whisky.

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Tutto vero! Bianca, attualmente 21 anni, Italiana, italianissima anche se non indovina mai nessuno! Passioni? Viaggiare, leggere e scoprire nuovi cibi, come dicono qui: you are definitely a foodie! Ci sarebbe anche pallavolo, che faccio solo perché mi piace ma in realtà sono una schiappa. E yoga che mi rilassa e mi aiuta ad apprezzare ciò che ho.

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Confermo tutto. Mi chiamo Francesca, ho 29 anni e sono nata e cresciuta in Toscana. Sono partita la prima volta l’anno scorso a febbraio, dopo aver lasciato un lavoro che mi dava tanto stress e troppe ansie. Avevo bisogno di cambiare aria e così, insieme ad un’amica, decidemmo di mollare tutto per un mese e andare in Scozia. Non sapevamo ancora quanto quel mese di prova avrebbe inciso sulle nostre vite. Dopo quel mese sono tornata in UK da sola, con un biglietto di sola andata e nessuna idea di cosa fare dopo. Però sì, partire da sole e rifarsi una vita all’estero è possibile.

2) Quali sono state le reazioni quando hai detto che ti trasferivi all’estero da sola? Pensi che abbiano reagito diversamente con te, in quanto donna?

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All’inizio un sacco d’ansia all’idea di trasferirmi all’estero da sola! Dovevo ancora finire gli ultimi esami della triennale, volevo andare all’estero completamente da sola per quasi due mesi e sarei stata in un villaggio sperduto nelle campagne del Somerset, lontano da qualsiasi grande città. I miei genitori erano ovviamente preoccupati, e questo non aiutava il mio essere una persona molto insicura ed ansiosa. I fatti di cronaca degli ultimi anni hanno ovviamente contribuito alla preoccupazione, una ragazza che viaggia per conto proprio?

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Mi reputo molto fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre appoggiata in tutto per tutto. Nel mio nucleo principale familiare siamo tutte donne: mia madre mi ha sempre incoraggiata ad essere indipendente e ad imparare a cavarmela da sola, quindi è sempre stata dalla mia parte.

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Credo che nel mio caso la situazione sia un po’ differente, sono andata all’estero da sola quando avevo 19 anni, perché volevo imparare l’inglese! La famiglia era dalla mia, un po’ stupiti e spaventati, non vuoi certo mandare tua figlia da sola in the USA quando è poco più che un adolescente! Ad ogni modo, prima di partire per la mia grande esperienza, avevo deciso di fare un weekend da sola, in una città Europa, così per vedere come me la cavavo, per iniziare a capire, com’è dover contare solo su se stesse. Così decisi, con i miei primi soldini guadagnati con il lavoro part-time da cameriera, di prendere un volo e andare 3 giorni a Malaga. Insomma, niente di impossibile, in Spagna, in Europa. Ostello prenotato, cosa potrà mai succedere? Spiccicavo due parole di inglese e in ogni caso in Spagna, preferiscono se parli italiano. Immaginate: io felice con l’emozione di sentirmi grande, con la voglia di crescere e farcela con i miei piedi, parlo dei mie futuri progetti Spagna e Usa, con alcuni dei miei amici. Una cara amica mi risponde, che probabilmente sto sprecando il mio tempo e che perderei un anno di università, che non mi darà futuro. La stessa università dove non trovi posto dove sederti. Ma c’è un episodio di cui vorrei parlare oggi, alla notizia del mio viaggetto, Il fidanzato di una mia cara amica mi risponde tutto fiero e felice che se fossi stato io la sua fidanzata non mi avrebbe mai e poi mai lasciato andare da sola, prosegue poi aggiungendo che sicuramente mi sarebbe successo qualcosa e che il mondo non è sicuro per una ragazza che viaggia da solaRagazzo di 23 anni, Italia. 2017. A Malaga ci sono andata lo stesso ovviamente, ed è stata meraviglioso. Come previsto.

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Diciamo che le reazioni sono state, in famiglia, per lo più di sgomento. Nessuno dei miei parenti si aspettava che avrei fatto una cosa del genere e sono rimasti tutti stupiti quando non solo ho mollato il lavoro e sono partita, ma soprattutto quando ho deciso di restare in Scozia. Non credo sarebbe cambiato molto se fossi stata uomo, perché alla fine le frasi erano più sul “E se poi te ne penti?” oppure il classico “Ma non ti manca la famiglia?” e poi il sempre presente “Tanto la nostalgia ti fregherà”. Per contro, gli amici erano entusiasti. Certo non è stato facile nemmeno per loro, però almeno sono stati più incoraggianti.

3) Cosa cercavi all’estero che non avevi in Italia? Cosa ti ha spinta a trasferirsi da sola in un nuovo paese?

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È un cliché, lo so, ma cercavo un po’ me stessa. E scappavo da cose che non riuscivo ad affrontare. All’inizio viaggiare da sola mi ha fatto riprender fiato, poi mi ha aiutato a conoscermi e capirmi un po’ di più. E nel mentre mi ha dato soddisfazioni personali e lavorative che in Italia non ho avuto.

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Il mio sogno era imparare bene l’inglese e avere la possibilità di laurearmi all’estero. Non ero felice della vita che avevo in Italia, avevo fatto un corso per estetista e noleggiavo apparecchiature per uso estetico ma ero stufa e volevo un cambiamento. Ho deciso di fare domanda ad alcune università in Regno Unito per vedere se poteva esserci un’occasione per cambiare vita e mi è andata bene. Da lì in poi non mi sono più fermata.

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Cosa cercavo? Il mio posto nel mondo. La positività, la voglia di credere in qualcosa che funziona, un lavoro gratificante. Un ambiente che ti sprona a migliorare, delle persone accanto a te che vogliono migliorare. Che lottano per migliorare ciò che è attorno a loro, quello che possono. Una community. Ma soprattutto cercavo un’esperienza.

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Personalmente sono partita perché avevo ed ho ancora bisogno di trovare la mia dimensione. Vedere e capire cosa voglio veramente dalla mia vita. Lo so che non importa espatriare per farlo, però a me è servito molto più che cambiare semplicemente casa. Perché essere distante fisicamente ti aiuta a diventarlo mentalmente e non è per forza una cosa brutta. In questo modo puoi vedere situazioni, persone e persino te stesso sotto un’altra luce.

4) Avevi delle paure all’idea di lasciare l’Italia? Come le hai sconfitte?

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La paura di non farcela e dover tornare indietro con la coda tra le gambe, o di avere aspettative troppo grandi che sarebbero state deluse. Sicuramente la paura della solitudine.

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Il cambiamento fa sempre paura ma allo stesso tempo è una fortissima spinta a tirare fuori il meglio di me e che mi fa sentire viva. Non ho paura dei cambiamenti e dei trasferimenti ma essendo da sola, non parto mai se non ho già un lavoro/contratto in mano. Ho sempre scelto paesi dove si parla inglese, per sentirmi più sicura. La casa si trova una volta sul posto.

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Sarò onesta, ero terrorizzata. All’aeroporto, ho pianto come una bambina, salutavo la famiglia e piangevo al security point, ho pianto per almeno 3 delle 9 ore che mi hanno portata a New York. Sentivo che forse non ero pronta ad andare da sola dall’altra parte del mondo, che il mio inglese non era abbastanza buono e che non mi sarei mai integrata. Che sicuro la mia hostfamily non mi avrebbe accettato, che i bambini mi avrebbero odiato. Come le abbiamo sconfitte? Affrontandole, all’aeroporto a NY mentre io mi impanicavo nell’attesa di prendere il mio volo e conoscere la mia hostfamily, un ragazzo, che poi diventerà il mio primo amico americano, mi rivolge la parola chiedendomi che gruppo ero? Immaginatevi io? Quale gruppo? Eh si, perché United Airlines per imbarcare i suoi passeggeri li divide in gruppi. Insomma. a primo impatto tutto bene, gli americani si sa, sono molto alla mano. Avere qualcuno con cui condividere le proprie paure, giova sempre. L’arrivo ad Atlanta ed e i primi giorni sono stati un po’ duri, i nani non erano ovviamente abituati ad avere una nuova Au pair. Io nel frattempo imparavo a guidare una macchina enorme, che era considerata la più piccola della casa. E scopro che i 2 dei 4 nani di cui mi prenderò cura, hanno dei disturbi del comportamento e prendono delle medicine (che gli do io, ogni mattina) per poter seguire le lezioni a scuola e restare calmi.

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Quando ad aprile dell’anno scorso l’amica che sarebbe dovuto tornare con me in Scozia mi ha dato buca (non per colpa sua) mi sono ritrovata ad un bivio: partire da sola per tornare all’estero e lavorare oppure tornare con la coda fra le gambe nel mio vecchio posto di lavoro e riprendere la stessa vita che sognavo di abbandonare? Messa così sembra una scelta facile ma non lo era. Io amo le comodità, lo ammetto, ed avere un lavoro dove entri alle 11:30 del mattino è oggettivamente comodo. Però volevo anche provare qualcosa di diverso, di completamente diverso e soprattutto volevo mettermi alla prova. Così sono partita, ho preso per la prima volta un volo da sola, sono stata per la primissima volta in vita mia a Londra ed ero sola, ho preso la metro all’estero da sola, ho pianto nel bagno dell’ostello perché pensavo di non farcela ma poi mi sono motivata, da sola. E ripensandoci adesso, mentre rispondo a queste domande, vorrei poter tornare indietro alla me di molti anni fa, darle una pacca sulle spalle e dirle di non avere paura, perché dentro abbiamo tutta la forza che ci serve.

5) Quale è stata l’avventura più brutta e quale l’episodio più bello vissuto all’estero?

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Cose davvero brutte non ce ne sono state, cioè pensandoci non mi viene in mente nulla che possa rientrare nella definizione. Forse quella volta che ho sbagliato a calcolare il percorso e camminato per più di un’ora a piedi con lo zaino sulle spalle in una città sconosciuta, senza contanti per comprare il biglietto. L’episodio più bello vedere Drumnadrochit imbiancata dalla neve perché sembrava un villaggio fatato.

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Non mi sono mai trovata in situazioni veramente brutte o pericolose, la cosa “peggiore” è stata passare Natale dell’anno scorso, completamente sola, a fare un trasloco. Cose belle successe sono tante ma in primis le amicizie che ho trovato, dall’università in poi, che ancora mantengo. A Gennaio 2019 sono tornata in NZ per un matrimonio e rivedere i miei capi, colleghi e amici è stato bellissimo.


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Avventura più brutta? Stavo guidando, portavo i nani a scuola, i genitori erano volati alle Bahamas per una vacanzina e io avevo il controllo dei miei 4 bambini e delle casa con gli altri 3 animali annessi, insomma big step! Sto guidando, stiamo andando a scuola, I’m really proud of myself perché è tutto perfetto e siamo in orario quando uno dei nani decide di schizzare e litigare con il fratello, stanno litigando ma siamo quasi arrivati a scuola… al che il fratello grande trova un libro in giro e decide di sbattere in faccia il libro al fratellino, che ovviamente inizia a piangere mentre gli cade in mano metà di un dente. Siamo esattamente davanti all’entrata della scuola e i genitori sono in volo per le Bahamas. Io non ho il numero del dentista perché insomma mica ti immagini una situazione del genere… chi ci ha pensato a chiederglielo! È il mio terzo mese ad Atlanta e il mio inglese è ancora molto limitato. Me la sono cavata alla fine, ma è stata una di quelle esperienze che ti fa pensare: se sopravvivo a questo posso sopravvivere tutto. #girlspower! Esperienza più bella? Tante, tantissime! La mia bambina che mi chiama sorella e le manco quando sto via il weekend. Thanksgiving al mare in Florida, davanti ad un bond fire, un tramonto e some junk food americano, le cene thailandesi dove ti cucinano davanti, con i bambini che sono stupiti di te che non hai mai mangiato thailandese e ti devono far assaggiare tutto, i viaggi e i mille posti spettacolari, i parchi nazionali, i 25 giorni con lo zaino in spalla da sola in giro per l’America, tutte le persone straordinarie che ho conosciuto. La voglia di conoscere, la curiosità degli americani. E il loro considerarsi italiani anche se l’italiano non lo parlano e non ci sono mai stati in Italia. Il sentirsi always welcome no matter where you come from. Vedere la mia famiglia dopo 13 mesi.

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Sai che mi sto sforzando per isolare due esempi? Non riesco a ricordare un’avventura che possa veramente timbrare come brutta, vorrei usare il termine spiacevole. Come quelle volte in cui nel B&B succedono casini e la gente viene da me a chiedere di metterci una buona parola con la proprietaria, oppure quando la gente combina qualcosa ed io ci finisco in mezzo perché sono la più “anziana” fra le helpexer. Queste più che essere cose brutte sono cose fastidiose, cose che se vuoi ti fanno anche arrabbiare, però alla fine passa tutto, un po’ come vivere in famiglia. Per quanto riguarda l’episodio più bello direi che possiamo infilarci ogni volta in cui qualcuno mi ha dimostrato della stima. Penso non ci sia niente di più bello che sentirsi stimati ed apprezzati dove si vive e dove si lavora.

6) Mi racconti il tuo percorso? Dove hai vissuto da quando hai lasciato l’Italia?

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Mi sono trasferita all’estero da sola nel 2017, a Milverton, un villaggio nelle campagne del Somerset, con tappe intermedie a Bristol e Newport, come volontaria in un’azienda agricola che produceva piante officinali. È stata la prima vera boccata di libertà e ce la faccio anche da sola; ed è stato bellissimo. Poi Highlands a febbraio 2018, con un’amica che dopo quel viaggio è diventata ancora più amica, come housekeeper in un B&B vicino a Lochness. Quello è stato il viaggio che mi ha dato la scossa, perché già mi piaceva la Scozia, lì ho capito di volerci vivere. Infine, il 5 novembre 2018 ho preso il volo di sola andata per Edimburgo, dopo aver lasciato il lavoro che avevo iniziato a giugno e che era più o meno stabile. Ero in pieno burn out e avevo bisogno di scappare dal casino che avevo intorno e dentro. Mi sono detta, o adesso o mai più: avevo qualche soldo da parte e nulla che mi bloccasse in Italia. Mi sono sentita una persona nuova. Sono una persona nuova, anche se sono di nuovo in Italia per adesso, so che la Silvia che ha preso quel volo non è la Silvia che sta rispondendo a queste domande.

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Mi sono trasferita all’estero da sola a 28 anni. Ad l’Essex in 3 anni mi sono laureata in Scienze animali e produzione animale. Volendo lavorare in agricoltura ma senza nessuna conoscenza o background nel settore, mi sono iscritta ad un’agenzia che mi ha aiutata a trovare lavoro come apprendista contadina in Nuova Zelanda. Lì ho lavorato quasi un anno in un’azienda agricola per la produzione del latte, ed è stata un’esperienza incredibile. Alla fine dell’anno ero però pronta a tornare un po’ più vicina a casa ed ero anzi piuttosto determinata a trovare lavoro in Italia e fermarmi. Purtroppo, in patria non c’è mai stato nemmeno un colloquio e alla fine ho trovato lavoro in Irlanda come rappresentante. Giravo per le fattorie e tentavo di vendere integratori per gli animali, con scarso successo, tanto che l’esperienza è finita in meno di 1 anno. L’ultima tappa è stata la Scozia, dove ho iniziato a lavorare di nuovo con le mie amate mucche, sempre come aiutante nella mungitura e l’allevamento dei vitelli. Purtroppo a settembre 2018 sono stata trasferita in una azienda agricola dove mi hanno fatto rivalutare le mie priorità, al punto di decidere per un nuovo cambiamento radicale: ora lavoro nell’industria del whisky e sono davvero felice.

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Tappe? Dopo i 13 mesi un po’ ad Atlanta e un po’ in giro tra Messico, Canada, ho deciso che bisognava testare se questo inglese era effettivamente migliorato, così ho deciso di fare IELTS, scoprendo che, sorpresona, ho un C1! Huhuhuhuh! Dopo il mio anno in America, la mia hostfamily si aspettava che io estendessi e restassi con loro per almeno altri 6 mesi ma io ero stanca, l’inglese ormai lo sapevo, sentivo che ero cresciuta, cambiata, il corso al college era finito e a me iniziava a stare tutto un po’ stretto. Quindi decido di tornare in Italia, solo per un po’ giusto il tempo di farsi coccolare, con in mente di trovare un lavoro mettere da parte qualche soldino, nell’attesa della nuova esperienza. In Italia, beh, non mentirò: è stata dura riadattarsi, durissima. Di fatto lo dicono tutti, andare è facile, perché tutto è nuovo e l’adrenalina ti aiuta. Tornare è tutta un’altra storia. Per i primi 4 mesi dal mio ritorno, ero convinta che tornare fosse stata una scelta terribile. Sbagliata, sconveniente. In Italia, un lavoro degno di essere chiamato tale… per me, non c’era. Mi proponevano solo stage in cui venivo pagata una miseria, meno di 5€ l’ora, in una città dopo il cappuccino lo paghi 2.80€, mi sentivo demoralizzata e arrabbiata. Ero così contenta di essere tornata nella mia amata Italia! E così mi ringraziava? Così dopo aver avuto mesi di sconforto, ho deciso di andarmene. All’università in Italia non c’ero già entrata l’anno prima, che a quanto pare 80 come voto della maturità per mediazione linguistica a Milano, non era abbastanza. L’inglese ora lo sapevo, e quindi ecco che inizio a mandare application ovunque, in Scozia, in Danimarca ho persino considerando l’Olanda. Una volta accettata all’Universitá in Scozia, sono partita di nuovo per l’estero da sola.

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Il mio viaggio ad essere sinceri non è stato molto lungo. La Scozia è stata la mia prima trasferta e per adesso anche l’unica. Ho subito trovato un ambiente accogliente, persone generose e gentili pronte a darmi una mano ed eventualmente anche un posto dove stare. Non so se resterò per sempre qui, nella mia testa in un angolo c’è l’idea di tornare in Italia, ma solo quando sarò abbastanza forte e sicura di me, quando sentirò che tornare è la cosa giusta per me senza sentire il peso di aspettative esterne. Per adesso sto bene qui, ho meno pensieri e qualche certezza in più. Sono decisamente contenta di aver preso quell’aereo un anno fa.

7) Dopo esserti trasferita da sola all’estero, cosa sogni per il tuo futuro?

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Sogni materiali e facilmente realizzabili: tornare in UK subito dopo la magistrale e stabilirmici definitivamente. Se posso sognare in grande, invece: se continuerà a piacermi così tanto la recitazione (tra le cose pazze che ho iniziato a fare dopo essere tornata in Italia, c’è un corso di teatro che mi sta piacendo da matti!) vorrei provare ad entrare in una drama school, magari a Glasgow o Cardiff. Nel mentre, il sogno nel cassetto che coltivo e coccolo da anni e che ora prende forma, è pubblicare il romanzo che ho scritto. Magari migliorerò abbastanza per poter scrivere in inglese.

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Fermarmi in un posto per quasi 3 anni è assolutamente un record per me (gli anni dell’università non contano) e sono molto felice di dove sono e quello che faccio, la Scozia è diventata la mia seconda casa. Per il momento continuerò su questa strada però sono una zingara di animo e non escludo in futuro di spostarmi ancora. Credo che l’industria del whisky sia un settore dove c’è possibilità di crescere molto quindi leggo, studio, mi informo e tengo gli occhi aperti, se ci saranno opportunità interessanti non ci penserò due volte e manderò il mio cv.

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Per ora studio a Edimburgo e adoro tutto, i professori sempre così disponibili, i charity shops, le associazioni che cercano di aiutare e vengono in università per farsi conoscere, perché l’informazione è tutto. Il senso di community che c’è intorno. Il fatto che qui tutti fanno un po’ di volontariato, anche per l’università. La rappresentano, perché sanno che gli ha dato molto ed è giusto dare indietro qualcosa. In programma c’è già un internship all’estero e un Erasmus al terzo anno. Il sogno? Viaggiare, esplorare, imparare nuove lingue, ubriacarsi di persone, non fermarsi mai, davanti a nulla. Un lavoro part-time che mi soddisfa e mi piace da morire, l’ho trovato, in meno di un mese dal mio arrivo, e mi hanno fatto subito il contratto e che ve lo dico fare non da stagista, in due settimane lavoravo, da sola. Insomma, molto bene, considerando che l’inglese non è la mia lingua madre e qui non sono americani, ci tengono all’accento. 

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Non ho la minima idea di cosa mi riservi il futuro. Non scherzo, per il mio modo di fare vivo molto alla giornata, anche se delle volte mi rendo conto che pianificare almeno due cosette non mi farebbe male. Diciamo che ci sono un paio di progetti che potrebbero prendere vita a primavera, di più non posso dire anche perché non c’è niente di certo, solo la mia indecisione. Il sogno nel cassetto è quello di potermi fermare e dire a me stessa “Sto bene così”, voglio avere quella sensazione di tranquillità e benessere che per adesso non riesco pienamente a provare. Che sia qui in Scozia o in Italia poco importa.

8) Cosa puoi dire ad una donna che vuole trasferirsi all’estero da sola?

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La paura è normale, e non passa mai del tutto. Ma non permettetele di bloccarvi. Prendete quell’aereo, prenotate quel viaggio, comprate il biglietto di sola andata per quella città che vi piace tanto: se non sarà all’altezza delle vostre aspettative, mal che vada tornerete indietro con un’esperienza in più. Ma se andasse bene, potrebbe cambiarvi la vita.

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Avrei sempre voluto trovare qualcuno con cui condividere viaggi, trasferimenti, vita all’estero, ma non è stato il mio caso. Non per questo ho rinunciato, anzi, ho imparato a fare tutto da sola e a cavarmela. Non aspettate il momento perfetto o la persona giusta a fianco, se avete davvero desiderio di cambiare o di partire, fatelo! La ricompensa c’è sempre e anche se dovesse andare male, si può sempre tornare in Italia. Buona fortuna!

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Partite, andate, a volte sarà difficile ma ne sarà sempre valsa la pena. Anche solo per le persone che conoscerete, per l’autostima dentro di voi che sentirete crescere giorno dopo giorno. Con la consapevolezza di averci provato fino alla fine, fino all’ultimo. Fatelo per voi stesse, ma se nel caso avesse bisogno di un fattore esterno che vi sproni, allora fatelo per quella persona che c’è sempre nelle vite di tutti, quella che deve sempre buttare giù gli altri, che vi deve dire che non ce la farete e che se ce la fate, siete state solo fortunate… come quel ragazzo, nel mio caso. Leggete, informatevi perché l’informazione e l’organizzazione sono le basi per il successo. Poi impacchettate le vostre quattro cose e partite, andate. E non dimenticatevi l’entusiasmo! 

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Avere paura è normale, mi viene in mente una citazione di Doctor Who “La paura è un superpotere”. Io ero terrorizzata quando ho preso per la prima volta l’aereo da sola, sapevo dove stavo andando – all’estero da sola – ma ero comunque terrorizzata. L’importante è saper usare quella paura. Non voglio dirvi che è facile, perché non lo è, io ho impiegato anni ad uscire dalla mia comfort zone e ho dovuto chiedere aiuto. Però ecco, credo che partire da sole, che sia per una vacanza o per espatriare, sia una delle esperienze più belle che si possano fare. Quando viaggi da sola devi per forza ascoltare te stessa, non ci sono compromessi da fare con genitori o fidanzati, se vuoi uscire esci, se vuoi stare tutto il pomeriggio in camere puoi farlo senza che qualcuno ti faccia notare che secondo loro stai sprecando tempo, anche perché il tempo che passiamo con noi stessi non è mai sprecato. Viaggiare da soli, come anche vivere da soli, aiuta a conoscersi meglio. Lo so che sembrano frasi fatte ma è la verità, almeno da quello che ho sperimentato e sperimento tuttora. Per concludere, prendete la vostra paura a piene mani e trasformatela in qualcosa di bello. Non deve essere per forza un viaggio dall’altra parte del mondo, può essere anche solo un weekend in quella città a due ore di treno da voi, ma fatevi questo regalo e provate a darvi una possibilità. Ne vale la pena.

Queste erano le storie di quattro donne che in fasi diverse della vita si sono trasferite all’estero da sola, trovando uno spazio e delle risposte. Resteranno? Torneranno indietro? A mio parere queste sono le domande meno interessanti in questa narrazione che ci ricorda semplicemente che tutte possiamo prenderci e portarci via, provare ad andare e a ricominciare da noi, scoprendo che il centro del nostro mondo eravamo sempre state noi.

Se una storia vi ha particolarmente toccato, se in una di queste storie vi siete riconosciute e ritrovate o se avete ulteriori domande da porre alle nostre ospiti, ecco dove trovarle: Silvia, Bianca e Francesca sono disponibili su Instagram mentre all’occorrenza posso mettervi in contatto con Giorgia.

Vi lascio con le fotografie che queste quattro donne hanno scelto per farvi sognare un poco, per ogni altra informazione, scrivetemi una mail o come sempre ci vediamo su Instagram e Facebook.

P.S. Che dici? Pronta a trasferirti all’estero da sola?

Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

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È possibile trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni? Lo chiedo perché continuo a ricevere messaggi che suonano un po’ tutti simili e che si riassumono in questo: vorrei vivere all’estero, vorrei darmi una possibilità ma quel treno è salpato perché ho già una età.

C’è quindi una età ed una sola per trasferirsi all’estero?

No, non c’è ma non è qualcosa che ho sperimentato personalmente, la mia è l’esperienza di una che ha lasciato l’Italia a trent’anni in punto e anche se non è stata proprio una passeggiata, non c’è nulla che non rifarei, nulla che non vi augurerei di quel buono che ho sperimentato. Nulla che non possiate prendervi con l’impegno ed il visto giusto (che, vi ricordo, non vi servirà in Europa dove sarete cittadini e con la sanità garantita, da subito).  

Non me la sono però sentita di lasciarvi ascoltare solo la mia esperienza al riguardo e così sono entrate in gioco le tre donne favolose che quel salto sulla mappa a piedi pari, quello dopo i 40 (ma anche dopo i 50!), lo hanno fatto e che nella loro generosità hanno deciso di partecipare a questa intervista per aiutare gli indecisi a fare chiarezza.

Vi presento Barbara partita a 45 anni per la Baviera (ora lavoratrice dipendente), Rossella arrivata a Malta quando aveva 50 anni (ora libera professionista) e Giliola, una cinquantasettenne che sette anni fa si è trasferita con il marito in Repubblica Ceca (dove ha aperto il suo negozio).

Queste sono le loro storie e sono tutte diverse, ve le lascio nella speranza che possano aiutarvi a prendere una decisione e realizzare che non è mai troppo tardi quando vuoi qualcosa.

Ciao e grazie per questa intervista. Posso chiederti chi eri in Italia e cosa ti ha fatto scattare l’idea di trasferirti all’estero a quarant’anni o più ?

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Sono Barbara, originaria di Roma, oggi 48 anni e 3 anni fa mi sono trasferita con marito e figlio in Germania. In Italia lavoravo da anni nel recupero crediti con notevole stress. Per il tipo di lavoro e per la qualità di vita che avevamo, non eravamo soddisfatti, ma due lavori a tempo indeterminato ci frenavano e facevano accantonare il desiderio di tornare all’estero, dove avevamo vissuto per tre anni una decina di anni prima. Poi nel giro di sei mesi, la sede della società per azioni per cui lavoravo chiuse i suoi uffici di Roma e licenziarono tutti, compresa me, mentre mio marito fu messo in pensione anticipata. A quel punto tutti i timori e la paura del grande salto ci parvero meno spaventosi dello scenario che di lì a poco, si sarebbe aperto per noi. Due quasi cinquantenni senza nessuna prospettiva lavorativa ed ancora un sacco di sogni da realizzare.

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Non amo raccontare tanto di me stessa ma ci provo. Sono nata ben 56 anni fa nella fredda, grigia e nebbiosa provincia di Milano e, dopo una laurea in legge e un titolo di avvocato, ho iniziato a lavorare alternandomi tra Milano e le sponde del lago di Lecco prima in studi legali e poi negli uffici legali di grandi aziende. La passione per i viaggi mi ha portato a girare per conoscere il mondo e non mi sono neppure fermata quando è nato mio figlio, imbarcato su un aereo già a pochi mesi per iniziare ad aprire i suoi occhi verso realtà diverse. Da un po’ di tempo mi sentivo stretta in una vita monotona con le sue quotidianità, priva di stimoli ed energia nella sua routine, stressata nel pendolare tra casa e Milano ogni giorno. Forse questo ha fatto scattare velocemente la molla per una scelta diversa, prima inconsciamente e poi sempre più consciamente desiderata. Alla bella età di 50 anni, dopo due notti insonni e tormentate (ti assicuro che non ho impiegato più tempo per prendere la decisione) dove la sicurezza del lavoro stabile, gli affetti familiari e gli amici facevano la lotta con il desiderio di partire verso nuove strade e nuovi progetti, ho riempito una valigia e mi sono trasferita insieme a mio marito a vivere a Malta.

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Sono Giliola ho 57 e sono emiliana ora expat in Repubblica Ceca da sei anni e mezzo. In Italia facevo la stilista di moda come free-lance da oltre 30 anni. Io e il mio compagno abbiamo deciso di trasferirci per motivi di lavoro… di lui. Io come free-lance non stavo vivendo momenti felici, perciò l’opportunità di lavoro del mio compagno, ci sembrava una bella occasione per lasciare l’Italia.

Per i giovanissimi qualche volta i familiari, con le loro paure o pretese, sono un deterrente a partire. Come hanno reagito invece le tue persone quando hai detto che lasciavi l’Italia per vivere all’estero?

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Quando comunicammo la nostra decisione alle nostre rispettive famiglie non furono sorpresi e ci appoggiarono in pieno. Qualche amico e qualche conoscente ci prese per pazzi. Avevamo un figlio preadolescente, un mutuo da pagare e per tanti, troppi anni sulla carta d’identità. Qualcuno pensò che fossimo incoscienti e che saremmo tornati presto con la coda fra le gambe. Noi ci tappammo le orecchie e ci stampammo un sorriso sulle labbra per mostrare i denti che tenevamo stretti.

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Il primo ad espatriare è stato proprio mio figlio all’età di 15 anni quando ha deciso di andare a studiare in UK. Il cuore di mamma avrebbe voluto trattenerlo ma sarebbe stata una scelta egoistica non offrirgli la possibilità di cogliere tutte le possibilità che il mondo ci offre. Qualche anno dopo siamo espatriati anche noi con una scelta personale, convinta e consapevole.
Di certo a 50 anni si ha la maturità per prendere delle decisioni senza lasciarsi influenzare da critiche o perplessità da parte di altri. Questo non vuol dire che le scelte sono facili perché lasciare dei genitori anziani, dei familiari e degli amici di lunga data non è mai semplice. Del resto la distanza è breve visto che Milano è solo ad un’ora e45 d’aereo da Malta e la nostra casa è sempre aperta per chi ci viene a trovare.

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Io non sono giovanissima e per questo ho (avevo, visto che il papà non c’è più da 3 anni) genitori anziani. Quando abbiamo comunicato alla mia famiglia (compresa sorella + grande di 13 anni) la decisione di trasferimento all’estero nessuno ci ha ostacolato. Mia mamma, che ora ha 92 anni, mi ha stupito incoraggiandomi e dicendomi bellissime parole (anche lei negli anni 50 con mio padre e mia sorella piccola, erano emigrati in Francia per lavoro). Espatriare con i genitori anziani non è facile ma posso dire di essere stata fortunata ad avere una sorella che si è presa cura di loro.

Come hai scelto il tuo nuovo paese e pianificato il trasferimento all’estero?

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Dopo aver deciso di andarcene, prendemmo in considerazione tre diverse destinazioni, ma alla fine decidemmo per ritornare in Germania. Ci mettemmo a tavolino e preparammo un piano d’azione per tutte le pratiche burocratiche. Iniziammo a contattare qualche amico tedesco per farci un’idea sulle opportunità di lavoro del posto. Mio marito frequentò un corso per pasticcere, ma nel frattempo inviò anche, senza alcuna speranza, la sua candidatura per un posto nell’organismo internazionale presso il quale aveva prestato servizio da militare. In piena estate, con 35 gradi in casa e con i vicini che ristrutturavano casa con il martello pneumatico, sostenne un colloquio telefonico in inglese e tedesco. Nessuna agenzia immobiliare rispondeva alle nostre e-mail per avere informazioni su appartamenti da affittare. Eravamo pronti a ricominciare da zero e a fare qualunque tipo di lavoro per iniziare, purché ci permettesse di vivere e non far mancare nulla a nostro figlio. Un pomeriggio di metà luglio però, arrivò il messaggio con cui comunicavano che mio marito aveva vinto il concorso.

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Mio marito, da buon professionista esperto in materia, ha fatto una analisi di dettaglio di vari paesi per capire e valutare tanti elementi come la qualità della vita, il costo, la sicurezza, il sistema sanitario, l’efficienza e tanti altri fattori. Negli anni aveva già avuto contatti lavorativi con Malta ed aveva apprezzato la mentalità aperta, diretta dei maltesi, la loro internazionalità e concezione meritocratica tipica della cultura anglosassone. Malta è un paese efficiente e stabile, economicamente uno dei migliori in Europa, con una bassa struttura di costi e bassa fiscalità, un buon livello di sicurezza e un sistema educativo di stampo anglosassone. Quando mi ha proposto Malta, certa che lui avesse già considerato tutti questi aspetti, mi sono lasciata guidare dall’emozione. Ho pensato al clima e al mare, non di poco conto per due cinquantenni, alla vicinanza a Milano ed ai meravigliosi ricordi ed impressioni avute durante una vacanza due anni prima. Ho detto subito sì. Un sì che ha dato colore alla mia vita. I cieli azzurri, il mare blu, le case di pietra gialla che risplendono al sole. E’ stato amore a prima vista con Malta. Lui ha viaggiato per i primi 3 mesi per pianificare tutto, scegliere dove cercare casa e trovarla mentre io davo le mie approvazioni dopo aver visto foto e filmati, fare tutte le necessarie pratiche burocratiche e poi siamo partiti.

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Il paese, nello specifico Telč è stato scelto perché è qui che c’è il Centro di Ricerca dove lavora il mio compagno. Il trasferimento lo ha fatto prima lui, per trovare una sistemazione, dopo 2 mesi l’ho raggiunto io. Non ci siamo mai trasferiti definitivamente, nel senso che ci siamo trasferiti con il necessario. In Italia avevamo un appartamento che poi abbiamo venduto ammobiliato. Tutto quello che era nell’appartamento ora è in un deposito. Qui con noi abbiamo portato poco alla volta un po’ tutto quello che ci serviva, con l’auto.

Una volta emigrata cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo, rispetto all’Italia?

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La Germania, anzi la Baviera, che abbiamo ritrovato è ancora efficiente e ricca. I servizi funzionano molto bene e dove abitiamo c’è uno spiccato senso civico e zero criminalità. Abbiamo dovuto abituarci ad un clima molto rigido (arriviamo anche a -18° in inverno), affrontare le difficoltà linguistiche e comprendere le tante differenze culturali, ma dopo tre anni posso dire che rifarei tutto e che ne è valsa la pena.

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Malta mi ha rimesso in gioco, mi ha ridato la voglia e l’energia di fare sia sul piano personale che lavorativo. A Milano vivevo nell’insoddisfazione della quotidianità di un lavoro svolto da anni senza più interesse o motivazione. Qui mi ritrovo ad accompagnare i clienti nella realizzazione di progetti di vita, di lavoro o di studio. Seduti per un caffè davanti al mare a chiacchierare di business, di normative, di come sfruttare al meglio un corso di inglese e abbinare un’esperienza di vita e lavoro all’estero, ha tutto un altro fascino. Mi ha colpito, o forse è meglio dire ero disabituata, dalla burocrazia semplice alla possibilità di trovare risposte dalla pubblica amministrazione con una telefonata o una mail, alla maggior chiarezza delle leggi senza complicazioni e rimandi continui. Apprezzo tantissimo godere del clima di innovazione , di apertura verso nuove realtà e progetti che si vive sull’isola. Progetti che poi riescono nella maggior parte dei casi a prendere vita. Questo clima, stare in mezzo ai giovani o meno giovani pieni di idee, entusiasmo e voglia di fare mi fa sentire ancora giovane! Ovviamente mi piace tanto di Malta anche quel mix di cultura e bellezze naturali che è in grado di offrire. Qui puoi andare al mare in baie suggestive e fondali stupendi ma puoi anche perderti alla scoperta della sua storia, di siti millenari, di cittadine medievali, di palazzi barocchi. I miei amici mi dicevano che era un’isola troppo piccola ma in realtà non finisci mai di scoprirla. Poi ci sono tanti voli che la collegano con diverse destinazioni per un viaggio anche solo nel week end o vacanze più lunghe. Dopo il lavoro o nella pausa potersi permettere una fuga al mare per una nuotata o una passeggiata al tramonto, andare a pescare, cenare in spiaggia sono esperienze ineguagliabili anche per una nordica come me. Mi ritrovo ad avere più vita sociale qui che a Milano. Mi divido tra convegni e meeting di lavoro, eventi internazionali, manifestazioni, concerti, feste tradizionali. Malta mi ha permesso di scoprire il mondo, come dico io, perché ho la possibilità di conoscere persone di diversa nazionalità e questo è eccezionale. Ho rivisto il mio mappamondo, studiato tanti anni fa, e mi ritrovo spesso a cercare sulle mappe dove si trovano certe nazioni e a confrontarmi con la storia e le tradizioni di queste persone. Spesso organizziamo BBQ in spiaggia con gente diversa per un piacevole scambio di cibi, tradizioni e musica per stupende serate in riva al mare. L’altra faccia della medaglia: il traffico caotico nelle zone centrali (anche se del resto Milano non è da meno) e la mancanza di una cultura dell’andare a piedi o in bicicletta, l’assenza di un piano preciso di espansione del territorio che vede ora costruzioni ovunque, da una parte a migliorare vecchi edifici decadenti ma spesso senza un piano preciso di rispetto del paesaggio, di attenzione agli aspetti architettonici, di abbinamento tra vecchio e nuovo. A volte mi arrabbio anche per lo scarso rispetto per l’ambiente. Si vedono però alcuni movimenti tra giovani e meno giovani sempre più attivi a difesa di questi aspetti e sono convinta che a Malta non sia difficile cambiare mentalità, se si vuole, in tempi abbastanza brevi.

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