Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale

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Lavorando sulle quote rosa.

Io piangevo e lui mi diceva “ma torneremo, vedrai che torneremo”.

Tutto questo succedeva su un aereo che dall’Australia ci portava a Bali e poi da Bali a Londra, che su quello che mi avrebbe portato ad Aberdeen mi sentivo carica come una molla e finalmente positiva.

La promessa che feci anche io, a me stessa, fu di non perdere mai di vista quell’obiettivo: studiare informatica per tornare in Australia dalla porta principale, con i contratti buoni ed il visto decente che sognavamo quando eravamo due Italiani con il Working Holiday Visa.

Il visto che ti permette di vivere e lavorare in Australia con appena 440 dollari e di tornare a casa, male che vada dopo un anno, con una piccola fortuna in tasca ed il cuore pieno di cose fatte dall’altra parte del mondo.

Malgrado quella promessa e malgrado le lacrime, io lo sapevo che le cose cambiano quando passa il tempo. Lo sapevo che quel bel visto sarebbe costato tempo, soldi ed energie e che avremmo dovuto volerlo davvero tanto.

Sapevo che il mondo, persino l’Europa che non volevo vivere, era troppo grande e troppo bello per fermarsi a quella prima idea.

Ho iniziato a studiare, è andata bene ed ho iniziato anche a lavorare da remoto, da casa, producendo grafiche, contenuti e siti internet per la mia azienda.

Sono una freelance con ore garantite e adoro questa mia libertà.

La titolare mi ha più volte invitata ad essere assunta, malgrado a volte la compagnia non se la passi benissimo, e a trasferirmi ad Edimburgo dopo l’Università o lavorare da tutto il mondo, ancora per lei.

Dove sarai Serena, tu me lo dovrai dire prima o poi“, mi dice spesso, chiosando.
Ed io ho sempre risposto solo con la verità.

Non lo so“.

Aver studiato e aver lavorato mi mette nelle mani un grosso potere, quello di poter sperare di esser ricercata dalle aziende che vorrei, lavorare in proprio, dall’ufficio o digitando da una spiaggia persa da qualche parte, come nomade digitale.

Le possibilità c’erano e per questo ho immaginato me stessa prendere in mano la mia vita, il prossimo Dicembre e poco prima della fine dell’università, ed iniziare ad applicare, con mio marito, solo nei posti che ci piacevano.
Solo per gli annunci migliori ed intendo migliori per noi.

Gran Bretagna, Australia, Svezia, Danimarca.

Magari persino l’America di Trump, se fossimo proprio stati pazzi.

Avevo paura di quel momento ma fremevo per vivermelo, per avere quel potere di poter mostrare le mie carte e ciò che avevo fatto e poter tirare le somme e decidere.

Beh, è arrivata prima la conferma per un contratto a tempo indeterminato per mio marito, in un’azienda di qui che se l’è messo sotto l’ala dal giorno numero uno nel suo summer placement, quell’attività che consente di fare esperienza mentre si sta ancora studiando.

La sua azienda è una di quelle compagnie che punta sul benessere dei dipendenti, che offre da bere, che porta tutti al pub a pranzo, che organizza attività ed, in più, paga molto bene e regala bonus che neanche ti aspetteresti.

Lui ha lavorato duro, 10 ore al giorno, per ottenere questo posto e prima della mail con l’offerta non riusciva a dormire per la paura di non essere preso.
Ci teneva.

È finita, lo hanno scelto.
È stato capace, ha dimostrato il suo valore ed è stato premiato, proprio lui che uscirà con una first class ma NON dalle università migliori della Gran Bretagna, come i suoi colleghi, che diversamente da loro NON era nativo di qui e che diversamente da loro NON aveva iniziato a lavorare come programmatore appena vent’enne.

È partito svantaggiato eppure ce l’ha fatta.

Abbiamo il contratto sotto gli occhi e da Settembre 2019 vivremo ad Edimburgo, la città che amo e che ci ha coccolati per una estate intera, facendosi apprezzare e conoscere per la bellezza che è.

Purtroppo però, a me dispiace di aver perso quel potere di poter decidere a Dicembre, mandando candidature per il mondo.

Scegliendo l’offerta più pazza, più giusta, più vicina a noi.

Mi dispiace di aver notato, tra le persone che facevano il tifo per noi e quindi tra quelle che ci vogliono bene davvero, una piccola mancanza di considerazione per il mio lavoro e la mia ambizione, come se – tanto per cambiare – il lavoro di una donna fosse un hobby e non una fame che parte dallo stomaco, tocca il cuore e arriva alla testa.

Come se non fosse una spinta a fare ed emergere.

Mi dispiace di non poter essere la nomade digitale che avrei tanto voluto essere.

Ma chi vivrà vedrà, mi dico, passano gli anni e cambiano le cose e stamattina mio marito mi svegliava per dirmi che in qualche modo faremo, per stare bene entrambi, che questa deve essere una nuova partenza.

Di certo non la fine.

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Gennaio 2017 – Innamorarsi (di nuovo) a Londra

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A quel tempo lavoravo full time, avevo tinto i capelli di biondo e di quella pazzia rimaneva una ricrescita che mi faceva fare le smorfie allo specchio, ma indossavo ancora una 42.
E questo era buono.
Avevo una relazione con un ragazzo poco più giovane di me che avrei lasciato ogni sei mesi, quando giuravo a me stessa che non lo avrei voluto vedere mai più e che puntualmente ritrovavo nel letto dopo alcune settimane passate lontani.

Ero piccola eppure mi sembrava di aver già costruito molto. Avevo un lavoro che mi piaceva e stavo per laurearmi anche se con immenso ritardo.

Mi informavo per l’erasmus da un tempo ormai indefinito, guardavo l’appartamento spagnolo e ascoltavo i racconti di chi era partito.
Passavo le notti davanti al computer a fare ricerche, a farmi i conti e iniziai a scrivere su un quaderno le regole della grammatica inglese, sperando che quella parte da auto-didatta riuscisse a rendermi più chiara la strada, a portarmi allo stesso livello di chi partiva l’estate per studiare all’estero.

Mi sembrava che fosse un’esperienza che avevano fatto tutti, vivere in un college o in famiglia e apprendere quella lingua che tanto mi suonava magica nelle orecchie.
Più volte mi feci i conti, ne pagavo ancora a casa mia e mantenermi all’estero a me non sembrava possibile.
Quel sussidio, quello dell’erasmus, mi sembrava minuscolo, ridicolo.

Non sapevo tante cose che ora so.
Non sapevo che forse non ero pronta.

Prendere e partire.
Mi sembrava una roba gigantesca da organizzare.

Sognavo Londra, come tutti i ragazzini.
Volevo imparare l’inglese e vivere lontana per un po’, volevo conoscere amici diversi, fare la matta e respirare un’aria che credevo migliore.

Non sapevo, ed ora so, che sarei potuta partire davvero, lavorando per mantenermi, all’estero.

Proprio come faccio ora.

In Italia lavoravo full time, orari di negozio, e chiedevo i giorni liberi solo per andare a dare gli esami, neanche per prepararmi prima.
L’università la vedevo poco e niente, la vivevo il tempo di terminare uno scritto e verbalizzare un orale.
Mi andava bene così, potevo avere tutto, prendere la laurea, certo lentamente, ma intanto lavorare per davvero.
Tornare indietro mi sembrava impossibile. Una volta che hai uno stipendio ogni mese e che senti il potere di ottenere grazie alla tua fatica, è difficile dire basta, è difficile rinunciarvi.
Per me lo sarebbe stato.

Leggevo invece che all’estero la frequenza era obbligatoria ed io mi chiedevo “Ma come fanno? Hanno tutti qualcuno che li mantiene?“.
Ora so che che avrei potuto farlo anche io, impegnandomi, e che era la paura a parlare.
Sarei potuta partire, lavorare e studiare.
E farcela.
Così come ce la faccio ora.

Ero piccola, incastrata da mille cose e troppo incasinata per pensare a complicarmi ulteriormente la vita.
Per laurearmi dovevo conseguire 500 ore di un inutile tirocinio mandatorio e per farle persi il lavoro che mi dava da mangiare. Le mie vendite erano crollate ed il capo mi disse che non rendevo più e non sapeva che farsene di una che chiedeva di lavorare part time.
Questo malgrado i tre anni spesi al negozio, con un giorno libero a settimana e le domeniche a lavorarle tutte, la pausa pranzo con il boccone sullo stomaco.

Avevo perso il lavoro, ma finito il tirocinio ed ora potevo laurearmi per davvero.
Nell’attesa mi ritrovavo con una disoccupazione ridicola a cercare di capire cosa combinare con la mia vita di ventenne con un incredibile ammontare di tempo libero.
Iniziai a cercare i corsi della regione, quelli per i disoccupati.
Volevo, questa con il senno di poi è bella, iniziare un corso di programmazione, qualcosa che avesse il sapore dell’IT.
Non trovavo niente, i corsi erano perlopiù roba totalmente inutile, assolutamente non tarata sull’utente.
Dietro quei percorsi, mi sembrava, non c’era l’idea di investire su un giovane disoccupato, rimettendolo in piedi e capace di fare meglio e di più.

C’era il nulla.

Mio fratello era in missione fuori dall’Italia, mi sembrava che il mondo non avesse più colori, come ogni volta che andava e va via.
È così ancora oggi.
Lui mi iniziò a scrivere su quello che allora si chiamava messenger e non ricordo bene come andò.
Probabilmente il discorso lo iniziai io morendo di vergogna, ma quella sera decise di regarlami un sogno che mi bruciava la testa.

Avevo già fatto delle ricerche, avevo trovato una scuola alla periferia di Londra ed una famiglia che potesse ospitarmi.
Mio fratello pagò ogni cosa per me, viaggio e alloggio, consentendomi di farlo, di andare a studiare inglese all’estero.

La sera prima della partenza avevo paura anche perché non avevo un soldo in banca. Mio zio passò a casa che era tardi e non disse niente di particolare.
Quando andò via scoprii che mi aveva dato dei soldi per star tranquilla.

Sull’aereo era notte, uno di quei voli Ryanair che prendono solo gli squattrinati e accanto a me c’era un vecchio che cadeva addormentato ogni 30 secondi, incapace di sostenere una discussione sensata immerso in quel denso buio da volo notturno.
Quel vecchio era il mio futuro marito, che non ha perso la terribile abitudine di crollare non appena l’aereo inizia a scaldare i motori.

Londra era puzzolente, fredda e piena di gente.
Non potevo non innamorarmene.

Furono due settimane di amore folle, noi, la città sullo sfondo.
Le lezioni di inglese al mattino, le corse in centro ed il cibo economico dei fast food.
Dividevamo un letto singolo in casa di una famiglia che ci sembrava tutta matta e ne volevo di più.
Di me e lui, di noi due da soli di notte e ancora insieme al mattino, per la colazione, quando l’appartamento era solo nostro.

Furono due settimane, ma sul mio CV diventarono un mese.

Tornai in Italia infastidita, non mi piaceva il chiasso, non mi piaceva il tono della gente.
Trovai una sorpresa bellissima: mio fratello era di nuovo a casa ed io chiaramente mi lanciai addosso a lui alla velocità della luce, per stringerlo forte e respirare il suo fastidio ad avere una sorella così.

La settimana successiva Roma ebbe una di quelle rare giornate di orribile pioggia, di strade allagate e devastazione mista ad aria umida e al rumore del vento contro i vetri delle case vecchie.
Pensavo “Se il sole muore, che senso ha vivere qui?“.
Mi dicevo che la pioggia di Londra fosse dopotutto l’unico contro, non ne vedevo altri.
Anzi persino quella non mi aveva scoraggiata, l’avevo trovata gentile.

Amavo Londra eppure mai pensai di fare le valigie e partire.
Non per davvero.

A Roma, con la pioggia che mi bagnava la testa, andai a fare un colloquio per un lavoro che volevo con tutta me stessa, che mi avrebbe dato tutto quello che all’epoca cercavo.
Mi diedero una lettera formale da tradurre dall’italiano all’inglese.
Andò bene.

Non era qualcosa che sarei stata in grado di fare senza quel micro corso di inglese frequentato all’estero solo la settimana prima. Ve lo posso giurare.

Mi presero per quel lavoro che volevo, malgrado i capelli bagnati e la mia inesperienza nel ruolo.
La pioggia continuava a cadere, incessante, ma in macchina ad aspettarmi c’era sempre lui, il mio compagno di vita, che leggeva “In nome della Rosa“, seduto in una vettura che all’epoca cadeva a pezzi.

Non sapevamo, ancora, che di macchine ne avremmo avute altre 3 e che avremmo preso persino una moto.
Non sapevamo che davvero ci saremmo andati, a vivere insieme, continuando a ricercare quel contatto famigliare e caldo. Condividendo solo una piazza del nostro letto, per stare intrecciati, per stringerci le mani, prima di addormentarci.
Non sapevamo dei caffè la mattina e di tutte le cose che sarebbero venute dopo.
Avevamo nel cuore quell’esperienza all’estero fatta assieme ed il desiderio di condividere di nuovo quella serena quotidianità.

Sono passati tanti anni da quella prima volta in Inghilterra, una bella fetta di vita.

Il mese scorso ho avuto un colloquio di lavoro a Londra e siamo partiti per una piccola fuga, insieme.
Un altro volo preso quando inizia a fare buio.
Pensavo che dopo aver girato il mondo, una banale Londra non mi avrebbe fatto alcun effetto.

E invece era lì.
Ci ha accolti in una notte gelida ma piena di luci, di vita e di occasioni.
Camminando per quelle strade mi è sembrato, di nuovo, che tutto fosse possibile. Che ci fosse ambizione nell’aria e che le idee contassero qualcosa e servisse tirarle fuori.
Ora, subito, per cogliere l’attimo.

Londra, bellissima, uno sfondo che ti riempie lo stomaco e ti fa sentire ugualmente affamato, desideroso di fare.

Sono passati davvero tanti anni eppure mi sono resa conto che niente era cambiato.

Lei era lì.
E c’eravamo anche noi.

Serena, Scozia