10 ore da spendere a Melbourne

10 ore da spendere a Melbourne

Meravigliosa come sei.

Un’amica conosciuta ad Edimburgo sarà a Melbourne per 10 ore, tra una coincidenza da prendere e l’altra.

Mi ha chiesto cosa vedere, cogliendomi di sorpresa mentre realizzavo di non saper rispondere.

Ho chiuso gli occhi un minuto e tutto mi è tornato in mente, con dieci ore a disposizione avrei iniziato da Federation Square, dove gli australiani ed i turisti si siedono a mangiare il pranzo, gli occhi contro la città. Lì dove i palazzi si persono dietro alla cattedrale di Saint Paul, con la stazione a fare puzzo e rumore, dove le persone corrono e ridono, per prendere il treno.

Mi sarei presa qualche ora per tornare nel mio posto speciale, ai Royal Botanic Gardens Victoria e lì mi sarei stesa al sole, come facevo sempre. Ci sarei andata da sola, ritrovandomi ancora e ancora.

Ora di pranzo ed i piedi mi avrebbero portata nei miei tre posti del cuore, tutti e tre asiatici ma avrei oltrepassato il mio sushi place preferito per una tazza di Pho. Avrei chiesto una porzione extra di basilico e limone, per godermelo come piace a me, seduta nel locale sporco e rumoroso, forse l’unica occidentale in mezzo a tanti asiatici affamati.

Uscendo avrei preso il bubble tea di Gotcha, quello che sapeva di pomeriggi a casa di nonna, quando Roma si faceva buia. Il numero 3, l’earl grey milk tea, lo ordinavo per quello, per ricordare che in Italia ero esistita per davvero.

Sarei corsa alla National Gallery per perdermi e vedere le nuove mostre, le installazioni maestose ed imprevedibili e da lì sarei tornata sui miei passi per raggiungere il mio ponte preferito, l’Evan Walker Bridge, dove forse avrei pianto perché pochi posti al mondo mi hanno rubato il cuore così.

Come attirata da una calamita, sarei andata verso il casinò, per vederlo da fuori, lì dove i fuochi delle colonne diventano forti, facendo sobbalzare i passanti ignari e sgranare gli occhi ai bambini.

Con il viso ancora caldo avrei camminato lungo lo Yarra, respirando piano, per godermi tutto, anche i moscerini lì dove si ritrovano le papere, dove i cigni esistono solo neri.

E proprio allora mi sarei ricordata perché mi sentivo tanto a casa e quanto tutto questo mi è mancato e stia mancando, anche se non ci penso mai, anche se non ci penso più.

Chiuso da qualche parte nel mio cuore, con due o tre mandate, assieme a tutte le cose che sono importate ma che ho dovuto mettere via.

Che ho deciso di mettere via.

Annunci
Applicando per un Lavoro che potrebbe portarmi lontana da Te

Applicando per un Lavoro che potrebbe portarmi lontana da Te

 

L'attesa di chi è il volo puo' capirla solo chi ha qualcuno dal quale ha voglia di tornare.
L’inquietudine e l’impazienza di chi sta volando per tornare da qualcuno è una emozione che non tutti conoscono e che io non posso spiegare.

Abbiamo litigato un giorno intero ma una volta abbassate le difese ci siamo ritrovati abbracciati sul letto. Lui voleva tornare in Europa per studiare Informatica, io avevo il cuore a pezzi.

Parlai e scrissi per far chiarezza, anche io non volevo accontentarmi dell’uovo oggi se potevo veramente avere una gallina domani.

Quella riflessione mi servì, e presi presto la mia decisione: avremmo lasciato l’Australia per farlo studiare in Europa ma non sarei stata a mantenerlo mentre tornava sui libri, sebbene quella fosse la cosa più ovvia e facile da fare per entrambi.

Mi sarei rimessa a studiare anche io per inseguire e acciuffare il cambiamento anche con le mie, di mani.

Che poi se mi dai un calcio in culo, tu sei l’ingegnere ed io quella che era sposata con un ingegnere“.
Mi ha presa mentre cercavo di scappare dal suo abbraccio, ci siamo pizzicati, rotolati e abbiamo riso di quell’ipotesi.

No, non penso che mio marito mi darà un calcio in culo ma quel pensiero da qualche parte l’ho trovato perché è basato su una realtà che conosco e malgrado io sappia e riconosca la solidità del mio matrimonio, il mio futuro economico non poteva essere solo nelle mani di lui. Come non poteva esser su di lui tutto il peso di noi.

Volevo il mio pezzo di potere, merito e fatica.
La mia indipendenza.

E amarci ancora e di nuovo, da persone libere, senza legacci e disequilibri a tenerci assieme e stretti.

Io non posso immaginare la mia vita senza di lui, non perché non potrei camminare da sola ma perché siamo noi.

È la persona che voglio trovare quando torno a casa, la mia cuccia, il mio uomo ed il mio amico, quello che voglio ancora, che scelgo ancora.
Sogno ad occhi aperti la casa che avremo presto ad Edimburgo dove i nostri lavori ci aspettano, immagino la scrivania, il letto comodo, le vetrate e la città che conosciamo a riderci attorno. Immagino i momenti a letto, stanchi e le chiacchiere dopo una giornata.

Insieme, io e lui, abbiamo costruito tutte queste possibilità che abbiamo oggi e per questo io non posso fermarmi e neanche lui.

Per questo ho preso una decisione e mentre la mia mano cliccava sul form sentivo freddo, avevo paura, ma anche il cuore a mille, come quando capitano le cose belle, quelle che emozionano. Lui era accanto a me, spronandomi a fare la cosa giusta.

Mi sono candidata per una azienda grande e grossa, una che mi piace. L’ho fatto perché il lavoro che vorrei fare non esiste ovunque, potrei non trovarlo ad Edimburgo e di aziende che cercano nuove leve non ce ne sono tante. lo devo provare questa strada, lo devo a me stessa e a noi, che abbiamo lottato tanto per arrivare qui e mai vorrei che ci trovassimo a maledire una scelta fatta per comodo.

Quella mia di cercare lavoro solo dove il lavoro particolarmente buono lo ha già lui.

Una grande azienda di videogiochi ha pubblicato una offerta per un lavoro a due ore da Edimburgo e no, non mi prenderanno, così come non mi prenderà la Pixar in California e altre aziende importanti che non vi direbbero nulla, se ve le nominassi.

Io intanto ci ho provato però, io intanto ci devo provare – e questo me lo porto con me, a definizione di chi sono.

Ho immaginato il dormire sola, separati e mi sono chiesta se ne potrebbe mai valere la pena. Non penso, davvero non lo penso ma devo potermi autorizzare a provare ad avere la carriera che vorrei, a provarci per me.

Non succederà, non mi chiameranno ma gli ho accarezzato la guancia come pensassi che potesse sparire. Lui mi ha preso la testa e detto che come sempre in qualche modo faremo.

Perché così siamo noi.

SONO (STATA) RAZZISTA

SONO (STATA) RAZZISTA

Faccio come mi pare, facciocomemipare, sono (stata) razzista, sono razzista, non sono razzista ma, non sono razzista, integrazione, migranti, immigrati, emigranti, italiani all'estero, e
Una sera fuori, mangiando pizza koreana. Sì, esiste anche quella ed è buona.

Sono stata razzista.

Che cosa è l’odio per le persone diverse da noi e quanto è questo connesso alla non conoscenza e quindi con la mera paura dell’altro? Bada bene, non sto parlando di ignoranza per offendere e per dimostartelo ti mostro chi ero io, che sono stata razzista per molto tempo ed ho cambiato idea solo parlando con le persone che mi facevano paura e quindi rabbia.

A diciotto anni leggevo solo libri sulle donne abusate dai propri familiari e mariti musulmani (esistono), avevo lanciato una petizione online per salvarne una e vivevo in questo quartiere di Roma dove ci dicevamo: “siamo gli unici Italiani sul bus“. Lo capivi perchè attorno erano tutti di un altro colore ed in più il bus, come in tutta Roma, puzzava, era sempre pieno e pochi pagavano il biglietto.

Avevo fatto due più due.

Veniva cinque ma non potevo saperlo perché avevo diciotto anni e c’erano tante cose che non sapevo.

Verso i vent’anni leggevo Oriana Fallaci descrivere l’Eurabia e la sua paura folle che loro venissero a colonizzarci, io tremavo per la rabbia ed oggi penso, Oriana, grandissima mia amata guerriera e scrittrice, eri forse diventata anziana e chiusa come succede a tanti di noi? Proprio tu che avevi viaggiato il mondo e del diverso ti eri innamorata? Non era solo questo la Fallaci, era figlia del suo tempo, questo sì, proprio come lo sono alcuni miei parenti e spiaggiata in un contesto che le permetteva di parlare in quel modo doloroso e cieco, proprio come certi amici e conoscenti quando dicono cose delle quali io mi vergognerei. Oggi.

Mi pare ci fossero le politiche in Italia e la Santanchè manifestava contro Veltroni, dicendo: “Voleva andare in Africa e invece l’Africa ce l’ha portata qui”. Io pensavo, che gran donna, questa Santanchè, che due coglioni che ha e quanta verità.

Prima dei trenta lavoravo in un posto che assumeva ragazzi che venivano un po’ da tutto il mondo, erano tutti regolari, ed erano soprattutto – sorpresa, sorpresa! – persone, sorrisi e storie. Anche cacca ogni tanto, come qualsiasi persona al mondo.

C’era la ragazza che avevo scoperto indossare il velo durante il Ramadan e cosa potevo dire io di lei e di quella sua scelta se solo fino al giorno prima mi invitava a casa sua per nuotare sulla barriera corallina ed io ci pensavo seriamente? Se fino al giorno prima ridevamo insieme e parlavamo male degli stessi personaggi. Se ci somigliavamo e l’avevo sempre considerata una con un carattere deciso e per nulla sottomesso? Il SUO velo sui capelli in che cosa avrebbe dovuto riguardare ME?

C’erano i ragazzi dell’Est Europa e non venivano al lavoro ubriachi nè stupravano e, con il senno di poi, parlavano Italiano meglio di come io parlo inglese oggi. Leggevano libri importanti come i loro sogni eppure ogni giorno avevano a che fare con qualche Italiano che li guardava storto: oggi penso che almeno loro potevano nascondersi, tacendo l’accento, che non erano neri, colore evidente che fa partire la testa a molti, sui bus pieni, specialmente.

C’era infatti l’uomo Africano che in Italia ci DOVEVA stare malgrado la sua famiglia avesse trovato rifugio in Francia, dove suo figlio cresceva per questo senza di lui. Era un assurdo gioco di burocrazia internazionale infinito. In Italia ci doveva stare ma parlava benissimo la mia lingua e ogni tanto sbottava e diceva ma guarda che io c’ho una laurea in marketing, non dico cazzate!, che troppa gente non lo guardava neanche in faccia quando parlava, che nel loro immaginario era sceso dagli alberi, come le scimmie.

Frase che ho sentito dire tante volte e con enorme orgoglio ed una gran risata, in Italia, così come “non sono io razzista ma loro ad essere neri”.

Al mio matrimonio invitai due ragazzi di colore ed una ragazza dell’Est Europa. Un invitato a cui voglio un bene dell’anima, mi disse che stavo sbagliando qualcosa e di metterlo lontano da quel tavolo, soprattutto dalla ragazza dell’Est. Rimasi male ma non riuscivo a provare una vera rabbia, mi sembravano discorsi così normali a quei tempi, era solo un parere. Ed i pareri mica fanno male a qualcuno, o no?

Poi sono partita e la mia testa ha fatto ka-bum.

Ho tenuto dentro di me altri pregiudizi e sono tutti (o quasi) andati a farsi fottere mano a mano che conoscevo persone, esseri umani da tutto il mondo, di ogni colore e credo.

Puoi odiare la donna con il velo che cucina per te e con cui ti scambi i regali a Natale?

Puoi dire “non mangio indiano perché sono sporchi” se poi provi il pane naan appena sfornato?

Puoi pensare “scimmia appena scesa dall’albero(*)” del ragazzo di colore che studia con te in Università? O del tuo capo? O dei tuo medico? O del ragazzo che ti sorride servendoti il caffè mentre scherza con i colleghi? O ancora peggio: puoi pensarlo di qualcuno che sta male? Che ha bisogno? Che ha la sola colpa di avere fame e non esser nato ricco?

Puoi avercela con i cinesi che vengono qui a farci concorrenza quando sei tu che te ne sei andata grazie ad un passaporto fortunato ed una faccia bella bianca? Quando vai dal “cinese” sotto casa per pagare meno la lampadina o l’orlo ai pantaloni? Quando ti fanno schifo ma sono gli stessi dai quali vai a farti i capelli per risparmiare?

Puoi accettare che qualcuno dica “quello non è Italiano” di un ragazzo perfettamente integrato e con un perfetto Italiano (requisito che per quanto ne so non ha a che fare con la cittadinanza o mezza popolazione italica andrebbe espulsa senza passare dal via) ma nato altrove quando TU sai cosa voglia dire vivere in un paese estero e sentirsi parte integrante e motore di quella comunità pur a volte odiando quel paese? Mi sono stupita nel risponde “I am from Aberdeen” ad un paio di persone che mi hanno chiesto di dove fossi, mentre vivevo qui ad Edimburgo. Se guardi i miei documenti è una bugia ma non lo era per me.

Io non posso odiare nessuno per la sua provenienza geografica, non dubito che qualcuno ci possa riuscire e riuscirà ancora per molto tempo ma dal mio punto di vista quella rabbia non è reale – andrebbe infatti diretta altrove – e si perde invece una occasione concreta e bella, un intreccio, un ricamo imprevisto su una tela fatta di granitiche certezze.

Anche una razzista come me c’è riuscita a superare certi pregiudizi perché quando conosci una persona non puoi provare odio immediato, a meno che quella non ti dica “piacere!” per poi darti una testata in faccia. Caso piuttosto raro e per nulla correlato con la nazionalità a quanto ne so.

Un consiglio?

Se ti allungano una mano, stringila. Non ti prenderai nessuna malattia.
Se ti chiedono di assaggiare un cibo tipico, provalo. Male che vada avrai qualcosa da raccontare ed il più delle volte sarà un “non immaginavo potesse essere cosi’ buono”.
Se puoi ascoltare gli altri, fallo. Ogni storia ha contribuito a cambiarmi e nei cuori di coloro che lasciano il proprio paese c’è un fiume in piena e questo te lo dico per esperienza personale.
Se puoi essere buono, prova. Questo non te lo devo spiegare, fare una minima differenza per un essere umano fa bene a noi in primis.

E comunque, sai, l’ultimo che mi ha detto “l’Italia agli Italiani”, era un ragazzetto che si definiva un lavoratore onesto e ci ha inculato 500 euro. Che a quel punto, sarebbe stato da dirgli che se l’Italia è questa allora se la poteva tenere, eh.

(*) Ci tengo però a dire che una frase così non l’ho mai detta ne’ pensata e solo scriverla mi ha fatta star male.

IL MIO TERZO ANNO DI UNIVERSITA’

IL MIO TERZO ANNO DI UNIVERSITA’

Faccio come mi pare, faccio come mi pare blog, studiare in scozia, universita' in scozia, studiare ad aberdeen, trasferirsi all'estero, vivere in europa, expat
Nuart 2018, Aberdeen

Era il nostro primo giorno di Università, la classe si svuotava velocemente e sembrava che tutti avessero finito in pochi minuti il laboratorio di JavaScript.

Mi sentivo una povera scema.
Ad averci anche solo voluto provare, ad averci creduto alla mia età e ad aver lasciato l’Australia per quel suicidio assistito.

Arrivò alle nostre spalle un professore, uno di quelli che fecero la differenza, e ci chiese di noi.
Gli risposi che mi sentivo stupida, se ne erano andati tutti e noi due eravamo ancora lì, come due vecchi salami.

“The harder you practice, the luckier you get”, disse lui.

Poche settimane dopo scoprimmo che la maggior parte dei nostri colleghi i laboratori non li finiva in pochi minuti, bensì li saltava a piè pari e senza più guardare gli altri decidemmo di metterci il nostro.

Stasera ho consegnato il penultimo coursework di questo terzo anno, ho le lacrime agli occhi per la felicità, il cuore che scoppia per l’emozione.
Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta!

E’ la fine del terzo anno, il degree year, questo vuol dire che tecnicamente la terza laurea ce la siamo già presa, che ce l’abbiamo garantita.
Resteremo ancora un anno per conseguire il nostro honours e scalpito, perché tutto questo si realizzi presto e proprio così come avevamo tanto sperato.

Intanto però ora lo so.

La scommessa è stata vinta.

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

Gennaio 2015 – Mimetizzarsi meglio di Rambo

Segui Amiche di Fuso.

faccio come mi pare, facciocomemipare.com, faccio come mi pare blog, australia, working holiday visa, vivere in australia, vivere a melbourne, donare il sangue, expat
Una Bella Giornata.

Io da qua non schiodo.
Sono però quella che, in un’ottica meramente scientifica, potremmo definire l’Expat Sfigata.
Quella che al paese suo era pure abbastanza ben piazzata, con il congiuntivo sempre al posto giusto ed una conoscenza piuttosto ampia delle regole base della società. Bravissima a scrivere lettere formali.
Bravissima a contattare questo o quello, a risolvere quelli che a Roma chiamiamo gli “impicci”.
Mi facevo pure il 730 da sola!Ma in soldoni non ero una scienziata neanche in Italia e manco a dire che sono brava in qualcosa, tipo, chessò… il découpage.
Che in Italia non esiste la meritocrazia e allora vado in Australia e divento leader del settore.
No, io niente découpage.
Manualità zero.
Sono un’intellettualona di quelle che leggono Fabio Volo e le biografie su Platinette e Rocco Siffredi e che le consigliano pure! 😀
Quindi avrete capito che no, non sono manco intellettuale ma piuttosto una che si emoziona facilmente davanti ai programmi trash di Sky e che non perde una puntata di Teen Mom su Mtv.

Sono più average che più average non si può.
Anzi in Australia sono pure un (bel) pochetto sotto la media.

Sono ancora una straniera e lo sarò per almeno altri 10 anni, diciamocelo.
Perché l’inglese mi sono impuntata e l’ho studiato pagando la scuola privata di tasca mia, ma non è proprio la mia lingua madre e certi giorni mi esprimo ancora come Mami di Via col Vento.Sono arrabiata? Sono triste? Sono sotto stress? Ecco che esce fuori la Mami che c’è in me.
“PERCHÈ TU CATTIVO?”, chiedo.
E mi immagino con la gonnona ed il fiocco in testa, a cercar di salvare le tende da quella pazza isterica di Scarlett.
Alla carica Mami prende il sopravvento del mio cervello, quella donnona perennemente basita fa le scarpe alla maestrina che ero, quella che invece oramai se la dorme della grossa, sotterrata da montagne di “who am I?” e “cosa ho fatto???”.

Sono partita da Roma sapendo di dover ricominciare e ricominciare veramente.
Non tipo che cambio l’utenza del telefono e compro uno zerbino nuovo perché andrò a vivere in un altro quartiere.
Noi abbiamo chiuso la porta di quella che era casa, certi di non tornare.

Abbiamo organizzato il nostro espatrio in un anno e nonostante il grande lavoro di preparazione alcune cose continuano a non essermi chiare. Le stesse che prima erano invece così evidenti e cristalline.
Per esempio adesso non capisco più se sto parlando o meno con un idiota.
Prima lo capivo subito.
Adesso la scema sono io!
Mi sembrano tutti così intellettuali, con il loro inglese perfetto da lingua madre.Ogni tanto ho un flash! “Mi sa che questo è un cretino!” Raramente è però una certezza di quelle lampanti. Al massimo rimane un dubbio.

Ci sono dei momenti nella vita in cui vorrei solo dire “perché non muori gonfio?” alla persona che ho di fronte.
Nella mia lingua ero così brava ed immediata nel reagire alle offese utilizzando la parola e solo la parola, rigirandoti contro la frittata e trovando la scappatoia perfetta.
Non e’ più così, sono una Expat Sfigata, appunto.

Qui non ci sono più i miei punti di riferimento.
Non vendono il Chilly verde.
Ho trovato un detergente intimo della Felce Azzurra e odora di dopobarba da maschio d’altri tempi. Non ha senso.
Se ho fame non posso farmi un trancio di pizza al taglio con le patate e il rosmarino.
Bianca.
Con il sale grosso sopra.
Ed un filo d’olio.
Mmm.
Non posso, qui non c’è.
Forse è meglio così! 😀

Che poi un rametto di rosmarino al Coles costa 3,50 dollari, quando in Italia me lo regalava la Signora del banco sotto casa.

Devo imparare tutto da capo!
A Melbourne sono riuscita a farmi riprendere dall’autista del bus perché stavo in piedi anziché seduta!
Ao’, io vengo da Roma.

Ho imparato presto a dire “NO coriander” per non finire col il vomitare la zuppa e questo è un bel passo avanti.
O no?
Si trattava di sopravvivenza della specie.

Tutto è cambiato mentre io sono rimasta quella di prima, settata per un altro Paese. Tra l’altro qui hanno le gambe sode e lunghe e camminano scalze.
Io non sono proprio così.

Sono partita determinata a conquistare questa parte di mondo con la mia bandierina.
Ho fatto delle amicizie nuove e sono qui da soli 5 mesi.
I due passi fuori li faccio solo con altri italiani però.
Ero partita determinata ad integrarmi con la gente di qui ma niente.
Per adesso gli Australiani ridono alle mie battute ma da qui ad uscire per una birra o un BBQ… No, anche no.
Sarebbe come uscire con la nonna sorda.

“What? Cosa hai detto”?
Sorda ma una cifra simpatica.

Insomma, io da qui non schiodo.

È qui che voglio vivere, crescere, investire ed invecchiare.
Sono più felice come straniera qui che come cittadina in Italia.

Non si torna indietro, non lo prendo neanche lontanamente in considerazione.
È qui che sogno di potermi integrare.
La mia gente, lo sento, è qui.

Mi scende una lacrima quando vedo le vecchine/volontarie che spiegano la strada ai turisti, o quelle nelle biblioteche e nei musei.
Sempre disponibili, sempre in prima linea.
Mi piace il senso della comunità che si respira a Melbourne e ancora di più nei piccoli suburbs dove l’intera area è invitata a condividere e socializzare.
Dove c’è sempre un motivo per uscire di casa e far festa tutti insieme.

Mi piacerebbe avere una casa come la loro, come gli Australiani, ed un portico dove invitare amici per bere una birra e parlare per tutta la notte.
Scacciando gli insetti e sentendomi grata per aver costruito così tanto.
Sogno di poter vivere in questo Paese con un visto che mi renda uguale agli altri e non più ospite.
È un processo che richiederà tanto impegno e tanto tempo ma non per questo il mio desiderio di integrazione deve restare così a lungo inappagato.

Così tra i propositi dell’anno nuovo c’è il mettermi in gioco in prima persona.
Provare a fingermi una di loro, spronarmi a far parte di questa comunita’, mettendo il mio tempo a disposizione degli altri, esattamente come le vecchine in Biblioteca.
Dando qualcosa a questa comunità che mi ha dato la possibilità di godermi questa Working Holiday Experience come la chiamano loro, questa Possibilita’ Pazzesca, come la chiamo io.

Sono cosi’ finita a donare il sangue al Donor Centre della Croce Rossa, quello in Bourke Street, segnalato per tutta la citta’ con una marea di cartelli, segno che (anche) qui e’ una cosa seria, che coinvolge e abbraccia proprio tutti e non solo i piu’ sensibili e attenti.

Il Donor Centre era pieno di vita e colori, tra impiegati, volontari e poster motivazionali deliziosi.
E’ stato bello essere accolti da tutti quei sorrisi, sommersi da tante informazioni utili.
Il primo grazie me l’ha sussurrato la ragazza seduta alla reception, che sta qui ogni giorno dalle 7 alle 18, proprio per favorire la raccolta degli appuntamenti.

Un po’ meno bello e’ stato ritrovarsi il dito bucherellato da una pazza esagitata.
Che mi ha fatto ripetere 3 volte lo spelling del mio nome perche’ era una di quelle che MACHITICAPISCETORNAALPAESETUO.
Pure nel volontariato una un po’ stronza capita, eh. 😀

Ma cosa mi importa quando leggo che il 34% del sangue donato viene utilizzato per aiutare i pazienti malati di Cancro e che con UNA sola donazione posso concorrere a salvare ben TRE vite?

L’esperienza in se’ e’ stata bellissima, mi hanno coccolata come se fosse una giornata in Spa, con le infermiere che si alternavano per farmi stare rilassata e comoda, per chiedere come stesse andando.
Sdraiata sul mio comodo lettino ho incrociato lo sguardo di un business man e di uno studente, scorgendo sui loro visi gentilezza ed onesta’ e sorridendo di rimando.

Al termine della donazione ho potuto scegliere tra una miriade di snacks, calde tortine farcite e milkshake.
Con il ragazzo addetto alla caffetteria che mi consigliava di bere ancora un po’ di acqua e di rimanere seduta, di rilassarmi assieme agli altri donatori, leggendo i giornali messi a disposizione di tutti.

E’ stato davvero bello, anche se ho passato il resto della giornata con un mal di testa fortissimo che pero’ ho gia’ dimenticato e archiviato! 🙂 Mi sono sentita bene, di un bene che conta, quello nella pancia che ci rende felici, e questo nonostante la spossatezza fisica.

Tornero’ quanto prima a far parte di quel gruppo eterogeneo di uomini, donne, anziani, giovani, colori e lingue diverse.

Lo so che non mi regaleranno la Cittadinanza per una singola donazione e che comunque rimango una Expat Sfigata ma so anche che voglio mettercela tutta per integrarmi. E che questi sono tutti passetti verso il mio Sogno.

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

 faccio-come-mi-pare-faccio-come-mi-pare-blog-vivere-allestero-vivere-in-australia-vivere-in-europa-vivere-in-america-expat-expat-blog, blog da leggere, blog da seguire, blog dal mondo
Una estate a Stonehaven.

Se fossi partita a vent’anni probabilmente sarei finita a Londra, in una casa condivisa a lavorare come una trottola, le sere off a fare il pieno al pub.
Ma sono partita a trenta, siamo partiti in due, e a parte il lavorare come una trottola, tutto è diverso.

Manchiamo dall’Italia da quattro anni ed iniziamo a desiderare di poter mettere radici da qualche parte, di comprare una casa nostra, di poter aver l’orto ed il BBQ per gli amici ed i parenti in visita. Un gatto, due, un cane enorme. Vorremmo una casa grande, con una veranda e le sedie, due comodini, un letto king e l’armadio scorrevole.
Un posto che sia nostro, che abbia il nostro sapore.

Abbiamo 15 anni di contributi spalmati su 3 paesi diversi.
Mio marito pensa alla pensione, ce la daranno?
Ci basterà?

Io vorrei poter traslocare meno e fermarmi in un posto che mi piaccia ma per un po’.
Un anno in Giappone, tornare in Australia, provare l’America.

Non per sempre.
Perché io, arrivata a questo punto, so solo che il mondo è grande e che non sono pronta per decidere, per scendere qui o lì.

A volte penso “ma chissene frega“, andiamo dove tira il vento, che importa di avere una casa?
Che cosa è questa ossessione per il mattone quando hai il mondo da girare?
Anzi sai cosa?
Non mettiamoci limiti, camminiamo per il mondo che per fermarci ci sarà sempre tempo e modo.
Rendiamo casa ogni pezzettino del mondo, possiamo farlo, lo abbiamo fatto fino ad ora!
Chi ci ferma?

Potremmo far tutto oggi, per come stiamo oggi, per le persone che siamo oggi, per la salute che abbiamo oggi.
La vita però a volte prende a schiaffi e da qualche parte nella testa quell’idea di nomadismo viene cancellata dalla paura, dalla saggezza – o conformismo – di quei millenni di umanità che, quando può, stanzia.

Ancora un anno e mezzo e avremo una laurea importante sotto il braccio ed una nuova decisione da prendere. Ancora un anno e mezzo e saremo liberi di andare via da qui ma… per dove?

Non abbiamo un ingaggio con una particolare società, non siamo vincolati con una determinata location, possiamo lavorare da dove vogliamo, siamo liberi di vagabondare, per ora.
Questa libertà scotta, ci permette di poter decidere ogni dettaglio del nostro prossimo trasferimento.
E a pagarne tutte le conseguenze.
Non avremo i facchini delle società ad impacchettarci la casa, non avremo gli HR a trovarci un nuovo posto in cui vivere, eventuali visti saranno a carico nostro dal primo all’ultimo documento, dal primo all’ultimo bonifico.
Saremo noi a dover far tutto, di nuovo, da capo, con lo stomaco incerto.
E questo pesa, fa paura ma è anche bello.

Dove andremo?

– Australia?
Quando ho lasciato Melbourne ero sicura che fosse casa mia.
Era la vita che volevo, vivevo in pieno centro e non in quei suburbs che mi avrebbero dato alla noia, avevo amici con cui andare fuori quando volevo, avevo la vita che volevo.

Melbourne e’ arrivata al momento giusto, anzi perfetto.
Ma la distanza ora mi fa paura.
Mi fa paura sapere di essere cambiata.
Melbourne l’abbiamo cercata quando ci servivano quelle miglia di distanza tra noi ed il nostro passato.
Quella distanza mi terrorizza ora che sono abituata a tornare in Italia tre o quattro, quattro!, volte l’anno.

Me lo aveste detto quattro anni fa mi sarei arrabbiata.
Ma ho paura di tornare down under e capire che non è più quel tempo, meraviglioso, che non è più lei quella che ci serve.

Melbourne è arrivata al momento giusto, noi eravamo li’ al momento giusto!

Se ci trasferissimo in Australia avremmo da affrontare un visto molto costoso ma una volta lì saremmo ben, davvero ben, pagati. Allettante ma ad un certo punto anche i soldi non hanno lo stesso valore se i tuoi affetti sono a 24 ore di volo.

Europa?
Si ma dove?
Vorrei un posto con il sole, dove si parli l’inglese e che sia ordinato.
Eggia’, non esiste un posto così.

Mio marito ogni tanto sogna la Danimarca, io ne ho paura.
Ho trovato Copenaghen bellissima ma non credo possa esser casa mia, non lo credo proprio.
Una nostra amica ci vedrebbe bene a Stoccolma e lei ha vissuto qui ad Aberdeen e l’ha maldetestata proprio come noi, eppure ci consiglia la Svezia perche’ non c’è paragone, dice, ed io mi fido.

E se rimanessimo negli UK?
La Gran Bretagna mi ha delusa ma ho vissuto in una zona spiacevole, ho avuto a che fare con certe mentalità che, ne sono certa, poco rappresentano gli United Kingdom.
Non dico rimanere qui al nord della Scozia ma siamo qui da più di tre anni, altri due e potremmo avere un visto permanente, Brexit o non Brexit.

Se dovessimo rimanere qui scenderei, verso sud ma non Londra.
Non voglio dover pagare tutta la vita un mutuo esorbitante per una casa in zona 1000.

Sono troppo vecchia.

– America?
Chi mi legge dall’inizio potrebbe ricordare che galeotto fu il mio viaggio di nozze, quando scoprii la gentilezza degli americani  e la bellezza di quella parte di mondo.
Che sì, lo dirò fino allo sfinimento, in Italia quella gentilezza per il prossimo, per colui che incontri in ascensore per caso, quel modo di sorridere, io non la trovavo più.

Ma l’America è anche Trump, sono le armi (le armi!), l’assicurazione sanitaria, la bancarotta per potersi curare.
l’America è anche quella parte idiota e bigotta che mi terrorizza. L’egocentrismo.

Abbiamo applicato per la Diversity Visa Lottery, la lotteria che consente di essere estratti per poter andar a vivere negli USA con una green card in mano.
Staremo a vedere, non è più il nostro sogno ma ad una visa che cade dal cielo non saprei dire di no.
Saremmo ben pagati se vivessimo in America ma, di nuovo, non so se ci basterebbe quello per esser felici.

Troveremo un posto per noi?
Possibilmente collegato con un volo diretto?

Serena, ma quanti cavoli che c’hai, dirà qualcuno.

Lo so, ma è anche la libertà di autorizzarci a pensare che abbiamo conquistato.
La splendida pretesa di poter avere qualcosa di piu’.
E di volerci provare.

 

HO FATTO COME MI PARE

HO FATTO COME MI PARE

Roma, Natale 2017.

Ho fatto come mi pare.

Per cominciare questo nuovo capitolo ho dovuto per forza di cose pensare a ciò che è stato fino ad ora, alle esperienze fatte nei quattro anni che mi hanno vista vivere in Australia prima ed in Scozia poi.

Rileggendo le pagine del mio vecchio blog non ho potuto fare a meno di emozionarmi perché davvero noi siamo partiti da migranti, senza nessuno ad aspettarci a braccia aperte ed in pochi giorni ci siamo conquistati un lavoro, una casa e piano-piano degli amici ed una vita come la volevamo noi.
Avevamo mille paure, mille domande ma ce l’abbiamo fatta fino a qui.

Ho riletto di tutte le cadute, di tutte le giornate andate storte e di tutte le cose che mi sono state dette prima della partenza o peggio ancora di quelle che nessuno voleva dirmi e non ho stretto i pugni ne’ serrato la mascella perché non sono piu’ sulla difensiva.

Io ce l’ho fatta, la scommessa che avevo fatto con me stessa l’ho vinta già da tempo e nulla di tutto questo sarebbe stato possibile se avessi dato ascolto a chi mi amava tanto da non volermi far andare via e a chi non mi amava affatto e sperava solo che si spezzasse il mio sogno ed io con lui.

Sono passati quattro anni, rimango una migrante che ha lottato tanto ma che ha anche goduto di benefici enormi, quali l’essere cittadina Europea per nascita e figlia del mondo nel cuore.
Ho avuto dei momenti no, sono stata disperata e certe volte senza speranze, ho avuto paura tante volte ma dentro di me lo sapevo che stavo costruendo qualcosa di bello.
Che stavo andando da qualche parte.

Mi chiamo Serena, ho 34 anni, un marito che amo e mi vuole bene, un bilocale bellissimo anche se non è nostro, una nuova laurea quasi sotto il braccio ed un lavoro che adoro.
Mi sono successe tante cose belle e alcune di queste le ho fatte succedere proprio io.

Ho fatto come mi pare e sono stata ricompensata.

Da qui il nome del blog che mi accompagnerà, spero, nel viaggio verso un posto da chiamare casa.
Posto che pensavamo di aver trovato in quel di Melbourne ma più vivi la vita in un certo modo più inizi a guardare alle cose, alle tue idee, con mente aperta, occhi lucidi e nuove prospettive.

Ed il bello di questo lunghissimo viaggio è anche questo.