Novembre 2016 – ITALIOTA!

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Prima di partire non vedevo l’ora di mettere la distanza tra me e l’Italia.
Tra me e gli Italiani.

Io mi sentivo aliena, troppo educata in primis e per questo fuori posto.
Organizzata, calma, onesta, gentile.
Nel mio sangue, mi dicevo, scorreva sangue British.

Mi mancava solo la passione per il tè.

C’è chi dice che dai problemi non si scappa, ma io ringrazio la mia lungimiranza, ringrazio l’aver impacchettato tutto ed essere andata via per ricostruire con i mattoni anziché con le macerie.

Con gli occhi pieni di curiosità mi sono lanciata, sono diventata una di quelle che vivono all’estero.

Dell’Australia ho amato tutto, era il mio primo espatrio, il mio primo estero, il mio senso di critica completamente girato su off.
Del paese, anzi della città scozzese, che mi ospita ora sto amando molto meno.
Ed è ripensando ad alcune cose successe in Australia che il mio credo, la mia esterofilia, crolla, che alcuni episodi acquistano nuovi significati.
Destandomi dal dolce torpore che solo la sicurezza ti dà.

Prima di partire l’Italia era il male e l’estero la mia salvezza.

In Italia non ci tornerei neppure ora, non è cosa mia.
Ma adesso so di non sapere tante cose, dopotutto.
Non ho le idee più così nette.
Senza sfumature e punti di domanda.

Su un forum di italiani ho letto nuovamente una serie di accuse per un ennesimo fatto banale, che poteva essere la richiesta di aiuto per il migliore provider per collegarsi ad internet o un post con un’offerta di lavoro: una cosa da niente.
L’oggetto del post era solo un pretesto per alzare la voce e far uscire quella parola che ho usato e pensato anche io, seppure senza mai sbatterla in faccia al primo tizio incontrato sul web.

Si chiamavano a vicenda Italioti, usando parole imbarazzanti e lanciandosi accuse bieche tra sconosciuti.

ITALIOTI.

Quante volte ho pensato lo stesso.
Quante volte leggo commenti scritti nella mia lingua e mi vergogno di aver condiviso la stessa aria.
Quante volte ho pensato: “Solo noi! Solo noi italiani! Invece gli altri sì che… “.

E no.
Gli altri sono Italioti proprio come noi.

Se possono rubano.
Sì, anche gli affabili British.
Anche i ricchi Australiani.
E rubano ai più poveri, ovviamente.

Se possono cercano una scorciatoia.
E la prendono senza farne un dramma, senza tirare in ballo tutto il proprio popolo, appiccicandosi addosso la nomea di arraffoni.

Se possono ti fregano e lo fanno per il proprio tornaconto, senza vergognarsi di uscire di casa.

Se possono fare un cattivo lavoro, lo fanno eccome.
Anzi, a volte non sono proprio capaci e neanche di questo si vergognano, neanche questo li stimola ad informarsi ed a far meglio la volta dopo.

Li ho visti rubare, appunto, agli indifesi.
Non pagare i danni, malgrado la giustizia li intimasse a fare il contrario, e vivere tranquilli e beati.

Arrivare con due o tre ore di ritardo al lavoro, ogni giorno, e passarla liscia perché, qui non ci si permette di mettere il sistema in dubbio, la fiducia rimane e non chiedono a tutti di timbrare il cartellino solo perché qualcuno ci marcia.
Purtroppo, ho notato, che quel qualcuno neanche lo puniscono però.

Ho visto australiani proporre lavori in nero da 12 dollari l’ora, dove 16 netti erano il minimo per legge, sentirsi così sicuri di farla franca da scriverlo nero su bianco persino sull’annuncio, senza omettere il nome del proprio locale.

Ho visto scozzesi investire una ciclista e scappare, abbandonando una giovane ragazza ferita in mezzo alla strada sperando di farla franca.

E tutte quelle schifezze sul lavoro che pensavo all’estero non accadessero?
Accadono invece.
Ho visto stipendi dimezzati da un giorno all’altro e malgrado il fatturato, persone mandate a casa per antipatie, straordinari non pagati così come maternità e malattie.

Ho partecipato a meeting e workshop meravigliosi e pieni di fuffa, in cui si spiegava la teoria delle cose, la buona pratica e mi sono trovata spaventata di fronte alla pericolosità di aver firmato per quel particolare corso di formazione ed essere però obbligata a comportarmi ben differentemente, a mettere a rischio persino la salute delle persone attorno a me.

Ho quotidianamente dovuto compilare montagne di fogli inutili per preservare non me bensì la mia compagnia, la stessa che per mesi aveva, magari, per errore fatto usare ai suoi dipendenti un prodotto tossico, chiesto di raggirare la legge, di chiudere un occhio, di servire cibo decisamente scaduto, di fingere che tutto andasse bene: a cosa servono altrimenti i corsi di formazione regolari, il pranzo pagato ed i bei sorrisi certi dei formatori?

Ho visto il mio ex padrone di casa chiedermi di pagare una tassa sulla casa per poi scoprire di essere stata in nero per tutto il periodo del mio soggiorno.
Io tutto questo non lo sapevo.
Non lo immaginavo neppure.
Ero in Scozia, non in una città italiana piena di studenti facili da raggirare.

Io mi fidavo.
E mi fido ancora, girando con lo zainetto anziché toccandomi ripetutamente la borsa per controllare che nessuno l’abbia aperta mentre camminavo.

Qualcuno, certo non tutti, l’ho sentito pronunciare commenti irripetibili su stranieri, omosessuali e donne.

Sì, in questo caso molto meno che agli Italiani, lo ammetto.
Che il mio popolo ha dei seri problemi quando si tratta di donne, di libertà sessuale e, se gli ignoranti fanno sempre sentire la propria voce, pochi sono quelli che chiedono agli altri di tacere.
Cosa che invece altrove succede, certe idee vengono stigmatizzate ed il commentatore portato alla vergogna da una pressione sociale che ai miei occhi appare positiva.
Perché certe cose non dovresti neanche pensarle, figurati dirle!

Ma di nuovo, non solo dagli italiani ho sentito mal considerare le donne o gli omosessuali o le persone con la pelle di un colore diverso.
Anzi, da conoscenti provenienti da alcune parti dell’Europa, da Paesi che ometto per non cadere nello stesso errore e stigmatizzare, ho visto fare la stessa voce grossa e farla franca e da padrone.

Se pensi: “Solo gli italiani fanno questo”, forse è perché non conosci tanto bene gli altri.

E’ facile, per me, prendermela con il mio Paese, vado a colpo sicuro.
Degli italiani conosco le sfumature, riconosco a colpo d’occhio il razzismo, il sessismo e l’omofobia.
Sono spesso tristemente palesate, come detto.

Qui sono celate, più difficili da individuare.
Specie se non condividi con loro la cultura, se non sei cresciuta e diventata grande con loro.

A tutti quelli che hanno l’Italiota facile, consiglio di farsi un giro nel mondo e di entrare a far parte di qualche gruppo di non Italiani all’estero.
Di leggere come commenta il cittadino medio le stesse notizie che commentano anche i nostri concittadini.
Di leggere come i giornali presentano quelle notizie, con gli stessi titoloni acchiappa click e con articoli non verificati, privi di contenuto alcuno.

Vi basterà niente per vedere che noi esseri umani siamo tutti uguali.
E diversissimi.
Idioti, smart, fessi, ladri, santi, colti, ignoranti, poveri di spirito e con una mente aperta.

Forse noi italiani siamo solo più abituati a darci addosso, a guardare il bicchiere mezzo vuoto.
Dimenticando che sarebbe meglio amarci un po’ di più.
Rispettarci di più tra di noi.

Noi che in mezzo alla burocrazia, alla disoccupazione e a quella qualità della vita che a me sembrava tanto bassa, noi che in mezzo a tutto quel casino siamo sopravvissuti e, a volte, diventati pure forti e pure bravi.

Serena, Scozia

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