LGBT+ all’estero: storie di ragazzi che hanno lasciato l’Italia

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Oggi voglio raccontarvi le storie di alcuni ragazzi LGBT+ che si sono trasferiti all’estero, andati via da una Italia che ha – tra le altre cose – spesso negato l’esistenza delle cosiddette famiglie arcobaleno. Malgrado queste esistano e siano reali.

Qualche anno fa leggevo The Queen Father e mi capitò sotto gli occhi un suo scritto che arrivava giù duro come un pugno in faccia. Marco è un uomo italiano omosessuale che si è trasferito nel Regno Unito ma che in America ha avuto la possibilità di avere un bambino con il suo compagno. In quel post si chiedeva come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasto in Italia, cosa l’Italia gli avrebbe tolto – suo figlio non sarebbe esistito – ed in quella dolorosa ipotesi non poteva che maledire la retrogradezza del nostro stivale.

Lo puoi biasimare? Nasci TE, semplicemente TE e vivi in un paese dove le regole per TE sono diverse perché di TE conta – in negativo – solo la tua identità di genere assieme all’orientamento sessuale. Puoi essere la qualsiasi come persona ma TE bene non vai, certi diritti scordateli che non sta bene neanche parlarne troppo, i problemi saranno sempre altri.

E allora che ti rimane da fare? Stai fermo, abbozzi, fingi, rimani e lotti, spingi i muri per trovare i tuoi spiragli, combatti per le leggi fino a rovesciarle caso dopo caso, vai all’estero e torni con un bambino tuo oppure sai che c’è? Molli tutto e vai a vivere dove i diritti ed i doveri sono quelli, uguali per etero e non.

In questo post voglio raccontarvi le storie di tre ragazzi italiani non eterosessuali che hanno scelto l’estero come casa e che oggi si raccontano per voi, spiegandovi il perché della loro decisione di partire e come si sono trovati una volta fuori dall’Italia.

Ciao, presentati, chi se, da dove vieni, dove vivi oggi e cosa fai.

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Ciao! Sono Grace, anni 29 (che numero stressante: dovrebbero eliminarlo!), una parte del sud, dove sono cresciuta, e l’altra del nord, dove sono nata e ho frequentato l’università. Ho appena finito un Master a Londra e al momento sono in cerca di lavoro!

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Sono Nico, ho 25 anni, vengo dalla provincia di Sondrio e recentemente mi sono trasferito a Glasgow, ma da 6 anni vivo all’estero. Un anno in Australia, dopodiché In Scozia, tra Edimburgo, Aberdeen e Glasgow, appunto. Al momento sto studiando per un Masters in Environmental Entrepreneurship alla University of Strathclyde, fine corso Settembre 2020.

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Mi chiamo Paolo e vengo da un paesino del sud Italia ma preferisco non entrare nei dettagli. Oggi lavoro come cameriere in un paese del nord europa ma sto studiando all’università.

A che età hai capito di non essere eterosessuale?

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A 17 anni. Avete presente il cliché dello studente che si innamora dell’insegnante? Ecco. Sono (stata) io. Così come, col tempo, ho anche capito di non identificarmi del tutto nella parola lesbica (che no, al contrario di quanto ancora si pensi, seppur in modo vagamente inconscio, non è un insulto!) e all’ultimo Pride a cui ho partecipato, quando una mia amica distribuiva bicchieri con bandiere annesse, io ho scelto quella pansessuale.

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Penso di avere iniziato a farmi domande sulla mia sessualità a 12-13 anni, ma da li ad accettare la mia omosessualità è passato qualche anno.

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Quando sento che i bambini non capiscono mi viene da ridere per il nervoso, io a otto anni comprendevo le mie preferenze, mi era chiaro e lo dimostravo in tutti i modi.

Cosa è successo attorno a te quando hai deciso di fare coming out con parenti e amici? Cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo?

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Il coming out nel sud Italia di dieci anni fa, quando sei fermamente convinta di ricevere il supporto di tua madre, che ha sempre difeso i “diritti dei gay”, e quando tu sei convinta che “ma che ci sarà di male, perché mai dovrei avere l’ansia”, è stato tutt’altro che facile. O meglio, per me è stato facile dirlo la prima volta proprio in virtù di quel “non sto mica ammazzando qualcuno”. All’epoca ero innamoratissima – e felicissima – e volevo urlarlo al mondo. Ecco, dopo quella prima volta, disastrosa, detta a mamma e sorella, ci ho pensato mille volte prima di dirlo ancora. Tra gli amici ho riscontrato più un voler supportare senza sapere come, ottenendo una cosa che fosse una via di mezzo… insomma, mi sono spostata al nord proprio per questo motivo e non mi sono mai guardata indietro.

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Ho iniziato a fare coming out con amici stretti, compagni di classe, che sapevo non avrebbero avuto grandi difficoltà ad accettarmi. Qualcuno ha avuto un po’ di domande e confusione inizialmente ma hanno accettato completamente la cosa e siamo tutt’ora buoni amici. La mia migliore amica che all’epoca si poteva considerare abbastanza religiosa mi ha colpito positivamente per il cambio di atteggiamento verso l’omosessualità. Prima di fare coming out con lei sapevo che non era molto aperta nel suo punto di vista, cosa notata specialmente in discorsi fatti durante la lezione di religione (che in pratica tutti facevamo alle superiori principalmente perché più che essere un’ora di religione era una sorta di sportello per parlare tra compagni di quello che volevamo, e il nostro docente/parroco, molto aperto, faceva da intermediario). Una volta che ha effettivamente iniziato a voler capire la situazione un po’ meglio, e il fatto che 1) non è una scelta 2) ero sempre la stessa persona di prima e non facevo male a nessuno per essere me stesso, è cambiata un sacco ed è stata la mia roccia durante gli anni di scuola, che comunque sono stati abbastanza pacifici, nella mia scuola non c’erano molti episodi di bullismo. Dall’altra parte, quando feci coming out con la mia famiglia, la situazione fu l’opposto e non trovai (ne’ trovo tuttora, anche se qualche miglioramento c’è stato) il supporto che avrei voluto, o almeno una neutralità, ma piuttosto molta rabbia e incomprensione. Con questo non voglio dire che la mia famiglia mi abbia ripudiato, anzi mi hanno supportato duranti il corso dei miei studi universitari, ma il discorso più o meno rimane tuttora un tabù e passando in Italia solo per un paio di settimane all’anno, cerco di evitare di parlarne e passare le vacanze serenamente, il che non fa altro che accentuare la diversità delle mie ‘due vite’ in famiglia e all’estero.

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Ho iniziato dalla mia migliore amica ma le parole non uscivano, ha terminato lei la frase per me, sapeva tutto e questo non mi ha stupito perché qualche persona al paese già mi schifava apertamente. In casa non è andata bene ed è il motivo per il quale tengo particolarmente a rimanere anonimo, non voglio essere riconosciuto da nessuno. Dopo averlo detto a G. e qualche altra amica, ho aspettato due anni per affrontare l’argomento con i miei genitori. Ho deciso di scrivere loro e tornando a casa ho trovato la lettera strappata ma lasciata in bella vista e non una parola. Il giorno dopo mi è arrivato un pugno, io sapevo come la pensavano ma non avrei mai immaginato tanto. Mio padre ha usato la parola “frocio”, mia madre piangeva e urlava. Ho sperato tanto durante questi anni ma non ho ricevuto nulla di più, mi chiamano è vero ma fanno finta di niente, ci sono argomenti che non vogliono trattare e cose che non vogliono sapere. Questo sono io, la vita che perdono di condividere con me. Un altro episodio che mi fece male fu al liceo, quando la professoressa di religione si affrettò a dire che gli omosessuali erano contronatura ma che lei giudicava l’atto e non le persone. Comodo, davvero comodo. Mi sono preso i miei insulti al paese, ho visto le gomitate e durante una lite con un amico ho ricevuto la mia dose di “frocio”, di nuovo. C’è stato del buono ma ho sognato di andare via per tutta la mia adolescenza. Fu una professoressa a dirmi di scappare, mi mise la pulce all’orecchio, raccontandomi dell’estero intesto come il paese nel quale vivo.

Pensi che la decisione di partire sia dipesa anche dalla mancanza di diritti che abbiamo in Italia per il mondo LGBT+? E dalle cose che ancora ci autorizziamo a dire e pensare per “scherzare” o per insultare gli altri?

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Ho passato molto tempo a pensare di voler lasciare l’Italia innanzitutto per me stessa, per crescere e mettermi alla prova, capire cosa fossi in grado di fare. Quando l’ho fatto, da un giorno all’altro, con solo bagaglio a mano, non ho dubitato neanche per un secondo di doverlo fare per avere una vita più serena anche dal punto di vista personale e sentimentale. È inconcepibile che si parli di “mondo/diritti LGBTQ” come se fossimo “l’altro”, una entità a parte. Penso che l’Italia abbia ancora tanta strada da fare per assorbire il concetto di inclusività.

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Sicuramente all’epoca quella fu una delle motivazioni principali, insieme alla situazione in famiglia e il volere andarmene per la mia strada. Non ho guardato indietro, e non seguo gli sviluppi come magari dovrei, ma se non erro ora qualche diritto un più c’è, ma rimane il fatto che la gente ancora si senta libera di denigrare persone che divergono dal loro standard di ‘normalità’ e il ‘dovere’ di fare la battuta del momento.

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Credo di aver involontariamente risposto a questa domanda ma vorrei mettere in chiaro quanto segue e cioè che posso ridere con voi di alcune parole ma fanno male e ancora di più sentirsele sparare in faccia come un insulto quando invece sono io, Paolo, gay e mille altre cose, tutto qui. In Italia potrei avere una unione riconosciuta ma non adottare, non se ne può parlare senza alzare uno schermo di frasi vuote e tutte uguali. La mia vita è una e non la posso sprecare in Italia, non posso sprecarla in paesi medioevali che non vogliono riconoscermi come essere umano, capace di amare e con il potenziale di poter dare.

Nel paese che ti accoglie ti senti più tutelato e riconosciuto che in Italia? Ti senti libero di prendere per mano il tuo/la tua partner?

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Penso che tutto il mondo è paese e se sei nella situazione sbagliata al momento sbagliato, essendo comunque parte di una minoranza, e in quanto tale non capìta, poco importa che tu sia a Londra o in Calabria. Il contesto fa molto. Ma sicuramente mi sento più libera di essere me stessa in una metropoli da otto milioni di abitanti.

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Molto di più. A parte le leggi che danno più diritti e tutele, la cosa bella del Regno Unito e che alle persone, detto terra-a-terra, non interessa quello che fai, non fai male a nessuno alla fine. Ho alcuni amici che hanno fatto coming out con la famiglia qui e la risposta che hanno ricevuto è stata più o meno ‘..and?..’, per dire che sia che tu sia eterosessuale, omosessuale, o come tu voglia definirti, non fa nessuna differenza. Certo, anche qui fanno le battute, anche in TV, ma sono fatte in un ambito diverso e senza nessuna cattiveria o intenzioni maligne. In generale, la discussione è più aperta e punta verso al provare a capire i vari punti di vista. Ovvio, anche qui ci sono le persone che non sono aperte, ma stanno sulle loro e se una persona prova ad attaccare qualcun altro verbalmente o peggio, molte di più prenderanno attivamente la tua parte. Comunque sia, in oltre cinque anni qui, non ho mai personalmente subito o visto un attacco omofobo. E le persone che dall’Italia dicono ‘incontrerai persone che si opporranno a quello che sei’ dico sempre ‘beh, non saranno miei amici’, per dire che alla fine essendo chiuse mentalmente, ci perdono loro, mica io, è il loro punto di vista che è minoritario.

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Baci in pubblico ne ho dati pochi, il mio partner è di qui ed è piu’ sciolto di me. Questo fa parte di quello che mi hanno tolto, la sicurezza di vivere alla luce del sole come qualsiasi altra coppia. Per i diritti invece, qui è un altro mondo.

Prossima meta? Dove ti immagini tra qualche anno?

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Sono momentaneamente rientrata in Italia dopo appena un anno a Londra dove progetto di rientrare tra qualche mese… Londra contiene il mondo al suo interno quindi credo avrò molto da vivere prima di volermi spostare di nuovo – ma mai dire mai!


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Ci sono varie possibilità. Mi piacerebbe rimanere in Scozia per qualche anno ancora, anche se il tempo scozzese e la mancanza di stagioni ‘proprie’ si fa sentire. Questo Paese mi ha dato tanto e vorrei ricambiare. Mi piacerebbe tornare in Australia, ho ancora un anno di visto che posso usare fino ai 31 anni. E il mio ragazzo ha un lavoro che lo potrebbe portare in America per qualche anno, per cui andrei con lui se la possibilità dovesse materializzarsi.

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Voglio rimanere dove vivo, lavorare, sposarmi, comprare una casa nel quartiere che sognamo, avere dei figli.

Partire è stata la decisione giusta? Rifaresti tutto da capo?

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Ogni singola virgola.


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Rifarei tutto, guardo agli ultimi 6 anni come un processo di crescita immenso. Certo alcune cose le avrei fatte diversamente, ma penso che il pensiero passi a tutti. Sono molto contento della mia situazione in cui mi trovo al momento e guardo al futuro con molta speranza. Al mio ego 16 enne direi quello che sembra un cliché, ma è proprio vero – It does get better!

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Lo rifarei e lo consiglio a tutti coloro che vogliono esistere sul serio.

Ringrazio le tre persone alle quali ho lasciato la parola e che con gentilezza e generosità hanno accettato di raccontare la loro storia privata, converrete con me che abbiano fatto un grande servizio a chi li leggerà in cerca di risposte ed indirettamente anche a tutti gli altri avventori.

Prima di lasciarvi, vorrei provare a raccontarvi i pro di due delle realtà estere che ho potuto conoscere durante il mio vivere fuori, così che possiate fare i vostri conti e avere una visione più dettagliata.

LGBT+ in Australia, quali sono i diritti? Si puo’ adottare?

C’è l’Australia che è tanto avanti, dove il sole scotta, il lavoro c’è e puoi trasferirti a dare un’occhiata per un anno o due con una cosa bellissima che si chiama Working Holiday Visa. E magari rimanere con uno skilled visa o una sponsorizzazione. Ma se fai parte della comunità LGBT+? Ti conviene valutare l’Australia? Vi stupirà ma anche in un paese così lontano da tutto è stato difficile veder ottenere dei diritti tanto basilari come quello alla famiglia. Dal 2017 è possibile sposarsi tra persone dello stesso sesso su tutto il territorio e dal 2018 è possibile per la comunità LGBT+ adottare (tranne nel Northern Territory, dove c’è Darwin, per intenderci).

La comunità LGBT+ in Gran Bretagna, ovvero: conviene andare a vivere in Inghilterra e Scozia

E’ viaggiando che ho visto le prime persone dello stesso sesso per mano e le persone transgender lavorare alla luce del sole (sebbene, siano ancora oggi tra i più bistrattati) ma solo nel Regno Unito ho capito quanto l’Italia fosse indietro. In Inghilterra le unioni civili tra partner dello stesso sesso esistono dal 2004 e la legge sui matrimoni (Poiché la precedente, nella sua eccezione, era discriminatorio) dal 2011. In Scozia i same-sex marriage sono legali dal 2014 mentre per la, per molti versi retrograda, Irlanda del nord dal 2020. Le adozioni invece? Possono adottare gli omosessuali, i trans e tutti gli altri, nel Regno Unito? In Inghilterra e Galles è possibile adottare dal 2002, ragazzi. Da quasi vent’anni. Due generazioni ne hanno già beneficiato dimostrando che, sorpresa, le adozioni gay (etc) non creano mostri ma famiglie. In più, non devi essere neanche sposato per avere la tua famiglia. Quasi il 10% dei bambini strappati ad istituti ed orfanotrofi viene ogni anno adottato da persone LGBT+. Da dieci anni le stesse regole valgono per la Scozia, omosessuali e trans possono adottare e prendersi carico dei bambini attraverso l’attività di fostering (affidamento, che viene peraltro sostenuto da incentivi statali). E sapete una cosa? Nel Regno Unito anche i single possono adottare perché un genitore è meglio di nessun genitore ed una vita senza una base sicura. Le famiglie con un solo genitore sono infatti il 25% del totale.

In termini di diritti LGBT+, la mia conoscenza del mondo si ferma qui ma c’è tanto altro e quindi vi invito, se casa vi sta stretta, a trovare il vostro posto in un paese che vi somigli e rispetti, qualsiasi sia la vostra identità, il vostro aspetto, la vostra storia e qualsiasi siano i vostri sogni.

Vi lascio, alle vostre considerazioni e vi aspetto come sempre tra i commenti, su Instagram e su Facebook.

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Il mio primo Pride

Il mio primo Pride

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Be Proud.

Avevano in mano un manifesto di stoffa, stile patchwork e mi erano sembrati belli, anziani come altri passati poco prima dentro un pullman che sventolava le bandiere arcobaleno. Questi erano a piedi e li ho fotografati sorridendo, la marcia era appena partita ed io ancora non mi permettevo di entrare a farne parte, rimanendo ai lati.

Abbastanza per supportare, abbastanza lontana per non sentirmi una menzogna: non sono lesbica, non sono trans, non ho sofferto certe pene ne’ stata discriminata perché desideravo vivere.

Gli anziani con il manifesto di stoffa sono andati avanti e noi siamo rimasti lì finche’ i miei capelli non hanno attirato l’attenzione di qualcuno che conoscevamo: “Serena, Alessio“.

Succede sempre così, sono i capelli.

“Ma li avete visti quei quattro che protestano? Noi siamo migliaia, loro quattro”.
“Bigots”, rispondo, ma davvero non li ho visti.

Una donna ci viene incontro per darci le bandiere e farci entrare nella marcia. Il mio primo Gay Pride lo ricorderò proprio così, inclusivo con tanto di discorsi tradotti anche nel linguaggio dei segni ed attorno a noi tante sedie a rotelle, un uomo con le stampelle ed un sorriso buono che mi rimarrà nel cuore, anziani, tanti, genitori fieri, bambini con le magliette dedicate alle loro famiglie arcobaleno e poi tanti, tantissimi brand a metterci la faccia: Argos, Sainsbury’s, Nando, Topshop, Wagamama, Royal Mail, Costa e chi più ne ha più ne metta.

La società intera scesa in piazza.

Il cielo è inclemente ma noi siamo più forti, le bandiere sventolano al ritmo di qualche tamburo, Alessio ride. Un politico parla e noi siamo proprio lì sotto, arriva una donna transessuale che chiede un minuto di silenzio per tutti coloro che muoiono per il solo fatto di non essere nati etero. Ho le lacrime negli occhi ma ecco che vuole anche un minuto di rumore ed urla, perché dobbiamo farci sentire, perché esistiamo e vogliamo continuare a farlo.

È uscito il sole, non durerà che pochi minuti, davanti a noi gridano al miracolo, ci sentiamo benedetti. Dio non esiste ma se c’è allora ci ama. Due ragazze si baciano con tenerezza e non smettono di tenersi per mano.

Ritrovo il gruppo di anziani con il manifesto di stoffa, stanno cantando ma lo fanno ai bordi della strada, guardandoci. Colgo l’occasione per leggere il loro slogan “protest in armony“, protestare con armonia, ed eccoli lì a cantare in una specie di falsetto, come se fossero in Chiesa, muovendo braccia e mani.

Non capisco le parole ma il cervello inizia a rimuginare: Stanno… stanno protestando?

Beh, stanno protestando ma con armonia, senza insultare.

Aspetta, Serena, guardati attorno.

È questa l’armonia?

Un gruppo di ragazzi sui diciotto anni li sta guardano con uno sguardo triste. Potrebbero urlargli “bigotti, andatevene!”, non lo fanno, hanno solo uno sguardo pieno di dolore.

È il loro giorno, il loro pride.

“Protestiamo con armonia e vi amiamo MA… per favore in nome di Dio X potreste evitare di innamorarvi, scopare, avere una famiglia, vivere e andarne pure fieri. Ci va bene che esistiate ma evitate di vivere, per favore. Sì, stiamo protestando contro i vostri diritti ma ve lo chiediamo in armonia”.

Che arroganza e che stupidi noi a permetterlo.

Il gruppo di ragazzi avrà anche lo sguardo triste ma nel mio c’è una rabbia inaudita, mai provata prima per degli sconosciuti.

Bigotti, maledetti bigotti.

Con quale diritto?

Nascondersi dietro la parola armonia per lanciare comunque frecce avvelenate.

Non sono lesbica, non sono transgend e non ho sofferto certe pene ma non ti puoi girare dall’altra parte solo perché non riguarda te. Sono stanca di tollerare scempiaggini, stanca di sentire – come dirà Patrick Harvie durante il suo discorso – che i diritti di LGBT+ vanno riconosciuti secondo la coscienza del singolo.

Siamo nel 2018 ed è il caso di svegliarsi.

Per coloro che stanno ancora dormendo sognando paesaggi di plastica, cari miei, siete il passato, noi continueremo a crescere di numero ed un giorno non ci sarà libertà di espressione che tenga quando si tratta di diritti umani.

Vi vergognerete anche solo di pensarle, certe cose.

Avevo per la testa questo odio, tutto questo odio ma poi un dubbio mi è venuto. E se…? Dopotutto le parole delle canzoni non le avevo capite mica, così tornata a casa ho cercato il nome dell’organizzazione e scritto loro.

“Vi ho visto al Pride di Edimburgo ma non penso di aver capito, eravate a favore o contro?”

“A FAVORE!!”, mi hanno risposto, in pochi minuti.

Sono caduta sulla sedia, sconvolta per tutto quel risentimento rivolto contro sconosciuti che semplicemente non avevo capito perché – in quel momento – non ne avevo gli strumenti: mi ero immaginata tutto, persino gli sguardi tristi dei ragazzi che li ascoltavano “protestare”.

Sentendomi un pizzico, ho capito.

Non è forse così per tutti?

Fraintendere l’altro senza farlo neanche parlare, non capirlo e parlargli sopra pur di provare a non sentire le sue ragioni? In una giornata così bella – perché così bella era stata – come quella del mio primo Pride, io avevo trovato – senza cercarlo, per carità – qualcuno da odiare, il mio capro espiatorio ed ero stata così brava da averci visto il noi verso il loro, partendo in quarta.

Credo sia l’esempio di quanto ciò che non capiamo al volo o conosciamo possa infastidirci fino a spaventarci, facendoci diventare chi non vorremmo.

Quando forse basterebbe fermarsi a parlare per comprendere che di differenze ce ne sono tante ma che nel frattempo è meglio se rimaniamo umani.

Buon Pride a tutti!

Se ti chiedi perché marciamo forse non sai che in 72 paesi essere omosessuali è un reato punito con carcere, sanzioni o condanna a morte.

“When sexuality is no longer even an issue for discussion, then we can stop marching.”, Jamie Greene MSP

Gay Pride Kiss
Uno dei quattro “veri” contestatori in una foto di @calumcam