Ciao Europa, vado a vivere in America

Ciao Europa, vado a vivere in America

Yosemite National Park

Atterrata negli USA mi trovai catapultata in un paese che il turista – personaggio fortunello per antonomasia – lo trattava con gentilezza, tanto che ci offrirono un giro di musica pagata al juke-box (come nei film!) ed una serie di complimenti per come eravamo vestiti. Sì, pure a New York city.

Tornata a Roma mi aspettavano fantasmi insopportabili dai quali volevo scappare e quel tran-tran fatto di persone che ti odiano. Ti odiano mentre guidi, mentre sei un pedone, quando fai la spesa, quando hai bisogno di qualcosa, ti odiano in banca e alla posta.

Non so se fosse veramente così, probabilmente ero io che avevo raggiunto la soglia della sopportazione e cercavo appigli ma decisi che bastava, io me ne sarei andata a vivere fuori.

E la prima idea, prima ancora dell’Australia e della Scozia, fu il Nord America ai tempi di Obama. Fun fact, andammo fino in ambasciata americana per capire che gli USA due come noi – con una laurea umanistica e senza una lira – non li voleva mica.

A digiuno di storia americana e visti, pensavamo che fosse facile emigrare come avevano fatto le generazioni prima della nostra e invece le cose erano decisamente cambiate. La nostra esperienza si concluse quel giorno ma oggi abbiamo due ospiti speciali per raccontare il compimento di quella scelta.

Due donne, Alessia dalla Louisiana e Luisa da Seattle, ci racconteranno come si emigra negli Stati Uniti d’America oggi, quali sono i requisiti e quali i visti possibili. Ma soprattutto ci parleranno del loro percorso all’estero, iniziato all’interno di mamma Europa.

Mettetevi comodi che ci comincia!

Ciao, presentati! Come ti chiami, quanti anni hai e di cosa ti occupi?

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Alessia, 40 anni sulla carta (percepiti di testa: non pervenuti), restauratrice di dipinti dal 1998, ma tra allora e adesso ho fatto un po’ di tutto tra cui: commessa del negozio voodoo, cassiera al supermercato, lettrice al college… giusto perché si deve campa’. Ho fatto il liceo artistico di una volta, quello che tutti di dicevano di non fare manco fosse stata eroina, e poi sono partita a 18 anni per Firenze per fare la scuola di restauro. Dopo la scuola di restauro ho capito perché tutti mi dicevano i non fare l’artistico, ma non sono pentita, è stato difficile ma alla fine il lavoro l’ho trovato.

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Luisa, 35 anni, da Torino! Attualmente, vivo a Seattle (Washington State, Pacific coast) e lavoro per una famosa azienda che crea videogiochi; mi occupo di “hackeraggi”e frodi. Da un po’ di tempo sto progettando una nuova pagina Instagram per un mini-sogno che ho nel cassetto e che vorrei mettere in pratica. 

In Italia, mi sono laureata in Economia e Gestioni dei Beni Culturali a Milano (triennale e specialistica), in seguito, ho iniziato un infinito percorso di tirocini non retribuiti, stages curriculari e non, volontariati vari… insomma, ci siamo capiti, nel magico mondo dei musei, delle soprintendenze e degli organismi internazionali. Esperienze che porto nel cuore ma non mi avrebbero mai permesso di costruire una vita indipendente. 

Cosa ti ha spinto a ricercare una esperienza all’estero?

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Mi piacevano quelli biondi con gli occhi chiari. Ecco, l’ho detto. Ero vittima del fascino nordico e probabilmente anche di non capire bene cose cercavano di comunicarmi. Credo che Prima dell’Alba abbia avuto un grandissimo peso su come la mia vita di adolescente e giovane adulta sia andata. Insomma, motivi serissimi, ecco.

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In origine, mio padre ha voluto che frequentassi il liceo classico con la sperimentazione in lingue (che io non amo e per cui non sono portata). Ragion per cui, avendo studiato inglese e francese (ed anche tedesco che ho rimosso) per cinque anni, mi son sempre detta “se in Italia andasse male, tentiamo l’estero!”. Così facendo ho studiato il penultimo anno di università a Lille, in Francia. Ho anche cercato di proseguire e concludere gli studi nell’ateo francese ma era troppo dispendioso a livello economico, la Cattolica non permetteva un’interruzione brusca e il passaggio di studi nell’omonimo ateneo d’oltralpe. Nei fatti, io non ho trovato nessun lavoro che fosse retribuito. Mi sono laureata nel 2011, ho inviato migliaia di curricula, ovunque tra Milano e Torino, ma non sono mai stata assunta. Non ho neanche mai fatto un colloquio. Non voglio pensarci altrimenti mi ritorna la gastrite.  Scegliete bene il percorso di studi, certe lauree, non portano da nessuna parte! 

Quale è stata la tua prima meta all’estero e come andarono le cose?

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La Danimarca. Un grandissimo amore non corrisposto. Infatti, più io la sognavo più lei (la Danimarca) mi pigliava a calci nei denti. I viaggi di piacere e studio andarono benissimo, l’esperienza di espatrio come come au pair andò peggio che demmerda. Praticamente avevo trovato la sorella meno empatica della matrigna di Candy Candy come host mother. Sicuramente sarebbe potuta andare differentemente avessi incontrato un’altra famiglia, ma decisi di rientrare invece di tentare la sorte con altri e un po’ me ne sono sempre pentita, anche se psicologicamente dopo i mesi in quella casa non avrei retto nemmeno altrove.

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Prima meta: Erasmus a Lille (cittadina fiamminga, al confine belga. In un’ora sei a Parigi, in 30 minuti di orologio a Bruxelles). Favoloso! Se avete la possibilità, andate in Erasmus. Si visitano luoghi nuovi, si conoscono altre culture e si studia un sacco se si scelgono gli esami “sbagliati” come feci io! 
Seconda meta: Ginevra, Svizzera. Nazioni Unite. Dopo la laurea e i quasi due anni in Soprintendenza a Torino, come assistente del direttore delle collezioni e delle residenze (gratis il primo anno, 500 euro al mese il secondo), decido che voglio tentare con l’Unesco e i tirocini internazionali indetti dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Avevo il curriculum, le lingue, la grinta e la passione… allora, applico per una posizione di tirocinio (GRATUITO ça va sans dire!) per l’ONU. Presa! I miei genitori: contrari, contrarissimi. Li convinco. Mi aiutano con vitto e alloggio. Amavo Ginevra, il fatto che stessi catalogando le collezioni dell’ONU, che tutti mi avessero preso in simpatia e volessero creare una posizione retribuita per la sottoscritta, che fossi a 3 ore da Torino, che fosse servito il sacrifico delle lingue al liceo… insomma, tutto molto romantico, se non fosse che io, povera scema ed ingenua, non avevo pensato ad una cosa: una. Solo una. La raccomandazione politica. Per farla breve: aprono una posizione retribuita, chiedono alla Farnesina l’approvazione, viene bocciata. L’anno successivo arriva qualcuno dalla Capitale. Io ho pianto tre mesi di fila. Ho studiato per altri tre concorsi passando sempre le preselezioni ma mai la valutazione del curriculum per 1 punto (giuro! sempre 1 punto!). Amen. Ho imparato la lezione. 
Terza meta: Londra (Regno Unito). Londra a me non piaceva e non piace. Preciso: adoro che i musei siano gratuiti e la cultura fruibile a tutti. Londra arriva perché mentre io ero a Ginevra, quello che diventerà mio marito, ingegnere informatico, viene assunto da un’azienda tech. Gran parte del mio disappunto su Londra era dato dal fatto che non riuscissi ad essere assunta per il volontariato nei musei, non riuscissi a passare mai nessuna selezione per tutte le gallerie d’arte, casa d’asta, niente, sempre niente. O troppo qualificata o non abbastanza. All’ansia dell’ennesima delusione, si aggiungeva: il grigio di Londra, il vento, i ratti per casa, il continuo fango, gli appartamenti formato loculo e fatiscenti, l’immondizia davanti alle case e tanto altro. Son andata e venuta dall’Italia e fatto altri lavori nel mentre, finché ci siamo sposati. Ho incominciato a lavorare come commessa in un negozio di design per la casa e in seguito, sempre per la stessa azienda, sono diventata visual merchandiser (allestivo le vetrine). 

Perché gli USA dopo l’esperienza europea? Avevi il sogno americano?

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Le mie motivazioni iniziano sempre in modo serisssssimo: a 14 anni mi sono innamorata del cantante dei Green Day e da lì era partito il tutto, avevo deciso che alla fine del liceo sarei partita alla sua ricerca, poi per fortuna sono andata in Danimarca ma l’America mi era un po’ rimasta sul gargarozzo e quando mi è capitata l’occasione sono partita.

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Chiedetelo a mio marito! Non avevo nessun sogno americano ed ero riuscita a crearmi un’isola semi-felice. Lavoro curioso, appartamento nuovo, i nostri mobili, potevamo ospitare i parenti, etc. Il tutto si interrompe perché l’azienda propone a mio marito di trasferirsi nella sede centrale, a Seattle. Quale donna e moglie, sana di mente, si sarebbe rifiutata? Nessuna vorrebbe sentire il proprio marito lamentarsi per il resto dell’eternità di non avere fatto carriera per causa sua! 

Con che visto sei riuscita ad entrare in Nord America e cosa ha comportato per te?

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Ho avuto una mega botta di culo e, dopo 3 anni di tentativi, ho vinto la Green Card alla lotteria. L’iter è stato un po’ laborioso e lungo, ma non c’è stato bisogno di un legale e una volta ricevuta la Green Card sono stata indipendente e non legata a compagni o datori di lavoro e quindi con molta più flessibilità su dove andare e quanto stare. I costi sono aumentati tutti, all’epoca mi sembra di aver pagato circa 700 euro per la Green Card, spese d’ufficio e visite mediche, sicuramente la spesa più grande (perché a lungo termine) è stata quella dell’assicurazione medica una volta arrivata.

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Io sono entrata con un visto lavorativo L2 perché mio marito aveva una posizione manageriale e quindi avrebbe passato il medesimo visto al coniuge. In questo, sono stata fortunata. Non tutti i visti permettono di lavorare. Si può vivere in America per lunghi periodi, per due soli motivi: ti sposi un/una americano/a, ti traferisce la tua azienda. Diversamente, c’è il visto turistico di massimo 3 mesi e quello per studenti (che non conosco, ma ho stretto amicizia con italiani che hanno studiato qua e le rette sono dai 30000 ai 50000 dollari. Dollaro più, dollaro meno a seconda degli atenei e delle facoltà. Le borse di studio sono per i geni e, ce ne sono pochissime). Ogni visto ha una durata a sé e non tutti sono rinnovabili. Solitamente i visti sono legati al lavoro; se si perdesse il lavoro, si perderebbe anche il visto collegato ad esso. La sanità è un inferno. Bisogna avere una salute di ferro. È tutto basato sull’assicurazione sanitaria; se hai un lavoro, in un’azienda importante, buona parte delle spese mediche sono pagate da quest’ultima, diversamente, paghi tu e i costi sono folli. Esempio: io sono ipotiroidea, ho la tiroidite di Hashimoto. Siamo in America da due anni abbondanti e non sono, ancora, riuscita a farmi visitare da un endocrinologo perché il medico generico non lo reputa essenziale. Un banale esame del sangue come il TSH qui costa 700 $ senza assicurazione, con 15$. Se sei in dolce attesa hai diritto a due ecografie. Se ne vuoi altre, paghi tu. A seconda del tipo di ecografia, senza assicurazione, si va da un minimo di 800$ ad un massimo di 6000$.

Come è il mondo del lavoro negli USA?

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Per molti versi meglio. Mi sono state offerte più possibilità di crescere, ho visto meno nepotismo e meno discriminazione in base all’età. Qui si può lavorare e trovare lavoro anche da anziani, cosa che in Italia io ero già a 25 visto che non potevano più assumermi e pagarmi come apprendista e trovare un nuovo lavoro era un terno al lotto. Non mi piacciono i loro orari, l’assenza di tutela del lavoratore che c’è in molti stati e in molti posti di lavoro, la maternità e la malattia pagata inesistenti in molte piccole aziende, la possibilità di essere licenziata da un giorno all’altro. Pagherei volentieri più tasse per poter avere più diritti e più tutele.

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Sicuramente, lavori! In due settimane trovi un lavoro! Anche il fatto che non siano fiscali con la lingua è di aiuto. Se tu sai fare bene il tuo lavoro, ottimo. Imparerai ad esprimerti in maniera più appropriata con il tempo. Ovvio, più il lavoro è di prestigio, più sale l’asticella. Mediamente gli stipendi sono più alti che in Europa, con tasse molto più basse. Non tutte le città però sono uguali. Città come Seattle, San Francisco e New York hanno un costo della vita particolarmente elevato in quanto è lì che si concentrano i lavori più prestigiosi e più remunerativi. Il settore informatico/tecnologico al momento è quello che trascina questo trend.
Contro: puoi essere licenziato da un giorno all’altro, senza preavviso e spiegazioni. Non esiste nessun sindacato o simili. A casa, zitto! Hai un massimo di 10 giorni di ferie all’anno. Si lavora tutti i giorni, tutto l’anno. Io lavoro anche il giorno di Natale, tanto per dire! Anche la maternità è un argomento molto complesso perché non si è retribuiti durante i giorni si assenza, se non a seconda delle leggi che prevede lo Stato in cui si risiede; inoltre, la durata del periodo di maternità è compresa tra un minimo di 15 giorni ed un massimo di 3 mesi. Come ho accennato prima, in America, non è facile arrivarci. Se non ti trasferisci per: amore, per l’azienda, perché sei un genio in qualcosa e allora ti vogliono le università o hai i soldi per studiare negli USA… mi dispiace essere brutale ma ti devi accontentare del viaggio turistico. Le aziende non possono assumere se non si è in possesso di un visto lavorativo. Non fate l’errore di arrivare negli Stati Uniti d’America come turisti e di mettervi a cercare lavoro perché è illegale e si rischiano serie conseguenze penali. Il motivo? Perché il visto costa moltissimo e i datori di lavoro devono spiegare, allo stato, il motivo per cui uno straniero/italiano sia più meritevole di un americano. Non conviene affatto. Ah, ci sarebbe l’opzione di tentare la sorte alla lotteria! Ogni anno vengono selezionati un numero di cittadini stranieri a cui viene data la possibilità di ricevere La Permanent Resident Card, conosciuta comunemente come Green Card. E’ un’autorizzazione rilasciata dalle autorità degli Stati Uniti d’America che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato. Noi siamo riusciti ad ottenerla quest’estate, tramite l’azienda di mio marito, dopo aver passato un anno di colloqui, vaccini obbligatori e procurato un’infinità di documenti.

Cosa ti ha colpito della vita a stelle e strisce?

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Erano molto accoglienti ed amichevoli, adesso meno. Hanno quest’idea che se non molli riuscirai in tutto, che è bellissima, ma ora ha preso una brutta piega. In negativo che sono molti sono molto, molto, bigotti e hanno teste a compartimenti stagni, non sanno oziare, che per me che sono nata pigra, è essenziale, me mettono ansia con sto fare fare-fare.

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È il paese degli estremi e delle esagerazioni. Tutto o niente. Bianco o nero. Ricco o povero. Grande o piccolo. Sono sicuramente rimasta sconvolta dalle dimensioni e dagli spazi. È tutto enorme. Con l’amaro in bocca devo ammettere che il problema con le persone di colore c’è. Io non credevo fosse così severo. Idem, per le armi. Tornando alla mia esperienza, se si ha una forma mentis umanistica/artistica/classica l’inizio è molto faticoso. Mio marito ha sofferto meno la mancanza di arte, storia e cultura. Da questa parte di mondo sei nel nulla. È una zona molto selvaggia e con “animaletti” di un certo spessore: dal puma al grizzly. Sei anche geolocalizzato nell’anello di fuoco, tra un terremoto potenziale di magnitudo 9 e tutti i vulcani attivi dei dintorni… non c’è da annoiarsi. Appena ti allontani dalla zona dei grattacieli che sono gli uffici, sei nel profondo nulla. Non esistono le passeggiate nel centro storico, i bar come li intendiamo noi, le vetrine dei negozi (qui devi entrare in un centro commerciale per vedere delle vetrine e bere mezzo litro di caffè), se non hai un’auto non vai da nessuna parte, i mezzi pubblici sono scarsi e se li perdi aspetti circa un’ora. Penso che solo New York e parte della costa atlantica si avvicini all’urbanistica europea. Il lato positivo è che ci sono paesaggi naturalistici mozzafiato, i tramonti arancioni e rosso fuoco, abeti alti 30 metri e, a sole 4 ore di volo, ci sono le Hawaii!!! È simpatico osservare come ci tengano al barbecue, a Starbucks che è nato in questo stato e al giorno del Ringraziamento. Hanno un abbigliamento da palestra o da spiaggia per tutto l’anno – che da un lato è una grande forma di libertà non essere vincolato all’outfit, dall’altra… non hanno proprio quel senso estetico che rende famosi noi italiani.

Quale è la soddisfazione più grande presa da quando hai lasciato l’Italia?

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Essere riuscita a farmi una vita da zero e ad arrivare dove molti mi dicevano che non sarei riuscita.

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Sicuramente, il fatto di essere economicamente indipendente. E, di avere un bagaglio culturale e di esperienze che ogni anno pesa di più. Finalmente, riesco a seguire e capire i film in lingua originale e non mi imbarazzo più nel parlare inglese.

Vuoi lasciare un messaggio per chi vorrebbe trasferirsi negli USA? 

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È un paese che da molte opportunità lavorative, perfetto per gli stacanovisti, meno per chi segue la filosofia del “lavorare per vivere”. Si può arrivare senza nulla e costruire parecchio, ma ci sono costi emotivi e fisici non indifferenti. Astenersi persone molto attaccate alla famiglia perché la lontananza dilania l’anima.

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Chi si trasferisce negli USA ha già un percorso abbastanza pianificato per i motivi indicati sopra. Direi di informarsi bene per l’assicurazione sanitaria e cosa può coprire. Io mi sentirei di consigliare, in generale, ai ragazzi e studenti che vogliono intraprendere il percorso estero, di iniziare a pianificare a tavolino, tutto, sin dalle superiori. L’inglese, si deve conoscere bene, dà una marcia in più. Se sapete in cuor vostro che volete vivere all’estero, focalizzatevi su facoltà che vi daranno la possibilità di spostarvi. Altrimenti, dovete tenere in considerazione che vi toccherà ristudiare da principio. In America i percorsi di studio sono diversi e molte lauree non vengono riconosciute (es: giurisprudenza e medicina). Vivere fuori dall’Italia, per alcuni può essere un’ancora di salvezza, per altri può volere significare separarsi dai propri cari. Tenete anche in conto che possano capitare fatti tragici e voi sarete lontani. Non voglio essere una guasta feste ma capita, a me, sta capitando. E, in molti casi si è da soli a gestire situazioni complesse e più grandi di noi.

Ma soprattutto, USA o Europa, con il senno di poi?

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Ti rispondo così: dipende da dove vai e a che stadio della vita sei. Senza figli ti direi New Orleans pe’ sempre (che tanto USA non eh). Con figli e senza nonni vicini: Europa subito.

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Devo ammettere che lo stato di Washington è veramente lontano. Credo che resisteremo ancora un paio di anni e poi ritorneremo in Europa. Posso rispondere: entrambe?! Più si conosce, più si impara, più si aprono gli orizzonti, meglio è! Questa è un’esperienza e va vissuta come tale. Cerco di assorbire il massimo e di custodirlo con cura. Ad meliora et maiora semper! 

Ringrazio Alessia e Luisa per averci raccontato la loro esperienza americana condividendo tanti buoni consigli. Sono sicura che serviranno a chi sta sognando l’America.

Con me, ci ritroviamo su YouTube, Facebook, Insta e sulla Newsletter mensile. Ciao! 🙂

24 pensieri su “Ciao Europa, vado a vivere in America

    1. Devo dire che le ammiro io adesso non ho il coraggio di un passo del genere ma forse parlo perché ho figli e non mi piace l’idea di sradicarli da dove stanno crescendo.

  1. Ho sempre sognato di vivere all’estero, più precisamente a Londra ma per una cosa o un’altra ho sempre avuto un po’ paura. Ammiro tantissimo queste due donne e il modo in cui raccontano la loro esperienza!

  2. Mi dispiace che non siete riusciti nel vostro intento di emigrare in america, ma ho trovato interessanti le storie invece di chi coll’ha fatta.

  3. Tante esperienze di vita che ti hanno fornito un bagaglio immenso, io non potrei per vari motivi, fare scelte del genere. ma ammiro la tua buona dose di coraggio ed il tuo entusiasmo

  4. Eh, queste esperienze e considerazioni mi riportano alla mia migliore amica che ora vive in Oregon. Mannaggia, ha seguito il marito (sposato per il Visto) e il suo lavoro, ora hanno pure due figli, ma non sono più contenti di stare lì. Sentono la mancanza dei familiari e comunque il richiamo alla cara Italia. Vogliono tornare, come tutti quelli che conosco: o tornano o soffrono e si lamentano.
    Bella storia. Dura!
    Non vorrei trovarmi nella situazione. O forse non me la sono cercata. Mah.

    1. Anche tornare e’ dura pero’ dopotutto il paese perfetto non esiste. In bocca al lupo ai tuoi amici!

  5. Ti confesso che sono diversi anni a questa parte che ho il desiderio di andarmene dall’Italia. In questo nostro paese non c’è nulla che funziona.

  6. Ho letto con attenzione le esperienze così diverse ma anche così simili per certi versi di Alessia e Luisa.
    Confesso che anch’io ho pensato spesso di trasferirmi all’estero ma al contempo di domandarmi se poi quella dimensione possa essere quella più congeniale ai miei studi, alle mie aspettative lavorative e alla mia personalità.
    Intanto però non posso che provare ammirazione per queste ragazze.
    Maria Domenica

    1. Grazie per il tuo commento Maria, sarebbe bello poter vivere tante vite e provare diverse strade. Se non stai partendo, probabilmente va bene cosi’ li’ dove sei. Ed e’ un bene. 🙂

  7. Probabilmente gli Stati Uniti da ragazza non sarebbero stati una delle mie mete preferite per un trasferimento all’estero ma che bello leggere le esperienze degli altri!

  8. Bella l’America. Io però l’ho vista da turista e non emigrerei mai, però complimenti a chi ha provato.

  9. Gli Stati Uniti come posto per vivere in realtà non mi hanno mai attirato, ma è molto bello leggere le storie di donne che sono riuscite ad emigrare

  10. L’Europa ha davvero mille difetti e l’Italia più di tutti gli altri paesi eppure nonostante mille volte mi sono detta che avrei voluto prendere ed andar via, la verità è che la mia amata Patria mai riuscirei ad abbandonarla. Detto ciò mi è piaciuto infinitamente leggere l’avventura di queste due donne!

  11. Vorrei solo indicare che ci sono altri Visa per immigrare non solo quelli indicati sopra. Trump però sta rendendo tutto più difficile. L’altro commento è legato allo stadio dell’emigrante; mi sembra che le due amiche siano ancora al primo stadio, e quindi non completamente integrate “mentalmente”; col tempo molte delle cose indicate diventano meno un problema. Tra l’altro a Seattle tra caffè, bar, boutiques e via così, ce n’è quante si vuole; molto diverso in altre città e paesi più piccoli. Per L’assicurazione medica un paio di cose: 1) un amico è qui da 4 anni e sta usando un’associazione medica italiana per viaggiatori. 2) ci sono marketplaces per comprare assicurazioni; costano abbastanza ma non se paragonate alle ritenute sullo stipendio Italiano. 3) praticamente nessuno paga le cifre esorbitanti indicate; si negozia e contratta; però bisogna essere accorti altrimenti è un casino. 4) chi è senza lavoro o mezzi economici è coperto da Medicare (la mutua di base); stessa cosa per gli anziani.

    1. Le esperienze sono soggettive ma alcuni pro ed i contro li vedi anche dopo tanti anni che vivi in un paese e per esempio Alessia vive tra California e Louisiana da 14 anni. Grazie per le info sulle assicurazioni, magari aiuterai chi passera’ di qui a leggere!

  12. Ho fatto questa scelta anche io in un momento della mia vita
    Poi mi sono trovata a tornare a casa
    Una scelta importante che ti cambia L vita

  13. Le esperienze vissute da Alessia e Luisa mi hanno davvero incuriosita. In particolare mi interessa molto la questione relativa alla possibilità di usufruire dei servizi medici visto che mi piacerebbe compiere questo salto oltreoceano.
    Mayad

  14. Credo che si impari da ogni esperienza, come hanno dimostrato entrambe. Ci vuole molto coraggio a partire per l’America sapendo la situazione sanitaria, il problema del visto e l’ansia di poter perdere il lavoro in qualsiasi momento. Non credo che io riuscirai mai ad allontanarmi così tanto. E non lo dico per la mia famiglia, dopotutto anche io non vivo più in Italia, ma proprio per il mindset completamente diverso da quello europeo.

  15. Ma che belle queste esperienze, danno la grinta e la spinta di spostarsi e diventare die veri nomadi! Se tutto va bene, finita l’università qui in Italia mi sposterò in Germania.

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