Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

Università all’estero – Le storie di chi ha studiato fuori

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Debora durante la stesura della sua tesi di dottorato in Francia

Studiare all’Università all’estero, perché farlo?

Hai diciotto anni e vorresti cambiare aria. O magari ne hai venti. Oppure vorresti andare all’Università ma sei nei tuoi trent’anni. Comunque tu decida, tra quattro anni sarai comunque 4 anni più grande ma senza il titolo o il cambiamento che volevi per te. Una considerazione semplice che ha calzato a pennello in quella che è stata la mia vita nel Regno Unito perché certe paure le ho avute eccome eppure aver studiato in Scozia rimane una delle decisioni migliori che io abbia preso per me. Ero grande, vero, ma la mia età è stata una marcia in più e quel percorso mi ha cambiato la vita in meglio.

Studiare all’estero all’Università mi ha preso quattro anni di vita trasformandoli nell’inizio del mio futuro.

La mia storia di studentessa lavoratrice in Scozia la sapete quindi oggi vorrei lasciare la parola a quattro donne molto diverse tra loro che hanno lasciato l’Italia e che una volta all’estero hanno deciso di continuare a studiare o ricominciare con una nuova carriera universitaria.

Spero i loro racconti del mondo possano aiutare gli indecisi e tutti coloro che ci stanno pensando, a ricominciare all’estero passando per l’Università.

Quindi siamo pronti, vi presento Greta e Debora dalla Francia, Dania dall’Irlanda e Claudia dall’Australia, queste le loro parole, questa la loro storia.

Ciao, ci racconti un po’ di te, come ti chiami e cosa ti ha portato lontano dall’Italia?

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Ciao, mi chiamo Greta e fondamentale è stato mio marito a portarci lontano dall’Italia: la sua azienda gli ha offerto la possibilità di lavorare in US a Milwaukee prima e poi a Lione, in Francia. Dopo un anno abbiamo accettato un’altra offerta e siamo finiti a Grenoble, sempre in Francia. 

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Ciao, mi chiamo Dania. Nel 2007 mi sono laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche a Trieste e nel 2008 mi sono trasferita in Irlanda, per fare un dottorato di ricerca in chimica al Trinity College di Dublino. Da allora non sono più tornata. Ora sono una Senior Research Fellow alla scuola di medicina.

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Mi chiamo Debora, vengo da Roma e abito a Brest (Francia) da 3 anni e mezzo, sono mamma di un bimbo italo-francese e dottoranda a fine tesi; sono partita proprio per cominciare il dottorato qui in Bretagna.

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Ciao, mi chiamo Claudia, 33 anni, originaria di Milano ma attualmente residente a Sydney, Australia. In Italia avevo studiato relazioni internazionali, e per passare dalla teoria alla pratica ho sempre cercato di sviluppare le mie relazioni internazionali partecipando a programmi di scambio all’estero. È così che ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito e che è la ragione ultima per cui ho deciso di trasferirmi in Australia ormai 9 anni fa! Con un dottorato di ricerca in giurisprudenza fresco fresco in tasca, da 3 anni lavoro per Medici Senza Frontiere nella sede di Sydney.

A che punto hai deciso di studiare all’estero. Quanti anni avevi e cosa ti frullava in testa?

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Era parecchio che mi girava in testa ma ho sempre rimandato: prima il lavoro, poi i figli piccoli e sembrava non essere mai il momento giusto. Lo scorso anno chiacchieravo con un’amica di Lione di questo desiderio nel cassetto e lei ha condiviso la sua esperienza. Mentre spiegava io realizzavo che era arrivata la mia occasione. Mi sono iscritta a marzo di quest’anno, poco prima di compiere 37 anni, alla laurea di lingua e cultura italiana. 

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Avevo 23 anni, ero all’ultimo semestre dell’ultimo anno di università e stavo facendo la tesi sperimentale obbligatoria nel mio ciclo di studi. I miei amici mi sembravano tutti così sicuri di sé sul che cosa fare dopo la fatidica laurea. Io invece non avevo alcuna idea di cosa volessi fare da grande, eccetto che non ero pronta ad affrontare una vita dietro il bancone di una farmacia e che non volevo tornare a vivere con mamma e papà. Che il ragazzo dell’epoca non fosse l’amore della mia vita, l’avevo già capito da un po’. Parlando con una ricercatrice che lavorava nel gruppo di ricerca dove facevo la tesi, scoprii che aveva appena vinto dei fondi di ricerca e che avrebbe creato il suo gruppo di ricerca al Trinity College di Dublino. Giovane e sfrontata, senza sapere bene che cosa volesse dire, le chiesi se potevo andare con lei. Iniziò tutto così. Ricordo il giorno in cui ricevetti la lettera di ammissione alla scuola di dottorato del Trinity College qualche mese dopo. Guardai il mio nuovo ragazzo (ora mio marito), e pensai che se solo lo avessi incontrato qualche mese prima, non avrei mai fatto quella domanda di ammissione. Ma ormai era fatta, e decisi di non sprecare l’opportunità. 

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La mia partenza è stata molto impulsiva, sono stata contattata da un’amica italiana ricercatrice in Francia che mi ha proposto di fare un colloquio per un dottorato con il suo gruppo di ricerca, e visto che ero alla fine della laurea Magistrale in Fisica Nucleare e che non avevo nessuna idea di come cominciare a lavorare, non ci ho pensato troppo e ho deciso di partecipare alla selezione. La sorpresa è stata nell’entusiasmo del mio capo durante il colloquio che mi ha detto subito che mi aveva presa, quindi ho dovuto chiedere di ritardare l’inizio del dottorato di qualche mese per essere in grado di finire la magistrale (normalmente si comincia con l’inizio dell’anno accademico a settembre/ottobre, io ho cominciato a febbraio, 3 giorni dopo aver discusso la tesi magistrale).
Nella testa all’epoca mi frullava poco e niente, ero insoddisfatta di quello che si profilava all’orizzonte volendo rimanere a Roma, non avevo idea di come cominciare a cercare lavoro, non trovavo un mestiere che mi andasse bene e mi rifiutavo di fare della ricerca essendo pagata poco e niente in Italia. In più avevo abitato con i miei per 24 anni, avendo scelto di proseguire gli studi nella mia città natale, quindi sentivo il bisogno di staccarmi dal nucleo familiare, e la chiamata dalla Francia mi ha dato l’avventura che cercavo.

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Dopo essere arrivata in Australia con il visto vacanza-lavoro (WHV) e due lauree in tasca, ho provato a trovare lavoro nel mio settore o comunque in un’area che mi permettesse un giorno di trovare il mio lavoro ideale. Purtroppo vuoi per i limiti del mio visto, vuoi per il fatto di essere straniera e di aver studiato in Italia, non sono riuscita a trovarlo ed è allora che ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di fare un dottorato di ricerca. Avevo 26 anni e volevo finalmente cominciare la mia carriera lavorativa!

Raccontaci la tua esperienza di studio all’estero

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L’esperienza di studio a distanza sta andando bene: gli argomenti mi piacciono e quindi è più facile studiare perché mi appassionano. Ho iniziato questo primo semestre con la quarantena quindi con tutti e tre i bambini a casa: è stato un po’ più complicato organizzare tutto ma alla fine è andato alla grande. 

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L’esperienza del dottorato all’estero è stata bellissima e triste allo stesso tempo. Bellissima per le soddisfazioni che ne ho tratto dal punto di vista professionale, per le persone incontrate, provenienti dal tutto il mondo, le avventure, scoprire posti nuovi, le feste in cui si parlavano 3/4 lingue contemporaneamente, il vivere in una nazione con una cultura diversa, il cavarmela da sola in situazioni del tutto nuove per me. Triste perché sentivo la nostalgia degli affetti. Vivere una relazione a distanza per 3 anni non è sempre stato facile. Inoltre, vivere all’estero, lontano da parenti e amici di una vita, ti lascia spesso da sola con te stessa. Quando mi sentivo proprio giù, ricordo che camminavo per la città ripetendomi “Vieni da un paesino della campagna friulana, stai facendo un dottorato in una delle 100 più prestigiose università al mondo e vivi in una capitale europea. Sii orgogliosa di te.” fino a quando arrivavo al mio bar preferito dove servivano un brownie con la panna che avrebbe resuscitato anche un morto. Ora che vivo in Irlanda da molto, nei miei fine settimana non ci sono più le feste multiculturali, ma mio marito è qui con me. Abbiamo una casa tutta nostra, con un piccolo giardino. La nostalgia della famiglia e la mancanza dell’estate ci sono sempre, ma in due e con un salario che ti permette di viaggiare, tutto è più facile.

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L’esperienza di studio in Francia sta andando benissimo. Mi sono adattata bene ai ritmi francesi (pranzo alle 12 e serate alcoliche nei weekend, sole inesistente in inverno e tramonti alle 23 d’estate), ho imparato la lingua da zero in poco tempo, ho trovato l’amore e senza pensarci troppo sono diventata mamma di uno splendido nanetto e in tutto ciò sto scrivendo la tesi, quindi anche gli studi vanno alla grande. Inoltre, se tutto va bene fino in fondo mi aspetta un contratto a tempo determinato da ricercatrice per l’anno prossimo, non posso proprio lamentarmi!

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Il mio percorso verso il titolo di Doctor è stato lungo e complesso, esclusivamente per colpa della burocrazia una volta che ho completato la mia tesi. Fino a quel momento, ovvero per la durata dei 4 anni di effettiva ricerca, devo dire che è andato tutto più o meno bene. Quando si fa ricerca sul campo, soprattutto ricerca qualitativa che prevede interviste ed altre metodologie di ricerca a contatto con altre persone, gli intoppi sono inevitabili. L’importante è avere un piano B, C e D a disposizione e non demordere. Personalmente non ho mai avuto un ufficio a disposizione e ho completato il dottorato lavorando quasi esclusivamente da casa. Questo isolamento fisico e mentale è stato molto tosto, soprattutto il primo anno, ed è un aspetto del fare ricerca che non va sottovalutato. Per il resto ho avuto la possibilità di gestire il mio lavoro come e quando ho voluto, con molta poca interferenza da parte dei miei relatori (e questo è stato un aspetto sia positivo che negativo del mio percorso), ma sono riuscita a completare la tesi nelle tempistiche che avevo previsto e che mi erano state imposte dalla facoltà e università. Il peggio per me è cominciato proprio una volta consegnata la tesi, perché il processo di valutazione e correzione della tesi è stato a dir poco estenuante e assurdo. Ma grazie al cielo sono riuscita ad affrontare tutto questo ed arrivare al tanto agognato titolo, anche se con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale!

Sapresti dirci come funzionano lezioni ed esami nella tua Università?

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Il corso è organizzato per essere seguito online: i destinatari sono expat italiani o stranieri interessati con un buon livello di italiano. Si può scegliere di seguire i corsi in tutorato o in autoapprendimento. Io ho scelto quest’ultimo quindi mi scarico il mio materiale e proseguo nello studio in autonomia. Ogni modulo ha circa 5/7 maxi-argomenti e ognuno ha circa 7 capitoli. Ogni argomento ha un mini-test finale e ogni modulo un maxi-test finale. Nel modulo ci sono test obbligatori e altri facoltativi. Senza aver passato quelli obbligatori (sempre online) non puoi accedere all’esame. 
Esistono una finestra di esami a fine semestre di circa due settimane dove dare gli esami: in tempi normali si prendono accordi sulle sedi dove farli. C’è una persona molto disponibile che si occupa di prendere contatti presso i dipartimenti di italiano delle università della tua città o i centri culturali italiani accreditati

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A questa domanda rispondo sulla base della mia esperienza sia da dottoranda che da insegnante. L’ approccio all’insegnamento e all’esaminazione è completamente diverso da quello Italiano. Le lezioni coinvolgono quasi sempre gli studenti e includono attività da svolgere in gruppi e interazioni con l’insegnante. Inoltre, ci sono moltissimi laboratori pratici o simulazioni di scenari reali dove gli studenti possono mettere in pratica quanto imparato. Gli esami sono solo scritti, non esistono esami orali. Tutte le informazioni necessarie a rispondere ai quesiti degli esami vengono trattate in classe dal professore. Gli esami di tutti i corsi si tengono contemporaneamente, distribuiti su qualche giorno/settimana. Per passare all’anno successivo non è necessario superare gli esami di tutti i corsi, ma totalizzare nel complesso un punteggio superiore al 50/60% (a seconda delle università / corsi di laurea).

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Non conosco bene il funzionamento della facoltà perché ho frequentato solo i corsi riservati ai dottorandi, ma so che a differenza dell’Italia, qui i dottorandi non hanno alcun esame da passare. Dobbiamo seguire delle lezioni (100 ore obbligatorie in 3 anni) ma fanno cumulo anche conferenze e presentazioni, e la presenza è sufficiente, non c’è alcun tipo di controllo sui contenuti. Ho seguito i miei primi corsi quando ancora non parlavo bene francese e capivo la metà di quello che veniva detto, spesso sono corsi che non toccano nemmeno il soggetto della tesi, hanno un carattere generale: etica, come scrivere un CV, come scrivere un articolo scientifico, corsi di lingua, etc. L’utilità è dubbia, ma ne ho approfittato per migliorare la conoscenza delle lingue straniere!

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Il dottorato di ricerca è un programma che non prevede lezioni o esami, quindi non è qualcosa su cui posso commentare personalmente durante questo programma. Ma in generale in Australia alle lezioni tradizionali si alternano dei “seminari”, dove le classi vengono suddivise in gruppi più piccoli che si trovano con il professore per una lezione più approfondita, basata sul dialogo e il confronto. In queste università i progetti e gli interventi degli studenti sono componente essenziale del corso e della valutazione, con almeno una presentazione, progetto o quant’altro a corso. Per quanto riguarda la valutazione di fine corso, ci sono varie tipologie di esami. Esiste la versione classica a più domande, come quella italiana, ma è possibile anche avere esami “a tesina”, dove si sceglie un argomento su cui scrivere un tot di pagine. Ovviamente per farlo si hanno a disposizione diverse settimane, quando non l’intero semestre. Un’altra versione di esame è “l’esame da portare a casa”, che consiste in una domanda a cui rispondere da casa nel corso di un weekend. Una peculiarità è che sono tutti scritti, a parte in qualche corso di lingua; altra caratteristica è che nella maggior parte degli esami (anche nella tipologia classica) è possibile usufruire di libri e appunti durante l’esame. Questo perché l’esame non testa la conoscenza mnemonica di nomi e date, ma valuta la capacità di ragionamento e di problem solving dello studente. 

Durante l’emergenza covid avete avuto il supporto necessario in Università?

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Il supporto è stato eccezionale: avendo studenti in tutto il mondo con situazioni diverse per l’emergenza, hanno trovato una soluzione ottimale per tutti ed è andato tutto bene.

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Le lezioni sono state spostate online, così come gli esami, da un giorno all’altro. Il processo è stato molto stressante, sia per gli studenti che per gli insegnanti e gli amministrativi. Ma credo che il supporto da parte del College sia stato buono, considerato il poco tempo per organizzarsi, con training online disponibili per entrambe le parti e supporto in remoto.

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Durante l’emergenza COVID abbiamo avuto molti contatti con colleghi e superiori, ci siamo tenuti compagnia con infinite riunione e videoconferenze. Ci era stata data la possibilità di portare il computer fisso del laboratorio a casa e di lavorare in qualunque momento della giornata, anche senza rispettare le canoniche 7 ore. Non è stato facile con un bimbo di un anno e mezzo da guardare tutto il giorno chiuso in casa, ma ci ritenevamo già abbastanza fortunati ad avere un lavoro, uno stipendio che continuava ad arrivare e molto più tempo col nanetto. In più avevamo la fortuna di essere in famiglia; so che per gli studenti che vivono da soli e per i genitori soli o esasperati erano stati attivati dei servizi di supporto psicologico telefonico, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno!

Pensi che sarebbe stato diverso lasciare l’Italia a vent’anni, finite le superiori?

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Sicuramente sì. Ora studio con un’altra testa e carica. Sono più serena, più curiosa e attenta. 

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In tutta onestà, a 20 anni non sarei mai partita all’estero a studiare. Sapevo di essere pronta a sopportare la solitudine.

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Sicuramente sarebbe stato diverso, non sarei stata indipendente come ora che ho il mio proprio stipendio, quindi probabilmente non avrei avuto la stessa vita facile che ho avuto in questi tre anni, avrei dovuto rendere molto più conto ai miei genitori dei miei viaggi e magari avrei dovuto condividere casa con altre persone. Sicuramente non avrei pensato di mettere su famiglia così facilmente appena arrivata all’estero, penso che mi sarei sentita ancora “figlia” e poco indipendente. Sono contenta di essere partita quando potevo essere autosufficiente.

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Quali sono le differenze tra l’Università in Italia e quella nel tuo paese di adozione? Pro e contro?

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Le differenze sono moltissime. Se da una parte è vero che gli studenti che studiano in Irlanda hanno più manualità e conoscenza tecnica dei mezzi applicabili al loro campo di lavoro, è anche vero che il sistema italiano si concentra di più sulla forma mentis, ovvero sull’insegnare allo studente ad essere indipendente nello studio e responsabile nelle scelte che fa nell’organizzare il suo tempo. A mio personale avviso, il sistema italiano è da preferire, perché posso velocemente insegnare una tecnica a una persona che non la conosce, ma è molto più difficile insegnargli a pensare con la propria testa se è abituato a ricevere informazioni pre-digerite.

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La prima grossa differenza è la modalità di accesso all’università: non c’è test d’ingresso, chiunque può iscriversi e frequentare la facoltà, l’unico problema è che per mantenere il proprio posto bisogna essere in regola con gli esami. Qui i fuoricorso sono rarissimi, l’università non è cara se si mantengono i tempi, ma diventa molto più cara se si doppiano uno o più anni, in più i corsi si tengono tutti i giorni tutto il giorno (9-18, 5 giorni a settimana) quindi seguire corsi che non sono ben incastrati tra loro è complicatissimo. Insomma, cercano di tenersi solo gli studenti che ce la fanno, gli altri vengono cacciati via da una sorta di selezione naturale. Direi che l’accesso facile e il basso costo sono i top pros, poi magari ci mettiamo anche la modalità d’esame che è esclusivamente scritto, senza l’ansia dell’orale. I contro non li conosco, non ho propriamente studiato in Francia, non saprei dire. Per il dottorato tra i vantaggi aggiungerei che si viene pagati meglio che in Italia (tra i 1400 e i 1800 euro al mese, contro i 1100 italiani), pur mantenendo tutti i privilegi dell’essere studenti (trasporti scontati, cinema e ristoranti con promozioni, etc) e non ci sono esami di alcun tipo da passare al primo anno.

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Il metodo di insegnamento e di esame è profondamente diverso tra Italia e Australia, ma le diversità si estendono anche all’ambiente in generale. A Milano, sia che fosse alla triennale che alla specialistica, mi è sempre sembrato di stare ancora al liceo, e penso che questo possa essere generalizzato a molte università italiane. L’università per la maggior parte degli studenti non è che il proseguimento delle superiori, un luogo dove parcheggiarsi per almeno 3 anni in attesa di capire cosa fare “da grandi”. Qui in Australia invece si studia in un bell’ambiente, dove l’istruzione è considerata importante e cruciale per un futuro prospero. Gli insegnanti sono aperti al dialogo e valorizzano l’opinione degli studenti in un modo che in Italia ce la sogniamo. E tantissima importanza viene data allo studente come persona, al suo equilibrio tra studio e vita sociale e alle sue esigenze come individuo. Insomma, decisamente un bel posto dove studiare!

Quali sono i costi? Quali le agevolazioni?

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Il tutorato prevede un costo di 900€ al semestre mentre l’autoapprendimento di 600€. È possibile anche chiedere delle borse di studio. La laurea prevede un percorso di 3 anni. 

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I costi per studiare in Irlanda dipendono da due fattori: il corso di laurea scelto e la nazionalità. Per gli studenti europei le tasse vanno dai 2700 euro ai 13000 euro annui. Per gli studenti extraeuropei, il costo è circa il doppio. Le agevolazioni sono rare. E’ possibile applicare a borse di studio da parte di enti privati, ma sono molto competitive. Per i dottorati di ricerca, le tasse si aggirano intorno ai 9000 euro anni ma solitamente sono coperte dalla scholarship o dal fondo di ricerca. 

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In Francia per un corso qualunque alla facoltà pubblica siamo intorno ai 200 euro l’anno per tutti gli Europei, 3000 euro per studenti proveniente da fuori dell’Europa. Per il dottorato sono circa 400 euro di iscrizione ogni anno per qualunque tipo di studente, compresi di copertura della sanità pubblica. Ci sono molte agevolazioni che riguardano cibo e alloggio: si può facilmente avere un alloggio gratuito se si viene da Paesi del terzo mondo, in stato di guerra o se si proviene da una famiglia poco benestante, in più ci sono associazioni che aiutano gli studenti ad ammobiliare camere e case, e so che a Brest c’è anche un supermercato a cui hanno accesso solo gli studenti meno benestanti, in cui i prezzi sono tagliati del 70-80% (con date di scadenza quasi a termine). Volendo si può anche facilmente ottenere un prestito “per studenti” che prevede il pagamento solo a fine studi, quando si comincia a lavorare.

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Ovviamente i costi per studiare in Australia variano da università a università. Per darvi un’idea però il costo di un PhD in giurisprudenza (quello che ho fatto io) per un international student all’University of Sydney è di $49.000 all’anno! Una cifra ovviamente folle e che ben pochi pagano perché per fortuna le borse di studio a disposizione degli studenti stranieri sono tante. Ce ne sono messe in palio dal governo australiano (al momento l’Endeavour Program è però sospeso), dall’università, dalla facoltà, ecc oltre ad altre offerte magari da enti privati o per progetti specifici. Una volta accettati nel programma poi è possibile ottenere ulteriori sussidi ad esempio per comprare materiale elettronico, partecipare a conferenze, compiere esperimenti ecc. Ovviamente il tutto è a discrezione della singola facoltà ed università, però io non posso che parlare bene – ed essere estremamente grata – per tutto il supporto finaziario che ho ricevuto dalla mia università!

Cosa diresti a chi vorrebbe studiare nel tuo paese di adozione?

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Spero ti piacciano i climi autunnali, 12 mesi all’anno, e che non ti dispiaccia camminare sotto la pioggia. Sarai ripagato con serate divertentissime al pub con la tua nuova famiglia multiculturale.

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Direi che bisogna conoscere la lingua perché i francesi non si adattano all’inglese o a qualunque altra lingua facilmente. Non è necessario nel caso di un dottorato perché gli articoli scientifici sono in inglese e tutti in un laboratorio di ricerca sono in grado di parlare un buon inglese, ma i corsi alla facoltà sono solamente in francese, a parte casi isolati, quindi una discreta conoscenza della lingua è d’obbligo. Per il resto credo che abbiano delle buone strutture universitarie e un buon sistema per accompagnare gli studenti negli studi, venite pure se parlate francese, gli Italiani sono ben accolti!

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In Australia è difficile restare con un visto permanente e sono moltissimi i giovani che decidono di studiare per provare a rimanere in questo paese. Solitamente i corsi scelti sono però di breve durata e, anche se comprendo bene la scelta – anche legata ai costi molto alti di questi corsi -, vi consiglio di considerare la possibilità invece di fare un PhD. Questo vi consentirà di avere un visto per 3/4 anni, oltre che, solitamente, una borsa di studio che copre le spese principali. Certamente fare un dottorato di ricerca non comporta lo stesso impegno che un corso di inglese, ma è una valida alternativa se siete seriamente intenzionati a vivere in Australia.

A chi consiglieresti un percorso di studi come il tuo e quali possono essere gli sbocchi?

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Il corso di laurea in lingua e cultura italiana prevede quattro diversi percorsi: letterario, arti/musica/spettacolo, didattico/linguistico e culturale. Permette appunto un approfondimento della lingua e della cultura italiana con sbocchi nell’editoria, insegnamento, relazioni istituzionali e commerciali con l’Italia, turismo culturale. L’università poi prevede anche due master sempre online (uno in traduzione e l’altro in didattica) che possono aiutare a completare il proprio percorso. 
Lo consiglierei a chi ha una passione per la nostra lingua e cultura e desidererebbe un lavoro legato ad esse. 

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Un PhD in Irlanda lo consiglio a chiunque voglia mettersi alla prova, non solo dal punto di vista dello studio o della crescita professionale, ma anche culturale. Negli anni ho visto vari studenti arrivare in Irlanda per fare ricerca nel nostro laboratorio, ma non essere pronti a lasciarsi permeare dalla cultura del paese in cui si stavano trasferendo. In generale, in questi casi l’esperienza è stata abbastanza stressante per lo studente, con risultati limitati anche dal punto di vista del progetto di ricerca. 
Gli sbocchi dopo un dottorato in chimica sono tantissimi, dalla ricerca accademica a quella in azienda, dal controllo qualità a enti regolatori o agenzie di finanziamento della ricerca. Un consiglio che ci tengo a dare su questo argomento è di non fossilizzarsi sul proprio titolo. A volte durante il dottorato, ci si accorge di essere particolarmente portati o di amare particolarmente un aspetto secondario del proprio campo. Questo non vuol dire che non si possa inseguire il sogno di farlo diventare la nostra carriera principale. Un dottorato vi darà tutti i mezzi necessari per poter inseguire il vostro sogno, se vi ci dedicate con passione.

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Chiunque voglia fare della ricerca il suo mestiere dovrebbe avere un’esperienza all’estero nel curriculum, quindi consiglierei di partire il prima possibile, per esempio per il dottorato. Se poi si decide di restare perché ci si innamora di Parigi o della Bretagna, non è così difficile trovare contratti a tempo determinato. Per gli indeterminati è un po’ più complesso, se si vuole diventare professore associato o ricercatore CNRS ci sono dei concorsi specifici ogni anno. Anche lì, so che ci sono molti italiani che vengono a tentare la fortuna perché molto più facile di qualunque concorso da noi: più posti, meno stress e possibilità di lavorare a distanza quasi sempre. Io ancora non so cosa farò della mia vita ma non sono assolutamente preoccupata, so che con una laurea scientifica e un dottorato in tasca posso facilmente trovare lavoro anche nel settore privato, volendo.

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In Australia come altrove, il dottorato di ricerca è un percorso lungo, complesso e difficile. Spesso avrete la totale autonomia nel gestire il vostro progetto, incluso le tempistiche, burocrazia e scadenze varie. Se avete bisogno di qualcuno che vi tenga la mano passo per passo, il PhD non fa per voi. Se non riuscite a concepire l’idea di portare avanti un progetto per almeno 3 anni, il PhD non fa per voi. Ma se amate fare ricerca, scrivere e fare esperimenti, se avete un’area che vi sta a cuore e su cui sapete che c’è ancora molto da sviluppare, allora le premesse per questo tipo di programma ci sono tutte. Gli sbocchi sono tanti e vari: il PhD è il più alto titolo universitario che ci sia e di conseguenza può aprirvi molte porte, soprattutto in ambito accademico (qui in Australia per diventare professore universitario è necessario avere un PhD, ad esempio) e di ricerca. Però attenti: c’è anche il rischio di essere overqualified con un titolo del genere!

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L’Università di Sydney di Claudia

Ringrazio Greta, Debora, Dania e Claudia per averci raccontato della loro esperienza di studio all’estero e scritto tanti preziosi consigli. Speriamo che la loro storia possa aiutare chi sta valutando di iniziare un percorso universitario e per questo tutte si sono dette disponibili a farsi contattare qualora voleste saperne di più.

Come sempre io rimango a disposizione per chiunque volesse informazioni su come studiare gratis (sigh, maledetto brexit) in Scozia e potete trovarmi su Facebook, Instagram e Youtube.

A presto!

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Leaving the Old Way

Quanto ho aspettato questo momento e quanto fermamente l’ho voluto, come ogni volta che desideri le cose che non puoi avere, almeno non subito ed in quella impazienza credi di perdere la testa.

Mi ricordo giornate che non passavano mai, i pomeriggi bui e sempre quelle stesse cose da fare che mi sembrava di stare a sprecare la vita pur essendo fuori, dove la vita dovrebbe essere e accadere.

Non ho amato questo espatrio ad Aberdeen, lo sanno anche i muri, lo sanno tutti coloro che ho incontrato perché non sono mai stata abbastanza brava da fingere grazia e meraviglia.

Mi spaventa però aver atteso la fine dell’Università e quindi la mia libertà per quattro anni per realizzare di aver visto quegli stessi anni volare, in un attimo, ricordandomi più che mai quanto la vita sia breve e quanto poco tempo ci sia concesso su questa terra, dopotutto.

Qualcuno saprà che una serie di imprevisti mi hanno portata via da Aberdeen per un paio di settimane non preventivate e da allora tutto è stato una corsa, vuoi il trasloco vuoi i vari impegni.

Ho avuto poco tempo per sentire, ascoltarmi, sedere a riflettere su come sto.

Le emozioni sono arrivate tutte assieme dopo una serata a salutare un paio di amici, una delle tante serate che passi quando sei quella che vai via, quando mi son ritrovata senza difese e triste, con le lacrime agli occhi a pensare a ciò che perdo.

Senza magone, perché mi sposto a tre ore di treno e non vado a vivere dall’altra parte del mondo come fu per l’Australia ma con il dolore di perdere la mia routine e le mie persone, i miei punti fermi qui.

Quel dolore l’ho sentito tutto.

Mi vengono in mente quei primi incontri, quando ero appena arrivata e mi sentivo così sola qui e piano piano sono arrivate loro, le amiche che cercavo. Un pranzo alla volta, un caffè che diventa un drink e siamo diventate noi.

Mi viene in mente il sentirmi così indietro rispetto agli Scozzesi al lavoro, quelli che avevano la lingua dalla loro, per poi scoprirmi capace a volte anche più di alcuni di loro, capace giorno dopo giorno di ribattere, organizzare e trovare il mio posto a quel tavolo, ridendo durante le pause, complici.

Ci sono stati gli amici, quelli in Università che alla mia età non avrei pensato di trovare, quel parlare fitto durante le lezioni con la mia amica preferita e tutti quei ragazzi Italiani incrociati per i corridoi, alcuni arrivati per rimanere nel mio cuore per sempre.

Ci saranno i professori, quelli che sono stati essenziali e ai quali dobbiamo tutto e ci saranno per sempre i disabili con i quali ho lavorato quasi tre anni fa, quelli degli urli con bava alla bocca e delle coccole prima di andare a letto o nella vasca con le bolle. Ho detto ciao ad uno di quei musetti proprio ieri sera e mi è stato risposto “ma guarda che io entro nella tua valigia, portami con te!”, proprio come diceva mio nipote da piccolino.

Casa nostra, quella che aveva persino il bidet. Il gatto del quartiere che ci accompagnava a fare la spesa in estate, il piccione al quale davamo da mangiare. Quegli incontri quando pensavi di avere avuto già tanto. l nostri posti.

Tante cose è stato il mio espatrio ad Aberdeen, tanto mi ha dato e molto mi ha tolto ma se guardo indietro, diavolo se lo rifarei, rifarei tutto.

Ora pero’ è il momento di andare, destinazione Edimburgo.

La Cerimonia di Laurea in Scozia e la mia famiglia che viene a trovarci

La Cerimonia di Laurea in Scozia e la mia famiglia che viene a trovarci

Tanti anni fa sognavo di poter invitare la mia famiglia a stare da noi, sarebbero venuti nella nostra villa australiana, quella con la piscina sul retro e l’orto nascosto tra le recinzioni.

Avrei fatto trovare loro la tessera per il bus, preparato i dollari per evitargli le commissioni e li avrei portati nei miei posti che elencavo tutti nella mia mente, dal primo all’ultimo.

Quel sogno lì si è sbriciolato fino a non rimanere che un ricordo ma il desiderio di portare chi amo nel mio mondo è rimasto e me lo sono coccolata stretta.

Sapevo che avrei voluto far vedere loro alcuni posti di Aberdeen e di Edimburgo e sapevo anche che il tempo sarebbe stato poco, che in certi luoghi non sarebbe stato possibile passare e che non puoi spiegare tutto del tuo mondo con una visita.

Poi è successo.

La mia famiglia è venuta a trovarmi per la mia proclamazione di laurea, a trovarmi per davvero per la prima volta da quando vivo all’estero e finalmente mi sono ritrovata nell’insolita e privilegiata posizione di essere quella che aspetta agli arrivi internazionali, sbirciando impaziente ogni volta che le porte si aprono.

Avevo tanti desideri e sapevo che avrei voluto far vedere loro l’Università che purtroppo però rimaneva un poco fuorimano ma la fortuna ha voluto che ci premiassero anche quest’anno come due degli studenti più meritevoli e che si potesse andare tutti proprio lì dove tanto sangue abbiamo gettato su libri, dispense e progetti.

L’Università è stata il mio posto felice, il fiore all’occhiello nella grigia Aberdeen, dove tutto è stato dopotutto possibile e dove tutto ci siamo presi.

Sentir chiamare il mio nome è stato emozionante perché questa volta c’era qualcuno a guardarci scendere le scale e ritirare il premio dalle mani del nostro professore ma ho tenuto le lacrime ferme, le ho lasciate indietro perché non era il momento né il luogo.

Mi sono divertita, me la sono goduta tutta.

Dopo poche ore sarebbe iniziata la cerimonia di laurea vera e propria e di nuovo non ero pronta per quello che sarebbe successo, immaginavo una fila ordinata per ritirare il diploma in ordine alfabetico e invece mi è poi sembrato di far parte di qualcosa di molto più grande.

Una cerimonia nel senso più religioso e caldo del termine.

Non ero pronta a vedere i miei professori entrare seguendo la donna con la cornamusa, tutti con indosso le toghe colorate e pregiate, non ero pronta a ricevere la benedizione del prete – io che credo in nulla ma che nel buono trovo pace – e non mi aspettavo di ricevere la pergamena dalle mani di un benefattore che molto ha fatto per la mia Università e per Aberdeen tutta.

Un milionario che ci definiva il futuro, coloro che dovranno riparare agli errori e alle mancanze della sua generazione, un uomo sorridente e pacato che ha atteso che tutti e 200 scendessimo le scale per andargli incontro ed in quello stringersi le mani ha trovato l’umiltà e la grazia di spendere due parole con ognuno, per complimentarsi e incitarci a fare e fare ancora.

Non era scontato nulla, non la presenza dei nostri professori, non il teatro organizzato per accoglierci e neanche il rinfresco ed i cocktails gratuiti per noi e le nostre famiglie.

Questo ha voluto dire studiare in Scozia e lo hanno capito persino i miei che di questo percorso sapevano poco ma che quel calore e quella generosità l’hanno percepita tutta, incantati.

Ho di nuovo sentito l’esigenza di commuovermi, di lasciar scendere le lacrime dagli occhi mentre la musica scozzese riempiva la sala ed il mio stomaco tutto ed il rito si consumava.

Non l’ho fatto perché di nuovo non era il momento, eravamo troppi, tutti assieme e identici dentro le nostre toghe bianche e nere, con quel cappellino opprimente che avremmo voluto lanciare verso il cielo e lì dimenticarci per un poco di quello che verrà ora che non avremo più il privilegiato compito di poter imparare mentre il mondo aspetta.

Ho deciso di non piangere neanche guardando mio marito indossare il kilt per la prima volta e annodare nervosamente la cravatta una volta, poi due ed infine altre tre. Ho deciso di non piangere vedendo la casa piena della mia famiglia e nel mezzo delle cose che per quattro anni sono state solo nostre.

Ho pianto alle partenze, in aeroporto, quando i miei sono andati via.

Tutto è stato perfetto.

Ed io sono tanto piena e tanto grata per questo.

Mi sono laureata in UK. E ora?

Mi sono laureata in UK. E ora?

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Mi sono laureata e sentita come dopo il giorno del mio matrimonio.

Ho odiato essere al centro dell’attenzione per tutto quel tempo, ero pietrificata davanti al fotografo che era venuto a casa, mi sembrava di non poter sopportare le pose finte e neppure le luci.

Eppure quando tutto è finito ho avuto un paio di mesi in cui mi sentivo depressa, ero passata dall’organizzare una festa così bella all’aver toccato tutte le tappe che mi ero prefissata.

Laureata, avevo preso casa e mi ero sposata.

Che rimaneva? Mi dissi che rimanevano i figli ma l’idea mi faceva pensare ancora di più, che le tappe poi sarebbero state le loro e non le mie.

Niente, di grande in vista per me non c’era più niente di così grande e la cosa mi spaventava e non poco.

Poi sono partita per l’Australia, avevo fame ed è ricominciato tutto da capo.

Lasciando l’Italia la montagna russa è ricominciata, le emozioni sono tornate ad essere immense ed anche se tremavo nello sforzo di tenere la rotta, mi sentivo piena e appagata.

Sono passati quasi quattro anni da quel giorno che misi piede per le prima volta in Università, era Luglio e quel luogo mi sembrò tutto quello che volevo.

In più c’era il dramma dietro l’angolo, che sembrava mi avessero rifiutato il pagamento della retta e c’era la paura folle di non poterla avere.

Pestavo i piedi, stringevo le mani, io volevo – volevo – studiare lì, in quella costruzione con i vetri, la biblioteca enorme ed i computer dappertutto.

Tutto si risolse, allora, gli anni sono passati e siamo arrivati fino a qui.

Ho sognato questo momento per tanto tempo eppure è riuscito ad arrivare cogliendomi impreparata, smarrita e senza le idee chiare su nulla.

E’ finita, non sono più una studentessa, non devo più ricordarmi di respirare tra un impegno e l’altro.

Posso lavorare e basta.

È finita, finita sul serio e di nuovo torno a pensare di aver raggiunto tutti quegli steps che in qualche modo fanno parte del bello della vita.

Cosa ci sarà da adesso in poi di così bello?

I primi giorni mi sono sentita persa, senza uno scopo, non uno così grande e spaventata all’idea di ricominciare a vivere una vita sola.

Poi è arrivata la pace, la calma, il bello e la libertà. Le coccole sul divano, le uscite, le chiacchiere, il bere senza pensieri ed i progetti senza lacci al collo.

Mi sono goduta tutto, ripresa tutto ma in un angolino della mente rimane quella domanda.

E ora?

Cosa succederebbe se tornassi ad essere quella – onorevole – persona che ero, quella che aspetta le ferie ad Agosto e compra le tende e mobili carini per la casa.

Che male ci sarebbe, mi dico?

Niente, proprio niente, ma l’idea mi atterrisce mentre questi giorni, calmi, passano.

Mentre ritrovo le cose che mi piacciono e cerco di capire cosa farò di una vita a suo modo ancora intera.
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(Mi sono laureata in UK, laureata per davvero.)

VIVERE AD ABERDEEN, TERZA CITTA’ DI SCOZIA

VIVERE AD ABERDEEN, TERZA CITTA’ DI SCOZIA

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La street art e’ arrivata ad Aberdeen nel 2017, grazie a Nuart

Questo è uno di quei post che ad un certo punto senti di dover scrivere, soprattutto se tanti Italiani continuano ad arrivare qui, in una città che è ben poco conosciuta fuori.

Iniziamo dalle basi.

Aberdeen è la terza città di Scozia per popolosità, il che non vuol dire nulla perche’ dipende sempre da dove vieni e da come sei abituato. Sappi però che i numeri non sono enormi, Edimburgo fa 495.360 abitanti, Glasgow 598.830 ed Aberdeen 220.420.

Originariamente cittadina di pescatori, con la scoperta del petrolio nel mare del Nord, ha iniziato ad arricchirsi fino a diventare la capitale europea dell’oil & gas. Lo sviluppo è avvenuto a partire dagli anni settanta, portando fin qui su’ lavoratori stranieri, ingegneri, manager e manodopera varia.

Non solo, per i locali iniziava una nuova era, fatta di lavori ben pagati sulle piattaforme e per tutti quei lavori che giravano attorno al mondo dell’oil&gas.

Caduto il prezzo al barile del petrolio, ad oggi la città vive una profonda crisi dalla quale fa fatica a rialzarsi. Negli UK, i lavoratori del settore erano 460.000 3 anni fa, ora 300.000 e nella città di Aberdeen sono previsti altri 5.500 licenziamenti nei prossimi 10 anni (1). A partire dal 2014 il numero di persone che sta richiedendo benefits (aiuti finanziari per disoccupati o famiglie meno abbienti) è raddoppiato (2) ed il valore delle case caduto a picchio. Una bella batosta se si pensa che nel 2012 lo stipendio settimanale medio era di £574.90 e quello del resto della Scozia di appena £497.60 (3).

Perchè venire ad Aberdeen, quindi?

Immagino che due grosse categorie di persone che possano decidere di salire qui su’ siano (*):

  • Gli expat con lavori legati al petrolio, perché sì, le estrazioni sono crollate ma c’è ancora molto da mandare avanti per mantenere tutto in piedi.
  • Gli studenti Europei, quelli che ad _oggi_ possono ancora contare su una istruzione universitaria gratuita (Leggi come studiare gratuitamente in Scozia).

Le esigenze di queste due categorie non potrebbero essere più diverse, i primi forse guarderanno alle scuole, i secondi alla vita notturna e alla possibilità di fare lavoretti.

Iniziamo quindi dal lavoro.
Se ne trova qui, malgrado la crisi?

La mia esperienza mi dice che sì, di lavoro mi sembra che se ne trovi ancora molto ma nuovamente dipende da dove vieni e da cosa sei disposto a fare.
Siti come Gumtree e Indeed hanno decine di nuovi annunci di lavoro ogni giorno.
La paga minima è di 7.83 pound l’ora per i maggiori di 25 anni ed era 7.50 sono l’anno scorso, segno che ci provino ad andare un minimo avanti con l’inflazione.
Personalmente non ho mai visto nessuno pagare in nero, diversamente da quello che accadeva in Italia o in Australia.

E la qualità della vita?

Il centro può essere riassunto nella strada principale, Union Street, quattro corsie da meno di un kilometro e mezzo con attorno negozi di vario tipo. Nel sono anno 2017, 40 negozi su questa via hanno chiuso e appena 24 hanno provato ad alzare di nuovo le serrande. Se a questi numeri aggiungiamo i negozi che hanno chiuso prima del 2017 e che sono ancora sfitti (4), è facile capire che le cose non stiano proprio andando benissimo. Le stradine laterali invece sono piuttosto graziose.

Forse proprio a causa della crescita veloce avvenuta per l’oil&gas e per il fatto che la città abbia solo ospitato il via vai di gente che veniva da fuori, Aberdeen non è una città con un centro o anche solo una piazza principale attorno alla quale possa ruotare la vita della gente, è piuttosto una specie di strada statale con (pochi) negozi tutti uguali a destra e sinistra.

Per la vita notturna le teorie sono varie, abbiamo i casinò, abbiamo i pub, ci sono tante orride catene ma anche squisiti ristoranti con la cucina che chiude molto prima delle 22.
Dipende dalla persona che sei e dalle cose che ti piace fare.

A proposito di vita, anche qui come nel resto della Scozia, la sanità è gratuita, si è quindi esonerati dal pagamento di qualsiasi visita medica o medicinale prescritto. Fa eccezione il dentista che però costa veramente poco come raccontai sulla mia pagina Facebook.

Quanto costa vivere ad Aberdeen?

Quando torno in Italia mi sembra tutto molto più economico ma in effetti direi che gli stipendi qui siano ben bilanciati con il costo della vita stessa.

CASA

Come forse avrai capito, i prezzi qui possono variare in un attimo, quando arrivammo nel 2014 le case costavano molto più di oggi, che un bilocale a 30 minuti dalla città puoi pagarlo 450-550 pound o vivere in centro con qualcosa in più.
Per una stanza tutta inclusa in centro si parla di 400-500 pound al mese.

Se non sei uno studente alla casa devi aggiungere il costo della council tax, una sorta di IMU che varia a seconda della categoria dell’abitazione e può costare fino ad un massimo di 1136,47£, da saldare in 10 rate.

La tassa sulla televisione esiste anche qui ma se non hai l’apparecchio puoi chiedere l’esenzione e basta compilare un form su internet. Semplicissimo!

ELETTRICITA’

Mi viene da dire che l’elettricità qui sia cara ma è pur vero che l’abitazione va riscaldata per molti mesi, solitamente da settembre ad aprile e questo ha un costo.
Un bilocale con due persone può costare, a trimestre, 200 pound in estate e più di 400 in inverno se il riscaldamento è elettrico.

TELEFONO

Gli abbonamenti per il telefono di casa hanno spesso l’opzione per chiamare in Italia compresa nel prezzo o acquistabile per un piccolo costo aggiuntivo (5 pound).
Si passa dai prezzi assolutamente competitivi di Talk Talk alla stabilità di BT, sta a voi, le cifre sono attorno ai 15 pound per la prima compagnia e attorno ai 25 per la seconda.

Per il cellulare si parla di altri 20 pound al mese ma le offerte cambiano di continuo.

RISTORANTE

Mangiare fuori costa non costa poco ma nulla da strapparsi i capelli, diciamo che è difficile mangiare e bere _bene_ con meno di 40 pound ma qui si aprirebbe un mondo: dipende da te e da quello che ti piace fare. Street food ne vedrai molto ma molto poco e fino a poco tempo fa non avevamo neanche una pizzeria degna di questo nome, ne ha aperto una molto buona e con prezzi competitivi altrimenti i prezzi sono quelli che sono ed una margherita poco digeribile la puoi pagare anche 14 pound.

Non posso dire che la pulizia delle cucine e la qualità delle materie prime siano sempre eccezionali qui ad Aberdeen, se hai un amico che lavora in un ristorante ti consiglio di chiedere. Ma questo è un altro discorso.

SUPERMERCATO

Aberdeen, lo scoprirai vivendoci, non ha un vero e proprio mercato. Si’, un mercato ci sarebbe ma non ha gli stands per frutta e verdura, solo il macellaio e dei ristoranti e negozi etnici.
Per questo motivo per avere verdure di qualità potrai rivolgerti alle varie farm (ti posso consigliare questa, per dirne una) o per forza di cose dovrai comprare tutto cio’ che ti serve nei vari supermercati, i classici Asda, Tesco, Sainsbury’s e Aldi.

La qualità delle verdure è scarsa ma al di là delle considerazioni personali, questi sono i prezzi di alcuni alimenti base:

  • pane bianco in cassetta: £1.00
  • pane tipo baguette: £1.20
  • 2 litri di latte: £1.75
  • 12 uova free range: £1.85
  • 6 bottiglie da 1 litro acqua San Pellegrino: £5.00
  • 6 bottiglie da 1 litro e mezzo di acqua locale: £2.00
  • 220gr pomodorini: £1.35
  • melanzane:  £0.70 cadauna
  • 2 chili e mezzo di patate: £1.65
  • 400gr carne manzo: £3.70

Un servizio da non perdere è la consegna a casa della spesa, se non hai la macchina è veramente una salvezza. Il prezzo varia a seconda della fascia oraria, io la pago 1 pound.

RAPPORTI UMANI

Gli Aberdonians che ho incontrato mi sono sembrate per lo più brave persone, calorose ed umane. L’accento li fa sembrare tutti dei gran caciaroni ma in realtà non tutti parlano in modo così incomprensibile e rumoroso. In ogni caso, ti abituerai in fretta.

I drivers dei bus sono gentili, sono gentili gli addetti della banca così come i cassieri del supermercato. Un saluto ed una calda accoglienza ti aspetterà quasi sempre, indipendentemente da come sei vestito o da quanti anni hai.

In una città piccola come Aberdeen e con non troppi stimoli, c’è chiaramente un altro lato della medaglia. Ho visto ragazzi molto giovani perdersi completamente tra alcool e droghe e senza bere rimangono, ai miei occhi perlomeno, un po’ assopiti.

IL CLIMA

Non ti far convincere da chi dice che il clima non è importante, è vero che per tutti è diverso ma la mancanza di sole incide moltissimo e qui la temperatura media è di poco sotto ai 10 gradi per quasi tutto l’anno.
Non esiste estate, non come quella che pensi tu, esistono giornate a volte non fredde con picchi sotto i 20 gradi. Lo scorso anno la massima, in estate, è stata di 18 gradi, 14 la media.

In una città costruita, nel suo centro, quasi interamente da grigio granito, non è proprio una festa svegliarsi la mattina quando è buio o piove a catinelle. Aberdeen la chiamano la grey city, non a caso, anche se diranno che è per il granito. 😉

Se gli inverni ci si sveglia con il buio e si esce dal lavoro che è di nuovo buio, in estate le giornate sono molto lunghe e c’è luce fino a tarda notte. La cosa ha i suoi pro sull’umore!

Aberdeen è piuttosto ventosa e piove parecchio ma in compenso nevica poco se pensiamo al resto del paese.

La città ha la fortuna di avere una spiaggia poco lontana dal centro ma ho visto ben poche persone provare a farsi il bagno.

COLLEGAMENTI

L’aeroporto di Aberdeen al momento non ha un collegamento diretto verso alcuna città Italiana. Per questo motivo tornare in Italia, per esempio a Roma, vuol dire affrontare un viaggio di circa 10 ore e prepararsi a pagare tariffe che hanno poco a che vedere con i viaggi low cost.

I taxi sono facili da acciuffare, eccetto al venerdì e sabato sera e durante alcuni giorni dell’anno in particolare. Non c’è ancora Uber.

I bus sono costosi, un biglietto giornaliero costa 4 pound (3.50 per gli studenti) ma il particolare peggiore è che a mezzanotte le corse si interrompono. C’è qualche bus notturno ma non collega tutta la città.


Vivere ad Aberdeen?

Detto tutto ciò, pensi che potrebbe essere la città che fa per te? Con me la Scozia è stata generosa, mi ha dato la possibilità di studiare gratuitamente e di trovare un buon lavoro ad Edimburgo. Se non fosse stato per l’università però non sarei durata qui ad Aberdeen, non è il mio posto nel mondo ed ho trovato monotone tante delle mie giornate in questa città: trovo triste avere poche cose da fare dopo il lavoro, specie in inverno quando è sempre buio.
Per me cerco una città più grande e più viva ma siamo tutti diversi, so per certo che molte famiglie qui si trovano molto bene, soprattutto i bambini a scuola.

Come detto consiglierei a qualcuno di venire qui se avesse in mano una buona offerta di lavoro o per l’università, altrimenti raccomanderei un week end per dare un’occhiata e fidati del tuo istinto. Mi sembra il minimo.

In bocca al lupo!

(*) Mi aspetto di essere smentita, ho conosciuto personalmente due ragazzi che son venuti a vivere 
qui per lavorare come camerieri ed uno di questi si è trovato anche molto bene. Non reputando 
la città particolarmente attraente vi consiglierei di guardarvi anche altrove, se non avete un 
lavoro ben pagato o l'Università che vi aspetta vi direi che la Gran Bretagna è grande: non 
esiste solo Londra e men che meno solo Aberdeen.

Note: 
(1) Scotsman.com
(2) Financial Times
(3) Scotjobsnet
(4) Evening Express
IL MIO TERZO ANNO DI UNIVERSITA’

IL MIO TERZO ANNO DI UNIVERSITA’

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Nuart 2018, Aberdeen

Era il nostro primo giorno di Università, la classe si svuotava velocemente e sembrava che tutti avessero finito in pochi minuti il laboratorio di JavaScript.

Mi sentivo una povera scema.
Ad averci anche solo voluto provare, ad averci creduto alla mia età e ad aver lasciato l’Australia per quel suicidio assistito.

Arrivò alle nostre spalle un professore, uno di quelli che fecero la differenza, e ci chiese di noi.
Gli risposi che mi sentivo stupida, se ne erano andati tutti e noi due eravamo ancora lì, come due vecchi salami.

“The harder you practice, the luckier you get”, disse lui.

Poche settimane dopo scoprimmo che la maggior parte dei nostri colleghi i laboratori non li finiva in pochi minuti, bensì li saltava a piè pari e senza più guardare gli altri decidemmo di metterci il nostro.

Stasera ho consegnato il penultimo coursework di questo terzo anno, ho le lacrime agli occhi per la felicità, il cuore che scoppia per l’emozione.
Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta!

E’ la fine del terzo anno, il degree year, questo vuol dire che tecnicamente la terza laurea ce la siamo già presa, che ce l’abbiamo garantita.
Resteremo ancora un anno per conseguire il nostro honours e scalpito, perché tutto questo si realizzi presto e proprio così come avevamo tanto sperato.

Intanto però ora lo so.

La scommessa è stata vinta.

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Studiare in Scozia.

L’altra sera sono andata per la quarta ed ultima volta sul sito della SAAS a chiedere che pagassero per i miei studi universitari, ancora due settimane e questo terzo anno sarà finito, un anno e sarò libera di decidere dove andare a vivere, per sempre o per un po’.
Non avrei mai pensato, alla mia età, di rimettermi a studiare e invece è successo ed è filato tutto liscio quasi fosse il destino, l’anno prossimo avrò il mio degree in informatica sotto il braccio e questa volta non scherzerò sopra la pergamena come feci con la prima, proponendo di appenderla in bagno. E’ stata una gran fatica ma ne sta valendo la pena dall’inizio alla fine: non mi sono pentita un solo giorno di tornare a studiare e di farlo qui in Scozia!

Per questo motivo ho deciso di scrivere una lista di ragioni per studiare qui, ricordandovi che posso basarmi sulla mia sola esperienza di studentessa in quel di Aberdeen.

Questi i miei dieci motivi per studiare in Scozia:

1 Gli Insegnanti.

I professori universitari non diventano tali grazie ad un concorso ma dopo una serie di colloqui. Il loro posto non è garantito a vita e questo evita un certo tipo di baronato.

Ricordo la paura di mettere una parola fuori posto quando vivevo in Italia, bastava poco per far saltare la mosca al naso al professore universitario di turno ed io non mi sentivo che un numero.
Durante la seconda settimana di Università, in Scozia, mi trovai a ringraziare di cuore un professore che mi chiamò per nome. Sapeva chi ero! Mi sembrava un onore incredibile!
Scoprii dopo che loro devono imparare i nomi dei loro studenti, non importa che siano 10 o 100 e più. Lo fanno perché non siamo numeri.

Ho avuto insegnanti più e meno competenti ma la media è molto, molto alta. Tutti erano gentili, generosi e alla mano, disponibili a rispondere ad una mail anche in piena notte! Al primo anno hanno creato per noi un gruppo Facebook e per tutti questi anni hanno continuato a spingerci a comunicare, a fare, a tirare fuori il meglio. Hanno organizzato per noi eventi su eventi, persino i balli di fine anno, nei quali sono anche venuti come ospiti e animatori. Durante alcuni eventi si sono fermati in Università a dormire assieme a noi. Non credo tutto questo fosse dovuto, affatto.

A molti, moltissimi, di loro non posso che dire grazie e non sarebbe comunque abbastanza.
Non ci dovevano nulla ma ci hanno dato tutto quello che potevano.

2 Le Attrezzature

Quando entrai per la prima volta nella mia Università mi sembrava di sognare ad occhi aperti, c’era un numero indecente di sedie e di tavoli, c’erano enormi televisori appesi alle pareti e computer a disposizione di tutti. Ed eravamo solo al primo livello, quello della foto qua sotto.
Salendo al terzo piano, il mio!, i computer aumentavamo così come le loro caratteristiche tecniche. Non solo pc ma anche mac! Mac, ci credereste?

Per entrare in alcuni laboratori è necessario essere in possesso di una chiave che viene fornita dal primo giorno, qui e lì enormi stampanti sono messe a disposizione con tanto di risme e risme di carta.

Per esami più specifici è possibile prendere in prestito di tutto, dalle telecamere ai microfoni telescopici, all’affittare l’intera green room, la stanza nella quale girare filmati con effetti speciali.

3 La Metodologia

Il primo giorno di Università una mia professoressa, non giovanissima, ci spiegò alcune tecniche del cartone animato Frozen, uscito solo due anni prima.
L’informatica è una scienza che evolve alla velocità della luce ma i moduli dei corsi vengono aggiornati di conseguenza, cercando di fare veri e propri miracoli.

Non insegnano inutili linguaggi datati (es. visual basic) soltanto perché quelli hanno imparato e quelli conoscono, no, i professori sono i primi ad impegnarsi, aggiornandosi.

Al primo anno ci hanno accolto decisi a farci imparare ma anche socializzare e quale migliore occasione se non quella di pagare migliaia di pound per 30 set di Lego Mindstorms da montare e programmare tutti assieme?
Funzionò, si crearono gruppi di lavoro che ancora ad oggi resistono.

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Giocando con i Lego al primo anno

4 Lavorare

In Italia non conosco molte altre persone che si siano laureate dopo aver studiato e lavorato. Per diversi genitori Italiani far lavorare i propri ragazzi è quasi un’onta e così tanti giovani arrivano a trenta anni con nulla sul curriculum.

Ricordo quando una mia coetanea di me diceva schifata che facevo la cassiera, come se fosse una terribile macchia. Non era neanche il mio ruolo, peraltro, stavo muovendo i miei primi passi come arredatrice. Il fatto che lavorassi e studiassi, al di là dei commenti di quella persona, era considerato strano.

Qui in Scozia, allo studente viene suggerito di lavorare fino ad un massimo di 20 ore e così fanno quasi tutti i miei colleghi, nessuno si vergogna di dire che la sera fa il cameriere o nei week end il commesso e nemmeno viene additato per questo. Lavorare al Mc Donald’s? Normalissimo.
E ci mancherebbe altro!

Lavorare quando si è ancora ragazzi favorisce, senza dubbio, un certo grado di indipendenza.

Non per nulla molti dei miei colleghi vivono qui da soli già da giovanissimi, in case condivise e non con i proprio genitori e men che meno rimarranno in casa con loro fino a quarant’anni suonati.

5 I Placement

A seconda della vostra facoltà, avrete la possibilità o meno di accedere a placement pagati. E’ una opportunità che non vorrete farvi scappare perché vi consentirà di lavorare ed essere pagati per quello che state ancora studiando, creando il vostro curriculum da subito!

Ho avuto la fortuna di ottenere due placements ed uno di questi si è tramutato nel mio lavoro part-time che ancora mi accompagna durante questi ultimi mesi di studio. Lavorare nel proprio settore è una gioia indescrivibile.

6 Gli Eventi

Ogni giorno nella mia facoltà c’è un evento da non perdere, una conferenza, una fiera. Di tutto! Le aziende vengono spesso da fuori per pubblicizzarsi, cercando nuove leve o proponendosi come mete per placements e internships.

Avere eventi in facoltà vuol dire che qualcuno li sta organizzando per voi, cercando di offrirvi sempre il meglio.

Partecipare ad un evento non è solo imparare qualcosa di nuovo ed interessante ma anche cibo gratis 😀 e freebies di ogni tipo, dalla chiavetta USB agli occhiali da sole. Tutto dato via solo perché siamo studenti ed in qualche modo, il futuro!

Vogliamo poi parlare degli sconti in quanto universitari?

Non solo abbiamo tutti i software che ci servono dentro ogni computer presente in facoltà, ma grazie ad accordi tra il governo e diverse aziende, c’è anche la possibilità di scaricare gratuitamente molti di questi software sui nostri laptop o di ottenerli ad una tariffa assai minore.

Gli sconti non si fermano qui, gli studenti in UK sono coccolati e qui in Aberdeen molti sono i ristoranti ed i negozi che applicano sconti particolari tutto l’anno o in periodi precisi. Bello!

7 I Coursework

A seconda della facoltà questo punto potrà variare ma l’Università qui è molto pratica. Molti dei nostri insegnanti chiamano aziende da fuori per farci avere a che fare con un vero cliente, che chiede di creare per loro programmi, animazioni, App, video, pubblicità e tanto altro.

Non abbiamo perso tempo ad imparare a memoria 3 o 4 libri per ciascuna materia, abbiamo sempre fatto e messo in pratica quanto studiato.

8 La Biblioteca

Nella mia facoltà, inoltre, non mi è mai stato richiesto di acquistare un libro quando in Italia gli insegnanti arrivavano ad impormi di comprare anche 10 dei loro tomi per dare un misero esame da pochi crediti. Niente libri qui, le slides sono online e sono disponibili h24 così come i libri della biblioteca, che possono essere prenotati di persona o presi in prestito prendendo la copia ebook.

La biblioteca inoltre è aperta H24 quando è periodo di esami.

9 La Pulizia

Questo punto farà storcere un pochino il naso per la sua semplicità ma quando arrivai la cosa che mi colpì maggiormente, dopo i computer a disposizione, fu il numero di bagni per ogni piano! Centinaia in tutti i building!
Nella mia facoltà Italiana ne avevamo 3, uno con la porta rotta e messa appoggiata ai cardini, mancava la carta, mancava la privacy e la dignità.

Qui la pulizia non manca mai, il team degli operatori è sempre all’opera, pulendo più volte al giorno la caffetteria, i bagni ed i locali comuni.

La Caffetteria

10 Studiare in Scozia è gratuito!

Quando mi iscrissi all’Università questo punto era al primo posto, non avevo i fondi per sostenere appieno una vita all’estero né ero sicura di potercela fare a laurearmi in informatica e avevo bisogno di avere almeno una garanzia. Il Brexit all’epoca era un presagio ma non una certezza. Ad oggi nessuno sa cosa succederà dopo il 29 Marzo 2019 ma temo che revocheranno questo diritto ottenuto per il solo fatto di essere cittadini europei.
Ad oggi però, sì, la retta universitaria (corsi undergraduate only) di £1,820 e quella del college per £1,205 vengono totalmente saldate per noi studenti dalla SAAS, alla quale si fa domanda dopo aver applicato e ricevuto un’offerta dall’Università che ci interessa.

Le deadline per le iscrizioni sono, solitamente, al 15 Gennaio ma vi invito a provarci anche dopo questa data: io ho fatto una late application e sono stata presa.

Cosa ancora più assurda, non solo l’Università è gratuita ma i piu’ meritevoli  alla fine di ogni anno prendono anche premi in denaro per il solo fatto di aver studiato!

Questi erano i miei dieci motivi per studiare in Scozia, tempo permettendo parlerò anche del rovescio della medaglia ma per ora voglio godermi la sensazione di aver fatto tanto in un posto bello e di sapere anche chi poter ringraziare, con tutto il cuore.

Uno degli slogan della mia Università è unlimited destinations ed io penso sia proprio vero e fossi in voi, nel dubbio, ci penserei.


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