NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

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È successa questa cosa, che con le amiche parlavo solo di fighi e sesso e invece ora la metà delle nostre conversazioni sono sui nostri primi acciacchi, su quello che non digeriamo più come prima e, ovviamente, ancora sul sesso ma tra anziani ormai fragili.

Malgrado questo, se avessi dovuto parlare di me prima della gamba rotta in Australia, avrei detto di avere una salute di ferro. Da allora non ho fatto altro che vedere dottori e ospedali e allora forse è meglio se mi sto zitta.

Nulla di grave, per fortuna, ma anche a Roma non poteva mancare una visita al pronto soccorso (e lo sapreste se mi seguiste su Facebook).

Un giorno di Maggio mi sono addormentata grattandomi un polpaccio e mi sono risvegliata coperta di bolle calde. Con la mia fortuna sfacciata pensavo fossero di nuovo i bed bugs ma il marito era apparentemente intonso e non mi sembrava di avvertire alcuna feritina da morso.

Ho ingoiato qualche pasticca di Tinset e sono tornata un paio di volte in farmacia per cercare qualcosa di più efficace. Missione fallita, 48 ore dopo ero come la Pimpa ed in più single, che le mani erano così gonfie da aver dovuto rimuovere anello di fidanzamento e fede per non farmele amputare d’urgenza.

Decisa a risolvere la questione, mi sono diretta dal mio medico di base per la prima volta dopo quattro anni. Ero pronta ad esser cacciata via in quanto non più veramente Italiana per scoprire invece che per Roma io sono ancora residente nella casa che ho venduto nel 2016 e questo malgrado l’iscrizione all’Aire. La cosa mi ha fatta molto pensare.

Un altro giro in farmacia, questa volta con una ricetta, ancora un po’ di pazienza e l’inizio di un fastidio alla gola.

Sono in metro che penso “mi sto gonfiando DENTRO e morirò così”.

Aspetto qualche minuto e capisco che è solo un po’ di mal di gola ma ormai la situazione era piuttosto tragica.

Il giorno dopo ho organizzato un pomeriggio niente male per i nipoti, quattro bimbi che vogliono del tempo assieme a noi. Potevano scegliere tra cinema e giostre, hanno scelto le seconde ed io ho messo le mani avanti dicendo “solo 10 euro a testa in gettoni“. Il marito è svenuto di fronte a quella promessa che ci avrebbe ulteriormente impoveriti e sicuramente abbiamo litigato per questo.

Ma non importa, sono ancora gonfia e verso cena sento la dermatologa di famiglia e non è tranquilla come il medico base. Le medicine non vanno bene, serve qualcosa di forte. DEVO andare in ospedale.

Ceno sapendo che farò nottata al pronto soccorso quando sono scesa in Italia cinque giorni per fare ben altro. Quarantotto ore buttate così.

Prendiamo la metro e ci godiamo San Giovanni di notte, oltre le mura. Scatto foto come una turista e vengono tutte brutte per le troppe luci.

Penso che qui, proprio a San Giovanni, c’era mia nonna affacciata alla finestra, alla sera. Le fotografie non servono.

Questa comunque è la cronaca della notte passata al pronto soccorso, dopo quattro anni che sono via dall’Italia:

Capitolo 1: LA PENNA

Al pronto soccorso una donna mi invita a compilare un foglio con le mie generalità. Lo fa come se fossi sua sorella, in un modo spiccio che conosco bene e non sempre approvo ma c’era tanta dolcezza in lei.

“E ‘ndo sta la penna? Ma che se la so’ fregata pure stasera”?

Mio marito tira fuori la sua proprio quando la donna mi dice “gioia, fai una cosa, lascia perde di compilà che se la penna non c’è, non c’è”.

Insisto per usare la nostra e lui propone di lasciargliela. Non mi ricordo se lo abbiamo fatto poi, perché mi portano subito in un’altra stanza e mi dividono immediatamente da lui che passerà la notte insieme agli accompagnatori, lontano da noi malati.

Capitolo 2: IL TRIAGE

Prendono il foglio compilato e lo passano al computer. Sono codice verde, non in pericolo di vita e non avevo alcun dubbio malgrado quei cinque minuti in metro.

Anzi, la reazione allergica alla mia età mi fa quasi ridere, non so perché. Non me la sarei mai aspettata, non sapevo di essere allergica, proprio come quelle trasmissioni trash su Sky.

Al triage c’è un’altra donna, le spiego che vivo in Scozia e che sono iscritta all’Aire.
Al computer risulto ancora residente a casa di mia madre, lasciata due anni prima di sposarmi, probabilmente nel 2010.

Provo pietà per questo sistema di scatole chiuse, dove la verità non la sa nessuno, persino su una cosa semplice come una residenza. Pensare che io all’estero voto, quindi da qualche parte c’è un database aggiornato che dice che non vivo più in Italia e sono iscritta alla lista degli Italiani in quel di Aberdeen.

“Dovrò pagare”?
“Bella mia, fosse per me, proprio no… Ma voi siete Europa? Avete una convenzione”?

Sì, siamo Europa e per le emergenze pensavo fosse gratuito anche per noi ma ora mi sento presa in contropiede. La sua incertezza mi fa pensare, forse sbaglio io?
Non era un problema solo per medico di base e visite al CUP? Non lo so, sono confusa, sono stanca, mi starebbe bene tutto in realtà. Sto male, mi serve il cortisone e pagherò volentieri per risolvere, ho paura della possibile cifra ma siamo in Italia e non dovrei averne, dopo l’Australia lo so bene.

Prova ad aggiornare il mio indirizzo con quello scozzese, digitando lettera dopo lettera, piano, come farebbe mia nonna che non ha mai usato un computer e stampa lo stesso foglio tre volte. Per tre volte rimane nero su bianco l’indirizzo di casa per mia madre.

Da quando sono lì sono già stati strappati una decina di fogli.

“Guardi, se vuole può lasciare quello, mia madre ha le chiavi della casa… Se mi spedirete da pagare girerà tutto a me senza dubbio”.

Lei ci riprova ma nulla.

“Sai che c’è? Noi qui non vogliamo far pagare nessuno, ho solo paura che ti facciano storie dentro”.
Mi ripete per altre due volte quanto ci tenga a non far pagare nessuno – e l’ho trovata una cosa dolce da dire dopo un anno in Australia – e che ci sarà da aspettare un po’.

Capitolo 3: L’ATTESA

La traduzione di “aspettare un po’” mi era chiara fin da subito. Sono le 22:30 ed uscirò per le 2. Alle 7:30 devo uscire di casa per andare dalla dermatologa che vuole comunque vedermi.

Farò le ore piccole ma porterò i nipoti fuori come promesso.

Quando però non vengo visitata che all’una, realizzo che non uscirò mai da quell’ospedale per un’ora decente.
Mi promettono i risultati delle analisi in un’ora e mezza, sono speranzosa ma verrò dimessa solo alle 5 del mattino.

Capitolo 4: IL SENSO DI COLPA

I nipoti volevano uscire con noi, glielo avevamo promesso! È la nostra tradizione da tanto, da quella volta che uno dei quattro si fece forza per dirci “andiamo tutti insieme al cinema anche questa volta?“.
Lì ho capito che quello che era stato un episodio sarebbe diventato il nostro modo per ritrovarci, ritagliando del tempo solo per noi, tra Mc Donald’s, patatine, edicole, cinema e giochi.

E vomitate per loro in piscina o a karate il giorno dopo, che zia non si regola ancora molto bene con il nutrirli ma sta imparando.

Capitolo 5: LA DIAGNOSI

Sapevamo che sarebbe stato difficile capire cosa avesse scatenato la reazione, probabilmente qualcosa mangiato.
Vai a capire.

Non mi aspettavo invece lo smarrimento dei dottori: erano due e non avevano mai visto una reazione estesa come la mia. Ma sono medici di pronto soccorso e di cose strane ne devono aver viste eccome, forse volevano solo lusingarmi! 😀

Dai, non posso creder di esser stata così sfigatamente speciale.

Le analisi del sangue sono un po’ inguagliate ed ecco un nuovo capitolo per me ed il GP che dovrò trovare ad Edimburgo, mi dico quella sera.

La verità è che il medico di Edimburgo taglierà corto e non mi farà neanche parlare, una volta tornata in Scozia, aumentando la mia frustrazione verso il NHS.

Capitolo 6: IL MARITO

Esiliata insieme ai malati, mi avevano chiesto di lasciare fuori mio marito per una questione di rispetto ma una volta dentro diverse persone erano accompagnate ed un paio di queste anche sbaciucchiate dal proprio partner.

Io litigavo con mio marito per messaggio, entrambi frustrati.

Gli ho detto più volte di andare via, che stare in due a perdere il sonno senza potersi supportare non aveva senso.

Alle 4 del mattino sono andata a prendermelo, ero rimasta solo io nella saletta ed il tipo della reception mi ha dato subito l’ok. C’eravamo già dati un bacetto di straforo verso le 2 e sapeva che ci piacevamo, malgrado le liti via WhatsApp.

Capitolo 7: LO STATO DEL PRONTO SOCCORSO

Che poi è il motivo per questo lungo post.
Cosa mi ha stupito di questa esperienza al punto da scriverne?

No, non sono stata maltrattata malgrado certi atteggiamenti un po’ spicci (non nei dottori e neanche negli infermieri che sono stati grandiosi) ma personale non ce ne era proprio.

Ho aspettato quasi 8 ore seduta su una sedia con nessuno a badarci e saremo state una ventina di persone.

Ogni tanto un portantino portava via qualcuno che era lì dalla mattina per l’accettazione al reparto.

Una signora sulla cinquantina era su un letto con un braccio rotto, ha chiesto immediatamente aiuto per urinare, il che vuol dire che probabilmente ne aveva davvero bisogno ed urgenza.
Il primo portantino le ha detto qualcosa di non diverso dama non penso proprio, te gira la testa e mica te puoi alzà”.

Dopo 30 minuti è arrivato un suo collega, più gentile, ed ha promesso di informarsi con i dottori. La signora tratteneva la pipì da non so quanto ed io stavo male per lei. Malgrado la gentilezza quel ragazzo non è tornato ad aiutarla.

Dopo un’ora è arrivato un infermiere gentile e alla supplica della signora ha immediatamente provveduto.

A Roma siamo troppi, troppo stressati e forse lo capisco ma rimane una negligenza, rimane un torto ed una mancanza.

In quel momento però ho capito che io non posso vivere in una città grande e incasinata come quella che mi ha dato i natali, in un posto dove questa noncuranza è normale (*).  Io ho bisogno di una città che non sia morta e non dorma ma che non sia neanche un posto dove assistere a cose del genere.

In UK ho portato in ospedale dei ragazzi disabili che seguivo quando facevo la carer e sono stata in ospedale io stessa ed il personale era ovunque.

Dagli infermieri, agli impiegati dell’accettazione a loro, gli addetti alla pulizia, disponibili h24. Erano tutti sorridenti e pieni di premure.

In Italia per 8 ore abbiamo condiviso UN solo bagno, con un fiume di urina a terra ed un mega assorbente sporco di ciclo lasciato vicino al secchio. E sì, il cestino c’era ma diciamo che magari era stata la debolezza di una donna ammalata e chiudiamo un occhio sul suo comportamento incivile ma di cleaners neanche l’ombra.

Verso le 3 qualcuno voleva lavarsi le mani al lavandino e ci hanno informato che non era possibile perché “hanno chiuso l’acqua“.

Ma chi?
Chi chiude l’acqua dei bagni con 20 pazienti malati?

Non avevo alcun appetito, ero solo molto stanca, volevo dormire seduta e non ci riuscivo. In ogni caso non c’era nulla da bere o da mangiare, neanche a pagamento si intende.

Alle cinque del mattino il dottore gentile è tornato (con le analisi stampate ben due ore prima) e mi ha detto “non so che altro fare per te, meglio se fissi un appuntamento con una dermatologa“.

Gli ho confermato che l’appuntamento era stato preso e lui ha aggiunto “Cosa vuoi fare? Andare a casa?“.

Le bolle erano ancora lì malgrado l’iniezione di cortisone ma cavolo se volevo andarmene.

Siamo tornati al B&B che mi sentivo piena di forze malgrado la mancanza di sonno, rinvigorita dall’aria finalmente fresca sul viso. Ugualmente una volta a letto sono crollata.

Alle 11 mi sono svegliata che ero sgonfia, finalmente il cortisone aveva funzionato. Ad attendermi, purtroppo, anche i messaggi dei nipoti delusi da quell’appartamento mancato.

Che razza di viaggio!

CONCLUSIONE

Quanto stavo meglio prima dei 30, non avete idea! 😀


(*) Ma non fatemi parlare delle mie esperienze con il medico in UK, che veramente non c’è nulla da gioire e quando vivi tra due mondi come me hai tanti per motivi per esser grata e tanti per non esserlo. In entrambi i mondi.

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CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO, FACCIO COME MI PARE, BLOG DA SEGUIRE, BLOG DA LEGGERE, EXPAT BLOG, VITA IN SCOZIA, VITA ALL'ESTERO, TRASFERIRSI ALL'ESTERO, VIVERE IN UNA CASA CONDIVISA, PERSONAGGI STRANI, PERSONAGGI ASSURDI, SCONOSCIUTI Ci siamo, ancora un mese e tornerò a vivere nella mia comfort zone, a casa mia, dove il bagno lo condivido solo con mio marito e la cucina la trovo come l’abbiamo lasciata uscendo.

Di questa esperienza nella casa condivisa avevo paura ma come tante altre cose, il peggio è immaginare cosa andrà storto perché poi, quando ti trovi nella mischia, non puoi che vivertela e cercare di farlo al meglio.

È un giorno dal cielo grigio in quel di Edimburgo, ho la finestra aperta per far entrare l’aria e sono appena tornata dal bagno dove ho trovato una magnifica sorpresa dorata che mi ha ispirato questo post e ora davvero non sto più nella pelle di cominciare!

Ecco quindi la mia classifica sui cinque coinquilini da incubo e, ve lo dico, uno solo io!

IL PISCIA SUL BORDO

Ho cercato nella mia mente un modo più nobile per descrivere questo individuo che non ha difetti, è simpatico, è alla mano epperò piscia sulla tavoletta del cesso come fosse un soffione da doccia olimpionico.

A parte questa cosuccia, forse un difetto lo ha: deve essere cieco perché quelle macchie dorate non mi sembrano proprio così difficili da notare e pulire via ma cosa posso chiedere ad un essere umano che vuole marcare il suo territorio e sentirsi più vicino al mondo animale che io tanto amo? Go vegan, bro!

IL SERIAL KILLER

Di questa figura mitologica ne avevo sentito parlare da svariati amici, è il coinquilino strano, quello che non ti stupirebbe di trovare sul giornale accusato di qualche efferatezza.

Ai tuoi danni.

Il serial killer vive nelle sue stanze, non parla ma quello che è peggio è che nessuno – o quasi – lo ha mai visto. Se è in bagno non esce finché il corridoio non è stato LIBERATO dalla presenza di altri umani. Se torna a casa corre subito in camera malgrado tu abbia lanciato un “Hello!” dalla cucina.

Dalla porta della sua camera non esce mai un filo di luce e neanche un poco di rumore. Il nulla. Hai provato a bussare in un paio di occasioni, per invitarlo a socializzare ed ha fatto finta di non essere in casa.

Benissimo.

Il serial killer esiste e nel mio caso dovrebbe andarsene via domani, lo ringrazio di cuore per questa emozionante avventura che mi ha portata a chiudermi dietro il catenaccio della porta della stanza.

LA ZOZZA LURIDA

Se per le precedenti categorie ho voluto lasciare un velo di mistero sul sesso dei personaggi, per la zozza lurida ho sentito il bisogno di scoprire le carte.

La zozza lurida lascia la sua tazza con i cereali al lunedì, ed un’altra al martedì e via dicendo fino ad avere un cacatoio al posto del lavandino della cucina.

Anche qui, benone.

GLI SCOPONI

Agli scoponi non importa di avere un letto in legno marcio, loro si ritaglieranno sempre un momento per produrre una melodia a base di gnicgnic, il rumore delle doghe che cigolano nella notte.

Che sia per questo che il Serial Killer non esce mai dalla sua camera?

Potrebbe.

IL PASSIVO AGGRESSIVO MUNITO DI POST-IT

È tutto un sorrisone quando ti incontra e non alza mai una polemica.

La polemica infatti lui se la lascia dietro, scritta su post-it che attacca qui e lì nella cucina, chiedendo rispetto per le cose comuni e non lesinando di singole/doppie sottolineature e punti esclamativi!!!

IL TIRCHIO

Questo personaggio è il nemico giurato del passivo-aggressivo. Alla richiesta di contribuire con i cinque fottuti pound delle spese mensili, il tirchio farà grandi sorrisi e orecchie da mercante, continuando a lavare i suoi piatti con il detersivo che gli hai pagato tu.

Per il passivo-aggressivo questo smacco vuol dire perdere il sonno (la colpa sarà anche degli Scoponi?) alla ricerca di una vendetta.

Quale cosa migliore di decidere di NON ricomprare la carta igienica se il tirchio non contribuirà alle spese?

È un piano infallibile!

Nel bagno e senza carta, il tirchio non potrà che comprendere il motivo di quella piccola tassa fatta di civiltà necessaria e amore per gli altri membri della casa.

Un centesimo alla volta, il tirchio ha però creato non solo una fortezza economica ma anche un solido modus operandi e nel cuore della notte porterà in bagno UN rotolo di carta igienica sottratto al lavoro, con lo scopo di utilizzarlo ESCLUSIVAMENTE per la pulizia del suo prezioso deretano.

Scacco matto!

Che dire, mai avrei pensato di vivere in una casa dove la carta igienica diventa un problema di stato ma se supero la notte potrò almeno dire addio al Serial Killer e questa è davvero una grande conquista.

Dalla casa condivisa è tutto, a voi la linea!

SONO (STATA) RAZZISTA

SONO (STATA) RAZZISTA

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Una sera fuori, mangiando pizza koreana. Sì, esiste anche quella ed è buona.

Sono stata razzista.

Che cosa è l’odio per le persone diverse da noi e quanto è questo connesso alla non conoscenza e quindi con la mera paura dell’altro? Bada bene, non sto parlando di ignoranza per offendere e per dimostartelo ti mostro chi ero io, che sono stata razzista per molto tempo ed ho cambiato idea solo parlando con le persone che mi facevano paura e quindi rabbia.

A diciotto anni leggevo solo libri sulle donne abusate dai propri familiari e mariti musulmani (esistono), avevo lanciato una petizione online per salvarne una e vivevo in questo quartiere di Roma dove ci dicevamo: “siamo gli unici Italiani sul bus“. Lo capivi perchè attorno erano tutti di un altro colore ed in più il bus, come in tutta Roma, puzzava, era sempre pieno e pochi pagavano il biglietto.

Avevo fatto due più due.

Veniva cinque ma non potevo saperlo perché avevo diciotto anni e c’erano tante cose che non sapevo.

Verso i vent’anni leggevo Oriana Fallaci descrivere l’Eurasia e la sua paura folle che  loro venissero a colonizzarci, io tremavo per la rabbia ed oggi penso, Oriana, grandissima mia amata guerriera e scrittrice, eri forse diventata anziana e chiusa come succede a tanti di noi? Proprio tu che avevi viaggiato il mondo e del diverso ti eri innamorata? Non era solo questo la Fallaci, era figlia del suo tempo, questo sì, proprio come lo sono alcuni miei parenti e spiaggiata in un contesto che le permetteva di parlare in quel modo doloroso e cieco, proprio come certi amici e conoscenti quando dicono cose delle quali io mi vergognerei. Oggi.

Mi pare ci fossero le politiche in Italia e la Santanchè manifestava contro Veltroni, dicendo: “Voleva andare in Africa e invece l’Africa ce l’ha portata qui”. Io pensavo, che gran donna, questa Santanchè, che due coglioni che ha e quanta verità.

Prima dei trenta lavoravo in un posto che assumeva ragazzi che venivano un po’ da tutto il mondo, erano tutti regolari, ed erano soprattutto – sorpresa, sorpresa! – persone, sorrisi e storie. Anche cacca ogni tanto, come qualsiasi persona al mondo.

C’era la ragazza che avevo scoperto indossare il velo durante il Ramadan e cosa potevo dire io di lei e di quella sua scelta se solo fino al giorno prima mi invitava a casa sua per nuotare sulla barriera corallina ed io ci pensavo seriamente? Se fino al giorno prima ridevamo insieme e parlavamo male degli stessi personaggi. Se ci somigliavamo e l’avevo sempre considerata una con un carattere deciso e per nulla sottomesso? Il SUO velo sui capelli in che cosa avrebbe dovuto riguardare ME?

C’erano i ragazzi dell’Est Europa e non venivano al lavoro ubriachi nè stupravano e, con il senno di poi, parlavano Italiano meglio di come io parlo inglese oggi. Leggevano libri importanti come i loro sogni eppure ogni giorno avevano a che fare con qualche Italiano che li guardava storto: oggi penso che almeno loro potevano nascondersi, tacendo l’accento, che non erano neri, colore evidente che fa partire la testa a molti, sui bus pieni, specialmente.

C’era infatti l’uomo Africano che in Italia ci DOVEVA stare malgrado la sua famiglia avesse trovato rifugio in Francia, dove suo figlio cresceva per questo senza di lui. Era un assurdo gioco di burocrazia internazionale infinito. In Italia ci doveva stare ma parlava benissimo la mia lingua e ogni tanto sbottava e diceva ma guarda che io c’ho una laurea in marketing, non dico cazzate!, che troppa gente non lo guardava neanche in faccia quando parlava, che nel loro immaginario era sceso dagli alberi, come le scimmie.

Frase che ho sentito dire tante volte e con enorme orgoglio ed una gran risata, in Italia, così come “non sono io razzista ma loro ad essere neri”.

Al mio matrimonio invitai due ragazzi di colore ed una ragazza dell’Est Europa. Un invitato a cui voglio un bene dell’anima, mi disse che stavo sbagliando qualcosa e di metterlo lontano da quel tavolo, soprattutto dalla ragazza dell’Est. Rimasi male ma non riuscivo a provare una vera rabbia, mi sembravano discorsi così normali a quei tempi, era solo un parere. Ed i pareri mica fanno male a qualcuno, o no?

Poi sono partita e la mia testa ha fatto ka-bum.

Ho tenuto dentro di me altri pregiudizi e sono tutti (o quasi) andati a farsi fottere mano a mano che conoscevo persone, esseri umani da tutto il mondo, di ogni colore e credo.

Puoi odiare la donna con il velo che cucina per te e con cui ti scambi i regali a Natale?

Puoi dire “non mangio indiano perché sono sporchi” se poi provi il pane naan appena sfornato?

Puoi pensare “scimmia appena scesa dall’albero(*)” del ragazzo di colore che studia con te in Università? O del tuo capo? O dei tuo medico? O del ragazzo che ti sorride servendoti il caffè mentre scherza con i colleghi? O ancora peggio: puoi pensarlo di qualcuno che sta male? Che ha bisogno? Che ha la sola colpa di avere fame e non esser nato ricco?

Puoi avercela con i cinesi che vengono qui a farci concorrenza quando sei tu che te ne sei andata grazie ad un passaporto fortunato ed una faccia bella bianca? Quando vai dal “cinese” sotto casa per pagare meno la lampadina o l’orlo ai pantaloni? Quando ti fanno schifo ma sono gli stessi dai quali vai a farti i capelli per risparmiare?

Puoi accettare che qualcuno dica “quello non è Italiano” di un ragazzo perfettamente integrato e con un perfetto Italiano (requisito che per quanto ne so non ha a che fare con la cittadinanza o mezza popolazione italica andrebbe espulsa senza passare dal via) ma nato altrove quando TU sai cosa voglia dire vivere in un paese estero e sentirsi parte integrante e motore di quella comunità pur a volte odiando quel paese? Mi sono stupita nel risponde “I am from Aberdeen” ad un paio di persone che mi hanno chiesto di dove fossi, mentre vivevo qui ad Edimburgo. Se guardi i miei documenti è una bugia ma non lo era per me.

Io non posso odiare nessuno per la sua provenienza geografica, non dubito che qualcuno ci possa riuscire e riuscirà ancora per molto tempo ma dal mio punto di vista quella rabbia non è reale – andrebbe infatti diretta altrove – e si perde invece una occasione  concreta e bella, un intreccio, un ricamo imprevisto su una tela fatta di granitiche certezze.

Anche una razzista come me c’è riuscita a superare certi pregiudizi perché quando conosci una persona non puoi provare odio immediato, a meno che quella non ti dica “piacere!” per poi darti una testata in faccia. Caso piuttosto raro e per nulla correlato con la nazionalità a quanto ne so.

Un consiglio?

Se ti allungano una mano, stringila. Non ti prenderai nessuna malattia.
Se ti chiedono di assaggiare un cibo tipico, provalo. Male che vada avrai qualcosa da raccontare ed il più delle volte sarà un “non immaginavo potesse essere cosi’ buono”.
Se puoi ascoltare gli altri, fallo. Ogni storia ha contribuito a cambiarmi e nei cuori di coloro che lasciano il proprio paese c’è un fiume in piena e questo te lo dico per esperienza personale.
Se puoi essere buono, prova. Questo non te lo devo spiegare, fare una minima differenza per un essere umano fa bene a noi in primis.

E comunque, sai, l’ultimo che mi ha detto “l’Italia agli Italiani”, era un ragazzetto che si definiva un lavoratore onesto e ci ha inculato 500 euro. Che a quel punto, sarebbe stato da dirgli che se l’Italia è questa allora se la poteva tenere, eh.

(*) Ci tengo però a dire che una frase così non l’ho mai detta ne’ pensata e solo scriverla mi ha fatta star male.

LA COINQUILINA CINESE

LA COINQUILINA CINESE

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Che poi in Cina non hanno neanche Facebook.

La mia coinquilina cinese preferita, K., doveva lasciare la casa domani e lo aveva scritto anche sul calendario.

Ieri sera mi ha chiesto di bere e mangiare insieme. Ho detto di sì ma lei non è tornata che a tarda notte ed io ho pensato che non ci fossimo capite e pensato “Pazienza. Domani me l’abbraccio“.

Stamattina c’erano dei panini al cioccolato e uvetta sul tavolo, che K. ha la mania di cucinare dolci. Lo fa di notte e al mattino lascia la colazione per tutti, a volte dolci francesi, altre volte i dolci della tradizione cinese che devono cuocere sei ore filate.

Tornando a casa ho preso qualcosa per festeggiare il suo ultimo giorno, il vino lo avevamo da ieri.

Invece ho trovato un regalo per noi di fronte alla porta e tante scuse, aveva sbagliato il giorno e ci vorrà bene per sempre e spera che non la dimenticheremo. In cucina una pila dei suoi leftovers con post-it ovunque per spiegare come cucinarli, invitandoci a continuare a fare dolci per lei.

Qualche giorno fa mi aveva detto “Serena, vuoi vedere la mia camera?” e quella richiesta mi aveva fatta sorridere sotto i baffi ma non se ne era fatto nulla.

Chissà che direbbe se sapesse che dopo aver trovato il suo biglietto ho bussato proprio alla sua porta, sperando con tutto il cuore di trovarla ancora quando invece era tutto ormai vuoto, di lei più niente.

Mi è venuto il magone.

Me l’avessero detto, non ci avrei creduto.

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

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Quella volta a Malta

Quattro anni che ho lasciato l’Italia.

Come è iniziata lo sanno tutti gli affezionati, quel giorno di quattro anni fa ho chiuso la porta di casa ma prima ho provato a fare un discorso per i presenti, finendo con il piangere come una bambina senza saper concludere una sola frase che avesse un senso. In bocca singhiozzi, lacrime ed il sapore dell’unico vino superstite nella nostra casa ormai vuota, un Amarone che avevamo comprato per un’altra occasione.

Sull’aereo credo di aver continuato a piangere ma arrivata a Melbourne ridevo, crepavo di freddo e una volta a Carnegie mi ero già abituata alle condizioni di quella casa per nulla come le fotografie. Ero in Australia! La mattina dopo saltavamo di gioia e, voglio dire, era solo il quartiere periferico di Carnegie ma di quell’angolo di mondo ricordo con nostalgia l’odore all’ora di pranzo e come il ragazzo della banca ci avesse accolti:

Come fossimo stati alla fine di una gara, come se avessimo vinto, quando invece era solo l’inizio.

Da allora sono passati quattro anni ed ho fatto tutte le cose che avevo espressamente detto che non avrei fatto:

  • sono andata a vivere dove avevo giurato che non avrei mai messo piede.
  • ho ricominciato a studiare per prendere un’altra laurea nonostante avessi detto “basta”.
  • Sono riuscita a non finire a lavare i piatti o i cessi ma ho avuto comunque a che fare con la cacca quando ad un certo punto ho deciso di lavorare come carer, l’assistente per ragazzi con gravi disabilità.

Ma a parte questo, ero pronta a tutto e penso che la cosa abbia pagato, infine, o che almeno ci abbia fatti arrivare fin qui, oggi, con una distinzione dietro l’altra all’Università ed un lavoro che piace ad entrambi.

Coloro che non vedevano di buon occhio la cosa hanno infine iniziato a non dico capirla, ma rispettarla ed ora che le emozioni sono sbiadite, comprendo più di prima cosa abbia voluto dire sentir pronunciare le parole “lascio il posto fisso al comune e vendo la casa appena comprata e ristrutturata perche’ voglio andare in Australia a lavorare, se va bene, nelle cucine”.

Il punto è che quella che per altri era pazzia per noi era un sogno dovuto – una rinascita necessaria – e questo ci ha portati fino a qui, oggi, con ben pochi rimpianti.

Sono, più o meno, come avrei voluto essere nei miei sogni, anzi a volte mi meraviglio per la mia fortuna. Solo la location è sbagliata e non ho ancora una casa dove ospitare i miei cari che, in quanto esseri umani, hanno dopotutto altri sogni e venire dove vivo io non è proprio tra quelli.

Si sono avverate quelle fantasie distruttive di quelli che ci dicevano di non partire per l’estero?

Ne abbiamo sentite di ogni, avremmo divorziato alla prima difficoltà, poi non ci saremmo riusciti a mantenere, saremmo dovuti tornare a casa con la coda tra le gambe e chiaramente ci avrebbero cacciati dall’Università.
Non è successo nulla di tutto questo e anzi, in certi casi, la negatività mi sembra che sia tornata indietro al mittente e con tanti saluti, che certe frasi non erano mosse da amore, erano casomai auguri, vere e proprie maledizioni e malcelate speranze di vederci fallire e che puoi dire di persone così? Non capiscono neanche i fatti.

Ho mai pensato di tornare in Italia?

Una volta, quando ero appena arrivata ad Aberdeen e pensavo che non ne sarebbe valsa la pena di immolare anni di vita in un posto come quello senza esser certi di riuscire davvero a laurearci. Due volte, ma in quel caso il pensiero era ben diverso, quando realizzai che con il mio lavoro sarei potuta rimanere in Italia a godermi l’estate ancora per un po’, che lavorando da remoto, dal computer, la mia location non avrebbe fatto alcuna differenza per la mia compagnia.

Ho capito dove sarò tra cinque anni?

No. E se devi decidere dove piantare le tende un viaggio forse non basta e allora vorrei continuare a vivere così, di giro in giro, per almeno altri cinque anni. Fino ai miei quaranta!, mi dico. Non so se sarà possibile, con probabilità rimarremo in UK per prendere il visto permanente e poi chissà se avremo la forza di ributtare tutto per aria, io spero di si ma lo spero oggi e le cose cambiano mentre la vita passa.

Nei miei sogni io continuo a girare fino ai 40 anni ed il problema – se problema vogliamo chiamarlo – è che poi, forse, mi direi che sono ancora giovane e che non voglio smettere di vivere in luoghi diversi, che smetterò invece a 45 o 50 anni. E finirei forse con il non fermarmi mai.

E cosa ci sarebbe di male?

😉

VIVERE AD ABERDEEN, TERZA CITTA’ DI SCOZIA

VIVERE AD ABERDEEN, TERZA CITTA’ DI SCOZIA

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La street art e’ arrivata ad Aberdeen nel 2017, grazie a Nuart

Questo è uno di quei post che ad un certo punto senti di dover scrivere, soprattutto se tanti Italiani continuano ad arrivare qui, in una città che è ben poco conosciuta fuori.

Iniziamo dalle basi.

Aberdeen è la terza città di Scozia per popolosità, il che non vuol dire nulla perche’ dipende sempre da dove vieni e da come sei abituato. Sappi però che i numeri non sono enormi, Edimburgo fa 495.360 abitanti, Glasgow 598.830 ed Aberdeen 220.420.

Originariamente cittadina di pescatori, con la scoperta del petrolio nel mare del Nord, ha iniziato ad arricchirsi fino a diventare la capitale europea dell’oil & gas. Lo sviluppo è avvenuto a partire dagli anni settanta, portando fin qui su’ lavoratori stranieri, ingegneri, manager e manodopera varia.

Non solo, per i locali iniziava una nuova era, fatta di lavori ben pagati sulle piattaforme e per tutti quei lavori che giravano attorno al mondo dell’oil&gas.

Caduto il prezzo al barile del petrolio, ad oggi la città vive una profonda crisi dalla quale fa fatica a rialzarsi. Negli UK, i lavoratori del settore erano 460.000 3 anni fa, ora 300.000 e nella città di Aberdeen sono previsti altri 5.500 licenziamenti nei prossimi 10 anni (1). A partire dal 2014 il numero di persone che sta richiedendo benefits (aiuti finanziari per disoccupati o famiglie meno abbienti) è raddoppiato (2) ed il valore delle case caduto a picchio. Una bella batosta se si pensa che nel 2012 lo stipendio settimanale medio era di £574.90 e quello del resto della Scozia di appena £497.60 (3).

Perchè venire ad Aberdeen, quindi?

Immagino che due grosse categorie di persone che possano decidere di salire qui su’ siano (*):

  • Gli expat con lavori legati al petrolio, perché sì, le estrazioni sono crollate ma c’è ancora molto da mandare avanti per mantenere tutto in piedi.
  • Gli studenti Europei, quelli che ad _oggi_ possono ancora contare su una istruzione universitaria gratuita (Leggi come studiare gratuitamente in Scozia).

Le esigenze di queste due categorie non potrebbero essere più diverse, i primi forse guarderanno alle scuole, i secondi alla vita notturna e alla possibilità di fare lavoretti.

Iniziamo quindi dal lavoro.
Se ne trova qui, malgrado la crisi?

La mia esperienza mi dice che sì, di lavoro mi sembra che se ne trovi ancora molto ma nuovamente dipende da dove vieni e da cosa sei disposto a fare.
Siti come Gumtree e Indeed hanno decine di nuovi annunci di lavoro ogni giorno.
La paga minima è di 7.83 pound l’ora per i maggiori di 25 anni ed era 7.50 sono l’anno scorso, segno che ci provino ad andare un minimo avanti con l’inflazione.
Personalmente non ho mai visto nessuno pagare in nero, diversamente da quello che accadeva in Italia o in Australia.

E la qualità della vita?

Il centro può essere riassunto nella strada principale, Union Street, quattro corsie da meno di un kilometro e mezzo con attorno negozi di vario tipo. Nel sono anno 2017, 40 negozi su questa via hanno chiuso e appena 24 hanno provato ad alzare di nuovo le serrande. Se a questi numeri aggiungiamo i negozi che hanno chiuso prima del 2017 e che sono ancora sfitti (4), è facile capire che le cose non stiano proprio andando benissimo. Le stradine laterali invece sono piuttosto graziose.

Forse proprio a causa della crescita veloce avvenuta per l’oil&gas e per il fatto che la città abbia solo ospitato il via vai di gente che veniva da fuori, Aberdeen non è una città con un centro o anche solo una piazza principale attorno alla quale possa ruotare la vita della gente, è piuttosto una specie di strada statale con (pochi) negozi tutti uguali a destra e sinistra.

Per la vita notturna le teorie sono varie, abbiamo i casinò, abbiamo i pub, ci sono tante orride catene ma anche squisiti ristoranti con la cucina che chiude molto prima delle 22.
Dipende dalla persona che sei e dalle cose che ti piace fare.

A proposito di vita, anche qui come nel resto della Scozia, la sanità è gratuita, si è quindi esonerati dal pagamento di qualsiasi visita medica o medicinale prescritto. Fa eccezione il dentista che però costa veramente poco come raccontai sulla mia pagina Facebook.

Quanto costa vivere ad Aberdeen?

Quando torno in Italia mi sembra tutto molto più economico ma in effetti direi che gli stipendi qui siano ben bilanciati con il costo della vita stessa.

CASA

Come forse avrai capito, i prezzi qui possono variare in un attimo, quando arrivammo nel 2014 le case costavano molto più di oggi, che un bilocale a 30 minuti dalla città puoi pagarlo 450-550 pound o vivere in centro con qualcosa in più.
Per una stanza tutta inclusa in centro si parla di 400-500 pound al mese.

Se non sei uno studente alla casa devi aggiungere il costo della council tax, una sorta di IMU che varia a seconda della categoria dell’abitazione e può costare fino ad un massimo di 1136,47£, da saldare in 10 rate.

La tassa sulla televisione esiste anche qui ma se non hai l’apparecchio puoi chiedere l’esenzione e basta compilare un form su internet. Semplicissimo!

ELETTRICITA’

Mi viene da dire che l’elettricità qui sia cara ma è pur vero che l’abitazione va riscaldata per molti mesi, solitamente da settembre ad aprile e questo ha un costo.
Un bilocale con due persone può costare, a trimestre, 200 pound in estate e più di 400 in inverno se il riscaldamento è elettrico.

TELEFONO

Gli abbonamenti per il telefono di casa hanno spesso l’opzione per chiamare in Italia compresa nel prezzo o acquistabile per un piccolo costo aggiuntivo (5 pound).
Si passa dai prezzi assolutamente competitivi di Talk Talk alla stabilità di BT, sta a voi, le cifre sono attorno ai 15 pound per la prima compagnia e attorno ai 25 per la seconda.

Per il cellulare si parla di altri 20 pound al mese ma le offerte cambiano di continuo.

RISTORANTE

Mangiare fuori costa non costa poco ma nulla da strapparsi i capelli, diciamo che è difficile mangiare e bere _bene_ con meno di 40 pound ma qui si aprirebbe un mondo: dipende da te e da quello che ti piace fare. Street food ne vedrai molto ma molto poco e fino a poco tempo fa non avevamo neanche una pizzeria degna di questo nome, ne ha aperto una molto buona e con prezzi competitivi altrimenti i prezzi sono quelli che sono ed una margherita poco digeribile la puoi pagare anche 14 pound.

Non posso dire che la pulizia delle cucine e la qualità delle materie prime siano sempre eccezionali qui ad Aberdeen, se hai un amico che lavora in un ristorante ti consiglio di chiedere. Ma questo è un altro discorso.

SUPERMERCATO

Aberdeen, lo scoprirai vivendoci, non ha un vero e proprio mercato. Si’, un mercato ci sarebbe ma non ha gli stands per frutta e verdura, solo il macellaio e dei ristoranti e negozi etnici.
Per questo motivo per avere verdure di qualità potrai rivolgerti alle varie farm (ti posso consigliare questa, per dirne una) o per forza di cose dovrai comprare tutto cio’ che ti serve nei vari supermercati, i classici Asda, Tesco, Sainsbury’s e Aldi.

La qualità delle verdure è scarsa ma al di là delle considerazioni personali, questi sono i prezzi di alcuni alimenti base:

  • pane bianco in cassetta: £1.00
  • pane tipo baguette: £1.20
  • 2 litri di latte: £1.75
  • 12 uova free range: £1.85
  • 6 bottiglie da 1 litro acqua San Pellegrino: £5.00
  • 6 bottiglie da 1 litro e mezzo di acqua locale: £2.00
  • 220gr pomodorini: £1.35
  • melanzane:  £0.70 cadauna
  • 2 chili e mezzo di patate: £1.65
  • 400gr carne manzo: £3.70

Un servizio da non perdere è la consegna a casa della spesa, se non hai la macchina è veramente una salvezza. Il prezzo varia a seconda della fascia oraria, io la pago 1 pound.

RAPPORTI UMANI

Gli Aberdonians che ho incontrato mi sono sembrate per lo più brave persone, calorose ed umane. L’accento li fa sembrare tutti dei gran caciaroni ma in realtà non tutti parlano in modo così incomprensibile e rumoroso. In ogni caso, ti abituerai in fretta.

I drivers dei bus sono gentili, sono gentili gli addetti della banca così come i cassieri del supermercato. Un saluto ed una calda accoglienza ti aspetterà quasi sempre, indipendentemente da come sei vestito o da quanti anni hai.

In una città piccola come Aberdeen e con non troppi stimoli, c’è chiaramente un altro lato della medaglia. Ho visto ragazzi molto giovani perdersi completamente tra alcool e droghe e senza bere rimangono, ai miei occhi perlomeno, un po’ assopiti.

IL CLIMA

Non ti far convincere da chi dice che il clima non è importante, è vero che per tutti è diverso ma la mancanza di sole incide moltissimo e qui la temperatura media è di poco sotto ai 10 gradi per quasi tutto l’anno.
Non esiste estate, non come quella che pensi tu, esistono giornate a volte non fredde con picchi sotto i 20 gradi. Lo scorso anno la massima, in estate, è stata di 18 gradi, 14 la media.

In una città costruita, nel suo centro, quasi interamente da grigio granito, non è proprio una festa svegliarsi la mattina quando è buio o piove a catinelle. Aberdeen la chiamano la grey city, non a caso, anche se diranno che è per il granito. 😉

Se gli inverni ci si sveglia con il buio e si esce dal lavoro che è di nuovo buio, in estate le giornate sono molto lunghe e c’è luce fino a tarda notte. La cosa ha i suoi pro sull’umore!

Aberdeen è piuttosto ventosa e piove parecchio ma in compenso nevica poco se pensiamo al resto del paese.

La città ha la fortuna di avere una spiaggia poco lontana dal centro ma ho visto ben poche persone provare a farsi il bagno.

COLLEGAMENTI

L’aeroporto di Aberdeen al momento non ha un collegamento diretto verso alcuna città Italiana. Per questo motivo tornare in Italia, per esempio a Roma, vuol dire affrontare un viaggio di circa 10 ore e prepararsi a pagare tariffe che hanno poco a che vedere con i viaggi low cost.

I taxi sono facili da acciuffare, eccetto al venerdì e sabato sera e durante alcuni giorni dell’anno in particolare. Non c’è ancora Uber.

I bus sono costosi, un biglietto giornaliero costa 4 pound (3.50 per gli studenti) ma il particolare peggiore è che a mezzanotte le corse si interrompono. C’è qualche bus notturno ma non collega tutta la città.


Vivere ad Aberdeen?

Detto tutto ciò, pensi che potrebbe essere la città che fa per te? Con me la Scozia è stata generosa, mi ha dato la possibilità di studiare gratuitamente e di trovare un buon lavoro ad Edimburgo. Se non fosse stato per l’università però non sarei durata qui ad Aberdeen, non è il mio posto nel mondo ed ho trovato monotone tante delle mie giornate in questa città: trovo triste avere poche cose da fare dopo il lavoro, specie in inverno quando è sempre buio.
Per me cerco una città più grande e più viva ma siamo tutti diversi, so per certo che molte famiglie qui si trovano molto bene, soprattutto i bambini a scuola.

Come detto consiglierei a qualcuno di venire qui se avesse in mano una buona offerta di lavoro o per l’università, altrimenti raccomanderei un week end per dare un’occhiata e fidati del tuo istinto. Mi sembra il minimo.

In bocca al lupo!

(*) Mi aspetto di essere smentita, ho conosciuto personalmente due ragazzi che son venuti a vivere 
qui per lavorare come camerieri ed uno di questi si è trovato anche molto bene. Non reputando 
la città particolarmente attraente vi consiglierei di guardarvi anche altrove, se non avete un 
lavoro ben pagato o l'Università che vi aspetta vi direi che la Gran Bretagna è grande: non 
esiste solo Londra e men che meno solo Aberdeen.

Note: 
(1) Scotsman.com
(2) Financial Times
(3) Scotjobsnet
(4) Evening Express
IL MIO TERZO ANNO DI UNIVERSITA’

IL MIO TERZO ANNO DI UNIVERSITA’

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Nuart 2018, Aberdeen

Era il nostro primo giorno di Università, la classe si svuotava velocemente e sembrava che tutti avessero finito in pochi minuti il laboratorio di JavaScript.

Mi sentivo una povera scema.
Ad averci anche solo voluto provare, ad averci creduto alla mia età e ad aver lasciato l’Australia per quel suicidio assistito.

Arrivò alle nostre spalle un professore, uno di quelli che fecero la differenza, e ci chiese di noi.
Gli risposi che mi sentivo stupida, se ne erano andati tutti e noi due eravamo ancora lì, come due vecchi salami.

“The harder you practice, the luckier you get”, disse lui.

Poche settimane dopo scoprimmo che la maggior parte dei nostri colleghi i laboratori non li finiva in pochi minuti, bensì li saltava a piè pari e senza più guardare gli altri decidemmo di metterci il nostro.

Stasera ho consegnato il penultimo coursework di questo terzo anno, ho le lacrime agli occhi per la felicità, il cuore che scoppia per l’emozione.
Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta!

E’ la fine del terzo anno, il degree year, questo vuol dire che tecnicamente la terza laurea ce la siamo già presa, che ce l’abbiamo garantita.
Resteremo ancora un anno per conseguire il nostro honours e scalpito, perché tutto questo si realizzi presto e proprio così come avevamo tanto sperato.

Intanto però ora lo so.

La scommessa è stata vinta.

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

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Dove mangiare ad Aberdeen?

Dopo aver dato un’occhiata alla attuale classifica di Trip Advisor relativa ai ristoranti di Aberdeen, ho deciso di dire la mia perché no, non è possibile che le catene siano ai primi posti e le realtà indipendenti ben più in basso!

Nel nostro primo anno qui abbiamo entrambi lavorato nelle cucine e visto il brutto (e ce n’era veramente tanto) ed il bello di diversi locali che non citerò, per esser super partes. Lo stesso farò,  per motivi simili, con i ristoranti Italiani o presunti tali di qui.

Quindi ecco i miei locali preferiti, in ordine rigorosamente alfabetico:

Bev’s Bistro, 123 Holburn St, paga il fatto di essere leggermente fuori mano dal centro che tanto piace agli Aberdonians. Il locale invece è una piccola chicca con 3 grandi tavoli e qualche posto a sedere alla vetrina, uno spazio grande abbastanza per accogliere il via vai di lavoratori che escono per pranzo. Il cibo è fresco, preparato sul momento e semplicemente squisito grazie alla professionalità e all’esperienza di Bev e Alan.
Il classico pranzo con sandwich e zuppa viene riscritto dai proprietari di questo locale, con gusti ottimi, ingredienti di prima scelta ed un pane fatto in casa che merita l’assaggio. Bev apre a pranzo ed ha una selezione pazzesca di torte e prodotti gluten free grazie all’attenzione di Alan.

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Zuppa di Pomodoro e Sandwich

 

Foodstory, 13-15 Thistle St, quando mi sembra che qui le verdure non abbiamo alcun sapore ecco che questo locale riesce sempre a farmi ricredere.
Non è solo il cibo a farla da padrona da Foodstory ma anche l’arredamento, quasi di fortuna eppure elegante e fatato. Il personale è sempre gentile e alla mano malgrado il via vai di gente.
Pezzi forti, non solo la lasagna che mi ha fatta ricredere più e più volte sul mio odio per la versione con le sole verdure ma anche le insalate che sono ben bilanciate, colorate, buone e quasi festose.
Gli ingredienti sono di prima scelta ed il locale è famoso per il suo impegno verso la comunità che qui può riunirsi e non per niente Foodstory è diventato il cardine per diverse attività culturali e ricreative.

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Lasagna con insalata a scelta

 

JW Sushi, 75 Huntly Street, è un sushi place dal quale uscire fuori sazi, infatti qui si lavora molto su qualità E quantità. Le porzioni sono generose, il gusto ottimo e anche qui la fantasia non manca come vedrete una volta preso in mano il menu’.
Hats off per i due proprietari, due ragazzi nella loro ventina, che portano avanti il proprio sogno e regalano ad Aberdeen una piccola perla per quanto concerne la giovane imprenditoria.

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Sushi per due

 

Madame Mew’s, Unit 11 – Aberdeen Market, è una istituzione per un pranzo buono ed economico. Un piatto di curry thailandese costa 6.50 sul nuovo menu’ e con una deliziosa bibita – consiglierei l’iced green tea con latte condensato – si pagano meno di 10 pound per un pranzo ottimo.
La location è quella che è, il mercato di Aberdeen, e poco si presta ad una occasione galante ma funziona molto bene per fare due chiacchiere in compagnia di fronte ad un piatto buono ed abbondante.
Le verdure utilizzate sono fresche ed il tempo di attesa tra un piatto e l’altro racconta una cucina assemblata sul momento, non riscaldata.

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Curry rosso

 

Manchurian, 136 Causewayend, la cucina cinese mi manca, mi manca quella, sicuramente non autentica, che mangiavo in Italia. Qui, lo saprete, il gusto è piuttosto diverso ma in questo locale ho trovato dei piatti molto buoni e delle porzioni decisamente abbondanti.
E’ il mio posto cinese qui ad Aberdeen, apprezzando anche il fatto di poter andare a far la spesa nel negozio orientale subito acconto al locale, che è rifornitissimo.

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Spaghetti cinesi alla piastra

 

Rendezvous at Nargile, 106-108 Forest Avenue, è il locale che aspettavo qui ad Aberdeen. Tanti piattini dal sapore eccezionale, tanta varietà e la possibilità di continuare a chiacchierare all’infinito grazie al lungo orario di apertura. Se come me avete nostalgia delle melanzane cotte a puntino, ecco il posto che fa per voi, una cucina turca che ha molto in comune con la tradizione del nostro sud.
Il persona è professionale e la cucina deliziosa.

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Vezir, una selezione di tanti piattini “Meze”

 

Rishi’s, 210-212 George Street, è il mio ristorante indiano preferito con una menzione speciale per il loro Gobi 65 (cavolfiore) che è decisamente squisito nonche’ il migliore mai assaggiato qui ad Aberdeen. Buono anche il pane naan ed il curry, per il quale c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Il personale è cortese ed il menu’ pranzo vantaggioso.

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Esempio di pranzo a prezzo fisso.

 

Yatai, 53 Langstane Pl, è il locale nel quale amo andare per una serata romantica o per parlare con le mie amiche Italiane. Da poco aperto sia a pranzo che a cena, è il posto ideale per ritrovare l’odore del Giappone grazie all’enorme piastra a vista.
I ramen sono eccezionali e di estrema bonta’ è lo spiedino di funghi con burro e miso paste. Il menu’ cambia spesso, segno che manager e cucina continuano ad avere passione per quello che fanno.

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Ramen di verdure.

 

Yorokobi by CJ, è il sushi place per eccellenza, una cucina non banale ed una grande attenzione ai particolari disposti nel piatto. Durante la settimana è il posto ideale nel quale cenare ed il menu’ early bird favorisce chi vuole mangiare presto e pagare un pochino meno.
Non saprei quale sushi consigliare di più, decisamente il caterpillar roll è un regalo che vorrete fare spesso al vostro palato ma anche il bibimbap (tradizione coreana) è incredibile e da provare.

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Caterpillar Sushi.

 

Questi erano i miei locali preferiti. I vostri? 🙂

 

 

 

LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

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Il pacco Amazon di fronte alla porta di casa.

Le regole del buon vicinato in Scozia.

Anche quest’anno a Natale ho fatto incetta di cards di auguri che sono finite appese sul muro del salone a prendere un po’ di polvere mentre mi ricordano che il mondo è bello, che questa tradizione britannica mi piace proprio tanto.
Il mondo è così bello che questi bigliettini non li ho ricevuti solo dagli amici ma anche dai miei datori di lavoro e dai vicini di casa, gli stessi che conosco a malapena e ai quali dico solo “buongiorno”, “buonasera” e “che freddo!“.

Ma questo non importa e a Natale hanno preso in mano la penna per augurarmi buone feste e felice anno nuovo ed io ho fatto lo stesso, firmando “Serena & Alessio, 16C”, il numero del nostro interno.

Non potrei pensare a soluzione migliore di questa, non ci parliamo ma siamo cortesi gli uni con gli altri, così quando la mia dirimpettaia mi scrive un bigliettino per chiedermi di lavare le scale (*), io procedo e le rispondo con due righe augurandole una buona giornata.
Se trovo una cartaccia sul pianerottolo non attacco cartelli per urlare all’inciviltà, non metto nero su bianco parolacce e bassezze senza apporre una firma alcuna, come tanti usavano fare in Italia, ma la raccolgo e se qualcuno cammina con un passo pesante al piano di sopra di certo non vado a bussargli alla porta alle 9 della sera.
I miei vicini fanno lo stesso.

Siamo, ripeto, rispettosi gli uni degli altri, diamo ascolto al buonsenso e la cosa funziona benissimo così.

Durante il mio ultimo viaggio in Italia un pacco di Amazon è stato recapitato davanti alla mia porta di casa.
Non al vicino, non in un posto sicuro.
Davanti alla mia porta di casa.

Tornata dalle ferie lì ho ritrovato il pacco ad aspettarmi, nessuno lo aveva toccato malgrado il via vai quotidiano.

Stasera un ennesimo episodio, un altro pacco, questa volta consegnato per sbaglio al civico 23 che non è di fronte casa mia ma ad una decina di metri di distanza.
Scopro l’errore perché l’abitante del civico 23 ha notato l’inghippo ed è uscita di casa per lasciarmi un avviso, mentre io ero fuori.
Alle sette di sera scendiamo in strada, entriamo nel suo vialetto all’inglese e veniamo accolti da una signora sorridente che ci mette subito in mano il pacco che non ha neanche provato ad aprire, lo ha semplicemente tenuto lì accanto alla porta, in attesa di noi.

La cosa più naturale del mondo che ancora mi stupisce.

 

(*) Non so se sia così ovunque ma qui non paghiamo il condominio né una ditta di pulizie per mantenere decoroso lo stabile.
Semplicemente, a turno si spazzano e lavano le scale.
Cosa che io adoro.

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

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Una estate a Stonehaven.

Se fossi partita a vent’anni probabilmente sarei finita a Londra, in una casa condivisa a lavorare come una trottola, le sere off a fare il pieno al pub.
Ma sono partita a trenta, siamo partiti in due, e a parte il lavorare come una trottola, tutto è diverso.

Manchiamo dall’Italia da quattro anni ed iniziamo a desiderare di poter mettere radici da qualche parte, di comprare una casa nostra, di poter aver l’orto ed il BBQ per gli amici ed i parenti in visita. Un gatto, due, un cane enorme. Vorremmo una casa grande, con una veranda e le sedie, due comodini, un letto king e l’armadio scorrevole.
Un posto che sia nostro, che abbia il nostro sapore.

Abbiamo 15 anni di contributi spalmati su 3 paesi diversi.
Mio marito pensa alla pensione, ce la daranno?
Ci basterà?

Io vorrei poter traslocare meno e fermarmi in un posto che mi piaccia ma per un po’.
Un anno in Giappone, tornare in Australia, provare l’America.

Non per sempre.
Perché io, arrivata a questo punto, so solo che il mondo è grande e che non sono pronta per decidere, per scendere qui o lì.

A volte penso “ma chissene frega“, andiamo dove tira il vento, che importa di avere una casa?
Che cosa è questa ossessione per il mattone quando hai il mondo da girare?
Anzi sai cosa?
Non mettiamoci limiti, camminiamo per il mondo che per fermarci ci sarà sempre tempo e modo.
Rendiamo casa ogni pezzettino del mondo, possiamo farlo, lo abbiamo fatto fino ad ora!
Chi ci ferma?

Potremmo far tutto oggi, per come stiamo oggi, per le persone che siamo oggi, per la salute che abbiamo oggi.
La vita però a volte prende a schiaffi e da qualche parte nella testa quell’idea di nomadismo viene cancellata dalla paura, dalla saggezza – o conformismo – di quei millenni di umanità che, quando può, stanzia.

Ancora un anno e mezzo e avremo una laurea importante sotto il braccio ed una nuova decisione da prendere. Ancora un anno e mezzo e saremo liberi di andare via da qui ma… per dove?

Non abbiamo un ingaggio con una particolare società, non siamo vincolati con una determinata location, possiamo lavorare da dove vogliamo, siamo liberi di vagabondare, per ora.
Questa libertà scotta, ci permette di poter decidere ogni dettaglio del nostro prossimo trasferimento.
E a pagarne tutte le conseguenze.
Non avremo i facchini delle società ad impacchettarci la casa, non avremo gli HR a trovarci un nuovo posto in cui vivere, eventuali visti saranno a carico nostro dal primo all’ultimo documento, dal primo all’ultimo bonifico.
Saremo noi a dover far tutto, di nuovo, da capo, con lo stomaco incerto.
E questo pesa, fa paura ma è anche bello.

Dove andremo?

– Australia?
Quando ho lasciato Melbourne ero sicura che fosse casa mia.
Era la vita che volevo, vivevo in pieno centro e non in quei suburbs che mi avrebbero dato alla noia, avevo amici con cui andare fuori quando volevo, avevo la vita che volevo.

Melbourne e’ arrivata al momento giusto, anzi perfetto.
Ma la distanza ora mi fa paura.
Mi fa paura sapere di essere cambiata.
Melbourne l’abbiamo cercata quando ci servivano quelle miglia di distanza tra noi ed il nostro passato.
Quella distanza mi terrorizza ora che sono abituata a tornare in Italia tre o quattro, quattro!, volte l’anno.

Me lo aveste detto quattro anni fa mi sarei arrabbiata.
Ma ho paura di tornare down under e capire che non è più quel tempo, meraviglioso, che non è più lei quella che ci serve.

Melbourne è arrivata al momento giusto, noi eravamo li’ al momento giusto!

Se ci trasferissimo in Australia avremmo da affrontare un visto molto costoso ma una volta lì saremmo ben, davvero ben, pagati. Allettante ma ad un certo punto anche i soldi non hanno lo stesso valore se i tuoi affetti sono a 24 ore di volo.

Europa?
Si ma dove?
Vorrei un posto con il sole, dove si parli l’inglese e che sia ordinato.
Eggia’, non esiste un posto così.

Mio marito ogni tanto sogna la Danimarca, io ne ho paura.
Ho trovato Copenaghen bellissima ma non credo possa esser casa mia, non lo credo proprio.
Una nostra amica ci vedrebbe bene a Stoccolma e lei ha vissuto qui ad Aberdeen e l’ha maldetestata proprio come noi, eppure ci consiglia la Svezia perche’ non c’è paragone, dice, ed io mi fido.

E se rimanessimo negli UK?
La Gran Bretagna mi ha delusa ma ho vissuto in una zona spiacevole, ho avuto a che fare con certe mentalità che, ne sono certa, poco rappresentano gli United Kingdom.
Non dico rimanere qui al nord della Scozia ma siamo qui da più di tre anni, altri due e potremmo avere un visto permanente, Brexit o non Brexit.

Se dovessimo rimanere qui scenderei, verso sud ma non Londra.
Non voglio dover pagare tutta la vita un mutuo esorbitante per una casa in zona 1000.

Sono troppo vecchia.

– America?
Chi mi legge dall’inizio potrebbe ricordare che galeotto fu il mio viaggio di nozze, quando scoprii la gentilezza degli americani  e la bellezza di quella parte di mondo.
Che sì, lo dirò fino allo sfinimento, in Italia quella gentilezza per il prossimo, per colui che incontri in ascensore per caso, quel modo di sorridere, io non la trovavo più.

Ma l’America è anche Trump, sono le armi (le armi!), l’assicurazione sanitaria, la bancarotta per potersi curare.
l’America è anche quella parte idiota e bigotta che mi terrorizza. L’egocentrismo.

Abbiamo applicato per la Diversity Visa Lottery, la lotteria che consente di essere estratti per poter andar a vivere negli USA con una green card in mano.
Staremo a vedere, non è più il nostro sogno ma ad una visa che cade dal cielo non saprei dire di no.
Saremmo ben pagati se vivessimo in America ma, di nuovo, non so se ci basterebbe quello per esser felici.

Troveremo un posto per noi?
Possibilmente collegato con un volo diretto?

Serena, ma quanti cavoli che c’hai, dirà qualcuno.

Lo so, ma è anche la libertà di autorizzarci a pensare che abbiamo conquistato.
La splendida pretesa di poter avere qualcosa di piu’.
E di volerci provare.