Dicembre 2015 – Quando le Parole sono Sassi

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Non sarebbe più facile dire “mi manchi”?
Risponderei “A me manchi di più”.

Ci state pensando ormai da tanto tempo e forse non avete mai riflettuto tanto su una scelta prima d’ora.
Ed è anche giusto, qui si sta parlando di lasciare un Paese, l’Italia e di andare all’estero.
Per viverci.

Siete spaventati.
Siete euforici.

La prima volta che ne avete parlato, gli amici non vi hanno creduto.
Vi han guardato come se fosse un’idea passeggera, una di quelle cose che si dicono quando al lavoro non va troppo bene e la birra scioglie la lingua, scioccamente.

Ma non è così, ormai è una decisione.

Contate i giorni.
Acquistate il biglietto e leggete e rileggete mille volte il vostro nome, controllate i dati del vostro passaporto e la destinazione.
E’ fatta.
Sta succedendo?!

Il più delle volte pagato il biglietto si parte.

Vorreste parlare di quello che sentite, del dolore che provate pensando a tutto quello che lasciate, della paura ma anche della felicità che avete nella pancia quando iniziate a sentire che mai scelta nella vostra vita è stata più giusta.
Mai scelta nella vita è arrivata nel momento più giusto.

A questo punto potreste trovarvi a fare i conti con diverse reazioni, reazioni che la vostra scelta scatena negli altri.

La mia amica C. comunicò la sua idea di partire per l’Australia alla nonna che le disse “traditrice” ma pronunciò quelle parole sorridendo, sorniona, e poi aggiunse un “fai bene”, dritto nelle sue orecchie perchè la mia amica potesse sentirlo, l’amore.
E di storie così ne conosco tante, di parenti e amici che fanno il tifo, che ascoltano e supportano emotivamente laddove il cambiamento spaventa anche i più convinti.

Forse invece riceverete parole che fanno male e vi deluderanno.
Parole che non pensavate qualcuno vi avrebbe mai rivolto contro o peggio silenzi.
Persone che amate e che vi amano tanto, riusciranno a concludere ogni frase sentenziando nefaste previsioni e spolverando di amarezza.

Vi diranno che siete stupidi, sì, proprio a voi e proprio in faccia.
Vi diranno che state, e qui servirebbero le virgolette, facendo una cazzata.
Vi urleranno contro.
Staranno zitti, a lungo.
Ed urleranno ancora con livore.
Sparleranno.
Faranno male, tanto.

Si permetteranno ed autorizzeranno a dire ogni cosa passi loro per la testa, sperando di farvi desistere, trattandovi come miseria.

Ci saranno reazioni agghiaccianti e persone bellissime.
Le reazioni agghiaccianti verranno proprio da loro, le vostre persone bellissime.

Ho detto tante volte “ma io qui non sono felice” e ricevuto in cambio un gesto della mano che vuol dire “questo c’è ed il resto sono sciocchezze”.

Ecco, le sciocchezze sono la mia vita ed io non voglio viverla in Italia.
Ho provato ma non è per me e non voglio vergognarmi o giustificarmi per quello che provo.

Sono più forte oggi di quando sono partita e vorrei dire a coloro che si sentono cassare ogni slancio di emozione che… non siete soli.

Vi presento M. che ha lasciato un lavoro sicuro in Italia ed è il primo della classe nell’Università francese, dove è tornato a studiare.
Chiama casa per comunicare l’ennesimo buon risultato e dall’altra parte tagliano corto.
Due anni dopo ancora dicono “sai che non approviamo ma la vita è tua“.
Sì, la vita è sua ma intanto dall’altro capo del telefono la frase è stata pronunciata e le porte della comunicazione chiuse.
Della felicità per i risultati conseguiti, per M., non rimane che un nodo nella gola.

E’ capitato qualcosa di simile a P. che in terra straniera tiene seminari.
Quando l’hanno inviata in Italia per partecipare ad una conferenza ha fatto i salti mortali per passare per casa e portare anche la sua bimba di 4 anni a rivedere i nonni.
L’organizzazione non è stata facile ma P. era orgogliosa di dimostrare il proprio successo ai suoi genitori, che però si sono rivelati per nulla incuriositi.
In un placido pomeriggio Italiano P. ha ricevuto una telefonata di lavoro e loro sono scoppiati con un “dovresti occuparti di tua figlia piuttosto, che mamma sei?“.
Ruolo, quello della mamma, che P. svolge h24, da sola in un paese straniero senza nonni.
Segno che la realizzazione personale non va sbandierata, pena la gogna.

Gogna anche per N. che all’estero guadagna uno stipendio a 6 zeri ma i suoi genitori si augurano che perda presto il lavoro, così che possa tornare dove per lui c’è poco e niente.

Simile la storia di A. che nel suo paese di adozione si è innamorata.
Ha comprato casa, si è sposata ed ha trovato lavoro, uno di quei lavori che in tanti sognano.
In Italia la mamma dice “Mia figlia? E’ all’estero per fare un’esperienza” e non si accorge che per A. l’estero è diventata casa.

Ogni piccolo successo in terra straniera potrebbe essere una cosa vostra, vostra e di pochi altri.
Il fatto che il tutto accada lontano, contribuirà a rendere quei particolari che fanno la vostra vita meno importanti agli occhi di chi è rimasto.
Saranno da loro visti come l’esplicitazione del tradimento perpetuato ai propri danni e per questo i vostri successi, i vostri momenti felici, saranno difficili da riconoscere ed accettare.

Come difficile sarà per alcuni tra i vostri affetti accettare la vostra decisione, anzi accettare il fatto che possiate averla pensata voi!
Metteranno in dubbio la vostra salute mentale e se, come nel caso di J., partirete assieme al vostro compagno, allora sì, siete state soggiogate da lui, che diventerà il nemico da combattere.
Non importa quante volte proverete a spiegare che voi in Italia non ci volevate proprio stare.

Quando torni?“, una frase che viene buttata e ripetuta in mezzo alle conversazioni, uccidendole di fatto.
E via carrellate di notizie nefaste, che coinvolgono ogni vostro affetto rimasto in Italia, deperito proprio a partire dalla vostra partenza e quella supplica, più o meno implicita: torna.

Finirete forse, e di certo non ve lo auguro, con il sentirvi una cartolina piena di colori che nessuno vuole neanche sforzarsi di leggere oltre i saluti e la firma ed inizierete a raccontare poco e niente perché dai, frase infelice dopo frase infelice, che senso ha mostrarsi per ciò che si è ed aprirsi?
Per quanto si possa esser capaci nel descrivere un piacere sarà un’ardua impresa farlo apprezzare a chi mai lo ha conosciuto e anzi ne è terrorizzato o schifato.

Alcuni sminuiranno o ridicolizzeranno tutto quello che (di bello!) vi capiterà all’estero.

Mi viene in mente l’amica P. che ha pubblicato un libro nel suo paese d’adozione, raccontando la sua storia di expat.
Ne ha spedita una copia a casa per fare una sorpresa ma purtroppo la sorpresa l’ha avuta lei: non le hanno neanche detto di averlo ricevuto e quando ha tirato fuori l’argomento è stata presa in giro per i soldi spesi per l’invio del pacco ed aver definito romanzo un libro di un centinaio di pagine.

E penso ad F., a lui rinfacciano ogni giorno di non veder crescere il proprio nipote.
Come se la lontananza, per quanto scelta, non fosse già di per sé un dolore.
Installare Skype risulta troppo complicato per sua sorella e quando lui prova ad insistere gli viene detto “guarda che sei tu quello che se ne è andato, mica io”.
F. acquista allora carte internazionali per poter parlare almeno qualche minuto con quel bambino che intanto cresce.
Bambino a cui viene suggerito di chiedergli “quando torni in Italia?” e per F. rispondere a quella domanda senza poterlo tenere in braccio è una coltellata.

E quanti soldi mettiamo da parte e poi spendiamo solo per tornare?
Solo per spedire un pacco con doni, per far sentire che ancora esistiamo a Natale o quando è il compleanno di qualcuno.
Vorrei dirvi che riceverete sempre qualcosa indietro ma non è così e sarà triste, e sarà brutto.
Vi direte che sono solo soldi e va bene così anche di fronte all’ennesimo rifiuto di venirvi a trovare, anche solo ipoteticamente, per farvi sognare un po’.
Sì, te ne sei andanto tu e tu devi tornare secondo l’ottica di molti.

Oppure potrei raccontarvi di S., una ragazza di una bellezza incredibile, di quelle con gli occhi che sorridono luminosi.
Tornata da una esperienza all’estero le capitava di piangere perchè in Italia proprio non voleva starci e per non far capire il suo dolore diceva “piango perché sono felice di stare qui con voi“.
Vi immaginate il dolore che si deve provare nel non poter parlare di cosa l’esperienza all’estero abbia significato per paura di ferire chi non ne ha fatto parte?

“Volevo urlare quello che sentivo,
ma sono rimasto zitto per paura di non essere capito.”
Charles Bukowski

Mi viene in mente la mia amica A. che nel paese straniero è andata ed ha conquistato un lavoro che in Italia le avrebbero, e forse le hanno, invidiato.
E’ tornata nella penisola recentemente, portando con sè il frutto di un’esperienza che le ha permesso di ridere, crescere ed imparare tanto.
A. che lanciava sorrisi e abbronzatura dal suo Instagram è tornata in Italia.
Proprio lì, uno dei suoi affetti ha sentenziato “questo anno a cosa ti è servito? Proprio un anno buttato“.

Vi amano.
Ci amano.
Ma per alcune persone la felicità come la intendiamo noi, non conta niente, conta il rimanere dove si è e fare così come fan tutti.

Sarà doloroso constatare che per qualcuno la felicità o la mera ricerca della stessa contino poco e niente.
I più bravi di noi impareranno a comunicare meglio, a farsi valere e sentire.
Questo auguro a chiunque stia vivendo una situazione non facile con i propri affetti più cari.

Ed è proprio a loro, agli affetti, che voglio rivolgermi.

Cari genitori.
Cari nonni.

Cari fratelli.
Cari zii.
E cari amici di sempre.

Dietro a tutte le vostre parole c’è tanta rabbia e dietro la rabbia c’è sempre dolore.
Vorrei scusarmi per tutte le volte che siamo incapaci di raccontarci, di spiegarci e di farvi sentire cosa c’è dietro la nostra scelta.
Vorrei mostrarvi la forza del nostro amore e farvi ascoltare il suono del nostro cuore che continua a battere per voi, sia quando all’estero siamo soli, e noi soli lo siamo veramente, sia quando raggiungiamo un successo circondati da nuovi amici ed affetti.

Le parole gettate come sassi non ci faranno tornare, o almeno non sempre.
Ci renderanno forse invece più distanti.
Vorrei farvi capire che quando le cose vanno o andranno male, ma male veramente non sapremo proprio da chi tornare.
Certi di trovare solo macerie in quella che voi vi ostinate a chiamare casa nostra.

Sappiamo di avervi fatto un torto andando via, di avervi ferito e di aver scelto di farlo, seppure con le migliori intenzioni.

Ma non ci meritiamo questo.
Né di vivere la distanza aggiungendocene un paio di cucchiaiate in più dopo ogni telefonata.

Vittime di una distanza che diventa incolmabile.
E finire con il perderci mentre siamo impegnati a vivere.

Evitiamocelo.

Serena, Scozia

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