SUL TRENO PER LONDRA

SUL TRENO PER LONDRA

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Ho pensato spesso di scrivere riguardo a questa esperienza estiva, sento che rappresenti una parte importante di questo percorso, finora ho pensato fosse difficile dargli una consistenza organica, ma ora che sono a metà di questo viaggio mi sembra che sia in qualche modo più chiaro.

Ho ottenuto un placement estivo a cui tenevo molto per una buona compagnia di Edimburgo, ricordo mia moglie entusiasta dopo aver letto l’email per prima, e ricordo in me un profondo senso di incredulità prima, entusiasmo poi, e infine ansia.

Ansia di non essere all’altezza di un’azienda con buone prospettive, ansia di non saper parlare la lingua sufficientemente bene, e ansia di essere troppo vecchio in confronto a ventenni che iniziavano a fare la stessa esperienza.

Cambiare comporta fatica e sacrifici, e in qualche modo non farcela alle volte è più rasserenante che avere qualche successo.

È molto un discorso di confidenza ovviamente, credo che aver paura non avvantaggi nessuno, e chi si butta è sicuramente in vantaggio.

Quindi quando mi chiesero quante settimane avrei voluto fare di placement, dando 8 come minimo, mi feci i conti della serva e dissi 16, dal primo giorno possibile dopo la fine degli esami, all’ultimo giorno possibile in cui inizieranno nuovamente i corsi universitari per l’ultimo anno.

Volevo prendere il più possibile da questa esperienza e dare indietro qualcosa a questa società che mi ha offerto una grande opportunità.

Una professoressa di psicologia ai tempi della mia prima laurea disse, che gli uomini e le donne non sono forgiate dai loro desideri, quanto dalle loro frustrazioni, a riprova di ciò, ho iniziato a lavorare sodo, arrivare mezz’ora prima, andare via un’ora dopo e alle volte mangiare un boccone davanti allo schermo.

Non molto salutare ovviamente è provocando qualche volta le ire di mia moglie la quale smaniava per l’opportunità di passare l’estate ad Edimburgo.

Dall’alto dei miei trentatré anni sono arrivato ad odiarmi meno, accetto questa parte di me che si sente più serena quando da troppo che quando è a riposo “that’s the nature of the beast”. Mi riprometto che un giorno sarà diverso. Mento a voce alta.

Bruce Lee diceva che l’abilità in una disciplina dipenda principalmente da quanta attenzione non divisa viene data allo sviluppo delle abilità stesse, la predisposizione esiste ovviamente, ma non va da nessuna parte senza tempo e dedizione.

Da quel punto di vista non credo di essere un granché, studio quel che devo, cerco di comprendere quello che succede e applicarlo, ma non ne faccio una ragione di vita, ma più di buona professionalità.

Ho visto in questo periodi ragazzi di altissimo valore fra gli altri interns.

Mi considero semplicemente un lavoratore che si impegna.

Questo alle volte basta a brillare se gli altri sono peggio di te, ma per raggiungere livelli più alti serve una spinta interiore, deve essere la risposta ad un bisogno profondo.

O almeno così credo.

Avendo chiesto il doppio delle settimane normalmente richieste mi sono stati assegnati due team, il primo per le prime 8 settimane e il secondo per le successive, ho già finito di sviluppare un programma per il primo,  rubando due giorni alla partenza del secondo, ma è andata bene così.

Il programma si è dimostrato più complesso di quanto previsto ma alla fine faceva il suo lavoro bene e il risultato ha portato vantaggi interessanti per il team.

Il secondo progetto è di natura più teorica e trova molto interesse nella compagnia, così come genera parecchia confusione, spesso faccio domande alle persone più appropriate dell’ufficio ricevendo risposte benintenzionate ma fuorvianti, credo stia andando nella direzione giusta e credo questo sia dipeso anche dall’aver investigato a lungo la natura del problema prima di lanciarmi nella soluzione.

Credo di avere tempi più lassi in quanto intern, e che i tempi concessi ad un programmatore inserito sarebbero molto più stretti.

A livello personale mi trovo bene con tutti, ci sono persone estremamente capaci ed è un’azienda che da molta importanza al morale, con eventi, drink e altre attività finanziate dall’azienda.

In particolare ora mi trovo su un treno per Londra per partecipare a due giorni di formazione e tre di programmazione competitiva, di mio penso che avrei preferito rimanere con la testa bassa sul progetto corrente e stare con mia moglie durante il Fringe Festival di Edimburgo, ma non c’era molta scelta e di sicuro imparerò qualcosa di interessante.

In generale mi riterrei molto fortunato ad essere considerato da questa azienda con un’offerta di lavoro successivamente, ma so che il mio inglese non è a livello degli altri (madrelingua), che forse non lo sarà mai del tutto e che mi servirebbe del tempo per comunicare efficacemente.

Se poi riuscissi a mantere la mia buona media al quarto anno avrei comunque la possibilità di uscire con una first class e avere buone possibilità con aziende simili.

Ma ci vivremmo ad Edimburgo?

Città adorabile ma con soli 500.000 abitanti, molto più piccola di Roma o Melbourne, e che già appare familiare ai miei occhi.

Buona parte di me brama stabilità, vorrei una casa da sistemare come voglio, stabilire routine, avere un cane, specializzarmi.

Il resto invece non sa’ come finirà questo Brexit sente che tradirebbe la promessa di tornare in Australia, e pensa che questa sarebbe l’ultima vera possibilità per un cambio di contesto (master pagato in Danimarca?)

Tre anni sono un periodo lungo per non mettere in dubbio le proprie convinzioni.

Quando molte cose cambiano, si fa più caso a quelle che rimangono uguali, ed oggi lasciando mia moglie alla stazione sentivo quanto fosse importante e dato per scontato l’averla sempre a fianco, con le sue idee dirette, il suo prezioso supporto, il calore o anche solo stare insieme per chiaccherare della giornata.

Oramai è quasi metà della vita che si sta assieme e sento innaturale la sua mancanza.



QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

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Quella volta a Malta

Quattro anni che ho lasciato l’Italia.

Come è iniziata lo sanno tutti gli affezionati, quel giorno di quattro anni fa ho chiuso la porta di casa ma prima ho provato a fare un discorso per i presenti, finendo con il piangere come una bambina senza saper concludere una sola frase che avesse un senso. In bocca singhiozzi, lacrime ed il sapore dell’unico vino superstite nella nostra casa ormai vuota, un Amarone che avevamo comprato per un’altra occasione.

Sull’aereo credo di aver continuato a piangere ma arrivata a Melbourne ridevo, crepavo di freddo e una volta a Carnegie mi ero già abituata alle condizioni di quella casa per nulla come le fotografie. Ero in Australia! La mattina dopo saltavamo di gioia e, voglio dire, era solo il quartiere periferico di Carnegie ma di quell’angolo di mondo ricordo con nostalgia l’odore all’ora di pranzo e come il ragazzo della banca ci avesse accolti:

Come fossimo stati alla fine di una gara, come se avessimo vinto, quando invece era solo l’inizio.

Da allora sono passati quattro anni ed ho fatto tutte le cose che avevo espressamente detto che non avrei fatto:

  • sono andata a vivere dove avevo giurato che non avrei mai messo piede.
  • ho ricominciato a studiare per prendere un’altra laurea nonostante avessi detto “basta”.
  • Sono riuscita a non finire a lavare i piatti o i cessi ma ho avuto comunque a che fare con la cacca quando ad un certo punto ho deciso di lavorare come carer, l’assistente per ragazzi con gravi disabilità.

Ma a parte questo, ero pronta a tutto e penso che la cosa abbia pagato, infine, o che almeno ci abbia fatti arrivare fin qui, oggi, con una distinzione dietro l’altra all’Università ed un lavoro che piace ad entrambi.

Coloro che non vedevano di buon occhio la cosa hanno infine iniziato a non dico capirla, ma rispettarla ed ora che le emozioni sono sbiadite, comprendo più di prima cosa abbia voluto dire sentir pronunciare le parole “lascio il posto fisso al comune e vendo la casa appena comprata e ristrutturata perche’ voglio andare in Australia a lavorare, se va bene, nelle cucine”.

Il punto è che quella che per altri era pazzia per noi era un sogno dovuto – una rinascita necessaria – e questo ci ha portati fino a qui, oggi, con ben pochi rimpianti.

Sono, più o meno, come avrei voluto essere nei miei sogni, anzi a volte mi meraviglio per la mia fortuna. Solo la location è sbagliata e non ho ancora una casa dove ospitare i miei cari che, in quanto esseri umani, hanno dopotutto altri sogni e venire dove vivo io non è proprio tra quelli.

Si sono avverate quelle fantasie distruttive di quelli che ci dicevano di non partire per l’estero?

Ne abbiamo sentite di ogni, avremmo divorziato alla prima difficoltà, poi non ci saremmo riusciti a mantenere, saremmo dovuti tornare a casa con la coda tra le gambe e chiaramente ci avrebbero cacciati dall’Università.
Non è successo nulla di tutto questo e anzi, in certi casi, la negatività mi sembra che sia tornata indietro al mittente e con tanti saluti, che certe frasi non erano mosse da amore, erano casomai auguri, vere e proprie maledizioni e malcelate speranze di vederci fallire e che puoi dire di persone così? Non capiscono neanche i fatti.

Ho mai pensato di tornare in Italia?

Una volta, quando ero appena arrivata ad Aberdeen e pensavo che non ne sarebbe valsa la pena di immolare anni di vita in un posto come quello senza esser certi di riuscire davvero a laurearci. Due volte, ma in quel caso il pensiero era ben diverso, quando realizzai che con il mio lavoro sarei potuta rimanere in Italia a godermi l’estate ancora per un po’, che lavorando da remoto, dal computer, la mia location non avrebbe fatto alcuna differenza per la mia compagnia.

Ho capito dove sarò tra cinque anni?

No. E se devi decidere dove piantare le tende un viaggio forse non basta e allora vorrei continuare a vivere così, di giro in giro, per almeno altri cinque anni. Fino ai miei quaranta!, mi dico. Non so se sarà possibile, con probabilità rimarremo in UK per prendere il visto permanente e poi chissà se avremo la forza di ributtare tutto per aria, io spero di si ma lo spero oggi e le cose cambiano mentre la vita passa.

Nei miei sogni io continuo a girare fino ai 40 anni ed il problema – se problema vogliamo chiamarlo – è che poi, forse, mi direi che sono ancora giovane e che non voglio smettere di vivere in luoghi diversi, che smetterò invece a 45 o 50 anni. E finirei forse con il non fermarmi mai.

E cosa ci sarebbe di male?

😉

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

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Una Bella Giornata.

Io da qua non schiodo.
Sono però quella che, in un’ottica meramente scientifica, potremmo definire l’Expat Sfigata.
Quella che al paese suo era pure abbastanza ben piazzata, con il congiuntivo sempre al posto giusto ed una conoscenza piuttosto ampia delle regole base della società. Bravissima a scrivere lettere formali.
Bravissima a contattare questo o quello, a risolvere quelli che a Roma chiamiamo gli “impicci”.
Mi facevo pure il 730 da sola!Ma in soldoni non ero una scienziata neanche in Italia e manco a dire che sono brava in qualcosa, tipo, chessò… il découpage.
Che in Italia non esiste la meritocrazia e allora vado in Australia e divento leader del settore.
No, io niente découpage.
Manualità zero.
Sono un’intellettualona di quelle che leggono Fabio Volo e le biografie su Platinette e Rocco Siffredi e che le consigliano pure! 😀
Quindi avrete capito che no, non sono manco intellettuale ma piuttosto una che si emoziona facilmente davanti ai programmi trash di Sky e che non perde una puntata di Teen Mom su Mtv.

Sono più average che più average non si può.
Anzi in Australia sono pure un (bel) pochetto sotto la media.

Sono ancora una straniera e lo sarò per almeno altri 10 anni, diciamocelo.
Perché l’inglese mi sono impuntata e l’ho studiato pagando la scuola privata di tasca mia, ma non è proprio la mia lingua madre e certi giorni mi esprimo ancora come Mami di Via col Vento.Sono arrabiata? Sono triste? Sono sotto stress? Ecco che esce fuori la Mami che c’è in me.
“PERCHÈ TU CATTIVO?”, chiedo.
E mi immagino con la gonnona ed il fiocco in testa, a cercar di salvare le tende da quella pazza isterica di Scarlett.
Alla carica Mami prende il sopravvento del mio cervello, quella donnona perennemente basita fa le scarpe alla maestrina che ero, quella che invece oramai se la dorme della grossa, sotterrata da montagne di “who am I?” e “cosa ho fatto???”.

Sono partita da Roma sapendo di dover ricominciare e ricominciare veramente.
Non tipo che cambio l’utenza del telefono e compro uno zerbino nuovo perché andrò a vivere in un altro quartiere.
Noi abbiamo chiuso la porta di quella che era casa, certi di non tornare.

Abbiamo organizzato il nostro espatrio in un anno e nonostante il grande lavoro di preparazione alcune cose continuano a non essermi chiare. Le stesse che prima erano invece così evidenti e cristalline.
Per esempio adesso non capisco più se sto parlando o meno con un idiota.
Prima lo capivo subito.
Adesso la scema sono io!
Mi sembrano tutti così intellettuali, con il loro inglese perfetto da lingua madre.Ogni tanto ho un flash! “Mi sa che questo è un cretino!” Raramente è però una certezza di quelle lampanti. Al massimo rimane un dubbio.

Ci sono dei momenti nella vita in cui vorrei solo dire “perché non muori gonfio?” alla persona che ho di fronte.
Nella mia lingua ero così brava ed immediata nel reagire alle offese utilizzando la parola e solo la parola, rigirandoti contro la frittata e trovando la scappatoia perfetta.
Non e’ più così, sono una Expat Sfigata, appunto.

Qui non ci sono più i miei punti di riferimento.
Non vendono il Chilly verde.
Ho trovato un detergente intimo della Felce Azzurra e odora di dopobarba da maschio d’altri tempi. Non ha senso.
Se ho fame non posso farmi un trancio di pizza al taglio con le patate e il rosmarino.
Bianca.
Con il sale grosso sopra.
Ed un filo d’olio.
Mmm.
Non posso, qui non c’è.
Forse è meglio così! 😀

Che poi un rametto di rosmarino al Coles costa 3,50 dollari, quando in Italia me lo regalava la Signora del banco sotto casa.

Devo imparare tutto da capo!
A Melbourne sono riuscita a farmi riprendere dall’autista del bus perché stavo in piedi anziché seduta!
Ao’, io vengo da Roma.

Ho imparato presto a dire “NO coriander” per non finire col il vomitare la zuppa e questo è un bel passo avanti.
O no?
Si trattava di sopravvivenza della specie.

Tutto è cambiato mentre io sono rimasta quella di prima, settata per un altro Paese. Tra l’altro qui hanno le gambe sode e lunghe e camminano scalze.
Io non sono proprio così.

Sono partita determinata a conquistare questa parte di mondo con la mia bandierina.
Ho fatto delle amicizie nuove e sono qui da soli 5 mesi.
I due passi fuori li faccio solo con altri italiani però.
Ero partita determinata ad integrarmi con la gente di qui ma niente.
Per adesso gli Australiani ridono alle mie battute ma da qui ad uscire per una birra o un BBQ… No, anche no.
Sarebbe come uscire con la nonna sorda.

“What? Cosa hai detto”?
Sorda ma una cifra simpatica.

Insomma, io da qui non schiodo.

È qui che voglio vivere, crescere, investire ed invecchiare.
Sono più felice come straniera qui che come cittadina in Italia.

Non si torna indietro, non lo prendo neanche lontanamente in considerazione.
È qui che sogno di potermi integrare.
La mia gente, lo sento, è qui.

Mi scende una lacrima quando vedo le vecchine/volontarie che spiegano la strada ai turisti, o quelle nelle biblioteche e nei musei.
Sempre disponibili, sempre in prima linea.
Mi piace il senso della comunità che si respira a Melbourne e ancora di più nei piccoli suburbs dove l’intera area è invitata a condividere e socializzare.
Dove c’è sempre un motivo per uscire di casa e far festa tutti insieme.

Mi piacerebbe avere una casa come la loro, come gli Australiani, ed un portico dove invitare amici per bere una birra e parlare per tutta la notte.
Scacciando gli insetti e sentendomi grata per aver costruito così tanto.
Sogno di poter vivere in questo Paese con un visto che mi renda uguale agli altri e non più ospite.
È un processo che richiederà tanto impegno e tanto tempo ma non per questo il mio desiderio di integrazione deve restare così a lungo inappagato.

Così tra i propositi dell’anno nuovo c’è il mettermi in gioco in prima persona.
Provare a fingermi una di loro, spronarmi a far parte di questa comunita’, mettendo il mio tempo a disposizione degli altri, esattamente come le vecchine in Biblioteca.
Dando qualcosa a questa comunità che mi ha dato la possibilità di godermi questa Working Holiday Experience come la chiamano loro, questa Possibilita’ Pazzesca, come la chiamo io.

Sono cosi’ finita a donare il sangue al Donor Centre della Croce Rossa, quello in Bourke Street, segnalato per tutta la citta’ con una marea di cartelli, segno che (anche) qui e’ una cosa seria, che coinvolge e abbraccia proprio tutti e non solo i piu’ sensibili e attenti.

Il Donor Centre era pieno di vita e colori, tra impiegati, volontari e poster motivazionali deliziosi.
E’ stato bello essere accolti da tutti quei sorrisi, sommersi da tante informazioni utili.
Il primo grazie me l’ha sussurrato la ragazza seduta alla reception, che sta qui ogni giorno dalle 7 alle 18, proprio per favorire la raccolta degli appuntamenti.

Un po’ meno bello e’ stato ritrovarsi il dito bucherellato da una pazza esagitata.
Che mi ha fatto ripetere 3 volte lo spelling del mio nome perche’ era una di quelle che MACHITICAPISCETORNAALPAESETUO.
Pure nel volontariato una un po’ stronza capita, eh. 😀

Ma cosa mi importa quando leggo che il 34% del sangue donato viene utilizzato per aiutare i pazienti malati di Cancro e che con UNA sola donazione posso concorrere a salvare ben TRE vite?

L’esperienza in se’ e’ stata bellissima, mi hanno coccolata come se fosse una giornata in Spa, con le infermiere che si alternavano per farmi stare rilassata e comoda, per chiedere come stesse andando.
Sdraiata sul mio comodo lettino ho incrociato lo sguardo di un business man e di uno studente, scorgendo sui loro visi gentilezza ed onesta’ e sorridendo di rimando.

Al termine della donazione ho potuto scegliere tra una miriade di snacks, calde tortine farcite e milkshake.
Con il ragazzo addetto alla caffetteria che mi consigliava di bere ancora un po’ di acqua e di rimanere seduta, di rilassarmi assieme agli altri donatori, leggendo i giornali messi a disposizione di tutti.

E’ stato davvero bello, anche se ho passato il resto della giornata con un mal di testa fortissimo che pero’ ho gia’ dimenticato e archiviato! 🙂 Mi sono sentita bene, di un bene che conta, quello nella pancia che ci rende felici, e questo nonostante la spossatezza fisica.

Tornero’ quanto prima a far parte di quel gruppo eterogeneo di uomini, donne, anziani, giovani, colori e lingue diverse.

Lo so che non mi regaleranno la Cittadinanza per una singola donazione e che comunque rimango una Expat Sfigata ma so anche che voglio mettercela tutta per integrarmi. E che questi sono tutti passetti verso il mio Sogno.

Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

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Un libro da leggere.

Mentre scrivo Francesco Grandis e’ in tour ed il suo libro in testa alle classifiche di Amazon, un successo clamoroso per un romanzo autoprodotto, nato sulla scia del progetto che lo vede rispondere quotidianamente all’affetto dei suoi followers, a coloro che in periodi diversi hanno messo like sulla sua pagina Facebook.
Forse il suo nome, Francesco, non vi dirà molto perché i più di noi hanno imparato a conoscerlo ed apprezzarlo come Wandering Wil, appassionandosi all’articolo apparso su Ornitorinko e diventato virale.
Quello che lo vede con una barba incolta, gli occhi socchiusi per il sole, raccontato in una fotografia che urla “sono in viaggio” a chiunque voglia tendere l’orecchio, avvicinarsi per ascoltare.

Con gli articoli a volte capita, ci incuriosiscono fino a colpirci dove fa più male, ci fanno immedesimare e riflettere.
Forse ci cambiano un poco, ma appena voltata la pagina quel personaggio che sentivamo tanto simile a noi sparisce per sempre e di lui non sappiamo più nulla.

Non é stato il caso di Francesco, che dal suo sito internet ha aggiornato i suoi lettori con costanza.
Con cadenza settimanale, articolo dopo articolo.
Ci ha raccontato la storia di coloro che gli hanno scritto con le lacrime agli occhi, disperati da uno stile di vita che non si sentivano autorizzati a lasciare, trattenuti da chi li ama ma preferisce averli infelici ma vicini.
E’ la storia di tanti che se ne vanno e di tanti che restano e Francesco l’ha saputa raccontare, affrontando la questione più e più volte, senza mai stancare chi leggeva.
Raccontando la ricerca della felicità ed il voler essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, senza mai sentirsi per questo un guru o un esempio da seguire.

Se é la prima volta che vi imbattete nella storia di Francesco, potreste voler sapere cosa ha fatto quindi di così particolare, questo ragazzo o uomo, decidete voi, questo ingegnere informatico con la vita già impostata e forse anche scritta.
Semplice.
Ha alzato gli occhi dalla sua routine per vedersi come fosse la prima volta.
Si è visto appesantito, stanco, svuotato.
Insoddisfatto.
Triste.
Non si è riconosciuto.

Disperato senza il diritto di poterlo essere perché, per gli altri, per la gente che interviene con la mano sempre alzata per prendere la parola, tutto nella sua vita andava a meraviglia.
Il lavoro lo aveva.
Era un ingegnere!
La casa pure.
La famiglia era lì.

Ma a lui bastava questo per essere felice?
A Francesco no.

Inizia così il suo viaggio alla ricerca disperata di se stesso.
Fino a ritrovarsi, ve lo anticipo, nella gioia pura dell’inaspettato, immerso fino al collo e con il solo peso dello zaino, fedele amico contenente solo l’essenziale e magari qualche pennarello da dare indietro.
Capirete poi, leggendo il libro.
Francesco con in mano un biglietto aereo open, un RTW e avendo come meta il mondo intero.
Un viaggio che difficilmente dimenticherà.
E voi con lui.

La sua storia é bella, profonda, coraggiosa e autentica.
Non é la storia di Francesco, o almeno non solo, ma del suo viaggio sulla strada giusta, del suo imbattersi – incontrando e scontrandosi – con personalità, storie ed umanità diverse.
Vi appassionerete al suo percorso pagina dopo pagina e farete il tifo per lui, per il suo lavoro da freelance ed il suo sogno che forse immaginerete ma che non voglio anticiparvi, per il suo bimbo – Michele – e la sua compagna, la sua ballerina.
Il suo libro forse vi cambierà, vi aiuterà a ritrovare ciò che la routine ci nasconde e la società attorno a noi fagocita.

Un libro che Francesco propone gratuitamente a inadempienti e studenti, a coloro che vorrebbero ma non possono, travolti da ben altre problematiche.
Un’iniziativa che prende l’idea dall’insegna letta in una lavanderia “if you are unemployed and need an outfit clean for an interview we will clean it for free” come ci spiega, umile e sereno, nella sua pagina Facebook.

Ho avuto il piacere di poter scambiare qualche parola con Francesco, un ragazzo alla mano e gentile, che ha messo da parte la stanchezza dovuta al tour per condividere con noi qualche momento della sua vita.

La sua intervista eccola qui!

– Innanzitutto complimenti, la tua storia ha dell’incredibile pur raccontando, in qualche modo, la mera ricerca della semplicità e l’abbandono di una sorta di schiavitù. Ma quindi… ti senti libero adesso?

Non ancora del tutto. Ho sicuramente fatto moltissimi passi avanti lungo la strada della libertà, come quella della felicità, d’altra parte. Lo stesso fatto che io stia rispondendo a questa intervista da un camper parcheggiato vista colli toscani ne è una prova, ma ci sono ancora molte incombenze che mi legano a questo o a quell’altro paletto. Conquistare la libertà è un lavoro lungo e meticoloso, che richiede impegno e dedizione e non l’ho sicuramente ancora portato a termine. È per questo che il mio libro si chiama “Sulla strada giusta” e non “La strada giusta”. Sono ancora lungo il percorso.

– Per chi ha letto il libro é chiaro, che é stato un crescendo, ma puoi dirci quale episodio ti ha fatto capire che non potevi continuare con la vita standardizzata che stavi facendo?

Le lacrime che descrivo nelle primissime pagine. Sgorgavano dal profondo e portavano con loro una verità che non potevo più negare: non sarei mai riuscito a vivere ancora in quel modo. Non erano lacrime di semplice tristezza o sconforto, erano lacrime di realizzazione. A insistere lungo quella strada non sarei sopravvissuto: mi sarei ammalato, mi sarebbe accaduto un incidente o lo avrei fatto accadere. Tutte le mie ultime barriere crollarono in quell’istante. È stato istinto di sopravvivenza, direi. Poteva il mio lavoro essere più importante della mia vita, al punto da metterla in pericolo? No, certo che no.

– E’ stato difficile fare i conti con le opinioni degli altri quando dicevi di voler lasciare quello che in tanti sognano?
Ma poi lo sognano davvero??

Inizialmente sì. Era il 2009, più o meno l’inizio della crisi economica. L’argomento ci era nuovo, al tempo, ed eravamo tutti molto sensibili. Le persone si aggrapparono più forte alla presunta sicurezza dei loro lavori, come fossero gli ultimi salvagenti di una nave che stava colando a picco, e io invece mi licenziavo. Un folle. La pressione esercitata su di me dalle opinioni altrui era fortissima, ma io resistetti. Ne andava della mia vita, appunto, ma quella era una verità che gli altri non riuscivano del tutto a vedere. Inoltre, avevo evidentemente intravisto una via d’uscita possibile. Forse non l’avevo compresa da subito con la ragione, ma sentivo che qualcosa, per me, doveva esserci lì fuori. Ma come far capire questo presentimento agli altri? Impossibile, e infatti non ci riuscii.

– Ai tempi dell’articolo su Ornitorinko percepivo tutta la tua rabbia per quella vita che ti avevano spinto a vivere, mi sembrava che tu stessi per esplodere nel raccontarti e svelarti a tutti noi.
Adesso invece mi sembra di parlare con un uomo diverso. Devi avere dei pensieri come tutti, ma emani serenità e pienezza.
Dimmi, ne é valsa la pena quindi?

Ma senza nessun dubbio! Non sono del tutto convinto di emanare davvero serenità come dici tu (grazie di averlo detto, comunque), ma come dico sempre: “non farei un passo indietro nemmeno con la pistola puntata alla testa”. È vero. Ho superato il punto di non ritorno tanto tempo fa e ormai non lo intravedo nemmeno più alle mie spalle. Tutto il percorso fatto finora come viaggiatore, ma soprattutto come uomo, vale ogni singola goccia di sudore versato per farlo. Ma sono ancora piuttosto arrabbiato con le condizioni ingiuste con cui molti di noi continuano a vivere e l’ambiente che le ha generate.

– Ti vengono in mente quali sono state le parole più belle che ti hanno rivolto da quando tutto ha cominciato a cambiare?

“Sembri 10 anni più giovane”. Questa era molto carina! Ce ne sono tante altre, sicuramente più profonde, ma questa, nella sua ironia, è un bell’esemplare. Un segnale piuttosto evidente di come io sia riuscito davvero a riprendermi la vita che avevo perduto negli anni precedenti.

– Vorrei lasciarti con un’ultima domanda, la più difficile.
Cosa consiglieresti a chi si sente prigioniero di una gabbia che gli va stretta, di qualcosa che non vuole?

Gli consiglierei di guardarsi bene intorno e di fare il punto della situazione della propria vita. Di fare una sorta di inventario per elencare cos’ha a disposizione, sia in termini di mezzi materiali che di capacità personali. Tenere solo il necessario ed eliminare il superfluo. Immaginare la propria destinazione (la felicità magari?) e di progettare una strada per arrivarci, passo dopo passo. Una strada fatta su misura, da sé stesso per sé stesso, senza paura di scontentare gli altri tranne le persone che ritiene parte del suo “bagaglio necessario”. E poi di iniziare quel cammino. Il primo passo è il più difficile, ma il più liberatorio.
Se c’è una cosa che ho capito lungo il mio personale percorso è che le cose non arrivano mai da sole. L’unico modo per averle è alzarsi e andare a prenderle.

Ringrazio Francesco Grandis, il cui libro Sulla Strada Giusta e’ acquistabile in Amazon o tramite il suo sito internet.

“Se ne avessimo l’occasione, ti racconterei di quando ero un giovane ingegnere, convinto di aver trovato la sua posizione nel mondo, e di quando scoprii, invece, di essere finito in una gabbia. Di quando lasciai quel posto sicuro in piena crisi economica, per affrontare il mio crollo personale. Di come trovai la strada giusta durante un lungo viaggio, del mio lavoro nomade e dei Paesi che seguirono. Di come mollai tutto ancora una volta per scrivere e condividere la mia esperienza. E sopra ogni cosa, ti parlerei della mia ricerca della Felicità.
Non sono un arrivato ma solo un uomo in cammino, e il libro che hai tra le mani il racconto del mio percorso.”

(Fonte foto: http://wanderingwil.com/ )

Collaborazioni, Interviste & Press

Collaborazioni, Interviste & Press

Interviste

Aprile 2020 – Video intervista con Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli di Tacco12

Febbraio 2020 – Articolo “Quando i numeri fanno la differenza” per Donne Che Emigrano.

Novembre 2019 – Presentazione ” come mi sono ricominciata” per il 9Muse.

Ottobre 2019 – Intervista “Trasferirsi in Australia e in Scozia e’ possibile: preparati e parti” per Too Happy to Be Homesick

Ottobre 2019 – Videointervista con Una Romana in America

Settembre 2019 – Intervista per The Rolling Pandas

Marzo 2019 – Intervista con Italiane con la Valigia

Febbraio 2019 – Intervista:”Basta schiaffi in faccia e addio Italia, ora “faccio come mi pare”: Serena da Melbourne alla Scozia” su Voglio Vivere Cosi

Novembre 2018 – Blog del mese su Expat.com

Collaborazioni

Ho collaborato con Amiche di Fuso dal 2014 al 2018, durante i miei primi anni all’estero.

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