Ottobre 2016 – Voglio studiare in America ma…

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Ho incrociato il viso di Federica quando ancora vivevo in Australia.
Io cercavo di rimanere.
Lei di andare.

In America.

A realizzare il suo sogno di studiare alla Columbia University che l’aveva accettata.
Federica faceva parte di quel 9,6% di studenti ammessi, selezionati.
Saltava di gioia aprendo la lettera di ammissione, rideva, fremeva e ti veniva da sorridere con lei guardandola.

Servivano 80.000 dollari però, per poter veramente partire.

Mi colpì la sua storia e presto mi accorsi che il suo progetto era diventato virale, rimbalzando nella rete, passando di computer in computer, con share e like da ogni parte del mondo.
Tornai ad osservarla meglio, le sue foto, il suo video di presentazione e la sua grinta.

Federica voleva studiare alla Columbia University ma non aveva il denaro necessario per farlo.
Come tanti, è vero.
Ma lei, a differenza dei tanti, ci aveva provato, ci aveva creduto ed era stata accettata.
Si mise in testa che ce l’avrebbe fatta e, tra i primi in Italia, lanciò una campagna di crowdfunding, una raccolta fondi online.

Registrò video dalla sua cameretta italiana ed entrò nelle case della gente.
Raccontò la sua storia a chiunque fosse disposto ad ascoltarla.
Scrisse lettere, alzò la cornetta del telefono e cercò personalmente degli sponsors.
Ci mise la faccia.

Non ricevette indietro solo messaggi positivi e aiuti concreti.
Smosse anche la cattiveria di chi non fa e penalizza gli altri.
Ricordo una mamma che disse: “Anche mio figlio vorrebbe studiare in America ma non ha i soldi e non chiede l’elemosina in giro”.

Ecco, a differenza di tanti altri.
Federica ci ha messo la faccia.
Ci ha creduto.
Ha agito.

Ed è partita!

E’ partita grazie alla generosità di tanti di noi, di uno sponsor e dell’Università della Columbia che ha creduto in lei, pagandole una parte della retta universitaria, riconoscendo in lei talento e motivazione.

E lei non si è fermata.

In questo primo anno ha lavorato duramente, ha dormito in Università davanti al suo computer ed ha lavorato ancora di più.
Ad oggi porta avanti quattro lavori per mantenersi in America.
I suoi colleghi le hanno offerto il proprio salotto per dormire, pur di farla risparmiare, pur di farla rimanere.

Non basta, di nuovo, non basta.
Il resto può stare a voi, cliccando qui e regalandole una briciola del sogno che sta costruendo con tanto impegno.

Lascio la parola a lei, ha tanto da dirvi.


Cara Federica, perché l’America?

La scelta degli Stati Uniti è stata sia una scelta culturale che accademica. Finiti gli studi a Milano, mi sono trasferita in New Jersey a lavorare come babysitter per un anno. Ho avuto la fortuna di lavorare per una famiglia che mi ha fatto innamorare della cultura americana. Quello che per me è sempre stato un mito e un qualcosa che ho conosciuto attraverso film, libri e musica è diventato esperienza personale. Mi è piaciuto vivere qui, e per la prima volta non mi sono sentita un’outsider per le cose che penso e per le ambizioni che ho. Si sa che in America ci sono opportunità lavorative, ma la cosa che mi piace di più è che nessuno punta mai il dito contro l’altro. Per qualche motivo non esiste la stessa cultura giudicante che c’è in Italia e questo rende le persone meno ipocrite e più felici.
Poi c’è la ragione accademica ovviamente che è molto semplice: volevo finire gli studi ed avere la mia laurea specialistica in produzione cinematografica. Volevo essere qualificata e imparare un mestiere. Queste due cose in ambito cinematografico non esistono in Italia: c’è la possibilità di fare lauree magistrali in cinema ma sono corsi altamente generici, poco specializzanti, e per me che ho fatto molta teoria del cinema in triennale, ridondanti. E c’è la possibilità di imparare mestieri del cinema attraverso corsi e accademie. Io volevo entrambe le cose, imparare ed essere qualificata. Date le scarse opportunità lavorative nel suddetto settore in Italia, devo essere competitiva nel mondo e all’estero servono entrambe le cose.  Questo però è un discorso molto specifico e relativo in gran parte al mio settore, non è giusto generalizzare.  Credo che per molti altri aspetti l’educazione universitaria italiana sia estremamente migliore di quella americana. Quel che bisogna considerare è che ogni studente ha esigenze ed obiettivi diversi per cui fare parallelismi è non solo inutile, ma fuori luogo a volte. Io sono contentissima di aver fatto la mia triennale in Italia e se tornassi indietro farei ancora la stessa scelta.

Quali sono i PRO rispetto ad una stessa laurea presa in Italia?

In aggiunta a quanto detto sopra, alta specificità e qualifica insieme, la Columbia mi offre un networking e degli strumenti che in Italia non avrei avuto. Al di là dei laboratori, dei mezzi e attrezzature tecniche, qui ho compagni che vengono da ogni parte del pianeta, tra cui Libano e Pakistan per citarne alcuni. La diversità e l’esposizione a diversi mondi è tutto per chi fa arte come me. In qualche modo la Columbia è diventata anche una scuola di vita. L’ultimo plus è che i professori sono allo stesso tempo attivi e lavorano fuori dalla scuola e più spesso che non collaborano con i propri studenti. Le classi sono più piccole (siamo in 20 nel mio anno) e questo ci permette di avere un rapporto stretto con in nostri prof. Anche chiedere una lettera di raccomandazione per borse di studio è meno complicato, semplicemente perché ci conosciamo davvero.

Come ti è venuta in mente l’idea della raccolta fondi?

Un’amica negli Stati Uniti mi diede l’idea. Mi sono informata ed ho visto che a livello globale è una pratica piuttosto comune.

Cosa proprio non ti saresti aspettata dall’esperienza del crowdfunding? Di positivo e di negativo.

Di positivo non mi sarei aspettata tanto affetto da così tante persone che non conoscevo personalmente. Una delle cose che bisogna sapere è che il più delle volte le donazioni arrivano da conoscenti ma non è andata così per me. Il 90% dei donatori non mi conosceva affatto. Ho ricevuto tanti messaggi di supporto e mail da studenti che in qualche modo sono stati ispirati a seguire la propria strada e lottare per ciò in cui credono. Mi rende orgogliosa sapere che quel che ho fatto in qualche modo ha anche aiutato qualcun altro.
Di negativo ci sono stati ovviamente i commenti. Ma non solo. Quelli basta non leggerli. Ad un certo punto ho messo filtri al mio account facebook e una persona ha pagato per mandarmi un messaggio diretto pieno di insulti. Ho riso tanto. Io ci avrei comprato un caffè con quell’euro. Non mi sarei aspettata tanta freddezza dal mio paese d’origine. Non tanto per le donazioni in sé, il supporto è un’altra cosa. La diffidenza e il giudizio come al solito hanno prevalso sul voler informarsi e capire. Lo comprendo però, il gossip fa più tendenza della conversazione aperta.

Cosa sarebbe stato di te se fossi rimasta in Italia? Dove saresti oggi e dove vorresti invece essere in futuro?

Non ho idea di cosa sarebbe successo se fossi rimasta in Italia, sicuramente avrei cercato qualche progetto culturale e sarei partita in giro per il mondo, cercando di imparare qualcosa. Non so cosa ne sarebbe stato di me.

In futuro vorrei essere in condizione di farcela da me. Voglio un lavoro che mi dia stabilità. E vorrei che i miei film fossero degli esempi e diano opportunità di discussione. Sono cosciente di non poter cambiare il mondo, ma ho la prova che le storie ne hanno le potenzialità. E questo è il modo in cui vorrei fare la mia parte.

Un saluto per l’Italia ed uno per l’America?

L’America vorrei non salutarla almeno per i prossimi due anni, vorrei finire quel che ho cominciato. Ringrazio tutti i miei colleghi, professori e compagni che mi hanno spinto a lottare di nuovo e mi vogliono qui.

L’Italia però vorrei rivederla presto. Mi manca la mia famiglia e sono fortunata ad avere due genitori che mi sostengono e si sono fidati delle mie scelte. Saluto tutti coloro che mi hanno supportata, con donazioni, condivisioni o commenti positivi. Spero che, in qualche modo, un giorno, riuscirò a ricambiare con qualcosa in più di un grazie.

Serena, Scozia

 

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