9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

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Dopo aver dato un’occhiata alla attuale classifica di Trip Advisor relativa ai ristoranti di Aberdeen, ho deciso di dire la mia perché no, non è possibile che le catene siano ai primi posti e le realtà indipendenti ben più in basso!

Nel nostro primo anno qui abbiamo entrambi lavorato nelle cucine e visto il brutto (e ce n’era veramente tanto) ed il bello di diversi locali che non citerò, per esser super partes. Lo stesso farò,  per motivi simili, con i ristoranti Italiani o presunti tali di qui.

Quindi ecco i miei locali preferiti, in ordine rigorosamente alfabetico:

Bev’s Bistro, 123 Holburn St, paga il fatto di essere leggermente fuori mano dal centro che tanto piace agli Aberdonians. Il locale invece è una piccola chicca con 3 grandi tavoli e qualche posto a sedere alla vetrina, uno spazio grande abbastanza per accogliere il via vai di lavoratori che escono per pranzo. Il cibo è fresco, preparato sul momento e semplicemente squisito grazie alla professionalità e all’esperienza di Bev e Alan.
Il classico pranzo con sandwich e zuppa viene riscritto dai proprietari di questo locale, con gusti ottimi, ingredienti di prima scelta ed un pane fatto in casa che merita l’assaggio. Bev apre a pranzo ed ha una selezione pazzesca di torte e prodotti gluten free grazie all’attenzione di Alan.

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Zuppa di Pomodoro e Sandwich

 

Foodstory, 13-15 Thistle St, quando mi sembra che qui le verdure non abbiamo alcun sapore ecco che questo locale riesce sempre a farmi ricredere.
Non è solo il cibo a farla da padrona da Foodstory ma anche l’arredamento, quasi di fortuna eppure elegante e fatato. Il personale è sempre gentile e alla mano malgrado il via vai di gente.
Pezzi forti, non solo la lasagna che mi ha fatta ricredere più e più volte sul mio odio per la versione con le sole verdure ma anche le insalate che sono ben bilanciate, colorate, buone e quasi festose.
Gli ingredienti sono di prima scelta ed il locale è famoso per il suo impegno verso la comunità che qui può riunirsi e non per niente Foodstory è diventato il cardine per diverse attività culturali e ricreative.

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Lasagna con insalata a scelta

 

JW Sushi, 75 Huntly Street, è un sushi place dal quale uscire fuori sazi, infatti qui si lavora molto su qualità E quantità. Le porzioni sono generose, il gusto ottimo e anche qui la fantasia non manca come vedrete una volta preso in mano il menu’.
Hats off per i due proprietari, due ragazzi nella loro ventina, che portano avanti il proprio sogno e regalano ad Aberdeen una piccola perla per quanto concerne la giovane imprenditoria.

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Sushi per due

 

Madame Mew’s, Unit 11 – Aberdeen Market, è una istituzione per un pranzo buono ed economico. Un piatto di curry thailandese costa 6.50 sul nuovo menu’ e con una deliziosa bibita – consiglierei l’iced green tea con latte condensato – si pagano meno di 10 pound per un pranzo ottimo.
La location è quella che è, il mercato di Aberdeen, e poco si presta ad una occasione galante ma funziona molto bene per fare due chiacchiere in compagnia di fronte ad un piatto buono ed abbondante.
Le verdure utilizzate sono fresche ed il tempo di attesa tra un piatto e l’altro racconta una cucina assemblata sul momento, non riscaldata.

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Curry rosso

 

Manchurian, 136 Causewayend, la cucina cinese mi manca, mi manca quella, sicuramente non autentica, che mangiavo in Italia. Qui, lo saprete, il gusto è piuttosto diverso ma in questo locale ho trovato dei piatti molto buoni e delle porzioni decisamente abbondanti.
E’ il mio posto cinese qui ad Aberdeen, apprezzando anche il fatto di poter andare a far la spesa nel negozio orientale subito acconto al locale, che è rifornitissimo.

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Spaghetti cinesi alla piastra

 

Rendezvous at Nargile, 106-108 Forest Avenue, è il locale che aspettavo qui ad Aberdeen. Tanti piattini dal sapore eccezionale, tanta varietà e la possibilità di continuare a chiacchierare all’infinito grazie al lungo orario di apertura. Se come me avete nostalgia delle melanzane cotte a puntino, ecco il posto che fa per voi, una cucina turca che ha molto in comune con la tradizione del nostro sud.
Il persona è professionale e la cucina deliziosa.

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Vezir, una selezione di tanti piattini “Meze”

 

Rishi’s, 210-212 George Street, è il mio ristorante indiano preferito con una menzione speciale per il loro Gobi 65 (cavolfiore) che è decisamente squisito nonche’ il migliore mai assaggiato qui ad Aberdeen. Buono anche il pane naan ed il curry, per il quale c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Il personale è cortese ed il menu’ pranzo vantaggioso.

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Esempio di pranzo a prezzo fisso.

 

Yatai, 53 Langstane Pl, è il locale nel quale amo andare per una serata romantica o per parlare con le mie amiche Italiane. Da poco aperto sia a pranzo che a cena, è il posto ideale per ritrovare l’odore del Giappone grazie all’enorme piastra a vista.
I ramen sono eccezionali e di estrema bonta’ è lo spiedino di funghi con burro e miso paste. Il menu’ cambia spesso, segno che manager e cucina continuano ad avere passione per quello che fanno.

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Ramen di verdure.

 

Yorokobi by CJ, è il sushi place per eccellenza, una cucina non banale ed una grande attenzione ai particolari disposti nel piatto. Durante la settimana è il posto ideale nel quale cenare ed il menu’ early bird favorisce chi vuole mangiare presto e pagare un pochino meno.
Non saprei quale sushi consigliare di più, decisamente il caterpillar roll è un regalo che vorrete fare spesso al vostro palato ma anche il bibimbap (tradizione coreana) è incredibile e da provare.

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Caterpillar Sushi.


Questi erano i miei locali preferiti. I vostri? 🙂

 

 

 

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IMMERSA NELLE VASCHE DEGLI ONSEN CON LE DONNE GIAPPONESI

IMMERSA NELLE VASCHE DEGLI ONSEN CON LE DONNE GIAPPONESI

Ho un rapporto di amore e odio con i socials, in un certo senso sono il mio pane quotidiano ma di contro é qui che vedo brutture che mai avrei immaginato possibili, dal sessismo al bullismo, dall’omofobia alla mera stupidità, quella dichiarata con tanto di nome e cognome.

E’ a causa di internet che di recente ho realizzato che non sono state solo le riviste a dirci come essere o apparire, sorridere, bere, mangiare o mettere gambe e braccia per apparire più magre, spingendoci, in qualche caso, ad ammalarci.
Non sono state sole riviste, quelle che per anni abbiamo tacciato di volerci rendere insicure, a proporci modelli inarrivabili ed irreali perché poi, quando ne abbiamo avuta la possibilità, siamo state anche noi, tra di noi e con noi stesse, a contribuire allo stesso gioco.

Dai commenti sciocchi e velenosi che, purtroppo, sembrano non mancare mai, anche passati i sedici anni di età a quel primo filtro che riduceva nasi e rughe sparando sul viso una luce candida. Dalla prima App che ingrandiva gli occhi e definiva lo sguardo fino all’uso di Photoshop per ridurre l’umano fianchetto.

Possibilità dopo possibilità, le foto da copertina, quelle irrealistiche, siamo diventate noi, forse genuinamente alla ricerca di una foto bella, forse, e questo mi preoccupa, incapaci ed impossibilitate ad accettarci pienamente per quelle che siamo.

Sono per la libertà più pura, se le foto ritoccate ti rendono felice: falle! Mi terrorizza invece l’idea che in molti casi i filtri siano aggiunti come necessaria difesa contro un mondo che ci reputa sempre sbagliate e non ci sono scuse per far sentire inadeguata un’altra persona, per annientare un sorriso. Per spiegarvi meglio voglio raccontarvi delle mie paure, per cominciare, così che il dito io possa puntarmelo contro.

Ho realizzato e scritto altrove che già da qualche anno io non cresco più, invecchio piuttosto. Tre anni fa e’ arrivata una ruga in mezzo agli occhi e prima dell’estate ho visto delle piccole linee sotto gli occhi e le ho trovate odiose. Le macchie sulla pelle sono aumentate, sono ingrassata e dimagrita tante volte, lasciando qui e lì piccoli segni che rimarranno, inutile fingere che non sia così.

Pensavo che per me sarebbe stato diverso – crescere fino ad invecchiare, intendo – non avevo realizzato che anche il mio corpo sarebbe cambiato tanto in fretta, che la palpebra dell’occhio avrebbe avuto una consistenza così diversa ed in così poco tempo.
Avevo un’amica che mi diceva “goditi i 20, che a trenta sarà tutto diverso“, io non le credevo. Erano solo 10 anni, dopotutto, quelli che ci dividevano. Ora invece so che aveva ragione, i venti spariscono in un attimo, portando via molto e aggiungendo tanto altro.

Io non uso filtri ne’ ritocchi, e’ vero, ma della società sono comunque spesso vittima quando metto in pratica certi meccanismi per realizzare uno scatto che mi piaccia e lo faccio senza neanche pensarci. Sposto il braccio per non far vedere la rotondità del fianco, piego le gambe per farle più snelle, ed ecco che le mie foto sono tutte uguali, cambiano solo i vestiti.

Queste cose non le cerco consapevolmente, sono dentro di me, da qualche parte le ho viste e qualcuno ce le ha messe. Io ce le ho fatte rimanere.

Pur con dei difetti, ci tengo ad essere me, ho iniziato a pubblicare anche le foto nelle quali oggi non mi piaccio perché domani mi piaceranno eccome e persino quando mi sono sposata e sapevo che avrei avuto gli occhi di tutti addosso (orrore), provai fastidio nel farmi fare la tinta per coprire qualche capello bianco, io non volevo proprio. Avrei preferito sposarmi con il mio colore di capelli naturali, non con quello proposto dalla modella sulla scatola. Non fui abbastanza ferma da impormi per quella sciocchezza e ancora mi dispiace, se ci penso, anche se la differenza di colore era davvero minima.

Di questa società continuo ad esser vittima perché se mi guardo con gli occhi di chi non mi ama, ecco che prenderei in mano l’elenco telefonico alla ricerca di un chirurgo che possa fermare il tempo. Altro che modificare il colore dei capelli!

Sono immersa nella nostra cultura dai piedi fino alla punta della testa e avevo tutte queste cose per la testa quando ho pensato che non era certo la prima volta che altre donne mi vedevano nuda.

In palestra capita, per esempio ed io malgrado i discorsi di cui sopra sono una donna confidente e non ho mai avuto problemi a mostrarmi nuda di fronte a nessuno.

Ma in Giappone, dentro a quell’onsen la situazione era un pelino diversa.

Sarebbe stata la mia prima volta da occidentale in mezzo ad un mucchio di giapponesi che, nella mia mente, erano minuscole e perfette, magre e aggraziate, proprio come nelle riviste. Sarei stata quella da sbirciare, la diversa, quella grossa ed in più con capelli rosso fuoco ed un tatuaggio abbastanza grande sulla spalla, tutte cose che i Giapponesi notano, notano eccome.

Malgrado i miei timori i bagni pubblici giapponesi, gli onsen, sono stati una esperienza quasi mistica, di piena sorellanza.

Quando entri nella sala termale non hai con te che un pezzo di sapone e altri piccoli prodotti da bagno, nessuna barriera dietro la quale poterti difendere, nascondere o schermarti.
Dovrai sedere su uno sgabello che, nel mio caso, mi é stato lanciato da una enorme matrona giapponese mezza claudicante che, notato il mio smarrimento e seppur senza una parola, é stata una grande alleata. L’ho trovata bellissima, con la pelle cadente, le mosse pratiche, gli occhi tranquilli.

Una volta seduta ho visto il mio corpo piegato di fronte ad uno specchio enorme. Con cura estrema ne ho pulito centimetro dopo centimetro, passando la saponetta alla maniera giapponese, che prevede lunghe sedute da 30 minuti necessarie a strofinare via anche l’ultima cellula di pelle vecchia.

Passati i primi attimi mi sono abituata a quell’aria umida e bianca e sebbene non volessi passare per irrispettosa o indiscreta, ho alzato gli occhi e sono stata accecata non dal vapore ma dal colore candido, unico, emanato dai corpi delle donne giapponesi.
Che ho amato, come sorelle.
Ed invidiato nella loro spontaneità quando, in gruppi di amiche e parenti, si raccontavano, ridendo, dentro le grandi vasche calde, i sederi uno accanto all’altro. Completamente a loro agio, malgrado la nudità, malgrado quel contatto fisico!

Avrei voluto essere una di loro ma non potrei immaginarmi a far lo stesso con le mie amiche, mi sentirei in imbarazzo, mentre per loro sembrava così facile e naturale.

Ho sorriso alle mamme che portavano con sé i bambini, maschi o femmine, introducendoli in quella cultura così bella, quella che ci mette nudi, tutti uguali, tutti veri, uno accanto all’altro, a rilassarci senza paura né pensieri, spiaggiati su un grosso masso o sulle sedute naturali delle vasche.
Godendo semplicemente del tempo che scorre e dei corpi che ci sono in qualche modo stati dati per provare piacere e benessere.

Una donna allattava di fronte a tutte, completamente beata e nuda come poteva essere Eva, attorno a noi camminavano donne bellissime di tutte le età. C’erano quelle alte e slanciate con un poco di pancetta – di quella che non va via neanche con la palestra, quelle con il seno svuotato da un bimbo o due. C’erano le grandi obese, c’erano le basse e le minuscole, le muscolose, quelle con il fisico a pera, quelle con i seni enormi e quelle con l’ombelico in fuori. C’erano seni e pubi di ogni tipo, sembianza e forma e andava bene così. Alcune anziane avevano una pelle grinzosa che precipitava sotto le braccia e urlava “nonna”, la nonna che ami e che vuole che mangi, che vuole che tu stia bene.

E’ stata una scorpacciata di vita, vera e autentica, senza filtri né schermi mentali, senza risatine né occhiatacce ed io potendo le avrei abbracciate tutte, dalla prima all’ultima.

E’ stata una esperienza che non so descrivere a parole ma stare vicina a tutti quei corpi femminili, semplicemente bellissimi ma imperfetti, a volte vecchi, decrepiti, cadenti, magri, secchi, slanciati, tonici, diversi, semplicemente diversi… mi ha fatto bene, mi ha ricordato la bellezza intrinseca dell’essere umano.

Ho amato ogni versione possibile della donna e sono uscita di lì con rinnovato amore per tutte noi, con amore per il mio corpo, del quale mi ero presa tanta cura e che, malgrado i suoi difetti, risultava veramente splendido, arrossato dal vapore e rilassato come era, dal calore dalle acque calde termali.

Rivestendomi, mi sono sorpresa a sorridere al mio riflesso allo specchio, pensando.

Ma che bello é, essere donna?

 

 

 

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

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Una estate a Stonehaven.

Se fossi partita a vent’anni probabilmente sarei finita a Londra, in una casa condivisa a lavorare come una trottola, le sere off a fare il pieno al pub.
Ma sono partita a trenta, siamo partiti in due, e a parte il lavorare come una trottola, tutto è diverso.

Manchiamo dall’Italia da quattro anni ed iniziamo a desiderare di poter mettere radici da qualche parte, di comprare una casa nostra, di poter aver l’orto ed il BBQ per gli amici ed i parenti in visita. Un gatto, due, un cane enorme. Vorremmo una casa grande, con una veranda e le sedie, due comodini, un letto king e l’armadio scorrevole.
Un posto che sia nostro, che abbia il nostro sapore.

Abbiamo 15 anni di contributi spalmati su 3 paesi diversi.
Mio marito pensa alla pensione, ce la daranno?
Ci basterà?

Io vorrei poter traslocare meno e fermarmi in un posto che mi piaccia ma per un po’.
Un anno in Giappone, tornare in Australia, provare l’America.

Non per sempre.
Perché io, arrivata a questo punto, so solo che il mondo è grande e che non sono pronta per decidere, per scendere qui o lì.

A volte penso “ma chissene frega“, andiamo dove tira il vento, che importa di avere una casa?
Che cosa è questa ossessione per il mattone quando hai il mondo da girare?
Anzi sai cosa?
Non mettiamoci limiti, camminiamo per il mondo che per fermarci ci sarà sempre tempo e modo.
Rendiamo casa ogni pezzettino del mondo, possiamo farlo, lo abbiamo fatto fino ad ora!
Chi ci ferma?

Potremmo far tutto oggi, per come stiamo oggi, per le persone che siamo oggi, per la salute che abbiamo oggi.
La vita però a volte prende a schiaffi e da qualche parte nella testa quell’idea di nomadismo viene cancellata dalla paura, dalla saggezza – o conformismo – di quei millenni di umanità che, quando può, stanzia.

Ancora un anno e mezzo e avremo una laurea importante sotto il braccio ed una nuova decisione da prendere. Ancora un anno e mezzo e saremo liberi di andare via da qui ma… per dove?

Non abbiamo un ingaggio con una particolare società, non siamo vincolati con una determinata location, possiamo lavorare da dove vogliamo, siamo liberi di vagabondare, per ora.
Questa libertà scotta, ci permette di poter decidere ogni dettaglio del nostro prossimo trasferimento.
E a pagarne tutte le conseguenze.
Non avremo i facchini delle società ad impacchettarci la casa, non avremo gli HR a trovarci un nuovo posto in cui vivere, eventuali visti saranno a carico nostro dal primo all’ultimo documento, dal primo all’ultimo bonifico.
Saremo noi a dover far tutto, di nuovo, da capo, con lo stomaco incerto.
E questo pesa, fa paura ma è anche bello.

Dove andremo?

– Australia?
Quando ho lasciato Melbourne ero sicura che fosse casa mia.
Era la vita che volevo, vivevo in pieno centro e non in quei suburbs che mi avrebbero dato alla noia, avevo amici con cui andare fuori quando volevo, avevo la vita che volevo.

Melbourne e’ arrivata al momento giusto, anzi perfetto.
Ma la distanza ora mi fa paura.
Mi fa paura sapere di essere cambiata.
Melbourne l’abbiamo cercata quando ci servivano quelle miglia di distanza tra noi ed il nostro passato.
Quella distanza mi terrorizza ora che sono abituata a tornare in Italia tre o quattro, quattro!, volte l’anno.

Me lo aveste detto quattro anni fa mi sarei arrabbiata.
Ma ho paura di tornare down under e capire che non è più quel tempo, meraviglioso, che non è più lei quella che ci serve.

Melbourne è arrivata al momento giusto, noi eravamo li’ al momento giusto!

Se ci trasferissimo in Australia avremmo da affrontare un visto molto costoso ma una volta lì saremmo ben, davvero ben, pagati. Allettante ma ad un certo punto anche i soldi non hanno lo stesso valore se i tuoi affetti sono a 24 ore di volo.

– Europa?
Si ma dove?
Vorrei un posto con il sole, dove si parli l’inglese e che sia ordinato.
Eggia’, non esiste un posto così.

Mio marito ogni tanto sogna la Danimarca, io ne ho paura.
Ho trovato Copenaghen bellissima ma non credo possa esser casa mia, non lo credo proprio.
Una nostra amica ci vedrebbe bene a Stoccolma e lei ha vissuto qui ad Aberdeen e l’ha maldetestata proprio come noi, eppure ci consiglia la Svezia perche’ non c’è paragone, dice, ed io mi fido.

E se rimanessimo negli UK?
La Gran Bretagna mi ha delusa ma ho vissuto in una zona spiacevole, ho avuto a che fare con certe mentalità che, ne sono certa, poco rappresentano gli United Kingdom.
Non dico rimanere qui al nord della Scozia ma siamo qui da più di tre anni, altri due e potremmo avere un visto permanente, Brexit o non Brexit.

Se dovessimo rimanere qui scenderei, verso sud ma non Londra.
Non voglio dover pagare tutta la vita un mutuo esorbitante per una casa in zona 1000.

Sono troppo vecchia.

– America?
Chi mi legge dall’inizio potrebbe ricordare che galeotto fu il mio viaggio di nozze, quando scoprii la gentilezza degli americani  e la bellezza di quella parte di mondo.
Che sì, lo dirò fino allo sfinimento, in Italia quella gentilezza per il prossimo, per colui che incontri in ascensore per caso, quel modo di sorridere, io non la trovavo più.

Ma l’America è anche Trump, sono le armi (le armi!), l’assicurazione sanitaria, la bancarotta per potersi curare.
l’America è anche quella parte idiota e bigotta che mi terrorizza. L’egocentrismo.

Abbiamo applicato per la Diversity Visa Lottery, la lotteria che consente di essere estratti per poter andar a vivere negli USA con una green card in mano.
Staremo a vedere, non è più il nostro sogno ma ad una visa che cade dal cielo non saprei dire di no.
Saremmo ben pagati se vivessimo in America ma, di nuovo, non so se ci basterebbe quello per esser felici.

Troveremo un posto per noi?
Possibilmente collegato con un volo diretto?

Serena, ma quanti cavoli che c’hai, dirà qualcuno.

Lo so, ma è anche la libertà di autorizzarci a pensare che abbiamo conquistato.
La splendida pretesa di poter avere qualcosa di piu’.
E di volerci provare.

 

HO FATTO COME MI PARE

HO FATTO COME MI PARE

Roma, Natale 2017.

Per cominciare questo nuovo capitolo ho dovuto per forza di cose pensare a ciò che è stato fino ad ora, alle esperienze fatte nei quattro anni che mi hanno vista vivere in Australia prima ed in Scozia poi.

Rileggendo le pagine del mio vecchio blog non ho potuto fare a meno di emozionarmi perché davvero noi siamo partiti da migranti, senza nessuno ad aspettarci a braccia aperte ed in pochi giorni ci siamo conquistati un lavoro, una casa e piano-piano degli amici ed una vita come la volevamo noi.
Avevamo mille paure, mille domande ma ce l’abbiamo fatta fino a qui.

Ho riletto di tutte le cadute, di tutte le giornate andate storte e di tutte le cose che mi sono state dette prima della partenza o peggio ancora di quelle che nessuno voleva dirmi e non ho stretto i pugni ne’ serrato la mascella perché non sono piu’ sulla difensiva.

Io ce l’ho fatta, la scommessa che avevo fatto con me stessa l’ho vinta già da tempo e nulla di tutto questo sarebbe stato possibile se avessi dato ascolto a chi mi amava tanto da non volermi far andare via e a chi non mi amava affatto e sperava solo che si spezzasse il mio sogno ed io con lui.

Sono passati quattro anni, rimango una migrante che ha lottato tanto ma che ha anche goduto di benefici enormi, quali l’essere cittadina Europea per nascita e figlia del mondo nel cuore.
Ho avuto dei momenti no, sono stata disperata e certe volte senza speranze, ho avuto paura tante volte ma dentro di me lo sapevo che stavo costruendo qualcosa di bello.
Che stavo andando da qualche parte.

Mi chiamo Serena, ho 34 anni, un marito che amo e mi vuole bene, un bilocale bellissimo anche se non è nostro, una nuova laurea quasi sotto il braccio ed un lavoro che adoro.
Mi sono successe tante cose belle e alcune di queste le ho fatte succedere proprio io.

Ho fatto come mi pare e sono stata ricompensata.

Da qui il nome del blog che mi accompagnerà, spero, nel viaggio verso un posto da chiamare casa.
Posto che pensavamo di aver trovato in quel di Melbourne ma più vivi la vita in un certo modo più inizi a guardare alle cose, alle tue idee, con mente aperta, occhi lucidi e nuove prospettive.

Ed il bello di questo lunghissimo viaggio è anche questo.