NO, NON VIVO A LONDRA

NO, NON VIVO A LONDRA

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Classico esempio delle mie sere al Pub.

Quando dico che sono di Roma, la gente non si capacita che possa essere vero.

All’estero – e con quanto segue mi riferisco soprattutto agli australiani che non sempre possono permettersi un viaggio così lungo – perché è un luogo da sogno per loro, uno che non lasci, una città piena di storia e cultura dove vivono vecchietti con le pecore e la lupara, donne dai fianchi generosi e antichi romani con tanto di scudo. Chissà cosa penserebbero se sapessero che a Piazza di Spagna abbiamo il MC Donald e che compriamo la loro stessa pasta al supermercato.

In Italia invece mi chiedono sempre “ma Roma-Roma?” perché tantissimi dicono di venire dalla mia città pur vivendo nei dintorni.

Lo fanno, probabilmente, per far prima e l’ho capito solo ora che vivo in Scozia, in una città che non tutti conoscono.

Non per nulla, a Maggio, a Roma, mi è capitata questa cosa con il ragazzo del B&B che era un tipo simpatico, che quando mi ha vista al check-in ha esordito con entusiasmo, dicendo: “Si vede che vivi a Londra“. Si riferiva ai miei capelli colorati così ho domandato se fosse o meno un complimento e lui si è affrettato a dire quello che penso anche io, che in UK per certi versi – parecchi – siamo più liberi.

Solo che se seguite questo blog io non vivo a Londra e neanche ci vivrei, sono normalmente ad Aberdeen, 12 ore con il bus.

In quell’occasione ho approfittato per precisare di vivere in Scozia ma le mie parole sono cadute nel vuoto e a quanto pare nel B&B ero la londinese per tutti e Londra l’unico punto di riferimento certo in quello spazio sulla cartina chiamato Regno Unito.

Così quando hanno fatto quattro gocce d’acqua il proprietario mi ha incrociata e detto “come a Londra, eh?”, con lo sguardo sornione di chi ne ha viste tante.

E lì più che a pensare di cantargli che “oltre a Londra c’è di più”, o di dirgli di nuovo che “io vivo in Scozia ed è molto peggio”, la mia testa è partita a ricordare la mia vita precedente, quando quelle quattro gocce romane e gentili erano anche per me un clima da “Londra”.

Perché un romano che ne sa del freddo, dei cieli grigi e delle punte dei piedi sempre bagnate?

Ops, sto parlando di nuovo della Scozia però!

Perché sì, esiste anche quella.

 

 

Se avessi avuto ancora vent’anni, a Londra ci sarei finita di cuore e volentieri ma con l’esperienza dei 35 mi rendo conto che sarebbe una fatica immane e finirei di pagare una eventuale abitazione solo in punto di morte e dopo aver vissuto in una casa condivisa per un decennio (ok, qui ho esagerato). Per questo colgo l’occasione per invitare tutti a considerare la Scozia come possibile meta per il proprio espatrio, per vivere, lavorare o studiare, perché qui siamo lontani dal meraviglioso stress londinese, la qualità della vita è per certi versi più alta e la quotidianità meno complicata e competitiva.

Se il vostro solo intento è di imparare l’inglese, giuro, lo parlano anche qui!

Mano sul cuore, oltre a Londra c’è di più.

Dicembre 2016 – Come ho imparato l’inglese all’estero

Dicembre 2016 – Come ho imparato l’inglese all’estero

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Mi accadeva in Italia quando acquistavo nei negozi con commessi stranieri e questi comunicavano tra loro nella loro lingua, mettendomi in qualche modo da parte, tenendomi all’oscuro.
Ridendo, alzando i toni o parlando appena e dandosi, suppongo, dei secchi comandi.

Entrando nei piccoli negozi pieni di oggetti, mi sembrava che parlassero alle mie spalle.
Approfittavano, credevo all’epoca, della mia non conoscenza di quel linguaggio che alle mie orecchie suonava segreto.
Ci vedevo della scortesia.
Del dolo.

Ma era prima della mia partenza e tante cose, tanti pensieri, sono cambiati.

Cosa penserà di me la cassiera di Sainsbury’s quando con mio marito ridiamo e parlottiamo di fronte alla sua faccia, in una lingua che lei non conosce?
Lo stesso!
Probabilmente penserà lo stesso.

Ed io non posso spiegarle che parliamo in Italiano perché così ci viene naturale, perché è la lingua di casa, quella che esce dalla pancia per prima, che raggiunge la bocca senza troppi giri nel cervello.

Vivendo all’estero abbiamo approfittato di quel nostro linguaggio segreto per esagerare, per parlare in un modo diverso, a tratti più sporco, che ci porta a dire cose che normalmente non diremmo in mezzo ad una strada piena di persone.
Perché tanto… chi ci capisce?
Puntuale però, quando qualcuno si avvicina per dire “Ei, italiani anche voi?” io mi paralizzo per la vergogna.
E penso.

Cosa.
Ho.
Appena.

Detto?

Cosa avrò detto solo pochi minuti fa?
Cosa mi sarò autorizzata a dire in pubblico, convinta di non esser capita?

Parlo italiano in casa mia, quasi sempre, fatta eccezione per qualche frase, qualche parola e qualche discorso iniziato o finito in una lingua che non è quella del paese che mi ha vista nascere.
Parlo inglese fuori casa, sul lavoro, per strada, prendendo un caffè e all’Università.

Vivo all’estero ed è finalmente successo.

Mi rendo conto, finalmente conto, che il mio inglese è migliorato in questi due anni.
Parlo veloce, a macchinetta.
Sono sicura e fluente.

Ci sono ancora delle imperfezioni e con le persone di qui, con gli scozzesi, a volte devo ripetere da capo perché l’accento è diverso e non mi stanno dietro.

Quando parlo dimentico ancora la esse per la terza persona ed i verbi irregolari vengono sputati fuori alla “come viene”.
Creo nuove parole convinta che abbiano una qualche coincidenza con la parola italiana che ho in mente.
Ho serie difficoltà a pronunciare in modo differente thought/throught/throw e compagnia bella.
E quando dico a qualcuno that I am living quello magari capisce that I’m leaving e via così, incompresa.

E ancora sono vittima di quei momenti.
Quelli che mi fanno sbagliare ogni parola e ogni forma verbale di un discorso appena intrapreso, gli stessi che ora mi fanno anche reagire, scoppiare a ridere di fronte al mio interlocutore, cancellare il tutto con un gesto della mano e dire “I am sorry, I don’t speak english anymore! Let me try again!“.

La sicurezza ormai c’è e siamo ben lontani da quella me che strizzava gli occhi fino a renderli due fessure, cercando di concentrarsi su almeno un quarto del discorso del suo interlocutore australiano.

I miglioramenti sono avvenuti lentamente ma i più evidenti li ho visti recentemente e le ragioni sono quelle che seguono.

In primis, ho smesso di lavorare come cameriera.
Un lavoro che ti fa parlare parecchio ma, aimè, perlopiù e sempre delle stesse cose.
Un lavoro che ringrazio di aver potuto fare perché mi ha fatta guadagnare abbastanza da mantenermi all’estero e mettere da parte del denaro. Che mi ha aiutato a mettere le basi per la mia integrazione, ampliando le mie conoscenze di lingua, persone e società.

Una volta in Scozia ho iniziato a lavorare, invece, come assistente per giovani adulti con disabilità molto gravi, fisiche e mentali.

Ho dovuto chiacchierare tanto con i miei ragazzi e l’ho dovuto fare da subito, fin dal primo giorno. Inoltre l’ho dovuto fare malgrado qualsiasi emozione stessi provando in quel momento.
Sono stati pazienti, i miei ragazzi, nel ripetersi per me perché, dopotutto, condividiamo qualcosa nel nostro essere non sempre in grado di farci comprendere.

Ci siamo venuti incontro, raccontati a vicenda, coccolati e insieme ci siamo arrabbiati e abbiamo riso.
Da quando faccio questo lavoro sono successe così tante di quelle cose da non aver neanche più tempo per realizzarle tutte.
E sono successe in inglese.

Lavorare con colleghi scozzesi per turni lunghi anche 15 ore mi ha forgiata.

HO DOVUTO parlare.
Ho dovuto impare in fretta termini tecnici.
Sono stata costretta, spinta, messa alla prova continuamente.

Guardata, non lo nascondo, anche come se fossi scema di tanto in tanto.
Dalle persone meno inclini alla diversità che chiaramente esistono, ovunque.

Non mi è importato, sono andata avanti, non mi sono crogiolata ma ho continuato, imparando tanto.

Mentre ero impegnata a parare i colpi e a non perdere il filo, ecco che è successo: ho imparato l’inglese!

Il segreto, se c’è, è buttarsi.
Buttatevi il più possibile in mezzo ai locali, imparerete il loro accento anche se all’inizio vi sembrerà impossibile e ben lontano da quello dei listening scolastici.
Lo imparerete e farete vostro, credetemi.

In mezzo a loro ascolterete e ripeterete nuove parole ogni giorno e alla fine sarete voi a correggerli nello scritto e sarà da voi che verranno a chiedere aiuto nello spelling.
Sarete sempre voi a correggere il native english speaker che avrete di fronte e avrete la stessa faccetta da professorina che vi compare quando qualcuno scrive qual’è.

Succederà.

E’ una promessa!

Serena, Scozia

P.S.
E se poi volete fare ancora più in fretta la soluzione è una ed una sola.
Trovatevi un amante tra la gente del posto!

Io purtroppo non ho potuto, per via di quel particolare chiamato “mio marito”. 🙂

 

Aprile 2017 – Come va veloce la mia vita vivendo all’estero

Aprile 2017 – Come va veloce la mia vita vivendo all’estero

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Un’amica mi raccontava di essere tornata in Italia e di aver percepito che nulla fosse cambiato durante la sua assenza, i suoi amici facevano gli stessi discorsi di sempre e andavano a cenare nei posti che avevano per anni condiviso.
Si stupì nel parlare, durante quegli incontri, di tematiche che aveva sentito affrontare in passato, quasi potendone anticipare le esatte parole.

Lo stesso aveva notato dai titoli dei giornali, dai commenti dei suoi parenti agli episodi di cronaca e dalle trasmissioni in TV.
Tutto sembrava congelato a cinque anni prima.

Lei invece sentiva di aver molto da dire di nuovo, avrebbe voluto essere un fiume in piena, ma si fermò, pensando che non ci fosse la curiosità di sapere chi fosse lei ora.
Le chiacchiere e l’intesa erano intatte finché si trattava, invece, di ricordare il passato che li aveva visti in montagna a sciare o insieme durante l’ora dell’aperitivo.

Eppure nelle vite dei suoi amici c’erano stati matrimoni, nascite e svariati cambiamenti lavorativi ma, si rese conto, forse era proprio la sua presenza ad ancorare tutti al passato.

Mi sono ritrovata un poco nel racconto della mia amica, anzi mi ci sono ritrovata moltissimo e non per gli amici. Infatti, quelli che incontro quando torno in Italia sono gli stessi con cui scambio messaggi settimanalmente, quelli dei quali voglio sapere sempre tutto e che chiedono di me con la stessa puntualità.

Mi ci sono ritrovata perché mi sembra che il tempo vada più veloce da quando vivo all’estero. O meglio, che nelle stesse ore io possa fare di più di quanto non facessi in Italia.

Vivere all’estero mi ha travolto, come le onde del mare che mi colpirono quando ero bambina, in Sicilia.
Quando rimasi sotto l’acqua, sberla dopo sberla senza sapere cosa ne sarebbe stato di me.
Ero incredibilmente lucida, pensando che prima o poi sarei salita a respirare di nuovo o che sarei morta così, per una nuotata incosciente.
Fui fortunata, mi ritrovai di nuovo con il naso fuori dall’acqua, piena di sabbia e sassolini addosso e con il pezzo sopra del costume completamente spostato da quel gran rotolare.
Fu grande la vergogna di aver mostrato quel pezzo di pelle dove, essendo bambina, non c’era proprio niente di niente. Soprattutto enorme fu il sollievo di aver respirato di nuovo, mangiando l’aria.
A pieni polmoni, facendo un gran rumore.

Vivere all’estero è quello che desideravo per me. Mi sento sempre sulle montagne russe ma, a differenza di quella bambina sott’acqua, sono io che ho le redini in mano durante questo folle up and down pieno di svolte improvvise.
È un’emozione essere straniera, a volte smarrita ma più spesso caparbia. E sentire che so dove sto andando e che sto facendo bene. So di tornare a casa alla sera stanca, molto stanca, ma sempre piena di idee e cose che voglio fare, che inizio e che porto a termine con piacere.
Che sento mi porteranno ciò che cerco.

La vita sta andando ad una velocità esagerata, le cose che succedono – anzi, le cose che faccio accadere – mi sembrano gigantesche, quasi a voler recuperare quanto mi rammarico di non aver fatto prima.

Ho traslocato un numero insensato di volte da quando vivo all’estero. La prima volta non pensavamo di poterci permettere il taxi e abbiamo trascinato un quantitativo incredibile di pesi con le lacrime agli occhi, intenerendo qualche passante e arrivando a destinazione con borsoni che si erano completamente lacerati per il gran trascinare. Lasciando uscire e rotolare a terra degli odiosi barattoli della Heinz, cibo per poveri che vorrei fosse bandito da casa mia ma che, mio marito, che si sente come uno uscito dalla guerra, continua a comprare.

Il ricordo dei muscoli dolenti non mi ha ancora abbandonato e dopo ogni trasloco avrei voluto avere meno cose con me. Invece eccomi qui, quasi tre anni dopo, con tutti i miei possedimenti a farmi compagnia in un bilocale graziosissimo. Con i miei troppi vestiti e la consapevolezza che presto traslocherò di nuovo, via da questo Paese per chissà dove, e dovrò rimettere tutta la mia vita dentro 30 enormi pacchi per poi ritirare fuori ogni cosa. Ripetendo tutto questo per non so ancora quante volte prima di trovare una casa che sia, non dico per sempre, ma almeno per un poco.

Lavori, ne ho cambiati veramente tanti. Non che in Italia vivessi proprio una vita professionale di routine, ma almeno riuscivo a stare nella stessa azienda tre anni, fosse anche solo per fare un briciolo di carriera.

All’estero, nel mio estero, i tempi sono stati diversi. Vuoi per esigenze legate al visto o per la facilità di trovare ogni volta qualcosa di meglio. Vuoi perché sapevo di volere di più e non mi sono voluta accontentare di posti che non erano per me.
Mi sono buttata, come non mai, per sopravvivenza certo, ma anche per desiderio di imparare, di provare e vivere di più, di integrarmi.
Sono stata cameriera in cinque ristoranti diversi poi di nuovo arredatrice per due giorni interi (!!). Ho fatto un provino per doppiare (un sogno realizzato per la me stessa ragazzina), poi chef (!!!) e mistery shopper in un paio di occasioni. Ho lavorato come assistente a disabili gravi per più di un anno e finalmente ho trovato un lavoro nel mio settore.

Per quanto riguarda gli amici poi, non ne parliamo. Ci sono quelli che vivono in Italia e che non sono secondi a nessuno. Secondi però non sono neanche quelli che all’estero sono stati il mio punto di riferimento durante questi anni, senza i quali non ci sarebbero state le risate, le esperienze e le confidenze delle quali avevo bisogno.
Senza di loro non ci sarebbero stati gli accenti tutti diversi ed i miei pregiudizi sarebbero ancora tutti intatti, privandomi di quel calore e di quei gesti che tanto mi hanno aiutata durante questa strada.

Prima di partire avevo le mie vacanze in qualche località esotica ad Agosto ed il mio week-end all’estero al primo ponte disponibile, come succedeva ogni anno.
Da quanto sono andata via ho preso un numero insensato di aerei, ma ben pochi per andare davvero in vacanza.
Ho invece trascinato la valigia per salutare persone che prima avevo sotto gli occhi ogni giorno, riempiendola di cibi che una volta erano pane quotidiano.
In volo mi sono fatta piccola durante le turbolenze, ho pianto ed ho dormito, esausta. Tornando verso Aberdeen mi sono, ogni volta, sentita di perdere qualcosa ma anche di tornare a casa mia.

Di cose successe ho perso il conto. Perché, se ricominci da capo, lo fai per davvero. Partendo dalle minuzie, dalle cose che credevi scontate. Impari di nuovo a parlare, a muoverti in un contesto sconosciuto, assaggiando sapori e cose mai viste prima.

E soprattutto di sliding doors, in questo mio estero, quante ce ne sono state!
Ho pensato che avrei potuto fare di tutto, ricominciare e provare ad essere ogni cosa, a volte anche solo perché potevo sognarlo e volevo lanciarmi, senza competenza alcuna.
Saremmo, io e mio marito, potuti essere un sacco di cose. Eravamo sul punto di studiare qualcosa che non ci piaceva solo per poter rimanere in Australia e appena arrivati lì abbiamo sognato di poter aprire un ristorante. Dentro al nostro piccolo letto, pensavamo agli allestimenti, alle pareti e al menù.
In quei sogni diventavamo ricchi alla svelta, evitandoci anni di travaglio. Avremmo potuto assumere mio fratello e tutta la sua famiglia per portarli via con noi, spianandogli la strada, realizzando così quello che è il desiderio di tanti che emigrano e non dimenticano cosa è veramente importante.

Prima ancora volevamo fare gli elettricisti (!!) e ancora prima far fruttare le nostre lauree Italiane.

Come esseri umani non abbiamo molto tempo a disposizione e alla fine non si può essere tutto ma, ecco, la mia vita è davvero cambiata vivendo all’estero.
Ho visto i miei passi come impronte colorate sul terreno, muoversi timidi ma pieni di speranza, poi correre all’impazzata, battere a terra spazientiti e camminare, tanto.
Arrampicandosi dove sembrava ci fossero divieti.

Prendendo un percorso che non sarebbe mai stato se fossi rimasta in Italia dove, probabilmente, ora cenerei negli stessi locali di sempre, mi lamenterei del mio lavoro e organizzerei le mie vacanze dal 10 al 20 di Agosto.
E andrebbe bene così.

Ma quella persona non sono più io e questo l’ho imparato vivendo all’estero.

Serena, Scozia