L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

Ora tutti diventati Italiani

Non posso dire che sia stato proprio facile emigrare ma spesso ho sentito di essere avvantaggiata rispetto ad altri: senza alcun merito e per il solo fatto di essere nata in Italia, avevo un passaporto fortunato, la pelle bianca, una buona educazione ed una conoscenza scolastica della lingua inglese. Quando incontro le persone del posto sanno sempre da dove vengo, conoscono l’Italia, amano Roma e finiscono con il chiedermi cosa io ci faccia qui. Perché lasciare un luogo da sogno come lo stivale? Se mi seguite da un po’ i miei motivi li sapete e così la mia storia ma oggi vorrei raccontarvi percorsi differenti dal mio. La storia di quattro persone che hanno lasciato il proprio paese per vivere proprio nel mio, in quello dove io ho deciso di non vivere più. Come saranno stati accolti loro da noi Italiani? Cosa è accaduto loro di bello e brutto da quando sono arrivati?

Vi invito a tenere il segno leggendo la storia di Eliana, peruviana giramondo che oggi ha una scuola di lingua ad Aberdeen, di Liliana, rumena della quale vi parlai presentandovi il suo toccante libro ciliegie amare dove racconta la sua esperienza di badante in Italia, di Yann, francese trasferitosi a Bologna per amore e di Rezarta, albanese che lo stivale lo ha raggiunto con la nave diventando infine cittadina Italiana.

Leggete le loro storie per scoprirne i punti di incontro nel descrivere l’Italia, le loro esperienze belle e le disavventure che hanno avuto mentre camminavano proprio accanto a noi. Spero questa intervista possa, magari, farci cominciare ad ascoltare gli stranieri che vengono a vivere in Italia. Sono ancora stranieri 5 anni dopo? E 10? E 20? Sono curiosa di sapere le vostre risposte dopo aver letto questo articolo.

Ciao, raccontaci un po’ di te e di cosa ti ha portato a vivere in Italia.

Sono nata nel 1968 in Romania, in pieno comunismo. Una vita di privazioni e lavoro. Ero una madre divorziata, con due figlie in piena adolescenza e lavoravo come tecnico produzione in una fabbrica di abbigliamento dove facevamo vestiti per tutti i grandi marchi del mondo. All’improvviso le fabbriche hanno iniziato chiudere “grazie” alla globalizzazione, cercavano paesi dove proporre stipendi persino più bassi dei nostri. Così mi sono ritrovata senza lavoro e in una situazione di disperazione. Piangendo ho fatto la mia borsa e piangendo ho passato le frontiere: lasciavo indietro le mie figlie, non mi ero mai separata da loro.

Mi chiamo Rezarta ma è un nome che in Italia sbagliano tutti, così mi faccio chiamare Resi. Ho 36 anni e sono venuta in Italia a 6 anni quando è caduto il regime in Albania nel 1991. Siamo venuti con le barche e siamo stati tra i primi. Fortunati, perché eravamo in stiva grazie al nostro vicino marinaio mentre gli altri erano stipati.

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L’amore mi portò nel bel paese. Finii in Italia perché mi sposai un italiano. Sono cresciuta in Perù ma da adolescente mi spostai in Brasile per fare l’università dove andai per ottenere la mia laurea in lingue e turismo. Le mie origini sono peruviane e tedesche, i miei genitori mi diedero quella spinta per viaggiare e spostarmi per il mondo fin da piccola e, quando si separarono, mio padre tornò in Germania e mia madre si spostò in Giappone. La mia curiosità per ciò che c’era da scoprire era enorme e quando conobbi il mio ex marito avevo 24 anni: arrivai in Italia, sposata, in un piccolo paesino del sud. Bellissimo. Un aggettivo che non gli fa merito, un posto da sogno ma che comunque mi stava stretto.

Ciao, mi chiamo Yann, ho 39 anni e vivo da più di 10 anni in Italia. Più precisamente, a Bologna nel cuore dell’Emilia-Romagna. Sono francese ma di origine italiana essendo figlio di un emigrato ciociaro. Mi sono trasferito in Italia per amore. Anche per amore dell’Italia, conosciuta durante le mie vacanze estive. Alcuni chiamano la mia decisione, il richiamo delle origini. Sono arrivato con pochissime parole d’italiano a disposizione ma il mio inglese scolastico mi ha salvato soprattutto a Bologna. Nei paesini sperduti, un po’ meno. Per non so quale miracolo, in pochi mesi, iniziavo ad interagire sempre di più. Dopo aver passato tante ore ad ascoltare delle trasmissioni televisive (tranne i dibattiti politici, ne sono ancora traumatizzato), letto tanti libri e cercato il più possibile di ignorare le facce storte della gente quando facevo alcuni errori sicuramente gravissime per le orecchie, ho deciso di fare dei corsi intensivi ed eccomi qua, quasi bilingue. Alla faccia dell’inglese che facevo ancora fatica a praticare e lo spagnolo che ho dimenticato per fare spazio alla lingua di Dante.

Quale è stato il tuo primo impatto con l’Italia?

Primo impatto con Italia? Terribile! Ero vuota dentro la mia anima, ero come morta dentro. Vedevo la bellezza di Roma, gli alberi meravigliosi, diversi di quelli da casa mia, le rovine antiche, pensavo che fosse bello, ma non sentivo gioia, solo un immerso distacco. Mi sentivo buttata all’improvviso in un oceano, non capivo niente, non sapevo la lingua, non volevo essere lì, ma dovevo rimanere, per forza.

Il primo impatto con l’Italia è stato con le persone: vedevo tanta gente caotica ma affettuosa. La prima volta che l’ho vista aveva un colore diverso dall’Albania ma bello. Ero piccola ed imparare l’Italiano è stato più facile. In quegli anni ho visto che in Italia venivi accettato molto bene se sapevi integrarti. Non è stato molto facile integrarsi perché dalla Sicilia al Piemonte ho visto la vera discriminazione che c’è in questo paese. Il fatto che tutti venissero invitati al compleanno e tu no. Perché eri l’albanese.

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Arrivata in Italia mi sentivo un po’ soffocata, senza privacy perché lì tutti sapevano tutto di te, ogni passo, ogni uscita ed una femmina indipendente alla ricerca del lavoro non era ben vista. Comunque, feci velocemente amicizia ma quando parlavo con la gente notavo che c’era un interesse non in conoscermi come persona ma in quello che possedevo. Allora, decisi che non era per me.

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Il mio primo impatto con l’Italia è stato il mio primo viaggio in treno tra Bologna e Venezia. Era un treno regionale affollato, non ero preparato e più o meno mi era sembrato di essere in una lavatrice o dentro il motore di un vecchio diesel. Ero abituato al silenzio dei treni francesi e all’improvviso mi sono ritrovato in questo vacarme (baccano) assurdo. Un urlo continuo, eppure nessuno era arrabbiato, parlavano solo. Da allora, ho capito cosa intendesse mio babbo quando mi diceva che gli urli di sua mamma spaventavano i piccoli parigini del suo quartiere. Ancora oggi non capisco se la gente in strada parla o litiga.

Come è andata la ricerca del lavoro in Italia? Essere straniero ti ha limitato o favorito?

Ricerca del lavoro in Italia? All’inizio non sapevo parlare la lingua, così ho trovato un lavoro come badante in Basilicata, a nero 500 euro al mese, senza giorno libero. Ero chiusa come in un carcere. Dopo 3 mesi, ho trovato un altro posto a Perugia e su tutto ciò ho scritto il libro Ciliegie Amare, pubblicato anche in italiano da Laterza. Essere straniera non è un vantaggio quando cerchi lavoro, comunque. Dopo 14 anni, faccio ancora lo stesso lavoro, assistenza per gli anziani. Ho provato tanto a fare il mio mestiere, ho mandato CV a destra e a sinistra, sono andata dalle agenzie per il lavoro e presentata come tecnico dell’abbigliamento. Fino al giorno in cui una signora mi ha detto (eravamo solo noi due) che potevo essere pure tecnico di astronave, senza una raccomandazione non mi assumeva nessuno. Essere straniero vuol dire che nessuno ti può raccomandare per anni, non conosci nessuno e deve passare tanto tempo prima di guadagnare la fiducia delle persone. E poi, quando hai fatto tutto bene e ti presenti ad un posto di lavoro adatto alla tua qualifica ecco che, come mi hanno detto, il fatto di aver fatto la badante per anni incide sulla loro risposta negativa. Come sarei stata incapace di fare è un’altra cosa. È strano: ti impediscono di lavorare perché non hai raccomandazioni, poi ti bloccano di nuovo se hai accettato lavori umili. Per me una croce.

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Fino all’arrivo della crisi non ho mai pensato di essere limitata nel lavoro perché straniera, poi con la crisi sì. Mi è stato proprio detto in faccia che secondo il nuovo socio era stato stupido tenere una albanese come me con tutti gli Italiani disoccupati in giro. Anche se io sono cittadina italiana dopo 28 anni qui. Vado a votare. E quel razzista quando ha saputo che votavo ha detto che suo padre si sarebbe rigirato nella tomba. Gli ho risposto di farlo girare due volte, che vota anche mio marito!

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Non volevo fare soltanto la casalinga, mamma e moglie. Riuscì a trovare un lavoro in una scuola secondaria e da lì non smisi mai di lavorare ma con stipendi ridicoli, contratti mensili, precari. Ero consulente in lingue, terza fascia se ero fortunata, pendolare per due ore minimo al giorno. Tra un contratto e l’altro andavo avanti. Grazie al lavoro di mio marito, riuscivo a spostarmi all’estero per brevi periodi, ma ogni due anni si tornava sempre in Italia, con la difficoltà di ritrovarmi ancora una volta dentro la burocrazia, la mentalità di paese e la mancanza di un lavoro non precario. Allora un giorno, decidemmo di provare la Scozia, facemmo le valigie e partimmo. Qui in Scozia ci siamo trovati bene, tutto è semplice ma con il freddo non si scherza e ad un certo punto abbiamo considerato di andare via ma i bimbi erano già grandi e non si decideva più per noi ma per loro. La Scozia ci aveva accolto bene, ci aveva aperto le porte, poteva dare un futuro a loro e siamo rimasti qui. Purtroppo, qualche anno dopo mi divorziai e allora comprovai quanto la Scozia sia giusta nelle opportunità che ti dà se ti integri. Sola, con due figli che volevano restare con me qui e non volevano tornare in Italia, decisi di buttarmi capofitto e realizzare uno dei miei sogni nel cassetto. Nel 2018 aprii la mia piccola scuola di lingua, la Careli Language Services di Aberdeen, nell’est della Scozia e tutto è andato così bene che a volte mi sento privilegiata. Sì, lavoro molte ore ma vedo i frutti. Con il Covid abbiamo dovuti chiudere l’ufficio ma si continua a crescere con lezioni online per bimbi, adulti, corsi di preparazione per gli esami di scuola, di inglese e di altre 10 lingue: abbiamo studenti in tutto il mondo a cui offriamo i nostri servizi con lezioni private e di gruppo.

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Venuto il tempo di cercare un lavoro, non essendo nato in una famiglia che ha venduto il suo castello della Loira per mantenermi dell’altra parte delle Alpi, non ho mai ricevuto risposte. Niente. Da nessuno. Ah no, non è vero. Una sola. Ma il colloquio non è andato a buon fine. Eppure, avevano trovato il candidato perfetto, un madrelingua francese. Una settimana dopo, avevano trovato un altro madrelingua francese ma che in più parlava tedesco. Niente. Da allora, ho detto basta e mi sono lanciato nelle traduzioni e vari impegni. Mi arrangio così. Tanto, tutti mi hanno detto di dimenticare il posto fisso. Come unica risposta avevo solo quella: manco in Francia l’ho avuto. Meglio così, sennò non sarei finito in Italia! Non saprò mai se il mio nome è stato un freno, a volte al telefono alcuni credono che sia un nome cinese…

Ti sei sentito accolto dagli Italiani? Puoi raccontare un episodio bello, uno brutto ed uno assurdo?

Durante il tempo ho avuto varie esperienze, brutte, belle, assurde. Sono stata accolta e respinta, dipende dalle persone che ho incontrato. Esperienza brutta: in Basilicata, lavoravo come badante, di sera mi facevo una tisana, era freddo, in pieno dicembre. Mi hanno detto che facevo finta di essere una signora, che ero venuta in Italia per fare la vita bella. Non riuscivo a capire il perché, mi hanno detto che tutto costa, il tè costa ed io lo stavo in qualche modo rubando loro, bevendone una tazza. Ho bevuto con lacrime. Esperienza assurda: scoprire appunto che il lavoro di badante viene considerato una macchia sul CV. Mi ci sono voluti degli anni per capirlo. Fino a un colloquio di lavoro dove mi hanno pure detto questa cosa. Boh! Esperienza bella: essere abbracciata dai lettori italiani, specialmente donne, hanno letto il libro Ciliegie amare, il libro parla dell’emigrazione ed e stato presentato in Sardegna, a Venezia, a Torino e così via ed io mi sono trovata con donne che erano mamme, sorelle, figlie di quelli partiti lontano e all’improvviso eravamo uguali.

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Un episodio bello da raccontare è che a volte anche i conoscenti, come può essere un vicino di casa, ti accolgono. Soprattutto in Sicilia la gente ti accoglieva a braccia aperte, facendoti sentire uno di casa. Episodi brutti direi quello del compleanno di cui sopra. Particolarmente brutto è quando ti dicono “Sei Albanese? Non si direbbe! Hai la faccia sorridente”. Ah, gli Albanesi non sorridono? Devo capire cosa è la faccia da Albanese.

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Le persone non accoglievano bene gli stranieri e tutti i miei studi non servivano a niente perché in quei posti si trovava lavoro per amicizia, principalmente. Per la gente io ero diversa, comunque coraggiosa a spostarmi sola ma sempre diversa, non si socializzava salvo che con la famiglia e gli amici di infanzia di mio marito. Precedentemente avevo viaggiato molto per la mia giovane età, avevo vissuto in Asia e visitato tutta l’America Latina. In Italia era diverso.

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Ogni tanto, dagli Italiani mi sento dire, hai lasciato la Francia per l’Italia? Sei pazzo, non l’avrei mai fatto! Però, quando elenco gli ingredienti della pasta alla carbonara cucinata lì, i ravioli ed i cannelloni in scatola ed i bagni chiusi in un buco di 1 metro quadrato senza bidet, ecco che cambiano idea. A parte gli scherzi, mi sono sentito accolto subito da parte degli italiani e sono consapevole che non è la stessa cosa per un italiano che sbarca in Francia, soprattutto a Parigi. Ma non lo è nemmeno per un francese del sud che finisce in quella città. Gli italiani, per me rimangono un popolo gentilissimo e accogliente. Lo so, vale soprattutto per gli europei ma questo calore, questa genuinità, è stato un ottimo rimedio contro le prime difficoltà incontrate. Ho trovato sin da subito degli amici e amiche straordinarie. Poi, ovviamente, ho incontrato tantissima gente in dieci anni, chi si congratula per il mio italiano, pensando di trovarsi di fronte ad un turista (tra la mia macchina fotografica sempre al collo e il mio accento tenace), chi mi fa delle battute ironiche quando capisce di ritrovarsi davanti ad un francese… come se si potesse fare di tutta l’erba un fascio. Ma anche chi, soprattutto in rete, ovviamente, mi ha pregato di tornare da dove venivo perché non ero gradito. Sentimenti sgradevoli per fortuna rari nella vita reale. Uno dei miei momenti più belli è stato quando, nei dintorni di Firenze, seguendo il navigatore sono finito in una stradina isolata e sterrata. Con l’impossibilità di tornare indietro perché circondata di muri. L’unica soluzione era di suonare a quel cancellone e mi vedevo già con una carabina sulla tempia o circondato dai carabinieri. Invece, mi aveva aperto questo signore anziano che mi ha aiutato a fare manovra e poi siamo rimasti 20 minuti a parlare di tutto e niente. Non ho mai chiesto se si fosse fidato della mia faccia, del mio chihuahua sul sedile posteriore o dei suoi due molossi che mi hanno impedito di uscire della macchina. Un momento assurdo invece, l’ho visto quando andando all’inaugurazione di un supermercato: lo fecero benedire da un prete. Solo in Italia, ho pensato. Per i momenti brutti, a parte delle battutine sgradevoli, per fortuna li sento solo al TG.

Cosa hai imparato ad amare di più dell’Italia e cosa non sopporti?

Amo Italia, la sua cultura, non mi sazio mai di vedere musei, città d’arte, ho visto Firenze varie volte, quando sento che c’è qualche mostra in un posto dove posso arrivare, io vado. Amo la sua ricchezza culturale e sono felice perché ho l’opportunità di sapere di più. Non sopporto il fatto che il povero è trattato da scemo. Che le persone contano solo se hanno un mestiere alto, devi essere un dottore per essere salutato qualche volta, non sopporto il disprezzo per l’emigrante visto come un povero disgraziato. Non è cosi, infatti adesso sto facendo distribuzione dei libri in lingua rumena, qui non abbiamo librerie e ci mancano i libri nella lingua nostra perché vi posso assicurare che le badanti leggono di più che altre persone e non è questione di tempo libero. Avere un lavoro umile non dovrebbe essere una vergogna.

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La cosa che mi piace di più è l’Italia stessa, è proprio un bel paese. Nelle strade della Roma che hai camminato ci ha camminato Giulio Cesare prima di te. C’è la storia ovunque ti giri! Ricordo la gita a Roma che giravi l’angolo e c’era la fontana di Trevi! E poi oddio, la cucina italiana! Vuoi mettere? In Albania son solo brodaglie, ficcano tutte le verdure a bollire e fanno dolci super zuccherosi che ti fanno venire il mal di testa. Dell’Italia apprezzo l’Italia e gli Italiani. La cosa che non sopporto dell’Italia è che siete razzisti verso voi stessi, dal sud al nord razzisti. Si cerca di fregare lo Stato senza capire che lo Stato siamo noi! Siamo tutti. Quando vado in un ufficio pubblico ed il dipendente statale si rivolge a me con una cattiva maniera, io mando la lettera di reclamo. Non mi puoi trattar male. Sono una persona, non devi fregarmi.

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Dell’Italia, cosa ho imparato ad amare di più? Vabbè, per uno straniero sarà scontato ma ovviamente, la sua gastronomia! In questi mesi sto vincendo una battaglia, ovvero eliminare i chili messi su in tutti questi anni. Quello che mi piace di meno, anche lì sarà scontato ma fa molto male, è l’odio a vicenda tra nord e sud. Mi sembra tutt’ora ancora assurdo sentire delle parole dispregiative verso gli abitanti dello stesso paese. Dal Veneto alla Campania. Anche la mancanza di festeggiamenti nel giorno della festa nazionale mi ha tanto sorpreso. Neanche un fuoco d’artificio, un po’ di musica. Niente. Alla faccia del 14 luglio francese…

Cosa ti manca del tuo paese? Ci torneresti oppure il tuo futuro è nello stivale?

Mi manca quello che ero in Romania. Ma non potrei più essere la stessa persona. Non posso immaginare la mia futura vita senza la bellezza d’Italia. Le mie figlie sono lì, i miei nipoti anche, sogno di comprarmi una casetta di vacanza e poter andare tranquilla quando mi pare. Ma ho sposato un italiano, abbiamo comprato casa qui, quindi la mia vita sarà qui.

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La cosa che mi manca dell’Albania è il cibo e la cucina, l’aria di mare che c’è a Durazzo (Durrës). Posso andare ovunque in Italia ma quell’aria di mare non la ritrovo. Non c’è quell’aria di salsedine che sa di casa. A me manca il Paese in sé, le persone le ho qui per fortuna però mi chiedo sempre come sarebbe stato avere l’intera famiglia con noi in Italia. Poter andare nella casa di tua nonna, dove ha sempre vissuto tua nonna. Come fate voi Italiani. Mi sarebbe piaciuto poterlo fare, fare i cenoni di Natale assieme. Il Natale con i bisnonni. Il calore familiare. Il mio futuro lo vedo in Italia anche se durante la crisi ci avevo pensato ad andare via ma con il fatto che non so né leggere né scrivere l’albanese la vedo dura. In Albania sarei discriminata per il mio passato di profuga in Italia. Un gran casino e allora rimango qui.

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La prima risposta è la più ovvia. La mia famiglia e i miei amici più stretti, quelli non spariti col tempo. Ma anche sentire la mia madrelingua in giro, soprattutto in questo momento, gli unici che sento parlare in francese sono i ragazzi dell’Africa dell’ovest sul bus! Ma anche fare la spesa e trovare dei prodotti introvabili qui che hanno segnato la mia infanzia. Senza parlare dei libri in francese, qui riesco a trovarne ma costano quasi il doppio del prezzo originale. Mi basta però qualche giorno di vacanza dai miei genitori per essere a posto. Non penso di tornare a vivere in Francia un giorno, ormai qui ho trovato il mio equilibrio ed essendo arrivato abbastanza giovane, a 28 anni, farei fatica a tornare indietro. Soprattutto più il tempo passa e più trovo la società francese diventare violenta, aggressiva ed è un colpo al cuore. Ora il mio pensiero per il futuro è di trasferirmi nelle montagne dell’Alto Adige. Rimanere in Italia ma con un tocco di Austria. Ma mai dire mai, magari finirò anche in Alsazia o in Bretagna!

A chi consigli l’Italia e cosa dovrebbe sapere prima di venire?

A chi vuole venire in Italia consiglio di essere pronto a lavare piatti, a fare la fame, a fare qualsiasi lavoro umile, non ci sono soldi in mezzo alla strada e nessuno ti vuole. Dopo, piano piano, forse troverà il lavoro giusto secondo la sua preparazione. Ma deve essere pronto a bussare e a trovare le porte chiuse.

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Deve sapere che l’Italia è bellissima. Ancora mi manca l’Italia, il sole, la architettura, il cibo, il rumore, l’odore del mare… purtroppo la mia mentalità è diventata più nordica, farei fatica a ritornare per sempre ma nel mio cuore ci sarà sempre l’Italia. Chi sa cosa farò in futuro, io non ho idea ma so che vorrei continuare a viaggiare, la mia passione numero uno.

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Se dovessi consigliare ad un francese di trasferirsi qui? Ma certo! Gli italiani sono dei francesi di buon umore! E il prezzo delle pizze, francamente divine, è diviso per due! Cosa dovrebbe sapere prima di venire? L’Italia non è solo mare, Colosseo, mandolino e maschere di Venezia. Vieni a scoprire senza arroganza, così, chiameranno anche te “il francese atipico”, quello che riesce a farsi amare nonostante tutti i pregiudizi!

E tu, lo rifaresti?

No. Ho sofferto troppo per la separazione dai miei figli, a quei tempi non c’era nemmeno internet e per sei lunghi anni non ho visto la figlia grande, quella piccola veniva da me, ma quella grande non poteva. Sono molto più ricca dentro adesso, ho visto e conosciuto un mondo meraviglioso, sono grata per tutte le esperienze ma ho perso quell’io di prima, ho perso anni lontana dalla famiglia. Il fatto è che mi sento come con due vite separate, prima e dopo. Ero quella di prima, non potevo stare senza miei figli. Adesso non posso stare lontana dalla bellezza che ho intorno. Le due vite separate ti danno uno stato d’animo strano, come stessi sempre sognando.

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L’Italia mi ha dato cultura, senza dubbio, penso sia l’unico posto al mondo dove respiro conoscenza e resterà sempre nel mio cuore ma non credo potrei tornarci per sempre.

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Se rifarei il mio percorso? Ma ovvio! Però, non a 28 anni, a 18!

Come sempre ringrazio la gentilezza delle persone che hanno accettato di raccontarsi in queste pagine, Yann e Rezarta e vi ricordo che potete contattare Eliana per qualsiasi domanda sulla sua scuola, attualmente online, di lingue e che il nuovo libro di Liliana sara’ presto raccontato su queste pagine e disponibile in libreria.

Spero inoltre che queste storie possano aiutarci a capire ed accogliere al meglio quell’8% di stranieri – da tutto il mondo – che ha deciso di vivere nel nostro paese per farne rinascita, casa o un piccolo capitolo della propria vita.

Auguro loro nulla di meno di quello che il mondo, anzi l’Europa, ha offerto a me.

Dicembre 2014 – La Mia Italia

Dicembre 2014 – La Mia Italia

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Quando vivevo in Italia.

Vivo in un Paese che sembra disegnato apposta per me, ve l’ho mai detto?
Se non l’ho gia’ fatto, allora ve lo dico ora.
Adoro l’Australia.
E’ stata la mia scelta piu’ azzeccata e batte persino l’operazione per correggere la miopia. 😀

Non per questo pero’ ho scordato il mio Stivale, alto e forse un poco démodé.
E d’altronde come potrei se lì ho lasciato i miei affetti ed i miei ricordi piu’ cari?

Diciamoci tutta la verità.
Non è facile la vita di un Italiano all’estero perché tutti attorno a te vogliono celebrare la tua “nobile” provenienza, fatta di storia, cultura e cibo.

Quando mi dicono “Ah, l’Italia! Me la immagino piena di sole e di gente tranquilla e semplice, che prende il sole seduta fuori dalle caffetterie” io sgrano gli occhi e penso “ma davvero credi questo di quella che era casa mia?”
Non te starai a sbaglia’?? 😀
Io mi ricordo che stavamo tutti esauriti e di corsa, me in primis, e che il Colosseo lo guardavo solo al TG.

Così ho capito l’inghippo!
E’ che l’Italia devi adorarla come un amante che saluti sulle scale, non sapendo quando avrai l’occasione per afferrarlo e sentirlo di nuovo, sotto le tue dita.
Con passione e lacrime, con sentimenti esagerati e folli.
Con una data di scadenza.
Perché poi lo sai che tornerai alla vita di sempre.
Fatta di sospiri, certo, ripensando ai momenti vissuti insieme e volati via.

Pensa che bello, ho realizzato, se mi svegliassi turista australiana in Italia!
Ancora più bello se la giornata fosse fatta di 48 ore e non di 24.
Ancora più bello se fossi a Roma!

Alla mattina ci sarebbe il sole, di questo ne sono sicura.
Roma in questo raramente delude e se lo fa, allora non prendere la metro o la macchina.
Murati in casa e accenditi Sky.

Ma non divaghiamo.

Mi sveglio e c’è il sole, dicevo, così esco dal mio Hotel e non ho che l’imbarazzo della scelta per la colazione.
Mi immagino i cornetti gonfi di crema pasticcera, di un giallo intenso e peccaminoso, spolverati di zucchero a velo sulla crosticina croccante.
Le doughnut a Roma le chiamano bombe perché sono fatte per esplodere in bocca, cariche di farcitura.
Lo zucchero non puo’ che rimanere sulle labbra dopo ogni morso e lo ritrovi agli angoli della bocca dopo ore, a ricordarti quel peccato di gola da 600-650 calorie.
Ao’, la colazione e’ importante e lo dicono i ricercatori.

Il caffè costa solo 90 centesimi, in Austalia lo pago 3,90 dollaroni!
Seduta mi gusto il mio cappuccino e gli italiani mi sembrano così buffi.
Li vedo entrare nel bar uno dopo l’altro, corpi frenetici che agguantano tazzine colme di caffeina bollente e che neanche ne gustano l’aroma unico, ingollando quel liquido nero manco fossero povere oche massacrate per il fois gras.
E vogliamo parlare della velocità dei baristi?

A colazione finita sono carica per girare la Città.
Finalmente sto calpestando il suolo di ROMA, dopo averla tanto sognata!

Aspetto l’autobus per il centro ed il sole scotta sul mio cappellino da turista_ammazza_sesso.
Quando finalmente il bus arriva, succede una cosa strana a cui non voglio dare peso: tutti mi spintonano per correre dentro al vagoncino.
Incurante di quello strano episodio, salgo per ultima.
Malgrado gli appunti presi la sera prima interrogando google dal wi-fi dell’albergo, ho sempre paura di perdermi e di sbagliare direzione.
L’autista non risponde al mio saluto e mi chiama “Signò”.
Al rientro dalla vacanza ricorderò con nostalgia tutti i “Signò” ricevuti e anche della venditrice di Campo de’ Fiori, che mi ha chiamata “bella” quando le ho comprato una rosa.

Intanto pero’ sono ancora di fronte all’autista che non parla una parola di inglese.
Faccio per tradurre con il mio vocabolarietto aperto tra le dita ma quello mi ha già risposto!
Credo.
Credo di iniziare a comprendere l’italiano perché dai suoi segni capisco che sì, sono sull’autobus giusto.
“Ce l’ho fatta!” penso tra me e me.
Non ho tempo di gongolare che il bus inchioda e mi fa cadere come un sacco di patate.
Mi rialzo, con grande dignità, ammettiamolo, e mi sembra che nessuno mi abbia notata.

Meglio cercare di sedermi o finirò per terra al prossimo strattone.
I posti però sono tutti presi, quindi mi aggrappo con due mani alla maniglia piu’ vicina e stringo forte.
Non mi sentivo così in pericolo di vita da quella sera in taxi in Egitto.

Scendo a Piazza Venezia e dico, SONO A PIAZZA VENEZIA!
Il sole mi acceca, ma non posso far altro che pensare a dove sono.
Solo che il traffico mi inquieta, nessuno si ferma nonostante le strisce pedonali e con questi presupposti non ce la farò mai ad attraversare.
Sbucano macchine dappertutto ma proprio lì in mezzo al casino si erge La Big Typing Machine, che sulle guide chiamano Milite Ignoto.
Sono incantata.

Ne avro’ mai abbastanza di questa Citta’ piena di Meraviglia?

A scendere dal bus eravamo in tanti e tutti hanno attraversato la strada mentre io ero persa in fantasticherie sugli uomini in divisa che piantonano, a decine, la piazza.
Tolgo il cappellino_anti_sesso_da_turista e rimangono solo i miei capelli tutti acciaccati.
Il sole mi prende a sberle la testa.
No, non ne vale la pena di morire in terra straniera, per questa volta.

Accanto a me è rimasta solo una vecchina tutta curva, con una enorme borsetta della spesa, di quelle munite di rotelle.
Le macchine continuano a correre per la rotonda, ignorandoci.
Faccio per alzare la mano in direzione delle guardie, quando ecco un miracolo.
La signora anziana scatta in mezzo al traffico ed io inizio a seguirla, facendomi ignobilmente scudo del suo corpo e della sua incredibile verve da pronipote di centurioni.
Pronipote di linea diretta, ne sono certa.

Arrivo a Via del Corso e non mi sembra vero.
L’ho sognata così tanto, l’ho vista in TV e nelle riviste.
L’ho amata senza neppure conoscerla ed ora siamo solo io, lei e appena un altro centinaio di persone.
Incollo il naso sulla vetrina di un negozio di pelletteria, tra un monomarca di abbigliamento e l’altro.
Penso di comprare un portafoglio di pelle viola, ne respiro l’odore e mi convinco della sua pregiatezza ed unicità, indubbiamente è fatto a mano, unico nel suo genere.

Non faccio a tempo a bearmi dell’acquisto che fuori dal negozio vedo la mia prima gitana!
E’ piuttosto in carne, ha una gonna variopinta ed i capelli lasciati crescere senza un taglio preciso.
Sono lunghi e bruciati dal sole.
Fa parte di un gruppo di 4 donne e quando passano per le strade tutti mettono la mano per controllare il portafogli.
Io scatto una fotografia!

Roma è così grande ed io ho così poco tempo.
Per i suoi vicoli arrivo a Piazza Navona, il Pantheon e la Fontana di Trevi.
Scatto una fotografia ad ogni pezzo di muro, ad ogni finestra, ad ogni negozietto.
Mi accovaccio per fotografare i Sampietrini, bellissimi ciottoli posati sul lastricato come a celebrare l’autenticità del popolo Italiano.

Il sole è così caldo, ci vorrebbe un gelato.
Sulla mia guida consigliano Giolitti, così prendo un cono piccolo e provo a dire “doppia panna”, come ho sentito fare ad un italiano solo il giorno prima.
Funziona!
Riempiono il cono di deliziosa panna bianca e la frutta nel mio gelato e’ un sapore ancora presente, pulsante.
Riconosco il latte, la panna ed immagino la frutta che viene scelta e tagliata.
Vorrei mangiare gelato per sempre, prendendo il sole per questi vicoli divini.

Qualcuno esce dai negozi con una fetta di pizza, che poi non è una fetta ma una cosa che in Italia chiamano trancio.
Puoi scegliere quanta pizza vuoi ed eccola lì, ritagliata per te con la mozzarella che cola fino a sporcare l’incarto bianco.
Unta e Divina.
E’ possibile avere di nuovo fame?

Ci sono altri posti da vedere, così prendo un altro autobus e arrivo al Colosseo.
Qualcuno entra senza fare la fila, sbucando dai lati.
Forse si saranno rivolti ad un’agenzia migliore della mia?
Ma che importa quando attorno a me ci sono dei gladiatori vestiti da antichi Romani??

Inizio a fotografarli da lontano finché non si accorgono di me e con un bellissimo sorriso mi propongono di fare una foto assieme.
Accetto volentieri quel colpo di fortuna.
Loro sì che parlano un perfetto inglese e vogliono sapere tutto di me e da dove vengo!
Dall’Australia, dico, dall’altra parte del mondo.
Mi sa che siamo diventati amici perché mi raccontano dello zio emigrato anni prima e di come stia bene a Sydney!
Alla fine dico loro “grazie” e sono così orgogliosa di quel mio buon italiano.
Sono deliziata da me stessa.

Loro rispondono “50 euro”.
Mi sa che non siamo proprio diventati amicissimi.
Gesticolando riesco a trattare sul prezzo e la spunto per 20.

Finalmente il Colosseo.

E poi ancora una fila, questa volta di quasi due ore, per vedere i Musei Vaticani e finalmente la cappella Sistina.
Perdo un tacco tra i Sampietrini.
Lancio una brutta parola in mezzo a tutta quell’Antichità e poi mi pento della mia bassezza.
Per strada si sente solo il mio tacchettino di metallo.

Acciuffo una metropolitana ed arrivo al Parco degli Acquedotti in cui mi sembra di rivivere una scena de La Grande Bellezza e finalmente mi sento nel posto giusto della Terra.
Tolgo le scarpe, mi sdraio sul prato della pineta e vedo il sole tramontare tra i pini, mentre in silenzio mi immergo in quell’odore fresco e buono, fatto di alberi maestosi ed erba verde e morbida.

La mia giornata di 48 ore e’ finita ed il tempo e’ volato via, come se fossero state solo 24.
Mi siedo ad un tavolo all’aperto ed ordino un “aperitivo”, una cosa mai vista prima ma che somiglia ad un brunch, solo fatto sul tardi.
Questa cosa nel bicchiere si chiama Spritz e prometto a me stessa di googlare la ricetta una volta tornata a casa.
Voglio berlo ancora e ancora.

Tornando in Albergo realizzo di aver assoluto bisogno della colla per aggiustare il tacco delle scarpe, ma ormai sono le 21 passate!
Alla reception mi informano che i supermercati ed i centri commerciali rimangono aperti fino alle 23.
Se non e’ questa la civiltà!
In Australia i negozi chiudono alle 17, dopodiché rimangono aperti solo i 7/11.

Aspetto la metropolitana e scendo a San Giovanni dove trovo una SMA ancora aperta, proprio come dicevano!
Fotografo tutti i formaggi sugli scaffali.
Ma quanti ne hanno??
Vorrei mordere tutto per farmi un’idea dei sapori.
Le caciotte sapranno di Cheddar Vintage?

Solo di mozzarella credo che abbiano 10-15 marche diverse.
Vado in cassa con la colla e qualche prodotto must-to-have da riportare a casa: pesto, pesto rosso (wow! Cosa sara’?), spaghetti, caffe’ ed una scatola di alluminio contenente biscottini Gentilini e con sopra scritto “ROMA”.
Mi viene nostalgia dell’Italia solo a tenerla in mano.
E’ quasi l’ora di chiusura e davanti a me ci sono tanti clienti con carrelli pieni di roba da mangiare.
Qualcuno prima di me bisticcia con la commessa, ma non capisco cosa si dicono.
Arriva il mio turno, così la saluto e lei risponde appena, sembra triste.
Ma soprattutto: non mi prepara la busta!
Me ne accorgo solo quando ho finito di pagare, cosi’ il cliente successivo inizia a sbuffare finché non libero la cassa dalle mie cose.
Dio, che figuraccia!

Saluto di nuovo e scappo via.

Pensavo di non aver fame, ma passando davanti ai ristoranti inizia a brontolarmi lo stomaco.
Non voglio entrare per una cena, eppure mi ritrovo a guardare un menu’ appeso fuori da una Trattoria.
Il proprietario si accorge di me e mi invita ad entrare.
Ma a che ora chiudono le cucine in Italia?
In Australia dopo le 21:30 iniziamo a cacciare fuori tutti gli avventori.

Il proprietario ride e dice che qui si esce per mangiare tardi!
In effetti i clienti continuano ad entrare anche dopo il mio arrivo.
Ordino un antipasto pieno di parole intraducibili tra le quali riconosco solamente “prosciutto e mozzarella” e mi arriva un vassoio enorme.
Per 13 euro.
Potremmo mangiarci in tre!
Il prosciutto, mi spiegano, e’ tagliato a mano e sul momento.
La mozzarella viene da Paestum ed è di bufala.
Le olive sono verdi e dolci, così come il miele che mi propongono di versare sui formaggi assieme alle marmellatine di fico.
Assaggio un arancino di riso dal cuore filante e chiudo gli occhi per memorizzare il sapore di quel ripieno.

Non credo di poter mangiare altro quando noto il pane nel cestino.
E’ solo dello stupidissimo pane, accidenti!
E allora perche’ se lo prendo in mano scrocchia?
Perche’ odora di buono??
Gli do un morsetto.

Non resisto.
Le metto nel piatto a raccogliere l’olio dell’insalatina di pachino e rucola e lo mangio così.

Arriva la pasta cacio e pepe e davvero non posso dare che una forchettata, ma…quanto e’ buona??
Chiedo una take away bag ed il proprietario urla “busta per il cane” al cameriere che, pronto, accorre con una vaschetta d’alluminio.

Faccio per chiedere il conto e niente, non c’è verso di poter andar via.
Il proprietario insiste per offrirmi una sambuca, un limoncello e un gambrinus.
Decido per il limoncello di cui ho tanto sentito parlare ed ecco il bicchierino pieno di liquido giallo, gelato e buono.
Fatto in casa, dice il proprietario.
E non può che essere così.

Ne compro una bottiglia e mi chiedo come farò con la dogana.

Con i miei sacchettini arrivo in albergo.
Finalmente faccio una doccia calda e con i capelli bagnati mi affaccio alla finestra che guarda su una strada non troppo trafficata.
Domani andro’ a Porta Portese e non vedo l’ora.

Non sarebbe bello vivere per sempre qui?

 

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

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Una Bella Giornata.

Io da qua non schiodo.
Sono però quella che, in un’ottica meramente scientifica, potremmo definire l’Expat Sfigata.
Quella che al paese suo era pure abbastanza ben piazzata, con il congiuntivo sempre al posto giusto ed una conoscenza piuttosto ampia delle regole base della società. Bravissima a scrivere lettere formali.
Bravissima a contattare questo o quello, a risolvere quelli che a Roma chiamiamo gli “impicci”.
Mi facevo pure il 730 da sola!Ma in soldoni non ero una scienziata neanche in Italia e manco a dire che sono brava in qualcosa, tipo, chessò… il découpage.
Che in Italia non esiste la meritocrazia e allora vado in Australia e divento leader del settore.
No, io niente découpage.
Manualità zero.
Sono un’intellettualona di quelle che leggono Fabio Volo e le biografie su Platinette e Rocco Siffredi e che le consigliano pure! 😀
Quindi avrete capito che no, non sono manco intellettuale ma piuttosto una che si emoziona facilmente davanti ai programmi trash di Sky e che non perde una puntata di Teen Mom su Mtv.

Sono più average che più average non si può.
Anzi in Australia sono pure un (bel) pochetto sotto la media.

Sono ancora una straniera e lo sarò per almeno altri 10 anni, diciamocelo.
Perché l’inglese mi sono impuntata e l’ho studiato pagando la scuola privata di tasca mia, ma non è proprio la mia lingua madre e certi giorni mi esprimo ancora come Mami di Via col Vento.Sono arrabiata? Sono triste? Sono sotto stress? Ecco che esce fuori la Mami che c’è in me.
“PERCHÈ TU CATTIVO?”, chiedo.
E mi immagino con la gonnona ed il fiocco in testa, a cercar di salvare le tende da quella pazza isterica di Scarlett.
Alla carica Mami prende il sopravvento del mio cervello, quella donnona perennemente basita fa le scarpe alla maestrina che ero, quella che invece oramai se la dorme della grossa, sotterrata da montagne di “who am I?” e “cosa ho fatto???”.

Sono partita da Roma sapendo di dover ricominciare e ricominciare veramente.
Non tipo che cambio l’utenza del telefono e compro uno zerbino nuovo perché andrò a vivere in un altro quartiere.
Noi abbiamo chiuso la porta di quella che era casa, certi di non tornare.

Abbiamo organizzato il nostro espatrio in un anno e nonostante il grande lavoro di preparazione alcune cose continuano a non essermi chiare. Le stesse che prima erano invece così evidenti e cristalline.
Per esempio adesso non capisco più se sto parlando o meno con un idiota.
Prima lo capivo subito.
Adesso la scema sono io!
Mi sembrano tutti così intellettuali, con il loro inglese perfetto da lingua madre.Ogni tanto ho un flash! “Mi sa che questo è un cretino!” Raramente è però una certezza di quelle lampanti. Al massimo rimane un dubbio.

Ci sono dei momenti nella vita in cui vorrei solo dire “perché non muori gonfio?” alla persona che ho di fronte.
Nella mia lingua ero così brava ed immediata nel reagire alle offese utilizzando la parola e solo la parola, rigirandoti contro la frittata e trovando la scappatoia perfetta.
Non e’ più così, sono una Expat Sfigata, appunto.

Qui non ci sono più i miei punti di riferimento.
Non vendono il Chilly verde.
Ho trovato un detergente intimo della Felce Azzurra e odora di dopobarba da maschio d’altri tempi. Non ha senso.
Se ho fame non posso farmi un trancio di pizza al taglio con le patate e il rosmarino.
Bianca.
Con il sale grosso sopra.
Ed un filo d’olio.
Mmm.
Non posso, qui non c’è.
Forse è meglio così! 😀

Che poi un rametto di rosmarino al Coles costa 3,50 dollari, quando in Italia me lo regalava la Signora del banco sotto casa.

Devo imparare tutto da capo!
A Melbourne sono riuscita a farmi riprendere dall’autista del bus perché stavo in piedi anziché seduta!
Ao’, io vengo da Roma.

Ho imparato presto a dire “NO coriander” per non finire col il vomitare la zuppa e questo è un bel passo avanti.
O no?
Si trattava di sopravvivenza della specie.

Tutto è cambiato mentre io sono rimasta quella di prima, settata per un altro Paese. Tra l’altro qui hanno le gambe sode e lunghe e camminano scalze.
Io non sono proprio così.

Sono partita determinata a conquistare questa parte di mondo con la mia bandierina.
Ho fatto delle amicizie nuove e sono qui da soli 5 mesi.
I due passi fuori li faccio solo con altri italiani però.
Ero partita determinata ad integrarmi con la gente di qui ma niente.
Per adesso gli Australiani ridono alle mie battute ma da qui ad uscire per una birra o un BBQ… No, anche no.
Sarebbe come uscire con la nonna sorda.

“What? Cosa hai detto”?
Sorda ma una cifra simpatica.

Insomma, io da qui non schiodo.

È qui che voglio vivere, crescere, investire ed invecchiare.
Sono più felice come straniera qui che come cittadina in Italia.

Non si torna indietro, non lo prendo neanche lontanamente in considerazione.
È qui che sogno di potermi integrare.
La mia gente, lo sento, è qui.

Mi scende una lacrima quando vedo le vecchine/volontarie che spiegano la strada ai turisti, o quelle nelle biblioteche e nei musei.
Sempre disponibili, sempre in prima linea.
Mi piace il senso della comunità che si respira a Melbourne e ancora di più nei piccoli suburbs dove l’intera area è invitata a condividere e socializzare.
Dove c’è sempre un motivo per uscire di casa e far festa tutti insieme.

Mi piacerebbe avere una casa come la loro, come gli Australiani, ed un portico dove invitare amici per bere una birra e parlare per tutta la notte.
Scacciando gli insetti e sentendomi grata per aver costruito così tanto.
Sogno di poter vivere in questo Paese con un visto che mi renda uguale agli altri e non più ospite.
È un processo che richiederà tanto impegno e tanto tempo ma non per questo il mio desiderio di integrazione deve restare così a lungo inappagato.

Così tra i propositi dell’anno nuovo c’è il mettermi in gioco in prima persona.
Provare a fingermi una di loro, spronarmi a far parte di questa comunita’, mettendo il mio tempo a disposizione degli altri, esattamente come le vecchine in Biblioteca.
Dando qualcosa a questa comunità che mi ha dato la possibilità di godermi questa Working Holiday Experience come la chiamano loro, questa Possibilita’ Pazzesca, come la chiamo io.

Sono cosi’ finita a donare il sangue al Donor Centre della Croce Rossa, quello in Bourke Street, segnalato per tutta la citta’ con una marea di cartelli, segno che (anche) qui e’ una cosa seria, che coinvolge e abbraccia proprio tutti e non solo i piu’ sensibili e attenti.

Il Donor Centre era pieno di vita e colori, tra impiegati, volontari e poster motivazionali deliziosi.
E’ stato bello essere accolti da tutti quei sorrisi, sommersi da tante informazioni utili.
Il primo grazie me l’ha sussurrato la ragazza seduta alla reception, che sta qui ogni giorno dalle 7 alle 18, proprio per favorire la raccolta degli appuntamenti.

Un po’ meno bello e’ stato ritrovarsi il dito bucherellato da una pazza esagitata.
Che mi ha fatto ripetere 3 volte lo spelling del mio nome perche’ era una di quelle che MACHITICAPISCETORNAALPAESETUO.
Pure nel volontariato una un po’ stronza capita, eh. 😀

Ma cosa mi importa quando leggo che il 34% del sangue donato viene utilizzato per aiutare i pazienti malati di Cancro e che con UNA sola donazione posso concorrere a salvare ben TRE vite?

L’esperienza in se’ e’ stata bellissima, mi hanno coccolata come se fosse una giornata in Spa, con le infermiere che si alternavano per farmi stare rilassata e comoda, per chiedere come stesse andando.
Sdraiata sul mio comodo lettino ho incrociato lo sguardo di un business man e di uno studente, scorgendo sui loro visi gentilezza ed onesta’ e sorridendo di rimando.

Al termine della donazione ho potuto scegliere tra una miriade di snacks, calde tortine farcite e milkshake.
Con il ragazzo addetto alla caffetteria che mi consigliava di bere ancora un po’ di acqua e di rimanere seduta, di rilassarmi assieme agli altri donatori, leggendo i giornali messi a disposizione di tutti.

E’ stato davvero bello, anche se ho passato il resto della giornata con un mal di testa fortissimo che pero’ ho gia’ dimenticato e archiviato! 🙂 Mi sono sentita bene, di un bene che conta, quello nella pancia che ci rende felici, e questo nonostante la spossatezza fisica.

Tornero’ quanto prima a far parte di quel gruppo eterogeneo di uomini, donne, anziani, giovani, colori e lingue diverse.

Lo so che non mi regaleranno la Cittadinanza per una singola donazione e che comunque rimango una Expat Sfigata ma so anche che voglio mettercela tutta per integrarmi. E che questi sono tutti passetti verso il mio Sogno.

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

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Non sarebbe più facile dire “mi manchi”?
Risponderei “A me manchi di più”.

Ci state pensando ormai da tanto tempo e forse non avete mai riflettuto tanto su una scelta prima d’ora.
Ed è anche giusto, qui si sta parlando di lasciare un Paese, l’Italia e di andare all’estero.
Per viverci.

Siete spaventati.
Siete euforici.

La prima volta che ne avete parlato, gli amici non vi hanno creduto.
Vi han guardato come se fosse un’idea passeggera, una di quelle cose che si dicono quando al lavoro non va troppo bene e la birra scioglie la lingua, scioccamente.

Ma non è così, ormai è una decisione.

Contate i giorni.
Acquistate il biglietto e leggete e rileggete mille volte il vostro nome, controllate i dati del vostro passaporto e la destinazione.
E’ fatta.
Sta succedendo?!

Il più delle volte pagato il biglietto si parte.

Vorreste parlare di quello che sentite, del dolore che provate pensando a tutto quello che lasciate, della paura ma anche della felicità che avete nella pancia quando iniziate a sentire che mai scelta nella vostra vita è stata più giusta.
Mai scelta nella vita è arrivata nel momento più giusto. Read more