Dicembre 2017 – A cosa serve ancora il Natale?

Dicembre 2017 – A cosa serve ancora il Natale?

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When you’re still waiting for the snow to fall
Doesn’t really feel like Christmas at all

Quando arriva Novembre io e la mia Amica iniziamo a mandarci Christmas Lights, la canzone dei Coldplay che ascoltavamo tanti anni fa in ufficio, quando lavoravamo una di fronte all’altra.
All’epoca parlavamo delle luci accese lungo via del Corso e di cosa avremmo fatto durante le vacanze di Natale. Lei sarebbe scesa in Molise ed io certamente sarei stata a Roma.

Io da Roma non mi sarei mossa per nulla al mondo, sotto Natale.
Mai mi sarei persa la tavolata enorme tutti insieme.

Ironia della sorte, poi sono partita per andare dall’altra parte del mondo.

Il Natale è stata la mia dolce certezza per molti anni fino a non esserla più, per diversi motivi, ma ho continuato a farmi trascinare dall’atmosfera, dalle luci, dal freddo pungente sul viso, dalle pubblicità, dal torrone bianco e duro.
Dai ricordi.

Succede che si cresce, come detto, le cose cambiano, perdi qualche pezzo ed inizi a capire chi ti diceva: “Beati i bambini, a Natale”. Loro non devono ingoiare sassi per frequentare i parenti malevoli, non devono spendere la tredicesima in regali né hanno problemi nel dover accontentare quest’anno la famiglia mia e la prossima la tua, facendo comunque uno sgarbo a tutti, sempre e comunque.

I bambini no, loro si mettono a tavola dopo aver giocato tutta la sera. Ridono a quelle battute che in qualche modo non muoiono mai, quelle sui numeri che escono a tombola, quelle su chi stia barando o meno con le carte.
I bambini insistono per un altro giro a salta cavallo quando tu non ne puoi più, ma come fai a dir di no? Gli senti battere il cuore quando al tavolo non rimane che uno di loro e, quando vincono, lanciano urla di una gioia così pura! Quella che tu non provi più per delle cose così piccole. E, finalmente, possono raggiungere il piccolo malloppo al centro del tavolo, abbracciandolo come hanno visto fare a Zio Paperone con ben altri quantitativi di denari.

Quest’anno ho già i biglietti presi. Starò un bel po’ in Italia e anche se, mentre scrivo, è solo Novembre, ecco che lo stress del Natale c’è già. Ho una lista di 20 persone a cui voglio regalar qualcosa di carino, una valigia già piena dei ricordi presi per loro durante il mio viaggio in Giappone e la certezza che anche questa volta la hostess di terra mi guarderà sconsolata chiedendomi di pagare la differenza di peso.

Ma io, potrà sembrare sciocco, del Natale salvo proprio i regali, proprio gli stessi che mi stressano e dissanguano ogni anno.
Se c’è una cosa che mi piace è far capire agli altri che li amo, che li penso, che ci sono. Ed era così anche prima della mia partenza.
Natale per me è il momento di dare indietro qualcosa, azzeccare l’idolo del momento dei miei nipoti – e sí, questo vuol dire tormentare zia e cognata per far sputare il rospo – e lasciare che il merito di quella gioia se lo prenda quel misteriosone di Babbo Natale.
I miei piccoli nipoti li voglio felici, sereni e inconsapevoli.

Passate le feste, quasi non entro nella loro cameretta dove hanno di tutto, dall’oggettino al gioco molto grande, dal pupazzo al canestro per tirare con il pallone.

Anche questa volta abbiamo tutti esagerato, ma va bene così.

Un anno fa mi sono imbattuta in un video di Facebook che raccontava la storia di due ragazzi che si sono innamorati.
Lui, 10 anni prima, le aveva inviato una scatola piena di doni, scrivendole e raccontandosi in una grafia infantile, perfettamente in linea con i suoi sette anni.
Con i suoi genitori aveva infatti partecipato al progetto Operazione Christmas Child che, con una piccola donazione (5 pound quest’anno), consente di far arrivare una scatola di doni a bambini meno fortunati dei nostri. Quelli che non hanno la cameretta piena di giochi. Quelli che, anzi, la cameretta proprio non l’hanno mai avuta.

E’ un anno che penso a questo progetto e con le mie 6 scatole ho preparato doni e pensieri per 6 bambini che mai conoscerò, ma che voglio sappiano di esser speciali e pensati persino dalla fredda Scozia.

Calcolatrici, quaderni, smalti, giochi, pennarelli e colori, libri, fumetti, saponi dall’odore buono.
Nelle sei scatole avrei voluto avere più spazio e non sarebbe comunque bastato per dare indietro qualcosa, soprattutto dopo un anno fortunato come lo è stato il mio.
Si dice che della beneficenza non sia bene parlarne, ma è una grande sciocchezza. Perché anche un atto così semplice può ispirare persone che semplicemente non ci stavano pensando, ma che vorrebbero e potrebbero fare qualcosa ora, presto o in futuro.

E se c’è una cosa che l’espatrio mi ha insegnato, oltre al sapere che con impegno puoi ottenere tutto, c’è il ricordarmi sempre che nella mia vita non  voglio solo le 20 persone della mia lista speciale di Natale. Le mie persone sono molte, ma molte di più e alle famiglie chiuse preferirò per sempre, nel mio piccolo, le comunità allargate. Quelle che si stringono per scaldarsi e ridere senza condividere necessariamente lo stesso sangue.

Certo, il Natale spesso non è altro che consumismo ed io ne sono la prima – persino orgogliosa! – rappresentante.
Ma io così lo voglio e non lo cambierei. Finché ci saranno bambini da stupire e veder sorridere sarà tutto così magico e bello.

Anche nei cuori di coloro che sanno che la vita, ed il Natale, sono anche tanto altro.

Serena, Scozia

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IL MIO NATALE CON TE

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Fortunata

 

Qualche Natale fa io ero distrutta e mi son ritrovata a cercare di rimettere in piedi ciò che avevo, senza tutti quei pezzi. Con mio marito siamo andati al cinema e abbiamo cucinato una grande cena ma non fu facile.

Negli anni successivi le cose sono andate bene, ero all’estero ed ho avuto la mia prima festa di Natale tra stranieri che si consideravano un po’ orfani, ho cucinato la lasagna nel microonde della nostra minuscola casa di Melbourne e sono stata da Dio.
L’anno dopo ho festeggiato il Natale all’estero, in Scozia, con le mie nuove tradizioni.

Ancora, sono tornata in Italia ed ho riabbracciato pezzi e tradizioni, piano piano, seppure troppe cose sono ancora diverse.

Sono tornata a Roma per Natale negli ultimi due anni ma il ricordo di quei Natali con mio marito lo porto nel cuore come qualcosa di bello e nostro, così al 24 Gennaio noi festeggiamo come fosse la vigilia, solo noi.
Ci scambiamo i regali, ci vestiamo da scemi e siamo noi, la nostra famiglia che si vuole tanto bene.

Non abbiamo avuto l’albero quest’anno, eravamo troppo presi da un semestre universitario da incubo ma ieri mattina ha suonato la fattorina e sono arrivati dei fiori per me, spediti da lui, che abbiamo usato loro a mo’ di abete, i regali in terra, tutti attorno al vaso.
Abbiamo cucinato la pasta al forno ed i fritti romani seguendo la ricetta storica della mia famiglia, una tradizione che tengo nel cuore, stravolgendola però che uova in casa non entrano più ed il marsala è stato sostituito dalla birra.

Abbiamo stappato il chianti e messo un film Disney, accocolati sul divano, sotto le coperte e ci siamo baciati tanto.

La maggior parte dei regali erano solo dei pensierini ma quest’anno mio marito mi ha stupito regalandomi un libro che in passato non mi ero autorizzata a comprare, sempre presa dall’ansia del prossimo trasloco da 30 scatoloni che presto ci aspetterà.
Quel libro, Adulthood is a Myth, non ricordavo neppure io di averlo voluto tanto e accorgermi, per l’ennesima volta, di esser stata ascoltata, mi ha scaldato il cuore e fatta innamorare un po’ di più.

Abbiamo deciso di essere solo io e lui ma la nostra famiglia è proprio bella e non delude mai.

Pensavamo di perdere tradizioni e radici andando via, ma ne sono spuntate di nuove.
Di belle e di nostre.

 

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I bigliettini di mio marito sono sempre speciali.
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Il nostro “albero” di Natale.
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La ricetta di famiglia.