Aprile 2015 – Ricoverata!

Aprile 2015 – Ricoverata!

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Noi.

Ero da poco uscita dalla prima settimana di formazione in quello che era diventato il mio secondo lavoro e mi sentivo carica come non mai.
Quella mattina di fine Febbraio macinavo kilometri dentro al grande ristorante e lanciavo sorrisi ai miei colleghi, molti dei quali erano piu’ che altro amicI, protagonisti delle mie serate alcoliche e di un viaggio lungo la Great Ocean Road.
Mi sentivo solida e sicura di me.

Stavo per uscire dalla cucina quando ho detto alla mia collega J. di stare attenta, perché si era formata la solita chiazza d’acqua accanto alla postazione del dishwasher.
Credo, ma non sono sicura, di essere riuscita a pronunciare quel be careful per intero.
Prima di scivolare.
Di perdere la percezione del terreno, che si allontanava dai miei piedi, oramai orientati verso l’aria.
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Gennaio 2016 – Solo inutili pesi

Gennaio 2016 – Solo inutili pesi

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Fai cernite prima della partenza.
Rinunci al milione di scarpe, alle collane ed a tutto il resto.
Nei miei pensieri pre-partenza io davvero pensavo che sarei riuscita a far entrare, in quella valigia da 30 chili, anche il pentolino che mi aveva regalato nonna e la paperella per la vasca che comprammo con il marito ad Amsterdam.
Ma la realtà è un’altra cosa e ci si viene a patti.

Mentre fai gli scatoloni sbrodoli lacrime e archivi tutto sperando che ne valga la pena.
Una cosa che realizzai immediatamente, durante quei giorni di preparativi di quasi due anni fa, è che quando lasci i tuoi affetti, le cose tornano ad essere solo oggetti e pesano, in paragone, molto meno.
Ho lasciato il mio cuore in Italia, ne ho lasciati proprio tanti pezzi e non mi farò venire il magone per un set di bicchieri o per una giacca che portavo raramente.

Sì, dispiace di dover venire a patti e non potersi teletrasportare con tutti i propri averi nel nuovo mondo, di non ritrovarsi lì con i capelli appena fatti e le unghie laccate di rosso.
Ma fa tutto parte del processo.
Preparativi come questi necessitano lacrime, magone e sì, di sporcarsi le mani e insozzarsi di polvere i capelli.

In qualche modo è riempiendo quegli scatoloni che ho capito il valore di ciò che andavo a compiere e di tutto quello che lasciavo.
Persone e non cose.

In quei giorni regalai tante delle mie cose, soprattutto gli elettrodomestici nuovi che sarebbe stato un peccato lasciare ad invecchiare negli scatoloni.
Le piante enormi che affollavano il mio balcone le portai di persona a casa dei nuovi proprietari, preparai buste con macchina del caffè, teiera, microonde, docking station con sveglia e radio.
Dalla mia macchina in corsa, e sì anche quella non ce l’ho più, lanciai un ombrello ad una signora che era completamente fradicia, presa alla sprovvista da un improvviso acquazzone estivo.
Lei mi urlò “non so nemmeno come ti chiami per ringraziarti”.
Mi venne da sorridere perché il regalo l’aveva fatto lei a me, usando uno degli ombrelli che non avrei mai messo negli scatoloni per la me stessa del futuro.
Regalando le mie cose mi liberavo, stavo bene e sentivo venir meno i legacci, le corde che mi tenevano attaccata alla vita che avevo costruito in Italia.
Una mia cara amica prese a paragonarmi a San Francesco.

Qualcuno mi disse che non avrei dovuto dar via nulla perché l’Australia poteva non piacermi e tornare in Italia sarebbe potuta diventare di nuovo un’ipotesi.
Ma io sapevo che non sarei più tornata e aver regalato le mie cose è stato un liberarsi ed una coccola.

Il mio guardaroba non mi era mai sembrato così fornito quando vivevo in Italia e anzi c’era sempre spazio per una maglietta o un vestito nuovo, vittima del non ho niente da mettermi che mi colpiva al mattino prima di andare ad affrontare una nuova giornata di lavoro.
E invece lo era – immenso – e son serviti più di 30 scatoloni 60×60 per archiviare la mia vita italiana e, di questi, diversi erano pieni di vestiti, scarpe e borse.
Di cose di cui poi non ho sentito la mancanza.

Sono partita con una valigia da 30 chili ed un bagaglio a mano che sforava il peso consentito, ma la ragazza del check-in mi fece solo gli auguri per l’avventura, con un sorriso bellissimo.
Una volta in Australia quelli nella valigia, e solo quelli, erano i miei vestiti, un numero ridotto di capi e di scarpe che finivano in lavatrice per essere riutilizzati alla settimana successiva.
L’asciugatrice logorava una delle mie magliette preferite ed io me la mettevo uguale, perché ne avevo portate con me ben poche e di comprare qualcosa con sulla testa la possibilità di un ennesimo trasloco e di doversi trascinare dietro di tutto… no grazie.

Ma non sono più in Australia, sono in Scozia e qui ci starò per quattro anni.
La casa che abbiamo affittato, un grazioso bilocale con una grande cucina ed un bagno con un provvidenziale bidet, sarà nostra finché, ce lo auspichiamo, saremo qui.

Per questo motivo lo abbiamo fatto.
In una giornata piovosa è così partito da Roma un camion indirizzato ad Aberdeen, arrivato qui quando il cielo non prometteva niente di buono.

30 pacchi di cui 2 ancora dispersi, un mese dopo.
Alcuni di questi pesavano da soli 60 chili ed erano pieni, pieni zeppi di libri ed oggetti che una volta riempivano una casa ben più grande di questa.
Guardo i pacchi e quando metto a fuoco il nostro delizioso bilocale mi rendo conto che farà fatica a contenere tutto ciò che una volta era distribuito a casa nostra, in Italia.
Quando tutto aveva un posto assegnato e ragionato.

Aprendo le scatole, eccoli i miei oggetti.
Li ho pensati e ne ho accarezzato il ricordo, ma dopo quasi due anni passati vivendo con il contenuto di una valigia da 30 chili…cosa me ne faccio di tutte queste cose?

Non ne ho bisogno ora.
Affatto.
E dire che di indizi ne avevo avuti.
Ma rimane una sorpresa.

Avere tutti questi oggetti in casa quasi mi soffoca.

Tutte queste cose?
Ma quando le userò tutte?
Nonostante le regalie pre-partenza ho ancora 4 robottini da cucina, un numero folle di scarpe e vestiti e, diavolo, anche tanti asciugamani.
Il cassetto della cucina non si chiude per il numero di utensili più svariati, dallo schiaccia aglio al pennello per l’olio, passando per una grattugia enorme.
Ho un vassoio per le torte ed uno per i formaggi, con tanto di tazzine abbinate per le marmellate ed il miele e cucchiaini di ceramica.
Non ho idea di cosa fare con i 4 set di lenzuola che avevamo scelto con tanta cura durante la convivenza ma che non ci rappresentano più. Abbiamo vissuto con un solo lenzuolo per un anno e mezzo e vi giuro che siamo stati bene lo stesso.
Regolarmente pronto per tempo dopo essere stato nell’asciugatrice, posizionato sopra al materasso giusto prima dell’arrivo dell’ora della buonanotte.

E delle centinaia di libri ne vogliamo parlare?
La piccola libreria che abbiamo comprato sembra scoppiare.
Dispongo i volumi su due file, per orizzontale, uno sopra l’altro ed ancora non ci stanno.
I ripiani si imbarcano e formano morbide curve.
Non pensavo lo avrei mai detto ma sì, sono troppi e non tutti necessari, non tutti da rileggere.

Sento il peso di avere nuovamente tutti quegli oggetti che una volta facevano casa ma che non la fanno più.

Casa è qualcos’altro e basta molto meno e serve molto di più.

Quasi mi ammazzo per dare coerenza alle nostre cose.
Avverto i lati negativi dell’avere così tanto.

E non fraintendetemi.
Sorrido anche prendendo in mano i miei piccoli tesori dimenticati.
Scatto foto aprendo le scatole e trovando oggetti che parlano, parlano più di altri e raccontano l’Amore.

Un biglietto di una mia prozia.
Ricordo come fosse ieri, era dentro la scatola del corredo che volle farmi da piccina.
Ed ero piccina veramente.
Aveva paura di non aver tempo per vedermi sposata e così, dopotutto, sono andate le cose.
Di lei rimangono queste righe affettuose e quel pensiero alla sposina Serenella che poi son diventata, nella Basilica Santi Giovanni e Paolo di Roma.

Ed i piatti di nonna, che è una signora che crede nella ceramica bianca e prima che mi sposassi mi ha comprato un servizio intero.
Mangiare di nuovo in scodelle così belle mi ricorda quanto era bello vivere vicino a loro, i nonni.
Passare da loro dopo aver fatto una passeggiata per il nostro quartiere o dopo il lavoro.

E poi, ancora, la macchina del riso che mi regalarono i miei migliori amici quando andammo a vivere insieme.
Che non per niente loro mi conoscono e mai regalo fu più gradito nella casa della sushiarola.
E nei pacchi trovo anche i piatti da zuppa, sempre un loro pensiero per noi, e corro al telefono per dirgli che li amo, oggi come ieri.
Anche se con un semplice messaggio vocale di WhatsApp e mi si incrina la voce nel ricordargli che ci sono sempre stati, anche a distanza, e che mai lo dimenticherò.

E potrei citare la cake topper della torta nuziale, con la sposina a cui si era rotto un braccino, ora incollato di nuovo, e che è tornata a splendere… ma in realtà in mezzo a tutti questi dolci ricordi è lui a farla da padrone, il Roomba.
Che ok, non ha alcun valore sentimentale, ma rimango una pigra materialista e lui mi fa trovare casa pulita ogni giorno e questo non guasta per niente!

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Già.
Queste e non molte altre son le cose che son felice di avere.

Gli altri, di oggetti, son solo cose rispetto alle tante emozioni che sto vivendo. Quelle contano di più, in un modo che trovo totalizzante e dopotutto inspiegabile.

Ma alcune cose son più emozionanti di altre e sono felice di trascinarle con me, malgrado il loro inequivocabile peso, in giro per il mondo.

Serena, Scozia

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

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Quante volte hanno spalancato la bocca ed esclamato “From Rome?!”.
Quante volte me l’hanno raccontata con il loro entusiasmo di stranieri, che prendono il caffè a Piazza Navola ed i commenti dei ristoratori li capiscono e non capiscono.
Ma quell’aria caciarona, romana, la sentono che gli arriva calda in faccia.
Li stordisce e seduce, anche quando stanno per essere fregati.

Ecco io con Roma ci dico poco e niente.
L’ho odiata da matti prima di andare.
Nel traffico del mattino sulla Prenestina e poi ancora ferma con il piede sull’accelleratore mentre tentavo di imboccare per Lungotevere. Read more

Febbraio 2017 – Di malattia mentale, disabilità e altre miserie viste nel mio estero

Febbraio 2017 – Di malattia mentale, disabilità e altre miserie viste nel mio estero

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Una delle esperienze più devastanti della mia vita fu una visita al centro salute mentale della USL, un giorno che cercavo una risposta per una persona che amavo molto.
Mi sentivo gonfia, piena di forza e risoluta a porre fine all’insanità presente in quella situazione e conseguentemente nella vita delle persone che questa persona toccavano.

La struttura di fronte a me era enorme, da fuori persino molto bella. Uno di quei palazzi antichi di Roma, con i colonnati e le finestre larghe.
Per raggiungere la meta del mio colloquio dovetti scendere di un piano o due e mi ritrovai di fronte una stanza minuscola.
Quello era l’androne che anticipava la stanza dello psichiatra.

Non vi erano sedie, erano state divelte e non rimaneva che un mozzicone di seduta qua e la’, agganciato a barre di metallo.
Le pareti erano sporche e sembravano essere state ridipinte da qualcuno non del mestiere, qualcuno che probabilmente aveva usato il suo portafoglio per portare a termine quel lavoro che gettava sulla stanza un’ombra schizofrenica, appunto, senza una coerenza ne’ armonia alcuna.
Erano macchie rattoppate con altre macchie, questa volta rosa ed azzurre.

La luce andava ad intermittenza per rendere l’ombra citata ancora più vera, più onesta e letteraria.

Entrai per parlare con il dottore dei guai che intendevo risolvere e questi mi mandò via in cinque minuti, trattandomi come immondizia.
Avevo delle proposte per quella persona che lui liquidò, avevo delle paure per chi a quella persona badava ed ignorò pure quelle.

In quei cinque minuti ebbi il tempo di constatare lo stato di uno psichiatra che, ne sono certa, ce l’aveva messa tutta.
Ed era solo, sì, solo lui a badare a tutta l’utenza di quella parte di Roma. In una stanza sgarrupata con mobili scassati che, mi disse in quei cinque minuti, per sottolineare che soldi da spendere non ce n’erano per quelle mie fantasie, aveva portato via dalla casa che aveva rinnovato.

Tentai ancora di trovare una risposta alle mie domande, questa volta senza intermediari.
Ma era già troppo tardi.

Non ci fu molta giustizia e mi dissi che la vita è così, una merda quando ci si mette.
Non c’è giustizia e se ti capita una croce, la croce te la carichi addosso e te la tieni.
Finché non ti fagocita.
Finché non muori.

Ho realizzato che la propria vita è sempre un fucking mess quando la si guarda da vicino, ignorando il resto.
Che certe cose ci si dice “solo a me sono capitate” e ci si chiede perché.
Le schegge di una bomba che ti esplode in mano le nascondi sotto il tappeto e la vita va avanti. Ognuno con il proprio segreto a pesargli sulla schiena, là dove alla sera fa male.
Là dove la tensione si accumula.

Venendo a vivere in Scozia ho scoperto un paio di cose.

Ho scoperto che sono messi veramente male, anzi di più, almeno dove vivo io.
Conosco ben pochi Aberdonians che non siano finiti di fronte alla corte per rissa, per esempio.
Molti dei miei giovani colleghi usano droghe pesanti e sono alcolizzati.
Sono addicted to qualcosa e nonostante questo piuttosto integrati, lavorano e studiano.

Ho detto a me stessa che questo è il prezzo che si paga ad essere giovani in una città che ha pochi stimoli, ma non ho abbastanza dati per parlare di fatti. Questa, come sempre è solo la mia esperienza.

La mia umile esperienza mi ha mostrato un paese pieno di alcolizzati e drogati. Perché sì, ne vedo proprio tanti e lo dico senza pregiudizi, dato che io ero felice di frequentare in Italia un paio di conoscenti che si facevano qualche canna. Ma un drogato proprio, non l’avevo mai visto in vita mia.

Mai avrei immaginato che un mio collega potesse aver accoltellato qualcuno con la scusa di essere stato giovane e passionale.

Se altrove nessuno mai chiedeva o parlava, la mia esperienza, mia e solo mia, mi ha anche mostrato che di certi guai qui se ne parla eccome.

L’ho fatto notare al mio interlocutore di ieri che mi ha risposto una cosa molto bella:
“Ho nascosto tutto sotto al tappeto per troppo tempo”.
Così mi ha detto una persona di qui ed ha iniziato a raccontarsi così come hanno fatto tutte le altre, lasciando andare il fiume e senza aspettarsi di essere per questo giudicati.

Qui mi hanno parlato di aborto, apertamente e innumerevoli volte.
Senza giudizio verso la donna che compie quella scelta e senza paura di incappare nel facile giudizio altrui.
E’ successo spesso senza dramma, senza dover per forza tirare in ballo il senso di colpa che altrove inculcano, ma che non necessariamente si deve avere o provare.

Mi hanno raccontato, pur conoscendomi appena, di tutti i problemi di salute mentale avuti in casa propria o sperimentati sulla propria pelle.
Bipolarismo, depressione cronica, schizofrenia ma anche autismo, violenze fisiche, psicologiche e sessuali e altre miserie.
Di figli tolti in un battito di ciglia, di assistenti sociali che arrivano e cominciano a lavorare.
Di troppi fratelli che si sono suicidati, spariti da questa vita da un giorno all’altro, lasciando un vuoto incolmabile. Di bambini che non riescono ancora a leggere o scrivere, vittime di bullismo a scuola o di dolorose realtà in casa.
Di persone care che si sono tagliate via la faccia dando ascolto alla propria malattia mentale, che hanno perso una mano per iniettarsi la droga, che hanno rubato in casa e sul lavoro, che sono state violente fino a far dire basta all’altro.
Persone che si hanno o avevano in casa.

Mi hanno parlato del partner che sta veramente male e del genitore terribilmente abusante. Mi hanno citato tutte le etichette cucite addosso ai propri malati, riconosciute dal sistema nazionale e mi hanno aperto il cuore mostrandomi il proprio calvario.

Hanno usato i nomi che altrove si faceva fatica a pronunciare e che men che meno si raccontavano. Avevano tutti una diagnosi chiara in mano e, quello che mi ha stupito, è che non parlo di una o due persone.
Parlo di quasi tutte le persone che conosco qui.

Che verrebbe quasi da chiedersi chi siano i pazzi.
Gli Italiani che manco sanno di esserlo e al massimo si dicono esauriti o pieni di rabbia per la frustrazione di vivere in un paese con qualità della vita altalenante? O quelli di qui che vengono così facilmente riconosciuti, etichettati e successivamente medicati?

Ho chiesto, esattamente come feci a Roma, come è possibile che in certe situazioni non si possa fare niente.
Che sia l’ago in vena o la malattia mentale che ti devasta.
Non si può avere un aiuto?
Costringere l’altro a curarsi?

Mi è stato risposto di no, anche qui come altrove, non c’è la giustizia che spereresti, quella delle favole belle.

Ho trovato però qualcosa.
Tanto supporto e abbracci dati tra semi sconosciuti alla fine di ogni confidenza fatta.
Non abbiamo parlato nascosti in una stanza chiusa, ma spesso a tavola, spezzando insieme il pane e condividendo il tè.

Ho trovato persone devastate ma senza paura di ammetterlo, capaci di portare alla luce il proprio piccolo o grande dramma.
La falsità esiste anche qui, ma non ho mai sentito qualcuno commentare “Certo però…” o mettere bocca senza aver idea alcuna della vita dell’altro.
“Che famiglia!”, mai l’ho sentito dire scuotendo la testa e spazzando ancora più schegge sotto il proprio tappeto, ormai rigonfio e al limite.
Puntando il dito sull’altro, così come fanno gli sciocchi.

E le strutture, le possibilità e le attività per chi non ha colpa ma solo la sfiga di essersi beccato in dono la malattia (fisica o mentale) ci sono eccome.
Nella casa di cura nella quale lavoro, ogni giorno i ragazzi disabili che seguo hanno attività da fare. Discoteche da frequentare, posti nuovi dove mangiare tra amici e c’è solo l’imbarazzo della scelta.

E rispetto al lungo preambolo con il quale ho iniziato questo post?
Beh, è vero, non c’è giustizia neanche qui e se ti capita una croce, è tua.

Ma lo stato c’è e vi dico perché.

Se nasci con una disabilità grave non necessariamente rimani a morire a casa dei tuoi genitori, magari sopravvivendogli e aspettandoti di essere sfrattato da un momento all’altro per crepare chissà dove perché, con la sola pensione di accompagnamento, dove vuoi andare?
E se non hai le mani né chi ti porta il cibo alla bocca, che razza di fine fai?

No, qui, non è così.
Le strutture ci sono e lo stato paga perché tu ne usufruisca e paga eccome.

Parliamo di cifre che a me sembrano enormi. Ho visto sussidi di più di seimila sterline al mese per disabili al 100%. Più un contributo di altri 1000 se questi vogliono vivere da soli ed uscire fuori di casa.
Per permettere al disabile e alla famiglia di vivere anche oltre quella relazione capitata per sangue e discendenza.

Con persone che vengono chiamate e non vanno a bussare porte. No, che vengono proprio chiamate per parlare della soluzione migliore per loro. Di una casa nella quale abitare, dell’assistenza da ricevere.
Strutture quali care-home ed altre simili ad enormi alberghi. Ognuno con la propria stanza con TV e macchinari per, ad esempio, raggiungere la stanza da bagno con l’aiuto di personale disponibile h24 sul piano.
Disponibile premendo un bottone.

O di sedie a rotelle cambiate e aggiornate, non sicuramente ogni anno ma spesso, date in dotazione ogni volta più belle.
Elettriche, veloci e affidabili.
Gratuite.
“Sembra una moto!”, ho detto ad una ragazza che seguo, mentre scappava premendo sul gas per provare la sua sedia nuova sgargiante, con fari enormi ad illuminarle la strada.
Ho riso per riacchiapparla correndo e poi svelte siamo andate dove voleva lei, a berci una cioccolata in centro.
Prendendo bus dove la pedana funziona sempre.

Il sistema sanitario inglese avrà al suo interno degli incompetenti veri e mi sarò sentita smarrita ed arrabbiata dopo ogni diagnosi scazzata. Però ecco, è tutto gratuito.
Hai bisogno delle medicine e ce le hai gratuitamente così come le visite specialistiche. Sono un tuo diritto e ti spettano.

Tanto che a volte, ripensando ad alcune situazioni viste in Italia, mi verrebbe da pensare e dire: “Sei un disabile con una pensione da 516 euro o quello che è? Fai le valigie e vieni qui.”

Dove conosco persone con casa popolare avuta per il solo fatto di essere single, almeno a loro dire.

E mi viene in mente il primo mese a Melbourne, che a camminare per il centro mi pareva un lazzaretto.
E mi dicevo: “Ma che ci fanno tutti questi disabili concentrati qui?”
Chi con la carrozzella, chi con le stampelle, chi con altre ovvie patologie.
Che cosa c’hanno nell’aria gli australiani per averne così tanti?

E poi ho guardato per terra ed ho visto che non c’erano barriere architettoniche. Che non c’erano radici d’albero o macchine sullo spot per i disabili, che la strada era piatta e liscia.

Non era l’aria il problema ed il lazzaretto non era mai esistito.

Erano semplicemente disabili liberi di uscire di casa.

Serena, Scozia