L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

L’Italia vista dagli stranieri: storie di chi ha scelto il Belpaese

Ora tutti diventati Italiani

Non posso dire che sia stato proprio facile emigrare ma spesso ho sentito di essere avvantaggiata rispetto ad altri: senza alcun merito e per il solo fatto di essere nata in Italia, avevo un passaporto fortunato, la pelle bianca, una buona educazione ed una conoscenza scolastica della lingua inglese. Quando incontro le persone del posto sanno sempre da dove vengo, conoscono l’Italia, amano Roma e finiscono con il chiedermi cosa io ci faccia qui. Perché lasciare un luogo da sogno come lo stivale? Se mi seguite da un po’ i miei motivi li sapete e così la mia storia ma oggi vorrei raccontarvi percorsi differenti dal mio. La storia di quattro persone che hanno lasciato il proprio paese per vivere proprio nel mio, in quello dove io ho deciso di non vivere più. Come saranno stati accolti loro da noi Italiani? Cosa è accaduto loro di bello e brutto da quando sono arrivati?

Vi invito a tenere il segno leggendo la storia di Eliana, peruviana giramondo che oggi ha una scuola di lingua ad Aberdeen, di Liliana, rumena della quale vi parlai presentandovi il suo toccante libro ciliegie amare dove racconta la sua esperienza di badante in Italia, di Yann, francese trasferitosi a Bologna per amore e di Rezarta, albanese che lo stivale lo ha raggiunto con la nave diventando infine cittadina Italiana.

Leggete le loro storie per scoprirne i punti di incontro nel descrivere l’Italia, le loro esperienze belle e le disavventure che hanno avuto mentre camminavano proprio accanto a noi. Spero questa intervista possa, magari, farci cominciare ad ascoltare gli stranieri che vengono a vivere in Italia. Sono ancora stranieri 5 anni dopo? E 10? E 20? Sono curiosa di sapere le vostre risposte dopo aver letto questo articolo.

Ciao, raccontaci un po’ di te e di cosa ti ha portato a vivere in Italia.

Sono nata nel 1968 in Romania, in pieno comunismo. Una vita di privazioni e lavoro. Ero una madre divorziata, con due figlie in piena adolescenza e lavoravo come tecnico produzione in una fabbrica di abbigliamento dove facevamo vestiti per tutti i grandi marchi del mondo. All’improvviso le fabbriche hanno iniziato chiudere “grazie” alla globalizzazione, cercavano paesi dove proporre stipendi persino più bassi dei nostri. Così mi sono ritrovata senza lavoro e in una situazione di disperazione. Piangendo ho fatto la mia borsa e piangendo ho passato le frontiere: lasciavo indietro le mie figlie, non mi ero mai separata da loro.

Mi chiamo Rezarta ma è un nome che in Italia sbagliano tutti, così mi faccio chiamare Resi. Ho 36 anni e sono venuta in Italia a 6 anni quando è caduto il regime in Albania nel 1991. Siamo venuti con le barche e siamo stati tra i primi. Fortunati, perché eravamo in stiva grazie al nostro vicino marinaio mentre gli altri erano stipati.

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L’amore mi portò nel bel paese. Finii in Italia perché mi sposai un italiano. Sono cresciuta in Perù ma da adolescente mi spostai in Brasile per fare l’università dove andai per ottenere la mia laurea in lingue e turismo. Le mie origini sono peruviane e tedesche, i miei genitori mi diedero quella spinta per viaggiare e spostarmi per il mondo fin da piccola e, quando si separarono, mio padre tornò in Germania e mia madre si spostò in Giappone. La mia curiosità per ciò che c’era da scoprire era enorme e quando conobbi il mio ex marito avevo 24 anni: arrivai in Italia, sposata, in un piccolo paesino del sud. Bellissimo. Un aggettivo che non gli fa merito, un posto da sogno ma che comunque mi stava stretto.

Ciao, mi chiamo Yann, ho 39 anni e vivo da più di 10 anni in Italia. Più precisamente, a Bologna nel cuore dell’Emilia-Romagna. Sono francese ma di origine italiana essendo figlio di un emigrato ciociaro. Mi sono trasferito in Italia per amore. Anche per amore dell’Italia, conosciuta durante le mie vacanze estive. Alcuni chiamano la mia decisione, il richiamo delle origini. Sono arrivato con pochissime parole d’italiano a disposizione ma il mio inglese scolastico mi ha salvato soprattutto a Bologna. Nei paesini sperduti, un po’ meno. Per non so quale miracolo, in pochi mesi, iniziavo ad interagire sempre di più. Dopo aver passato tante ore ad ascoltare delle trasmissioni televisive (tranne i dibattiti politici, ne sono ancora traumatizzato), letto tanti libri e cercato il più possibile di ignorare le facce storte della gente quando facevo alcuni errori sicuramente gravissime per le orecchie, ho deciso di fare dei corsi intensivi ed eccomi qua, quasi bilingue. Alla faccia dell’inglese che facevo ancora fatica a praticare e lo spagnolo che ho dimenticato per fare spazio alla lingua di Dante.

Quale è stato il tuo primo impatto con l’Italia?

Primo impatto con Italia? Terribile! Ero vuota dentro la mia anima, ero come morta dentro. Vedevo la bellezza di Roma, gli alberi meravigliosi, diversi di quelli da casa mia, le rovine antiche, pensavo che fosse bello, ma non sentivo gioia, solo un immerso distacco. Mi sentivo buttata all’improvviso in un oceano, non capivo niente, non sapevo la lingua, non volevo essere lì, ma dovevo rimanere, per forza.

Il primo impatto con l’Italia è stato con le persone: vedevo tanta gente caotica ma affettuosa. La prima volta che l’ho vista aveva un colore diverso dall’Albania ma bello. Ero piccola ed imparare l’Italiano è stato più facile. In quegli anni ho visto che in Italia venivi accettato molto bene se sapevi integrarti. Non è stato molto facile integrarsi perché dalla Sicilia al Piemonte ho visto la vera discriminazione che c’è in questo paese. Il fatto che tutti venissero invitati al compleanno e tu no. Perché eri l’albanese.

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Arrivata in Italia mi sentivo un po’ soffocata, senza privacy perché lì tutti sapevano tutto di te, ogni passo, ogni uscita ed una femmina indipendente alla ricerca del lavoro non era ben vista. Comunque, feci velocemente amicizia ma quando parlavo con la gente notavo che c’era un interesse non in conoscermi come persona ma in quello che possedevo. Allora, decisi che non era per me.

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Il mio primo impatto con l’Italia è stato il mio primo viaggio in treno tra Bologna e Venezia. Era un treno regionale affollato, non ero preparato e più o meno mi era sembrato di essere in una lavatrice o dentro il motore di un vecchio diesel. Ero abituato al silenzio dei treni francesi e all’improvviso mi sono ritrovato in questo vacarme (baccano) assurdo. Un urlo continuo, eppure nessuno era arrabbiato, parlavano solo. Da allora, ho capito cosa intendesse mio babbo quando mi diceva che gli urli di sua mamma spaventavano i piccoli parigini del suo quartiere. Ancora oggi non capisco se la gente in strada parla o litiga.

Come è andata la ricerca del lavoro in Italia? Essere straniero ti ha limitato o favorito?

Ricerca del lavoro in Italia? All’inizio non sapevo parlare la lingua, così ho trovato un lavoro come badante in Basilicata, a nero 500 euro al mese, senza giorno libero. Ero chiusa come in un carcere. Dopo 3 mesi, ho trovato un altro posto a Perugia e su tutto ciò ho scritto il libro Ciliegie Amare, pubblicato anche in italiano da Laterza. Essere straniera non è un vantaggio quando cerchi lavoro, comunque. Dopo 14 anni, faccio ancora lo stesso lavoro, assistenza per gli anziani. Ho provato tanto a fare il mio mestiere, ho mandato CV a destra e a sinistra, sono andata dalle agenzie per il lavoro e presentata come tecnico dell’abbigliamento. Fino al giorno in cui una signora mi ha detto (eravamo solo noi due) che potevo essere pure tecnico di astronave, senza una raccomandazione non mi assumeva nessuno. Essere straniero vuol dire che nessuno ti può raccomandare per anni, non conosci nessuno e deve passare tanto tempo prima di guadagnare la fiducia delle persone. E poi, quando hai fatto tutto bene e ti presenti ad un posto di lavoro adatto alla tua qualifica ecco che, come mi hanno detto, il fatto di aver fatto la badante per anni incide sulla loro risposta negativa. Come sarei stata incapace di fare è un’altra cosa. È strano: ti impediscono di lavorare perché non hai raccomandazioni, poi ti bloccano di nuovo se hai accettato lavori umili. Per me una croce.

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Fino all’arrivo della crisi non ho mai pensato di essere limitata nel lavoro perché straniera, poi con la crisi sì. Mi è stato proprio detto in faccia che secondo il nuovo socio era stato stupido tenere una albanese come me con tutti gli Italiani disoccupati in giro. Anche se io sono cittadina italiana dopo 28 anni qui. Vado a votare. E quel razzista quando ha saputo che votavo ha detto che suo padre si sarebbe rigirato nella tomba. Gli ho risposto di farlo girare due volte, che vota anche mio marito!

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Non volevo fare soltanto la casalinga, mamma e moglie. Riuscì a trovare un lavoro in una scuola secondaria e da lì non smisi mai di lavorare ma con stipendi ridicoli, contratti mensili, precari. Ero consulente in lingue, terza fascia se ero fortunata, pendolare per due ore minimo al giorno. Tra un contratto e l’altro andavo avanti. Grazie al lavoro di mio marito, riuscivo a spostarmi all’estero per brevi periodi, ma ogni due anni si tornava sempre in Italia, con la difficoltà di ritrovarmi ancora una volta dentro la burocrazia, la mentalità di paese e la mancanza di un lavoro non precario. Allora un giorno, decidemmo di provare la Scozia, facemmo le valigie e partimmo. Qui in Scozia ci siamo trovati bene, tutto è semplice ma con il freddo non si scherza e ad un certo punto abbiamo considerato di andare via ma i bimbi erano già grandi e non si decideva più per noi ma per loro. La Scozia ci aveva accolto bene, ci aveva aperto le porte, poteva dare un futuro a loro e siamo rimasti qui. Purtroppo, qualche anno dopo mi divorziai e allora comprovai quanto la Scozia sia giusta nelle opportunità che ti dà se ti integri. Sola, con due figli che volevano restare con me qui e non volevano tornare in Italia, decisi di buttarmi capofitto e realizzare uno dei miei sogni nel cassetto. Nel 2018 aprii la mia piccola scuola di lingua, la Careli Language Services di Aberdeen, nell’est della Scozia e tutto è andato così bene che a volte mi sento privilegiata. Sì, lavoro molte ore ma vedo i frutti. Con il Covid abbiamo dovuti chiudere l’ufficio ma si continua a crescere con lezioni online per bimbi, adulti, corsi di preparazione per gli esami di scuola, di inglese e di altre 10 lingue: abbiamo studenti in tutto il mondo a cui offriamo i nostri servizi con lezioni private e di gruppo.

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Venuto il tempo di cercare un lavoro, non essendo nato in una famiglia che ha venduto il suo castello della Loira per mantenermi dell’altra parte delle Alpi, non ho mai ricevuto risposte. Niente. Da nessuno. Ah no, non è vero. Una sola. Ma il colloquio non è andato a buon fine. Eppure, avevano trovato il candidato perfetto, un madrelingua francese. Una settimana dopo, avevano trovato un altro madrelingua francese ma che in più parlava tedesco. Niente. Da allora, ho detto basta e mi sono lanciato nelle traduzioni e vari impegni. Mi arrangio così. Tanto, tutti mi hanno detto di dimenticare il posto fisso. Come unica risposta avevo solo quella: manco in Francia l’ho avuto. Meglio così, sennò non sarei finito in Italia! Non saprò mai se il mio nome è stato un freno, a volte al telefono alcuni credono che sia un nome cinese…

Ti sei sentito accolto dagli Italiani? Puoi raccontare un episodio bello, uno brutto ed uno assurdo?

Durante il tempo ho avuto varie esperienze, brutte, belle, assurde. Sono stata accolta e respinta, dipende dalle persone che ho incontrato. Esperienza brutta: in Basilicata, lavoravo come badante, di sera mi facevo una tisana, era freddo, in pieno dicembre. Mi hanno detto che facevo finta di essere una signora, che ero venuta in Italia per fare la vita bella. Non riuscivo a capire il perché, mi hanno detto che tutto costa, il tè costa ed io lo stavo in qualche modo rubando loro, bevendone una tazza. Ho bevuto con lacrime. Esperienza assurda: scoprire appunto che il lavoro di badante viene considerato una macchia sul CV. Mi ci sono voluti degli anni per capirlo. Fino a un colloquio di lavoro dove mi hanno pure detto questa cosa. Boh! Esperienza bella: essere abbracciata dai lettori italiani, specialmente donne, hanno letto il libro Ciliegie amare, il libro parla dell’emigrazione ed e stato presentato in Sardegna, a Venezia, a Torino e così via ed io mi sono trovata con donne che erano mamme, sorelle, figlie di quelli partiti lontano e all’improvviso eravamo uguali.

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Un episodio bello da raccontare è che a volte anche i conoscenti, come può essere un vicino di casa, ti accolgono. Soprattutto in Sicilia la gente ti accoglieva a braccia aperte, facendoti sentire uno di casa. Episodi brutti direi quello del compleanno di cui sopra. Particolarmente brutto è quando ti dicono “Sei Albanese? Non si direbbe! Hai la faccia sorridente”. Ah, gli Albanesi non sorridono? Devo capire cosa è la faccia da Albanese.

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Le persone non accoglievano bene gli stranieri e tutti i miei studi non servivano a niente perché in quei posti si trovava lavoro per amicizia, principalmente. Per la gente io ero diversa, comunque coraggiosa a spostarmi sola ma sempre diversa, non si socializzava salvo che con la famiglia e gli amici di infanzia di mio marito. Precedentemente avevo viaggiato molto per la mia giovane età, avevo vissuto in Asia e visitato tutta l’America Latina. In Italia era diverso.

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Ogni tanto, dagli Italiani mi sento dire, hai lasciato la Francia per l’Italia? Sei pazzo, non l’avrei mai fatto! Però, quando elenco gli ingredienti della pasta alla carbonara cucinata lì, i ravioli ed i cannelloni in scatola ed i bagni chiusi in un buco di 1 metro quadrato senza bidet, ecco che cambiano idea. A parte gli scherzi, mi sono sentito accolto subito da parte degli italiani e sono consapevole che non è la stessa cosa per un italiano che sbarca in Francia, soprattutto a Parigi. Ma non lo è nemmeno per un francese del sud che finisce in quella città. Gli italiani, per me rimangono un popolo gentilissimo e accogliente. Lo so, vale soprattutto per gli europei ma questo calore, questa genuinità, è stato un ottimo rimedio contro le prime difficoltà incontrate. Ho trovato sin da subito degli amici e amiche straordinarie. Poi, ovviamente, ho incontrato tantissima gente in dieci anni, chi si congratula per il mio italiano, pensando di trovarsi di fronte ad un turista (tra la mia macchina fotografica sempre al collo e il mio accento tenace), chi mi fa delle battute ironiche quando capisce di ritrovarsi davanti ad un francese… come se si potesse fare di tutta l’erba un fascio. Ma anche chi, soprattutto in rete, ovviamente, mi ha pregato di tornare da dove venivo perché non ero gradito. Sentimenti sgradevoli per fortuna rari nella vita reale. Uno dei miei momenti più belli è stato quando, nei dintorni di Firenze, seguendo il navigatore sono finito in una stradina isolata e sterrata. Con l’impossibilità di tornare indietro perché circondata di muri. L’unica soluzione era di suonare a quel cancellone e mi vedevo già con una carabina sulla tempia o circondato dai carabinieri. Invece, mi aveva aperto questo signore anziano che mi ha aiutato a fare manovra e poi siamo rimasti 20 minuti a parlare di tutto e niente. Non ho mai chiesto se si fosse fidato della mia faccia, del mio chihuahua sul sedile posteriore o dei suoi due molossi che mi hanno impedito di uscire della macchina. Un momento assurdo invece, l’ho visto quando andando all’inaugurazione di un supermercato: lo fecero benedire da un prete. Solo in Italia, ho pensato. Per i momenti brutti, a parte delle battutine sgradevoli, per fortuna li sento solo al TG.

Cosa hai imparato ad amare di più dell’Italia e cosa non sopporti?

Amo Italia, la sua cultura, non mi sazio mai di vedere musei, città d’arte, ho visto Firenze varie volte, quando sento che c’è qualche mostra in un posto dove posso arrivare, io vado. Amo la sua ricchezza culturale e sono felice perché ho l’opportunità di sapere di più. Non sopporto il fatto che il povero è trattato da scemo. Che le persone contano solo se hanno un mestiere alto, devi essere un dottore per essere salutato qualche volta, non sopporto il disprezzo per l’emigrante visto come un povero disgraziato. Non è cosi, infatti adesso sto facendo distribuzione dei libri in lingua rumena, qui non abbiamo librerie e ci mancano i libri nella lingua nostra perché vi posso assicurare che le badanti leggono di più che altre persone e non è questione di tempo libero. Avere un lavoro umile non dovrebbe essere una vergogna.

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La cosa che mi piace di più è l’Italia stessa, è proprio un bel paese. Nelle strade della Roma che hai camminato ci ha camminato Giulio Cesare prima di te. C’è la storia ovunque ti giri! Ricordo la gita a Roma che giravi l’angolo e c’era la fontana di Trevi! E poi oddio, la cucina italiana! Vuoi mettere? In Albania son solo brodaglie, ficcano tutte le verdure a bollire e fanno dolci super zuccherosi che ti fanno venire il mal di testa. Dell’Italia apprezzo l’Italia e gli Italiani. La cosa che non sopporto dell’Italia è che siete razzisti verso voi stessi, dal sud al nord razzisti. Si cerca di fregare lo Stato senza capire che lo Stato siamo noi! Siamo tutti. Quando vado in un ufficio pubblico ed il dipendente statale si rivolge a me con una cattiva maniera, io mando la lettera di reclamo. Non mi puoi trattar male. Sono una persona, non devi fregarmi.

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Dell’Italia, cosa ho imparato ad amare di più? Vabbè, per uno straniero sarà scontato ma ovviamente, la sua gastronomia! In questi mesi sto vincendo una battaglia, ovvero eliminare i chili messi su in tutti questi anni. Quello che mi piace di meno, anche lì sarà scontato ma fa molto male, è l’odio a vicenda tra nord e sud. Mi sembra tutt’ora ancora assurdo sentire delle parole dispregiative verso gli abitanti dello stesso paese. Dal Veneto alla Campania. Anche la mancanza di festeggiamenti nel giorno della festa nazionale mi ha tanto sorpreso. Neanche un fuoco d’artificio, un po’ di musica. Niente. Alla faccia del 14 luglio francese…

Cosa ti manca del tuo paese? Ci torneresti oppure il tuo futuro è nello stivale?

Mi manca quello che ero in Romania. Ma non potrei più essere la stessa persona. Non posso immaginare la mia futura vita senza la bellezza d’Italia. Le mie figlie sono lì, i miei nipoti anche, sogno di comprarmi una casetta di vacanza e poter andare tranquilla quando mi pare. Ma ho sposato un italiano, abbiamo comprato casa qui, quindi la mia vita sarà qui.

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La cosa che mi manca dell’Albania è il cibo e la cucina, l’aria di mare che c’è a Durazzo (Durrës). Posso andare ovunque in Italia ma quell’aria di mare non la ritrovo. Non c’è quell’aria di salsedine che sa di casa. A me manca il Paese in sé, le persone le ho qui per fortuna però mi chiedo sempre come sarebbe stato avere l’intera famiglia con noi in Italia. Poter andare nella casa di tua nonna, dove ha sempre vissuto tua nonna. Come fate voi Italiani. Mi sarebbe piaciuto poterlo fare, fare i cenoni di Natale assieme. Il Natale con i bisnonni. Il calore familiare. Il mio futuro lo vedo in Italia anche se durante la crisi ci avevo pensato ad andare via ma con il fatto che non so né leggere né scrivere l’albanese la vedo dura. In Albania sarei discriminata per il mio passato di profuga in Italia. Un gran casino e allora rimango qui.

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La prima risposta è la più ovvia. La mia famiglia e i miei amici più stretti, quelli non spariti col tempo. Ma anche sentire la mia madrelingua in giro, soprattutto in questo momento, gli unici che sento parlare in francese sono i ragazzi dell’Africa dell’ovest sul bus! Ma anche fare la spesa e trovare dei prodotti introvabili qui che hanno segnato la mia infanzia. Senza parlare dei libri in francese, qui riesco a trovarne ma costano quasi il doppio del prezzo originale. Mi basta però qualche giorno di vacanza dai miei genitori per essere a posto. Non penso di tornare a vivere in Francia un giorno, ormai qui ho trovato il mio equilibrio ed essendo arrivato abbastanza giovane, a 28 anni, farei fatica a tornare indietro. Soprattutto più il tempo passa e più trovo la società francese diventare violenta, aggressiva ed è un colpo al cuore. Ora il mio pensiero per il futuro è di trasferirmi nelle montagne dell’Alto Adige. Rimanere in Italia ma con un tocco di Austria. Ma mai dire mai, magari finirò anche in Alsazia o in Bretagna!

A chi consigli l’Italia e cosa dovrebbe sapere prima di venire?

A chi vuole venire in Italia consiglio di essere pronto a lavare piatti, a fare la fame, a fare qualsiasi lavoro umile, non ci sono soldi in mezzo alla strada e nessuno ti vuole. Dopo, piano piano, forse troverà il lavoro giusto secondo la sua preparazione. Ma deve essere pronto a bussare e a trovare le porte chiuse.

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Deve sapere che l’Italia è bellissima. Ancora mi manca l’Italia, il sole, la architettura, il cibo, il rumore, l’odore del mare… purtroppo la mia mentalità è diventata più nordica, farei fatica a ritornare per sempre ma nel mio cuore ci sarà sempre l’Italia. Chi sa cosa farò in futuro, io non ho idea ma so che vorrei continuare a viaggiare, la mia passione numero uno.

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Se dovessi consigliare ad un francese di trasferirsi qui? Ma certo! Gli italiani sono dei francesi di buon umore! E il prezzo delle pizze, francamente divine, è diviso per due! Cosa dovrebbe sapere prima di venire? L’Italia non è solo mare, Colosseo, mandolino e maschere di Venezia. Vieni a scoprire senza arroganza, così, chiameranno anche te “il francese atipico”, quello che riesce a farsi amare nonostante tutti i pregiudizi!

E tu, lo rifaresti?

No. Ho sofferto troppo per la separazione dai miei figli, a quei tempi non c’era nemmeno internet e per sei lunghi anni non ho visto la figlia grande, quella piccola veniva da me, ma quella grande non poteva. Sono molto più ricca dentro adesso, ho visto e conosciuto un mondo meraviglioso, sono grata per tutte le esperienze ma ho perso quell’io di prima, ho perso anni lontana dalla famiglia. Il fatto è che mi sento come con due vite separate, prima e dopo. Ero quella di prima, non potevo stare senza miei figli. Adesso non posso stare lontana dalla bellezza che ho intorno. Le due vite separate ti danno uno stato d’animo strano, come stessi sempre sognando.

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L’Italia mi ha dato cultura, senza dubbio, penso sia l’unico posto al mondo dove respiro conoscenza e resterà sempre nel mio cuore ma non credo potrei tornarci per sempre.

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Se rifarei il mio percorso? Ma ovvio! Però, non a 28 anni, a 18!

Come sempre ringrazio la gentilezza delle persone che hanno accettato di raccontarsi in queste pagine, Yann e Rezarta e vi ricordo che potete contattare Eliana per qualsiasi domanda sulla sua scuola, attualmente online, di lingue e che il nuovo libro di Liliana sara’ presto raccontato su queste pagine e disponibile in libreria.

Spero inoltre che queste storie possano aiutarci a capire ed accogliere al meglio quell’8% di stranieri – da tutto il mondo – che ha deciso di vivere nel nostro paese per farne rinascita, casa o un piccolo capitolo della propria vita.

Auguro loro nulla di meno di quello che il mondo, anzi l’Europa, ha offerto a me.

SONO (STATA) RAZZISTA

SONO (STATA) RAZZISTA

Faccio come mi pare, facciocomemipare, sono (stata) razzista, sono razzista, non sono razzista ma, non sono razzista, integrazione, migranti, immigrati, emigranti, italiani all'estero, e
Una sera fuori, mangiando pizza koreana. Sì, esiste anche quella ed è buona.

Sono stata razzista.

Che cosa è l’odio per le persone diverse da noi e quanto è questo connesso alla non conoscenza e quindi con la mera paura dell’altro? Bada bene, non sto parlando di ignoranza per offendere e per dimostartelo ti mostro chi ero io, che sono stata razzista per molto tempo ed ho cambiato idea solo parlando con le persone che mi facevano paura e quindi rabbia.

A diciotto anni leggevo solo libri sulle donne abusate dai propri familiari e mariti musulmani (esistono), avevo lanciato una petizione online per salvarne una e vivevo in questo quartiere di Roma dove ci dicevamo: “siamo gli unici Italiani sul bus“. Lo capivi perchè attorno erano tutti di un altro colore ed in più il bus, come in tutta Roma, puzzava, era sempre pieno e pochi pagavano il biglietto.

Avevo fatto due più due.

Veniva cinque ma non potevo saperlo perché avevo diciotto anni e c’erano tante cose che non sapevo.

Verso i vent’anni leggevo Oriana Fallaci descrivere l’Eurabia e la sua paura folle che loro venissero a colonizzarci, io tremavo per la rabbia ed oggi penso, Oriana, grandissima mia amata guerriera e scrittrice, eri forse diventata anziana e chiusa come succede a tanti di noi? Proprio tu che avevi viaggiato il mondo e del diverso ti eri innamorata? Non era solo questo la Fallaci, era figlia del suo tempo, questo sì, proprio come lo sono alcuni miei parenti e spiaggiata in un contesto che le permetteva di parlare in quel modo doloroso e cieco, proprio come certi amici e conoscenti quando dicono cose delle quali io mi vergognerei. Oggi.

Mi pare ci fossero le politiche in Italia e la Santanchè manifestava contro Veltroni, dicendo: “Voleva andare in Africa e invece l’Africa ce l’ha portata qui”. Io pensavo, che gran donna, questa Santanchè, che due coglioni che ha e quanta verità.

Prima dei trenta lavoravo in un posto che assumeva ragazzi che venivano un po’ da tutto il mondo, erano tutti regolari, ed erano soprattutto – sorpresa, sorpresa! – persone, sorrisi e storie. Anche cacca ogni tanto, come qualsiasi persona al mondo.

C’era la ragazza che avevo scoperto indossare il velo durante il Ramadan e cosa potevo dire io di lei e di quella sua scelta se solo fino al giorno prima mi invitava a casa sua per nuotare sulla barriera corallina ed io ci pensavo seriamente? Se fino al giorno prima ridevamo insieme e parlavamo male degli stessi personaggi. Se ci somigliavamo e l’avevo sempre considerata una con un carattere deciso e per nulla sottomesso? Il SUO velo sui capelli in che cosa avrebbe dovuto riguardare ME?

C’erano i ragazzi dell’Est Europa e non venivano al lavoro ubriachi nè stupravano e, con il senno di poi, parlavano Italiano meglio di come io parlo inglese oggi. Leggevano libri importanti come i loro sogni eppure ogni giorno avevano a che fare con qualche Italiano che li guardava storto: oggi penso che almeno loro potevano nascondersi, tacendo l’accento, che non erano neri, colore evidente che fa partire la testa a molti, sui bus pieni, specialmente.

C’era infatti l’uomo Africano che in Italia ci DOVEVA stare malgrado la sua famiglia avesse trovato rifugio in Francia, dove suo figlio cresceva per questo senza di lui. Era un assurdo gioco di burocrazia internazionale infinito. In Italia ci doveva stare ma parlava benissimo la mia lingua e ogni tanto sbottava e diceva ma guarda che io c’ho una laurea in marketing, non dico cazzate!, che troppa gente non lo guardava neanche in faccia quando parlava, che nel loro immaginario era sceso dagli alberi, come le scimmie.

Frase che ho sentito dire tante volte e con enorme orgoglio ed una gran risata, in Italia, così come “non sono io razzista ma loro ad essere neri”.

Al mio matrimonio invitai due ragazzi di colore ed una ragazza dell’Est Europa. Un invitato a cui voglio un bene dell’anima, mi disse che stavo sbagliando qualcosa e di metterlo lontano da quel tavolo, soprattutto dalla ragazza dell’Est. Rimasi male ma non riuscivo a provare una vera rabbia, mi sembravano discorsi così normali a quei tempi, era solo un parere. Ed i pareri mica fanno male a qualcuno, o no?

Poi sono partita e la mia testa ha fatto ka-bum.

Ho tenuto dentro di me altri pregiudizi e sono tutti (o quasi) andati a farsi fottere mano a mano che conoscevo persone, esseri umani da tutto il mondo, di ogni colore e credo.

Puoi odiare la donna con il velo che cucina per te e con cui ti scambi i regali a Natale?

Puoi dire “non mangio indiano perché sono sporchi” se poi provi il pane naan appena sfornato?

Puoi pensare “scimmia appena scesa dall’albero(*)” del ragazzo di colore che studia con te in Università? O del tuo capo? O dei tuo medico? O del ragazzo che ti sorride servendoti il caffè mentre scherza con i colleghi? O ancora peggio: puoi pensarlo di qualcuno che sta male? Che ha bisogno? Che ha la sola colpa di avere fame e non esser nato ricco?

Puoi avercela con i cinesi che vengono qui a farci concorrenza quando sei tu che te ne sei andata grazie ad un passaporto fortunato ed una faccia bella bianca? Quando vai dal “cinese” sotto casa per pagare meno la lampadina o l’orlo ai pantaloni? Quando ti fanno schifo ma sono gli stessi dai quali vai a farti i capelli per risparmiare?

Puoi accettare che qualcuno dica “quello non è Italiano” di un ragazzo perfettamente integrato e con un perfetto Italiano (requisito che per quanto ne so non ha a che fare con la cittadinanza o mezza popolazione italica andrebbe espulsa senza passare dal via) ma nato altrove quando TU sai cosa voglia dire vivere in un paese estero e sentirsi parte integrante e motore di quella comunità pur a volte odiando quel paese? Mi sono stupita nel risponde “I am from Aberdeen” ad un paio di persone che mi hanno chiesto di dove fossi, mentre vivevo qui ad Edimburgo. Se guardi i miei documenti è una bugia ma non lo era per me.

Io non posso odiare nessuno per la sua provenienza geografica, non dubito che qualcuno ci possa riuscire e riuscirà ancora per molto tempo ma dal mio punto di vista quella rabbia non è reale – andrebbe infatti diretta altrove – e si perde invece una occasione concreta e bella, un intreccio, un ricamo imprevisto su una tela fatta di granitiche certezze.

Anche una razzista come me c’è riuscita a superare certi pregiudizi perché quando conosci una persona non puoi provare odio immediato, a meno che quella non ti dica “piacere!” per poi darti una testata in faccia. Caso piuttosto raro e per nulla correlato con la nazionalità a quanto ne so.

Un consiglio?

Se ti allungano una mano, stringila. Non ti prenderai nessuna malattia.
Se ti chiedono di assaggiare un cibo tipico, provalo. Male che vada avrai qualcosa da raccontare ed il più delle volte sarà un “non immaginavo potesse essere cosi’ buono”.
Se puoi ascoltare gli altri, fallo. Ogni storia ha contribuito a cambiarmi e nei cuori di coloro che lasciano il proprio paese c’è un fiume in piena e questo te lo dico per esperienza personale.
Se puoi essere buono, prova. Questo non te lo devo spiegare, fare una minima differenza per un essere umano fa bene a noi in primis.

E comunque, sai, l’ultimo che mi ha detto “l’Italia agli Italiani”, era un ragazzetto che si definiva un lavoratore onesto e ci ha inculato 500 euro. Che a quel punto, sarebbe stato da dirgli che se l’Italia è questa allora se la poteva tenere, eh.

(*) Ci tengo però a dire che una frase così non l’ho mai detta ne’ pensata e solo scriverla mi ha fatta star male.