Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

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Una Bella Giornata.

Io da qua non schiodo.
Sono però quella che, in un’ottica meramente scientifica, potremmo definire l’Expat Sfigata.
Quella che al paese suo era pure abbastanza ben piazzata, con il congiuntivo sempre al posto giusto ed una conoscenza piuttosto ampia delle regole base della società. Bravissima a scrivere lettere formali.
Bravissima a contattare questo o quello, a risolvere quelli che a Roma chiamiamo gli “impicci”.
Mi facevo pure il 730 da sola!Ma in soldoni non ero una scienziata neanche in Italia e manco a dire che sono brava in qualcosa, tipo, chessò… il découpage.
Che in Italia non esiste la meritocrazia e allora vado in Australia e divento leader del settore.
No, io niente découpage.
Manualità zero.
Sono un’intellettualona di quelle che leggono Fabio Volo e le biografie su Platinette e Rocco Siffredi e che le consigliano pure! 😀
Quindi avrete capito che no, non sono manco intellettuale ma piuttosto una che si emoziona facilmente davanti ai programmi trash di Sky e che non perde una puntata di Teen Mom su Mtv.

Sono più average che più average non si può.
Anzi in Australia sono pure un (bel) pochetto sotto la media.

Sono ancora una straniera e lo sarò per almeno altri 10 anni, diciamocelo.
Perché l’inglese mi sono impuntata e l’ho studiato pagando la scuola privata di tasca mia, ma non è proprio la mia lingua madre e certi giorni mi esprimo ancora come Mami di Via col Vento.Sono arrabiata? Sono triste? Sono sotto stress? Ecco che esce fuori la Mami che c’è in me.
“PERCHÈ TU CATTIVO?”, chiedo.
E mi immagino con la gonnona ed il fiocco in testa, a cercar di salvare le tende da quella pazza isterica di Scarlett.
Alla carica Mami prende il sopravvento del mio cervello, quella donnona perennemente basita fa le scarpe alla maestrina che ero, quella che invece oramai se la dorme della grossa, sotterrata da montagne di “who am I?” e “cosa ho fatto???”.

Sono partita da Roma sapendo di dover ricominciare e ricominciare veramente.
Non tipo che cambio l’utenza del telefono e compro uno zerbino nuovo perché andrò a vivere in un altro quartiere.
Noi abbiamo chiuso la porta di quella che era casa, certi di non tornare.

Abbiamo organizzato il nostro espatrio in un anno e nonostante il grande lavoro di preparazione alcune cose continuano a non essermi chiare. Le stesse che prima erano invece così evidenti e cristalline.
Per esempio adesso non capisco più se sto parlando o meno con un idiota.
Prima lo capivo subito.
Adesso la scema sono io!
Mi sembrano tutti così intellettuali, con il loro inglese perfetto da lingua madre.Ogni tanto ho un flash! “Mi sa che questo è un cretino!” Raramente è però una certezza di quelle lampanti. Al massimo rimane un dubbio.

Ci sono dei momenti nella vita in cui vorrei solo dire “perché non muori gonfio?” alla persona che ho di fronte.
Nella mia lingua ero così brava ed immediata nel reagire alle offese utilizzando la parola e solo la parola, rigirandoti contro la frittata e trovando la scappatoia perfetta.
Non e’ più così, sono una Expat Sfigata, appunto.

Qui non ci sono più i miei punti di riferimento.
Non vendono il Chilly verde.
Ho trovato un detergente intimo della Felce Azzurra e odora di dopobarba da maschio d’altri tempi. Non ha senso.
Se ho fame non posso farmi un trancio di pizza al taglio con le patate e il rosmarino.
Bianca.
Con il sale grosso sopra.
Ed un filo d’olio.
Mmm.
Non posso, qui non c’è.
Forse è meglio così! 😀

Che poi un rametto di rosmarino al Coles costa 3,50 dollari, quando in Italia me lo regalava la Signora del banco sotto casa.

Devo imparare tutto da capo!
A Melbourne sono riuscita a farmi riprendere dall’autista del bus perché stavo in piedi anziché seduta!
Ao’, io vengo da Roma.

Ho imparato presto a dire “NO coriander” per non finire col il vomitare la zuppa e questo è un bel passo avanti.
O no?
Si trattava di sopravvivenza della specie.

Tutto è cambiato mentre io sono rimasta quella di prima, settata per un altro Paese. Tra l’altro qui hanno le gambe sode e lunghe e camminano scalze.
Io non sono proprio così.

Sono partita determinata a conquistare questa parte di mondo con la mia bandierina.
Ho fatto delle amicizie nuove e sono qui da soli 5 mesi.
I due passi fuori li faccio solo con altri italiani però.
Ero partita determinata ad integrarmi con la gente di qui ma niente.
Per adesso gli Australiani ridono alle mie battute ma da qui ad uscire per una birra o un BBQ… No, anche no.
Sarebbe come uscire con la nonna sorda.

“What? Cosa hai detto”?
Sorda ma una cifra simpatica.

Insomma, io da qui non schiodo.

È qui che voglio vivere, crescere, investire ed invecchiare.
Sono più felice come straniera qui che come cittadina in Italia.

Non si torna indietro, non lo prendo neanche lontanamente in considerazione.
È qui che sogno di potermi integrare.
La mia gente, lo sento, è qui.

Mi scende una lacrima quando vedo le vecchine/volontarie che spiegano la strada ai turisti, o quelle nelle biblioteche e nei musei.
Sempre disponibili, sempre in prima linea.
Mi piace il senso della comunità che si respira a Melbourne e ancora di più nei piccoli suburbs dove l’intera area è invitata a condividere e socializzare.
Dove c’è sempre un motivo per uscire di casa e far festa tutti insieme.

Mi piacerebbe avere una casa come la loro, come gli Australiani, ed un portico dove invitare amici per bere una birra e parlare per tutta la notte.
Scacciando gli insetti e sentendomi grata per aver costruito così tanto.
Sogno di poter vivere in questo Paese con un visto che mi renda uguale agli altri e non più ospite.
È un processo che richiederà tanto impegno e tanto tempo ma non per questo il mio desiderio di integrazione deve restare così a lungo inappagato.

Così tra i propositi dell’anno nuovo c’è il mettermi in gioco in prima persona.
Provare a fingermi una di loro, spronarmi a far parte di questa comunita’, mettendo il mio tempo a disposizione degli altri, esattamente come le vecchine in Biblioteca.
Dando qualcosa a questa comunità che mi ha dato la possibilità di godermi questa Working Holiday Experience come la chiamano loro, questa Possibilita’ Pazzesca, come la chiamo io.

Sono cosi’ finita a donare il sangue al Donor Centre della Croce Rossa, quello in Bourke Street, segnalato per tutta la citta’ con una marea di cartelli, segno che (anche) qui e’ una cosa seria, che coinvolge e abbraccia proprio tutti e non solo i piu’ sensibili e attenti.

Il Donor Centre era pieno di vita e colori, tra impiegati, volontari e poster motivazionali deliziosi.
E’ stato bello essere accolti da tutti quei sorrisi, sommersi da tante informazioni utili.
Il primo grazie me l’ha sussurrato la ragazza seduta alla reception, che sta qui ogni giorno dalle 7 alle 18, proprio per favorire la raccolta degli appuntamenti.

Un po’ meno bello e’ stato ritrovarsi il dito bucherellato da una pazza esagitata.
Che mi ha fatto ripetere 3 volte lo spelling del mio nome perche’ era una di quelle che MACHITICAPISCETORNAALPAESETUO.
Pure nel volontariato una un po’ stronza capita, eh. 😀

Ma cosa mi importa quando leggo che il 34% del sangue donato viene utilizzato per aiutare i pazienti malati di Cancro e che con UNA sola donazione posso concorrere a salvare ben TRE vite?

L’esperienza in se’ e’ stata bellissima, mi hanno coccolata come se fosse una giornata in Spa, con le infermiere che si alternavano per farmi stare rilassata e comoda, per chiedere come stesse andando.
Sdraiata sul mio comodo lettino ho incrociato lo sguardo di un business man e di uno studente, scorgendo sui loro visi gentilezza ed onesta’ e sorridendo di rimando.

Al termine della donazione ho potuto scegliere tra una miriade di snacks, calde tortine farcite e milkshake.
Con il ragazzo addetto alla caffetteria che mi consigliava di bere ancora un po’ di acqua e di rimanere seduta, di rilassarmi assieme agli altri donatori, leggendo i giornali messi a disposizione di tutti.

E’ stato davvero bello, anche se ho passato il resto della giornata con un mal di testa fortissimo che pero’ ho gia’ dimenticato e archiviato! 🙂 Mi sono sentita bene, di un bene che conta, quello nella pancia che ci rende felici, e questo nonostante la spossatezza fisica.

Tornero’ quanto prima a far parte di quel gruppo eterogeneo di uomini, donne, anziani, giovani, colori e lingue diverse.

Lo so che non mi regaleranno la Cittadinanza per una singola donazione e che comunque rimango una Expat Sfigata ma so anche che voglio mettercela tutta per integrarmi. E che questi sono tutti passetti verso il mio Sogno.

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Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

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Un libro da leggere.

Mentre scrivo Francesco Grandis e’ in tour ed il suo libro in testa alle classifiche di Amazon, un successo clamoroso per un romanzo autoprodotto, nato sulla scia del progetto che lo vede rispondere quotidianamente all’affetto dei suoi followers, a coloro che in periodi diversi hanno messo like sulla sua pagina Facebook.
Forse il suo nome, Francesco, non vi dirà molto perché i più di noi hanno imparato a conoscerlo ed apprezzarlo come Wandering Wil, appassionandosi all’articolo apparso su Ornitorinko e diventato virale.
Quello che lo vede con una barba incolta, gli occhi socchiusi per il sole, raccontato in una fotografia che urla “sono in viaggio” a chiunque voglia tendere l’orecchio, avvicinarsi per ascoltare.

Con gli articoli a volte capita, ci incuriosiscono fino a colpirci dove fa più male, ci fanno immedesimare e riflettere.
Forse ci cambiano un poco, ma appena voltata la pagina quel personaggio che sentivamo tanto simile a noi sparisce per sempre e di lui non sappiamo più nulla.

Non é stato il caso di Francesco, che dal suo sito internet ha aggiornato i suoi lettori con costanza.
Con cadenza settimanale, articolo dopo articolo.
Ci ha raccontato la storia di coloro che gli hanno scritto con le lacrime agli occhi, disperati da uno stile di vita che non si sentivano autorizzati a lasciare, trattenuti da chi li ama ma preferisce averli infelici ma vicini.
E’ la storia di tanti che se ne vanno e di tanti che restano e Francesco l’ha saputa raccontare, affrontando la questione più e più volte, senza mai stancare chi leggeva.
Raccontando la ricerca della felicità ed il voler essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, senza mai sentirsi per questo un guru o un esempio da seguire.

Se é la prima volta che vi imbattete nella storia di Francesco, potreste voler sapere cosa ha fatto quindi di così particolare, questo ragazzo o uomo, decidete voi, questo ingegnere informatico con la vita già impostata e forse anche scritta.
Semplice.
Ha alzato gli occhi dalla sua routine per vedersi come fosse la prima volta.
Si è visto appesantito, stanco, svuotato.
Insoddisfatto.
Triste.
Non si è riconosciuto.

Disperato senza il diritto di poterlo essere perché, per gli altri, per la gente che interviene con la mano sempre alzata per prendere la parola, tutto nella sua vita andava a meraviglia.
Il lavoro lo aveva.
Era un ingegnere!
La casa pure.
La famiglia era lì.

Ma a lui bastava questo per essere felice?
A Francesco no.

Inizia così il suo viaggio alla ricerca disperata di se stesso.
Fino a ritrovarsi, ve lo anticipo, nella gioia pura dell’inaspettato, immerso fino al collo e con il solo peso dello zaino, fedele amico contenente solo l’essenziale e magari qualche pennarello da dare indietro.
Capirete poi, leggendo il libro.
Francesco con in mano un biglietto aereo open, un RTW e avendo come meta il mondo intero.
Un viaggio che difficilmente dimenticherà.
E voi con lui.

La sua storia é bella, profonda, coraggiosa e autentica.
Non é la storia di Francesco, o almeno non solo, ma del suo viaggio sulla strada giusta, del suo imbattersi – incontrando e scontrandosi – con personalità, storie ed umanità diverse.
Vi appassionerete al suo percorso pagina dopo pagina e farete il tifo per lui, per il suo lavoro da freelance ed il suo sogno che forse immaginerete ma che non voglio anticiparvi, per il suo bimbo – Michele – e la sua compagna, la sua ballerina.
Il suo libro forse vi cambierà, vi aiuterà a ritrovare ciò che la routine ci nasconde e la società attorno a noi fagocita.

Un libro che Francesco propone gratuitamente a inadempienti e studenti, a coloro che vorrebbero ma non possono, travolti da ben altre problematiche.
Un’iniziativa che prende l’idea dall’insegna letta in una lavanderia “if you are unemployed and need an outfit clean for an interview we will clean it for free” come ci spiega, umile e sereno, nella sua pagina Facebook.

Ho avuto il piacere di poter scambiare qualche parola con Francesco, un ragazzo alla mano e gentile, che ha messo da parte la stanchezza dovuta al tour per condividere con noi qualche momento della sua vita.

La sua intervista eccola qui!

– Innanzitutto complimenti, la tua storia ha dell’incredibile pur raccontando, in qualche modo, la mera ricerca della semplicità e l’abbandono di una sorta di schiavitù. Ma quindi… ti senti libero adesso?

Non ancora del tutto. Ho sicuramente fatto moltissimi passi avanti lungo la strada della libertà, come quella della felicità, d’altra parte. Lo stesso fatto che io stia rispondendo a questa intervista da un camper parcheggiato vista colli toscani ne è una prova, ma ci sono ancora molte incombenze che mi legano a questo o a quell’altro paletto. Conquistare la libertà è un lavoro lungo e meticoloso, che richiede impegno e dedizione e non l’ho sicuramente ancora portato a termine. È per questo che il mio libro si chiama “Sulla strada giusta” e non “La strada giusta”. Sono ancora lungo il percorso.

– Per chi ha letto il libro é chiaro, che é stato un crescendo, ma puoi dirci quale episodio ti ha fatto capire che non potevi continuare con la vita standardizzata che stavi facendo?

Le lacrime che descrivo nelle primissime pagine. Sgorgavano dal profondo e portavano con loro una verità che non potevo più negare: non sarei mai riuscito a vivere ancora in quel modo. Non erano lacrime di semplice tristezza o sconforto, erano lacrime di realizzazione. A insistere lungo quella strada non sarei sopravvissuto: mi sarei ammalato, mi sarebbe accaduto un incidente o lo avrei fatto accadere. Tutte le mie ultime barriere crollarono in quell’istante. È stato istinto di sopravvivenza, direi. Poteva il mio lavoro essere più importante della mia vita, al punto da metterla in pericolo? No, certo che no.

– E’ stato difficile fare i conti con le opinioni degli altri quando dicevi di voler lasciare quello che in tanti sognano?
Ma poi lo sognano davvero??

Inizialmente sì. Era il 2009, più o meno l’inizio della crisi economica. L’argomento ci era nuovo, al tempo, ed eravamo tutti molto sensibili. Le persone si aggrapparono più forte alla presunta sicurezza dei loro lavori, come fossero gli ultimi salvagenti di una nave che stava colando a picco, e io invece mi licenziavo. Un folle. La pressione esercitata su di me dalle opinioni altrui era fortissima, ma io resistetti. Ne andava della mia vita, appunto, ma quella era una verità che gli altri non riuscivano del tutto a vedere. Inoltre, avevo evidentemente intravisto una via d’uscita possibile. Forse non l’avevo compresa da subito con la ragione, ma sentivo che qualcosa, per me, doveva esserci lì fuori. Ma come far capire questo presentimento agli altri? Impossibile, e infatti non ci riuscii.

– Ai tempi dell’articolo su Ornitorinko percepivo tutta la tua rabbia per quella vita che ti avevano spinto a vivere, mi sembrava che tu stessi per esplodere nel raccontarti e svelarti a tutti noi.
Adesso invece mi sembra di parlare con un uomo diverso. Devi avere dei pensieri come tutti, ma emani serenità e pienezza.
Dimmi, ne é valsa la pena quindi?

Ma senza nessun dubbio! Non sono del tutto convinto di emanare davvero serenità come dici tu (grazie di averlo detto, comunque), ma come dico sempre: “non farei un passo indietro nemmeno con la pistola puntata alla testa”. È vero. Ho superato il punto di non ritorno tanto tempo fa e ormai non lo intravedo nemmeno più alle mie spalle. Tutto il percorso fatto finora come viaggiatore, ma soprattutto come uomo, vale ogni singola goccia di sudore versato per farlo. Ma sono ancora piuttosto arrabbiato con le condizioni ingiuste con cui molti di noi continuano a vivere e l’ambiente che le ha generate.

– Ti vengono in mente quali sono state le parole più belle che ti hanno rivolto da quando tutto ha cominciato a cambiare?

“Sembri 10 anni più giovane”. Questa era molto carina! Ce ne sono tante altre, sicuramente più profonde, ma questa, nella sua ironia, è un bell’esemplare. Un segnale piuttosto evidente di come io sia riuscito davvero a riprendermi la vita che avevo perduto negli anni precedenti.

– Vorrei lasciarti con un’ultima domanda, la più difficile.
Cosa consiglieresti a chi si sente prigioniero di una gabbia che gli va stretta, di qualcosa che non vuole?

Gli consiglierei di guardarsi bene intorno e di fare il punto della situazione della propria vita. Di fare una sorta di inventario per elencare cos’ha a disposizione, sia in termini di mezzi materiali che di capacità personali. Tenere solo il necessario ed eliminare il superfluo. Immaginare la propria destinazione (la felicità magari?) e di progettare una strada per arrivarci, passo dopo passo. Una strada fatta su misura, da sé stesso per sé stesso, senza paura di scontentare gli altri tranne le persone che ritiene parte del suo “bagaglio necessario”. E poi di iniziare quel cammino. Il primo passo è il più difficile, ma il più liberatorio.
Se c’è una cosa che ho capito lungo il mio personale percorso è che le cose non arrivano mai da sole. L’unico modo per averle è alzarsi e andare a prenderle.

Ringrazio Francesco Grandis, il cui libro Sulla Strada Giusta e’ acquistabile in Amazon o tramite il suo sito internet.

“Se ne avessimo l’occasione, ti racconterei di quando ero un giovane ingegnere, convinto di aver trovato la sua posizione nel mondo, e di quando scoprii, invece, di essere finito in una gabbia. Di quando lasciai quel posto sicuro in piena crisi economica, per affrontare il mio crollo personale. Di come trovai la strada giusta durante un lungo viaggio, del mio lavoro nomade e dei Paesi che seguirono. Di come mollai tutto ancora una volta per scrivere e condividere la mia esperienza. E sopra ogni cosa, ti parlerei della mia ricerca della Felicità.
Non sono un arrivato ma solo un uomo in cammino, e il libro che hai tra le mani il racconto del mio percorso.”

(Fonte foto: http://wanderingwil.com/ )

Gennaio 2016 – Solo inutili pesi

Gennaio 2016 – Solo inutili pesi

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Fai cernite prima della partenza.
Rinunci al milione di scarpe, alle collane ed a tutto il resto.
Nei miei pensieri pre-partenza io davvero pensavo che sarei riuscita a far entrare, in quella valigia da 30 chili, anche il pentolino che mi aveva regalato nonna e la paperella per la vasca che comprammo con il marito ad Amsterdam.
Ma la realtà è un’altra cosa e ci si viene a patti.

Mentre fai gli scatoloni sbrodoli lacrime e archivi tutto sperando che ne valga la pena.
Una cosa che realizzai immediatamente, durante quei giorni di preparativi di quasi due anni fa, è che quando lasci i tuoi affetti, le cose tornano ad essere solo oggetti e pesano, in paragone, molto meno.
Ho lasciato il mio cuore in Italia, ne ho lasciati proprio tanti pezzi e non mi farò venire il magone per un set di bicchieri o per una giacca che portavo raramente.

Sì, dispiace di dover venire a patti e non potersi teletrasportare con tutti i propri averi nel nuovo mondo, di non ritrovarsi lì con i capelli appena fatti e le unghie laccate di rosso.
Ma fa tutto parte del processo.
Preparativi come questi necessitano lacrime, magone e sì, di sporcarsi le mani e insozzarsi di polvere i capelli.

In qualche modo è riempiendo quegli scatoloni che ho capito il valore di ciò che andavo a compiere e di tutto quello che lasciavo.
Persone e non cose.

In quei giorni regalai tante delle mie cose, soprattutto gli elettrodomestici nuovi che sarebbe stato un peccato lasciare ad invecchiare negli scatoloni.
Le piante enormi che affollavano il mio balcone le portai di persona a casa dei nuovi proprietari, preparai buste con macchina del caffè, teiera, microonde, docking station con sveglia e radio.
Dalla mia macchina in corsa, e sì anche quella non ce l’ho più, lanciai un ombrello ad una signora che era completamente fradicia, presa alla sprovvista da un improvviso acquazzone estivo.
Lei mi urlò “non so nemmeno come ti chiami per ringraziarti”.
Mi venne da sorridere perché il regalo l’aveva fatto lei a me, usando uno degli ombrelli che non avrei mai messo negli scatoloni per la me stessa del futuro.
Regalando le mie cose mi liberavo, stavo bene e sentivo venir meno i legacci, le corde che mi tenevano attaccata alla vita che avevo costruito in Italia.
Una mia cara amica prese a paragonarmi a San Francesco.

Qualcuno mi disse che non avrei dovuto dar via nulla perché l’Australia poteva non piacermi e tornare in Italia sarebbe potuta diventare di nuovo un’ipotesi.
Ma io sapevo che non sarei più tornata e aver regalato le mie cose è stato un liberarsi ed una coccola.

Il mio guardaroba non mi era mai sembrato così fornito quando vivevo in Italia e anzi c’era sempre spazio per una maglietta o un vestito nuovo, vittima del non ho niente da mettermi che mi colpiva al mattino prima di andare ad affrontare una nuova giornata di lavoro.
E invece lo era – immenso – e son serviti più di 30 scatoloni 60×60 per archiviare la mia vita italiana e, di questi, diversi erano pieni di vestiti, scarpe e borse.
Di cose di cui poi non ho sentito la mancanza.

Sono partita con una valigia da 30 chili ed un bagaglio a mano che sforava il peso consentito, ma la ragazza del check-in mi fece solo gli auguri per l’avventura, con un sorriso bellissimo.
Una volta in Australia quelli nella valigia, e solo quelli, erano i miei vestiti, un numero ridotto di capi e di scarpe che finivano in lavatrice per essere riutilizzati alla settimana successiva.
L’asciugatrice logorava una delle mie magliette preferite ed io me la mettevo uguale, perché ne avevo portate con me ben poche e di comprare qualcosa con sulla testa la possibilità di un ennesimo trasloco e di doversi trascinare dietro di tutto… no grazie.

Ma non sono più in Australia, sono in Scozia e qui ci starò per quattro anni.
La casa che abbiamo affittato, un grazioso bilocale con una grande cucina ed un bagno con un provvidenziale bidet, sarà nostra finché, ce lo auspichiamo, saremo qui.

Per questo motivo lo abbiamo fatto.
In una giornata piovosa è così partito da Roma un camion indirizzato ad Aberdeen, arrivato qui quando il cielo non prometteva niente di buono.

30 pacchi di cui 2 ancora dispersi, un mese dopo.
Alcuni di questi pesavano da soli 60 chili ed erano pieni, pieni zeppi di libri ed oggetti che una volta riempivano una casa ben più grande di questa.
Guardo i pacchi e quando metto a fuoco il nostro delizioso bilocale mi rendo conto che farà fatica a contenere tutto ciò che una volta era distribuito a casa nostra, in Italia.
Quando tutto aveva un posto assegnato e ragionato.

Aprendo le scatole, eccoli i miei oggetti.
Li ho pensati e ne ho accarezzato il ricordo, ma dopo quasi due anni passati vivendo con il contenuto di una valigia da 30 chili…cosa me ne faccio di tutte queste cose?

Non ne ho bisogno ora.
Affatto.
E dire che di indizi ne avevo avuti.
Ma rimane una sorpresa.

Avere tutti questi oggetti in casa quasi mi soffoca.

Tutte queste cose?
Ma quando le userò tutte?
Nonostante le regalie pre-partenza ho ancora 4 robottini da cucina, un numero folle di scarpe e vestiti e, diavolo, anche tanti asciugamani.
Il cassetto della cucina non si chiude per il numero di utensili più svariati, dallo schiaccia aglio al pennello per l’olio, passando per una grattugia enorme.
Ho un vassoio per le torte ed uno per i formaggi, con tanto di tazzine abbinate per le marmellate ed il miele e cucchiaini di ceramica.
Non ho idea di cosa fare con i 4 set di lenzuola che avevamo scelto con tanta cura durante la convivenza ma che non ci rappresentano più. Abbiamo vissuto con un solo lenzuolo per un anno e mezzo e vi giuro che siamo stati bene lo stesso.
Regolarmente pronto per tempo dopo essere stato nell’asciugatrice, posizionato sopra al materasso giusto prima dell’arrivo dell’ora della buonanotte.

E delle centinaia di libri ne vogliamo parlare?
La piccola libreria che abbiamo comprato sembra scoppiare.
Dispongo i volumi su due file, per orizzontale, uno sopra l’altro ed ancora non ci stanno.
I ripiani si imbarcano e formano morbide curve.
Non pensavo lo avrei mai detto ma sì, sono troppi e non tutti necessari, non tutti da rileggere.

Sento il peso di avere nuovamente tutti quegli oggetti che una volta facevano casa ma che non la fanno più.

Casa è qualcos’altro e basta molto meno e serve molto di più.

Quasi mi ammazzo per dare coerenza alle nostre cose.
Avverto i lati negativi dell’avere così tanto.

E non fraintendetemi.
Sorrido anche prendendo in mano i miei piccoli tesori dimenticati.
Scatto foto aprendo le scatole e trovando oggetti che parlano, parlano più di altri e raccontano l’Amore.

Un biglietto di una mia prozia.
Ricordo come fosse ieri, era dentro la scatola del corredo che volle farmi da piccina.
Ed ero piccina veramente.
Aveva paura di non aver tempo per vedermi sposata e così, dopotutto, sono andate le cose.
Di lei rimangono queste righe affettuose e quel pensiero alla sposina Serenella che poi son diventata, nella Basilica Santi Giovanni e Paolo di Roma.

Ed i piatti di nonna, che è una signora che crede nella ceramica bianca e prima che mi sposassi mi ha comprato un servizio intero.
Mangiare di nuovo in scodelle così belle mi ricorda quanto era bello vivere vicino a loro, i nonni.
Passare da loro dopo aver fatto una passeggiata per il nostro quartiere o dopo il lavoro.

E poi, ancora, la macchina del riso che mi regalarono i miei migliori amici quando andammo a vivere insieme.
Che non per niente loro mi conoscono e mai regalo fu più gradito nella casa della sushiarola.
E nei pacchi trovo anche i piatti da zuppa, sempre un loro pensiero per noi, e corro al telefono per dirgli che li amo, oggi come ieri.
Anche se con un semplice messaggio vocale di WhatsApp e mi si incrina la voce nel ricordargli che ci sono sempre stati, anche a distanza, e che mai lo dimenticherò.

E potrei citare la cake topper della torta nuziale, con la sposina a cui si era rotto un braccino, ora incollato di nuovo, e che è tornata a splendere… ma in realtà in mezzo a tutti questi dolci ricordi è lui a farla da padrone, il Roomba.
Che ok, non ha alcun valore sentimentale, ma rimango una pigra materialista e lui mi fa trovare casa pulita ogni giorno e questo non guasta per niente!

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Già.
Queste e non molte altre son le cose che son felice di avere.

Gli altri, di oggetti, son solo cose rispetto alle tante emozioni che sto vivendo. Quelle contano di più, in un modo che trovo totalizzante e dopotutto inspiegabile.

Ma alcune cose son più emozionanti di altre e sono felice di trascinarle con me, malgrado il loro inequivocabile peso, in giro per il mondo.

Serena, Scozia

Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

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La nostra amica Chloe, una coreana con lo stesso sogno tirato fuori dal cassetto, ci aveva dato il contatto giusto.
Di fronte a noi ora c’era Sue, un agente d’istruzione, che prendeva i costi delle scuole australiane e con la penna li tagliava per noi, tracciandoci sopra una linea a scrivendo una cifra ragionevole.
Per quanto le cifre possano essere ragionevoli in Australia.

Ci pensammo molto.
Volevamo rimanere.

Tornammo per accettare l’offerta, io sulla sedia a rotelle, con la gamba rotta ed il gesso blu.
Sue ebbe la delicatezza di lasciarci da soli durante la firma del contratto.
Che firmammo.

Eccoci dunque di fronte ad un fatto compiuto.
Saremmo rimasti due anni in Australia con un visto studenti, mio marito avrebbe studiato per diventare Chef al costo di 6000 dollari l’anno e poi avremmo iniziato le pratiche per entrare permanentemente nella terra dei canguri.
Ho scattato fotografie a raffica di quel momento della firma, c’è lui che ride ma è rosso in viso, contrito, strappato in due, le mani sulla testa.

Siamo tornati a casa e mi sono raccolta per far chiarezza.

Davvero vuoi questa vita Serena?
Un corso da Chef lo consacrerà all’Hospitality, con i suoi orari, con i weekends sempre lavorativi, con le cene separati, le festività inesistenti.
Siamo stati male quella sera.
Perché la risposta la conoscevamo e da un bel po’.

Ma fuori c’era Lei.
Melbourne, piena di luci e colori.
Che esci in strada ed è subito amore, festa nel tuo cuore.
Respiri un’aria che frizza nel naso.
E sei felice da scoppiare.

In quella stessa settimana arrivò la conferma dall’Università Scozzese.
Lo avevano preso per studiare Computer Science, una possibilità di cui mormorava da tre anni.

Che vita vuoi Serena?

Per Melbourne avrei sacrificato l’ambizione di mio marito, ma avrei perso troppo.

Che vita vuoi per te, Serena?
Lui ha deciso la sua strada.
E tu?

A trent’anni ero partita con l’idea di poter far tutto, mi era sempre riuscito tutto così bene, avevo – senza modestia – spesso brillato sul lavoro, facendo la differenza.
In un paese straniero ero una favolosa master of none, con una laurea umanistica pronta da darmi in faccia esattamente come in patria.
In un settore, la psicologia, che non mi interessava più, che mi aveva stufato e saturato.
A dimostrazione che non siamo, né saremo per sempre, le persone che eravamo a diciotto anni, fresche di maturità.

Io per me voglio un lavoro, un lavoro bello, che mi stimoli e mi spinga a fare.
Creativo, ma vero.
Che porti ad una carriera.

Presi la lista dei corsi universitari ed iniziai a guardare dal settore sanitario.
Infermiera?
Perché no.
Sono ricercate in Australia e ben pagate.

Sì, ok, ma non credo di voler far questo, dopotutto.

Arrivata alla facoltà di informatica l’occhio mi cade su Computing, Graphics & Animation, un corso che – anche se ancora non lo so – corre assieme a Computer  Science – all’IT – differenziandosi  da questo grazie a moduli dedicati alle mie passioni di sempre.

E non mi vedrete mai dire di essere una blogger, ma l’esperienza con Amiche di Fuso è stata essenziale per riconoscere alcuni piccoli talenti.
Avevo creato una serie di vignette che conoscete come “capisci di essere un expat“, disegnato e montato l’introduzione dei nostri video, scelto la musica e lanciato piccoli progetti che raccontavano un po’ quella che sono: creativa sì, ma anche orientata al prodotto finale, agli obiettivi.

In famiglia ben pochi si aspettavano qualcosa da me.
Qualcosa che non fosse un fiocco rosa o azzurro da appendere alla porta di casa, nel quartiere di sempre.
Lo volevano e chiedevano indipendentemente da quello che volevo io.
Come donna dovevo volere dei figli e non pensare alla realizzazione personale.
Era la strada da seguire, indipendentemente da quello che volevamo noi come esseri umani e come coppia.

Non credo di aver dato una bella notizia quando ho informato tutti che sarei tornata sui libri a 32 anni compiuti.

Ed anch’io passavo dall’entusiasmo alla paura, devastante, di fallire.

Non solo avevamo abbandonato la nostra casa.
Ad aspettativa finita, mio marito si era anche licenziato da un lavoro pubblico.
Avevamo gli occhi di tutti addosso, fallire equivaleva a sentirli dire che era vero ciò che pensavano: stavamo sbagliando tutto.

Anche se noi sapevamo di aver ragione.
La nostra!
Fosse anche solo perché lo volevamo.

Ma la responsabilità era proprio tanta e la percepivo pesarmi tutta addosso.

Prima di tornare in Europa mi sentivo soffocare, dilaniata.
Volevo incidere sulla pelle le parole libertà, freedom, disegnarmi delle ali sulla schiena.
Volevo tranquillizzare me stessa e dirmi che in Europa avrei ritrovato la stessa leggerezza che mi ha accompagnata in Australia.

Avevo una paura dannata di fallire.
Chi ero io per pensare di studiare informatica?
Ero un asino in matematica, una che fa fatica a seguire le lezioni e preferisce scarabocchiare sul proprio quaderno, spegnendo il cervello.
Avrei fallito.
Di fronte a tutti.

Forse già al primo esame.
O a quello di matematica.

Ero fuori di me per la paura.

Un giorno decisi una cosa, di punto in bianco.
Serena, facciamo che invece ce la fai.
Basta pensieri distruttivi e fantasie negative.
Ce la fai.

E ragazzi, il primo anno è finito e ce l’ho fatta.
Alla grande.

Conquistando il massimo dei voti anche in matematica.

Dedicato a tutti quelli che pensano che il proprio treno sia passato, di esser troppo vecchi o di aver avuto l’immensa fortuna di nascer donne e la sfortuna di averlo fatto prima dell’anno 3000.

Serena, Scozia

Gennaio 2017 – Innamorarsi (di nuovo) a Londra

Gennaio 2017 – Innamorarsi (di nuovo) a Londra

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A quel tempo lavoravo full time, avevo tinto i capelli di biondo e di quella pazzia rimaneva una ricrescita che mi faceva fare le smorfie allo specchio, ma indossavo ancora una 42.
E questo era buono.
Avevo una relazione con un ragazzo poco più giovane di me che avrei lasciato ogni sei mesi, quando giuravo a me stessa che non lo avrei voluto vedere mai più e che puntualmente ritrovavo nel letto dopo alcune settimane passate lontani.

Ero piccola eppure mi sembrava di aver già costruito molto. Avevo un lavoro che mi piaceva e stavo per laurearmi anche se con immenso ritardo.

Mi informavo per l’erasmus da un tempo ormai indefinito, guardavo l’appartamento spagnolo e ascoltavo i racconti di chi era partito.
Passavo le notti davanti al computer a fare ricerche, a farmi i conti e iniziai a scrivere su un quaderno le regole della grammatica inglese, sperando che quella parte da auto-didatta riuscisse a rendermi più chiara la strada, a portarmi allo stesso livello di chi partiva l’estate per studiare all’estero.

Mi sembrava che fosse un’esperienza che avevano fatto tutti, vivere in un college o in famiglia e apprendere quella lingua che tanto mi suonava magica nelle orecchie.
Più volte mi feci i conti, ne pagavo ancora a casa mia e mantenermi all’estero a me non sembrava possibile.
Quel sussidio, quello dell’erasmus, mi sembrava minuscolo, ridicolo.

Non sapevo tante cose che ora so.
Non sapevo che forse non ero pronta.

Prendere e partire.
Mi sembrava una roba gigantesca da organizzare.

Sognavo Londra, come tutti i ragazzini.
Volevo imparare l’inglese e vivere lontana per un po’, volevo conoscere amici diversi, fare la matta e respirare un’aria che credevo migliore.

Non sapevo, ed ora so, che sarei potuta partire davvero, lavorando per mantenermi, all’estero.

Proprio come faccio ora.

In Italia lavoravo full time, orari di negozio, e chiedevo i giorni liberi solo per andare a dare gli esami, neanche per prepararmi prima.
L’università la vedevo poco e niente, la vivevo il tempo di terminare uno scritto e verbalizzare un orale.
Mi andava bene così, potevo avere tutto, prendere la laurea, certo lentamente, ma intanto lavorare per davvero.
Tornare indietro mi sembrava impossibile. Una volta che hai uno stipendio ogni mese e che senti il potere di ottenere grazie alla tua fatica, è difficile dire basta, è difficile rinunciarvi.
Per me lo sarebbe stato.

Leggevo invece che all’estero la frequenza era obbligatoria ed io mi chiedevo “Ma come fanno? Hanno tutti qualcuno che li mantiene?“.
Ora so che che avrei potuto farlo anche io, impegnandomi, e che era la paura a parlare.
Sarei potuta partire, lavorare e studiare.
E farcela.
Così come ce la faccio ora.

Ero piccola, incastrata da mille cose e troppo incasinata per pensare a complicarmi ulteriormente la vita.
Per laurearmi dovevo conseguire 500 ore di un inutile tirocinio mandatorio e per farle persi il lavoro che mi dava da mangiare. Le mie vendite erano crollate ed il capo mi disse che non rendevo più e non sapeva che farsene di una che chiedeva di lavorare part time.
Questo malgrado i tre anni spesi al negozio, con un giorno libero a settimana e le domeniche a lavorarle tutte, la pausa pranzo con il boccone sullo stomaco.

Avevo perso il lavoro, ma finito il tirocinio ed ora potevo laurearmi per davvero.
Nell’attesa mi ritrovavo con una disoccupazione ridicola a cercare di capire cosa combinare con la mia vita di ventenne con un incredibile ammontare di tempo libero.
Iniziai a cercare i corsi della regione, quelli per i disoccupati.
Volevo, questa con il senno di poi è bella, iniziare un corso di programmazione, qualcosa che avesse il sapore dell’IT.
Non trovavo niente, i corsi erano perlopiù roba totalmente inutile, assolutamente non tarata sull’utente.
Dietro quei percorsi, mi sembrava, non c’era l’idea di investire su un giovane disoccupato, rimettendolo in piedi e capace di fare meglio e di più.

C’era il nulla.

Mio fratello era in missione fuori dall’Italia, mi sembrava che il mondo non avesse più colori, come ogni volta che andava e va via.
È così ancora oggi.
Lui mi iniziò a scrivere su quello che allora si chiamava messenger e non ricordo bene come andò.
Probabilmente il discorso lo iniziai io morendo di vergogna, ma quella sera decise di regarlami un sogno che mi bruciava la testa.

Avevo già fatto delle ricerche, avevo trovato una scuola alla periferia di Londra ed una famiglia che potesse ospitarmi.
Mio fratello pagò ogni cosa per me, viaggio e alloggio, consentendomi di farlo, di andare a studiare inglese all’estero.

La sera prima della partenza avevo paura anche perché non avevo un soldo in banca. Mio zio passò a casa che era tardi e non disse niente di particolare.
Quando andò via scoprii che mi aveva dato dei soldi per star tranquilla.

Sull’aereo era notte, uno di quei voli Ryanair che prendono solo gli squattrinati e accanto a me c’era un vecchio che cadeva addormentato ogni 30 secondi, incapace di sostenere una discussione sensata immerso in quel denso buio da volo notturno.
Quel vecchio era il mio futuro marito, che non ha perso la terribile abitudine di crollare non appena l’aereo inizia a scaldare i motori.

Londra era puzzolente, fredda e piena di gente.
Non potevo non innamorarmene.

Furono due settimane di amore folle, noi, la città sullo sfondo.
Le lezioni di inglese al mattino, le corse in centro ed il cibo economico dei fast food.
Dividevamo un letto singolo in casa di una famiglia che ci sembrava tutta matta e ne volevo di più.
Di me e lui, di noi due da soli di notte e ancora insieme al mattino, per la colazione, quando l’appartamento era solo nostro.

Furono due settimane, ma sul mio CV diventarono un mese.

Tornai in Italia infastidita, non mi piaceva il chiasso, non mi piaceva il tono della gente.
Trovai una sorpresa bellissima: mio fratello era di nuovo a casa ed io chiaramente mi lanciai addosso a lui alla velocità della luce, per stringerlo forte e respirare il suo fastidio ad avere una sorella così.

La settimana successiva Roma ebbe una di quelle rare giornate di orribile pioggia, di strade allagate e devastazione mista ad aria umida e al rumore del vento contro i vetri delle case vecchie.
Pensavo “Se il sole muore, che senso ha vivere qui?“.
Mi dicevo che la pioggia di Londra fosse dopotutto l’unico contro, non ne vedevo altri.
Anzi persino quella non mi aveva scoraggiata, l’avevo trovata gentile.

Amavo Londra eppure mai pensai di fare le valigie e partire.
Non per davvero.

A Roma, con la pioggia che mi bagnava la testa, andai a fare un colloquio per un lavoro che volevo con tutta me stessa, che mi avrebbe dato tutto quello che all’epoca cercavo.
Mi diedero una lettera formale da tradurre dall’italiano all’inglese.
Andò bene.

Non era qualcosa che sarei stata in grado di fare senza quel micro corso di inglese frequentato all’estero solo la settimana prima. Ve lo posso giurare.

Mi presero per quel lavoro che volevo, malgrado i capelli bagnati e la mia inesperienza nel ruolo.
La pioggia continuava a cadere, incessante, ma in macchina ad aspettarmi c’era sempre lui, il mio compagno di vita, che leggeva “In nome della Rosa“, seduto in una vettura che all’epoca cadeva a pezzi.

Non sapevamo, ancora, che di macchine ne avremmo avute altre 3 e che avremmo preso persino una moto.
Non sapevamo che davvero ci saremmo andati, a vivere insieme, continuando a ricercare quel contatto famigliare e caldo. Condividendo solo una piazza del nostro letto, per stare intrecciati, per stringerci le mani, prima di addormentarci.
Non sapevamo dei caffè la mattina e di tutte le cose che sarebbero venute dopo.
Avevamo nel cuore quell’esperienza all’estero fatta assieme ed il desiderio di condividere di nuovo quella serena quotidianità.

Sono passati tanti anni da quella prima volta in Inghilterra, una bella fetta di vita.

Il mese scorso ho avuto un colloquio di lavoro a Londra e siamo partiti per una piccola fuga, insieme.
Un altro volo preso quando inizia a fare buio.
Pensavo che dopo aver girato il mondo, una banale Londra non mi avrebbe fatto alcun effetto.

E invece era lì.
Ci ha accolti in una notte gelida ma piena di luci, di vita e di occasioni.
Camminando per quelle strade mi è sembrato, di nuovo, che tutto fosse possibile. Che ci fosse ambizione nell’aria e che le idee contassero qualcosa e servisse tirarle fuori.
Ora, subito, per cogliere l’attimo.

Londra, bellissima, uno sfondo che ti riempie lo stomaco e ti fa sentire ugualmente affamato, desideroso di fare.

Sono passati davvero tanti anni eppure mi sono resa conto che niente era cambiato.

Lei era lì.
E c’eravamo anche noi.

Serena, Scozia

Gennaio 2018 – Quando vivi all’Estero e squilla il Telefono

Gennaio 2018 – Quando vivi all’Estero e squilla il Telefono

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Succede che di tanto in tanto in Italia le cose vadano in un certo modo, qualcosa che va storto, qualcuno che sta poco bene o qualcun altro che passa un brutto momento.
E tu non ci sei perché hai scelto di vivere da un’altra parte.
Ci provi, ma comunque vada ti senti di poter far poco.

Qualche volta capita di aver paura dello squillo del telefono, di sentire una certa notizia, di non ricevere immediatamente una risposta ad un messaggio su WhatsApp, di essere tenuti all’oscuro.
Qualche volta immagino di sentir pronunciare certe parole orrende, così per telefono e poi di sentir piangere dall’altro capo.
Succede e non devo certo stare a spiegarlo qui, in mezzo alle persone che ci sono passate e capiscono.

Ho un desiderio.

Vorrei vivere in una città collegata con l’Italia da un unico volo, da uno diretto.
Che non ne posso più di dover aspettare le coincidenze e perdere così tanto tempo, quando il tempo è invece tanto prezioso.

Questo biglietto, preso con così poco preavviso, quasi mi scotta in mano e pesa, come tutte le volte che parti con dei pensieri.
Quando sai che dovrai affrontare quasi 10 ore di viaggio perché sì, questa è Aberdeen, così vicina eppure così mal collegata con tutto quello che vorresti.

E’ il mio primo biglietto preso all’improvviso, probabilmente il primo di una lunga serie, che mi scombussola i piani, mi incasina gli incastri e mi mette su un aereo in direzione dei miei pensieri più brutti.

Nel mondo le low cost pubblicizzano voli a meno di 50 euro ed invece eccoci qua, a partire da un pezzo di Scozia che pochi conoscono e ancor meno ci vivono. Dove un biglietto aereo costa sempre tanto, se poi lo prendi all’improvviso, diventa una rata di mutuo, che del resto non hai.

Dover partire all’improvviso.
Quell’improvviso che conoscono bene tutti quelli che vivono lontani, quelli che sobbalzano quando il telefono squilla in orari insoliti, quelli che di notte non dormono per i pensieri.

Quelli che per amore di chi è rimasto rinunciano ad andare altrove, agli impegni e alle ferie, rinunciano a tutto, pur di avere tempo, pur di fare in tempo.

Avevamo già preso i biglietti per fine mese – per la partenza intelligente – ma niente, la vita non può aspettare e lo sappiamo tutti, non vi sto raccontando niente di nuovo.

Tu te ne sei andata, sei tu che devi tornare e questo è vero, tutto assolutamente vero e regolare.
Io me ne sono andata ed il fulcro dei miei affetti è rimasto in Italia e questo non cambierà mai. Con questo peso, con queste paure, devo e dovrò far i conti per tutta la vita.

A quanto pare, però, sono quella che se ne è andata, ma anche quella che lascia tutto per tornare, rinuncia a tante cose che neanche sta a dire, si inguaia la fine del semestre universitario e quasi perde un meeting di lavoro per prendere invece il primo volo con direzione Roma.

Lo faccio, non potrei non farlo.

Come quella volta che vivevo ancora a pochi passi da te e mi hai detto “vieni”. Io ho lasciato tutto e sono arrivata, quella volta con la macchina.

Serena, Scozia

Febbraio 2018 – Arrivederci, Amiche di Fuso!

Febbraio 2018 – Arrivederci, Amiche di Fuso!

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La prima volta che mi e’ stato chiesto di scrivere per Amiche di Fuso, ho detto di no, c’erano troppe emozioni in ballo nello scrivere per un pubblico che sapevo sarebbe stato destinato a crescere.

Di lì a poco invece accettai perché quello che stavo vivendo era troppo bello e avrei voluto raccontarlo a tutti e raramente me ne sono pentita.
Sono passati tre anni, 37 post, tanti video editati, piu’ di 500 contributi tra buongiorni su Facebook, #CapisciDiEssereExpat, vignette, copertine, immagini e… ed è arrivato per me il momento di ringraziare e, un po’ a sorpresa, scendere qui.

L’ultimo semestre universitario è stato un incubo per molti versi.
Non fraintendetemi, ho dato ed ottenuto il massimo come sempre fatto fino ad ora ma ho dovuto lavorare per 5 persone, grazie a quella cosa fantastica che sono i lavori di gruppi qui in UK, una tematica della quale avrei voluto avere il tempo di scrivere anche qui.
Il post lo avrei chiamato “ti faresti davvero operare da qualcuno che si è laureato grazie ai lavori di gruppo?” e forse il titolo sarebbe bastato a farvi capire l’antifona.

In mezzo a quel marasma sono arrivate delle brutte_ma_non_cosi_brutte notizie dall’Italia, ho dovuto prendere un aereo di troppo e di notte mi svegliavo con l’ansia delle consegne.
Una volta tornata in Italia, questa volta per le vacanze, ho capito che devo rallentare.

Non è facile per me, che funziono meglio con l’acqua alla gola, che mi piace sentire lo stress e riempire le mie caselline mentali una dopo l’altra, che non rimando quasi nulla, che se penso una cosa poi la devo fare. Subito.
Non riesco a far le cose a metà, a farle male fregandomene e se dico una cosa è quasi sempre quella.

Con un carattere cosi’ non è facile ascoltarsi ma voglio provarci, non lascio Amiche di Fuso perché non ce la faccio più a star dietro all’impegno che c’e’ dietro ad un progetto come questo, che ha diverso materiale da produrre e supervisionare, no, no.
Io ce la farei anche.

Lascio Amiche di Fuso perché voglio provare a rallentare e veder come va senza questo impegno, anche provando ad iniziare a dire “no” a tante piccole incombenze che esulano da questo bellissimo progetto e che mi sono mano mano caricata sulle spalle perché tanto “io ce la faccio“.

Lo spazio è tiranno, è tempo di saluti e di dire che mi mancherà il progetto e mi mancherete voi lettori, moltissimo.
Mi mancherà “lavorare” fianco a fianco con donne che stimo molto e mi mancherà la creatività di quello che facevo qui.

Per questo ringrazio tutti, per la bellissima esperienza e per i tre anni passati a condividere qualcosa di bello.
Continuerò ad essere una fan!

E per chi vuole… ci vediamo sul mio blog e sulla pagina Facebook.

Serena, Scozia