Novembre 2014 – Say My Name

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Semplicemente Selena.

Immagina tutti i problemi che possono presentarsi in un paese straniero.
La burocrazia.
La ricerca del lavoro.
La mancanza degli amici.
La lingua.
La peculiarità dei problemi è che, come ci insegna Tom Hanks ne il Codice da Vinci, c’è sempre una chiave per risolverli.
Solitamente è pure piuttosto scontata ed arriva almeno cinque minuti prima dei titoli di coda.

Ci vuole del tempo ma lo stesso accade nella vita vera.
Con pazienza compilerai i moduli.
Con costanza troverai un lavoro.
Con un sorriso al momento giusto conoscerai qualche amico.
Con diligenza farai più tua la lingua.
I problemi li hai previsti.
Tutto si risolve.

Peccato che ci siano cose che non puoi controllare ne’ prevedere.
Cose grosse.

Come il tuo nome sul bicchiere di Starbucks.
“Selina”
“Sirena”
“Selena”
Ti dici, no problem, posso campare anche senza il mio nome scritto su un bicchiere.
Quando però il bibitone è pronto, il cassiere ti chiama e tu non ti giri.
Perché non sei come i cani che puoi anche dirgli “cicciotto-potto” e quelli woffano felici e contenti, tu sei abituata ad essere TE, con due e ed una erre.

Io sono abituata ad esser Serena.
“Di nome e di fatto” aggiungono sempre in Italia e dopo 30 anni di intolleranza adesso questa sciocchezza quasi mi manca.
Così quando dopo tre mesi di avvertimenti, il mio Boss sbaglia nuovamente il mio nome, io questa volta mi giro, furastica.
“Come mi hai chiamato?”
“W-what?”, balbetta lui nel suo inglesuccio, nella sua lingua madre.
“Non mi chiamo Selina, non vengo dall’Est Europa, Selina non è il mio nome.”
Lui ridacchia nervoso, non voleva mancarmi di rispetto naturalmente.
“Di’ il mio nome”, dico lentamente, sentendomi come Walter White (1).
“SeREna.”
“Ecco, bravo. Adesso chiamami REGINA! :D”

Allo stesso modo sono i nomi, quelli degli altri, a mettermi in crisi sul lavoro.
Ma c’è da dire che gli anglofoni sono abituati a fare lo spelling del proprio appellativo e lo fanno indipendentemente dall’italiana che si ritrovano davanti a loro.
In Australia vi è indubbiamente una grande influenza asiatica, quindi non devo scrivere solamente nomi quali “Imogen” (2), “Ashton”, “Archer” e compagnia bella ma anche qualche bel Sulaymaan, Manchu e Eun-Kyung.

Avoja a provare con lo spelling, soprattutto quando ancora confondi la pronuncia inglese della “a” con quella della “e”, come nel mio caso.
Quindi subisco un piccolo torto ma ne faccio anche qualcuno, ahimè, perché non ho sempre il tempo per provare con il classico “a like apple?”.
E poi le H, le acca le mettono proprio dappertutto e dove non ti aspetteresti.

Come detto, di certo qui sono abituati a dover sillabare il proprio nome e ad accontentarsi di una pronuncia un pochino casareccia.
Io comunque no!

Serena, Australia.

(1) E se non sapete chi e’ Walter White allora abbiamo un problema ancora piu’ grosso!
(2) Inspiegabilmente 44° nella lista dei nomi preferiti per i neonati nell’anno 2013, secondo per bruttezza al nostro Pancrazio e/o alla nostra Ubalda.

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