NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

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È successa questa cosa, che con le amiche parlavo solo di fighi e sesso e invece ora la metà delle nostre conversazioni sono sui nostri primi acciacchi, su quello che non digeriamo più come prima e, ovviamente, ancora sul sesso ma tra anziani ormai fragili.

Malgrado questo, se avessi dovuto parlare di me prima della gamba rotta in Australia, avrei detto di avere una salute di ferro. Da allora non ho fatto altro che vedere dottori e ospedali e allora forse è meglio se mi sto zitta.

Nulla di grave, per fortuna, ma anche a Roma non poteva mancare una visita al pronto soccorso (e lo sapreste se mi seguiste su Facebook).

Un giorno di Maggio mi sono addormentata grattandomi un polpaccio e mi sono risvegliata coperta di bolle calde. Con la mia fortuna sfacciata pensavo fossero di nuovo i bed bugs ma il marito era apparentemente intonso e non mi sembrava di avvertire alcuna feritina da morso.

Ho ingoiato qualche pasticca di Tinset e sono tornata un paio di volte in farmacia per cercare qualcosa di più efficace. Missione fallita, 48 ore dopo ero come la Pimpa ed in più single, che le mani erano così gonfie da aver dovuto rimuovere anello di fidanzamento e fede per non farmele amputare d’urgenza.

Decisa a risolvere la questione, mi sono diretta dal mio medico di base per la prima volta dopo quattro anni. Ero pronta ad esser cacciata via in quanto non più veramente Italiana per scoprire invece che per Roma io sono ancora residente nella casa che ho venduto nel 2016 e questo malgrado l’iscrizione all’Aire. La cosa mi ha fatta molto pensare.

Un altro giro in farmacia, questa volta con una ricetta, ancora un po’ di pazienza e l’inizio di un fastidio alla gola.

Sono in metro che penso “mi sto gonfiando DENTRO e morirò così”.

Aspetto qualche minuto e capisco che è solo un po’ di mal di gola ma ormai la situazione era piuttosto tragica.

Il giorno dopo ho organizzato un pomeriggio niente male per i nipoti, quattro bimbi che vogliono del tempo assieme a noi. Potevano scegliere tra cinema e giostre, hanno scelto le seconde ed io ho messo le mani avanti dicendo “solo 10 euro a testa in gettoni“. Il marito è svenuto di fronte a quella promessa che ci avrebbe ulteriormente impoveriti e sicuramente abbiamo litigato per questo.

Ma non importa, sono ancora gonfia e verso cena sento la dermatologa di famiglia e non è tranquilla come il medico base. Le medicine non vanno bene, serve qualcosa di forte. DEVO andare in ospedale.

Ceno sapendo che farò nottata al pronto soccorso quando sono scesa in Italia cinque giorni per fare ben altro. Quarantotto ore buttate così.

Prendiamo la metro e ci godiamo San Giovanni di notte, oltre le mura. Scatto foto come una turista e vengono tutte brutte per le troppe luci.

Penso che qui, proprio a San Giovanni, c’era mia nonna affacciata alla finestra, alla sera. Le fotografie non servono.

Questa comunque è la cronaca della notte passata al pronto soccorso, dopo quattro anni che sono via dall’Italia:

Capitolo 1: LA PENNA

Al pronto soccorso una donna mi invita a compilare un foglio con le mie generalità. Lo fa come se fossi sua sorella, in un modo spiccio che conosco bene e non sempre approvo ma c’era tanta dolcezza in lei.

“E ‘ndo sta la penna? Ma che se la so’ fregata pure stasera”?

Mio marito tira fuori la sua proprio quando la donna mi dice “gioia, fai una cosa, lascia perde di compilà che se la penna non c’è, non c’è”.

Insisto per usare la nostra e lui propone di lasciargliela. Non mi ricordo se lo abbiamo fatto poi, perché mi portano subito in un’altra stanza e mi dividono immediatamente da lui che passerà la notte insieme agli accompagnatori, lontano da noi malati.

Capitolo 2: IL TRIAGE

Prendono il foglio compilato e lo passano al computer. Sono codice verde, non in pericolo di vita e non avevo alcun dubbio malgrado quei cinque minuti in metro.

Anzi, la reazione allergica alla mia età mi fa quasi ridere, non so perché. Non me la sarei mai aspettata, non sapevo di essere allergica, proprio come quelle trasmissioni trash su Sky.

Al triage c’è un’altra donna, le spiego che vivo in Scozia e che sono iscritta all’Aire.
Al computer risulto ancora residente a casa di mia madre, lasciata due anni prima di sposarmi, probabilmente nel 2010.

Provo pietà per questo sistema di scatole chiuse, dove la verità non la sa nessuno, persino su una cosa semplice come una residenza. Pensare che io all’estero voto, quindi da qualche parte c’è un database aggiornato che dice che non vivo più in Italia e sono iscritta alla lista degli Italiani in quel di Aberdeen.

“Dovrò pagare”?
“Bella mia, fosse per me, proprio no… Ma voi siete Europa? Avete una convenzione”?

Sì, siamo Europa e per le emergenze pensavo fosse gratuito anche per noi ma ora mi sento presa in contropiede. La sua incertezza mi fa pensare, forse sbaglio io?
Non era un problema solo per medico di base e visite al CUP? Non lo so, sono confusa, sono stanca, mi starebbe bene tutto in realtà. Sto male, mi serve il cortisone e pagherò volentieri per risolvere, ho paura della possibile cifra ma siamo in Italia e non dovrei averne, dopo l’Australia lo so bene.

Prova ad aggiornare il mio indirizzo con quello scozzese, digitando lettera dopo lettera, piano, come farebbe mia nonna che non ha mai usato un computer e stampa lo stesso foglio tre volte. Per tre volte rimane nero su bianco l’indirizzo di casa per mia madre.

Da quando sono lì sono già stati strappati una decina di fogli.

“Guardi, se vuole può lasciare quello, mia madre ha le chiavi della casa… Se mi spedirete da pagare girerà tutto a me senza dubbio”.

Lei ci riprova ma nulla.

“Sai che c’è? Noi qui non vogliamo far pagare nessuno, ho solo paura che ti facciano storie dentro”.
Mi ripete per altre due volte quanto ci tenga a non far pagare nessuno – e l’ho trovata una cosa dolce da dire dopo un anno in Australia – e che ci sarà da aspettare un po’.

Capitolo 3: L’ATTESA

La traduzione di “aspettare un po’” mi era chiara fin da subito. Sono le 22:30 ed uscirò per le 2. Alle 7:30 devo uscire di casa per andare dalla dermatologa che vuole comunque vedermi.

Farò le ore piccole ma porterò i nipoti fuori come promesso.

Quando però non vengo visitata che all’una, realizzo che non uscirò mai da quell’ospedale per un’ora decente.
Mi promettono i risultati delle analisi in un’ora e mezza, sono speranzosa ma verrò dimessa solo alle 5 del mattino.

Capitolo 4: IL SENSO DI COLPA

I nipoti volevano uscire con noi, glielo avevamo promesso! È la nostra tradizione da tanto, da quella volta che uno dei quattro si fece forza per dirci “andiamo tutti insieme al cinema anche questa volta?“.
Lì ho capito che quello che era stato un episodio sarebbe diventato il nostro modo per ritrovarci, ritagliando del tempo solo per noi, tra Mc Donald’s, patatine, edicole, cinema e giochi.

E vomitate per loro in piscina o a karate il giorno dopo, che zia non si regola ancora molto bene con il nutrirli ma sta imparando.

Capitolo 5: LA DIAGNOSI

Sapevamo che sarebbe stato difficile capire cosa avesse scatenato la reazione, probabilmente qualcosa mangiato.
Vai a capire.

Non mi aspettavo invece lo smarrimento dei dottori: erano due e non avevano mai visto una reazione estesa come la mia. Ma sono medici di pronto soccorso e di cose strane ne devono aver viste eccome, forse volevano solo lusingarmi! 😀

Dai, non posso creder di esser stata così sfigatamente speciale.

Le analisi del sangue sono un po’ inguagliate ed ecco un nuovo capitolo per me ed il GP che dovrò trovare ad Edimburgo, mi dico quella sera.

La verità è che il medico di Edimburgo taglierà corto e non mi farà neanche parlare, una volta tornata in Scozia, aumentando la mia frustrazione verso il NHS.

Capitolo 6: IL MARITO

Esiliata insieme ai malati, mi avevano chiesto di lasciare fuori mio marito per una questione di rispetto ma una volta dentro diverse persone erano accompagnate ed un paio di queste anche sbaciucchiate dal proprio partner.

Io litigavo con mio marito per messaggio, entrambi frustrati.

Gli ho detto più volte di andare via, che stare in due a perdere il sonno senza potersi supportare non aveva senso.

Alle 4 del mattino sono andata a prendermelo, ero rimasta solo io nella saletta ed il tipo della reception mi ha dato subito l’ok. C’eravamo già dati un bacetto di straforo verso le 2 e sapeva che ci piacevamo, malgrado le liti via WhatsApp.

Capitolo 7: LO STATO DEL PRONTO SOCCORSO

Che poi è il motivo per questo lungo post.
Cosa mi ha stupito di questa esperienza al punto da scriverne?

No, non sono stata maltrattata malgrado certi atteggiamenti un po’ spicci (non nei dottori e neanche negli infermieri che sono stati grandiosi) ma personale non ce ne era proprio.

Ho aspettato quasi 8 ore seduta su una sedia con nessuno a badarci e saremo state una ventina di persone.

Ogni tanto un portantino portava via qualcuno che era lì dalla mattina per l’accettazione al reparto.

Una signora sulla cinquantina era su un letto con un braccio rotto, ha chiesto immediatamente aiuto per urinare, il che vuol dire che probabilmente ne aveva davvero bisogno ed urgenza.
Il primo portantino le ha detto qualcosa di non diverso dama non penso proprio, te gira la testa e mica te puoi alzà”.

Dopo 30 minuti è arrivato un suo collega, più gentile, ed ha promesso di informarsi con i dottori. La signora tratteneva la pipì da non so quanto ed io stavo male per lei. Malgrado la gentilezza quel ragazzo non è tornato ad aiutarla.

Dopo un’ora è arrivato un infermiere gentile e alla supplica della signora ha immediatamente provveduto.

A Roma siamo troppi, troppo stressati e forse lo capisco ma rimane una negligenza, rimane un torto ed una mancanza.

In quel momento però ho capito che io non posso vivere in una città grande e incasinata come quella che mi ha dato i natali, in un posto dove questa noncuranza è normale (*).  Io ho bisogno di una città che non sia morta e non dorma ma che non sia neanche un posto dove assistere a cose del genere.

In UK ho portato in ospedale dei ragazzi disabili che seguivo quando facevo la carer e sono stata in ospedale io stessa ed il personale era ovunque.

Dagli infermieri, agli impiegati dell’accettazione a loro, gli addetti alla pulizia, disponibili h24. Erano tutti sorridenti e pieni di premure.

In Italia per 8 ore abbiamo condiviso UN solo bagno, con un fiume di urina a terra ed un mega assorbente sporco di ciclo lasciato vicino al secchio. E sì, il cestino c’era ma diciamo che magari era stata la debolezza di una donna ammalata e chiudiamo un occhio sul suo comportamento incivile ma di cleaners neanche l’ombra.

Verso le 3 qualcuno voleva lavarsi le mani al lavandino e ci hanno informato che non era possibile perché “hanno chiuso l’acqua“.

Ma chi?
Chi chiude l’acqua dei bagni con 20 pazienti malati?

Non avevo alcun appetito, ero solo molto stanca, volevo dormire seduta e non ci riuscivo. In ogni caso non c’era nulla da bere o da mangiare, neanche a pagamento si intende.

Alle cinque del mattino il dottore gentile è tornato (con le analisi stampate ben due ore prima) e mi ha detto “non so che altro fare per te, meglio se fissi un appuntamento con una dermatologa“.

Gli ho confermato che l’appuntamento era stato preso e lui ha aggiunto “Cosa vuoi fare? Andare a casa?“.

Le bolle erano ancora lì malgrado l’iniezione di cortisone ma cavolo se volevo andarmene.

Siamo tornati al B&B che mi sentivo piena di forze malgrado la mancanza di sonno, rinvigorita dall’aria finalmente fresca sul viso. Ugualmente una volta a letto sono crollata.

Alle 11 mi sono svegliata che ero sgonfia, finalmente il cortisone aveva funzionato. Ad attendermi, purtroppo, anche i messaggi dei nipoti delusi da quell’appartamento mancato.

Che razza di viaggio!

CONCLUSIONE

Quanto stavo meglio prima dei 30, non avete idea! 😀


(*) Ma non fatemi parlare delle mie esperienze con il medico in UK, che veramente non c’è nulla da gioire e quando vivi tra due mondi come me hai tanti per motivi per esser grata e tanti per non esserlo. In entrambi i mondi.

Febbraio 2018 – Arrivederci, Amiche di Fuso!

Febbraio 2018 – Arrivederci, Amiche di Fuso!

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La prima volta che mi e’ stato chiesto di scrivere per Amiche di Fuso, ho detto di no, c’erano troppe emozioni in ballo nello scrivere per un pubblico che sapevo sarebbe stato destinato a crescere.

Di lì a poco invece accettai perché quello che stavo vivendo era troppo bello e avrei voluto raccontarlo a tutti e raramente me ne sono pentita.
Sono passati tre anni, 37 post, tanti video editati, piu’ di 500 contributi tra buongiorni su Facebook, #CapisciDiEssereExpat, vignette, copertine, immagini e… ed è arrivato per me il momento di ringraziare e, un po’ a sorpresa, scendere qui.

L’ultimo semestre universitario è stato un incubo per molti versi.
Non fraintendetemi, ho dato ed ottenuto il massimo come sempre fatto fino ad ora ma ho dovuto lavorare per 5 persone, grazie a quella cosa fantastica che sono i lavori di gruppi qui in UK, una tematica della quale avrei voluto avere il tempo di scrivere anche qui.
Il post lo avrei chiamato “ti faresti davvero operare da qualcuno che si è laureato grazie ai lavori di gruppo?” e forse il titolo sarebbe bastato a farvi capire l’antifona.

In mezzo a quel marasma sono arrivate delle brutte_ma_non_cosi_brutte notizie dall’Italia, ho dovuto prendere un aereo di troppo e di notte mi svegliavo con l’ansia delle consegne.
Una volta tornata in Italia, questa volta per le vacanze, ho capito che devo rallentare.

Non è facile per me, che funziono meglio con l’acqua alla gola, che mi piace sentire lo stress e riempire le mie caselline mentali una dopo l’altra, che non rimando quasi nulla, che se penso una cosa poi la devo fare. Subito.
Non riesco a far le cose a metà, a farle male fregandomene e se dico una cosa è quasi sempre quella.

Con un carattere cosi’ non è facile ascoltarsi ma voglio provarci, non lascio Amiche di Fuso perché non ce la faccio più a star dietro all’impegno che c’e’ dietro ad un progetto come questo, che ha diverso materiale da produrre e supervisionare, no, no.
Io ce la farei anche.

Lascio Amiche di Fuso perché voglio provare a rallentare e veder come va senza questo impegno, anche provando ad iniziare a dire “no” a tante piccole incombenze che esulano da questo bellissimo progetto e che mi sono mano mano caricata sulle spalle perché tanto “io ce la faccio“.

Lo spazio è tiranno, è tempo di saluti e di dire che mi mancherà il progetto e mi mancherete voi lettori, moltissimo.
Mi mancherà “lavorare” fianco a fianco con donne che stimo molto e mi mancherà la creatività di quello che facevo qui.

Per questo ringrazio tutti, per la bellissima esperienza e per i tre anni passati a condividere qualcosa di bello.
Continuerò ad essere una fan!

E per chi vuole… ci vediamo sul mio blog e sulla pagina Facebook.

Serena, Scozia

Collaborazioni, Interviste & Press

Collaborazioni, Interviste & Press

Interviste

Aprile 2020 – Video intervista con Scarpe Sciolte e Chiara Gargioli di Tacco12

Febbraio 2020 – Articolo “Quando i numeri fanno la differenza” per Donne Che Emigrano.

Novembre 2019 – Presentazione ” come mi sono ricominciata” per il 9Muse.

Ottobre 2019 – Intervista “Trasferirsi in Australia e in Scozia e’ possibile: preparati e parti” per Too Happy to Be Homesick

Ottobre 2019 – Videointervista con Una Romana in America

Settembre 2019 – Intervista per The Rolling Pandas

Marzo 2019 – Intervista con Italiane con la Valigia

Febbraio 2019 – Intervista:”Basta schiaffi in faccia e addio Italia, ora “faccio come mi pare”: Serena da Melbourne alla Scozia” su Voglio Vivere Cosi

Novembre 2018 – Blog del mese su Expat.com

Collaborazioni

Ho collaborato con Amiche di Fuso dal 2014 al 2018, durante i miei primi anni all’estero.

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