PERCHE’ VIVERE AD EDIMBURGO?

PERCHE’ VIVERE AD EDIMBURGO?

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Foto dell’ultima giornata fuori passata ad Aberdeen

“Quattro anni qui, Alessio, quattro anni qui io non ce la faccio”.

Questo ho detto a mio marito quando arrivammo ad Aberdeen e invece ce l’abbiamo fatta ma non è stato facile niente.


Ho infilato il piede nella trappola alla colla lasciata a terra per fermare le farfalline della moquette ed ho pensato “benone”. Benone quello più la situazione della sporcizia nella cucina e nel bagno in comune.

Benone.

La mattina dopo non mi fregava più nulla, non della casa condivisa, non della immondizia, non della moquette sporca. La nostra camera è la nostra tana e dalla finestra sogno.

Se scendo in strada mi accorgo che sono sveglia, sono ad Edimburgo e ci vivrò fino a Settembre.

Oggi c’è un sole giallo ed io sono viva in mezzo a persone come me, veloci, sdraiate nei parchi, sorridenti ed educate. Sento lingue da tutto il mondo, riconosco l’Italiana che serve il caffè in un posto carino, riconosco che sono tutti posti carini ed il cibo non avete idea di cosa sia. Qui.

Qui le cose capitano, non le devi neanche cercare. Ci inciampi dentro e poi sta a te decidere cosa fare.

Ci sono state tante giornate fatte di tempo miserabile e non è importato neanche quello, né a me né alla gente di qui che usciva in massa a popolare parchi, strade e locali. Non ci sarà l’estate Italiana ma torno a casa sempre con le guance scottate e rosse.

Edimburgo è vita.

Giro un angolo diverso e trovo ancora vita, ancora locali, ancora verde, ancora gente. Avevo pensato lungamente a come passare la mia estate qui, volevo segnarmi in palestra come l’anno scorso e lo volevo tanto. Ad Aberdeen mi era necessario, era una cosa da fare in una città con pochi stimoli. Qui non posso pensare di andare a chiudermi in palestra quando posso camminare, quando posso uscire. La mia vita in Aberdeen è la mestizia di un giro in centro ed un cinema ed ero ormai così abituata da essermi subito informata sul cinema indipendente più vicino alla casa di Edimburgo.

Il cinema indipendente c’è.

Ma chi vorrebbe mai chiudersi in un cinema a vedere le vite degli altri quando puoi vivere la tua in strada?

 


Quella volta lui mi rispose “Serena, sono già passati due giorni”.

Ora posso dire che sono invece quasi passati quattro anni e va bene così per davvero. Torneremo ad Aberdeen per finire l’Università, ci godremo gli ultimi 8 mesi e saremo poi liberi, con sottobraccio tutto quello per il quale abbiamo lottato tanto.

Questa volta liberi davvero.

VIVERE AD ABERDEEN, TERZA CITTA’ DI SCOZIA

VIVERE AD ABERDEEN, TERZA CITTA’ DI SCOZIA

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La street art e’ arrivata ad Aberdeen nel 2017, grazie a Nuart

Questo è uno di quei post che ad un certo punto senti di dover scrivere, soprattutto se tanti Italiani continuano ad arrivare qui, in una città che è ben poco conosciuta fuori.

Iniziamo dalle basi.

Aberdeen è la terza città di Scozia per popolosità, il che non vuol dire nulla perche’ dipende sempre da dove vieni e da come sei abituato. Sappi però che i numeri non sono enormi, Edimburgo fa 495.360 abitanti, Glasgow 598.830 ed Aberdeen 220.420.

Originariamente cittadina di pescatori, con la scoperta del petrolio nel mare del Nord, ha iniziato ad arricchirsi fino a diventare la capitale europea dell’oil & gas. Lo sviluppo è avvenuto a partire dagli anni settanta, portando fin qui su’ lavoratori stranieri, ingegneri, manager e manodopera varia.

Non solo, per i locali iniziava una nuova era, fatta di lavori ben pagati sulle piattaforme e per tutti quei lavori che giravano attorno al mondo dell’oil&gas.

Caduto il prezzo al barile del petrolio, ad oggi la città vive una profonda crisi dalla quale fa fatica a rialzarsi. Negli UK, i lavoratori del settore erano 460.000 3 anni fa, ora 300.000 e nella città di Aberdeen sono previsti altri 5.500 licenziamenti nei prossimi 10 anni (1). A partire dal 2014 il numero di persone che sta richiedendo benefits (aiuti finanziari per disoccupati o famiglie meno abbienti) è raddoppiato (2) ed il valore delle case caduto a picchio. Una bella batosta se si pensa che nel 2012 lo stipendio settimanale medio era di £574.90 e quello del resto della Scozia di appena £497.60 (3).

Perchè venire ad Aberdeen, quindi?

Immagino che due grosse categorie di persone che possano decidere di salire qui su’ siano (*):

  • Gli expat con lavori legati al petrolio, perché sì, le estrazioni sono crollate ma c’è ancora molto da mandare avanti per mantenere tutto in piedi.
  • Gli studenti Europei, quelli che ad _oggi_ possono ancora contare su una istruzione universitaria gratuita (Leggi come studiare gratuitamente in Scozia).

Le esigenze di queste due categorie non potrebbero essere più diverse, i primi forse guarderanno alle scuole, i secondi alla vita notturna e alla possibilità di fare lavoretti.

Iniziamo quindi dal lavoro.
Se ne trova qui, malgrado la crisi?

La mia esperienza mi dice che sì, di lavoro mi sembra che se ne trovi ancora molto ma nuovamente dipende da dove vieni e da cosa sei disposto a fare.
Siti come Gumtree e Indeed hanno decine di nuovi annunci di lavoro ogni giorno.
La paga minima è di 7.83 pound l’ora per i maggiori di 25 anni ed era 7.50 sono l’anno scorso, segno che ci provino ad andare un minimo avanti con l’inflazione.
Personalmente non ho mai visto nessuno pagare in nero, diversamente da quello che accadeva in Italia o in Australia.

E la qualità della vita?

Il centro può essere riassunto nella strada principale, Union Street, quattro corsie da meno di un kilometro e mezzo con attorno negozi di vario tipo. Nel sono anno 2017, 40 negozi su questa via hanno chiuso e appena 24 hanno provato ad alzare di nuovo le serrande. Se a questi numeri aggiungiamo i negozi che hanno chiuso prima del 2017 e che sono ancora sfitti (4), è facile capire che le cose non stiano proprio andando benissimo. Le stradine laterali invece sono piuttosto graziose.

Forse proprio a causa della crescita veloce avvenuta per l’oil&gas e per il fatto che la città abbia solo ospitato il via vai di gente che veniva da fuori, Aberdeen non è una città con un centro o anche solo una piazza principale attorno alla quale possa ruotare la vita della gente, è piuttosto una specie di strada statale con (pochi) negozi tutti uguali a destra e sinistra.

Per la vita notturna le teorie sono varie, abbiamo i casinò, abbiamo i pub, ci sono tante orride catene ma anche squisiti ristoranti con la cucina che chiude molto prima delle 22.
Dipende dalla persona che sei e dalle cose che ti piace fare.

A proposito di vita, anche qui come nel resto della Scozia, la sanità è gratuita, si è quindi esonerati dal pagamento di qualsiasi visita medica o medicinale prescritto. Fa eccezione il dentista che però costa veramente poco come raccontai sulla mia pagina Facebook.

Quanto costa vivere ad Aberdeen?

Quando torno in Italia mi sembra tutto molto più economico ma in effetti direi che gli stipendi qui siano ben bilanciati con il costo della vita stessa.

CASA

Come forse avrai capito, i prezzi qui possono variare in un attimo, quando arrivammo nel 2014 le case costavano molto più di oggi, che un bilocale a 30 minuti dalla città puoi pagarlo 450-550 pound o vivere in centro con qualcosa in più.
Per una stanza tutta inclusa in centro si parla di 400-500 pound al mese.

Se non sei uno studente alla casa devi aggiungere il costo della council tax, una sorta di IMU che varia a seconda della categoria dell’abitazione e può costare fino ad un massimo di 1136,47£, da saldare in 10 rate.

La tassa sulla televisione esiste anche qui ma se non hai l’apparecchio puoi chiedere l’esenzione e basta compilare un form su internet. Semplicissimo!

ELETTRICITA’

Mi viene da dire che l’elettricità qui sia cara ma è pur vero che l’abitazione va riscaldata per molti mesi, solitamente da settembre ad aprile e questo ha un costo.
Un bilocale con due persone può costare, a trimestre, 200 pound in estate e più di 400 in inverno se il riscaldamento è elettrico.

TELEFONO

Gli abbonamenti per il telefono di casa hanno spesso l’opzione per chiamare in Italia compresa nel prezzo o acquistabile per un piccolo costo aggiuntivo (5 pound).
Si passa dai prezzi assolutamente competitivi di Talk Talk alla stabilità di BT, sta a voi, le cifre sono attorno ai 15 pound per la prima compagnia e attorno ai 25 per la seconda.

Per il cellulare si parla di altri 20 pound al mese ma le offerte cambiano di continuo.

RISTORANTE

Mangiare fuori costa non costa poco ma nulla da strapparsi i capelli, diciamo che è difficile mangiare e bere _bene_ con meno di 40 pound ma qui si aprirebbe un mondo: dipende da te e da quello che ti piace fare. Street food ne vedrai molto ma molto poco e fino a poco tempo fa non avevamo neanche una pizzeria degna di questo nome, ne ha aperto una molto buona e con prezzi competitivi altrimenti i prezzi sono quelli che sono ed una margherita poco digeribile la puoi pagare anche 14 pound.

Non posso dire che la pulizia delle cucine e la qualità delle materie prime siano sempre eccezionali qui ad Aberdeen, se hai un amico che lavora in un ristorante ti consiglio di chiedere. Ma questo è un altro discorso.

SUPERMERCATO

Aberdeen, lo scoprirai vivendoci, non ha un vero e proprio mercato. Si’, un mercato ci sarebbe ma non ha gli stands per frutta e verdura, solo il macellaio e dei ristoranti e negozi etnici.
Per questo motivo per avere verdure di qualità potrai rivolgerti alle varie farm (ti posso consigliare questa, per dirne una) o per forza di cose dovrai comprare tutto cio’ che ti serve nei vari supermercati, i classici Asda, Tesco, Sainsbury’s e Aldi.

La qualità delle verdure è scarsa ma al di là delle considerazioni personali, questi sono i prezzi di alcuni alimenti base:

  • pane bianco in cassetta: £1.00
  • pane tipo baguette: £1.20
  • 2 litri di latte: £1.75
  • 12 uova free range: £1.85
  • 6 bottiglie da 1 litro acqua San Pellegrino: £5.00
  • 6 bottiglie da 1 litro e mezzo di acqua locale: £2.00
  • 220gr pomodorini: £1.35
  • melanzane:  £0.70 cadauna
  • 2 chili e mezzo di patate: £1.65
  • 400gr carne manzo: £3.70

Un servizio da non perdere è la consegna a casa della spesa, se non hai la macchina è veramente una salvezza. Il prezzo varia a seconda della fascia oraria, io la pago 1 pound.

RAPPORTI UMANI

Gli Aberdonians che ho incontrato mi sono sembrate per lo più brave persone, calorose ed umane. L’accento li fa sembrare tutti dei gran caciaroni ma in realtà non tutti parlano in modo così incomprensibile e rumoroso. In ogni caso, ti abituerai in fretta.

I drivers dei bus sono gentili, sono gentili gli addetti della banca così come i cassieri del supermercato. Un saluto ed una calda accoglienza ti aspetterà quasi sempre, indipendentemente da come sei vestito o da quanti anni hai.

In una città piccola come Aberdeen e con non troppi stimoli, c’è chiaramente un altro lato della medaglia. Ho visto ragazzi molto giovani perdersi completamente tra alcool e droghe e senza bere rimangono, ai miei occhi perlomeno, un po’ assopiti.

IL CLIMA

Non ti far convincere da chi dice che il clima non è importante, è vero che per tutti è diverso ma la mancanza di sole incide moltissimo e qui la temperatura media è di poco sotto ai 10 gradi per quasi tutto l’anno.
Non esiste estate, non come quella che pensi tu, esistono giornate a volte non fredde con picchi sotto i 20 gradi. Lo scorso anno la massima, in estate, è stata di 18 gradi, 14 la media.

In una città costruita, nel suo centro, quasi interamente da grigio granito, non è proprio una festa svegliarsi la mattina quando è buio o piove a catinelle. Aberdeen la chiamano la grey city, non a caso, anche se diranno che è per il granito. 😉

Se gli inverni ci si sveglia con il buio e si esce dal lavoro che è di nuovo buio, in estate le giornate sono molto lunghe e c’è luce fino a tarda notte. La cosa ha i suoi pro sull’umore!

Aberdeen è piuttosto ventosa e piove parecchio ma in compenso nevica poco se pensiamo al resto del paese.

La città ha la fortuna di avere una spiaggia poco lontana dal centro ma ho visto ben poche persone provare a farsi il bagno.

COLLEGAMENTI

L’aeroporto di Aberdeen al momento non ha un collegamento diretto verso alcuna città Italiana. Per questo motivo tornare in Italia, per esempio a Roma, vuol dire affrontare un viaggio di circa 10 ore e prepararsi a pagare tariffe che hanno poco a che vedere con i viaggi low cost.

I taxi sono facili da acciuffare, eccetto al venerdì e sabato sera e durante alcuni giorni dell’anno in particolare. Non c’è ancora Uber.

I bus sono costosi, un biglietto giornaliero costa 4 pound (3.50 per gli studenti) ma il particolare peggiore è che a mezzanotte le corse si interrompono. C’è qualche bus notturno ma non collega tutta la città.


Vivere ad Aberdeen?

Detto tutto ciò, pensi che potrebbe essere la città che fa per te? Con me la Scozia è stata generosa, mi ha dato la possibilità di studiare gratuitamente e di trovare un buon lavoro ad Edimburgo. Se non fosse stato per l’università però non sarei durata qui ad Aberdeen, non è il mio posto nel mondo ed ho trovato monotone tante delle mie giornate in questa città: trovo triste avere poche cose da fare dopo il lavoro, specie in inverno quando è sempre buio.
Per me cerco una città più grande e più viva ma siamo tutti diversi, so per certo che molte famiglie qui si trovano molto bene, soprattutto i bambini a scuola.

Come detto consiglierei a qualcuno di venire qui se avesse in mano una buona offerta di lavoro o per l’università, altrimenti raccomanderei un week end per dare un’occhiata e fidati del tuo istinto. Mi sembra il minimo.

In bocca al lupo!

(*) Mi aspetto di essere smentita, ho conosciuto personalmente due ragazzi che son venuti a vivere 
qui per lavorare come camerieri ed uno di questi si è trovato anche molto bene. Non reputando 
la città particolarmente attraente vi consiglierei di guardarvi anche altrove, se non avete un 
lavoro ben pagato o l'Università che vi aspetta vi direi che la Gran Bretagna è grande: non 
esiste solo Londra e men che meno solo Aberdeen.

Note: 
(1) Scotsman.com
(2) Financial Times
(3) Scotjobsnet
(4) Evening Express
VISITARE O VIVERE A MALTA?

VISITARE O VIVERE A MALTA?

San Giuliano

Di Malta ricorderò le costruzioni tutte gialle, le distanze piccole per andare da una parte all’altra dell’isola. Qualsiasi meta a venti minuti di macchina, quaranta quando vuoi esagerare.

Ricorderò la sensazione di essere in un mondo già visto, a metà tra la calda Tunisia ed una giornata spesa a piedi vicino Messina.

Malta è un luogo nel mezzo, un ventre caldo, un purgatorio.

Ricorderò i drivers all’aeroporto che aspettano i clienti con il cartello in mano.
Mai visti cosi tanti neanche in paesi molto poveri, sembrava la notte degli Oscar con tutti che ti guardano quando esci dalle porte degli arrivi.

Ricorderò i fichi d’india, non voluttuosi come quelli siciliani ma presenti a macchie, come i gatti che apparivano a decine e che non si fanno accarezzare. Ricorderò il cibo veramente buono e la sensazione di avere nostalgia di qualcosa di nostro: la Sicilia, appunto, che dopo Malta vorrei visitare ora, adesso.

Malta puoi visitarla in molti modi, io ti consiglierei di affittare una macchina.
In un solo giorno puoi visitare San Giuliano, la silenziona Mdina, la baia di Marsaxlokk e salire su una barchetta in direzione delle Blue Grotto.

Un altro potresti dedicarlo all’isola di Gozo.

Il terzo a Vittoriosa e Valletta ma in quest’ultimo caso la macchina la dovrai lasciare fuori dal centro.

Ryanair a questo itinerario di tre giorni pieni non aveva pensato e ci ha concesso il volo di ritorno dopo appena trenta ore e Gozo non è potuta essere. Ma voglio fidarmi dello slogan che dice “Gozo, the most rewarding extra mile“.
Io credo.

A Malta per un paio di euro forse vorrai prendere le imbarcazioni tipiche, i luzzi, io da mi sarei volentieri tuffata che mai nella mia vita l’acqua mi ha chiamata a se così. Ho messo una mano dentro al mare blu, ho chiuso gli occhi sognando che fosse Maggio e non più Aprile, per potermi immergere per davvero, con il costume ed un asciugamano ad aspettarmi a riva.

Malta è la vita di paese che non vorresti per te ma ti perdi ad annusare, è il vecchietto che sale una stradina gialla per tornare a casa, le mani dietro la schiena, la lentezza.
È la matrona che sbatte i tappeti al mattino e lascia fuori le lenzuola per cambiarne l’odore.

Malta è anche gli spazi aperti ma limitati, la sporcizia nel mare, il porto. I personaggi che ti chiedono i soldi per il parcheggio o per entrare nei bagni pubblici, una mancia, quello che vuoi signora, dicono fingendo che quella non sia una pretesa.

Ho depennato Malta dai posti nei quali vorrei vivere, troppo piccola, troppo vuota, tutto chiuso dopo una certa ora (a Calcara).
Due birre dopo però, ero all’aeroporto ed ho incontrato un ragazzo, lavorava al bar degli arancini e delle focacce tipiche.
Da Londra è scappato, mi dice e nel bene o nel male sta a Malta da cinque anni.

Deve lavorare tanto, fare due lavori come successe a noi altrove, che gli affitti per una casa decente sono arrivati a 750 euro.
“E la sera non ti annoi?”, gli chiedo, perché tornando a casa ho sempre trovato tutto spento, tutto chiuso, tutto silente.

“No, ogni sera c’è una festa o qualcosa da fare, da casa mia arrivo a piedi alla spiaggia e si può star svegli fino alle 4”.

Con due birre immagino di essere quel tipo di persona, quella da festa, mi iscrivo al gruppo “Italiani a Malta” e digito frenetica alla ricerca di informazioni per vivere qui.

Hanno i voli diretti con Roma, dice mio marito. Uno sta partendo proprio ora, alle ore 14. Due ore e queste persone scenderanno a Fiumicino, noi no, noi arriveremo tra quattro ore in Scozia e ci attenderà solo un taxi ed un tempo da lupi.

Vuoi vivere a Malta?
Ci sono delle cose che dovresti sapere e puoi scovarle qui o qui.

Io di mio posso dirti che Malta colora le guance, che le persone salutano in tre lingue diverse ed una di queste è una specie di Italiano ma che io ho parlato inglese tutto il tempo e questo spiega dove sono e come sono ora. La mia lingua quale è.

E le tasse?

Qualcuno dice che Malta sia la Silicon Valley d’Europa per noi informatici. La tassazione è a scaglioni, come in UK, con tasse dallo 0% al 35%. l’IVA è al 18% ma non ci sono tasse patrimoniali o di proprietà.
Varrebbe la pena di pensarci, giusto?

Malta, è una isola piccola che attraversi in meno di due ore.

Te la consiglierei per viverci?

Devo ancora capirlo per me.

Verso Blue Grotto
To Valletta
Upper Barrakka Gardens, Valletta

 

Se Malta ti interessa, due siti posso consigliarti, Malta Way ed il loro blog che fa venire voglia di trasferirsi.

10 MOTIVI PER STUDIARE (GRATIS) ALL’UNIVERSITA’, IN SCOZIA

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Studiare in Scozia.

L’altra sera sono andata per la quarta ed ultima volta sul sito della SAAS a chiedere che pagassero per i miei studi universitari, ancora due settimane e questo terzo anno sarà finito, un anno e sarò libera di decidere dove andare a vivere, per sempre o per un po’.
Non avrei mai pensato, alla mia età, di rimettermi a studiare e invece è successo ed è filato tutto liscio quasi fosse il destino, l’anno prossimo avrò il mio degree in informatica sotto il braccio e questa volta non scherzerò sopra la pergamena come feci con la prima, proponendo di appenderla in bagno. E’ stata una gran fatica ma ne sta valendo la pena dall’inizio alla fine: non mi sono pentita un solo giorno di tornare a studiare e di farlo qui in Scozia!

Per questo motivo ho deciso di scrivere una lista di ragioni per studiare qui, ricordandovi che posso basarmi sulla mia sola esperienza di studentessa in quel di Aberdeen.

Questi i miei dieci motivi per studiare in Scozia:

1 Gli Insegnanti.

I professori universitari non diventano tali grazie ad un concorso ma dopo una serie di colloqui. Il loro posto non è garantito a vita e questo evita un certo tipo di baronato.

Ricordo la paura di mettere una parola fuori posto quando vivevo in Italia, bastava poco per far saltare la mosca al naso al professore universitario di turno ed io non mi sentivo che un numero.
Durante la seconda settimana di Università, in Scozia, mi trovai a ringraziare di cuore un professore che mi chiamò per nome. Sapeva chi ero! Mi sembrava un onore incredibile!
Scoprii dopo che loro devono imparare i nomi dei loro studenti, non importa che siano 10 o 100 e più. Lo fanno perché non siamo numeri.

Ho avuto insegnanti più e meno competenti ma la media è molto, molto alta. Tutti erano gentili, generosi e alla mano, disponibili a rispondere ad una mail anche in piena notte! Al primo anno hanno creato per noi un gruppo Facebook e per tutti questi anni hanno continuato a spingerci a comunicare, a fare, a tirare fuori il meglio. Hanno organizzato per noi eventi su eventi, persino i balli di fine anno, nei quali sono anche venuti come ospiti e animatori. Durante alcuni eventi si sono fermati in Università a dormire assieme a noi. Non credo tutto questo fosse dovuto, affatto.

A molti, moltissimi, di loro non posso che dire grazie e non sarebbe comunque abbastanza.
Non ci dovevano nulla ma ci hanno dato tutto quello che potevano.

2 Le Attrezzature

Quando entrai per la prima volta nella mia Università mi sembrava di sognare ad occhi aperti, c’era un numero indecente di sedie e di tavoli, c’erano enormi televisori appesi alle pareti e computer a disposizione di tutti. Ed eravamo solo al primo livello, quello della foto qua sotto.
Salendo al terzo piano, il mio!, i computer aumentavamo così come le loro caratteristiche tecniche. Non solo pc ma anche mac! Mac, ci credereste?

Per entrare in alcuni laboratori è necessario essere in possesso di una chiave che viene fornita dal primo giorno, qui e lì enormi stampanti sono messe a disposizione con tanto di risme e risme di carta.

Per esami più specifici è possibile prendere in prestito di tutto, dalle telecamere ai microfoni telescopici, all’affittare l’intera green room, la stanza nella quale girare filmati con effetti speciali.

3 La Metodologia

Il primo giorno di Università una mia professoressa, non giovanissima, ci spiegò alcune tecniche del cartone animato Frozen, uscito solo due anni prima.
L’informatica è una scienza che evolve alla velocità della luce ma i moduli dei corsi vengono aggiornati di conseguenza, cercando di fare veri e propri miracoli.

Non insegnano inutili linguaggi datati (es. visual basic) soltanto perché quelli hanno imparato e quelli conoscono, no, i professori sono i primi ad impegnarsi, aggiornandosi.

Al primo anno ci hanno accolto decisi a farci imparare ma anche socializzare e quale migliore occasione se non quella di pagare migliaia di pound per 30 set di Lego Mindstorms da montare e programmare tutti assieme?
Funzionò, si crearono gruppi di lavoro che ancora ad oggi resistono.

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Giocando con i Lego al primo anno

4 Lavorare

In Italia non conosco molte altre persone che si siano laureate dopo aver studiato e lavorato. Per diversi genitori Italiani far lavorare i propri ragazzi è quasi un’onta e così tanti giovani arrivano a trenta anni con nulla sul curriculum.

Ricordo quando una mia coetanea di me diceva schifata che facevo la cassiera, come se fosse una terribile macchia. Non era neanche il mio ruolo, peraltro, stavo muovendo i miei primi passi come arredatrice. Il fatto che lavorassi e studiassi, al di là dei commenti di quella persona, era considerato strano.

Qui in Scozia, allo studente viene suggerito di lavorare fino ad un massimo di 20 ore e così fanno quasi tutti i miei colleghi, nessuno si vergogna di dire che la sera fa il cameriere o nei week end il commesso e nemmeno viene additato per questo. Lavorare al Mc Donald’s? Normalissimo.
E ci mancherebbe altro!

Lavorare quando si è ancora ragazzi favorisce, senza dubbio, un certo grado di indipendenza.

Non per nulla molti dei miei colleghi vivono qui da soli già da giovanissimi, in case condivise e non con i proprio genitori e men che meno rimarranno in casa con loro fino a quarant’anni suonati.

5 I Placement

A seconda della vostra facoltà, avrete la possibilità o meno di accedere a placement pagati. E’ una opportunità che non vorrete farvi scappare perché vi consentirà di lavorare ed essere pagati per quello che state ancora studiando, creando il vostro curriculum da subito!

Ho avuto la fortuna di ottenere due placements ed uno di questi si è tramutato nel mio lavoro part-time che ancora mi accompagna durante questi ultimi mesi di studio. Lavorare nel proprio settore è una gioia indescrivibile.

6 Gli Eventi

Ogni giorno nella mia facoltà c’è un evento da non perdere, una conferenza, una fiera. Di tutto! Le aziende vengono spesso da fuori per pubblicizzarsi, cercando nuove leve o proponendosi come mete per placements e internships.

Avere eventi in facoltà vuol dire che qualcuno li sta organizzando per voi, cercando di offrirvi sempre il meglio.

Partecipare ad un evento non è solo imparare qualcosa di nuovo ed interessante ma anche cibo gratis 😀 e freebies di ogni tipo, dalla chiavetta USB agli occhiali da sole. Tutto dato via solo perché siamo studenti ed in qualche modo, il futuro!

Vogliamo poi parlare degli sconti in quanto universitari?

Non solo abbiamo tutti i software che ci servono dentro ogni computer presente in facoltà, ma grazie ad accordi tra il governo e diverse aziende, c’è anche la possibilità di scaricare gratuitamente molti di questi software sui nostri laptop o di ottenerli ad una tariffa assai minore.

Gli sconti non si fermano qui, gli studenti in UK sono coccolati e qui in Aberdeen molti sono i ristoranti ed i negozi che applicano sconti particolari tutto l’anno o in periodi precisi. Bello!

7 I Coursework

A seconda della facoltà questo punto potrà variare ma l’Università qui è molto pratica. Molti dei nostri insegnanti chiamano aziende da fuori per farci avere a che fare con un vero cliente, che chiede di creare per loro programmi, animazioni, App, video, pubblicità e tanto altro.

Non abbiamo perso tempo ad imparare a memoria 3 o 4 libri per ciascuna materia, abbiamo sempre fatto e messo in pratica quanto studiato.

8 La Biblioteca

Nella mia facoltà, inoltre, non mi è mai stato richiesto di acquistare un libro quando in Italia gli insegnanti arrivavano ad impormi di comprare anche 10 dei loro tomi per dare un misero esame da pochi crediti. Niente libri qui, le slides sono online e sono disponibili h24 così come i libri della biblioteca, che possono essere prenotati di persona o presi in prestito prendendo la copia ebook.

La biblioteca inoltre è aperta H24 quando è periodo di esami.

9 La Pulizia

Questo punto farà storcere un pochino il naso per la sua semplicità ma quando arrivai la cosa che mi colpì maggiormente, dopo i computer a disposizione, fu il numero di bagni per ogni piano! Centinaia in tutti i building!
Nella mia facoltà Italiana ne avevamo 3, uno con la porta rotta e messa appoggiata ai cardini, mancava la carta, mancava la privacy e la dignità.

Qui la pulizia non manca mai, il team degli operatori è sempre all’opera, pulendo più volte al giorno la caffetteria, i bagni ed i locali comuni.

La Caffetteria

10 Studiare in Scozia è gratuito!

Quando mi iscrissi all’Università questo punto era al primo posto, non avevo i fondi per sostenere appieno una vita all’estero né ero sicura di potercela fare a laurearmi in informatica e avevo bisogno di avere almeno una garanzia. Il Brexit all’epoca era un presagio ma non una certezza. Ad oggi nessuno sa cosa succederà dopo il 29 Marzo 2019 ma temo che revocheranno questo diritto ottenuto per il solo fatto di essere cittadini europei.
Ad oggi però, sì, la retta universitaria (corsi undergraduate only) di £1,820 e quella del college per £1,205 vengono totalmente saldate per noi studenti dalla SAAS, alla quale si fa domanda dopo aver applicato e ricevuto un’offerta dall’Università che ci interessa.

Le deadline per le iscrizioni sono, solitamente, al 15 Gennaio ma vi invito a provarci anche dopo questa data: io ho fatto una late application e sono stata presa.

Cosa ancora più assurda, non solo l’Università è gratuita ma i piu’ meritevoli  alla fine di ogni anno prendono anche premi in denaro per il solo fatto di aver studiato!

Questi erano i miei dieci motivi per studiare in Scozia, tempo permettendo parlerò anche del rovescio della medaglia ma per ora voglio godermi la sensazione di aver fatto tanto in un posto bello e di sapere anche chi poter ringraziare, con tutto il cuore.

Uno degli slogan della mia Università è unlimited destinations ed io penso sia proprio vero e fossi in voi, nel dubbio, ci penserei.


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ODDIO, HO QUASI QUARANT’ANNI (ED UNA CRISI ESISTENZIALE?)

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Ho quasi quarant'anni, faccio come mi pare, facciocomemipare, harry ti presento sally, 40 anni, quaranta anni, blog
When Harry Met Sally = Uno dei miei Comfort Movie

Quarant’anni.

Quando ero una ragazzina c’era questa prozia che veniva a pranzare dai nonni tutte le domeniche, si mangiavano dei buonissimi tortellini alla panna e nonno prendeva sempre i mignon, le pastarelle piccole che qui non troveresti neanche a pagarle oro.

La prozia in questione aveva una vocetta simpatica, un baffone sul mento ed una passione per Beautiful, del quale però diceva di non apprezzare le “scene di letto” che secondo me poi erano le migliori.
Raccontava spesso degli anni passati al paese ed una volta andata a vivere in una struttura per anziani iniziò a raccontare anche della sua vita lì, tirando spesso in ballo gelosie tra lei ed una terza signora che a suo dire era invidiosa e cattiva.

In quel periodo della mia vita pensavo ad una mia amica-nemica – eravamo ragazzine, ve lo ricordo – negli stessi termini, era ella invidiosa di me e cattiva!
Mi meravigliai quindi, e lo ricordo come fosse ieri, quando realizzai che i problemi della prozia novantenne erano così simili ai miei da teenager_con_un_filo_di_tette.
Come era possibile?

Sono passati tanti, troppi, anni e qualche giorno fa mi trovavo a lavorare sul target di un mio webcomic (sì, ho un fumetto online) ed impostando il campione di riferimento sceglievo il range che va dai 16 fino ai 40 anni.

Fino a 40 anni perché dopo parliamo di persone adulte, adulti veri, ed i fumetti come i miei non vanno mica piu’ bene, no?

Una pietra mi è caduta in testa quando ho realizzato che tra 5 anni (e mezzo) avrò anche io quarant’anni e tutto mi sento tranne che una donna adulta!

È perché non hai figli, mi griderà contro una esagitata dal fondo della sala.

Si, può darsi ma è un po’ come la mia prozia, non raggiungi la luminosa saggezza dopo i 90, non diventi maturo come un morbido avocado dopo aver portato un bambino nel mondo, almeno a far caso alle schiocchezze che sento dire in giro da madri e padri.

In passato guardavo agli adulti con gli occhi a cuore ma ho cambiato idea crescendo, prima erano il mio mito e frequentavo amici più grandi di me perché mi sentivo grande anche io e in quelle relazioni mi sentivo validata e confermata in quanto tale, in quanto adulta, orgogliosa di essere abbastanza matura da poter stare in mezzo a loro, benedetta.

Quante tranvate, invece.
Gli adulti, lo dico spesso, sono stati invece la mia delusione piu’ grande.

Questo non ha fermato lo scorrere del tempo e mentre ero distratta sono diventata una adulta anche io, senza raggiungere alcun tipo di rivelazione o nirvana.
Ho quasi quarant’anni, tutto è diverso, mi dico, ma ben poche cose son cambiate e ben poco son cambiata io. Sono meno bianco/nero, meno fragile, meno timida ma sempre simile a quella che ero e non me ne pento.

Certo pero’, ho davvero quasi quarant’anni, sono a metà della mia vita e la cosa mi coglie alla sprovvista e fa un po’ paura.

Chissà cosa penserò di me se sarò abbastanza fortunata da arrivare a cinquanta, forse mi dirò solo che la vita è un soffio e questo, in effetti, me l’avevano detto e lo sapeva anche la mia prozia.

 

Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

Giugno 2015 – Sulla strada Giusta con Francesco Grandis

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Un libro da leggere.

Mentre scrivo Francesco Grandis e’ in tour ed il suo libro in testa alle classifiche di Amazon, un successo clamoroso per un romanzo autoprodotto, nato sulla scia del progetto che lo vede rispondere quotidianamente all’affetto dei suoi followers, a coloro che in periodi diversi hanno messo like sulla sua pagina Facebook.
Forse il suo nome, Francesco, non vi dirà molto perché i più di noi hanno imparato a conoscerlo ed apprezzarlo come Wandering Wil, appassionandosi all’articolo apparso su Ornitorinko e diventato virale.
Quello che lo vede con una barba incolta, gli occhi socchiusi per il sole, raccontato in una fotografia che urla “sono in viaggio” a chiunque voglia tendere l’orecchio, avvicinarsi per ascoltare.

Con gli articoli a volte capita, ci incuriosiscono fino a colpirci dove fa più male, ci fanno immedesimare e riflettere.
Forse ci cambiano un poco, ma appena voltata la pagina quel personaggio che sentivamo tanto simile a noi sparisce per sempre e di lui non sappiamo più nulla.

Non é stato il caso di Francesco, che dal suo sito internet ha aggiornato i suoi lettori con costanza.
Con cadenza settimanale, articolo dopo articolo.
Ci ha raccontato la storia di coloro che gli hanno scritto con le lacrime agli occhi, disperati da uno stile di vita che non si sentivano autorizzati a lasciare, trattenuti da chi li ama ma preferisce averli infelici ma vicini.
E’ la storia di tanti che se ne vanno e di tanti che restano e Francesco l’ha saputa raccontare, affrontando la questione più e più volte, senza mai stancare chi leggeva.
Raccontando la ricerca della felicità ed il voler essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, senza mai sentirsi per questo un guru o un esempio da seguire.

Se é la prima volta che vi imbattete nella storia di Francesco, potreste voler sapere cosa ha fatto quindi di così particolare, questo ragazzo o uomo, decidete voi, questo ingegnere informatico con la vita già impostata e forse anche scritta.
Semplice.
Ha alzato gli occhi dalla sua routine per vedersi come fosse la prima volta.
Si è visto appesantito, stanco, svuotato.
Insoddisfatto.
Triste.
Non si è riconosciuto.

Disperato senza il diritto di poterlo essere perché, per gli altri, per la gente che interviene con la mano sempre alzata per prendere la parola, tutto nella sua vita andava a meraviglia.
Il lavoro lo aveva.
Era un ingegnere!
La casa pure.
La famiglia era lì.

Ma a lui bastava questo per essere felice?
A Francesco no.

Inizia così il suo viaggio alla ricerca disperata di se stesso.
Fino a ritrovarsi, ve lo anticipo, nella gioia pura dell’inaspettato, immerso fino al collo e con il solo peso dello zaino, fedele amico contenente solo l’essenziale e magari qualche pennarello da dare indietro.
Capirete poi, leggendo il libro.
Francesco con in mano un biglietto aereo open, un RTW e avendo come meta il mondo intero.
Un viaggio che difficilmente dimenticherà.
E voi con lui.

La sua storia é bella, profonda, coraggiosa e autentica.
Non é la storia di Francesco, o almeno non solo, ma del suo viaggio sulla strada giusta, del suo imbattersi – incontrando e scontrandosi – con personalità, storie ed umanità diverse.
Vi appassionerete al suo percorso pagina dopo pagina e farete il tifo per lui, per il suo lavoro da freelance ed il suo sogno che forse immaginerete ma che non voglio anticiparvi, per il suo bimbo – Michele – e la sua compagna, la sua ballerina.
Il suo libro forse vi cambierà, vi aiuterà a ritrovare ciò che la routine ci nasconde e la società attorno a noi fagocita.

Un libro che Francesco propone gratuitamente a inadempienti e studenti, a coloro che vorrebbero ma non possono, travolti da ben altre problematiche.
Un’iniziativa che prende l’idea dall’insegna letta in una lavanderia “if you are unemployed and need an outfit clean for an interview we will clean it for free” come ci spiega, umile e sereno, nella sua pagina Facebook.

Ho avuto il piacere di poter scambiare qualche parola con Francesco, un ragazzo alla mano e gentile, che ha messo da parte la stanchezza dovuta al tour per condividere con noi qualche momento della sua vita.

La sua intervista eccola qui!

– Innanzitutto complimenti, la tua storia ha dell’incredibile pur raccontando, in qualche modo, la mera ricerca della semplicità e l’abbandono di una sorta di schiavitù. Ma quindi… ti senti libero adesso?

Non ancora del tutto. Ho sicuramente fatto moltissimi passi avanti lungo la strada della libertà, come quella della felicità, d’altra parte. Lo stesso fatto che io stia rispondendo a questa intervista da un camper parcheggiato vista colli toscani ne è una prova, ma ci sono ancora molte incombenze che mi legano a questo o a quell’altro paletto. Conquistare la libertà è un lavoro lungo e meticoloso, che richiede impegno e dedizione e non l’ho sicuramente ancora portato a termine. È per questo che il mio libro si chiama “Sulla strada giusta” e non “La strada giusta”. Sono ancora lungo il percorso.

– Per chi ha letto il libro é chiaro, che é stato un crescendo, ma puoi dirci quale episodio ti ha fatto capire che non potevi continuare con la vita standardizzata che stavi facendo?

Le lacrime che descrivo nelle primissime pagine. Sgorgavano dal profondo e portavano con loro una verità che non potevo più negare: non sarei mai riuscito a vivere ancora in quel modo. Non erano lacrime di semplice tristezza o sconforto, erano lacrime di realizzazione. A insistere lungo quella strada non sarei sopravvissuto: mi sarei ammalato, mi sarebbe accaduto un incidente o lo avrei fatto accadere. Tutte le mie ultime barriere crollarono in quell’istante. È stato istinto di sopravvivenza, direi. Poteva il mio lavoro essere più importante della mia vita, al punto da metterla in pericolo? No, certo che no.

– E’ stato difficile fare i conti con le opinioni degli altri quando dicevi di voler lasciare quello che in tanti sognano?
Ma poi lo sognano davvero??

Inizialmente sì. Era il 2009, più o meno l’inizio della crisi economica. L’argomento ci era nuovo, al tempo, ed eravamo tutti molto sensibili. Le persone si aggrapparono più forte alla presunta sicurezza dei loro lavori, come fossero gli ultimi salvagenti di una nave che stava colando a picco, e io invece mi licenziavo. Un folle. La pressione esercitata su di me dalle opinioni altrui era fortissima, ma io resistetti. Ne andava della mia vita, appunto, ma quella era una verità che gli altri non riuscivano del tutto a vedere. Inoltre, avevo evidentemente intravisto una via d’uscita possibile. Forse non l’avevo compresa da subito con la ragione, ma sentivo che qualcosa, per me, doveva esserci lì fuori. Ma come far capire questo presentimento agli altri? Impossibile, e infatti non ci riuscii.

– Ai tempi dell’articolo su Ornitorinko percepivo tutta la tua rabbia per quella vita che ti avevano spinto a vivere, mi sembrava che tu stessi per esplodere nel raccontarti e svelarti a tutti noi.
Adesso invece mi sembra di parlare con un uomo diverso. Devi avere dei pensieri come tutti, ma emani serenità e pienezza.
Dimmi, ne é valsa la pena quindi?

Ma senza nessun dubbio! Non sono del tutto convinto di emanare davvero serenità come dici tu (grazie di averlo detto, comunque), ma come dico sempre: “non farei un passo indietro nemmeno con la pistola puntata alla testa”. È vero. Ho superato il punto di non ritorno tanto tempo fa e ormai non lo intravedo nemmeno più alle mie spalle. Tutto il percorso fatto finora come viaggiatore, ma soprattutto come uomo, vale ogni singola goccia di sudore versato per farlo. Ma sono ancora piuttosto arrabbiato con le condizioni ingiuste con cui molti di noi continuano a vivere e l’ambiente che le ha generate.

– Ti vengono in mente quali sono state le parole più belle che ti hanno rivolto da quando tutto ha cominciato a cambiare?

“Sembri 10 anni più giovane”. Questa era molto carina! Ce ne sono tante altre, sicuramente più profonde, ma questa, nella sua ironia, è un bell’esemplare. Un segnale piuttosto evidente di come io sia riuscito davvero a riprendermi la vita che avevo perduto negli anni precedenti.

– Vorrei lasciarti con un’ultima domanda, la più difficile.
Cosa consiglieresti a chi si sente prigioniero di una gabbia che gli va stretta, di qualcosa che non vuole?

Gli consiglierei di guardarsi bene intorno e di fare il punto della situazione della propria vita. Di fare una sorta di inventario per elencare cos’ha a disposizione, sia in termini di mezzi materiali che di capacità personali. Tenere solo il necessario ed eliminare il superfluo. Immaginare la propria destinazione (la felicità magari?) e di progettare una strada per arrivarci, passo dopo passo. Una strada fatta su misura, da sé stesso per sé stesso, senza paura di scontentare gli altri tranne le persone che ritiene parte del suo “bagaglio necessario”. E poi di iniziare quel cammino. Il primo passo è il più difficile, ma il più liberatorio.
Se c’è una cosa che ho capito lungo il mio personale percorso è che le cose non arrivano mai da sole. L’unico modo per averle è alzarsi e andare a prenderle.

Ringrazio Francesco Grandis, il cui libro Sulla Strada Giusta e’ acquistabile in Amazon o tramite il suo sito internet.

“Se ne avessimo l’occasione, ti racconterei di quando ero un giovane ingegnere, convinto di aver trovato la sua posizione nel mondo, e di quando scoprii, invece, di essere finito in una gabbia. Di quando lasciai quel posto sicuro in piena crisi economica, per affrontare il mio crollo personale. Di come trovai la strada giusta durante un lungo viaggio, del mio lavoro nomade e dei Paesi che seguirono. Di come mollai tutto ancora una volta per scrivere e condividere la mia esperienza. E sopra ogni cosa, ti parlerei della mia ricerca della Felicità.
Non sono un arrivato ma solo un uomo in cammino, e il libro che hai tra le mani il racconto del mio percorso.”

(Fonte foto: http://wanderingwil.com/ )

Febbraio 2018 – Arrivederci, Amiche di Fuso!

Febbraio 2018 – Arrivederci, Amiche di Fuso!

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La prima volta che mi e’ stato chiesto di scrivere per Amiche di Fuso, ho detto di no, c’erano troppe emozioni in ballo nello scrivere per un pubblico che sapevo sarebbe stato destinato a crescere.

Di lì a poco invece accettai perché quello che stavo vivendo era troppo bello e avrei voluto raccontarlo a tutti e raramente me ne sono pentita.
Sono passati tre anni, 37 post, tanti video editati, piu’ di 500 contributi tra buongiorni su Facebook, #CapisciDiEssereExpat, vignette, copertine, immagini e… ed è arrivato per me il momento di ringraziare e, un po’ a sorpresa, scendere qui.

L’ultimo semestre universitario è stato un incubo per molti versi.
Non fraintendetemi, ho dato ed ottenuto il massimo come sempre fatto fino ad ora ma ho dovuto lavorare per 5 persone, grazie a quella cosa fantastica che sono i lavori di gruppi qui in UK, una tematica della quale avrei voluto avere il tempo di scrivere anche qui.
Il post lo avrei chiamato “ti faresti davvero operare da qualcuno che si è laureato grazie ai lavori di gruppo?” e forse il titolo sarebbe bastato a farvi capire l’antifona.

In mezzo a quel marasma sono arrivate delle brutte_ma_non_cosi_brutte notizie dall’Italia, ho dovuto prendere un aereo di troppo e di notte mi svegliavo con l’ansia delle consegne.
Una volta tornata in Italia, questa volta per le vacanze, ho capito che devo rallentare.

Non è facile per me, che funziono meglio con l’acqua alla gola, che mi piace sentire lo stress e riempire le mie caselline mentali una dopo l’altra, che non rimando quasi nulla, che se penso una cosa poi la devo fare. Subito.
Non riesco a far le cose a metà, a farle male fregandomene e se dico una cosa è quasi sempre quella.

Con un carattere cosi’ non è facile ascoltarsi ma voglio provarci, non lascio Amiche di Fuso perché non ce la faccio più a star dietro all’impegno che c’e’ dietro ad un progetto come questo, che ha diverso materiale da produrre e supervisionare, no, no.
Io ce la farei anche.

Lascio Amiche di Fuso perché voglio provare a rallentare e veder come va senza questo impegno, anche provando ad iniziare a dire “no” a tante piccole incombenze che esulano da questo bellissimo progetto e che mi sono mano mano caricata sulle spalle perché tanto “io ce la faccio“.

Lo spazio è tiranno, è tempo di saluti e di dire che mi mancherà il progetto e mi mancherete voi lettori, moltissimo.
Mi mancherà “lavorare” fianco a fianco con donne che stimo molto e mi mancherà la creatività di quello che facevo qui.

Per questo ringrazio tutti, per la bellissima esperienza e per i tre anni passati a condividere qualcosa di bello.
Continuerò ad essere una fan!

E per chi vuole… ci vediamo sul mio blog e sulla pagina Facebook.

Serena, Scozia

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

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Dove mangiare ad Aberdeen?

Dopo aver dato un’occhiata alla attuale classifica di Trip Advisor relativa ai ristoranti di Aberdeen, ho deciso di dire la mia perché no, non è possibile che le catene siano ai primi posti e le realtà indipendenti ben più in basso!

Nel nostro primo anno qui abbiamo entrambi lavorato nelle cucine e visto il brutto (e ce n’era veramente tanto) ed il bello di diversi locali che non citerò, per esser super partes. Lo stesso farò,  per motivi simili, con i ristoranti Italiani o presunti tali di qui.

Quindi ecco i miei locali preferiti, in ordine rigorosamente alfabetico:

Bev’s Bistro, 123 Holburn St, paga il fatto di essere leggermente fuori mano dal centro che tanto piace agli Aberdonians. Il locale invece è una piccola chicca con 3 grandi tavoli e qualche posto a sedere alla vetrina, uno spazio grande abbastanza per accogliere il via vai di lavoratori che escono per pranzo. Il cibo è fresco, preparato sul momento e semplicemente squisito grazie alla professionalità e all’esperienza di Bev e Alan.
Il classico pranzo con sandwich e zuppa viene riscritto dai proprietari di questo locale, con gusti ottimi, ingredienti di prima scelta ed un pane fatto in casa che merita l’assaggio. Bev apre a pranzo ed ha una selezione pazzesca di torte e prodotti gluten free grazie all’attenzione di Alan.

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Zuppa di Pomodoro e Sandwich

 

Foodstory, 13-15 Thistle St, quando mi sembra che qui le verdure non abbiamo alcun sapore ecco che questo locale riesce sempre a farmi ricredere.
Non è solo il cibo a farla da padrona da Foodstory ma anche l’arredamento, quasi di fortuna eppure elegante e fatato. Il personale è sempre gentile e alla mano malgrado il via vai di gente.
Pezzi forti, non solo la lasagna che mi ha fatta ricredere più e più volte sul mio odio per la versione con le sole verdure ma anche le insalate che sono ben bilanciate, colorate, buone e quasi festose.
Gli ingredienti sono di prima scelta ed il locale è famoso per il suo impegno verso la comunità che qui può riunirsi e non per niente Foodstory è diventato il cardine per diverse attività culturali e ricreative.

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Lasagna con insalata a scelta

 

JW Sushi, 75 Huntly Street, è un sushi place dal quale uscire fuori sazi, infatti qui si lavora molto su qualità E quantità. Le porzioni sono generose, il gusto ottimo e anche qui la fantasia non manca come vedrete una volta preso in mano il menu’.
Hats off per i due proprietari, due ragazzi nella loro ventina, che portano avanti il proprio sogno e regalano ad Aberdeen una piccola perla per quanto concerne la giovane imprenditoria.

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Sushi per due

 

Madame Mew’s, Unit 11 – Aberdeen Market, è una istituzione per un pranzo buono ed economico. Un piatto di curry thailandese costa 6.50 sul nuovo menu’ e con una deliziosa bibita – consiglierei l’iced green tea con latte condensato – si pagano meno di 10 pound per un pranzo ottimo.
La location è quella che è, il mercato di Aberdeen, e poco si presta ad una occasione galante ma funziona molto bene per fare due chiacchiere in compagnia di fronte ad un piatto buono ed abbondante.
Le verdure utilizzate sono fresche ed il tempo di attesa tra un piatto e l’altro racconta una cucina assemblata sul momento, non riscaldata.

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Curry rosso

 

Manchurian, 136 Causewayend, la cucina cinese mi manca, mi manca quella, sicuramente non autentica, che mangiavo in Italia. Qui, lo saprete, il gusto è piuttosto diverso ma in questo locale ho trovato dei piatti molto buoni e delle porzioni decisamente abbondanti.
E’ il mio posto cinese qui ad Aberdeen, apprezzando anche il fatto di poter andare a far la spesa nel negozio orientale subito acconto al locale, che è rifornitissimo.

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Spaghetti cinesi alla piastra

 

Rendezvous at Nargile, 106-108 Forest Avenue, è il locale che aspettavo qui ad Aberdeen. Tanti piattini dal sapore eccezionale, tanta varietà e la possibilità di continuare a chiacchierare all’infinito grazie al lungo orario di apertura. Se come me avete nostalgia delle melanzane cotte a puntino, ecco il posto che fa per voi, una cucina turca che ha molto in comune con la tradizione del nostro sud.
Il persona è professionale e la cucina deliziosa.

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Vezir, una selezione di tanti piattini “Meze”

 

Rishi’s, 210-212 George Street, è il mio ristorante indiano preferito con una menzione speciale per il loro Gobi 65 (cavolfiore) che è decisamente squisito nonche’ il migliore mai assaggiato qui ad Aberdeen. Buono anche il pane naan ed il curry, per il quale c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Il personale è cortese ed il menu’ pranzo vantaggioso.

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Esempio di pranzo a prezzo fisso.

 

Yatai, 53 Langstane Pl, è il locale nel quale amo andare per una serata romantica o per parlare con le mie amiche Italiane. Da poco aperto sia a pranzo che a cena, è il posto ideale per ritrovare l’odore del Giappone grazie all’enorme piastra a vista.
I ramen sono eccezionali e di estrema bonta’ è lo spiedino di funghi con burro e miso paste. Il menu’ cambia spesso, segno che manager e cucina continuano ad avere passione per quello che fanno.

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Ramen di verdure.

 

Yorokobi by CJ, è il sushi place per eccellenza, una cucina non banale ed una grande attenzione ai particolari disposti nel piatto. Durante la settimana è il posto ideale nel quale cenare ed il menu’ early bird favorisce chi vuole mangiare presto e pagare un pochino meno.
Non saprei quale sushi consigliare di più, decisamente il caterpillar roll è un regalo che vorrete fare spesso al vostro palato ma anche il bibimbap (tradizione coreana) è incredibile e da provare.

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Caterpillar Sushi.

 

Questi erano i miei locali preferiti. I vostri? 🙂

 

 

 

LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

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Il pacco Amazon di fronte alla porta di casa.

Le regole del buon vicinato in Scozia.

Anche quest’anno a Natale ho fatto incetta di cards di auguri che sono finite appese sul muro del salone a prendere un po’ di polvere mentre mi ricordano che il mondo è bello, che questa tradizione britannica mi piace proprio tanto.
Il mondo è così bello che questi bigliettini non li ho ricevuti solo dagli amici ma anche dai miei datori di lavoro e dai vicini di casa, gli stessi che conosco a malapena e ai quali dico solo “buongiorno”, “buonasera” e “che freddo!“.

Ma questo non importa e a Natale hanno preso in mano la penna per augurarmi buone feste e felice anno nuovo ed io ho fatto lo stesso, firmando “Serena & Alessio, 16C”, il numero del nostro interno.

Non potrei pensare a soluzione migliore di questa, non ci parliamo ma siamo cortesi gli uni con gli altri, così quando la mia dirimpettaia mi scrive un bigliettino per chiedermi di lavare le scale (*), io procedo e le rispondo con due righe augurandole una buona giornata.
Se trovo una cartaccia sul pianerottolo non attacco cartelli per urlare all’inciviltà, non metto nero su bianco parolacce e bassezze senza apporre una firma alcuna, come tanti usavano fare in Italia, ma la raccolgo e se qualcuno cammina con un passo pesante al piano di sopra di certo non vado a bussargli alla porta alle 9 della sera.
I miei vicini fanno lo stesso.

Siamo, ripeto, rispettosi gli uni degli altri, diamo ascolto al buonsenso e la cosa funziona benissimo così.

Durante il mio ultimo viaggio in Italia un pacco di Amazon è stato recapitato davanti alla mia porta di casa.
Non al vicino, non in un posto sicuro.
Davanti alla mia porta di casa.

Tornata dalle ferie lì ho ritrovato il pacco ad aspettarmi, nessuno lo aveva toccato malgrado il via vai quotidiano.

Stasera un ennesimo episodio, un altro pacco, questa volta consegnato per sbaglio al civico 23 che non è di fronte casa mia ma ad una decina di metri di distanza.
Scopro l’errore perché l’abitante del civico 23 ha notato l’inghippo ed è uscita di casa per lasciarmi un avviso, mentre io ero fuori.
Alle sette di sera scendiamo in strada, entriamo nel suo vialetto all’inglese e veniamo accolti da una signora sorridente che ci mette subito in mano il pacco che non ha neanche provato ad aprire, lo ha semplicemente tenuto lì accanto alla porta, in attesa di noi.

La cosa più naturale del mondo che ancora mi stupisce.

 

(*) Non so se sia così ovunque ma qui non paghiamo il condominio né una ditta di pulizie per mantenere decoroso lo stabile.
Semplicemente, a turno si spazzano e lavano le scale.
Cosa che io adoro.

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

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Una estate a Stonehaven.

Se fossi partita a vent’anni probabilmente sarei finita a Londra, in una casa condivisa a lavorare come una trottola, le sere off a fare il pieno al pub.
Ma sono partita a trenta, siamo partiti in due, e a parte il lavorare come una trottola, tutto è diverso.

Manchiamo dall’Italia da quattro anni ed iniziamo a desiderare di poter mettere radici da qualche parte, di comprare una casa nostra, di poter aver l’orto ed il BBQ per gli amici ed i parenti in visita. Un gatto, due, un cane enorme. Vorremmo una casa grande, con una veranda e le sedie, due comodini, un letto king e l’armadio scorrevole.
Un posto che sia nostro, che abbia il nostro sapore.

Abbiamo 15 anni di contributi spalmati su 3 paesi diversi.
Mio marito pensa alla pensione, ce la daranno?
Ci basterà?

Io vorrei poter traslocare meno e fermarmi in un posto che mi piaccia ma per un po’.
Un anno in Giappone, tornare in Australia, provare l’America.

Non per sempre.
Perché io, arrivata a questo punto, so solo che il mondo è grande e che non sono pronta per decidere, per scendere qui o lì.

A volte penso “ma chissene frega“, andiamo dove tira il vento, che importa di avere una casa?
Che cosa è questa ossessione per il mattone quando hai il mondo da girare?
Anzi sai cosa?
Non mettiamoci limiti, camminiamo per il mondo che per fermarci ci sarà sempre tempo e modo.
Rendiamo casa ogni pezzettino del mondo, possiamo farlo, lo abbiamo fatto fino ad ora!
Chi ci ferma?

Potremmo far tutto oggi, per come stiamo oggi, per le persone che siamo oggi, per la salute che abbiamo oggi.
La vita però a volte prende a schiaffi e da qualche parte nella testa quell’idea di nomadismo viene cancellata dalla paura, dalla saggezza – o conformismo – di quei millenni di umanità che, quando può, stanzia.

Ancora un anno e mezzo e avremo una laurea importante sotto il braccio ed una nuova decisione da prendere. Ancora un anno e mezzo e saremo liberi di andare via da qui ma… per dove?

Non abbiamo un ingaggio con una particolare società, non siamo vincolati con una determinata location, possiamo lavorare da dove vogliamo, siamo liberi di vagabondare, per ora.
Questa libertà scotta, ci permette di poter decidere ogni dettaglio del nostro prossimo trasferimento.
E a pagarne tutte le conseguenze.
Non avremo i facchini delle società ad impacchettarci la casa, non avremo gli HR a trovarci un nuovo posto in cui vivere, eventuali visti saranno a carico nostro dal primo all’ultimo documento, dal primo all’ultimo bonifico.
Saremo noi a dover far tutto, di nuovo, da capo, con lo stomaco incerto.
E questo pesa, fa paura ma è anche bello.

Dove andremo?

– Australia?
Quando ho lasciato Melbourne ero sicura che fosse casa mia.
Era la vita che volevo, vivevo in pieno centro e non in quei suburbs che mi avrebbero dato alla noia, avevo amici con cui andare fuori quando volevo, avevo la vita che volevo.

Melbourne e’ arrivata al momento giusto, anzi perfetto.
Ma la distanza ora mi fa paura.
Mi fa paura sapere di essere cambiata.
Melbourne l’abbiamo cercata quando ci servivano quelle miglia di distanza tra noi ed il nostro passato.
Quella distanza mi terrorizza ora che sono abituata a tornare in Italia tre o quattro, quattro!, volte l’anno.

Me lo aveste detto quattro anni fa mi sarei arrabbiata.
Ma ho paura di tornare down under e capire che non è più quel tempo, meraviglioso, che non è più lei quella che ci serve.

Melbourne è arrivata al momento giusto, noi eravamo li’ al momento giusto!

Se ci trasferissimo in Australia avremmo da affrontare un visto molto costoso ma una volta lì saremmo ben, davvero ben, pagati. Allettante ma ad un certo punto anche i soldi non hanno lo stesso valore se i tuoi affetti sono a 24 ore di volo.

Europa?
Si ma dove?
Vorrei un posto con il sole, dove si parli l’inglese e che sia ordinato.
Eggia’, non esiste un posto così.

Mio marito ogni tanto sogna la Danimarca, io ne ho paura.
Ho trovato Copenaghen bellissima ma non credo possa esser casa mia, non lo credo proprio.
Una nostra amica ci vedrebbe bene a Stoccolma e lei ha vissuto qui ad Aberdeen e l’ha maldetestata proprio come noi, eppure ci consiglia la Svezia perche’ non c’è paragone, dice, ed io mi fido.

E se rimanessimo negli UK?
La Gran Bretagna mi ha delusa ma ho vissuto in una zona spiacevole, ho avuto a che fare con certe mentalità che, ne sono certa, poco rappresentano gli United Kingdom.
Non dico rimanere qui al nord della Scozia ma siamo qui da più di tre anni, altri due e potremmo avere un visto permanente, Brexit o non Brexit.

Se dovessimo rimanere qui scenderei, verso sud ma non Londra.
Non voglio dover pagare tutta la vita un mutuo esorbitante per una casa in zona 1000.

Sono troppo vecchia.

– America?
Chi mi legge dall’inizio potrebbe ricordare che galeotto fu il mio viaggio di nozze, quando scoprii la gentilezza degli americani  e la bellezza di quella parte di mondo.
Che sì, lo dirò fino allo sfinimento, in Italia quella gentilezza per il prossimo, per colui che incontri in ascensore per caso, quel modo di sorridere, io non la trovavo più.

Ma l’America è anche Trump, sono le armi (le armi!), l’assicurazione sanitaria, la bancarotta per potersi curare.
l’America è anche quella parte idiota e bigotta che mi terrorizza. L’egocentrismo.

Abbiamo applicato per la Diversity Visa Lottery, la lotteria che consente di essere estratti per poter andar a vivere negli USA con una green card in mano.
Staremo a vedere, non è più il nostro sogno ma ad una visa che cade dal cielo non saprei dire di no.
Saremmo ben pagati se vivessimo in America ma, di nuovo, non so se ci basterebbe quello per esser felici.

Troveremo un posto per noi?
Possibilmente collegato con un volo diretto?

Serena, ma quanti cavoli che c’hai, dirà qualcuno.

Lo so, ma è anche la libertà di autorizzarci a pensare che abbiamo conquistato.
La splendida pretesa di poter avere qualcosa di piu’.
E di volerci provare.