Trasferirsi all’estero da sola, storie di donne che si sono prese e portate via

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All’estero da sola, questo sono le storie di chi lo ha fatto.

L’espatrio non è una gara ma se la fosse io riconoscerei la vittoria a tutti coloro che partono da soli perché malgrado le fanfaronate che leggerete online, quelli saranno gli unici a sapere cosa voglia dire ricominciare senza rete alcuna, senza qualcuno con cui smezzare le bollette in caso di perdita di lavoro o che possa accompagnarti se mai dovessi correre in ospedale.

Sono quelli che non lo fanno perché devono ma perché non c’è scelta, quelli che poi incontri lungo il tuo percorso e vedi cresciuti, con una marcia in più ed una determinazione che forse non avrebbero mai saputo di avere se fossero rimasti in Italia, fermi o continuando la vita di sempre.

Il post di oggi è dedicato ad una specie di viaggiatori solitati che sembra quasi esotica e rara, quella delle donne che si sono prese e trasferite all’estero da sole. Una specie che esiste e scalpita per fare e ricominciare, ovunque nel mondo.

Stai pensando di trasferirti all’estero da sola ma non sai da dove iniziare?

Ti presento Silvia che dopo l’esperienza in Scozia ha capito di voler studiare per un master in Italia, Bianca che aveva solo 19 anni quando è partita come aupair per gli USA, Giorgia che con la sua laurea inglese ha lavorato in mezzo mondo e Francesca che dalla Toscana ha raggiunto il nord della Scozia.

Questi sono i racconti di quattro donne diverse che si sono trasferite all’estero da sole, ricominciando da zero.

1) Un piccolo check, mi confermi che è vero? Sei una donna, sei nata in Italia ma ad un certo punto ti sei trasferita all’estero da sola? Ma allora si può fare?

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Sono Silvia, ho 27 anni e sono una pugliese DOC trapiantata in Toscana per l’università. Anche se mi sento ancora parecchio randagia, al momento. Sono laureata in scienze erboristiche e ora sto studiando per diventare nutrizionista, e nel mezzo ho vissuto un anno a Edimburgo e girellato per qualche mese qui e là per la Gran Bretagna da sola grazie ai progetti di volontariato WWOOF UK ed HELPX.

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Mi chiamo Giorgia, ho 36 anni, sono nata a Pordenone in Friuli e ho lasciato l’Italia da circa 8 anni. Al momento vivo in Scozia, dove lavoro come brand home guide in una distilleria di whisky.

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Tutto vero! Bianca, attualmente 21 anni, Italiana, italianissima anche se non indovina mai nessuno! Passioni? Viaggiare, leggere e scoprire nuovi cibi, come dicono qui: you are definitely a foodie! Ci sarebbe anche pallavolo, che faccio solo perché mi piace ma in realtà sono una schiappa. E yoga che mi rilassa e mi aiuta ad apprezzare ciò che ho.

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Confermo tutto. Mi chiamo Francesca, ho 29 anni e sono nata e cresciuta in Toscana. Sono partita la prima volta l’anno scorso a febbraio, dopo aver lasciato un lavoro che mi dava tanto stress e troppe ansie. Avevo bisogno di cambiare aria e così, insieme ad un’amica, decidemmo di mollare tutto per un mese e andare in Scozia. Non sapevamo ancora quanto quel mese di prova avrebbe inciso sulle nostre vite. Dopo quel mese sono tornata in UK da sola, con un biglietto di sola andata e nessuna idea di cosa fare dopo. Però sì, partire da sole e rifarsi una vita all’estero è possibile.

2) Quali sono state le reazioni quando hai detto che ti trasferivi all’estero da sola? Pensi che abbiano reagito diversamente con te, in quanto donna?

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All’inizio un sacco d’ansia all’idea di trasferirmi all’estero da sola! Dovevo ancora finire gli ultimi esami della triennale, volevo andare all’estero completamente da sola per quasi due mesi e sarei stata in un villaggio sperduto nelle campagne del Somerset, lontano da qualsiasi grande città. I miei genitori erano ovviamente preoccupati, e questo non aiutava il mio essere una persona molto insicura ed ansiosa. I fatti di cronaca degli ultimi anni hanno ovviamente contribuito alla preoccupazione, una ragazza che viaggia per conto proprio?

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Mi reputo molto fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre appoggiata in tutto per tutto. Nel mio nucleo principale familiare siamo tutte donne: mia madre mi ha sempre incoraggiata ad essere indipendente e ad imparare a cavarmela da sola, quindi è sempre stata dalla mia parte.

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Credo che nel mio caso la situazione sia un po’ differente, sono andata all’estero da sola quando avevo 19 anni, perché volevo imparare l’inglese! La famiglia era dalla mia, un po’ stupiti e spaventati, non vuoi certo mandare tua figlia da sola in the USA quando è poco più che un adolescente! Ad ogni modo, prima di partire per la mia grande esperienza, avevo deciso di fare un weekend da sola, in una città Europa, così per vedere come me la cavavo, per iniziare a capire, com’è dover contare solo su se stesse. Così decisi, con i miei primi soldini guadagnati con il lavoro part-time da cameriera, di prendere un volo e andare 3 giorni a Malaga. Insomma, niente di impossibile, in Spagna, in Europa. Ostello prenotato, cosa potrà mai succedere? Spiccicavo due parole di inglese e in ogni caso in Spagna, preferiscono se parli italiano. Immaginate: io felice con l’emozione di sentirmi grande, con la voglia di crescere e farcela con i miei piedi, parlo dei mie futuri progetti Spagna e Usa, con alcuni dei miei amici. Una cara amica mi risponde, che probabilmente sto sprecando il mio tempo e che perderei un anno di università, che non mi darà futuro. La stessa università dove non trovi posto dove sederti. Ma c’è un episodio di cui vorrei parlare oggi, alla notizia del mio viaggetto, Il fidanzato di una mia cara amica mi risponde tutto fiero e felice che se fossi stato io la sua fidanzata non mi avrebbe mai e poi mai lasciato andare da sola, prosegue poi aggiungendo che sicuramente mi sarebbe successo qualcosa e che il mondo non è sicuro per una ragazza che viaggia da solaRagazzo di 23 anni, Italia. 2017. A Malaga ci sono andata lo stesso ovviamente, ed è stata meraviglioso. Come previsto.

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Diciamo che le reazioni sono state, in famiglia, per lo più di sgomento. Nessuno dei miei parenti si aspettava che avrei fatto una cosa del genere e sono rimasti tutti stupiti quando non solo ho mollato il lavoro e sono partita, ma soprattutto quando ho deciso di restare in Scozia. Non credo sarebbe cambiato molto se fossi stata uomo, perché alla fine le frasi erano più sul “E se poi te ne penti?” oppure il classico “Ma non ti manca la famiglia?” e poi il sempre presente “Tanto la nostalgia ti fregherà”. Per contro, gli amici erano entusiasti. Certo non è stato facile nemmeno per loro, però almeno sono stati più incoraggianti.

3) Cosa cercavi all’estero che non avevi in Italia? Cosa ti ha spinta a trasferirsi da sola in un nuovo paese?

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È un cliché, lo so, ma cercavo un po’ me stessa. E scappavo da cose che non riuscivo ad affrontare. All’inizio viaggiare da sola mi ha fatto riprender fiato, poi mi ha aiutato a conoscermi e capirmi un po’ di più. E nel mentre mi ha dato soddisfazioni personali e lavorative che in Italia non ho avuto.

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Il mio sogno era imparare bene l’inglese e avere la possibilità di laurearmi all’estero. Non ero felice della vita che avevo in Italia, avevo fatto un corso per estetista e noleggiavo apparecchiature per uso estetico ma ero stufa e volevo un cambiamento. Ho deciso di fare domanda ad alcune università in Regno Unito per vedere se poteva esserci un’occasione per cambiare vita e mi è andata bene. Da lì in poi non mi sono più fermata.

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Cosa cercavo? Il mio posto nel mondo. La positività, la voglia di credere in qualcosa che funziona, un lavoro gratificante. Un ambiente che ti sprona a migliorare, delle persone accanto a te che vogliono migliorare. Che lottano per migliorare ciò che è attorno a loro, quello che possono. Una community. Ma soprattutto cercavo un’esperienza.

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Personalmente sono partita perché avevo ed ho ancora bisogno di trovare la mia dimensione. Vedere e capire cosa voglio veramente dalla mia vita. Lo so che non importa espatriare per farlo, però a me è servito molto più che cambiare semplicemente casa. Perché essere distante fisicamente ti aiuta a diventarlo mentalmente e non è per forza una cosa brutta. In questo modo puoi vedere situazioni, persone e persino te stesso sotto un’altra luce.

4) Avevi delle paure all’idea di lasciare l’Italia? Come le hai sconfitte?

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La paura di non farcela e dover tornare indietro con la coda tra le gambe, o di avere aspettative troppo grandi che sarebbero state deluse. Sicuramente la paura della solitudine.

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Il cambiamento fa sempre paura ma allo stesso tempo è una fortissima spinta a tirare fuori il meglio di me e che mi fa sentire viva. Non ho paura dei cambiamenti e dei trasferimenti ma essendo da sola, non parto mai se non ho già un lavoro/contratto in mano. Ho sempre scelto paesi dove si parla inglese, per sentirmi più sicura. La casa si trova una volta sul posto.

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Sarò onesta, ero terrorizzata. All’aeroporto, ho pianto come una bambina, salutavo la famiglia e piangevo al security point, ho pianto per almeno 3 delle 9 ore che mi hanno portata a New York. Sentivo che forse non ero pronta ad andare da sola dall’altra parte del mondo, che il mio inglese non era abbastanza buono e che non mi sarei mai integrata. Che sicuro la mia hostfamily non mi avrebbe accettato, che i bambini mi avrebbero odiato. Come le abbiamo sconfitte? Affrontandole, all’aeroporto a NY mentre io mi impanicavo nell’attesa di prendere il mio volo e conoscere la mia hostfamily, un ragazzo, che poi diventerà il mio primo amico americano, mi rivolge la parola chiedendomi che gruppo ero? Immaginatevi io? Quale gruppo? Eh si, perché United Airlines per imbarcare i suoi passeggeri li divide in gruppi. Insomma. a primo impatto tutto bene, gli americani si sa, sono molto alla mano. Avere qualcuno con cui condividere le proprie paure, giova sempre. L’arrivo ad Atlanta ed e i primi giorni sono stati un po’ duri, i nani non erano ovviamente abituati ad avere una nuova Au pair. Io nel frattempo imparavo a guidare una macchina enorme, che era considerata la più piccola della casa. E scopro che i 2 dei 4 nani di cui mi prenderò cura, hanno dei disturbi del comportamento e prendono delle medicine (che gli do io, ogni mattina) per poter seguire le lezioni a scuola e restare calmi.

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Quando ad aprile dell’anno scorso l’amica che sarebbe dovuto tornare con me in Scozia mi ha dato buca (non per colpa sua) mi sono ritrovata ad un bivio: partire da sola per tornare all’estero e lavorare oppure tornare con la coda fra le gambe nel mio vecchio posto di lavoro e riprendere la stessa vita che sognavo di abbandonare? Messa così sembra una scelta facile ma non lo era. Io amo le comodità, lo ammetto, ed avere un lavoro dove entri alle 11:30 del mattino è oggettivamente comodo. Però volevo anche provare qualcosa di diverso, di completamente diverso e soprattutto volevo mettermi alla prova. Così sono partita, ho preso per la prima volta un volo da sola, sono stata per la primissima volta in vita mia a Londra ed ero sola, ho preso la metro all’estero da sola, ho pianto nel bagno dell’ostello perché pensavo di non farcela ma poi mi sono motivata, da sola. E ripensandoci adesso, mentre rispondo a queste domande, vorrei poter tornare indietro alla me di molti anni fa, darle una pacca sulle spalle e dirle di non avere paura, perché dentro abbiamo tutta la forza che ci serve.

5) Quale è stata l’avventura più brutta e quale l’episodio più bello vissuto all’estero?

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Cose davvero brutte non ce ne sono state, cioè pensandoci non mi viene in mente nulla che possa rientrare nella definizione. Forse quella volta che ho sbagliato a calcolare il percorso e camminato per più di un’ora a piedi con lo zaino sulle spalle in una città sconosciuta, senza contanti per comprare il biglietto. L’episodio più bello vedere Drumnadrochit imbiancata dalla neve perché sembrava un villaggio fatato.

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Non mi sono mai trovata in situazioni veramente brutte o pericolose, la cosa “peggiore” è stata passare Natale dell’anno scorso, completamente sola, a fare un trasloco. Cose belle successe sono tante ma in primis le amicizie che ho trovato, dall’università in poi, che ancora mantengo. A Gennaio 2019 sono tornata in NZ per un matrimonio e rivedere i miei capi, colleghi e amici è stato bellissimo.


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Avventura più brutta? Stavo guidando, portavo i nani a scuola, i genitori erano volati alle Bahamas per una vacanzina e io avevo il controllo dei miei 4 bambini e delle casa con gli altri 3 animali annessi, insomma big step! Sto guidando, stiamo andando a scuola, I’m really proud of myself perché è tutto perfetto e siamo in orario quando uno dei nani decide di schizzare e litigare con il fratello, stanno litigando ma siamo quasi arrivati a scuola… al che il fratello grande trova un libro in giro e decide di sbattere in faccia il libro al fratellino, che ovviamente inizia a piangere mentre gli cade in mano metà di un dente. Siamo esattamente davanti all’entrata della scuola e i genitori sono in volo per le Bahamas. Io non ho il numero del dentista perché insomma mica ti immagini una situazione del genere… chi ci ha pensato a chiederglielo! È il mio terzo mese ad Atlanta e il mio inglese è ancora molto limitato. Me la sono cavata alla fine, ma è stata una di quelle esperienze che ti fa pensare: se sopravvivo a questo posso sopravvivere tutto. #girlspower! Esperienza più bella? Tante, tantissime! La mia bambina che mi chiama sorella e le manco quando sto via il weekend. Thanksgiving al mare in Florida, davanti ad un bond fire, un tramonto e some junk food americano, le cene thailandesi dove ti cucinano davanti, con i bambini che sono stupiti di te che non hai mai mangiato thailandese e ti devono far assaggiare tutto, i viaggi e i mille posti spettacolari, i parchi nazionali, i 25 giorni con lo zaino in spalla da sola in giro per l’America, tutte le persone straordinarie che ho conosciuto. La voglia di conoscere, la curiosità degli americani. E il loro considerarsi italiani anche se l’italiano non lo parlano e non ci sono mai stati in Italia. Il sentirsi always welcome no matter where you come from. Vedere la mia famiglia dopo 13 mesi.

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Sai che mi sto sforzando per isolare due esempi? Non riesco a ricordare un’avventura che possa veramente timbrare come brutta, vorrei usare il termine spiacevole. Come quelle volte in cui nel B&B succedono casini e la gente viene da me a chiedere di metterci una buona parola con la proprietaria, oppure quando la gente combina qualcosa ed io ci finisco in mezzo perché sono la più “anziana” fra le helpexer. Queste più che essere cose brutte sono cose fastidiose, cose che se vuoi ti fanno anche arrabbiare, però alla fine passa tutto, un po’ come vivere in famiglia. Per quanto riguarda l’episodio più bello direi che possiamo infilarci ogni volta in cui qualcuno mi ha dimostrato della stima. Penso non ci sia niente di più bello che sentirsi stimati ed apprezzati dove si vive e dove si lavora.

6) Mi racconti il tuo percorso? Dove hai vissuto da quando hai lasciato l’Italia?

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Mi sono trasferita all’estero da sola nel 2017, a Milverton, un villaggio nelle campagne del Somerset, con tappe intermedie a Bristol e Newport, come volontaria in un’azienda agricola che produceva piante officinali. È stata la prima vera boccata di libertà e ce la faccio anche da sola; ed è stato bellissimo. Poi Highlands a febbraio 2018, con un’amica che dopo quel viaggio è diventata ancora più amica, come housekeeper in un B&B vicino a Lochness. Quello è stato il viaggio che mi ha dato la scossa, perché già mi piaceva la Scozia, lì ho capito di volerci vivere. Infine, il 5 novembre 2018 ho preso il volo di sola andata per Edimburgo, dopo aver lasciato il lavoro che avevo iniziato a giugno e che era più o meno stabile. Ero in pieno burn out e avevo bisogno di scappare dal casino che avevo intorno e dentro. Mi sono detta, o adesso o mai più: avevo qualche soldo da parte e nulla che mi bloccasse in Italia. Mi sono sentita una persona nuova. Sono una persona nuova, anche se sono di nuovo in Italia per adesso, so che la Silvia che ha preso quel volo non è la Silvia che sta rispondendo a queste domande.

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Mi sono trasferita all’estero da sola a 28 anni. Ad l’Essex in 3 anni mi sono laureata in Scienze animali e produzione animale. Volendo lavorare in agricoltura ma senza nessuna conoscenza o background nel settore, mi sono iscritta ad un’agenzia che mi ha aiutata a trovare lavoro come apprendista contadina in Nuova Zelanda. Lì ho lavorato quasi un anno in un’azienda agricola per la produzione del latte, ed è stata un’esperienza incredibile. Alla fine dell’anno ero però pronta a tornare un po’ più vicina a casa ed ero anzi piuttosto determinata a trovare lavoro in Italia e fermarmi. Purtroppo, in patria non c’è mai stato nemmeno un colloquio e alla fine ho trovato lavoro in Irlanda come rappresentante. Giravo per le fattorie e tentavo di vendere integratori per gli animali, con scarso successo, tanto che l’esperienza è finita in meno di 1 anno. L’ultima tappa è stata la Scozia, dove ho iniziato a lavorare di nuovo con le mie amate mucche, sempre come aiutante nella mungitura e l’allevamento dei vitelli. Purtroppo a settembre 2018 sono stata trasferita in una azienda agricola dove mi hanno fatto rivalutare le mie priorità, al punto di decidere per un nuovo cambiamento radicale: ora lavoro nell’industria del whisky e sono davvero felice.

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Tappe? Dopo i 13 mesi un po’ ad Atlanta e un po’ in giro tra Messico, Canada, ho deciso che bisognava testare se questo inglese era effettivamente migliorato, così ho deciso di fare IELTS, scoprendo che, sorpresona, ho un C1! Huhuhuhuh! Dopo il mio anno in America, la mia hostfamily si aspettava che io estendessi e restassi con loro per almeno altri 6 mesi ma io ero stanca, l’inglese ormai lo sapevo, sentivo che ero cresciuta, cambiata, il corso al college era finito e a me iniziava a stare tutto un po’ stretto. Quindi decido di tornare in Italia, solo per un po’ giusto il tempo di farsi coccolare, con in mente di trovare un lavoro mettere da parte qualche soldino, nell’attesa della nuova esperienza. In Italia, beh, non mentirò: è stata dura riadattarsi, durissima. Di fatto lo dicono tutti, andare è facile, perché tutto è nuovo e l’adrenalina ti aiuta. Tornare è tutta un’altra storia. Per i primi 4 mesi dal mio ritorno, ero convinta che tornare fosse stata una scelta terribile. Sbagliata, sconveniente. In Italia, un lavoro degno di essere chiamato tale… per me, non c’era. Mi proponevano solo stage in cui venivo pagata una miseria, meno di 5€ l’ora, in una città dopo il cappuccino lo paghi 2.80€, mi sentivo demoralizzata e arrabbiata. Ero così contenta di essere tornata nella mia amata Italia! E così mi ringraziava? Così dopo aver avuto mesi di sconforto, ho deciso di andarmene. All’università in Italia non c’ero già entrata l’anno prima, che a quanto pare 80 come voto della maturità per mediazione linguistica a Milano, non era abbastanza. L’inglese ora lo sapevo, e quindi ecco che inizio a mandare application ovunque, in Scozia, in Danimarca ho persino considerando l’Olanda. Una volta accettata all’Universitá in Scozia, sono partita di nuovo per l’estero da sola.

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Il mio viaggio ad essere sinceri non è stato molto lungo. La Scozia è stata la mia prima trasferta e per adesso anche l’unica. Ho subito trovato un ambiente accogliente, persone generose e gentili pronte a darmi una mano ed eventualmente anche un posto dove stare. Non so se resterò per sempre qui, nella mia testa in un angolo c’è l’idea di tornare in Italia, ma solo quando sarò abbastanza forte e sicura di me, quando sentirò che tornare è la cosa giusta per me senza sentire il peso di aspettative esterne. Per adesso sto bene qui, ho meno pensieri e qualche certezza in più. Sono decisamente contenta di aver preso quell’aereo un anno fa.

7) Dopo esserti trasferita da sola all’estero, cosa sogni per il tuo futuro?

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Sogni materiali e facilmente realizzabili: tornare in UK subito dopo la magistrale e stabilirmici definitivamente. Se posso sognare in grande, invece: se continuerà a piacermi così tanto la recitazione (tra le cose pazze che ho iniziato a fare dopo essere tornata in Italia, c’è un corso di teatro che mi sta piacendo da matti!) vorrei provare ad entrare in una drama school, magari a Glasgow o Cardiff. Nel mentre, il sogno nel cassetto che coltivo e coccolo da anni e che ora prende forma, è pubblicare il romanzo che ho scritto. Magari migliorerò abbastanza per poter scrivere in inglese.

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Fermarmi in un posto per quasi 3 anni è assolutamente un record per me (gli anni dell’università non contano) e sono molto felice di dove sono e quello che faccio, la Scozia è diventata la mia seconda casa. Per il momento continuerò su questa strada però sono una zingara di animo e non escludo in futuro di spostarmi ancora. Credo che l’industria del whisky sia un settore dove c’è possibilità di crescere molto quindi leggo, studio, mi informo e tengo gli occhi aperti, se ci saranno opportunità interessanti non ci penserò due volte e manderò il mio cv.

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Per ora studio a Edimburgo e adoro tutto, i professori sempre così disponibili, i charity shops, le associazioni che cercano di aiutare e vengono in università per farsi conoscere, perché l’informazione è tutto. Il senso di community che c’è intorno. Il fatto che qui tutti fanno un po’ di volontariato, anche per l’università. La rappresentano, perché sanno che gli ha dato molto ed è giusto dare indietro qualcosa. In programma c’è già un internship all’estero e un Erasmus al terzo anno. Il sogno? Viaggiare, esplorare, imparare nuove lingue, ubriacarsi di persone, non fermarsi mai, davanti a nulla. Un lavoro part-time che mi soddisfa e mi piace da morire, l’ho trovato, in meno di un mese dal mio arrivo, e mi hanno fatto subito il contratto e che ve lo dico fare non da stagista, in due settimane lavoravo, da sola. Insomma, molto bene, considerando che l’inglese non è la mia lingua madre e qui non sono americani, ci tengono all’accento. 

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Non ho la minima idea di cosa mi riservi il futuro. Non scherzo, per il mio modo di fare vivo molto alla giornata, anche se delle volte mi rendo conto che pianificare almeno due cosette non mi farebbe male. Diciamo che ci sono un paio di progetti che potrebbero prendere vita a primavera, di più non posso dire anche perché non c’è niente di certo, solo la mia indecisione. Il sogno nel cassetto è quello di potermi fermare e dire a me stessa “Sto bene così”, voglio avere quella sensazione di tranquillità e benessere che per adesso non riesco pienamente a provare. Che sia qui in Scozia o in Italia poco importa.

8) Cosa puoi dire ad una donna che vuole trasferirsi all’estero da sola?

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La paura è normale, e non passa mai del tutto. Ma non permettetele di bloccarvi. Prendete quell’aereo, prenotate quel viaggio, comprate il biglietto di sola andata per quella città che vi piace tanto: se non sarà all’altezza delle vostre aspettative, mal che vada tornerete indietro con un’esperienza in più. Ma se andasse bene, potrebbe cambiarvi la vita.

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Avrei sempre voluto trovare qualcuno con cui condividere viaggi, trasferimenti, vita all’estero, ma non è stato il mio caso. Non per questo ho rinunciato, anzi, ho imparato a fare tutto da sola e a cavarmela. Non aspettate il momento perfetto o la persona giusta a fianco, se avete davvero desiderio di cambiare o di partire, fatelo! La ricompensa c’è sempre e anche se dovesse andare male, si può sempre tornare in Italia. Buona fortuna!

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Partite, andate, a volte sarà difficile ma ne sarà sempre valsa la pena. Anche solo per le persone che conoscerete, per l’autostima dentro di voi che sentirete crescere giorno dopo giorno. Con la consapevolezza di averci provato fino alla fine, fino all’ultimo. Fatelo per voi stesse, ma se nel caso avesse bisogno di un fattore esterno che vi sproni, allora fatelo per quella persona che c’è sempre nelle vite di tutti, quella che deve sempre buttare giù gli altri, che vi deve dire che non ce la farete e che se ce la fate, siete state solo fortunate… come quel ragazzo, nel mio caso. Leggete, informatevi perché l’informazione e l’organizzazione sono le basi per il successo. Poi impacchettate le vostre quattro cose e partite, andate. E non dimenticatevi l’entusiasmo! 

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Avere paura è normale, mi viene in mente una citazione di Doctor Who “La paura è un superpotere”. Io ero terrorizzata quando ho preso per la prima volta l’aereo da sola, sapevo dove stavo andando – all’estero da sola – ma ero comunque terrorizzata. L’importante è saper usare quella paura. Non voglio dirvi che è facile, perché non lo è, io ho impiegato anni ad uscire dalla mia comfort zone e ho dovuto chiedere aiuto. Però ecco, credo che partire da sole, che sia per una vacanza o per espatriare, sia una delle esperienze più belle che si possano fare. Quando viaggi da sola devi per forza ascoltare te stessa, non ci sono compromessi da fare con genitori o fidanzati, se vuoi uscire esci, se vuoi stare tutto il pomeriggio in camere puoi farlo senza che qualcuno ti faccia notare che secondo loro stai sprecando tempo, anche perché il tempo che passiamo con noi stessi non è mai sprecato. Viaggiare da soli, come anche vivere da soli, aiuta a conoscersi meglio. Lo so che sembrano frasi fatte ma è la verità, almeno da quello che ho sperimentato e sperimento tuttora. Per concludere, prendete la vostra paura a piene mani e trasformatela in qualcosa di bello. Non deve essere per forza un viaggio dall’altra parte del mondo, può essere anche solo un weekend in quella città a due ore di treno da voi, ma fatevi questo regalo e provate a darvi una possibilità. Ne vale la pena.

Queste erano le storie di quattro donne che in fasi diverse della vita si sono trasferite all’estero da sola, trovando uno spazio e delle risposte. Resteranno? Torneranno indietro? A mio parere queste sono le domande meno interessanti in questa narrazione che ci ricorda semplicemente che tutte possiamo prenderci e portarci via, provare ad andare e a ricominciare da noi, scoprendo che il centro del nostro mondo eravamo sempre state noi.

Se una storia vi ha particolarmente toccato, se in una di queste storie vi siete riconosciute e ritrovate o se avete ulteriori domande da porre alle nostre ospiti, ecco dove trovarle: Silvia, Bianca e Francesca sono disponibili su Instagram mentre all’occorrenza posso mettervi in contatto con Giorgia.

Vi lascio con le fotografie che queste quattro donne hanno scelto per farvi sognare un poco, per ogni altra informazione, scrivetemi una mail o come sempre ci vediamo su Instagram e Facebook.

P.S. Che dici? Pronta a trasferirti all’estero da sola?

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Fine di un espatrio ad Aberdeen

Fine di un espatrio ad Aberdeen

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Leaving the Old Way

Quanto ho aspettato questo momento e quanto fermamente l’ho voluto, come ogni volta che desideri le cose che non puoi avere, almeno non subito ed in quella impazienza credi di perdere la testa.

Mi ricordo giornate che non passavano mai, i pomeriggi bui e sempre quelle stesse cose da fare che mi sembrava di stare a sprecare la vita pur essendo fuori, dove la vita dovrebbe essere e accadere.

Non ho amato questo espatrio ad Aberdeen, lo sanno anche i muri, lo sanno tutti coloro che ho incontrato perché non sono mai stata abbastanza brava da fingere grazia e meraviglia.

Mi spaventa però aver atteso la fine dell’Università e quindi la mia libertà per quattro anni per realizzare di aver visto quegli stessi anni volare, in un attimo, ricordandomi più che mai quanto la vita sia breve e quanto poco tempo ci sia concesso su questa terra, dopotutto.

Qualcuno saprà che una serie di imprevisti mi hanno portata via da Aberdeen per un paio di settimane non preventivate e da allora tutto è stato una corsa, vuoi il trasloco vuoi i vari impegni.

Ho avuto poco tempo per sentire, ascoltarmi, sedere a riflettere su come sto.

Le emozioni sono arrivate tutte assieme dopo una serata a salutare un paio di amici, una delle tante serate che passi quando sei quella che vai via, quando mi son ritrovata senza difese e triste, con le lacrime agli occhi a pensare a ciò che perdo.

Senza magone, perché mi sposto a tre ore di treno e non vado a vivere dall’altra parte del mondo come fu per l’Australia ma con il dolore di perdere la mia routine e le mie persone, i miei punti fermi qui.

Quel dolore l’ho sentito tutto.

Mi vengono in mente quei primi incontri, quando ero appena arrivata e mi sentivo così sola qui e piano piano sono arrivate loro, le amiche che cercavo. Un pranzo alla volta, un caffè che diventa un drink e siamo diventate noi.

Mi viene in mente il sentirmi così indietro rispetto agli Scozzesi al lavoro, quelli che avevano la lingua dalla loro, per poi scoprirmi capace a volte anche più di alcuni di loro, capace giorno dopo giorno di ribattere, organizzare e trovare il mio posto a quel tavolo, ridendo durante le pause, complici.

Ci sono stati gli amici, quelli in Università che alla mia età non avrei pensato di trovare, quel parlare fitto durante le lezioni con la mia amica preferita e tutti quei ragazzi Italiani incrociati per i corridoi, alcuni arrivati per rimanere nel mio cuore per sempre.

Ci saranno i professori, quelli che sono stati essenziali e ai quali dobbiamo tutto e ci saranno per sempre i disabili con i quali ho lavorato quasi tre anni fa, quelli degli urli con bava alla bocca e delle coccole prima di andare a letto o nella vasca con le bolle. Ho detto ciao ad uno di quei musetti proprio ieri sera e mi è stato risposto “ma guarda che io entro nella tua valigia, portami con te!”, proprio come diceva mio nipote da piccolino.

Casa nostra, quella che aveva persino il bidet. Il gatto del quartiere che ci accompagnava a fare la spesa in estate, il piccione al quale davamo da mangiare. Quegli incontri quando pensavi di avere avuto già tanto. l nostri posti.

Tante cose è stato il mio espatrio ad Aberdeen, tanto mi ha dato e molto mi ha tolto ma se guardo indietro, diavolo se lo rifarei, rifarei tutto.

Ora pero’ è il momento di andare, destinazione Edimburgo.

Trasferirsi nel Regno Unito, tutto quello che devi sapere

Trasferirsi nel Regno Unito, tutto quello che devi sapere

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Stai pensando di trasferirti nel Regno Unito e non sai come muoverti? Questa guida potrebbe fare al caso tuo, in questo documento infatti tratterò diverse tematiche tra le quali come difendersi da un datore di lavoro che non paga e come trovare casa e lavoro.

Pronti? Cominciamo!

– Che documento serve per venire in UK?

Questa è una bella domanda in un periodo di incertezza come questo ma vi assicuro che il passaporto è la scelta migliore.

Qualcuno nei forum vi dirà che la carta di identità ha gli stessi diritti finché siamo in Europa ed è vero ma non ci sarà modo di farvela accettare in banca, per esempio. Sì potreste litigare e magari potrebbero finire con l’accontentarvi ma io non rischierei di non poter aprire un conto.

Sul sito del governo si parla di turismo e di passaporto anche per entrare, e probabilmente anche di un visto, a partire dal 2021. Se inizierai a vivere qui prima dell’uscita, potrai usare la carta di identità fino al 2025 nel caso in cui tu abbia applicato con successo all’EU Settlement Scheme.

In ogni caso, investite in un passaporto, la vita sarà più semplice.

– Come richiedere il NIN, il National Insurance Number che serve per lavorare?

Per lavorare in Scozia e Inghilterra è necessario richiedere questo codice che somiglia un po’ al nostro concetto di codice fiscale, un insieme di lettere e numeri che identificano una persona in un paese che non usa la carta di identità.

L’appuntamento per il rilascio del NIN si prende chiamando il numero 0800 141 2075. È possibile prendere appuntamento mentre si è ancora fuori dalla Gran Bretagna? Sì ma devi gia’ sapere il tuo futuro post code. Senza un’abitazione il NIN non sarà rilasciato e fonti non ufficiali dicono che ci sia una certa resistenza nell’accettare il post code degli ostelli ma questo non saprei confermarvelo.

Sul sito del governo vi diranno di portare all’appuntamento un documento che provi la vostra identità e che può essere il passaporto, la patente, la visa lavorativa, il certificato di nascita o quello di matrimonio. Come vedete la carta di identità non rientra tra i documenti accettati e men che meno lo sarà in caso di hard brexit.

Come è stata la mia esperienza per prendere i NIN?

Leggo che di solito l’appuntamento venga dato a stretto giro, non fu così per noi che ci mettemmo un paio di settimane per avere una data. A questo dovete aggiungere altre 2-4 settimane che è il tempo che impiegheranno per inviarvi la lettera contenente il NIN.

E nel frattempo che si fa se non hai il NIN? Puoi lavorare senza il NIN?

Senza NIN puoi lavorare così come viene specificato sul sito del governo, è consentito purché tu lo abbia richiesto. Ma non tutte le aziende ti prenderanno in considerazione senza.

– Come aprire un conto bancario nel Regno Unito?

Le versioni che leggerete nei vari gruppi Italiani saranno diverse perchè le cose sono cambiate e magari cambieranno ancora.
Cinque anni fa era possibile aprire un conto senza alcuna proof of address, bastava il passaporto ed il fatto di essere Europei. Non è stato così per noi che senza il NIN siamo stati quasi 2 mesi senza un conto in banca.

Per questo motivo il vostro primo obiettivo deve essere il NIN o una alternativa forma di proof of address, una prova che abitiate in UK.

Se le cose dovessero mettersi storte o se la proof of address tardasse ad arrivare, il consiglio è di aprire un conto Revolution, si fa online e vi garantisce un conto bancario britannico ed un IBAN europeo.

– Cosa è una proof of address?

Un documento che provi che state vivendo in UK. Può esser l’estratto conto bancario, la lettera del NIN o il pagamento della council tax, una tassa che dovrete pagare – se non siete studenti e quindi esenti – sia che affittiate sia che siate proprietari.

Senza una proof of address vi sarà impossibile persino avere un abbonamento per il vostro telefono e di conseguenza sarete costretti a pagare il triplo per poter navigare, acquistando una prepagata.

– Come trovare casa nel Regno Unito? Ci sono differenze tra Inghilterra e Scozia?

Innanzitutto occhio alle truffe perché sono più che frequenti, diffidate da chiunque vi chieda dei soldi prima di farvi vedere una casa e se respirate odore di bruciato… scappate!

Trovare casa può essere facile o molto difficile, dipende infatti dalla città dove andrete a vivere. In Aberdeen non avrete problemi a trovare una abitazione dignitosa, le cose si complicheranno ad Edimburgo dove le case in affitto non sono numerose o Londra dove per affittare dovrete vendere un rene.

Ovunque voi siate però un buon punto di partenza sarà sempre Gumtree, simile al nostro subito.it o portaportese. Un’altra strada è di rivolgersi alle agenzie che però raramente rispondono alle mail, dovrete quindi essere disposti a presentarvi di persona o alzare la cornetta.

Se siete alla ricerca di una stanza da condividere i siti migliori sono certamente questi, dove è possibile sbirciare i possibili coinquilini:

Mi hanno chiesto di pagare la tassa sulla TV ma non la ho, cosa posso fare?

Se in Italia non pagare la tassa sulla TV è una cosa complicata, qui in UK è facilissimo: compila questo form per comunicare che non hai una TV e quindi sei esente da questa tassa.

Non fare il furbo, possono venire a controllare.

– Mi hanno chiesto di pagare la council tax, che cosa è e quanto costa?

Come detto è una tassa sull’abitazione nella quale si vive in affitto o come proprietari. Sarete esenti da questa tassa nel caso in cui foste studenti, il che vi eviterà di dover sborsare un bel po’ di soldi.

La council tax varia a seconda del valore dell’abitazione. Per esempio per Aberdeen potrete pagare un minimo annuale di £827.17 ed un massimo di £3,039.86, una bella spesa mensile.

Nella tassa è compresa la tassa dell’acqua e per l’utilizzo della rete fognaria.

A differenza dell’Italia però non ho mai avuto spese condominiali da quando vivo in Scozia (idem in Australia) e mai ho dovuto pagare per avere un amministratore. A turno si puliscono le scale o si vive senza nessuno che le lavi.

– Come si trova lavoro in Inghilterra e Scozia?

Anche in questo caso Gumtree sarà una buona base di partenza per lavori solitamente non qualificati. Se Avete delle skills ecco i migliori siti:

Se siete graduated, ovvero appena laureati, ecco ulteriori siti utili:

Un consiglio spassionato è quello di dire addio al curriculum formato europeo che qui non è molto considerato e di puntare su CV mirati. Applichi per un posto da cameriere? Investi tempo per creare un CV ad hoc dove spieghi quanto tu sia bravo con il pubblico.

Se non hai esperienze rilevanti non preoccuparti, puoi parlare delle tue skills nel CV e scrivere perché desideri quel lavoro nella cover letter, un elemento essenziale per la buon riuscita della tua candidatura.

Che cosa è una cover letter e come si scrive?

Uno scritto breve nel quale raccontarsi professionalmente, riassumendo i punti chiavi e spiegando perché si è interessati proprio a quel lavoro. È buona prassi indirizzare la lettera alla persona delle risorse umane o all’ufficio del personale della società che vi interessa e far riferimento alla stessa.

Prima di un colloquio ricordate di informarvi sull’azienda, vi chiederanno sempre perché avrete scelto di candidarvi e vorrete avere una risposta. La cosa vi prenderà non più di 5 minuti, basta un breve giro sulla pagina web aziendale, per esempio.

Qui alcuni suggerimenti utili per un cover letter efficace.

Cosa ti chiederanno durante un colloquio?

Questo potrà cambiare in base al lavoro e all’azienda per cui avete applicato ma una cosa rimarrà invariata: le referenze.

In tutti i posti di lavoro mi hanno sempre richiesto due referenze dai miei precedenti datori di lavoro o superiori.

Se le vostre esperienze lavorative sono avvenute in Italia ed i vostri capi non parlano una parola di inglese, io vi consiglierei di aiutarli a scrivere o di indirizzarli presso un sito per copiare ed incollare una lettera di raccomandazione classica. Perché le referenze comunque vi serviranno, ditelo ai vostri datori di lavoro prima di lasciare l’Italia: saranno sicuramente contattati.

Cosa fare se mi trovo male al lavoro? Come denunciare un datore di lavoro in Gran Bretagna?

Malgrado le nostre più rosee aspettative e l’idea che avevamo dei britannici, anche in UK ho visto tanto schifo e molte ingiustizie lavorative.

Il primo passo che vi consiglierei per far valere i vostri diritti è di chiamare il 0300 123 1100 e vi risponderà l’ACAS, Advisory, Conciliation and Arbitration Service, che vi fornirà informazioni e consigli, gratuitamente.

Una alternativa è certamente fare un salto al Citizens Advice Bureau piu’ vicino a voi, anche in quel caso l’assistenza sarà gratuita.

Per rivolgervi ai sindacati – le cosidette unions – dovrete prima iscrivervi e pagare un quota ogni mese, altrimenti non sarete ascoltati.

– Come trovare un dottore in UK e cosa è il GP?

Il GP è il general practitioner, una figura molto simile al nostro medico base e per lui dovrete passare per qualunque cosa, dal ginecologo ad una tosse. Il bello è che visite e prescrizioni saranno gratuite, anche se in Inghilterra dovrete pagare una piccola somma in alcuni casi. In Scozia invece la sanità è completamente gratuita cosi’ come l’istruzione Universitaria (triennale), fino a che saremo ancora in Europa.

Per trovare un dottore dovrete semplicemente cercare i più vicini a voi e presentare domanda, solitamente recandovi in loco fisicamente.

Anche in questo caso le cose possono complicarsi, le cliniche in alcune città hanno un limite di nuovi pazienti che possono accettare e questo per me ha voluto dire vivere in Edimburgo e star male per tre settimane senza nessuno che volesse vedermi. In questo caso c’è la possibilità di esser visitati d’urgenza da un qualsiasi medico ma vi assicuro che non sono mai stata richiamata malgrado avessi dichiarato di avere un problema al cuore.

Per avere un GP in alcune città vi servirà perseveranza e di presentarvi nell’esatto giorno che vi diranno voi, fare la fila, compilare dei moduli piuttosto semplici e sarà fatta. Ma chi prima arriva meglio alloggia, gli altri saranno mandati via.

In questa fase vi chiederanno anche se siete favorevoli o contrari a donare i vostri organi, siate lungimiranti. 🙂

– Cosa succederà dopo la Brexit?

Mi dispiace ma a questa domanda ricorrente non posso rispondere perché è difficile sapere se ci sarà un deal, un accordo o se rimarremo in bilico ancora per molto tempo. Settled e pre-settled status saranno parole che sentirete nominare continuamente ma al momento nessuno sa come andrà a finire.

Un link governativo utile è certamente questo, almeno per ora, il resto sono speranze e supposizioni.

Come leggerete sulla pagina del governo, avrete tempo per sistemare la vostra situazione fino al 30 Giugno 2021, 31 Dicembre 2020 se dovessimo uscire dagli UK senza un accordo.

Per ora è tutto, per qualsiasi domanda, scrivetemi.

Roma – Aberdeen: pensieri in volo.

Roma – Aberdeen: pensieri in volo.

(e di tutte le volte che penso “non voglio morire in aereo!”)

Roma non può fare male, mi dico ogni tanto durante il decollo.

Non ho paura di una città con il sole ed il cielo blu, anche se il rumore dei motori mi sembra sempre diverso, sempre insolito, sempre sbagliato.

Qualcosa non va, ogni tanto mi dico.

Mi chiamo Serena, ho 35 anni e vivo all’estero, per questo motivo gli aerei da prendere per me dovrebbero essere routine e non un ritrovarsi con le mani bagnate dal sudore a contare i minuti che mi separano dal prossimo atterraggio.

Conto fino a tre quando passiamo una turbolenza, il cuore mi si ferma quando l’aereo diventa strano.

Dipende da quanto ho dormito, da quanto sono stanca e – incredibile ma vero – da quanto io creda di meritarmi il viaggio che sto facendo.

In base a queste cose la paura viene, va o sparisce.

Soffro di vertigini ma non ho paura di volare.

Io ho paura di morire!

Di non avere il controllo sull’atterraggio, di finire sul giornale con la foto presa da Facebook e di sentir parlare di un altro cervello in fuga finito male.

No, grazie, io voglio vivere!

Quando sono sopra Milano penso che niente può succedermi sorvolando il Duomo e gli amici miei.

Sarebbe uno smacco per loro, sapermi caduta da là sopra, non me lo perdonerebbero.

Le turbolenze arrivano quando sorvoliamo le montagne innevate ed io mi dico che è per il freddo ma che il freddo non conta per davvero.

Sai quanti viaggi si fa un aereo così?

Sai verso quali mete?

Questo freddo è nulla per un aereo, mi dico, anche se lo schermo da -55c all’estero, che sembrano proprio abbastanza per lasciarci a congelare qui.

Sopra la Francia non penso niente, solo che sono a metà del mio viaggio e che sulla mappa è tutto troppo verde per caderci sopra e farsi male.

Che siamo a metà del primo viaggio lo so bene, è un dettaglio che non smetto di aggiornare nella mia mente, la strada che manca per farmi atterrare nel letto si Aberdeen e usare la doccia di casa mia.

La strada verso casa la divido così:

  • Il percorso in macchina per Fiumicino.
  • L’attesa in aeroporto.
  • Il primo volo per prendere una coincidenza da qualche parte nel freddo Nord Europa.
  • L’attesa o la corsa per prendere il nuovo aereo.
  • Il volo verso Aberdeen.
  • L’atterraggio finale.
  • Ritiro valigie.
  • Taxi fino al portone.
  • Scale di casa.

Casa.

Quando dalla Francia si arriva alla Gran Bretagna, ecco che le turbolenze sono in agguato, piccole e magari non intense ma eccole.

Ci sono, immancabili, a volte terrorizzanti.

Quando l’aereo scende non ho paura di nulla, in barba alle statistiche.

La discesa raramente mi spaventa, anzi, le ali possono fare quello che vogliono mentre io mi sento sicura.

Prima di toccare terra tengo un po’ il fiato e sono la prima a riaccendere il Wi-Fi per dire che tutto è andato bene.

Anche questa volta.

Sono quasi quattro anni che faccio questa tratta avanti e indietro, la conosco come le mie tasche ed ogni volta sono contenta di tornare a casa.

Di tornare a terra.

Dicembre 2014 – La Mia Italia

Dicembre 2014 – La Mia Italia

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Quando vivevo in Italia.

Vivo in un Paese che sembra disegnato apposta per me, ve l’ho mai detto?
Se non l’ho gia’ fatto, allora ve lo dico ora.
Adoro l’Australia.
E’ stata la mia scelta piu’ azzeccata e batte persino l’operazione per correggere la miopia. 😀

Non per questo pero’ ho scordato il mio Stivale, alto e forse un poco démodé.
E d’altronde come potrei se lì ho lasciato i miei affetti ed i miei ricordi piu’ cari?

Diciamoci tutta la verità.
Non è facile la vita di un Italiano all’estero perché tutti attorno a te vogliono celebrare la tua “nobile” provenienza, fatta di storia, cultura e cibo.

Quando mi dicono “Ah, l’Italia! Me la immagino piena di sole e di gente tranquilla e semplice, che prende il sole seduta fuori dalle caffetterie” io sgrano gli occhi e penso “ma davvero credi questo di quella che era casa mia?”
Non te starai a sbaglia’?? 😀
Io mi ricordo che stavamo tutti esauriti e di corsa, me in primis, e che il Colosseo lo guardavo solo al TG.

Così ho capito l’inghippo!
E’ che l’Italia devi adorarla come un amante che saluti sulle scale, non sapendo quando avrai l’occasione per afferrarlo e sentirlo di nuovo, sotto le tue dita.
Con passione e lacrime, con sentimenti esagerati e folli.
Con una data di scadenza.
Perché poi lo sai che tornerai alla vita di sempre.
Fatta di sospiri, certo, ripensando ai momenti vissuti insieme e volati via.

Pensa che bello, ho realizzato, se mi svegliassi turista australiana in Italia!
Ancora più bello se la giornata fosse fatta di 48 ore e non di 24.
Ancora più bello se fossi a Roma!

Alla mattina ci sarebbe il sole, di questo ne sono sicura.
Roma in questo raramente delude e se lo fa, allora non prendere la metro o la macchina.
Murati in casa e accenditi Sky.

Ma non divaghiamo.

Mi sveglio e c’è il sole, dicevo, così esco dal mio Hotel e non ho che l’imbarazzo della scelta per la colazione.
Mi immagino i cornetti gonfi di crema pasticcera, di un giallo intenso e peccaminoso, spolverati di zucchero a velo sulla crosticina croccante.
Le doughnut a Roma le chiamano bombe perché sono fatte per esplodere in bocca, cariche di farcitura.
Lo zucchero non puo’ che rimanere sulle labbra dopo ogni morso e lo ritrovi agli angoli della bocca dopo ore, a ricordarti quel peccato di gola da 600-650 calorie.
Ao’, la colazione e’ importante e lo dicono i ricercatori.

Il caffè costa solo 90 centesimi, in Austalia lo pago 3,90 dollaroni!
Seduta mi gusto il mio cappuccino e gli italiani mi sembrano così buffi.
Li vedo entrare nel bar uno dopo l’altro, corpi frenetici che agguantano tazzine colme di caffeina bollente e che neanche ne gustano l’aroma unico, ingollando quel liquido nero manco fossero povere oche massacrate per il fois gras.
E vogliamo parlare della velocità dei baristi?

A colazione finita sono carica per girare la Città.
Finalmente sto calpestando il suolo di ROMA, dopo averla tanto sognata!

Aspetto l’autobus per il centro ed il sole scotta sul mio cappellino da turista_ammazza_sesso.
Quando finalmente il bus arriva, succede una cosa strana a cui non voglio dare peso: tutti mi spintonano per correre dentro al vagoncino.
Incurante di quello strano episodio, salgo per ultima.
Malgrado gli appunti presi la sera prima interrogando google dal wi-fi dell’albergo, ho sempre paura di perdermi e di sbagliare direzione.
L’autista non risponde al mio saluto e mi chiama “Signò”.
Al rientro dalla vacanza ricorderò con nostalgia tutti i “Signò” ricevuti e anche della venditrice di Campo de’ Fiori, che mi ha chiamata “bella” quando le ho comprato una rosa.

Intanto pero’ sono ancora di fronte all’autista che non parla una parola di inglese.
Faccio per tradurre con il mio vocabolarietto aperto tra le dita ma quello mi ha già risposto!
Credo.
Credo di iniziare a comprendere l’italiano perché dai suoi segni capisco che sì, sono sull’autobus giusto.
“Ce l’ho fatta!” penso tra me e me.
Non ho tempo di gongolare che il bus inchioda e mi fa cadere come un sacco di patate.
Mi rialzo, con grande dignità, ammettiamolo, e mi sembra che nessuno mi abbia notata.

Meglio cercare di sedermi o finirò per terra al prossimo strattone.
I posti però sono tutti presi, quindi mi aggrappo con due mani alla maniglia piu’ vicina e stringo forte.
Non mi sentivo così in pericolo di vita da quella sera in taxi in Egitto.

Scendo a Piazza Venezia e dico, SONO A PIAZZA VENEZIA!
Il sole mi acceca, ma non posso far altro che pensare a dove sono.
Solo che il traffico mi inquieta, nessuno si ferma nonostante le strisce pedonali e con questi presupposti non ce la farò mai ad attraversare.
Sbucano macchine dappertutto ma proprio lì in mezzo al casino si erge La Big Typing Machine, che sulle guide chiamano Milite Ignoto.
Sono incantata.

Ne avro’ mai abbastanza di questa Citta’ piena di Meraviglia?

A scendere dal bus eravamo in tanti e tutti hanno attraversato la strada mentre io ero persa in fantasticherie sugli uomini in divisa che piantonano, a decine, la piazza.
Tolgo il cappellino_anti_sesso_da_turista e rimangono solo i miei capelli tutti acciaccati.
Il sole mi prende a sberle la testa.
No, non ne vale la pena di morire in terra straniera, per questa volta.

Accanto a me è rimasta solo una vecchina tutta curva, con una enorme borsetta della spesa, di quelle munite di rotelle.
Le macchine continuano a correre per la rotonda, ignorandoci.
Faccio per alzare la mano in direzione delle guardie, quando ecco un miracolo.
La signora anziana scatta in mezzo al traffico ed io inizio a seguirla, facendomi ignobilmente scudo del suo corpo e della sua incredibile verve da pronipote di centurioni.
Pronipote di linea diretta, ne sono certa.

Arrivo a Via del Corso e non mi sembra vero.
L’ho sognata così tanto, l’ho vista in TV e nelle riviste.
L’ho amata senza neppure conoscerla ed ora siamo solo io, lei e appena un altro centinaio di persone.
Incollo il naso sulla vetrina di un negozio di pelletteria, tra un monomarca di abbigliamento e l’altro.
Penso di comprare un portafoglio di pelle viola, ne respiro l’odore e mi convinco della sua pregiatezza ed unicità, indubbiamente è fatto a mano, unico nel suo genere.

Non faccio a tempo a bearmi dell’acquisto che fuori dal negozio vedo la mia prima gitana!
E’ piuttosto in carne, ha una gonna variopinta ed i capelli lasciati crescere senza un taglio preciso.
Sono lunghi e bruciati dal sole.
Fa parte di un gruppo di 4 donne e quando passano per le strade tutti mettono la mano per controllare il portafogli.
Io scatto una fotografia!

Roma è così grande ed io ho così poco tempo.
Per i suoi vicoli arrivo a Piazza Navona, il Pantheon e la Fontana di Trevi.
Scatto una fotografia ad ogni pezzo di muro, ad ogni finestra, ad ogni negozietto.
Mi accovaccio per fotografare i Sampietrini, bellissimi ciottoli posati sul lastricato come a celebrare l’autenticità del popolo Italiano.

Il sole è così caldo, ci vorrebbe un gelato.
Sulla mia guida consigliano Giolitti, così prendo un cono piccolo e provo a dire “doppia panna”, come ho sentito fare ad un italiano solo il giorno prima.
Funziona!
Riempiono il cono di deliziosa panna bianca e la frutta nel mio gelato e’ un sapore ancora presente, pulsante.
Riconosco il latte, la panna ed immagino la frutta che viene scelta e tagliata.
Vorrei mangiare gelato per sempre, prendendo il sole per questi vicoli divini.

Qualcuno esce dai negozi con una fetta di pizza, che poi non è una fetta ma una cosa che in Italia chiamano trancio.
Puoi scegliere quanta pizza vuoi ed eccola lì, ritagliata per te con la mozzarella che cola fino a sporcare l’incarto bianco.
Unta e Divina.
E’ possibile avere di nuovo fame?

Ci sono altri posti da vedere, così prendo un altro autobus e arrivo al Colosseo.
Qualcuno entra senza fare la fila, sbucando dai lati.
Forse si saranno rivolti ad un’agenzia migliore della mia?
Ma che importa quando attorno a me ci sono dei gladiatori vestiti da antichi Romani??

Inizio a fotografarli da lontano finché non si accorgono di me e con un bellissimo sorriso mi propongono di fare una foto assieme.
Accetto volentieri quel colpo di fortuna.
Loro sì che parlano un perfetto inglese e vogliono sapere tutto di me e da dove vengo!
Dall’Australia, dico, dall’altra parte del mondo.
Mi sa che siamo diventati amici perché mi raccontano dello zio emigrato anni prima e di come stia bene a Sydney!
Alla fine dico loro “grazie” e sono così orgogliosa di quel mio buon italiano.
Sono deliziata da me stessa.

Loro rispondono “50 euro”.
Mi sa che non siamo proprio diventati amicissimi.
Gesticolando riesco a trattare sul prezzo e la spunto per 20.

Finalmente il Colosseo.

E poi ancora una fila, questa volta di quasi due ore, per vedere i Musei Vaticani e finalmente la cappella Sistina.
Perdo un tacco tra i Sampietrini.
Lancio una brutta parola in mezzo a tutta quell’Antichità e poi mi pento della mia bassezza.
Per strada si sente solo il mio tacchettino di metallo.

Acciuffo una metropolitana ed arrivo al Parco degli Acquedotti in cui mi sembra di rivivere una scena de La Grande Bellezza e finalmente mi sento nel posto giusto della Terra.
Tolgo le scarpe, mi sdraio sul prato della pineta e vedo il sole tramontare tra i pini, mentre in silenzio mi immergo in quell’odore fresco e buono, fatto di alberi maestosi ed erba verde e morbida.

La mia giornata di 48 ore e’ finita ed il tempo e’ volato via, come se fossero state solo 24.
Mi siedo ad un tavolo all’aperto ed ordino un “aperitivo”, una cosa mai vista prima ma che somiglia ad un brunch, solo fatto sul tardi.
Questa cosa nel bicchiere si chiama Spritz e prometto a me stessa di googlare la ricetta una volta tornata a casa.
Voglio berlo ancora e ancora.

Tornando in Albergo realizzo di aver assoluto bisogno della colla per aggiustare il tacco delle scarpe, ma ormai sono le 21 passate!
Alla reception mi informano che i supermercati ed i centri commerciali rimangono aperti fino alle 23.
Se non e’ questa la civiltà!
In Australia i negozi chiudono alle 17, dopodiché rimangono aperti solo i 7/11.

Aspetto la metropolitana e scendo a San Giovanni dove trovo una SMA ancora aperta, proprio come dicevano!
Fotografo tutti i formaggi sugli scaffali.
Ma quanti ne hanno??
Vorrei mordere tutto per farmi un’idea dei sapori.
Le caciotte sapranno di Cheddar Vintage?

Solo di mozzarella credo che abbiano 10-15 marche diverse.
Vado in cassa con la colla e qualche prodotto must-to-have da riportare a casa: pesto, pesto rosso (wow! Cosa sara’?), spaghetti, caffe’ ed una scatola di alluminio contenente biscottini Gentilini e con sopra scritto “ROMA”.
Mi viene nostalgia dell’Italia solo a tenerla in mano.
E’ quasi l’ora di chiusura e davanti a me ci sono tanti clienti con carrelli pieni di roba da mangiare.
Qualcuno prima di me bisticcia con la commessa, ma non capisco cosa si dicono.
Arriva il mio turno, così la saluto e lei risponde appena, sembra triste.
Ma soprattutto: non mi prepara la busta!
Me ne accorgo solo quando ho finito di pagare, cosi’ il cliente successivo inizia a sbuffare finché non libero la cassa dalle mie cose.
Dio, che figuraccia!

Saluto di nuovo e scappo via.

Pensavo di non aver fame, ma passando davanti ai ristoranti inizia a brontolarmi lo stomaco.
Non voglio entrare per una cena, eppure mi ritrovo a guardare un menu’ appeso fuori da una Trattoria.
Il proprietario si accorge di me e mi invita ad entrare.
Ma a che ora chiudono le cucine in Italia?
In Australia dopo le 21:30 iniziamo a cacciare fuori tutti gli avventori.

Il proprietario ride e dice che qui si esce per mangiare tardi!
In effetti i clienti continuano ad entrare anche dopo il mio arrivo.
Ordino un antipasto pieno di parole intraducibili tra le quali riconosco solamente “prosciutto e mozzarella” e mi arriva un vassoio enorme.
Per 13 euro.
Potremmo mangiarci in tre!
Il prosciutto, mi spiegano, e’ tagliato a mano e sul momento.
La mozzarella viene da Paestum ed è di bufala.
Le olive sono verdi e dolci, così come il miele che mi propongono di versare sui formaggi assieme alle marmellatine di fico.
Assaggio un arancino di riso dal cuore filante e chiudo gli occhi per memorizzare il sapore di quel ripieno.

Non credo di poter mangiare altro quando noto il pane nel cestino.
E’ solo dello stupidissimo pane, accidenti!
E allora perche’ se lo prendo in mano scrocchia?
Perche’ odora di buono??
Gli do un morsetto.

Non resisto.
Le metto nel piatto a raccogliere l’olio dell’insalatina di pachino e rucola e lo mangio così.

Arriva la pasta cacio e pepe e davvero non posso dare che una forchettata, ma…quanto e’ buona??
Chiedo una take away bag ed il proprietario urla “busta per il cane” al cameriere che, pronto, accorre con una vaschetta d’alluminio.

Faccio per chiedere il conto e niente, non c’è verso di poter andar via.
Il proprietario insiste per offrirmi una sambuca, un limoncello e un gambrinus.
Decido per il limoncello di cui ho tanto sentito parlare ed ecco il bicchierino pieno di liquido giallo, gelato e buono.
Fatto in casa, dice il proprietario.
E non può che essere così.

Ne compro una bottiglia e mi chiedo come farò con la dogana.

Con i miei sacchettini arrivo in albergo.
Finalmente faccio una doccia calda e con i capelli bagnati mi affaccio alla finestra che guarda su una strada non troppo trafficata.
Domani andro’ a Porta Portese e non vedo l’ora.

Non sarebbe bello vivere per sempre qui?

 

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

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Quante volte hanno spalancato la bocca ed esclamato “From Rome?!”.
Quante volte me l’hanno raccontata con il loro entusiasmo di stranieri, che prendono il caffè a Piazza Navola ed i commenti dei ristoratori li capiscono e non capiscono.
Ma quell’aria caciarona, romana, la sentono che gli arriva calda in faccia.
Li stordisce e seduce, anche quando stanno per essere fregati.

Ecco io con Roma ci dico poco e niente.
L’ho odiata da matti prima di andare.
Nel traffico del mattino sulla Prenestina e poi ancora ferma con il piede sull’accelleratore mentre tentavo di imboccare per Lungotevere. Read more