DI TUTTE LE OCCASIONI CHE FORSE SPRECHIAMO

DI TUTTE LE OCCASIONI CHE FORSE SPRECHIAMO

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Che poi visto da vicino nessuno è normale.

Non tutte le donne (e lo stesso direi degli uomini) mi rappresentano, ci sono persone che detesto, altre che considero cattive, dannose o troppo stupide e altre ancora con le quali non mi trovo e magari la colpa – se di colpa puoi sempre parlare – è solo mia, del mio carattere, del mio modo di fare, delle mie idee, pregiudizi o convinzioni sciocche. Per tutte loro e per la donna in generale, però, mi sento di combattere e vorrei che nessuna fosse lasciata indietro a doversi confrontare con un mondo che, al momento, è ancora becero e meschino.

Non dubito che tutti conosciate le mammine pancine, le donne divenute loro malgrado protagoniste di diversi post del Signor Distruggere, una pagina che mi ha fatta molto ridere ma soprattutto rattristare per tutte le occasioni perse da queste persone, vittime, mi dico, di un contesto che non ha saputo nutrirle con la conoscenza e nemmeno incuriosirle verso le sfumature della vita, l’amore ed il rispetto per se stesse e per gli altri.

E no, non penso che sia solo un discorso di provenienza geografica, contesto difficile o educazione scolastica, ho sentito discorsi e giudizi raccapriccianti – su sesso, diritti civili, morale/aspetto delle altre donne e compagnia bella – anche da personaggi che avevano studiato. Non si nasce imparati, non leggiamo le esperienze allo stesso modo e non tutti evolviamo nella stessa direzione e non possiamo farci proprio niente se non provare ad abbassare la rabbia, dare fiato alle cose che crediamo possano fare la differenza e sostenerci un minimo di più.

Conosco diverse persone che non credono che quei personaggi esistano, quelli del Signor Distruggere, ma io non ho motivo di dubitarne perché li ritrovo – ora maschi, ora femmine – a commentare sotto qualsiasi quotidiano Italiano e mi fanno a tratti pena, a tratti rabbia, sentimento che varia a seconda della gravità del loro commento.

Non sono diverse dalle persone descritte dall’attivista Sveva Basirah Balzini di Sono l’unica Mia, una penna ed un’anima come poche, che seguo volentieri da un po’ di tempo e che, ve lo dico, non so se approverebbe questo post per come l’ho pensato, peccando io probabilmente di etnocentrismo culturale.

Potrei essere una di quelle femministe che pensano che certe altre donne siano pedine e abbiano bisogno di esser salvate, chi lo sa, purtroppo non ho sempre la lucidità necessaria per comprendere ogni situazione, proprio come le mammine pancine che dovrebbero farci tanto ridere.

Le donne di Sveva sono musulmane, le mie erano con molta probabilità cristiane ma hanno molto in comune, nel modo di esprimersi e ragionare. A Sveva augurano di morire in diversi modi, possibilmente ammazzata. Se lo merita, ha osato parlare di masturbazione, libertà sessuale e diritti civili per gli omosessuali! Praticamente una follia.

Non stiamo parlando di persone nate e cresciute in uno sperduto paesino del più remoto angolo della terra, immagino invece che queste ragazze abbiano avuto accesso all’istruzione, sono del resto perfettamente capaci di leggere, navigare nell’internet e scrivere. A volte non basta, ci vuole un po’ di forza per alzarsi in piedi abbastanza per guardare oltre la pappa pronta e la folla che ci circonda e ci vuole anche tanta fortuna, a mio avviso.

E poi, sì, ci sono e saranno sempre persone che non hanno la cultura o le capacità necessarie per analizzare la realtà, capirla e poter eventualmente cambiare le cose qualora queste non vadano proprio benissimo, a partire dal proprio orto e contesto di riferimento.

E ancora, sì, si fa presto a parlare quando hai il culo in salvo, vivi in un paese decente – ed intendo la Gran Bretagna – ed hai garantite la libertà di esistere, quella sessuale e quella di parola.

Detto questo, oggi ho avuto modo di pensare alla questione della religione perché mi sono imbattuta in una scena che avevo già visto qui, identica in Australia ed identica in Francia e che vi dirò tra poche righe.

Se togliamo coloro, ed esistono, ai quali il credo cade dall’alto o viene imposto, i quali non sono liberi di informarsi né di poter pensare, se togliamo coloro che non scelgono, che non possono studiare, che non possono leggere e men che meno navigare in internet, che non possono farsi domande pena una condanna per blasfemia, se togliamo tutti questi, che cosa succede quando – in estrema libertà e al pieno delle proprie capacità mentali, si decide di farsi prete o suora? Di dedicare la propria vita o parte di questa al proprio Dio?

Da atea non posso capire cosa scatti nella testa dei credenti ma da essere umano io lo so: è giusto così, siamo liberi di credere e la fede può essere una carezza ed una coccola. Una mano tesa nel momento del bisogno.

A questo pensavo oggi guardando una coppia che si teneva, appunto, per mano, nella stretta ferma degli amanti.

Lui con t-shirt, pantaloncini corti malgrado il freddo e cappellino con visiera.
Lei con il niqab, quell’indumento che per qualche ragione in Italia chiamiamo burka, con appena una finestra attorno agli occhi per connettersi con il mondo circostante.

Lui vestito all’occidentale, in un certo senso libero ai miei occhi.

Lei tutta vestita di nero e con gli occhi bassi.

Cosa posso dire?

Siamo in UK, è un paese libero e posso solo sperare che la scelta di coprirsi da capo a piedi sia partita da lei e che sia stata consapevole, che abbia avuto a disposizione, quella donna, tutti i mezzi per comprendere e decidere.

Altrimenti ci sono cose che dovrebbero riguardare solo il corpo delle donne e che io non capirò proprio mai.

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PERCHE’ VIVERE AD EDIMBURGO?

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Foto dell’ultima giornata fuori passata ad Aberdeen

“Quattro anni qui, Alessio, quattro anni qui io non ce la faccio”.

Questo ho detto a mio marito quando arrivammo ad Aberdeen e invece ce l’abbiamo fatta ma non è stato facile niente.


Ho infilato il piede nella trappola alla colla lasciata a terra per fermare le farfalline della moquette ed ho pensato “benone”. Benone quello più la situazione della sporcizia nella cucina e nel bagno in comune.

Benone.

La mattina dopo non mi fregava più nulla, non della casa condivisa, non della immondizia, non della moquette sporca. La nostra camera è la nostra tana e dalla finestra sogno.

Se scendo in strada mi accorgo che sono sveglia, sono ad Edimburgo e ci vivrò fino a Settembre.

Oggi c’è un sole giallo ed io sono viva in mezzo a persone come me, veloci, sdraiate nei parchi, sorridenti ed educate. Sento lingue da tutto il mondo, riconosco l’Italiana che serve il caffè in un posto carino, riconosco che sono tutti posti carini ed il cibo non avete idea di cosa sia. Qui.

Qui le cose capitano, non le devi neanche cercare. Ci inciampi dentro e poi sta a te decidere cosa fare.

Ci sono state tante giornate fatte di tempo miserabile e non è importato neanche quello, né a me né alla gente di qui che usciva in massa a popolare parchi, strade e locali. Non ci sarà l’estate Italiana ma torno a casa sempre con le guance scottate e rosse.

Edimburgo è vita.

Giro un angolo diverso e trovo ancora vita, ancora locali, ancora verde, ancora gente. Avevo pensato lungamente a come passare la mia estate qui, volevo segnarmi in palestra come l’anno scorso e lo volevo tanto. Ad Aberdeen mi era necessario, era una cosa da fare in una città con pochi stimoli. Qui non posso pensare di andare a chiudermi in palestra quando posso camminare, quando posso uscire. La mia vita in Aberdeen è la mestizia di un giro in centro ed un cinema ed ero ormai così abituata da essermi subito informata sul cinema indipendente più vicino alla casa di Edimburgo.

Il cinema indipendente c’è.

Ma chi vorrebbe mai chiudersi in un cinema a vedere le vite degli altri quando puoi vivere la tua in strada?

 


Quella volta lui mi rispose “Serena, sono già passati due giorni”.

Ora posso dire che sono invece quasi passati quattro anni e va bene così per davvero. Torneremo ad Aberdeen per finire l’Università, ci godremo gli ultimi 8 mesi e saremo poi liberi, con sottobraccio tutto quello per il quale abbiamo lottato tanto.

Questa volta liberi davvero.

VADO A VIVERE IN UNA CASA CONDIVISA

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Abbiamo fatto l’amore per l’ultima volta in casa nostra, quella di Aberdeen che rimarrà chiusa fino a fine Settembre, aspettandoci. Quella che mi ha ricordato la nostra casa Italiana sin da subito, facendomi stare bene, facendomi venir voglia di tornare a chiamare un’abitazione e non un luogo “casa mia“, un posto dove rilassarmi per davvero.

È un bilocale arredato con gusto e ristrutturato bene, abbiamo la cucina grande, il salone che potrebbe avere qualche decina di centimetri in più ma che è abbastanza per contenere due divani, un tavolo, una madia ed una libreria piena zeppa dei nostri libri. I colori sono neutri come piacciono a me, non quell’orrendo color noce scuro che la fa da padrona all’estero, a terra c’è il parquet, uno di quelli nuovi che non fanno rumore ed in bagno abbiamo il bidet e la doccia moderna.

Adoro l’armadio a muro della camera da letto, con gli specchi sulle ante e anche lì non mancherebbero che una trentina di centimetri per avere una camera perfetta ma a noi, dopotutto, quel letto queen size ci ha obbligati a dormire spesso abbracciati.

Chiamare mio marito per aiutarmi con la tinta mentre sono in bagno, farmi la ceretta nel salone e prendermi la libertà di girare nuda per casa, tutto questo non ci sarà nei prossimi mesi. Non ci sarà la libertà di potersi arrabbiare senza paura di esser sentiti ed in qualche modo giudicati, quella di potersi urlare di andare a fanculo e sbattere qualche porta.

Da lunedì divideremo un appartamento da otto stanze con un numero indefinito di persone ed io non sono entusiasta all’idea, non ho mai diviso la casa con nessuno, se non per un piccolo periodo in Australia e per un periodo ancora più misero a Londra, quando andammo a studiare inglese.

Non so neanche se avremo uno o due bagni, potremmo avere una sola cucina ed io non riesco a pensarmi a cucinare in mezzo ad altre persone e visualizzo me stessa a comprare un pacco di pane bianco e farcirlo per pranzo e cena. Non so immaginarmi in una casa piena di sporco altrui e non so ancora come fare per chiedere a qualcun altro di pulire le tazze dopo aver fatto colazione senza finire con l’essere “la stronza“. Non mi immagino a fare small talk e nell’insieme finisco con il considerarmi una gran brutta persona perché tanti prima o poi hanno vissuto in una sharing house e di solito io mi dico che se ce la fanno gli altri allora ce la farò anche io.

Ma non mi va, per niente.

In ogni caso, da domani scriverò da Edimburgo e lo farò fino a Settembre. 🙂

ODDIO, HO QUASI QUARANT’ANNI (ED UNA CRISI ESISTENZIALE?)

ODDIO, HO QUASI QUARANT’ANNI (ED UNA CRISI ESISTENZIALE?)

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When Harry Met Sally = Uno dei miei Comfort Movie

Quando ero una ragazzina c’era questa prozia che veniva a pranzare dai nonni tutte le domeniche, si mangiavano dei buonissimi tortellini alla panna e nonno prendeva sempre i mignon, le pastarelle piccole che qui non troveresti neanche a pagarle oro.

La prozia in questione aveva una vocetta simpatica, un baffone sul mento ed una passione per Beautiful, del quale però diceva di non apprezzare le “scene di letto” che secondo me poi erano le migliori.
Raccontava spesso degli anni passati al paese ed una volta andata a vivere in una struttura per anziani iniziò a raccontare anche della sua vita lì, tirando spesso in ballo gelosie tra lei ed una terza signora che a suo dire era invidiosa e cattiva.

In quel periodo della mia vita pensavo ad una mia amica-nemica – eravamo ragazzine, ve lo ricordo – negli stessi termini, era ella invidiosa di me e cattiva!
Mi meravigliai quindi, e lo ricordo come fosse ieri, quando realizzai che i problemi della prozia novantenne erano così simili ai miei da teenager_con_un_filo_di_tette.
Come era possibile?

Sono passati tanti, troppi, anni e qualche giorno fa mi trovavo a lavorare sul target di un mio webcomic (sì, ho un fumetto online) ed impostando il campione di riferimento sceglievo il range che va dai 16 fino ai 40 anni.

Fino a 40 anni perché dopo parliamo di persone adulte, adulti veri, ed i fumetti come i miei non vanno mica piu’ bene, no?

Una pietra mi è caduta in testa quando ho realizzato che tra 5 anni (e mezzo) avrò anche io quarant’anni e tutto mi sento tranne che una donna adulta!

È perché non hai figli, mi griderà contro una esagitata dal fondo della sala.

Si, può darsi ma è un po’ come la mia prozia, non raggiungi la luminosa saggezza dopo i 90, non diventi maturo come un morbido avocado dopo aver portato un bambino nel mondo, almeno a far caso alle schiocchezze che sento dire in giro da madri e padri.

In passato guardavo agli adulti con gli occhi a cuore ma ho cambiato idea crescendo, prima erano il mio mito e frequentavo amici più grandi di me perché mi sentivo grande anche io e in quelle relazioni mi sentivo validata e confermata in quanto tale, in quanto adulta, orgogliosa di essere abbastanza matura da poter stare in mezzo a loro, benedetta.

Quante tranvate, invece.
Gli adulti, lo dico spesso, sono stati invece la mia delusione piu’ grande.

Questo non ha fermato lo scorrere del tempo e mentre ero distratta sono diventata una adulta anche io, senza raggiungere alcun tipo di rivelazione o nirvana.
Ho quasi quarant’anni, tutto è diverso, mi dico, ma ben poche cose son cambiate e ben poco son cambiata io. Sono meno bianco/nero, meno fragile, meno timida ma sempre simile a quella che ero e non me ne pento.

Certo pero’, ho davvero quasi quarant’anni, sono a metà della mia vita e la cosa mi coglie alla sprovvista e fa un po’ paura.

Chissà cosa penserò di me se sarò abbastanza fortunata da arrivare a cinquanta, forse mi dirò solo che la vita è un soffio e questo, in effetti, me l’avevano detto e lo sapeva anche la mia prozia.

 

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

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Dopo aver dato un’occhiata alla attuale classifica di Trip Advisor relativa ai ristoranti di Aberdeen, ho deciso di dire la mia perché no, non è possibile che le catene siano ai primi posti e le realtà indipendenti ben più in basso!

Nel nostro primo anno qui abbiamo entrambi lavorato nelle cucine e visto il brutto (e ce n’era veramente tanto) ed il bello di diversi locali che non citerò, per esser super partes. Lo stesso farò,  per motivi simili, con i ristoranti Italiani o presunti tali di qui.

Quindi ecco i miei locali preferiti, in ordine rigorosamente alfabetico:

Bev’s Bistro, 123 Holburn St, paga il fatto di essere leggermente fuori mano dal centro che tanto piace agli Aberdonians. Il locale invece è una piccola chicca con 3 grandi tavoli e qualche posto a sedere alla vetrina, uno spazio grande abbastanza per accogliere il via vai di lavoratori che escono per pranzo. Il cibo è fresco, preparato sul momento e semplicemente squisito grazie alla professionalità e all’esperienza di Bev e Alan.
Il classico pranzo con sandwich e zuppa viene riscritto dai proprietari di questo locale, con gusti ottimi, ingredienti di prima scelta ed un pane fatto in casa che merita l’assaggio. Bev apre a pranzo ed ha una selezione pazzesca di torte e prodotti gluten free grazie all’attenzione di Alan.

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Zuppa di Pomodoro e Sandwich

 

Foodstory, 13-15 Thistle St, quando mi sembra che qui le verdure non abbiamo alcun sapore ecco che questo locale riesce sempre a farmi ricredere.
Non è solo il cibo a farla da padrona da Foodstory ma anche l’arredamento, quasi di fortuna eppure elegante e fatato. Il personale è sempre gentile e alla mano malgrado il via vai di gente.
Pezzi forti, non solo la lasagna che mi ha fatta ricredere più e più volte sul mio odio per la versione con le sole verdure ma anche le insalate che sono ben bilanciate, colorate, buone e quasi festose.
Gli ingredienti sono di prima scelta ed il locale è famoso per il suo impegno verso la comunità che qui può riunirsi e non per niente Foodstory è diventato il cardine per diverse attività culturali e ricreative.

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Lasagna con insalata a scelta

 

JW Sushi, 75 Huntly Street, è un sushi place dal quale uscire fuori sazi, infatti qui si lavora molto su qualità E quantità. Le porzioni sono generose, il gusto ottimo e anche qui la fantasia non manca come vedrete una volta preso in mano il menu’.
Hats off per i due proprietari, due ragazzi nella loro ventina, che portano avanti il proprio sogno e regalano ad Aberdeen una piccola perla per quanto concerne la giovane imprenditoria.

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Sushi per due

 

Madame Mew’s, Unit 11 – Aberdeen Market, è una istituzione per un pranzo buono ed economico. Un piatto di curry thailandese costa 6.50 sul nuovo menu’ e con una deliziosa bibita – consiglierei l’iced green tea con latte condensato – si pagano meno di 10 pound per un pranzo ottimo.
La location è quella che è, il mercato di Aberdeen, e poco si presta ad una occasione galante ma funziona molto bene per fare due chiacchiere in compagnia di fronte ad un piatto buono ed abbondante.
Le verdure utilizzate sono fresche ed il tempo di attesa tra un piatto e l’altro racconta una cucina assemblata sul momento, non riscaldata.

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Curry rosso

 

Manchurian, 136 Causewayend, la cucina cinese mi manca, mi manca quella, sicuramente non autentica, che mangiavo in Italia. Qui, lo saprete, il gusto è piuttosto diverso ma in questo locale ho trovato dei piatti molto buoni e delle porzioni decisamente abbondanti.
E’ il mio posto cinese qui ad Aberdeen, apprezzando anche il fatto di poter andare a far la spesa nel negozio orientale subito acconto al locale, che è rifornitissimo.

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Spaghetti cinesi alla piastra

 

Rendezvous at Nargile, 106-108 Forest Avenue, è il locale che aspettavo qui ad Aberdeen. Tanti piattini dal sapore eccezionale, tanta varietà e la possibilità di continuare a chiacchierare all’infinito grazie al lungo orario di apertura. Se come me avete nostalgia delle melanzane cotte a puntino, ecco il posto che fa per voi, una cucina turca che ha molto in comune con la tradizione del nostro sud.
Il persona è professionale e la cucina deliziosa.

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Vezir, una selezione di tanti piattini “Meze”

 

Rishi’s, 210-212 George Street, è il mio ristorante indiano preferito con una menzione speciale per il loro Gobi 65 (cavolfiore) che è decisamente squisito nonche’ il migliore mai assaggiato qui ad Aberdeen. Buono anche il pane naan ed il curry, per il quale c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Il personale è cortese ed il menu’ pranzo vantaggioso.

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Esempio di pranzo a prezzo fisso.

 

Yatai, 53 Langstane Pl, è il locale nel quale amo andare per una serata romantica o per parlare con le mie amiche Italiane. Da poco aperto sia a pranzo che a cena, è il posto ideale per ritrovare l’odore del Giappone grazie all’enorme piastra a vista.
I ramen sono eccezionali e di estrema bonta’ è lo spiedino di funghi con burro e miso paste. Il menu’ cambia spesso, segno che manager e cucina continuano ad avere passione per quello che fanno.

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Ramen di verdure.

 

Yorokobi by CJ, è il sushi place per eccellenza, una cucina non banale ed una grande attenzione ai particolari disposti nel piatto. Durante la settimana è il posto ideale nel quale cenare ed il menu’ early bird favorisce chi vuole mangiare presto e pagare un pochino meno.
Non saprei quale sushi consigliare di più, decisamente il caterpillar roll è un regalo che vorrete fare spesso al vostro palato ma anche il bibimbap (tradizione coreana) è incredibile e da provare.

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Caterpillar Sushi.


Questi erano i miei locali preferiti. I vostri? 🙂

 

 

 

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

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Una estate a Stonehaven.

Se fossi partita a vent’anni probabilmente sarei finita a Londra, in una casa condivisa a lavorare come una trottola, le sere off a fare il pieno al pub.
Ma sono partita a trenta, siamo partiti in due, e a parte il lavorare come una trottola, tutto è diverso.

Manchiamo dall’Italia da quattro anni ed iniziamo a desiderare di poter mettere radici da qualche parte, di comprare una casa nostra, di poter aver l’orto ed il BBQ per gli amici ed i parenti in visita. Un gatto, due, un cane enorme. Vorremmo una casa grande, con una veranda e le sedie, due comodini, un letto king e l’armadio scorrevole.
Un posto che sia nostro, che abbia il nostro sapore.

Abbiamo 15 anni di contributi spalmati su 3 paesi diversi.
Mio marito pensa alla pensione, ce la daranno?
Ci basterà?

Io vorrei poter traslocare meno e fermarmi in un posto che mi piaccia ma per un po’.
Un anno in Giappone, tornare in Australia, provare l’America.

Non per sempre.
Perché io, arrivata a questo punto, so solo che il mondo è grande e che non sono pronta per decidere, per scendere qui o lì.

A volte penso “ma chissene frega“, andiamo dove tira il vento, che importa di avere una casa?
Che cosa è questa ossessione per il mattone quando hai il mondo da girare?
Anzi sai cosa?
Non mettiamoci limiti, camminiamo per il mondo che per fermarci ci sarà sempre tempo e modo.
Rendiamo casa ogni pezzettino del mondo, possiamo farlo, lo abbiamo fatto fino ad ora!
Chi ci ferma?

Potremmo far tutto oggi, per come stiamo oggi, per le persone che siamo oggi, per la salute che abbiamo oggi.
La vita però a volte prende a schiaffi e da qualche parte nella testa quell’idea di nomadismo viene cancellata dalla paura, dalla saggezza – o conformismo – di quei millenni di umanità che, quando può, stanzia.

Ancora un anno e mezzo e avremo una laurea importante sotto il braccio ed una nuova decisione da prendere. Ancora un anno e mezzo e saremo liberi di andare via da qui ma… per dove?

Non abbiamo un ingaggio con una particolare società, non siamo vincolati con una determinata location, possiamo lavorare da dove vogliamo, siamo liberi di vagabondare, per ora.
Questa libertà scotta, ci permette di poter decidere ogni dettaglio del nostro prossimo trasferimento.
E a pagarne tutte le conseguenze.
Non avremo i facchini delle società ad impacchettarci la casa, non avremo gli HR a trovarci un nuovo posto in cui vivere, eventuali visti saranno a carico nostro dal primo all’ultimo documento, dal primo all’ultimo bonifico.
Saremo noi a dover far tutto, di nuovo, da capo, con lo stomaco incerto.
E questo pesa, fa paura ma è anche bello.

Dove andremo?

– Australia?
Quando ho lasciato Melbourne ero sicura che fosse casa mia.
Era la vita che volevo, vivevo in pieno centro e non in quei suburbs che mi avrebbero dato alla noia, avevo amici con cui andare fuori quando volevo, avevo la vita che volevo.

Melbourne e’ arrivata al momento giusto, anzi perfetto.
Ma la distanza ora mi fa paura.
Mi fa paura sapere di essere cambiata.
Melbourne l’abbiamo cercata quando ci servivano quelle miglia di distanza tra noi ed il nostro passato.
Quella distanza mi terrorizza ora che sono abituata a tornare in Italia tre o quattro, quattro!, volte l’anno.

Me lo aveste detto quattro anni fa mi sarei arrabbiata.
Ma ho paura di tornare down under e capire che non è più quel tempo, meraviglioso, che non è più lei quella che ci serve.

Melbourne è arrivata al momento giusto, noi eravamo li’ al momento giusto!

Se ci trasferissimo in Australia avremmo da affrontare un visto molto costoso ma una volta lì saremmo ben, davvero ben, pagati. Allettante ma ad un certo punto anche i soldi non hanno lo stesso valore se i tuoi affetti sono a 24 ore di volo.

– Europa?
Si ma dove?
Vorrei un posto con il sole, dove si parli l’inglese e che sia ordinato.
Eggia’, non esiste un posto così.

Mio marito ogni tanto sogna la Danimarca, io ne ho paura.
Ho trovato Copenaghen bellissima ma non credo possa esser casa mia, non lo credo proprio.
Una nostra amica ci vedrebbe bene a Stoccolma e lei ha vissuto qui ad Aberdeen e l’ha maldetestata proprio come noi, eppure ci consiglia la Svezia perche’ non c’è paragone, dice, ed io mi fido.

E se rimanessimo negli UK?
La Gran Bretagna mi ha delusa ma ho vissuto in una zona spiacevole, ho avuto a che fare con certe mentalità che, ne sono certa, poco rappresentano gli United Kingdom.
Non dico rimanere qui al nord della Scozia ma siamo qui da più di tre anni, altri due e potremmo avere un visto permanente, Brexit o non Brexit.

Se dovessimo rimanere qui scenderei, verso sud ma non Londra.
Non voglio dover pagare tutta la vita un mutuo esorbitante per una casa in zona 1000.

Sono troppo vecchia.

– America?
Chi mi legge dall’inizio potrebbe ricordare che galeotto fu il mio viaggio di nozze, quando scoprii la gentilezza degli americani  e la bellezza di quella parte di mondo.
Che sì, lo dirò fino allo sfinimento, in Italia quella gentilezza per il prossimo, per colui che incontri in ascensore per caso, quel modo di sorridere, io non la trovavo più.

Ma l’America è anche Trump, sono le armi (le armi!), l’assicurazione sanitaria, la bancarotta per potersi curare.
l’America è anche quella parte idiota e bigotta che mi terrorizza. L’egocentrismo.

Abbiamo applicato per la Diversity Visa Lottery, la lotteria che consente di essere estratti per poter andar a vivere negli USA con una green card in mano.
Staremo a vedere, non è più il nostro sogno ma ad una visa che cade dal cielo non saprei dire di no.
Saremmo ben pagati se vivessimo in America ma, di nuovo, non so se ci basterebbe quello per esser felici.

Troveremo un posto per noi?
Possibilmente collegato con un volo diretto?

Serena, ma quanti cavoli che c’hai, dirà qualcuno.

Lo so, ma è anche la libertà di autorizzarci a pensare che abbiamo conquistato.
La splendida pretesa di poter avere qualcosa di piu’.
E di volerci provare.

 

IL MIO NOME ALL’ESTERO: SERINA

IL MIO NOME ALL’ESTERO: SERINA

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Beati quelli che hanno sempre il nome giusto sulla tazza di Starbucks.

Tanti anni or sono, c’era questo ragazzo africano che lavorava in ufficio con noi.
Aveva un buon italiano e ancor di più un ottimo inglese nonché la nomea di essere uno sciupafemmine ed è meglio che qui mi fermi o andiamo fuori tema.

Quando entrava nella stanza per chiedermi un favore, mi veniva vicino alla sedia e garbatamente iniziava le sue richieste con un “Seriiina” che mi sembrava strascicasse  all’infinito.
Quel nome mi dava i brividi per il fastidio ed era motivo di grandi risate in ufficio, che a noi tre admins bastava poco per arrivar a fine giornata a metà tra esaurimento e sorriso.

Long story short, mi sono trasferita all’estero e solo i giapponesi sanno pronunciare bene il mio nome e scriverlo senza lo spelling. Tutti gli altri mi partono per la tangente con quel milione di “i” con cui sostituiscono la seconda “e” di Serena.

Inizialmente la cosa mi ha fatto dubitare della mia identità perché il mio nome non mi ha accompagnata un giorno ma per tutti i 30 anni passati in Italia ed ho scoperto di tenerci: Il mio nome mi piace e definisce in molti sensi, me ne hanno dette di ogni e quasi mi mancano quelle frasi fatte da “Serena e infatti sei così calma” a “Serena di nome e di fatto?”, due considerazioni sceme buttate lì per far conversazione che mi facevano lo stesso effetto di “ti sei fatta male? Quando sei caduta dal cielo come la stella che sei”.
Chiusura di ovaie, brividi e ciao.

Eppure, capitemi, il punto e’ che quando vivevo in Italia non dovevo star a spiegare nulla e quella sensazione mi manca perché malgrado i miei sforzi sarò sempre una immigrata di prima generazione, a metà tra noi e loro.

Diversamente da quando ero appena sbarcata in Australia, ora ci tengo che il mio nome venga pronunciato bene dai miei amici e glielo ripeto ogni volta che lo toppano, cercando di rendere la stessa cortesia a coloro che hanno per me dei nomi impronunciabili.

Penso che spiegare queste cose faccia parte di una buona integrazione e sia meglio di far finta di nulla e lasciar correre: Tu qui devi viverci e vorrai o no che sappiano come ti chiami?

Senza esagerare, certo, per esempio un’amica poco fa mi ha salutata con un bellissimo “Selena” e me lo sono fatta andar bene che ha scritto giusto il mio nome tutte le altre volte: sa chi sono, si è semplicemente fatta guidare da alcuni automatismi e direi che ci sta, per lei come per me.

Il problema ora sono io, ormai abituata così tanto alla lingua inglese che quando mi presento ad una persona mi sorprendo a dire “I am Seriina, nice to meet you!”.
E poi voglio esplodere perché ben venga pronunciarlo all’inglese quando devi raccontare il tuo nome a qualcuno che deve inserirlo al computer o cercarti una pratica ma quando parliamo di amicizie vorrei ricordarmi di poter dire il MIO nome vero.

L’inglese mi ha cambiato la testa in un modo che non avevo previsto, resettandola un pochino. 🙂