Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale, nomade digitale, faccio come mi pare, scegliere dove vivere all'estero, dove vivere all'estero, expat blog
Lavorando sulle quote rosa.

Io piangevo e lui mi diceva “ma torneremo, vedrai che torneremo”.

Tutto questo succedeva su un aereo che dall’Australia ci portava a Bali e poi da Bali a Londra, che su quello che mi avrebbe portato ad Aberdeen mi sentivo carica come una molla e finalmente positiva.

La promessa che feci anche io, a me stessa, fu di non perdere mai di vista quell’obiettivo: studiare informatica per tornare in Australia dalla porta principale, con i contratti buoni ed il visto decente che sognavamo quando eravamo due Italiani con il Working Holiday Visa.

Il visto che ti permette di vivere e lavorare in Australia con appena 440 dollari e di tornare a casa, male che vada dopo un anno, con una piccola fortuna in tasca ed il cuore pieno di cose fatte dall’altra parte del mondo.

Malgrado quella promessa e malgrado le lacrime, io lo sapevo che le cose cambiano quando passa il tempo. Lo sapevo che quel bel visto sarebbe costato tempo, soldi ed energie e che avremmo dovuto volerlo davvero tanto.

Sapevo che il mondo, persino l’Europa che non volevo vivere, era troppo grande e troppo bello per fermarsi a quella prima idea.

Ho iniziato a studiare, è andata bene ed ho iniziato anche a lavorare da remoto, da casa, producendo grafiche, contenuti e siti internet per la mia azienda.

Sono una freelance con ore garantite e adoro questa mia libertà.

La titolare mi ha più volte invitata ad essere assunta, malgrado a volte la compagnia non se la passi benissimo, e a trasferirmi ad Edimburgo dopo l’Università o lavorare da tutto il mondo, ancora per lei.

Dove sarai Serena, tu me lo dovrai dire prima o poi“, mi dice spesso, chiosando.
Ed io ho sempre risposto solo con la verità.

Non lo so“.

Aver studiato e aver lavorato mi mette nelle mani un grosso potere, quello di poter sperare di esser ricercata dalle aziende che vorrei, lavorare in proprio, dall’ufficio o digitando da una spiaggia persa da qualche parte, come nomade digitale.

Le possibilità c’erano e per questo ho immaginato me stessa prendere in mano la mia vita, il prossimo Dicembre e poco prima della fine dell’università, ed iniziare ad applicare, con mio marito, solo nei posti che ci piacevano.
Solo per gli annunci migliori ed intendo migliori per noi.

Gran Bretagna, Australia, Svezia, Danimarca.

Magari persino l’America di Trump, se fossimo proprio stati pazzi.

Avevo paura di quel momento ma fremevo per vivermelo, per avere quel potere di poter mostrare le mie carte e ciò che avevo fatto e poter tirare le somme e decidere.

Beh, è arrivata prima la conferma per un contratto a tempo indeterminato per mio marito, in un’azienda di qui che se l’è messo sotto l’ala dal giorno numero uno nel suo summer placement, quell’attività che consente di fare esperienza mentre si sta ancora studiando.

La sua azienda è una di quelle compagnie che punta sul benessere dei dipendenti, che offre da bere, che porta tutti al pub a pranzo, che organizza attività ed, in più, paga molto bene e regala bonus che neanche ti aspetteresti.

Lui ha lavorato duro, 10 ore al giorno, per ottenere questo posto e prima della mail con l’offerta non riusciva a dormire per la paura di non essere preso.
Ci teneva.

È finita, lo hanno scelto.
È stato capace, ha dimostrato il suo valore ed è stato premiato, proprio lui che uscirà con una first class ma NON dalle università migliori della Gran Bretagna, come i suoi colleghi, che diversamente da loro NON era nativo di qui e che diversamente da loro NON aveva iniziato a lavorare come programmatore appena vent’enne.

È partito svantaggiato eppure ce l’ha fatta.

Abbiamo il contratto sotto gli occhi e da Settembre 2019 vivremo ad Edimburgo, la città che amo e che ci ha coccolati per una estate intera, facendosi apprezzare e conoscere per la bellezza che è.

Purtroppo però, a me dispiace di aver perso quel potere di poter decidere a Dicembre, mandando candidature per il mondo.

Scegliendo l’offerta più pazza, più giusta, più vicina a noi.

Mi dispiace di aver notato, tra le persone che facevano il tifo per noi e quindi tra quelle che ci vogliono bene davvero, una piccola mancanza di considerazione per il mio lavoro e la mia ambizione, come se – tanto per cambiare – il lavoro di una donna fosse un hobby e non una fame che parte dallo stomaco, tocca il cuore e arriva alla testa.

Come se non fosse una spinta a fare ed emergere.

Mi dispiace di non poter essere la nomade digitale che avrei tanto voluto essere.

Ma chi vivrà vedrà, mi dico, passano gli anni e cambiano le cose e stamattina mio marito mi svegliava per dirmi che in qualche modo faremo, per stare bene entrambi, che questa deve essere una nuova partenza.

Di certo non la fine.

Annunci
NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

NEL PRONTO SOCCORSO DI ROMA

faccio come mi pare, ospedale roma, nel pronto soccorso di roma, pronto soccorso, stato del pronto soccorso, stato degli ospedali, gli ospedali di roma, medici ospedali roma, infermieri ospedali

È successa questa cosa, che con le amiche parlavo solo di fighi e sesso e invece ora la metà delle nostre conversazioni sono sui nostri primi acciacchi, su quello che non digeriamo più come prima e, ovviamente, ancora sul sesso ma tra anziani ormai fragili.

Malgrado questo, se avessi dovuto parlare di me prima della gamba rotta in Australia, avrei detto di avere una salute di ferro. Da allora non ho fatto altro che vedere dottori e ospedali e allora forse è meglio se mi sto zitta.

Nulla di grave, per fortuna, ma anche a Roma non poteva mancare una visita al pronto soccorso (e lo sapreste se mi seguiste su Facebook).

Un giorno di Maggio mi sono addormentata grattandomi un polpaccio e mi sono risvegliata coperta di bolle calde. Con la mia fortuna sfacciata pensavo fossero di nuovo i bed bugs ma il marito era apparentemente intonso e non mi sembrava di avvertire alcuna feritina da morso.

Ho ingoiato qualche pasticca di Tinset e sono tornata un paio di volte in farmacia per cercare qualcosa di più efficace. Missione fallita, 48 ore dopo ero come la Pimpa ed in più single, che le mani erano così gonfie da aver dovuto rimuovere anello di fidanzamento e fede per non farmele amputare d’urgenza.

Decisa a risolvere la questione, mi sono diretta dal mio medico di base per la prima volta dopo quattro anni. Ero pronta ad esser cacciata via in quanto non più veramente Italiana per scoprire invece che per Roma io sono ancora residente nella casa che ho venduto nel 2016 e questo malgrado l’iscrizione all’Aire. La cosa mi ha fatta molto pensare.

Un altro giro in farmacia, questa volta con una ricetta, ancora un po’ di pazienza e l’inizio di un fastidio alla gola.

Sono in metro che penso “mi sto gonfiando DENTRO e morirò così”.

Aspetto qualche minuto e capisco che è solo un po’ di mal di gola ma ormai la situazione era piuttosto tragica.

Il giorno dopo ho organizzato un pomeriggio niente male per i nipoti, quattro bimbi che vogliono del tempo assieme a noi. Potevano scegliere tra cinema e giostre, hanno scelto le seconde ed io ho messo le mani avanti dicendo “solo 10 euro a testa in gettoni“. Il marito è svenuto di fronte a quella promessa che ci avrebbe ulteriormente impoveriti e sicuramente abbiamo litigato per questo.

Ma non importa, sono ancora gonfia e verso cena sento la dermatologa di famiglia e non è tranquilla come il medico base. Le medicine non vanno bene, serve qualcosa di forte. DEVO andare in ospedale.

Ceno sapendo che farò nottata al pronto soccorso quando sono scesa in Italia cinque giorni per fare ben altro. Quarantotto ore buttate così.

Prendiamo la metro e ci godiamo San Giovanni di notte, oltre le mura. Scatto foto come una turista e vengono tutte brutte per le troppe luci.

Penso che qui, proprio a San Giovanni, c’era mia nonna affacciata alla finestra, alla sera. Le fotografie non servono.

Questa comunque è la cronaca della notte passata al pronto soccorso, dopo quattro anni che sono via dall’Italia:

Capitolo 1: LA PENNA

Al pronto soccorso una donna mi invita a compilare un foglio con le mie generalità. Lo fa come se fossi sua sorella, in un modo spiccio che conosco bene e non sempre approvo ma c’era tanta dolcezza in lei.

“E ‘ndo sta la penna? Ma che se la so’ fregata pure stasera”?

Mio marito tira fuori la sua proprio quando la donna mi dice “gioia, fai una cosa, lascia perde di compilà che se la penna non c’è, non c’è”.

Insisto per usare la nostra e lui propone di lasciargliela. Non mi ricordo se lo abbiamo fatto poi, perché mi portano subito in un’altra stanza e mi dividono immediatamente da lui che passerà la notte insieme agli accompagnatori, lontano da noi malati.

Capitolo 2: IL TRIAGE

Prendono il foglio compilato e lo passano al computer. Sono codice verde, non in pericolo di vita e non avevo alcun dubbio malgrado quei cinque minuti in metro.

Anzi, la reazione allergica alla mia età mi fa quasi ridere, non so perché. Non me la sarei mai aspettata, non sapevo di essere allergica, proprio come quelle trasmissioni trash su Sky.

Al triage c’è un’altra donna, le spiego che vivo in Scozia e che sono iscritta all’Aire.
Al computer risulto ancora residente a casa di mia madre, lasciata due anni prima di sposarmi, probabilmente nel 2010.

Provo pietà per questo sistema di scatole chiuse, dove la verità non la sa nessuno, persino su una cosa semplice come una residenza. Pensare che io all’estero voto, quindi da qualche parte c’è un database aggiornato che dice che non vivo più in Italia e sono iscritta alla lista degli Italiani in quel di Aberdeen.

“Dovrò pagare”?
“Bella mia, fosse per me, proprio no… Ma voi siete Europa? Avete una convenzione”?

Sì, siamo Europa e per le emergenze pensavo fosse gratuito anche per noi ma ora mi sento presa in contropiede. La sua incertezza mi fa pensare, forse sbaglio io?
Non era un problema solo per medico di base e visite al CUP? Non lo so, sono confusa, sono stanca, mi starebbe bene tutto in realtà. Sto male, mi serve il cortisone e pagherò volentieri per risolvere, ho paura della possibile cifra ma siamo in Italia e non dovrei averne, dopo l’Australia lo so bene.

Prova ad aggiornare il mio indirizzo con quello scozzese, digitando lettera dopo lettera, piano, come farebbe mia nonna che non ha mai usato un computer e stampa lo stesso foglio tre volte. Per tre volte rimane nero su bianco l’indirizzo di casa per mia madre.

Da quando sono lì sono già stati strappati una decina di fogli.

“Guardi, se vuole può lasciare quello, mia madre ha le chiavi della casa… Se mi spedirete da pagare girerà tutto a me senza dubbio”.

Lei ci riprova ma nulla.

“Sai che c’è? Noi qui non vogliamo far pagare nessuno, ho solo paura che ti facciano storie dentro”.
Mi ripete per altre due volte quanto ci tenga a non far pagare nessuno – e l’ho trovata una cosa dolce da dire dopo un anno in Australia – e che ci sarà da aspettare un po’.

Capitolo 3: L’ATTESA

La traduzione di “aspettare un po’” mi era chiara fin da subito. Sono le 22:30 ed uscirò per le 2. Alle 7:30 devo uscire di casa per andare dalla dermatologa che vuole comunque vedermi.

Farò le ore piccole ma porterò i nipoti fuori come promesso.

Quando però non vengo visitata che all’una, realizzo che non uscirò mai da quell’ospedale per un’ora decente.
Mi promettono i risultati delle analisi in un’ora e mezza, sono speranzosa ma verrò dimessa solo alle 5 del mattino.

Capitolo 4: IL SENSO DI COLPA

I nipoti volevano uscire con noi, glielo avevamo promesso! È la nostra tradizione da tanto, da quella volta che uno dei quattro si fece forza per dirci “andiamo tutti insieme al cinema anche questa volta?“.
Lì ho capito che quello che era stato un episodio sarebbe diventato il nostro modo per ritrovarci, ritagliando del tempo solo per noi, tra Mc Donald’s, patatine, edicole, cinema e giochi.

E vomitate per loro in piscina o a karate il giorno dopo, che zia non si regola ancora molto bene con il nutrirli ma sta imparando.

Capitolo 5: LA DIAGNOSI

Sapevamo che sarebbe stato difficile capire cosa avesse scatenato la reazione, probabilmente qualcosa mangiato.
Vai a capire.

Non mi aspettavo invece lo smarrimento dei dottori: erano due e non avevano mai visto una reazione estesa come la mia. Ma sono medici di pronto soccorso e di cose strane ne devono aver viste eccome, forse volevano solo lusingarmi! 😀

Dai, non posso creder di esser stata così sfigatamente speciale.

Le analisi del sangue sono un po’ inguagliate ed ecco un nuovo capitolo per me ed il GP che dovrò trovare ad Edimburgo, mi dico quella sera.

La verità è che il medico di Edimburgo taglierà corto e non mi farà neanche parlare, una volta tornata in Scozia, aumentando la mia frustrazione verso il NHS.

Capitolo 6: IL MARITO

Esiliata insieme ai malati, mi avevano chiesto di lasciare fuori mio marito per una questione di rispetto ma una volta dentro diverse persone erano accompagnate ed un paio di queste anche sbaciucchiate dal proprio partner.

Io litigavo con mio marito per messaggio, entrambi frustrati.

Gli ho detto più volte di andare via, che stare in due a perdere il sonno senza potersi supportare non aveva senso.

Alle 4 del mattino sono andata a prendermelo, ero rimasta solo io nella saletta ed il tipo della reception mi ha dato subito l’ok. C’eravamo già dati un bacetto di straforo verso le 2 e sapeva che ci piacevamo, malgrado le liti via WhatsApp.

Capitolo 7: LO STATO DEL PRONTO SOCCORSO

Che poi è il motivo per questo lungo post.
Cosa mi ha stupito di questa esperienza al punto da scriverne?

No, non sono stata maltrattata malgrado certi atteggiamenti un po’ spicci (non nei dottori e neanche negli infermieri che sono stati grandiosi) ma personale non ce ne era proprio.

Ho aspettato quasi 8 ore seduta su una sedia con nessuno a badarci e saremo state una ventina di persone.

Ogni tanto un portantino portava via qualcuno che era lì dalla mattina per l’accettazione al reparto.

Una signora sulla cinquantina era su un letto con un braccio rotto, ha chiesto immediatamente aiuto per urinare, il che vuol dire che probabilmente ne aveva davvero bisogno ed urgenza.
Il primo portantino le ha detto qualcosa di non diverso dama non penso proprio, te gira la testa e mica te puoi alzà”.

Dopo 30 minuti è arrivato un suo collega, più gentile, ed ha promesso di informarsi con i dottori. La signora tratteneva la pipì da non so quanto ed io stavo male per lei. Malgrado la gentilezza quel ragazzo non è tornato ad aiutarla.

Dopo un’ora è arrivato un infermiere gentile e alla supplica della signora ha immediatamente provveduto.

A Roma siamo troppi, troppo stressati e forse lo capisco ma rimane una negligenza, rimane un torto ed una mancanza.

In quel momento però ho capito che io non posso vivere in una città grande e incasinata come quella che mi ha dato i natali, in un posto dove questa noncuranza è normale (*).  Io ho bisogno di una città che non sia morta e non dorma ma che non sia neanche un posto dove assistere a cose del genere.

In UK ho portato in ospedale dei ragazzi disabili che seguivo quando facevo la carer e sono stata in ospedale io stessa ed il personale era ovunque.

Dagli infermieri, agli impiegati dell’accettazione a loro, gli addetti alla pulizia, disponibili h24. Erano tutti sorridenti e pieni di premure.

In Italia per 8 ore abbiamo condiviso UN solo bagno, con un fiume di urina a terra ed un mega assorbente sporco di ciclo lasciato vicino al secchio. E sì, il cestino c’era ma diciamo che magari era stata la debolezza di una donna ammalata e chiudiamo un occhio sul suo comportamento incivile ma di cleaners neanche l’ombra.

Verso le 3 qualcuno voleva lavarsi le mani al lavandino e ci hanno informato che non era possibile perché “hanno chiuso l’acqua“.

Ma chi?
Chi chiude l’acqua dei bagni con 20 pazienti malati?

Non avevo alcun appetito, ero solo molto stanca, volevo dormire seduta e non ci riuscivo. In ogni caso non c’era nulla da bere o da mangiare, neanche a pagamento si intende.

Alle cinque del mattino il dottore gentile è tornato (con le analisi stampate ben due ore prima) e mi ha detto “non so che altro fare per te, meglio se fissi un appuntamento con una dermatologa“.

Gli ho confermato che l’appuntamento era stato preso e lui ha aggiunto “Cosa vuoi fare? Andare a casa?“.

Le bolle erano ancora lì malgrado l’iniezione di cortisone ma cavolo se volevo andarmene.

Siamo tornati al B&B che mi sentivo piena di forze malgrado la mancanza di sonno, rinvigorita dall’aria finalmente fresca sul viso. Ugualmente una volta a letto sono crollata.

Alle 11 mi sono svegliata che ero sgonfia, finalmente il cortisone aveva funzionato. Ad attendermi, purtroppo, anche i messaggi dei nipoti delusi da quell’appartamento mancato.

Che razza di viaggio!

CONCLUSIONE

Quanto stavo meglio prima dei 30, non avete idea! 😀


(*) Ma non fatemi parlare delle mie esperienze con il medico in UK, che veramente non c’è nulla da gioire e quando vivi tra due mondi come me hai tanti per motivi per esser grata e tanti per non esserlo. In entrambi i mondi.

SUL TRENO PER LONDRA

SUL TRENO PER LONDRA

Sul treno per londra, faccio come mi pare, blog da leggere, blog da seguire, londra, lavorare a londra, IT londra, lavorare in inghilterra, IT inghilterra, IT scozia, expat blog

Ho pensato spesso di scrivere riguardo a questa esperienza estiva, sento che rappresenti una parte importante di questo percorso, finora ho pensato fosse difficile dargli una consistenza organica, ma ora che sono a metà di questo viaggio mi sembra che sia in qualche modo più chiaro.

Ho ottenuto un placement estivo a cui tenevo molto per una buona compagnia di Edimburgo, ricordo mia moglie entusiasta dopo aver letto l’email per prima, e ricordo in me un profondo senso di incredulità prima, entusiasmo poi, e infine ansia.

Ansia di non essere all’altezza di un’azienda con buone prospettive, ansia di non saper parlare la lingua sufficientemente bene, e ansia di essere troppo vecchio in confronto a ventenni che iniziavano a fare la stessa esperienza.

Cambiare comporta fatica e sacrifici, e in qualche modo non farcela alle volte è più rasserenante che avere qualche successo.

È molto un discorso di confidenza ovviamente, credo che aver paura non avvantaggi nessuno, e chi si butta è sicuramente in vantaggio.

Quindi quando mi chiesero quante settimane avrei voluto fare di placement, dando 8 come minimo, mi feci i conti della serva e dissi 16, dal primo giorno possibile dopo la fine degli esami, all’ultimo giorno possibile in cui inizieranno nuovamente i corsi universitari per l’ultimo anno.

Volevo prendere il più possibile da questa esperienza e dare indietro qualcosa a questa società che mi ha offerto una grande opportunità.

Una professoressa di psicologia ai tempi della mia prima laurea disse, che gli uomini e le donne non sono forgiate dai loro desideri, quanto dalle loro frustrazioni, a riprova di ciò, ho iniziato a lavorare sodo, arrivare mezz’ora prima, andare via un’ora dopo e alle volte mangiare un boccone davanti allo schermo.

Non molto salutare ovviamente è provocando qualche volta le ire di mia moglie la quale smaniava per l’opportunità di passare l’estate ad Edimburgo.

Dall’alto dei miei trentatré anni sono arrivato ad odiarmi meno, accetto questa parte di me che si sente più serena quando da troppo che quando è a riposo “that’s the nature of the beast”. Mi riprometto che un giorno sarà diverso. Mento a voce alta.

Bruce Lee diceva che l’abilità in una disciplina dipenda principalmente da quanta attenzione non divisa viene data allo sviluppo delle abilità stesse, la predisposizione esiste ovviamente, ma non va da nessuna parte senza tempo e dedizione.

Da quel punto di vista non credo di essere un granché, studio quel che devo, cerco di comprendere quello che succede e applicarlo, ma non ne faccio una ragione di vita, ma più di buona professionalità.

Ho visto in questo periodi ragazzi di altissimo valore fra gli altri interns.

Mi considero semplicemente un lavoratore che si impegna.

Questo alle volte basta a brillare se gli altri sono peggio di te, ma per raggiungere livelli più alti serve una spinta interiore, deve essere la risposta ad un bisogno profondo.

O almeno così credo.

Avendo chiesto il doppio delle settimane normalmente richieste mi sono stati assegnati due team, il primo per le prime 8 settimane e il secondo per le successive, ho già finito di sviluppare un programma per il primo,  rubando due giorni alla partenza del secondo, ma è andata bene così.

Il programma si è dimostrato più complesso di quanto previsto ma alla fine faceva il suo lavoro bene e il risultato ha portato vantaggi interessanti per il team.

Il secondo progetto è di natura più teorica e trova molto interesse nella compagnia, così come genera parecchia confusione, spesso faccio domande alle persone più appropriate dell’ufficio ricevendo risposte benintenzionate ma fuorvianti, credo stia andando nella direzione giusta e credo questo sia dipeso anche dall’aver investigato a lungo la natura del problema prima di lanciarmi nella soluzione.

Credo di avere tempi più lassi in quanto intern, e che i tempi concessi ad un programmatore inserito sarebbero molto più stretti.

A livello personale mi trovo bene con tutti, ci sono persone estremamente capaci ed è un’azienda che da molta importanza al morale, con eventi, drink e altre attività finanziate dall’azienda.

In particolare ora mi trovo su un treno per Londra per partecipare a due giorni di formazione e tre di programmazione competitiva, di mio penso che avrei preferito rimanere con la testa bassa sul progetto corrente e stare con mia moglie durante il Fringe Festival di Edimburgo, ma non c’era molta scelta e di sicuro imparerò qualcosa di interessante.

In generale mi riterrei molto fortunato ad essere considerato da questa azienda con un’offerta di lavoro successivamente, ma so che il mio inglese non è a livello degli altri (madrelingua), che forse non lo sarà mai del tutto e che mi servirebbe del tempo per comunicare efficacemente.

Se poi riuscissi a mantere la mia buona media al quarto anno avrei comunque la possibilità di uscire con una first class e avere buone possibilità con aziende simili.

Ma ci vivremmo ad Edimburgo?

Città adorabile ma con soli 500.000 abitanti, molto più piccola di Roma o Melbourne, e che già appare familiare ai miei occhi.

Buona parte di me brama stabilità, vorrei una casa da sistemare come voglio, stabilire routine, avere un cane, specializzarmi.

Il resto invece non sa’ come finirà questo Brexit sente che tradirebbe la promessa di tornare in Australia, e pensa che questa sarebbe l’ultima vera possibilità per un cambio di contesto (master pagato in Danimarca?)

Tre anni sono un periodo lungo per non mettere in dubbio le proprie convinzioni.

Quando molte cose cambiano, si fa più caso a quelle che rimangono uguali, ed oggi lasciando mia moglie alla stazione sentivo quanto fosse importante e dato per scontato l’averla sempre a fianco, con le sue idee dirette, il suo prezioso supporto, il calore o anche solo stare insieme per chiaccherare della giornata.

Oramai è quasi metà della vita che si sta assieme e sento innaturale la sua mancanza.



CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO (le gioie della casa condivisa all’estero)

CINQUE COINQUILINI DA INCUBO, FACCIO COME MI PARE, BLOG DA SEGUIRE, BLOG DA LEGGERE, EXPAT BLOG, VITA IN SCOZIA, VITA ALL'ESTERO, TRASFERIRSI ALL'ESTERO, VIVERE IN UNA CASA CONDIVISA, PERSONAGGI STRANI, PERSONAGGI ASSURDI, SCONOSCIUTI Ci siamo, ancora un mese e tornerò a vivere nella mia comfort zone, a casa mia, dove il bagno lo condivido solo con mio marito e la cucina la trovo come l’abbiamo lasciata uscendo.

Di questa esperienza nella casa condivisa avevo paura ma come tante altre cose, il peggio è immaginare cosa andrà storto perché poi, quando ti trovi nella mischia, non puoi che vivertela e cercare di farlo al meglio.

È un giorno dal cielo grigio in quel di Edimburgo, ho la finestra aperta per far entrare l’aria e sono appena tornata dal bagno dove ho trovato una magnifica sorpresa dorata che mi ha ispirato questo post e ora davvero non sto più nella pelle di cominciare!

Ecco quindi la mia classifica sui cinque coinquilini da incubo e, ve lo dico, uno solo io!

IL PISCIA SUL BORDO

Ho cercato nella mia mente un modo più nobile per descrivere questo individuo che non ha difetti, è simpatico, è alla mano epperò piscia sulla tavoletta del cesso come fosse un soffione da doccia olimpionico.

A parte questa cosuccia, forse un difetto lo ha: deve essere cieco perché quelle macchie dorate non mi sembrano proprio così difficili da notare e pulire via ma cosa posso chiedere ad un essere umano che vuole marcare il suo territorio e sentirsi più vicino al mondo animale che io tanto amo? Go vegan, bro!

IL SERIAL KILLER

Di questa figura mitologica ne avevo sentito parlare da svariati amici, è il coinquilino strano, quello che non ti stupirebbe di trovare sul giornale accusato di qualche efferatezza.

Ai tuoi danni.

Il serial killer vive nelle sue stanze, non parla ma quello che è peggio è che nessuno – o quasi – lo ha mai visto. Se è in bagno non esce finché il corridoio non è stato LIBERATO dalla presenza di altri umani. Se torna a casa corre subito in camera malgrado tu abbia lanciato un “Hello!” dalla cucina.

Dalla porta della sua camera non esce mai un filo di luce e neanche un poco di rumore. Il nulla. Hai provato a bussare in un paio di occasioni, per invitarlo a socializzare ed ha fatto finta di non essere in casa.

Benissimo.

Il serial killer esiste e nel mio caso dovrebbe andarsene via domani, lo ringrazio di cuore per questa emozionante avventura che mi ha portata a chiudermi dietro il catenaccio della porta della stanza.

LA ZOZZA LURIDA

Se per le precedenti categorie ho voluto lasciare un velo di mistero sul sesso dei personaggi, per la zozza lurida ho sentito il bisogno di scoprire le carte.

La zozza lurida lascia la sua tazza con i cereali al lunedì, ed un’altra al martedì e via dicendo fino ad avere un cacatoio al posto del lavandino della cucina.

Anche qui, benone.

GLI SCOPONI

Agli scoponi non importa di avere un letto in legno marcio, loro si ritaglieranno sempre un momento per produrre una melodia a base di gnicgnic, il rumore delle doghe che cigolano nella notte.

Che sia per questo che il Serial Killer non esce mai dalla sua camera?

Potrebbe.

IL PASSIVO AGGRESSIVO MUNITO DI POST-IT

È tutto un sorrisone quando ti incontra e non alza mai una polemica.

La polemica infatti lui se la lascia dietro, scritta su post-it che attacca qui e lì nella cucina, chiedendo rispetto per le cose comuni e non lesinando di singole/doppie sottolineature e punti esclamativi!!!

IL TIRCHIO

Questo personaggio è il nemico giurato del passivo-aggressivo. Alla richiesta di contribuire con i cinque fottuti pound delle spese mensili, il tirchio farà grandi sorrisi e orecchie da mercante, continuando a lavare i suoi piatti con il detersivo che gli hai pagato tu.

Per il passivo-aggressivo questo smacco vuol dire perdere il sonno (la colpa sarà anche degli Scoponi?) alla ricerca di una vendetta.

Quale cosa migliore di decidere di NON ricomprare la carta igienica se il tirchio non contribuirà alle spese?

È un piano infallibile!

Nel bagno e senza carta, il tirchio non potrà che comprendere il motivo di quella piccola tassa fatta di civiltà necessaria e amore per gli altri membri della casa.

Un centesimo alla volta, il tirchio ha però creato non solo una fortezza economica ma anche un solido modus operandi e nel cuore della notte porterà in bagno UN rotolo di carta igienica sottratto al lavoro, con lo scopo di utilizzarlo ESCLUSIVAMENTE per la pulizia del suo prezioso deretano.

Scacco matto!

Che dire, mai avrei pensato di vivere in una casa dove la carta igienica diventa un problema di stato ma se supero la notte potrò almeno dire addio al Serial Killer e questa è davvero una grande conquista.

Dalla casa condivisa è tutto, a voi la linea!

10 COSE DA FARE IN GIAPPONE (che non troverete sulle guide)

10 COSE DA FARE IN GIAPPONE (che non troverete sulle guide)

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, foresta di bamboo,

Vuoi scoprire 10 insolite cose da fare in Giappone?

Ma come la scrivi una guida sulle cose da fare in Giappone se non sei riuscita ad imparare che un terzo dei nomi delle cose che hai visto? E se, in più, sei una di quelle che le guide le prende per avere un’infarinata generale ma poi preferisce perdersi per le stradine?

Il mio mese in Giappone è stato tutto una avventura fatta di camminate lunghissime, cibo sublime, risate e persone buone. In Giappone ho visto delle meraviglie che difficilmente dimenticherò ma una guida seria non sarei in grado di farla, non avrebbe avuto senso stare qui a scrivervi tutto quello che altri hanno scritto nei vari manuali di viaggio. Non sono la persona più adatta per dirvi quale sia il tempio più carino o il posto dove assolutamente fermarsi a mangiare, non ho preso appunti – mi stavo godendo il viaggio – non ho quel tipo di interesse né di memoria.

Quello che oggi invece voglio raccontarvi sono le 10 cose da fare, ma da fare assolutamente in Giappone, senza tirarsi indietro!

SPOILER ALERT: Il vostro viaggio sarà bellissimo!

Iniziamo!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, dove andare in giappone

Godersi un bagno negli Onsen (le vasche pubbliche)

Di questo argomento ho già parlato (Leggi: IMMERSA NELLE VASCHE DEGLI ONSEN CON LE DONNE GIAPPONESI) ma voglio ripetermi.

In Giappone, i bagni pubblici sono DA PROVARE, una esperienza unica ed un momento di pace, godimento e riflessione.

Superate la vergogna, un culetto lo abbiamo tutti!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog,onsens giapponesi, tatuaggi onsen, tatuaggi bagni giapponesi, bagni pubblici giapponesi

Imparare il Japanenglish

Se non fossi stata in Giappone non ci avere creduto ma i Giapponesi NON parlano inglese sul serio, neanche le quattro parole con le quali noi Italiani spesso ci arrangiamo.

Sono in compenso estremamente cortesi e desiderosi di aiutare:

  • Portandoti FISICAMENTE nel posto che cercavi (esempio: quando ci perdemmo per piu’ di un’ora! nella metro di Osaka).
  • Usando un device elettronico per tradurre in tempo reale
  • Con il linguaggio del corpo

Ho avuto la fortuna di rompere non uno ma DUE cellulari in Giappone e alla fine ero sicura di aver imparato la loro lingua e di capire tutto quello che mi dicevano.

Non so se sia vero ma ad oggi ho ancora un Sony Zen acquistato da qualche parte in quel di Kyoto.

Ordinare da mangiare senza il menu’ inglese

Come detto sopra, in Giappone non tutti parlano l’inglese, anzi pochissimi lo fanno e cosa ancora più bizzarra: diversi locali decidono di NON tradurre il proprio menù.

Come fare ordunque ad ordinare?

Se vi dicessi che esistono delle App per fotografare i kanji ed ottenerne la traduzione non vi racconterei certo nulla di nuovo! Vi inviterei invece, qualora non abbiate allergie e non seguiate diete particolari, ad ordinare alla cieca.

Non sarete delusi, ne sono sicura!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, inglese in giappone, parlano inglese in giappone

Conbini a tarda sera (quando le cose vanno in sconto)

Il mio primo pasto in Giappone è stato un onigiri del 7-Eleven, in uno dei conbini (convenient stores) di Osaka: per meno di un euro mi sono portata nello stomaco del riso delizioso e perfettamente condito.

Avrei dovuto riempirci la valigia prima di tornare in Scozia, maledetta me!

Se penso al cibo giapponese inizio a salivare e non posso farci niente, sono come Homer con le ciambelle o il povero cane di Pablov con i campanelli. Vorrei infatti potervi consigliarvi alcuni posti dove ho mangiato in modo incredibile ed altri, veramente pochi, che invece vorrei farvi evitare.

Ma come detto non sono in grado di star qui a fare una guida seria!

Quindi il mio consiglio può solo essere di lasciarvi un posticino nello stomaco, dopo cena, per fare una capatina ai vari conbini e scegliere uno dei prodotti che vanno in sconto perché in scadenza: Proverete cibi nuovi a prezzi imbattibili e tanto glorioso sushi di pesce del giorno.

Karaoke

Il karaoke in Giappone non ha niente a che vedere con il canta tu di Fiorello.
E’ pura, pura follia.
Chiusa la porta, i Giapponesi prendono a ballare come nei video pop di MTV, vanno a ritmo, muovono le mani, danzano come delle star e cantano, deliziosamente.
Una delle sere piu pazze della mia vita.

Sará che non mi drogo?

Purtroppo senza un amico giapponese non sará la stessa cosa quindi cosa state aspettando? Trovatene uno, presto!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, dove andare in giappone

Mangiare un MOCHI per ogni città visitata

In comune con gli Italiani, i Giapponesi hanno qualcosa: l’ossessione per il cibo! In ogni cittá troverete una specialitá diversa e più di tutto vi consiglierei di provare i mochi tipici. Il più buono? Quello di Osaka, ripieno di panna e frutta gelata.

Nelle fermate del treno e della metro troverete tanti negozi pieni di golositá e di scatole di cibo tipiche da portare con voi. PRENDETELE! Non le ritroverete nella città successiva.

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, mangiare in giappone, dove mangiare in giappone, mochi giapponesi, japan rail pass

Timbrini

All’inizio del vostro viaggio ricordatevi di portare con voi non solo passaporto e il Japan Rail pass – l’abbonamento che da a noi stranieri il diritto di viaggiare sui treni veloci pagando molto ma molto meno – ma anche un piccolo quadernino bianco!
Vi sarà utile per collezionare i vari timbrini che le varie location mettono a disposizione per i turisti.

Neanche a dirlo: sono uno più bello dell’altro!

A fine viaggio avrete dei ricordi bellissimi e quella piccola prova: siete davvero stati in tutti dei castelli, templi e città! Non era un sogno!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, stampini

Comprare un vestito

Un freddo porco dopo giorni da sciogliersi mi beccano ad Agosto nel Nord del Giapponese, in quel di Morioka. Io sono quella con un vestitino senza maniche e la pelle d’oca dal collo in giù.

Non avevo messo in conto di comprarmi un vestito in Giappone dove le ragazze sono tutte super minute ma il Dio dei viaggiatori infreddoliti mi ha presa con sé per mostrarmi la verità: le giapponesi hanno una moda LARGA e comoda, con maglioni, pantaloni e gonne extra large, salopette con zampone d’elefante e così via.

Provo una M pregando gli Dei di cui sopra e infatti va.

Ne esco con uno spolverino peloso color carta da zucchero.
Già immaginavo la gente fermarmi e chiedermi “ma dove hai preso questo capino?” ed io chiosare “ma in Giappone, al nord” (*).

Mio marito invece dice che sembro questo pupazzo dei Muppets.
Onesto.

(*) Cosa effettivamente successa, alla faccia del marito poco fashion!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, fare acquisti in giappone

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, fare acquisti in giappone

Montare un Gundam

Io e mio marito siamo stati due otaku da ragazzi e per questo il Giappone ci è parso subito familiare. Chi ricorda con affetto un cartone animato o un manga qui avrà pane per i suoi denti e scoprirà che Doraemon è come Totò per i napoletani o Verdone per i romani: amatissimo malgrado sia una invenzione degli anni del boh (GLI ANNI SETTANTA!).

In Italia la serie animata Gundam ha fatto solo una capatina ma è considerata la serie con i robottoni per eccellenza per quel che riguarda i modellini da costruire, almeno a giudicare dal numero impressionante di scatole a disposizione nei negozi! Questo vuol dire che invece dei Lego qui troverete centinaia di modellini di robottoni da portare a casa. Il tutto per una decina di euro!

Che siate fan o meno (noi non lo siamo!) è decisamente un regalo diverso da riportare in Italia e montare il robottone è semplicemente una figata!

Se poi siete appassionati di Gundam dovete fare un salto a Odaiba, dove vi aspetterà un robottone alto come una casa!

Barca tipica

Ad Hozugawa abbiamo potuto provare una delle imbarcazioni tradizionali, pagando un prezzo decisamente NON ragionevole.

Ma lo rifarei.

I paesaggi sono mozzafiato e la natura, lì dove l’uomo non può arrivare con facilità, la fa da padrona. Tra pesci, tartarughe, aironi, uccelli colorati e gru.

In mezzo al fiume potreste essere affiancati da barche di mercanti che lanceranno corde verso la vostra imbarcazione e cercheranno di tentarvi proponendovi spuntini deliziosi e bibite freschissime.

Noi abbiamo provato il percorso in barca di Hozugawa ma avrei voluto avere il tempo di provare anche le navi antiche di Sado.

Una scusa per tornare, presto!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, Hozugawa, barca ad hozugawa, sagano romantic train

Fotografare i tombini

Sì in Giappone sono belli anche i tombini per le strade. E le varie città fanno a gara per avere il design più bello. Nella foto il prode Momotaro, nella città di Okayama.

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, tombini giapponesi, disegni tombini giapponesi

Hiroshima

Si, lo so. Avevo detto che non avrei parlato di cose troppo conosciute ma devo fare una eccezione per il signor Mito Kosei, che era nel grembo di sua madre il 6 Agosto del 1945 e che ha deciso di dedicare la sua vita per combattere questo tipo di armi.

Lo trovate sotto la Genbaku Dome, la cupola rimasta in parte intatta malgrado l’impatto della bomba atomica.

Preparate stomaco e cuore prima di leggere i documenti che ha preparato per voi.

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, hiroshima, visitare hiroshima, sopravvissuti di hiroshima mito kosei

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, hiroshima, visitare hiroshima, sopravvissuti di hiroshima mito kosei

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, hiroshima, visitare hiroshima, sopravvissuti di hiroshima mito kosei

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, hiroshima, visitare hiroshima, sopravvissuti di hiroshima mito kosei

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, hiroshima, visitare hiroshima, sopravvissuti di hiroshima mito kosei

Hotel a ore

Leggenda vuole che in Giappone esistano non solo i love hotels, quegli hotel nati per darsi alla pazza gioia, ma anche gli hotel a ore tematici. Cioè con un tema!

Ecco, sembra effettivamente che sia ormai solo una leggenda, perché a quanto pare non sono rimaste che le camere da letto normali, senza l’ambientazione pazza dei decenni passati. Ad Osaka potrete invece ancora trovare un love hotel dal tema “Hello Kitty” ma temo che la cosa da sexy possa trasformarsi presto in un incubo tutto rosa, gattini e cuori!

Per accedere al love hotel avrete a che fare solo con uno schermo, cliccando sul monitor potrete scegliere la stanza che vi piace di più e pagare. Il personale dell’albergo c’è ma vi parleranno solo attraverso una feritoia per far passare la voce e non potranno vedervi.

Quanto ci tengono alla privacy!

Pachinko

Il pachinko è una macchina infernale, e se avrete modo di entrare in una delle centinaia di sale gioco capirete di cosa parlo: DEL RUMORE ATROCE!, un gioco succhia soldi molto amato dai Giapponesi.

Noi abbiamo provato e perso immediatamente circa 10 euro ma attorno a noi qualcuno, e parlo di 2 -3 persone al massimo, aveva cestini pieni e pieni di palline d’argento.

A cosa servono le palline?
Ufficialmente possono essere scambiate con dei premi ma questo genere di business è in mano alla yakuza, la mafia giapponese, e non c’è dubbio che si vincano anche dei soldi.

E che se ne perdano tantissimi altri!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, dove andare in giappone

Ridere come pazzi in un negozio assurdo

Eravamo entrati per comprare un maglietta. Si, lo so, dicono tutti così!
Arrivati al secondo piano ci siamo ritrovati di fronte ogni tipo di sex toy possibile ed immaginabile. Anzi, inimmaginabile che mai avrei pensato di vedere bambole a forma di donna pelouche (di pelo!) con un buco per… ehm. AIUTO!

Da fotografare, dai!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, sexy shop in giappone, sexy toys giapponesi

Aprire un mutuo per mangiarvi un pezzo di frutta

In Giappone la frutta può arrivare a costare decine di euro. No, non la cassa di frutta ma il singolare pezzo.

Noi abbiamo deciso di prendere una pesca da 5 euro ed il sapore era particolarissimo: sapeva di tea!

Che dire. Se siete ricchi provate anche l’uva da 15 euro e fatemi sapere!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, costo frutta in giappone, frutta in giappone, frutta giapponese

Potrei stare qui a parlarvi di molto altro, dai Ryukan ai bastoncini della fortuna che vi consiglio di acquistare nei templi, dai massaggi giapponesi alla possibilità di indossare lo yukata per un giorno. Oppure dirvi di visitare Nara (per farvi mordere il sedere dai suoi splendidi e viziatissimi cervi) o di vedere il Godzilla di Shinjuku. Potrei consigliarvi il corso di cucina che ho fatto ad Osaka ma per tutte queste cose avete le guide!

Lo so, avevo detto solo 10 cose da fare in Giappone ed invece sono tante di più.

Ma andateci voi nel paese del sol levante a cercar di fare i precisi: non si può! Le cose belle sono ovunque e le vorrete avere e provare tutte.

Quindi?
Vi ho incuriosito un pochino?

Qualsiasi sia il vostro stile di viaggio vi consiglierei di leggere le guide, segnarvi le mete predilette, iniziare a sognarle e finalmente godervi il Giappone. Senza lesinare su nulla, cercando di vivere una esperienza serena ed autentica.

E’ un paese che vi rimarrà tra i ricordi più belli.

Ve lo prometto!

10 cose da fare in giappone, faccio come mi pare, viaggio in giappone, expat blog, blog viaggi, giappone, templi in giappone, tempi in giappone, japan rail pass, viaggio in giappone, dove andare in giappone

SONO (STATA) RAZZISTA

SONO (STATA) RAZZISTA

Faccio come mi pare, facciocomemipare, sono (stata) razzista, sono razzista, non sono razzista ma, non sono razzista, integrazione, migranti, immigrati, emigranti, italiani all'estero, e
Una sera fuori, mangiando pizza koreana. Sì, esiste anche quella ed è buona.

Sono stata razzista.

Che cosa è l’odio per le persone diverse da noi e quanto è questo connesso alla non conoscenza e quindi con la mera paura dell’altro? Bada bene, non sto parlando di ignoranza per offendere e per dimostartelo ti mostro chi ero io, che sono stata razzista per molto tempo ed ho cambiato idea solo parlando con le persone che mi facevano paura e quindi rabbia.

A diciotto anni leggevo solo libri sulle donne abusate dai propri familiari e mariti musulmani (esistono), avevo lanciato una petizione online per salvarne una e vivevo in questo quartiere di Roma dove ci dicevamo: “siamo gli unici Italiani sul bus“. Lo capivi perchè attorno erano tutti di un altro colore ed in più il bus, come in tutta Roma, puzzava, era sempre pieno e pochi pagavano il biglietto.

Avevo fatto due più due.

Veniva cinque ma non potevo saperlo perché avevo diciotto anni e c’erano tante cose che non sapevo.

Verso i vent’anni leggevo Oriana Fallaci descrivere l’Eurasia e la sua paura folle che  loro venissero a colonizzarci, io tremavo per la rabbia ed oggi penso, Oriana, grandissima mia amata guerriera e scrittrice, eri forse diventata anziana e chiusa come succede a tanti di noi? Proprio tu che avevi viaggiato il mondo e del diverso ti eri innamorata? Non era solo questo la Fallaci, era figlia del suo tempo, questo sì, proprio come lo sono alcuni miei parenti e spiaggiata in un contesto che le permetteva di parlare in quel modo doloroso e cieco, proprio come certi amici e conoscenti quando dicono cose delle quali io mi vergognerei. Oggi.

Mi pare ci fossero le politiche in Italia e la Santanchè manifestava contro Veltroni, dicendo: “Voleva andare in Africa e invece l’Africa ce l’ha portata qui”. Io pensavo, che gran donna, questa Santanchè, che due coglioni che ha e quanta verità.

Prima dei trenta lavoravo in un posto che assumeva ragazzi che venivano un po’ da tutto il mondo, erano tutti regolari, ed erano soprattutto – sorpresa, sorpresa! – persone, sorrisi e storie. Anche cacca ogni tanto, come qualsiasi persona al mondo.

C’era la ragazza che avevo scoperto indossare il velo durante il Ramadan e cosa potevo dire io di lei e di quella sua scelta se solo fino al giorno prima mi invitava a casa sua per nuotare sulla barriera corallina ed io ci pensavo seriamente? Se fino al giorno prima ridevamo insieme e parlavamo male degli stessi personaggi. Se ci somigliavamo e l’avevo sempre considerata una con un carattere deciso e per nulla sottomesso? Il SUO velo sui capelli in che cosa avrebbe dovuto riguardare ME?

C’erano i ragazzi dell’Est Europa e non venivano al lavoro ubriachi nè stupravano e, con il senno di poi, parlavano Italiano meglio di come io parlo inglese oggi. Leggevano libri importanti come i loro sogni eppure ogni giorno avevano a che fare con qualche Italiano che li guardava storto: oggi penso che almeno loro potevano nascondersi, tacendo l’accento, che non erano neri, colore evidente che fa partire la testa a molti, sui bus pieni, specialmente.

C’era infatti l’uomo Africano che in Italia ci DOVEVA stare malgrado la sua famiglia avesse trovato rifugio in Francia, dove suo figlio cresceva per questo senza di lui. Era un assurdo gioco di burocrazia internazionale infinito. In Italia ci doveva stare ma parlava benissimo la mia lingua e ogni tanto sbottava e diceva ma guarda che io c’ho una laurea in marketing, non dico cazzate!, che troppa gente non lo guardava neanche in faccia quando parlava, che nel loro immaginario era sceso dagli alberi, come le scimmie.

Frase che ho sentito dire tante volte e con enorme orgoglio ed una gran risata, in Italia, così come “non sono io razzista ma loro ad essere neri”.

Al mio matrimonio invitai due ragazzi di colore ed una ragazza dell’Est Europa. Un invitato a cui voglio un bene dell’anima, mi disse che stavo sbagliando qualcosa e di metterlo lontano da quel tavolo, soprattutto dalla ragazza dell’Est. Rimasi male ma non riuscivo a provare una vera rabbia, mi sembravano discorsi così normali a quei tempi, era solo un parere. Ed i pareri mica fanno male a qualcuno, o no?

Poi sono partita e la mia testa ha fatto ka-bum.

Ho tenuto dentro di me altri pregiudizi e sono tutti (o quasi) andati a farsi fottere mano a mano che conoscevo persone, esseri umani da tutto il mondo, di ogni colore e credo.

Puoi odiare la donna con il velo che cucina per te e con cui ti scambi i regali a Natale?

Puoi dire “non mangio indiano perché sono sporchi” se poi provi il pane naan appena sfornato?

Puoi pensare “scimmia appena scesa dall’albero(*)” del ragazzo di colore che studia con te in Università? O del tuo capo? O dei tuo medico? O del ragazzo che ti sorride servendoti il caffè mentre scherza con i colleghi? O ancora peggio: puoi pensarlo di qualcuno che sta male? Che ha bisogno? Che ha la sola colpa di avere fame e non esser nato ricco?

Puoi avercela con i cinesi che vengono qui a farci concorrenza quando sei tu che te ne sei andata grazie ad un passaporto fortunato ed una faccia bella bianca? Quando vai dal “cinese” sotto casa per pagare meno la lampadina o l’orlo ai pantaloni? Quando ti fanno schifo ma sono gli stessi dai quali vai a farti i capelli per risparmiare?

Puoi accettare che qualcuno dica “quello non è Italiano” di un ragazzo perfettamente integrato e con un perfetto Italiano (requisito che per quanto ne so non ha a che fare con la cittadinanza o mezza popolazione italica andrebbe espulsa senza passare dal via) ma nato altrove quando TU sai cosa voglia dire vivere in un paese estero e sentirsi parte integrante e motore di quella comunità pur a volte odiando quel paese? Mi sono stupita nel risponde “I am from Aberdeen” ad un paio di persone che mi hanno chiesto di dove fossi, mentre vivevo qui ad Edimburgo. Se guardi i miei documenti è una bugia ma non lo era per me.

Io non posso odiare nessuno per la sua provenienza geografica, non dubito che qualcuno ci possa riuscire e riuscirà ancora per molto tempo ma dal mio punto di vista quella rabbia non è reale – andrebbe infatti diretta altrove – e si perde invece una occasione  concreta e bella, un intreccio, un ricamo imprevisto su una tela fatta di granitiche certezze.

Anche una razzista come me c’è riuscita a superare certi pregiudizi perché quando conosci una persona non puoi provare odio immediato, a meno che quella non ti dica “piacere!” per poi darti una testata in faccia. Caso piuttosto raro e per nulla correlato con la nazionalità a quanto ne so.

Un consiglio?

Se ti allungano una mano, stringila. Non ti prenderai nessuna malattia.
Se ti chiedono di assaggiare un cibo tipico, provalo. Male che vada avrai qualcosa da raccontare ed il più delle volte sarà un “non immaginavo potesse essere cosi’ buono”.
Se puoi ascoltare gli altri, fallo. Ogni storia ha contribuito a cambiarmi e nei cuori di coloro che lasciano il proprio paese c’è un fiume in piena e questo te lo dico per esperienza personale.
Se puoi essere buono, prova. Questo non te lo devo spiegare, fare una minima differenza per un essere umano fa bene a noi in primis.

E comunque, sai, l’ultimo che mi ha detto “l’Italia agli Italiani”, era un ragazzetto che si definiva un lavoratore onesto e ci ha inculato 500 euro. Che a quel punto, sarebbe stato da dirgli che se l’Italia è questa allora se la poteva tenere, eh.

(*) Ci tengo però a dire che una frase così non l’ho mai detta ne’ pensata e solo scriverla mi ha fatta star male.

LA COINQUILINA CINESE

LA COINQUILINA CINESE

la coinquilina cinese, faccio come mi pare, vivere all'estero, facciocomemipare, expat blog, expat, vivo all'estero, condividere la casa, coinquilini, coinquilino di merda, sharing house, dividere la casa, vivere all'estero con sconosciuti
Che poi in Cina non hanno neanche Facebook.

La mia coinquilina cinese preferita, K., doveva lasciare la casa domani e lo aveva scritto anche sul calendario.

Ieri sera mi ha chiesto di bere e mangiare insieme. Ho detto di sì ma lei non è tornata che a tarda notte ed io ho pensato che non ci fossimo capite e pensato “Pazienza. Domani me l’abbraccio“.

Stamattina c’erano dei panini al cioccolato e uvetta sul tavolo, che K. ha la mania di cucinare dolci. Lo fa di notte e al mattino lascia la colazione per tutti, a volte dolci francesi, altre volte i dolci della tradizione cinese che devono cuocere sei ore filate.

Tornando a casa ho preso qualcosa per festeggiare il suo ultimo giorno, il vino lo avevamo da ieri.

Invece ho trovato un regalo per noi di fronte alla porta e tante scuse, aveva sbagliato il giorno e ci vorrà bene per sempre e spera che non la dimenticheremo. In cucina una pila dei suoi leftovers con post-it ovunque per spiegare come cucinarli, invitandoci a continuare a fare dolci per lei.

Qualche giorno fa mi aveva detto “Serena, vuoi vedere la mia camera?” e quella richiesta mi aveva fatta sorridere sotto i baffi ma non se ne era fatto nulla.

Chissà che direbbe se sapesse che dopo aver trovato il suo biglietto ho bussato proprio alla sua porta, sperando con tutto il cuore di trovarla ancora quando invece era tutto ormai vuoto, di lei più niente.

Mi è venuto il magone.

Me l’avessero detto, non ci avrei creduto.

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

quattro anni che ho lasciato l'italia, vivere all'estero, faccio come mi pare, emigrare, vivere in australia, vivere in scozia, vivere in aberdeen, vivere ad edimburgo, vivere a melbourn
Quella volta a Malta

Quattro anni che ho lasciato l’Italia.

Come è iniziata lo sanno tutti gli affezionati, quel giorno di quattro anni fa ho chiuso la porta di casa ma prima ho provato a fare un discorso per i presenti, finendo con il piangere come una bambina senza saper concludere una sola frase che avesse un senso. In bocca singhiozzi, lacrime ed il sapore dell’unico vino superstite nella nostra casa ormai vuota, un Amarone che avevamo comprato per un’altra occasione.

Sull’aereo credo di aver continuato a piangere ma arrivata a Melbourne ridevo, crepavo di freddo e una volta a Carnegie mi ero già abituata alle condizioni di quella casa per nulla come le fotografie. Ero in Australia! La mattina dopo saltavamo di gioia e, voglio dire, era solo il quartiere periferico di Carnegie ma di quell’angolo di mondo ricordo con nostalgia l’odore all’ora di pranzo e come il ragazzo della banca ci avesse accolti:

Come fossimo stati alla fine di una gara, come se avessimo vinto, quando invece era solo l’inizio.

Da allora sono passati quattro anni ed ho fatto tutte le cose che avevo espressamente detto che non avrei fatto:

  • sono andata a vivere dove avevo giurato che non avrei mai messo piede.
  • ho ricominciato a studiare per prendere un’altra laurea nonostante avessi detto “basta”.
  • Sono riuscita a non finire a lavare i piatti o i cessi ma ho avuto comunque a che fare con la cacca quando ad un certo punto ho deciso di lavorare come carer, l’assistente per ragazzi con gravi disabilità.

Ma a parte questo, ero pronta a tutto e penso che la cosa abbia pagato, infine, o che almeno ci abbia fatti arrivare fin qui, oggi, con una distinzione dietro l’altra all’Università ed un lavoro che piace ad entrambi.

Coloro che non vedevano di buon occhio la cosa hanno infine iniziato a non dico capirla, ma rispettarla ed ora che le emozioni sono sbiadite, comprendo più di prima cosa abbia voluto dire sentir pronunciare le parole “lascio il posto fisso al comune e vendo la casa appena comprata e ristrutturata perche’ voglio andare in Australia a lavorare, se va bene, nelle cucine”.

Il punto è che quella che per altri era pazzia per noi era un sogno dovuto – una rinascita necessaria – e questo ci ha portati fino a qui, oggi, con ben pochi rimpianti.

Sono, più o meno, come avrei voluto essere nei miei sogni, anzi a volte mi meraviglio per la mia fortuna. Solo la location è sbagliata e non ho ancora una casa dove ospitare i miei cari che, in quanto esseri umani, hanno dopotutto altri sogni e venire dove vivo io non è proprio tra quelli.

Si sono avverate quelle fantasie distruttive di quelli che ci dicevano di non partire per l’estero?

Ne abbiamo sentite di ogni, avremmo divorziato alla prima difficoltà, poi non ci saremmo riusciti a mantenere, saremmo dovuti tornare a casa con la coda tra le gambe e chiaramente ci avrebbero cacciati dall’Università.
Non è successo nulla di tutto questo e anzi, in certi casi, la negatività mi sembra che sia tornata indietro al mittente e con tanti saluti, che certe frasi non erano mosse da amore, erano casomai auguri, vere e proprie maledizioni e malcelate speranze di vederci fallire e che puoi dire di persone così? Non capiscono neanche i fatti.

Ho mai pensato di tornare in Italia?

Una volta, quando ero appena arrivata ad Aberdeen e pensavo che non ne sarebbe valsa la pena di immolare anni di vita in un posto come quello senza esser certi di riuscire davvero a laurearci. Due volte, ma in quel caso il pensiero era ben diverso, quando realizzai che con il mio lavoro sarei potuta rimanere in Italia a godermi l’estate ancora per un po’, che lavorando da remoto, dal computer, la mia location non avrebbe fatto alcuna differenza per la mia compagnia.

Ho capito dove sarò tra cinque anni?

No. E se devi decidere dove piantare le tende un viaggio forse non basta e allora vorrei continuare a vivere così, di giro in giro, per almeno altri cinque anni. Fino ai miei quaranta!, mi dico. Non so se sarà possibile, con probabilità rimarremo in UK per prendere il visto permanente e poi chissà se avremo la forza di ributtare tutto per aria, io spero di si ma lo spero oggi e le cose cambiano mentre la vita passa.

Nei miei sogni io continuo a girare fino ai 40 anni ed il problema – se problema vogliamo chiamarlo – è che poi, forse, mi direi che sono ancora giovane e che non voglio smettere di vivere in luoghi diversi, che smetterò invece a 45 o 50 anni. E finirei forse con il non fermarmi mai.

E cosa ci sarebbe di male?

😉

DI TUTTE LE OCCASIONI CHE FORSE SPRECHIAMO

DI TUTTE LE OCCASIONI CHE FORSE SPRECHIAMO

faccio come mi pare, femminismo, religione, musulmano, burka, expat blog, donna velata, mammine pancine, donne senza diritti, cristiane, preti e suore, chiesa, diritti omosessuali, dirit
Che poi visto da vicino nessuno è normale.

Di tutte le occasioni che forse sprechiamo.

Non tutte le donne (e lo stesso direi degli uomini) mi rappresentano, ci sono persone che detesto, altre che considero cattive, dannose o troppo stupide e altre ancora con le quali non mi trovo e magari la colpa – se di colpa puoi sempre parlare – è solo mia, del mio carattere, del mio modo di fare, delle mie idee, pregiudizi o convinzioni sciocche. Per tutte loro e per la donna in generale, però, mi sento di combattere e vorrei che nessuna fosse lasciata indietro a doversi confrontare con un mondo che, al momento, è ancora becero e meschino.

Non dubito che tutti conosciate le mammine pancine, le donne divenute loro malgrado protagoniste di diversi post del Signor Distruggere, una pagina che mi ha fatta molto ridere ma soprattutto rattristare per tutte le occasioni perse da queste persone, vittime, mi dico, di un contesto che non ha saputo nutrirle con la conoscenza e nemmeno incuriosirle verso le sfumature della vita, l’amore ed il rispetto per se stesse e per gli altri.

E no, non penso che sia solo un discorso di provenienza geografica, contesto difficile o educazione scolastica, ho sentito discorsi e giudizi raccapriccianti – su sesso, diritti civili, morale/aspetto delle altre donne e compagnia bella – anche da personaggi che avevano studiato. Non si nasce imparati, non leggiamo le esperienze allo stesso modo e non tutti evolviamo nella stessa direzione e non possiamo farci proprio niente se non provare ad abbassare la rabbia, dare fiato alle cose che crediamo possano fare la differenza e sostenerci un minimo di più.

Conosco diverse persone che non credono che quei personaggi esistano, quelli del Signor Distruggere, ma io non ho motivo di dubitarne perché li ritrovo – ora maschi, ora femmine – a commentare sotto qualsiasi quotidiano Italiano e mi fanno a tratti pena, a tratti rabbia, sentimento che varia a seconda della gravità del loro commento.

Non sono diverse dalle persone descritte dall’attivista Sveva Basirah Balzini di Sono l’unica Mia, una penna ed un’anima come poche, che seguo volentieri da un po’ di tempo e che, ve lo dico, non so se approverebbe questo post per come l’ho pensato, peccando io probabilmente di etnocentrismo culturale.

Potrei essere una di quelle femministe che pensano che certe altre donne siano pedine e abbiano bisogno di esser salvate, chi lo sa, purtroppo non ho sempre la lucidità necessaria per comprendere ogni situazione, proprio come le mammine pancine che dovrebbero farci tanto ridere.

Le donne di Sveva sono musulmane, le mie erano con molta probabilità cristiane ma hanno molto in comune, nel modo di esprimersi e ragionare. A Sveva augurano di morire in diversi modi, possibilmente ammazzata. Se lo merita, ha osato parlare di masturbazione, libertà sessuale e diritti civili per gli omosessuali! Praticamente una follia.

Non stiamo parlando di persone nate e cresciute in uno sperduto paesino del più remoto angolo della terra, immagino invece che queste ragazze abbiano avuto accesso all’istruzione, sono del resto perfettamente capaci di leggere, navigare nell’internet e scrivere. A volte non basta, ci vuole un po’ di forza per alzarsi in piedi abbastanza per guardare oltre la pappa pronta e la folla che ci circonda e ci vuole anche tanta fortuna, a mio avviso.

E poi, sì, ci sono e saranno sempre persone che non hanno la cultura o le capacità necessarie per analizzare la realtà, capirla e poter eventualmente cambiare le cose qualora queste non vadano proprio benissimo, a partire dal proprio orto e contesto di riferimento.

E ancora, sì, si fa presto a parlare quando hai il culo in salvo, vivi in un paese decente – ed intendo la Gran Bretagna – ed hai garantite la libertà di esistere, quella sessuale e quella di parola.

Detto questo, oggi ho avuto modo di pensare alla questione della religione perché mi sono imbattuta in una scena che avevo già visto qui, identica in Australia ed identica in Francia e che vi dirò tra poche righe.

Se togliamo coloro, ed esistono, ai quali il credo cade dall’alto o viene imposto, i quali non sono liberi di informarsi né di poter pensare, se togliamo coloro che non scelgono, che non possono studiare, che non possono leggere e men che meno navigare in internet, che non possono farsi domande pena una condanna per blasfemia, se togliamo tutti questi, che cosa succede quando – in estrema libertà e al pieno delle proprie capacità mentali, si decide di farsi prete o suora? Di dedicare la propria vita o parte di questa al proprio Dio?

Da atea non posso capire cosa scatti nella testa dei credenti ma da essere umano io lo so: è giusto così, siamo liberi di credere e la fede può essere una carezza ed una coccola. Una mano tesa nel momento del bisogno.

A questo pensavo oggi guardando una coppia che si teneva, appunto, per mano, nella stretta ferma degli amanti.

Lui con t-shirt, pantaloncini corti malgrado il freddo e cappellino con visiera.
Lei con il niqab, quell’indumento che per qualche ragione in Italia chiamiamo burka, con appena una finestra attorno agli occhi per connettersi con il mondo circostante.

Lui vestito all’occidentale, in un certo senso libero ai miei occhi.

Lei tutta vestita di nero e con gli occhi bassi.

Cosa posso dire?

Siamo in UK, è un paese libero e posso solo sperare che la scelta di coprirsi da capo a piedi sia partita da lei e che sia stata consapevole, che abbia avuto a disposizione, quella donna, tutti i mezzi per comprendere e decidere.

Altrimenti ci sono cose che dovrebbero riguardare solo il corpo delle donne e che io non capirò proprio mai.

PERCHE’ VIVERE AD EDIMBURGO?

PERCHE’ VIVERE AD EDIMBURGO?

faccio come mi pare, blog da leggere, blog viaggi, expat blog, vivere ad edimburgo, trasferirsi ad edimburgo, vivere in scozia, vivere all'estero, mollo tutto e vado all'estero, expat
Foto dell’ultima giornata fuori passata ad Aberdeen

“Quattro anni qui, Alessio, quattro anni qui io non ce la faccio”.

Questo ho detto a mio marito quando arrivammo ad Aberdeen e invece ce l’abbiamo fatta ma non è stato facile niente.


Ho infilato il piede nella trappola alla colla lasciata a terra per fermare le farfalline della moquette ed ho pensato “benone”. Benone quello più la situazione della sporcizia nella cucina e nel bagno in comune.

Benone.

La mattina dopo non mi fregava più nulla, non della casa condivisa, non della immondizia, non della moquette sporca. La nostra camera è la nostra tana e dalla finestra sogno.

Se scendo in strada mi accorgo che sono sveglia, sono ad Edimburgo e ci vivrò fino a Settembre.

Oggi c’è un sole giallo ed io sono viva in mezzo a persone come me, veloci, sdraiate nei parchi, sorridenti ed educate. Sento lingue da tutto il mondo, riconosco l’Italiana che serve il caffè in un posto carino, riconosco che sono tutti posti carini ed il cibo non avete idea di cosa sia. Qui.

Qui le cose capitano, non le devi neanche cercare. Ci inciampi dentro e poi sta a te decidere cosa fare.

Ci sono state tante giornate fatte di tempo miserabile e non è importato neanche quello, né a me né alla gente di qui che usciva in massa a popolare parchi, strade e locali. Non ci sarà l’estate Italiana ma torno a casa sempre con le guance scottate e rosse.

Edimburgo è vita.

Giro un angolo diverso e trovo ancora vita, ancora locali, ancora verde, ancora gente. Avevo pensato lungamente a come passare la mia estate qui, volevo segnarmi in palestra come l’anno scorso e lo volevo tanto. Ad Aberdeen mi era necessario, era una cosa da fare in una città con pochi stimoli. Qui non posso pensare di andare a chiudermi in palestra quando posso camminare, quando posso uscire. La mia vita in Aberdeen è la mestizia di un giro in centro ed un cinema ed ero ormai così abituata da essermi subito informata sul cinema indipendente più vicino alla casa di Edimburgo.

Il cinema indipendente c’è.

Ma chi vorrebbe mai chiudersi in un cinema a vedere le vite degli altri quando puoi vivere la tua in strada?

 


Quella volta lui mi rispose “Serena, sono già passati due giorni”.

Ora posso dire che sono invece quasi passati quattro anni e va bene così per davvero. Torneremo ad Aberdeen per finire l’Università, ci godremo gli ultimi 8 mesi e saremo poi liberi, con sottobraccio tutto quello per il quale abbiamo lottato tanto.

Questa volta liberi davvero.