Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

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È possibile trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni? Lo chiedo perché continuo a ricevere messaggi che suonano un po’ tutti simili e che si riassumono in questo: vorrei vivere all’estero, vorrei darmi una possibilità ma quel treno è salpato perché ho già una età.

C’è quindi una età ed una sola per trasferirsi all’estero?

No, non c’è ma non è qualcosa che ho sperimentato personalmente, la mia è l’esperienza di una che ha lasciato l’Italia a trent’anni in punto e anche se non è stata proprio una passeggiata, non c’è nulla che non rifarei, nulla che non vi augurerei di quel buono che ho sperimentato. Nulla che non possiate prendervi con l’impegno ed il visto giusto (che, vi ricordo, non vi servirà in Europa dove sarete cittadini e con la sanità garantita, da subito).  

Non me la sono però sentita di lasciarvi ascoltare solo la mia esperienza al riguardo e così sono entrate in gioco le tre donne favolose che quel salto sulla mappa a piedi pari, quello dopo i 40 (ma anche dopo i 50!), lo hanno fatto e che nella loro generosità hanno deciso di partecipare a questa intervista per aiutare gli indecisi a fare chiarezza.

Vi presento Barbara partita a 45 anni per la Baviera (ora lavoratrice dipendente), Rossella arrivata a Malta quando aveva 50 anni (ora libera professionista) e Giliola, una cinquantasettenne che sette anni fa si è trasferita con il marito in Repubblica Ceca (dove ha aperto il suo negozio).

Queste sono le loro storie e sono tutte diverse, ve le lascio nella speranza che possano aiutarvi a prendere una decisione e realizzare che non è mai troppo tardi quando vuoi qualcosa.

Ciao e grazie per questa intervista. Posso chiederti chi eri in Italia e cosa ti ha fatto scattare l’idea di trasferirti all’estero a quarant’anni o più ?

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Sono Barbara, originaria di Roma, oggi 48 anni e 3 anni fa mi sono trasferita con marito e figlio in Germania. In Italia lavoravo da anni nel recupero crediti con notevole stress. Per il tipo di lavoro e per la qualità di vita che avevamo, non eravamo soddisfatti, ma due lavori a tempo indeterminato ci frenavano e facevano accantonare il desiderio di tornare all’estero, dove avevamo vissuto per tre anni una decina di anni prima. Poi nel giro di sei mesi, la sede della società per azioni per cui lavoravo chiuse i suoi uffici di Roma e licenziarono tutti, compresa me, mentre mio marito fu messo in pensione anticipata. A quel punto tutti i timori e la paura del grande salto ci parvero meno spaventosi dello scenario che di lì a poco, si sarebbe aperto per noi. Due quasi cinquantenni senza nessuna prospettiva lavorativa ed ancora un sacco di sogni da realizzare.

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Non amo raccontare tanto di me stessa ma ci provo. Sono nata ben 56 anni fa nella fredda, grigia e nebbiosa provincia di Milano e, dopo una laurea in legge e un titolo di avvocato, ho iniziato a lavorare alternandomi tra Milano e le sponde del lago di Lecco prima in studi legali e poi negli uffici legali di grandi aziende. La passione per i viaggi mi ha portato a girare per conoscere il mondo e non mi sono neppure fermata quando è nato mio figlio, imbarcato su un aereo già a pochi mesi per iniziare ad aprire i suoi occhi verso realtà diverse. Da un po’ di tempo mi sentivo stretta in una vita monotona con le sue quotidianità, priva di stimoli ed energia nella sua routine, stressata nel pendolare tra casa e Milano ogni giorno. Forse questo ha fatto scattare velocemente la molla per una scelta diversa, prima inconsciamente e poi sempre più consciamente desiderata. Alla bella età di 50 anni, dopo due notti insonni e tormentate (ti assicuro che non ho impiegato più tempo per prendere la decisione) dove la sicurezza del lavoro stabile, gli affetti familiari e gli amici facevano la lotta con il desiderio di partire verso nuove strade e nuovi progetti, ho riempito una valigia e mi sono trasferita insieme a mio marito a vivere a Malta.

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Sono Giliola ho 57 e sono emiliana ora expat in Repubblica Ceca da sei anni e mezzo. In Italia facevo la stilista di moda come free-lance da oltre 30 anni. Io e il mio compagno abbiamo deciso di trasferirci per motivi di lavoro… di lui. Io come free-lance non stavo vivendo momenti felici, perciò l’opportunità di lavoro del mio compagno, ci sembrava una bella occasione per lasciare l’Italia.

Per i giovanissimi qualche volta i familiari, con le loro paure o pretese, sono un deterrente a partire. Come hanno reagito invece le tue persone quando hai detto che lasciavi l’Italia per vivere all’estero?

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Quando comunicammo la nostra decisione alle nostre rispettive famiglie non furono sorpresi e ci appoggiarono in pieno. Qualche amico e qualche conoscente ci prese per pazzi. Avevamo un figlio preadolescente, un mutuo da pagare e per tanti, troppi anni sulla carta d’identità. Qualcuno pensò che fossimo incoscienti e che saremmo tornati presto con la coda fra le gambe. Noi ci tappammo le orecchie e ci stampammo un sorriso sulle labbra per mostrare i denti che tenevamo stretti.

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Il primo ad espatriare è stato proprio mio figlio all’età di 15 anni quando ha deciso di andare a studiare in UK. Il cuore di mamma avrebbe voluto trattenerlo ma sarebbe stata una scelta egoistica non offrirgli la possibilità di cogliere tutte le possibilità che il mondo ci offre. Qualche anno dopo siamo espatriati anche noi con una scelta personale, convinta e consapevole.
Di certo a 50 anni si ha la maturità per prendere delle decisioni senza lasciarsi influenzare da critiche o perplessità da parte di altri. Questo non vuol dire che le scelte sono facili perché lasciare dei genitori anziani, dei familiari e degli amici di lunga data non è mai semplice. Del resto la distanza è breve visto che Milano è solo ad un’ora e45 d’aereo da Malta e la nostra casa è sempre aperta per chi ci viene a trovare.

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Io non sono giovanissima e per questo ho (avevo, visto che il papà non c’è più da 3 anni) genitori anziani. Quando abbiamo comunicato alla mia famiglia (compresa sorella + grande di 13 anni) la decisione di trasferimento all’estero nessuno ci ha ostacolato. Mia mamma, che ora ha 92 anni, mi ha stupito incoraggiandomi e dicendomi bellissime parole (anche lei negli anni 50 con mio padre e mia sorella piccola, erano emigrati in Francia per lavoro). Espatriare con i genitori anziani non è facile ma posso dire di essere stata fortunata ad avere una sorella che si è presa cura di loro.

Come hai scelto il tuo nuovo paese e pianificato il trasferimento all’estero?

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Dopo aver deciso di andarcene, prendemmo in considerazione tre diverse destinazioni, ma alla fine decidemmo per ritornare in Germania. Ci mettemmo a tavolino e preparammo un piano d’azione per tutte le pratiche burocratiche. Iniziammo a contattare qualche amico tedesco per farci un’idea sulle opportunità di lavoro del posto. Mio marito frequentò un corso per pasticcere, ma nel frattempo inviò anche, senza alcuna speranza, la sua candidatura per un posto nell’organismo internazionale presso il quale aveva prestato servizio da militare. In piena estate, con 35 gradi in casa e con i vicini che ristrutturavano casa con il martello pneumatico, sostenne un colloquio telefonico in inglese e tedesco. Nessuna agenzia immobiliare rispondeva alle nostre e-mail per avere informazioni su appartamenti da affittare. Eravamo pronti a ricominciare da zero e a fare qualunque tipo di lavoro per iniziare, purché ci permettesse di vivere e non far mancare nulla a nostro figlio. Un pomeriggio di metà luglio però, arrivò il messaggio con cui comunicavano che mio marito aveva vinto il concorso.

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Mio marito, da buon professionista esperto in materia, ha fatto una analisi di dettaglio di vari paesi per capire e valutare tanti elementi come la qualità della vita, il costo, la sicurezza, il sistema sanitario, l’efficienza e tanti altri fattori. Negli anni aveva già avuto contatti lavorativi con Malta ed aveva apprezzato la mentalità aperta, diretta dei maltesi, la loro internazionalità e concezione meritocratica tipica della cultura anglosassone. Malta è un paese efficiente e stabile, economicamente uno dei migliori in Europa, con una bassa struttura di costi e bassa fiscalità, un buon livello di sicurezza e un sistema educativo di stampo anglosassone. Quando mi ha proposto Malta, certa che lui avesse già considerato tutti questi aspetti, mi sono lasciata guidare dall’emozione. Ho pensato al clima e al mare, non di poco conto per due cinquantenni, alla vicinanza a Milano ed ai meravigliosi ricordi ed impressioni avute durante una vacanza due anni prima. Ho detto subito sì. Un sì che ha dato colore alla mia vita. I cieli azzurri, il mare blu, le case di pietra gialla che risplendono al sole. E’ stato amore a prima vista con Malta. Lui ha viaggiato per i primi 3 mesi per pianificare tutto, scegliere dove cercare casa e trovarla mentre io davo le mie approvazioni dopo aver visto foto e filmati, fare tutte le necessarie pratiche burocratiche e poi siamo partiti.

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Il paese, nello specifico Telč è stato scelto perché è qui che c’è il Centro di Ricerca dove lavora il mio compagno. Il trasferimento lo ha fatto prima lui, per trovare una sistemazione, dopo 2 mesi l’ho raggiunto io. Non ci siamo mai trasferiti definitivamente, nel senso che ci siamo trasferiti con il necessario. In Italia avevamo un appartamento che poi abbiamo venduto ammobiliato. Tutto quello che era nell’appartamento ora è in un deposito. Qui con noi abbiamo portato poco alla volta un po’ tutto quello che ci serviva, con l’auto.

Una volta emigrata cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo, rispetto all’Italia?

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La Germania, anzi la Baviera, che abbiamo ritrovato è ancora efficiente e ricca. I servizi funzionano molto bene e dove abitiamo c’è uno spiccato senso civico e zero criminalità. Abbiamo dovuto abituarci ad un clima molto rigido (arriviamo anche a -18° in inverno), affrontare le difficoltà linguistiche e comprendere le tante differenze culturali, ma dopo tre anni posso dire che rifarei tutto e che ne è valsa la pena.

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Malta mi ha rimesso in gioco, mi ha ridato la voglia e l’energia di fare sia sul piano personale che lavorativo. A Milano vivevo nell’insoddisfazione della quotidianità di un lavoro svolto da anni senza più interesse o motivazione. Qui mi ritrovo ad accompagnare i clienti nella realizzazione di progetti di vita, di lavoro o di studio. Seduti per un caffè davanti al mare a chiacchierare di business, di normative, di come sfruttare al meglio un corso di inglese e abbinare un’esperienza di vita e lavoro all’estero, ha tutto un altro fascino. Mi ha colpito, o forse è meglio dire ero disabituata, dalla burocrazia semplice alla possibilità di trovare risposte dalla pubblica amministrazione con una telefonata o una mail, alla maggior chiarezza delle leggi senza complicazioni e rimandi continui. Apprezzo tantissimo godere del clima di innovazione , di apertura verso nuove realtà e progetti che si vive sull’isola. Progetti che poi riescono nella maggior parte dei casi a prendere vita. Questo clima, stare in mezzo ai giovani o meno giovani pieni di idee, entusiasmo e voglia di fare mi fa sentire ancora giovane! Ovviamente mi piace tanto di Malta anche quel mix di cultura e bellezze naturali che è in grado di offrire. Qui puoi andare al mare in baie suggestive e fondali stupendi ma puoi anche perderti alla scoperta della sua storia, di siti millenari, di cittadine medievali, di palazzi barocchi. I miei amici mi dicevano che era un’isola troppo piccola ma in realtà non finisci mai di scoprirla. Poi ci sono tanti voli che la collegano con diverse destinazioni per un viaggio anche solo nel week end o vacanze più lunghe. Dopo il lavoro o nella pausa potersi permettere una fuga al mare per una nuotata o una passeggiata al tramonto, andare a pescare, cenare in spiaggia sono esperienze ineguagliabili anche per una nordica come me. Mi ritrovo ad avere più vita sociale qui che a Milano. Mi divido tra convegni e meeting di lavoro, eventi internazionali, manifestazioni, concerti, feste tradizionali. Malta mi ha permesso di scoprire il mondo, come dico io, perché ho la possibilità di conoscere persone di diversa nazionalità e questo è eccezionale. Ho rivisto il mio mappamondo, studiato tanti anni fa, e mi ritrovo spesso a cercare sulle mappe dove si trovano certe nazioni e a confrontarmi con la storia e le tradizioni di queste persone. Spesso organizziamo BBQ in spiaggia con gente diversa per un piacevole scambio di cibi, tradizioni e musica per stupende serate in riva al mare. L’altra faccia della medaglia: il traffico caotico nelle zone centrali (anche se del resto Milano non è da meno) e la mancanza di una cultura dell’andare a piedi o in bicicletta, l’assenza di un piano preciso di espansione del territorio che vede ora costruzioni ovunque, da una parte a migliorare vecchi edifici decadenti ma spesso senza un piano preciso di rispetto del paesaggio, di attenzione agli aspetti architettonici, di abbinamento tra vecchio e nuovo. A volte mi arrabbio anche per lo scarso rispetto per l’ambiente. Si vedono però alcuni movimenti tra giovani e meno giovani sempre più attivi a difesa di questi aspetti e sono convinta che a Malta non sia difficile cambiare mentalità, se si vuole, in tempi abbastanza brevi.

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In positivo mi ha colpito il paesaggio, la natura prorompente e la tranquillità di questo piccolo paese (circa 6000 anime). In negativo, la difficolta della lingua (che anche ora non parliamo bene, direi che siamo ai livelli base), la diversità culturale delle persone e il cibo (per noi italiani credo che in ogni parte del mondo, il cibo italiano ce lo sogniamo anche di notte) Un altro aspetto molto negativo è non aver legato con persone del luogo tranne una persona che, parlando bene italiano frequento. La barriera linguistica è forte.

Di cosa ti occupi ora e come ti sei reinventata una volta trasferita all’estero?

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Dopo circa 6 mesi dal nostro arrivo, ho iniziato a lavorare in una struttura ricettiva con un contratto di mini-job che prevede un compenso massimo di 450 euro mensili, nessun contributo e/o assistenza sanitaria, ma la possibilità di non dichiararlo al fisco. A distanza di un anno mi hanno proposto di essere assunta a tempo indeterminato, con tutte le tutele e stipendio migliore. Lavoro part time in cucina e servo ai tavoli. Nel frattempo, ho frequentato un corso di tedesco ed in futuro, migliorando l’uso della lingua, spero di avere l’opportunità di trovare un nuovo lavoro.

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Qui ho potuto mettere a frutto innanzitutto la mia precedente esperienza professionale di più di 25 anni nel settore legale, ho ottenuto il riconoscimento del mio titolo di avvocato e sono partner del progetto Maltaway, che offre una consulenza professionale a 360 gradi ad imprese e persone che vogliono trasferirsi all’estero. Noi seguiamo i clienti per portarli a delle scelte personali consapevoli e per guidarli nella realizzazione ed affiancandoli nelle fasi burocratiche, legali e fiscali. Malta è un paese che ha profonde radici culturali inglesi e pertanto vale la meritocrazia. L’isola vuole attirare persone che hanno voglia di fare, che hanno idee, progetti e affidabilità. A Malta non è difficile trovare lavoro, anche qualificato se si ha una buona base di inglese e delle competenze interessanti, oppure aprire un’attività autonoma grazie alla facile burocrazia e al sistema fiscale agevolante. Qui ho potuto anche mettermi in gioco nelle mie passioni, e forse questa è la parte che mi piace di più, e sono anche la responsabile del settore education per corsi di inglese e viaggi a Malta. Realizzo progetti per manager d’azienda o professionisti che vengono sull’isola a migliorare il proprio inglese, ma anche per ragazzi o ultracinquantenni desiderosi di apprendere la lingua. Mi piace soprattutto seguire e incoraggiare tutti quei giovani desiderosi di iniziare un’esperienza di studio o lavoro all’estero, partendo da un corso di inglese per 2 o 3 mesi, che spesso poi si traduce in una permanenza più lunga sull’isola. Mentre districarmi tra nuove leggi mi risulta ancora semplice, le conoscenze informatiche sono ancora in gran parte sconosciute ma nonostante ciò ho voluto creare un mio sito che non fosse la classica vetrina professionale statica, ma che avesse più dinamicità, spunti, riferimenti, idee, consigli, suggerimenti ed esperienze e… tanto colore. Mi diverte molto scrivere sul blog, anche se non sono una scrittrice, e narro di Malta ma anche di esperienze di viaggio personali e suggerimenti e consigli per lo studio della lingua inglese. Del resto anch’io mi sono ritrovata in un paese di lingua inglese e mi sono rimessa in gioco a studiare la lingua a 50 anni tornando anche sui banchi di scuola insieme a tanti ragazzi più giovani di me. Con qualche paura e difficoltà ma sempre con il sorriso e la gioia di condividere questa esperienza. Questa passione per la scrittura e l’amore per l’isola, mi ha portato anche a scrivere, insieme ad un’amica, una guida di Malta “Che senso ha Malta? Una guida insolita attraverso i 5 sensi, tra il giallo e il diavolo, mela!!!“. Più che una guida è un racconto attraverso gli occhi di chi vive sull’isola per scoprire gli aspetti più insoliti dell’isola e il senso di Malta, ma anche il senso del giallo, del diavolo e della mela. Se vi viene la voglia di scoprire il senso di Malta, venitemi a trovare. Devo dire che ho le giornate piene di cose interessanti da fare e di persone da incontrare, rigorosamente con vista mare ovviamente!

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Da 5 anni nella piazza di Telč (patrimonio UNESCO) ho aperto la mia Bottega. Mi sono reinventata a 51 anni. Creo gioielli artigianali, alternativi e contemporanei. Aprire un’attività non è stato complicato. Come prima cosa ho trovato uno spazio che i piaceva. Poi ho cercato una commercialista, che parlasse italiano e fortunatamente ne ho trovata una che lo stava imparando e aveva un’amica che invece lo parlava benissimo e ci faceva da interprete nei primi appuntamenti. Mi sono fatta spiegare cosa mi serviva. Ho aperto la partita IVA, non ricordo quanto ho speso, ma poco di certo. Sono andata nell’ufficio del mio comune per registrare l’attività commerciale senza spendere nulla e poco dopo avevo tutto per poter aprire la mia attività. Tutto qui è molto semplice e poco costoso, anche la vita costa meno che in Italia. Per quanto riguarda tasse: paghi se guadagni. Non esistono studi di settore o anticipi. Mensilmente devi pagare l’assicurazione sanitaria, che copre tutto, e il fondo pensione.

Come ci si trasferisce all’estero dopo i quarant’anni? Con quali forze e con quali debolezze?

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Credo che ognuno abbia la propria storia, che le esperienze vissute ti portino ad affrontare la decisione di partire in modo diverso. Da giovanissimi potrebbe prevalere un senso di maggiore libertà legata alla mancanza di legami e responsabilità, ma allo stesso tempo la scarsa esperienza potrebbe spaventare e far rinunciare. Il punto fondamentale per me è capire cosa si vuole per sé ed essere convinti che con un forte desiderio di ricominciare, forza di volontà e voglia di mettersi in gioco al 100%, si possa raggiungere l’obiettivo prefissato, indipendentemente dall’età e se si parta da soli o con la famiglia.

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A 50 anni non hai l’energia, la sfrontatezza, l’amore per il rischio di un ventenne ma hai dalla tua l’esperienza e la maturità personale e di lavoro accumulata negli anni che ti portano verso scelte più meditate, razionali e consapevoli. Non ci si lascia condizionare dagli altri, si è in grado di valutare e fare tesoro di suggerimenti e consigli, si è più responsabili e capaci di valutare i rischi, si sono già colte o perse tante opportunità, fatto errori e trovato soluzioni agli errori.

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Io sono emigrata con tanta voglia di farlo, anche se dopo quasi 7 anni un po’ stanca lo sono. Per emigrare a 51 anni ci vuole molta forza di adattamento e soprattutto non abbattersi ai primi ostacoli. Tante volte mi sono detta “ma cosa ci faccio qui?” e poi tornavo nella mia Bottega e tutto passava. La mia attività mi dà la forza di rimanere. Il rapporto con il mio compagno è forte e questo ci ha reso ancora più uniti di prima.

Un consiglio per chi vorrebbe trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni ma teme che quel treno sia salpato e che ci sia una età per tutto.

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Penso anche che se si pensa di partire, il sogno sia già ben chiaro e che ognuno meriti almeno di provarci a realizzarlo. Se davvero, all’estero fosse possibile avere una migliore qualità di vita, perché rinunciare senza provare, solo per la paura di fallire e tornare a casa? Noi siamo stati fortunati? Forse, ma abbiamo aiutato la fortuna a trovarci. Abbiamo rischiato, sofferto, lavorato duro, creduto in noi stessi e nelle nostre capacità, scommesso su di noi ed oggi siamo qui. Non posso dire che tutto sia stato facile o che lo sia tuttora. Ci sono i problemi lasciati in Italia che vanno comunque affrontati e da lontano diventa tutto più complicato; i genitori che invecchiano e che avrebbero bisogno della nostra presenza; la nostalgia di tutto ciò che abbiamo lasciato. In più le difficoltà che hanno tutti a ricostruire una cerchia di amici in un posto nuovo, riuscire ad imparare una lingua ostica ed accettare ed integrarsi in una cultura profondamente diversa. Malgrado tutte queste sfide siano ancora in piedi e vadano affrontate ogni giorno, siamo convinti di aver preso la decisione più giusta per la nostra famiglia e che ne sia valsa la pena.

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Per lavoro ho contatti con persone di diverse nazionalità e quello che ho notato è che gli italiani sono eternamente indecisi. In tanti sognano di vivere all’estero e tanti prendono informazioni così per curiosità. La scelta, con tutta la consapevolezza necessaria, deve però essere seguita dall’azione. Lasciare il porto sicuro e salpare verso altri lidi non è certo facile, potrete leggere pagine e pagine, confrontarvi con altri, ascoltare diversi professionisti ma alla fine la scelta di passare all’azione è solo personale. Serve coraggio? Un po’ sì ma non così tanto in realtà, quello che serve è una forte motivazione. Non è vero che il treno passa una sola volta nella vita e che passa solo quando si è giovani, è banale da dire ma durante il proprio tragitto si può anche scendere, tornare indietro, prendere un treno diverso. Siamo noi che ci poniamo barriere, limiti e confini non i treni della vita!

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Non c’è un’età giusta per espatriare, ci vuole voglia di fare e curiosità. Io ne sono la prova a 51 anni mi sono reinventata in un paese molto diverso dall’Italia. Ci vuole volontà e soprattutto bisogna imparare la lingua del posto (io non sono un buon esempio).

Ringrazio Barbara dalla Baviera, Rossella (Facebook, Sito e Libro) da Malta e Giliola (Facebook, Sito e Instagram) dalla Repubblica Ceca per aver voluto condividere le loro storie.

Io vi aspetto nei commenti, su Instagram e Facebook per discuterne ma come vedete: trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni è possibile!

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Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale

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Lavorando sulle quote rosa.

Io piangevo e lui mi diceva “ma torneremo, vedrai che torneremo”.

Tutto questo succedeva su un aereo che dall’Australia ci portava a Bali e poi da Bali a Londra, che su quello che mi avrebbe portato ad Aberdeen mi sentivo carica come una molla e finalmente positiva.

La promessa che feci anche io, a me stessa, fu di non perdere mai di vista quell’obiettivo: studiare informatica per tornare in Australia dalla porta principale, con i contratti buoni ed il visto decente che sognavamo quando eravamo due Italiani con il Working Holiday Visa.

Il visto che ti permette di vivere e lavorare in Australia con appena 440 dollari e di tornare a casa, male che vada dopo un anno, con una piccola fortuna in tasca ed il cuore pieno di cose fatte dall’altra parte del mondo.

Malgrado quella promessa e malgrado le lacrime, io lo sapevo che le cose cambiano quando passa il tempo. Lo sapevo che quel bel visto sarebbe costato tempo, soldi ed energie e che avremmo dovuto volerlo davvero tanto.

Sapevo che il mondo, persino l’Europa che non volevo vivere, era troppo grande e troppo bello per fermarsi a quella prima idea.

Ho iniziato a studiare, è andata bene ed ho iniziato anche a lavorare da remoto, da casa, producendo grafiche, contenuti e siti internet per la mia azienda.

Sono una freelance con ore garantite e adoro questa mia libertà.

La titolare mi ha più volte invitata ad essere assunta, malgrado a volte la compagnia non se la passi benissimo, e a trasferirmi ad Edimburgo dopo l’Università o lavorare da tutto il mondo, ancora per lei.

Dove sarai Serena, tu me lo dovrai dire prima o poi“, mi dice spesso, chiosando.
Ed io ho sempre risposto solo con la verità.

Non lo so“.

Aver studiato e aver lavorato mi mette nelle mani un grosso potere, quello di poter sperare di esser ricercata dalle aziende che vorrei, lavorare in proprio, dall’ufficio o digitando da una spiaggia persa da qualche parte, come nomade digitale.

Le possibilità c’erano e per questo ho immaginato me stessa prendere in mano la mia vita, il prossimo Dicembre e poco prima della fine dell’università, ed iniziare ad applicare, con mio marito, solo nei posti che ci piacevano.
Solo per gli annunci migliori ed intendo migliori per noi.

Gran Bretagna, Australia, Svezia, Danimarca.

Magari persino l’America di Trump, se fossimo proprio stati pazzi.

Avevo paura di quel momento ma fremevo per vivermelo, per avere quel potere di poter mostrare le mie carte e ciò che avevo fatto e poter tirare le somme e decidere.

Beh, è arrivata prima la conferma per un contratto a tempo indeterminato per mio marito, in un’azienda di qui che se l’è messo sotto l’ala dal giorno numero uno nel suo summer placement, quell’attività che consente di fare esperienza mentre si sta ancora studiando.

La sua azienda è una di quelle compagnie che punta sul benessere dei dipendenti, che offre da bere, che porta tutti al pub a pranzo, che organizza attività ed, in più, paga molto bene e regala bonus che neanche ti aspetteresti.

Lui ha lavorato duro, 10 ore al giorno, per ottenere questo posto e prima della mail con l’offerta non riusciva a dormire per la paura di non essere preso.
Ci teneva.

È finita, lo hanno scelto.
È stato capace, ha dimostrato il suo valore ed è stato premiato, proprio lui che uscirà con una first class ma NON dalle università migliori della Gran Bretagna, come i suoi colleghi, che diversamente da loro NON era nativo di qui e che diversamente da loro NON aveva iniziato a lavorare come programmatore appena vent’enne.

È partito svantaggiato eppure ce l’ha fatta.

Abbiamo il contratto sotto gli occhi e da Settembre 2019 vivremo ad Edimburgo, la città che amo e che ci ha coccolati per una estate intera, facendosi apprezzare e conoscere per la bellezza che è.

Purtroppo però, a me dispiace di aver perso quel potere di poter decidere a Dicembre, mandando candidature per il mondo.

Scegliendo l’offerta più pazza, più giusta, più vicina a noi.

Mi dispiace di aver notato, tra le persone che facevano il tifo per noi e quindi tra quelle che ci vogliono bene davvero, una piccola mancanza di considerazione per il mio lavoro e la mia ambizione, come se – tanto per cambiare – il lavoro di una donna fosse un hobby e non una fame che parte dallo stomaco, tocca il cuore e arriva alla testa.

Come se non fosse una spinta a fare ed emergere.

Mi dispiace di non poter essere la nomade digitale che avrei tanto voluto essere.

Ma chi vivrà vedrà, mi dico, passano gli anni e cambiano le cose e stamattina mio marito mi svegliava per dirmi che in qualche modo faremo, per stare bene entrambi, che questa deve essere una nuova partenza.

Di certo non la fine.

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO, FACCIO COME MI PARE, BLOG DA SEGUIRE, BLOG DA LEGGERE, EXPAT BLOG, VITA IN SCOZIA, VITA ALL'ESTERO, TRASFERIRSI ALL'ESTERO, VIVERE IN UNA CASA CONDIVISA, PERSONAGGI STRANI, PERSONAGGI ASSURDI, SCONOSCIUTI Ci siamo, ancora un mese e tornerò a vivere nella mia comfort zone, a casa mia, dove il bagno lo condivido solo con mio marito e la cucina la trovo come l’abbiamo lasciata uscendo.

Di questa esperienza nella casa condivisa avevo paura ma come tante altre cose, il peggio è immaginare cosa andrà storto perché poi, quando ti trovi nella mischia, non puoi che vivertela e cercare di farlo al meglio.

È un giorno dal cielo grigio in quel di Edimburgo, ho la finestra aperta per far entrare l’aria e sono appena tornata dal bagno dove ho trovato una magnifica sorpresa dorata che mi ha ispirato questo post e ora davvero non sto più nella pelle di cominciare!

Ecco quindi la mia classifica sui cinque coinquilini da incubo e, ve lo dico, uno solo io!

IL PISCIA SUL BORDO

Ho cercato nella mia mente un modo più nobile per descrivere questo individuo che non ha difetti, è simpatico, è alla mano epperò piscia sulla tavoletta del cesso come fosse un soffione da doccia olimpionico.

A parte questa cosuccia, forse un difetto lo ha: deve essere cieco perché quelle macchie dorate non mi sembrano proprio così difficili da notare e pulire via ma cosa posso chiedere ad un essere umano che vuole marcare il suo territorio e sentirsi più vicino al mondo animale che io tanto amo? Go vegan, bro!

IL SERIAL KILLER

Di questa figura mitologica ne avevo sentito parlare da svariati amici, è il coinquilino strano, quello che non ti stupirebbe di trovare sul giornale accusato di qualche efferatezza.

Ai tuoi danni.

Il serial killer vive nelle sue stanze, non parla ma quello che è peggio è che nessuno – o quasi – lo ha mai visto. Se è in bagno non esce finché il corridoio non è stato LIBERATO dalla presenza di altri umani. Se torna a casa corre subito in camera malgrado tu abbia lanciato un “Hello!” dalla cucina.

Dalla porta della sua camera non esce mai un filo di luce e neanche un poco di rumore. Il nulla. Hai provato a bussare in un paio di occasioni, per invitarlo a socializzare ed ha fatto finta di non essere in casa.

Benissimo.

Il serial killer esiste e nel mio caso dovrebbe andarsene via domani, lo ringrazio di cuore per questa emozionante avventura che mi ha portata a chiudermi dietro il catenaccio della porta della stanza.

LA ZOZZA LURIDA

Se per le precedenti categorie ho voluto lasciare un velo di mistero sul sesso dei personaggi, per la zozza lurida ho sentito il bisogno di scoprire le carte.

La zozza lurida lascia la sua tazza con i cereali al lunedì, ed un’altra al martedì e via dicendo fino ad avere un cacatoio al posto del lavandino della cucina.

Anche qui, benone.

GLI SCOPONI

Agli scoponi non importa di avere un letto in legno marcio, loro si ritaglieranno sempre un momento per produrre una melodia a base di gnicgnic, il rumore delle doghe che cigolano nella notte.

Che sia per questo che il Serial Killer non esce mai dalla sua camera?

Potrebbe.

IL PASSIVO AGGRESSIVO MUNITO DI POST-IT

È tutto un sorrisone quando ti incontra e non alza mai una polemica.

La polemica infatti lui se la lascia dietro, scritta su post-it che attacca qui e lì nella cucina, chiedendo rispetto per le cose comuni e non lesinando di singole/doppie sottolineature e punti esclamativi!!!

IL TIRCHIO

Questo personaggio è il nemico giurato del passivo-aggressivo. Alla richiesta di contribuire con i cinque fottuti pound delle spese mensili, il tirchio farà grandi sorrisi e orecchie da mercante, continuando a lavare i suoi piatti con il detersivo che gli hai pagato tu.

Per il passivo-aggressivo questo smacco vuol dire perdere il sonno (la colpa sarà anche degli Scoponi?) alla ricerca di una vendetta.

Quale cosa migliore di decidere di NON ricomprare la carta igienica se il tirchio non contribuirà alle spese?

È un piano infallibile!

Nel bagno e senza carta, il tirchio non potrà che comprendere il motivo di quella piccola tassa fatta di civiltà necessaria e amore per gli altri membri della casa.

Un centesimo alla volta, il tirchio ha però creato non solo una fortezza economica ma anche un solido modus operandi e nel cuore della notte porterà in bagno UN rotolo di carta igienica sottratto al lavoro, con lo scopo di utilizzarlo ESCLUSIVAMENTE per la pulizia del suo prezioso deretano.

Scacco matto!

Che dire, mai avrei pensato di vivere in una casa dove la carta igienica diventa un problema di stato ma se supero la notte potrò almeno dire addio al Serial Killer e questa è davvero una grande conquista.

Dalla casa condivisa è tutto, a voi la linea!

NO, NON VIVO A LONDRA

NO, NON VIVO A LONDRA

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Classico esempio delle mie sere al Pub.

Quando dico che sono di Roma, la gente non si capacita che possa essere vero.

All’estero – e con quanto segue mi riferisco soprattutto agli australiani che non sempre possono permettersi un viaggio così lungo – perché è un luogo da sogno per loro, uno che non lasci, una città piena di storia e cultura dove vivono vecchietti con le pecore e la lupara, donne dai fianchi generosi e antichi romani con tanto di scudo. Chissà cosa penserebbero se sapessero che a Piazza di Spagna abbiamo il MC Donald e che compriamo la loro stessa pasta al supermercato.

In Italia invece mi chiedono sempre “ma Roma-Roma?” perché tantissimi dicono di venire dalla mia città pur vivendo nei dintorni.

Lo fanno, probabilmente, per far prima e l’ho capito solo ora che vivo in Scozia, in una città che non tutti conoscono.

Non per nulla, a Maggio, a Roma, mi è capitata questa cosa con il ragazzo del B&B che era un tipo simpatico, che quando mi ha vista al check-in ha esordito con entusiasmo, dicendo: “Si vede che vivi a Londra“. Si riferiva ai miei capelli colorati così ho domandato se fosse o meno un complimento e lui si è affrettato a dire quello che penso anche io, che in UK per certi versi – parecchi – siamo più liberi.

Solo che se seguite questo blog io non vivo a Londra e neanche ci vivrei, sono normalmente ad Aberdeen, 12 ore con il bus.

In quell’occasione ho approfittato per precisare di vivere in Scozia ma le mie parole sono cadute nel vuoto e a quanto pare nel B&B ero la londinese per tutti e Londra l’unico punto di riferimento certo in quello spazio sulla cartina chiamato Regno Unito.

Così quando hanno fatto quattro gocce d’acqua il proprietario mi ha incrociata e detto “come a Londra, eh?”, con lo sguardo sornione di chi ne ha viste tante.

E lì più che a pensare di cantargli che “oltre a Londra c’è di più”, o di dirgli di nuovo che “io vivo in Scozia ed è molto peggio”, la mia testa è partita a ricordare la mia vita precedente, quando quelle quattro gocce romane e gentili erano anche per me un clima da “Londra”.

Perché un romano che ne sa del freddo, dei cieli grigi e delle punte dei piedi sempre bagnate?

Ops, sto parlando di nuovo della Scozia però!

Perché sì, esiste anche quella.

 

 

Se avessi avuto ancora vent’anni, a Londra ci sarei finita di cuore e volentieri ma con l’esperienza dei 35 mi rendo conto che sarebbe una fatica immane e finirei di pagare una eventuale abitazione solo in punto di morte e dopo aver vissuto in una casa condivisa per un decennio (ok, qui ho esagerato). Per questo colgo l’occasione per invitare tutti a considerare la Scozia come possibile meta per il proprio espatrio, per vivere, lavorare o studiare, perché qui siamo lontani dal meraviglioso stress londinese, la qualità della vita è per certi versi più alta e la quotidianità meno complicata e competitiva.

Se il vostro solo intento è di imparare l’inglese, giuro, lo parlano anche qui!

Mano sul cuore, oltre a Londra c’è di più.

PICCOLI SUCCESSI E TEAM WORKING NELLA CASA CONDIVISA

PICCOLI SUCCESSI E TEAM WORKING NELLA CASA CONDIVISA

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Una metafora.

Le sei-otto persone che vivevano nella casa prima del nostro arrivo hanno condiviso questo appartamento per un anno intero, venendo tutti qui ad Edimburgo per lavorare nella stessa compagnia. Il loro anno è agli sgoccioli e piano piano li stiamo salutando uno alla volta e nuove persone sono in arrivo.

Come detto questa è la mia prima esperienza in una casa condivisa ed ho passato le prime due settimane nella mia comfort zone e ne sono stata lieta. Ho salutato e fatto small talk con i coinquilini che incontravo in cucina dove, rapida, mi facevo un panino o mettevo una busta di riso nel microonde.
Con il mio piatto me ne tornavo su in camera, soddisfatta per il gentile small talk e grata alla porta finalmente chiusa alle mie spalle. Una barriera tra me e lo sporco, una cosa alla quale mi sono abituata in un giorno ma che rimane come fatto.

Diverse persone mi hanno detto che loro non ce la farebbero a vivere con persone che non puliscono, e penso proprio che non sia vero, se lo devi fare lo fai. Io sento di non poter portare rancore e non parlerei di mancanza di rispetto perché i coinquilini vivono qui e sono immersi nello schifo fino al collo anche loro, parlerei piuttosto di qualche fenomeno che si attiva quando delle brave persone si trovano in gruppo e il senso di responsabilità decade.

Quei meccanismi del tipo “Ho portato l’immondizia fuori per due volte, da oggi me ne frego anche io” o “se Tizio non fa, io allora smetto di fare”. E Tizio magari quel giorno ha avuto una emergenza ed ha lasciato sporco per quello ma ormai il danno è fatto.

Cose così, che poi diventano una cascata di irresponsabilità.

Saranno solo quattro mesi di vita in comune e ci sono cose che non posso cambiare, mi andava bene così. Avevamo già fatto fin troppo sturando e pulendo la doccia con l’acido e facendo lo stesso con il lavandino della cucina, quello bloccato da tre giorni. Non mi sarei messa a pulire gli ambienti comuni. Proprio no, me ne sarei stata in camera mia a mangiare, facendo attenzione alle briciole.

Il mio piano è crollato l’altra sera sono tornata a casa dopo un lungo giro per Edimburgo che ero molto stanca ed ho incontrato in cucina una delle due coinquiline cinesi. Quella sempre sorridente ed entusiasta che, mi era sembrato di capire ma non ci metterei la mano suo fuoco, non gode della stima degli altri coinquilini che invece hanno fatto un bel gruppo affiatato.

La ragazza mi ha chiesto se volessi partecipare al nuovo schema delle pulizie. Mio marito era in camera ma ne avevamo già parlato. No, proprio no. Non crediamo in quello schema, non ci metteremo a pulire per tutti quando è evidente che non sanno metter via neanche piatti, pentole sporche e briciole dopo il loro passaggio. Non staremo a fare i servi perché noi in casa non abbiamo mai cucinato e comunque lasciamo il piano lavoro sempre più pulito di come lo troviamo quando scendiamo a farci un panino o qualcosa al microonde.

Anche la ragazza che avevo di fronte, come tutti gli altri coinquilini prima di noi, aveva detto che avrebbe fatto in modo di buttare la riciclabile che si era accumulata, un metro per tre, prima del nostro arrivo ed io ho pensato che fosse l’ennesima proposta lanciata tanto per dire. Non mi sarei fatta incantare nel pulire la casa per tutti, perché io le pulizie le avrei fatte veramente e sarei stata l’unica scema.

L’unica cosa che avevamo già deciso, con mio marito, era di portare via la riciclabile da noi perché era veramente troppa e poteva attirare delle bestioline.

Alla ragazza cinese il mio discorso stava bene ma tra le righe mi è sembrato di scorgere qualcosa. In primis, il pavimento era stranamente pulito – cosa mai successa in due settimane e poi c’era dell’altro ma non riuscivo a metterlo a fuoco: in generale mi sembrava fosse sinceramente motivata a risolvere il problema della sporcizia.

Sono salita in camera per prendere i cinque pound per le spese comuni e quando sono scesa non c’era piu’ nessuno. Non il nuovo coinquilino inglese, quello arrivato il giorno stesso, non la coinquilina cinese con la sua amica venuta a trovarla, non mio marito sceso per salutare il suo nuovo collega di lavoro.

Erano spariti assieme alla riciclabile e finalmente c’era nuovamente quel pezzo di pavimento che prima era sommerso come in un documentario sugli accumulatori. 

Quell’azione ha scatenato qualcosa e tutti assieme, noi presenti, abbiamo iniziato a pulire da cima a fondo la cucina. Sì, anche l’amica che era venuta a trovare la coinquilina cinese!

Abbiamo buttato una quantità enorme di briciole contenute nel toaster, piombate nel sacco dell’immondizia come quando da bambini si giocava a rovesciare il secchiello e la sabbia fine. Solo che da li’ sono uscite una o due bestioline volanti. Abbiamo pulito superfici e microonde, quello che puzzava ormai di morte e finalmente abbiamo fatto una enorme pila di quelli che sembravano gli intoccabili leftovers, i rimasugli delle persone che avevano vissuto nella casa. Cibi aperti in una casa piena di farfalline e, sembra, in passato, anche di intrepidi topolini.

La pila dei leftovers è qualcosa di incredibile e la presenza della ragazza cinese è stata fondamentale: non saremmo mai stati in grado di capire quali fossero le cose abbandonate e quali no! Il coinquilino inglese ha lasciato un messaggio con un ultimatum “se volete qualcosa da questa pila: ora o mai piu’!” e persino gli altri coinquilini che si sono aggiunti dopo, per cucinare o far finta di pulire, hanno convenuto che i leftovers dovevano finalmente sparire. Un enorme passo avanti, credetemi.

Dopo un paio d’ore eravamo veramente stanchi ma è successo qualcosa dentro di me.

Io non volevo salire in camera.

Volevo continuare a parlare con i coinquilini per conoscerli meglio, lo trovavo piacevole.

La ragazza cinese ci ha offerto un tea del suo paese, uno che fa bene allo stomaco delle donne, costosa bevanda dal sapore deciso e caldo ed ha poi iniziato a cucinare qualcosa per la cena. Qualcuno saprà che l’Asia esercita un forte fascino su di me, così sono andata a curiosare ed il fato ha voluto che anche la mia coinquilina fosse vegetariana.

“Vuoi assaggiare la cucina cinese fatta in casa”?
Bingo!

Abbiamo iniziato a preparare la nostra cena con le poche cose che avevamo disponibili, dell’insalata della scatola, un pomodoro, un avocado e delle fette di pane Irlandese e ci siamo trovati a mangiare tutti assieme – beh, noi due e le due ragazze cinesi – condividendo piatti e racconti.

Ho lavato i piatti volentieri e sono tornata in camera mia che ero piuttosto serena. Un altro limite, mio, è stato superato e porto con me la conferma che il lavoro di squadra paga sempre e nella pancia la gioia di poter smentire ben piu’ di un pregiudizio altrui.

Cina 1, Europa 0.

 

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Situazione cucina comune. Il giorno che arrivammo.

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La situazione della doccia quando arrivammo.

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La situazione della riciclabile il giorno che arrivammo.

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Buongiorno!

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L’immensa pila di leftovers.

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La prima cena insieme. <3