Marzo 2017 – Il prezzo da pagare

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Nella mia famiglia i capelli bianchi arrivano troppo presto, non che uno sia mai disposto a vederli apparire.
Io li ho scovati improvvisamente, giuro, da un giorno all’altro, in mezzo alla riga che da sempre porto al centro, monotona come solo Maria Maddalena prima di me.
Sono comparsi a grappolo sulla mia testa, facendosi notare in mezzo al castano scuro, che quel candore non lo sa nascondere e anzi ci tiene a metterlo in mostra.
All’alba dei miei trentadue anni conoscevo il mio piccolo declino, la ruga che si è insediata sopra il mio naso, tra gli occhi, e quell’iniziare a dimostrare l’età che, dopotutto, tengo.
Giorno dopo giorno lo specchio mi è testimone e mi rendo conto che sto cambiando, che non cresco più, bensì invecchio.

Di me sapevo tutto ma non immaginavo, invece, di trovare tanti capelli bianchi sulla testa tonda di mio fratello, diciannove mesi dopo la mia partenza.
I suoi capelli corti, come i miei sempre portati uguali, ma con del bianco qua e là, a prova della sfiga genetica e del tempo che è davvero passato mentre io me ne andavo per il mondo.
Ma è lui, lo riconosco, e con le lacrime negli occhi e l’allegria nella pancia, gli ficco la testa sotto il mento e struscio, abbracciandolo come non potevo fare da troppo tempo e la voce mi diventa stupida mentre gli dico quanto mi è mancato.

Del tempo che è passato me ne accorgo, ancora, abbracciando mio nipote, lasciato a sei anni e mezzo e ritrovato ad otto.
Prendo male le misure mentre mi si lancia incontro, me lo aspetto e lo cerco poco sotto al mio seno.
E’ invece così alto, quasi uno spilungone.
Inizio ad immaginare l’uomo che presto sarà e fa male sapere che non ci sarò nel suo quotidiano, per me crescerà di 10 cm in 10 cm.

Quando mi siedo mi viene sulle gambe e, come lui, anche la mia nipotina si fa dondolare accoccolandosi in braccio, mentre la stringo annusandole i ricci dorati.
Lei ha ancora la sua parlata buffa mentre mi racconta, a macchinetta, di Flozen, Tumbo e del cartone sul topo che cucina.
Mio nipote invece non si fa più baciare come prima, a volte si scansa quando esagero.
L’ho lasciato che diceva ho gomitato quando mi raccontava di essere stato male ed era cintura giallo-arancio, mentre ora è ad un passo da quella blu, il che vuol dire che mi sono persa almeno tre premiazioni di karate. Per non parlare degli svariati allenamenti che una volta, invece, presidiavo.
Non sbaglia più le parole come faceva quando era un cucciolo pieno di capelli ma quando si imbroncia ha ancora quel musino da bambino e gli occhi azzurri, tondi e belli quando ride, quelli spero non cambieranno proprio mai.

E’ ancora un bambino ma è anche così grande.
Tutto questo non è cambiato giorno dopo giorno per me, non è cambiato sotto al mio naso.
Il cambiamento mi si è parato davanti tutto assieme, mostrando l’evidenza di un lasso di tempo che non ho visto passare, pur percependolo, razionalmente, con l’andare del calendario.

E’ questo il prezzo da pagare per la vita che ho scelto?
Crescere, anzi invecchiare, lontano da chi amo davvero e temere di perderne l’essenza, di lasciarmeli sfuggire impossibilitata a stringerli, a trattenerli, tra le dita.
Consapevole di non esserci per loro nel momento del bisogno e men che meno in mezzo alle loro giornate di gioia.

Seduta, durante un pranzo insieme a base di kebab, in uno dei posti che erano nostri, mi sembra che il tempo si sia fermato a quasi due anni fa. Ritrovo tutti i pezzi del mio cuore, così come li avevo lasciati.
La conversazione è diversa da quella che avviene nei nostri incontri al telefono, quando mio fratello comincia sempre con un “che mi dici?” e lo sento che sta cucinando la cena mentre con la guancia tiene il telefono per aver le mani libere.
Seduti a quel tavolo siamo diversi, attenti e presenti così come dovrebbe essere.
Le cose arrivano veloci quando ci si guarda in faccia, le parole escono immediate e si ride tanto di più incrociando gli sguardi che ami e riconosci.

Sembra che non sia passato un solo giorno da quando le nostre strade si sono in qualche modo separate, da quando ho scelto di cambiare rotta ed abbandonare la madre Patria.
Invece il tempo è passato e nello shock di ritrovarci in aeroporto – ed io non ho occhi che per lui, mio fratello, che una volta aveva la testa a panettone, esattamente come suo figlio – ne avverto ogni secondo e mi chiedo:

“Sarà sempre così?
Sempre peggio?”

Un giorno potrei non ritrovare coloro che amo, non arrivare in tempo.
Ogni giorno perdo qualcosa lì che non tornerà più.
La quotidianità che c’era e non c’è più nonostante gli sforzi di tutti noi.

Riprendo l’aereo e mi ritrovo distrutta al pensiero di ciò che perdo, di nuovo, dopo ogni partenza.
Divisa tra il desiderio di non andar più via e quello di non voler vivere laggiù un solo giorno in più.

Sono ancora sull’aereo quando realizzo e sussurro a mio marito: “Adesso siamo di nuovo soli, di nuovo solo io e te”.

Serena, Scozia

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25 pensieri su “Marzo 2017 – Il prezzo da pagare

  1. Mi pare di leggere la stessa nostalgia dei migranti italiani di una generazione fa. Certo, Skype e Whatsapp aiutano ma rimane questo peccato, di andare via, di lasciare affetti e luoghi, che la tecnologia non pò davvero restituire.

  2. Mi rispecchio molto nei tuoi pensieri anche se noto un pizzico di nostalgia…Sei molto coinvolgente, grazie per aver condiviso tutto questo con noi!

  3. Cara Serena, le radici sono le radici, nessuno ce le può strappare. Io sono stata lontana solo un anno, e del mio rientro ricordo nitidamente due sentimenti contrapposto, il giorno dopo il mio ritorno:
    1. La gioia immensa di riabbracciare la mia famiglia
    2. La consapevolezza che tutto era rimasto come prima.

    1. Sono gia’ quattro anni, penso che per molti all’inizio non sembrasse una cosa seria e reale. Invece guarda quanto tempo e’ gia’ passato…

  4. Io per vari motivi non vado a casa da sette anni. Mia sorella ha due Marmocchi, il primo ha 7 il secondo che non ho mai visto 4. Sono con la coscienza sporca e sospiro… Ma me lanfaccio anche un po’ sotto perché insomma dai diciamocela tutta c’è anche un po’ di paura per tutto quello che mi sono persa e che ho paura di vedere e affrontare come la vecchiaia, non solo mia ma di tutti coloro che ho lasciato li

    1. E’ molto triste pensare di non poter tornare per cosi’ a lungo, ti abbraccio e spero che le cose possano migliorare tra di voi.

  5. Racconto molto toccante! È vero, lasciare la propria famiglia, i propri cari non è facile! Ma se quello che hai laggiù ti rende felice è inutile tormentarti! Hai già scelto, in caso contrario……

    1. Non e’ automatico, in generale, quando si parla di sentimenti ed emozioni ma certo questa e’ la vita che ho scelto. 🙂

  6. Mentre leggevo questo post riflettevo che la lontananza non è per forza causata dalla distanza. La famiglia la porti nel cuore e quindi in fondo ti è sempre un po’ vicina. Skype e whatsapp possono aiutare a colmare le distanze.

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