10 ore da spendere a Melbourne

10 ore da spendere a Melbourne

Meravigliosa come sei.

Un’amica conosciuta ad Edimburgo sarà a Melbourne per 10 ore, tra una coincidenza da prendere e l’altra.

Mi ha chiesto cosa vedere, cogliendomi di sorpresa mentre realizzavo di non saper rispondere.

Ho chiuso gli occhi un minuto e tutto mi è tornato in mente, con dieci ore a disposizione avrei iniziato da Federation Square, dove gli australiani ed i turisti si siedono a mangiare il pranzo, gli occhi contro la città. Lì dove i palazzi si persono dietro alla cattedrale di Saint Paul, con la stazione a fare puzzo e rumore, dove le persone corrono e ridono, per prendere il treno.

Mi sarei presa qualche ora per tornare nel mio posto speciale, ai Royal Botanic Gardens Victoria e lì mi sarei stesa al sole, come facevo sempre. Ci sarei andata da sola, ritrovandomi ancora e ancora.

Ora di pranzo ed i piedi mi avrebbero portata nei miei tre posti del cuore, tutti e tre asiatici ma avrei oltrepassato il mio sushi place preferito per una tazza di Pho. Avrei chiesto una porzione extra di basilico e limone, per godermelo come piace a me, seduta nel locale sporco e rumoroso, forse l’unica occidentale in mezzo a tanti asiatici affamati.

Uscendo avrei preso il bubble tea di Gotcha, quello che sapeva di pomeriggi a casa di nonna, quando Roma si faceva buia. Il numero 3, l’earl grey milk tea, lo ordinavo per quello, per ricordare che in Italia ero esistita per davvero.

Sarei corsa alla National Gallery per perdermi e vedere le nuove mostre, le installazioni maestose ed imprevedibili e da lì sarei tornata sui miei passi per raggiungere il mio ponte preferito, l’Evan Walker Bridge, dove forse avrei pianto perché pochi posti al mondo mi hanno rubato il cuore così.

Come attirata da una calamita, sarei andata verso il casinò, per vederlo da fuori, lì dove i fuochi delle colonne diventano forti, facendo sobbalzare i passanti ignari e sgranare gli occhi ai bambini.

Con il viso ancora caldo avrei camminato lungo lo Yarra, respirando piano, per godermi tutto, anche i moscerini lì dove si ritrovano le papere, dove i cigni esistono solo neri.

E proprio allora mi sarei ricordata perché mi sentivo tanto a casa e quanto tutto questo mi è mancato e stia mancando, anche se non ci penso mai, anche se non ci penso più.

Chiuso da qualche parte nel mio cuore, con due o tre mandate, assieme a tutte le cose che sono importate ma che ho dovuto mettere via.

Che ho deciso di mettere via.

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QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

quattro anni che ho lasciato l'italia, vivere all'estero, faccio come mi pare, emigrare, vivere in australia, vivere in scozia, vivere in aberdeen, vivere ad edimburgo, vivere a melbourn
Quella volta a Malta

Quattro anni che ho lasciato l’Italia.

Come è iniziata lo sanno tutti gli affezionati, quel giorno di quattro anni fa ho chiuso la porta di casa ma prima ho provato a fare un discorso per i presenti, finendo con il piangere come una bambina senza saper concludere una sola frase che avesse un senso. In bocca singhiozzi, lacrime ed il sapore dell’unico vino superstite nella nostra casa ormai vuota, un Amarone che avevamo comprato per un’altra occasione.

Sull’aereo credo di aver continuato a piangere ma arrivata a Melbourne ridevo, crepavo di freddo e una volta a Carnegie mi ero già abituata alle condizioni di quella casa per nulla come le fotografie. Ero in Australia! La mattina dopo saltavamo di gioia e, voglio dire, era solo il quartiere periferico di Carnegie ma di quell’angolo di mondo ricordo con nostalgia l’odore all’ora di pranzo e come il ragazzo della banca ci avesse accolti:

Come fossimo stati alla fine di una gara, come se avessimo vinto, quando invece era solo l’inizio.

Da allora sono passati quattro anni ed ho fatto tutte le cose che avevo espressamente detto che non avrei fatto:

  • sono andata a vivere dove avevo giurato che non avrei mai messo piede.
  • ho ricominciato a studiare per prendere un’altra laurea nonostante avessi detto “basta”.
  • Sono riuscita a non finire a lavare i piatti o i cessi ma ho avuto comunque a che fare con la cacca quando ad un certo punto ho deciso di lavorare come carer, l’assistente per ragazzi con gravi disabilità.

Ma a parte questo, ero pronta a tutto e penso che la cosa abbia pagato, infine, o che almeno ci abbia fatti arrivare fin qui, oggi, con una distinzione dietro l’altra all’Università ed un lavoro che piace ad entrambi.

Coloro che non vedevano di buon occhio la cosa hanno infine iniziato a non dico capirla, ma rispettarla ed ora che le emozioni sono sbiadite, comprendo più di prima cosa abbia voluto dire sentir pronunciare le parole “lascio il posto fisso al comune e vendo la casa appena comprata e ristrutturata perche’ voglio andare in Australia a lavorare, se va bene, nelle cucine”.

Il punto è che quella che per altri era pazzia per noi era un sogno dovuto – una rinascita necessaria – e questo ci ha portati fino a qui, oggi, con ben pochi rimpianti.

Sono, più o meno, come avrei voluto essere nei miei sogni, anzi a volte mi meraviglio per la mia fortuna. Solo la location è sbagliata e non ho ancora una casa dove ospitare i miei cari che, in quanto esseri umani, hanno dopotutto altri sogni e venire dove vivo io non è proprio tra quelli.

Si sono avverate quelle fantasie distruttive di quelli che ci dicevano di non partire per l’estero?

Ne abbiamo sentite di ogni, avremmo divorziato alla prima difficoltà, poi non ci saremmo riusciti a mantenere, saremmo dovuti tornare a casa con la coda tra le gambe e chiaramente ci avrebbero cacciati dall’Università.
Non è successo nulla di tutto questo e anzi, in certi casi, la negatività mi sembra che sia tornata indietro al mittente e con tanti saluti, che certe frasi non erano mosse da amore, erano casomai auguri, vere e proprie maledizioni e malcelate speranze di vederci fallire e che puoi dire di persone così? Non capiscono neanche i fatti.

Ho mai pensato di tornare in Italia?

Una volta, quando ero appena arrivata ad Aberdeen e pensavo che non ne sarebbe valsa la pena di immolare anni di vita in un posto come quello senza esser certi di riuscire davvero a laurearci. Due volte, ma in quel caso il pensiero era ben diverso, quando realizzai che con il mio lavoro sarei potuta rimanere in Italia a godermi l’estate ancora per un po’, che lavorando da remoto, dal computer, la mia location non avrebbe fatto alcuna differenza per la mia compagnia.

Ho capito dove sarò tra cinque anni?

No. E se devi decidere dove piantare le tende un viaggio forse non basta e allora vorrei continuare a vivere così, di giro in giro, per almeno altri cinque anni. Fino ai miei quaranta!, mi dico. Non so se sarà possibile, con probabilità rimarremo in UK per prendere il visto permanente e poi chissà se avremo la forza di ributtare tutto per aria, io spero di si ma lo spero oggi e le cose cambiano mentre la vita passa.

Nei miei sogni io continuo a girare fino ai 40 anni ed il problema – se problema vogliamo chiamarlo – è che poi, forse, mi direi che sono ancora giovane e che non voglio smettere di vivere in luoghi diversi, che smetterò invece a 45 o 50 anni. E finirei forse con il non fermarmi mai.

E cosa ci sarebbe di male?

😉