L’incapacità di dare feedback dei britannici

L’incapacità di dare feedback dei britannici

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“Anche un maiale puo’ arrampicarsi su un albero quando viene adulato”?

In tema di feedback, ho detto al mio capo che non avrei potuto lavorare uno straordinario e lui ha risposto, con un entusiasmo esagerato: “Sei una star“!

Lasciate in tasca i fazzoletti, una risposta così in Gran Bretagna non vuol dire necessariamente qualcosa di buono ma più probabilmente “stella mia, se fosse per me saresti già a chiede l’elemosina a Campo dei Fiori“.

Volete qualche prova che io non stia esagerando?

IN UNIVERSITA’, i feeback mancanti dei british

Vi presento una insegnante che mi sembrava pura luce e che al secondo anno mi comunica che i miei lavori sono “amazing, oh wow”!

Poi a quei miei lavori mette i voti e non sono mica tanto “amazing”, se mi avesse detto dove stavo sbagliando forse avrei imparato qualcosa e non mi sarebbe partito un “malimortaccitua” dalla difficile traduzione.

Ma niente, i feedback che mi sarebbero serviti sono arrivati solo una volta registrati i voti, elettronicamente.

Ho chiesto di poterne parlare per capire meglio per il futuro ma “quanto mi dispiace, ormai i voti sono effettivi”.

E già, se solo avessimo avuto tempo di parlarne durante i tre mesi che hai visto i miei lavori!

SUL LAVORO, l’incapacità di dare un feedback in UK

Vi presento il Maiale, ex collega estremamente capace di essere negligente con i disabili gravi che seguivamo assieme quando facevo la carer, anni fa.

Collega che mangiava tutto il loro cibo, metteva sulla nota spese le sue patatine fritte e la coca cola per fare i mega ruttini, dando ai disabili per cena scatolette della Heinz con una bella spruzzata di Ketchup per dare l’effetto gourmet. Il Maiale si faceva pagare 10 ore di lavoro ma arrivava sempre con sessanta minuti di ritardo al mattino e andava via un’ora prima perché “ho il cane da pisciare“.

Brava persona, poi vabbè, si scordava di dare le medicine agli epilettici ma nessuno è perfetto, dai.

Segnalato alla manager, una appena-appena meglio del Maiale, non successe nulla. Mi disse solo “grazie di avermi informata” aggiungendo mille moine, che è la traduzione britannica di “ma i cazzi tua mai? Gli occhi ce li ho, bella de casa, se volevo far qualcosa l’avevo fatta“.

Poi un giorno la Manager si congratulò con il Maiale per una banalità ma abbastanza forte da farlo scodinzolare per 20 minuti buoni, elargendo milioni di “well done, you are doing great!“.

Il giorno dopo il Maiale stava a casa dal lavoro.

Cioè era senza un lavoro, licenziata.

Se la manager avesse usato la bocca per riprendere questo personaggio o se fosse stata giusta come il suo ruolo prevedeva, forse il Maiale avrebbe imparato la sua lezione, rinunciando alla sua indole parassitaria per diventare un membro utile di questa società.

Ma siamo in UK ed è difficile che le cose te le dicano sul muso.

E’ vero che rispetto all’Italia vivi più serenamente, senza essere continuamente pungolato da consigli non richiesti e critiche continue ma saper dare (e ricevere) feedback è importante.

I feedback, le cosiddette critiche costruttive, concorrono a creare chi sei, nel mondo di lavoro, indicandoti direzione e strade da evitare.

Ricentrandoti e migliorandoti.

A mio avviso, decisamente più formativo di dire “brilliant” quando si sta pensando di licenziare qualcuno.

Quell’attenzione nel parlare tutta britannica che noi italiani prendiamo per gentilezza ed educazione, mi sa che spesso è noncuranza per i risultati ed un bel po’ di ipocrisia.

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Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

Febbraio 2015 – Lavorare in Australia

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(Pranzo in cima a un grattacielo, Charles C. Ebbets)

State valutando di venire in Australia e siete un po’ confusi sul tema del lavoro?
Qui è una Expat Sfigata che vi parla e che vi condurrà nel magico mondo dei CV… err… dei Résumés, dei salari minimi e dei Trials.
Benvenuti a bordo!

Arrivata in Australia con il mio Visto Precario ed il mio Inglesuccio ho avuto la conferma che miracoli non ce ne sarebbero stati e che avrei dovuto ricominciare da capo.
Ero pronta e carica in tal senso, volevo solo lavorare ed integrarmi!

Io non ho sigle favolose davanti al mio nome, come “Ing.” o “Arch.” e sono di quelle che si vergogna a firmarsi “Dott.” ma comunque ho avuto un bel percorso professionale e ne vado fiera. Il mio CV è uno di quelli lunghi e mi piace quasi tutto quello che ho fatto, nel mio piccolo e senza modestia.
Prima della partenza ho passato un anno ad inseguire opportunità lavorative in quella che era casa mia, candidandomi ogni giorno tra Infojobs e Monster Italia. Gli annunci che leggevo mi facevano venire le lacrime agli occhi e quando trovavo un lavoro che sì, cercava proprio me, ecco che mi cadeva lo sguardo su quel “massimo 29 anni”.
Eccerto!
Poi sul mio CV avevo ingenuamente ammesso di essere, oltre che vecchia, pure sposata!
Una pazza! 🙂
Pertanto in Italia mi sentivo senza speranza mentre qui in Australia ho potuto respirare di nuovo.
Perché sì, non chiamano mai per i lavori più “fighi” perché non sono cittadina, ma finalmente ho di nuovo dei colloqui!
Ed io non aspettavo altro!

Quindi questa sono io.
Ma se voi siete i famosi Ing. Dott. Arch. o se avete una professione IT, non posso che suggerirvi di entrare in Australia dalla porta principale.
Credetemi, potete assolutamente farcela e con la dovuta documentazione vi sarà accordato un visto lavoro che vi aprirà le porte della residenza permanente.

Se invece siete un po’ come me, ecco una micro guida utile in 10 semplici punti! 🙂

1 – ADDIO CV, COME CI SI CANDIDA IN AUSTRALIA?

I CV Europei ve li tirano dietro, qui li chiamano Resumes e li vogliono brevi.
Inoltre senza Cover Letter e Referenze non andrete da nessuna parte.
Sì, lo so che tutti abbiamo l’amico andato in Australia con 400 euro (e che non si era neanche preso la briga di cambiarli in dollari!), zero inglese e che con tanta buona volontà adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes.
In questo Paese la meritocrazia esiste ancora, quindi chissà… e poi una bella botta di cxxo non si dovrebbe mai negare ad un lavoratore volenteroso. 🙂

2 – NUOVI PORTALI

Non troverete infojobs ma Seek.
Non avrete, chessò, Portaportese ma Gumtree.
Il principio base sarà lo stesso ma a differenza che in Italia, ogni sera avrete più di 30 pagine di annunci da spulciare per la vostra ricerca.
Siete ancora in Italia?
Per coccolare il vostro ego vi consiglio di provare ad inserire la vostra professione nella barra di ricerca e premere invio.
Visto?
Vi cercano e lavoro ce n’è! 🙂

3 – QUANTO SARO’ PAGATO IN AUSTRALIA?

In Australia esiste il concetto di stipendio minimo.
Sotto i 18 dollari lordi non si può scendere, a meno di non essere un minorenne che ancora va a scuola e che vuole iniziare a guadagnare qualcosina e farsi qualche esperienza.

4 – SOLDI, SOLDI, SOLDI!

Inoltre è possibile essere pagati di più!
E dopo secoli di stipendi uguali per tutti, malgrado chi facesse di più e chi facesse di meno… beh, io sono contenta di dove sono capitata.
Sabato, Domenica, Festivi e Notti sono decisamente ben pagati.
Un cameriere alla domenica può guadagnare 22-28 dollari l’ora e portarsi a casa più di 100 dollari in un solo giorno.

5 – ACCREDITO STIPENDIO

A Londra troverete la fila al Pub al Venerdì ed ecco, sì, qui siamo molto simili!
Verrete infatti pagati una volta a settimana!
In Australia Battisti non avrebbe potuto cantare “al 21 del mese i nostri soldi erano già finitiii..”.
Peccato perché è una bella canzone. 😀

6 – QUALITA’ DELLA VITA A MELBOURNE

Sopravvivrete anche con un part time.
Questa è stata una grande novità per me e mio marito: lavorare, avere tempo libero e non farsi mancare niente.
Gli Australiani adorano i part time e come dar loro torto se due mezzi stipendi bastano per pagare rent, bills ed uscire fuori a cena?

7 – TRIAL IN AUSTRALIA

Ahimè, per alcune professioni più che per altre, per esempio per quelle relative al campo dell’Hospitality, vi sarà spesso richiesto di fare una prova di 3 ore che non vi sarà, quasi mai, pagata.
La cosa è piuttosto frustrante qualora vi capitasse di fare 2 o 3 trial di seguito o, peggio, di essere sfruttati dal proprietario.
Anche in Australia ho avuto le mie brutte esperienze ma qui, per fortuna, ero consapevole di poter trovare un nuovo lavoro a stretto giro ed ho cercato di guardare sempre avanti.

8 – CERTIFICATI AUSTRALIANI

In Australia chiedono certificati per ogni professione.
Una semplice babysitter dovrà avere a portata di mano un Police Check negativo, il superamento di un corso di primo soccorso e, quasi sempre, un certificato che la abiliti a lavorare con i bambini.
Per fare il cameriere dovrete ottenere la licenza per poter servire alcolici (RSA) e, per i locali più fiscali, anche un Certificate of food Safety.
Tutti questi documenti hanno un prezzo, quindi vi consiglio di scegliere bene quale sarà il vostro percorso in Australia o vi ritroverete a collezionare titoli su titoli.
I Certificates non costano poco per gli stranieri, mentre sono ben meno cari per i cittadini che possono usufruire di fondi loro destinati dal Governo.
Per esempio qui cercano moltissimo nel campo Aged care, un campo che mi permetterebbe anche di far valere un pochino il mio Diploma e la mia Laurea (quella che volevo appendere in bagno) ma purtroppo un corso di 6 mesi mi costerebbe quasi 7000 dollari e non posso proprio permettermelo al momento.
Sob Sob.

9 – NUOVE MODALITA’

In Italia mi sono sempre candidata online, tramite i maggiori siti di recruiting e la cosa ha sempre funzionato.
Recentemente sono stata senza lavoro per un intero mese e proprio durante l'”Agosto Australiano” (ovvero l’afosissimo mese gennaio)!
Doppio Sigh!
Rimanere al computer a candidarmi quotidianamente non è stato il massimo del divertimento.
Soprattutto quando passi un giorno a candidarti alle offerte di lavoro del Southgate Mall, il centro commerciale di fronte casa.
Solo che avevo googlato male e mi sono candidata per l’omonimo Mall Canadese.
Sì, me ne sono accorta solo alla fine.
Dal Canada ancora mi scrivono per dirmi che vado forte! 😀

Stufa di farmi venire il sederotto rettangolare seduta al PC, ho stampato i miei CV, ops i miei Resumes, e sono andata a consegnarli a tutti i ristoranti del centro.
In meno di una settimana ho ottenuto un nuovo lavoro! 🙂
Non è stato facile andare a consegnare i Resumes di persona.
In tanti mi hanno spronata a farlo perché qui si usa così.
Qui vogliono vedere le persone in faccia!
Le vogliono propositive ed attive.
Non c’è nulla di male, mi sono detta alla fine ma… che fatica resettarsi!
All’inizio ero davvero molto timida, lanciavo il mio foglietto nelle mani del primo barista libero e scappavo fuori gridando “THANK YOU FOR YOUR TIME AND… SEE YOU SOON”.
Il “See you soon” gli doveva arrivare da lontanissimo perché ero già a sei miglia di distanza. 😀
Avete mai letto quegli articoli che in soldoni dicono che noi siamo i nostri Curriculum? Che quindi i fogli devono essere sempre ben stirati e custoditi? Ecco, io alcuni li ho fatti passare sotto le porte dei locali chiusi, insozzandoli terribilmente e poi… ovviamente scappavo anche lì alla velocità della luce perché temevo che il proprietario fosse dentro e volesse aprire per parlarmi!
Si dice che ci si abitui a tutto e anche alle cose belle, così al 15° ristorante è subentrata la routine e mi fermavo invece a scambiare due chiacchiere, rilassata e ben più tranquilla.
Quindi non è un caso che mi abbiano chiamato a lavorare proprio da uno degli ultimi locali visitati! 🙂

10 – AMICIZIE, SOFFIATE E NUOVE PROSPETTIVE

Soprattutto, mi preme dirlo a gran voce, fate rete!
Siamo all’estero, siamo soli e dobbiamo ricominciare da capo.
Io mi immagino sempre con il costume da Wonder Woman ma in realtà gli shorts non me li posso permettere ed ho bisogno del punto di vista altrui! 🙂
Ho conosciuto tante persone eccezionali stando qui e la cosa mi riempie il cuore di felicità.
Claudia mi ha coccolata dicendomi che ce l’avrei fatta a tornare a cavallo, Elena mi ha dato il numero di un’agenzia interinale che l’aveva presa a cuore, Nicole invece neanche la conoscevo: è la compagna di un collega di mio marito e si è proposta, indirettamente, per correggere il mio CV e così abbiamo fatto una domenica, scambiando due chiacchiere di fronte ad una birra gigantesca.
E’ stata invece la mia amica Barbara a dirmi di presentarmi al locale in cui poi mi hanno presa, perché lei abita in zona e sapeva che stavano cercando.

Dovrei ringraziare tutte loro e non solo, questa esperienza ha decisamente allargato i miei orizzonti oltre che la mia mente.
La rete serve sempre, quindi vi auguro e mi auguro di cucire maglie fitte fitte e magari anche di fare come il nostro amico comune, sì, quello “andato in Australia con 400 euro, zero inglese e che con tanta buona volontà e che adesso ha costruito un impero milionario, ha la piscina riscaldata e la Mercedes”. 🙂

Agosto 2016 – Che fine ha fatto Ferragosto?

Agosto 2016 – Che fine ha fatto Ferragosto?

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Quando son partita mi sono detta quella cosa, sgradevole e rude da ammettere, sul non voler frequentare altri Italiani.
Dal mio paese sentivo la necessità di prendere le distanze e le mie radici le avrei volentieri estirpate.

Ho tenuto, in parte, fede a quella promessa fatta a me stessa.
Uscendo con amici provenienti da tutto il mondo e ridendo come una pazza, in un inglese che all’inizio si veniva incontro.
Ho iniziato a capire i loro accenti, imparato parole nuove grazie a loro e persino dai loro errori.

Durante quel nuovo inizio mi sono interrogata molto.
Sull’essere me.

Sono io questa?
Questa che parla male?

Sì, ero io lo stesso.
Venivo fuori.
Magari non capivo che un quarto dell’accento australiano, ma riuscivo sempre a strappare una risata a chi avevo di fronte.
E mi sentivo bene.
Me.

E’ stato bello capire di potercela fare, per davvero, lontana da casa.

Sarebbe mancato però qualcosa di importante senza i miei amici italiani, quelli incontrati all’estero, quelli dei caffè presi insieme e dei fiumi di parole.
In loro ho trovato molto di mio e tanto di più.
E l’ho trovato facilmente.

Senza fatica, senza pensare.

Di recente ho ospitato due amiche italiane che vivono in Spagna da tanti anni.
Una di loro mi ha riportato sul banco quello stesso discorso.
All’estero non ci si va per frequentare altri italiani.

O meglio, l’essere italiani non può essere l’unico collante.

Ed ha aggiunto una frase che mi ha fatta riflettere.
“Italiani non ne cercavamo, però è solo tra di noi che possiamo cantare la sigla di Pollon!”.

Vi sembrerà una cosa da niente.

Ma quanto aveva ragione.

E’ successo a me e forse sarà capitato a voi.
Ho sentito le mie radici urlare dentro di me, in molte occasioni, cercando un’occhiata immediata e complice.

Avrei voluto parlare dei film che ho visto, della musica che ho cantato in macchina, dei programmi radio che mi accompagnavano al mattino.
Di quella che sono stata per trent’anni.

Senza stare a spiegare l’inspiegabile.
In un botta e risposta veloce e complice.

E invece le uniche cose che qui immaginano un po’ di me, delle mie radici intendo, sono quelle relative al cibo.
Italian food, so yummy, pizza, lasagna e mac&cheese.

Noi Italiani siamo un popolo molto amato all’estero.
Siamo fortunati per questo, conoscono qualcosa di noi.

Quel qualcosa non mi basta.
Certe volte non mi basta.

Di Venditti che canta “Notte prima degli esami” non sanno nulla, nulla di quella melodia in radio ogni anno, nel mese di luglio, a salutare quel percorso che per i liceali si conclude ed in qualche modo inizia.
Sono di Roma e loro mi immaginano al Colosseo, un pezzo di storia che poche volte ha incrociato il mio camminare, ignorano invece la parte di me che conosce i film di Sordi, che si ricorda quelli in cui Verdone era giovane.
Non sanno che gli amici del Nord Italia per prendermi in giro mi dicono e lo pronunciano pure male.

Ignorano i tormentoni, i nostri detti, i nostri modi di dire.
Ignorano cosa fosse la quotidianità e la cultura condivisa di .

Le pubblicità che ti entrano in testa o una canzone odiosa come quella del “Pulcino Pio”, un libro di cui tutti parlano.
Persino Melissa P.
Qui non ne sanno niente.

E neanche di Belen, per fortuna.

Stando qui ho imparato tanto altro, ovviamente.
Ho imparato ad essere umile, curiosa ed aperta.
Ed ho imparato qualcosa di loro.
Dei loro giochi di parole, della loro cultura, dei loro modi di dire.

Questo è bello, incredibile, meraviglioso.

Ma come ho già detto, a volte non basta e vi mancheranno gli appigli, le basi in comune.
L’immediato.
La complicità, quella basica.

Quella che avete solo per il fatto di esser nati nello stesso posto del mondo.
Condividendo per questo qualcosa di sottovalutato ed immenso.

All’estero, dall’altra parte, il Natale sarà diverso, perché lo sarà, ma in qualche modo ci sarà.
Perderete però la Pasquetta, così come i discorsi sul tempo pazzerello e non farete nessuna lista della spesa per la grigliata con gli amici.
Non spingerete il carrello pieno per supermercati presi d’assalto alla vigilia.

Il primo maggio non sarete in piazza per il concertone e non avrete il day off al lavoro.
E non aspetterete di vedere dove capita il 25 Aprile, per chiedere il giorno e fare ponte.

Il carnevale non esisterà, così come non esisteranno frappe e castagnole.
O bignè di San Giuseppe.

In Italia, un tempo, ero alla scrivania con la mia collega preferita.
Tutte e due con il foglio delle ferie compilato per la stessa settimana estiva, in attesa di un’approvazione che temevamo non arrivasse.
Avevamo lo stesso ruolo e dentro di noi saliva la rabbia di fronte alla possibilità di non avere la settimana di agosto, quella che si incrocia con il 15, libera.
Quell’anno dopotutto ci andò bene e ricevemmo la grazia, le agognate ferie approvate ad entrambe.

Oggi sono qui, oggi sto scrivendo dalla Scozia.
Ed è il 15 Agosto.
Facebook mi ricorda di non aver passato un solo ferragosto in casa o al lavoro, riproponendo immagini di me in costume da bagno, sorridendo da qualche parte nel mondo.
Abbronzata e con gli occhiali da sole grandi.

Oggi invece sono qui nella città di Aberdeen, nella Scozia alta.
Ho le braccia scoperte, ma muoio di freddo.
Prima ho alzato gli occhi da quello che stavo facendo e ho pensato: “Dio Mio, è ferragosto”.

Ed io sto lavorando e nessuno attorno a me sa cosa voglia dire questo giorno di agosto.

Per quelli come me, lì dove ero una volta.

Serena, Scozia

Dicembre 2016 – Come ho imparato l’inglese all’estero

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Mi accadeva in Italia quando acquistavo nei negozi con commessi stranieri e questi comunicavano tra loro nella loro lingua, mettendomi in qualche modo da parte, tenendomi all’oscuro.
Ridendo, alzando i toni o parlando appena e dandosi, suppongo, dei secchi comandi.

Entrando nei piccoli negozi pieni di oggetti, mi sembrava che parlassero alle mie spalle.
Approfittavano, credevo all’epoca, della mia non conoscenza di quel linguaggio che alle mie orecchie suonava segreto.
Ci vedevo della scortesia.
Del dolo.

Ma era prima della mia partenza e tante cose, tanti pensieri, sono cambiati.

Cosa penserà di me la cassiera di Sainsbury’s quando con mio marito ridiamo e parlottiamo di fronte alla sua faccia, in una lingua che lei non conosce?
Lo stesso!
Probabilmente penserà lo stesso.

Ed io non posso spiegarle che parliamo in Italiano perché così ci viene naturale, perché è la lingua di casa, quella che esce dalla pancia per prima, che raggiunge la bocca senza troppi giri nel cervello.

Vivendo all’estero abbiamo approfittato di quel nostro linguaggio segreto per esagerare, per parlare in un modo diverso, a tratti più sporco, che ci porta a dire cose che normalmente non diremmo in mezzo ad una strada piena di persone.
Perché tanto… chi ci capisce?
Puntuale però, quando qualcuno si avvicina per dire “Ei, italiani anche voi?” io mi paralizzo per la vergogna.
E penso.

Cosa.
Ho.
Appena.

Detto?

Cosa avrò detto solo pochi minuti fa?
Cosa mi sarò autorizzata a dire in pubblico, convinta di non esser capita?

Parlo italiano in casa mia, quasi sempre, fatta eccezione per qualche frase, qualche parola e qualche discorso iniziato o finito in una lingua che non è quella del paese che mi ha vista nascere.
Parlo inglese fuori casa, sul lavoro, per strada, prendendo un caffè e all’Università.

Vivo all’estero ed è finalmente successo.

Mi rendo conto, finalmente conto, che il mio inglese è migliorato in questi due anni.
Parlo veloce, a macchinetta.
Sono sicura e fluente.

Ci sono ancora delle imperfezioni e con le persone di qui, con gli scozzesi, a volte devo ripetere da capo perché l’accento è diverso e non mi stanno dietro.

Quando parlo dimentico ancora la esse per la terza persona ed i verbi irregolari vengono sputati fuori alla “come viene”.
Creo nuove parole convinta che abbiano una qualche coincidenza con la parola italiana che ho in mente.
Ho serie difficoltà a pronunciare in modo differente thought/throught/throw e compagnia bella.
E quando dico a qualcuno that I am living quello magari capisce that I’m leaving e via così, incompresa.

E ancora sono vittima di quei momenti.
Quelli che mi fanno sbagliare ogni parola e ogni forma verbale di un discorso appena intrapreso, gli stessi che ora mi fanno anche reagire, scoppiare a ridere di fronte al mio interlocutore, cancellare il tutto con un gesto della mano e dire “I am sorry, I don’t speak english anymore! Let me try again!“.

La sicurezza ormai c’è e siamo ben lontani da quella me che strizzava gli occhi fino a renderli due fessure, cercando di concentrarsi su almeno un quarto del discorso del suo interlocutore australiano.

I miglioramenti sono avvenuti lentamente ma i più evidenti li ho visti recentemente e le ragioni sono quelle che seguono.

In primis, ho smesso di lavorare come cameriera.
Un lavoro che ti fa parlare parecchio ma, aimè, perlopiù e sempre delle stesse cose.
Un lavoro che ringrazio di aver potuto fare perché mi ha fatta guadagnare abbastanza da mantenermi all’estero e mettere da parte del denaro. Che mi ha aiutato a mettere le basi per la mia integrazione, ampliando le mie conoscenze di lingua, persone e società.

Una volta in Scozia ho iniziato a lavorare, invece, come assistente per giovani adulti con disabilità molto gravi, fisiche e mentali.

Ho dovuto chiacchierare tanto con i miei ragazzi e l’ho dovuto fare da subito, fin dal primo giorno. Inoltre l’ho dovuto fare malgrado qualsiasi emozione stessi provando in quel momento.
Sono stati pazienti, i miei ragazzi, nel ripetersi per me perché, dopotutto, condividiamo qualcosa nel nostro essere non sempre in grado di farci comprendere.

Ci siamo venuti incontro, raccontati a vicenda, coccolati e insieme ci siamo arrabbiati e abbiamo riso.
Da quando faccio questo lavoro sono successe così tante di quelle cose da non aver neanche più tempo per realizzarle tutte.
E sono successe in inglese.

Lavorare con colleghi scozzesi per turni lunghi anche 15 ore mi ha forgiata.

HO DOVUTO parlare.
Ho dovuto impare in fretta termini tecnici.
Sono stata costretta, spinta, messa alla prova continuamente.

Guardata, non lo nascondo, anche come se fossi scema di tanto in tanto.
Dalle persone meno inclini alla diversità che chiaramente esistono, ovunque.

Non mi è importato, sono andata avanti, non mi sono crogiolata ma ho continuato, imparando tanto.

Mentre ero impegnata a parare i colpi e a non perdere il filo, ecco che è successo: ho imparato l’inglese!

Il segreto, se c’è, è buttarsi.
Buttatevi il più possibile in mezzo ai locali, imparerete il loro accento anche se all’inizio vi sembrerà impossibile e ben lontano da quello dei listening scolastici.
Lo imparerete e farete vostro, credetemi.

In mezzo a loro ascolterete e ripeterete nuove parole ogni giorno e alla fine sarete voi a correggerli nello scritto e sarà da voi che verranno a chiedere aiuto nello spelling.
Sarete sempre voi a correggere il native english speaker che avrete di fronte e avrete la stessa faccetta da professorina che vi compare quando qualcuno scrive qual’è.

Succederà.

E’ una promessa!

Serena, Scozia

P.S.
E se poi volete fare ancora più in fretta la soluzione è una ed una sola.
Trovatevi un amante tra la gente del posto!

Io purtroppo non ho potuto, per via di quel particolare chiamato “mio marito”. 🙂