Trasferirsi all’estero da sola, storie di donne che si sono prese e portate via

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All’estero da sola, questo sono le storie di chi lo ha fatto.

L’espatrio non è una gara ma se la fosse io riconoscerei la vittoria a tutti coloro che partono da soli perché malgrado le fanfaronate che leggerete online, quelli saranno gli unici a sapere cosa voglia dire ricominciare senza rete alcuna, senza qualcuno con cui smezzare le bollette in caso di perdita di lavoro o che possa accompagnarti se mai dovessi correre in ospedale.

Sono quelli che non lo fanno perché devono ma perché non c’è scelta, quelli che poi incontri lungo il tuo percorso e vedi cresciuti, con una marcia in più ed una determinazione che forse non avrebbero mai saputo di avere se fossero rimasti in Italia, fermi o continuando la vita di sempre.

Il post di oggi è dedicato ad una specie di viaggiatori solitati che sembra quasi esotica e rara, quella delle donne che si sono prese e trasferite all’estero da sole. Una specie che esiste e scalpita per fare e ricominciare, ovunque nel mondo.

Stai pensando di trasferirti all’estero da sola ma non sai da dove iniziare?

Ti presento Silvia che dopo l’esperienza in Scozia ha capito di voler studiare per un master in Italia, Bianca che aveva solo 19 anni quando è partita come aupair per gli USA, Giorgia che con la sua laurea inglese ha lavorato in mezzo mondo e Francesca che dalla Toscana ha raggiunto il nord della Scozia.

Questi sono i racconti di quattro donne diverse che si sono trasferite all’estero da sole, ricominciando da zero.

1) Un piccolo check, mi confermi che è vero? Sei una donna, sei nata in Italia ma ad un certo punto ti sei trasferita all’estero da sola? Ma allora si può fare?

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Sono Silvia, ho 27 anni e sono una pugliese DOC trapiantata in Toscana per l’università. Anche se mi sento ancora parecchio randagia, al momento. Sono laureata in scienze erboristiche e ora sto studiando per diventare nutrizionista, e nel mezzo ho vissuto un anno a Edimburgo e girellato per qualche mese qui e là per la Gran Bretagna da sola grazie ai progetti di volontariato WWOOF UK ed HELPX.

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Mi chiamo Giorgia, ho 36 anni, sono nata a Pordenone in Friuli e ho lasciato l’Italia da circa 8 anni. Al momento vivo in Scozia, dove lavoro come brand home guide in una distilleria di whisky.

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Tutto vero! Bianca, attualmente 21 anni, Italiana, italianissima anche se non indovina mai nessuno! Passioni? Viaggiare, leggere e scoprire nuovi cibi, come dicono qui: you are definitely a foodie! Ci sarebbe anche pallavolo, che faccio solo perché mi piace ma in realtà sono una schiappa. E yoga che mi rilassa e mi aiuta ad apprezzare ciò che ho.

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Confermo tutto. Mi chiamo Francesca, ho 29 anni e sono nata e cresciuta in Toscana. Sono partita la prima volta l’anno scorso a febbraio, dopo aver lasciato un lavoro che mi dava tanto stress e troppe ansie. Avevo bisogno di cambiare aria e così, insieme ad un’amica, decidemmo di mollare tutto per un mese e andare in Scozia. Non sapevamo ancora quanto quel mese di prova avrebbe inciso sulle nostre vite. Dopo quel mese sono tornata in UK da sola, con un biglietto di sola andata e nessuna idea di cosa fare dopo. Però sì, partire da sole e rifarsi una vita all’estero è possibile.

2) Quali sono state le reazioni quando hai detto che ti trasferivi all’estero da sola? Pensi che abbiano reagito diversamente con te, in quanto donna?

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All’inizio un sacco d’ansia all’idea di trasferirmi all’estero da sola! Dovevo ancora finire gli ultimi esami della triennale, volevo andare all’estero completamente da sola per quasi due mesi e sarei stata in un villaggio sperduto nelle campagne del Somerset, lontano da qualsiasi grande città. I miei genitori erano ovviamente preoccupati, e questo non aiutava il mio essere una persona molto insicura ed ansiosa. I fatti di cronaca degli ultimi anni hanno ovviamente contribuito alla preoccupazione, una ragazza che viaggia per conto proprio?

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Mi reputo molto fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre appoggiata in tutto per tutto. Nel mio nucleo principale familiare siamo tutte donne: mia madre mi ha sempre incoraggiata ad essere indipendente e ad imparare a cavarmela da sola, quindi è sempre stata dalla mia parte.

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Credo che nel mio caso la situazione sia un po’ differente, sono andata all’estero da sola quando avevo 19 anni, perché volevo imparare l’inglese! La famiglia era dalla mia, un po’ stupiti e spaventati, non vuoi certo mandare tua figlia da sola in the USA quando è poco più che un adolescente! Ad ogni modo, prima di partire per la mia grande esperienza, avevo deciso di fare un weekend da sola, in una città Europa, così per vedere come me la cavavo, per iniziare a capire, com’è dover contare solo su se stesse. Così decisi, con i miei primi soldini guadagnati con il lavoro part-time da cameriera, di prendere un volo e andare 3 giorni a Malaga. Insomma, niente di impossibile, in Spagna, in Europa. Ostello prenotato, cosa potrà mai succedere? Spiccicavo due parole di inglese e in ogni caso in Spagna, preferiscono se parli italiano. Immaginate: io felice con l’emozione di sentirmi grande, con la voglia di crescere e farcela con i miei piedi, parlo dei mie futuri progetti Spagna e Usa, con alcuni dei miei amici. Una cara amica mi risponde, che probabilmente sto sprecando il mio tempo e che perderei un anno di università, che non mi darà futuro. La stessa università dove non trovi posto dove sederti. Ma c’è un episodio di cui vorrei parlare oggi, alla notizia del mio viaggetto, Il fidanzato di una mia cara amica mi risponde tutto fiero e felice che se fossi stato io la sua fidanzata non mi avrebbe mai e poi mai lasciato andare da sola, prosegue poi aggiungendo che sicuramente mi sarebbe successo qualcosa e che il mondo non è sicuro per una ragazza che viaggia da solaRagazzo di 23 anni, Italia. 2017. A Malaga ci sono andata lo stesso ovviamente, ed è stata meraviglioso. Come previsto.

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Diciamo che le reazioni sono state, in famiglia, per lo più di sgomento. Nessuno dei miei parenti si aspettava che avrei fatto una cosa del genere e sono rimasti tutti stupiti quando non solo ho mollato il lavoro e sono partita, ma soprattutto quando ho deciso di restare in Scozia. Non credo sarebbe cambiato molto se fossi stata uomo, perché alla fine le frasi erano più sul “E se poi te ne penti?” oppure il classico “Ma non ti manca la famiglia?” e poi il sempre presente “Tanto la nostalgia ti fregherà”. Per contro, gli amici erano entusiasti. Certo non è stato facile nemmeno per loro, però almeno sono stati più incoraggianti.

3) Cosa cercavi all’estero che non avevi in Italia? Cosa ti ha spinta a trasferirsi da sola in un nuovo paese?

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È un cliché, lo so, ma cercavo un po’ me stessa. E scappavo da cose che non riuscivo ad affrontare. All’inizio viaggiare da sola mi ha fatto riprender fiato, poi mi ha aiutato a conoscermi e capirmi un po’ di più. E nel mentre mi ha dato soddisfazioni personali e lavorative che in Italia non ho avuto.

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Il mio sogno era imparare bene l’inglese e avere la possibilità di laurearmi all’estero. Non ero felice della vita che avevo in Italia, avevo fatto un corso per estetista e noleggiavo apparecchiature per uso estetico ma ero stufa e volevo un cambiamento. Ho deciso di fare domanda ad alcune università in Regno Unito per vedere se poteva esserci un’occasione per cambiare vita e mi è andata bene. Da lì in poi non mi sono più fermata.

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Cosa cercavo? Il mio posto nel mondo. La positività, la voglia di credere in qualcosa che funziona, un lavoro gratificante. Un ambiente che ti sprona a migliorare, delle persone accanto a te che vogliono migliorare. Che lottano per migliorare ciò che è attorno a loro, quello che possono. Una community. Ma soprattutto cercavo un’esperienza.

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Personalmente sono partita perché avevo ed ho ancora bisogno di trovare la mia dimensione. Vedere e capire cosa voglio veramente dalla mia vita. Lo so che non importa espatriare per farlo, però a me è servito molto più che cambiare semplicemente casa. Perché essere distante fisicamente ti aiuta a diventarlo mentalmente e non è per forza una cosa brutta. In questo modo puoi vedere situazioni, persone e persino te stesso sotto un’altra luce.

4) Avevi delle paure all’idea di lasciare l’Italia? Come le hai sconfitte?

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La paura di non farcela e dover tornare indietro con la coda tra le gambe, o di avere aspettative troppo grandi che sarebbero state deluse. Sicuramente la paura della solitudine.

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Il cambiamento fa sempre paura ma allo stesso tempo è una fortissima spinta a tirare fuori il meglio di me e che mi fa sentire viva. Non ho paura dei cambiamenti e dei trasferimenti ma essendo da sola, non parto mai se non ho già un lavoro/contratto in mano. Ho sempre scelto paesi dove si parla inglese, per sentirmi più sicura. La casa si trova una volta sul posto.

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Sarò onesta, ero terrorizzata. All’aeroporto, ho pianto come una bambina, salutavo la famiglia e piangevo al security point, ho pianto per almeno 3 delle 9 ore che mi hanno portata a New York. Sentivo che forse non ero pronta ad andare da sola dall’altra parte del mondo, che il mio inglese non era abbastanza buono e che non mi sarei mai integrata. Che sicuro la mia hostfamily non mi avrebbe accettato, che i bambini mi avrebbero odiato. Come le abbiamo sconfitte? Affrontandole, all’aeroporto a NY mentre io mi impanicavo nell’attesa di prendere il mio volo e conoscere la mia hostfamily, un ragazzo, che poi diventerà il mio primo amico americano, mi rivolge la parola chiedendomi che gruppo ero? Immaginatevi io? Quale gruppo? Eh si, perché United Airlines per imbarcare i suoi passeggeri li divide in gruppi. Insomma. a primo impatto tutto bene, gli americani si sa, sono molto alla mano. Avere qualcuno con cui condividere le proprie paure, giova sempre. L’arrivo ad Atlanta ed e i primi giorni sono stati un po’ duri, i nani non erano ovviamente abituati ad avere una nuova Au pair. Io nel frattempo imparavo a guidare una macchina enorme, che era considerata la più piccola della casa. E scopro che i 2 dei 4 nani di cui mi prenderò cura, hanno dei disturbi del comportamento e prendono delle medicine (che gli do io, ogni mattina) per poter seguire le lezioni a scuola e restare calmi.

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Quando ad aprile dell’anno scorso l’amica che sarebbe dovuto tornare con me in Scozia mi ha dato buca (non per colpa sua) mi sono ritrovata ad un bivio: partire da sola per tornare all’estero e lavorare oppure tornare con la coda fra le gambe nel mio vecchio posto di lavoro e riprendere la stessa vita che sognavo di abbandonare? Messa così sembra una scelta facile ma non lo era. Io amo le comodità, lo ammetto, ed avere un lavoro dove entri alle 11:30 del mattino è oggettivamente comodo. Però volevo anche provare qualcosa di diverso, di completamente diverso e soprattutto volevo mettermi alla prova. Così sono partita, ho preso per la prima volta un volo da sola, sono stata per la primissima volta in vita mia a Londra ed ero sola, ho preso la metro all’estero da sola, ho pianto nel bagno dell’ostello perché pensavo di non farcela ma poi mi sono motivata, da sola. E ripensandoci adesso, mentre rispondo a queste domande, vorrei poter tornare indietro alla me di molti anni fa, darle una pacca sulle spalle e dirle di non avere paura, perché dentro abbiamo tutta la forza che ci serve.

5) Quale è stata l’avventura più brutta e quale l’episodio più bello vissuto all’estero?

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Cose davvero brutte non ce ne sono state, cioè pensandoci non mi viene in mente nulla che possa rientrare nella definizione. Forse quella volta che ho sbagliato a calcolare il percorso e camminato per più di un’ora a piedi con lo zaino sulle spalle in una città sconosciuta, senza contanti per comprare il biglietto. L’episodio più bello vedere Drumnadrochit imbiancata dalla neve perché sembrava un villaggio fatato.

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Non mi sono mai trovata in situazioni veramente brutte o pericolose, la cosa “peggiore” è stata passare Natale dell’anno scorso, completamente sola, a fare un trasloco. Cose belle successe sono tante ma in primis le amicizie che ho trovato, dall’università in poi, che ancora mantengo. A Gennaio 2019 sono tornata in NZ per un matrimonio e rivedere i miei capi, colleghi e amici è stato bellissimo.


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Avventura più brutta? Stavo guidando, portavo i nani a scuola, i genitori erano volati alle Bahamas per una vacanzina e io avevo il controllo dei miei 4 bambini e delle casa con gli altri 3 animali annessi, insomma big step! Sto guidando, stiamo andando a scuola, I’m really proud of myself perché è tutto perfetto e siamo in orario quando uno dei nani decide di schizzare e litigare con il fratello, stanno litigando ma siamo quasi arrivati a scuola… al che il fratello grande trova un libro in giro e decide di sbattere in faccia il libro al fratellino, che ovviamente inizia a piangere mentre gli cade in mano metà di un dente. Siamo esattamente davanti all’entrata della scuola e i genitori sono in volo per le Bahamas. Io non ho il numero del dentista perché insomma mica ti immagini una situazione del genere… chi ci ha pensato a chiederglielo! È il mio terzo mese ad Atlanta e il mio inglese è ancora molto limitato. Me la sono cavata alla fine, ma è stata una di quelle esperienze che ti fa pensare: se sopravvivo a questo posso sopravvivere tutto. #girlspower! Esperienza più bella? Tante, tantissime! La mia bambina che mi chiama sorella e le manco quando sto via il weekend. Thanksgiving al mare in Florida, davanti ad un bond fire, un tramonto e some junk food americano, le cene thailandesi dove ti cucinano davanti, con i bambini che sono stupiti di te che non hai mai mangiato thailandese e ti devono far assaggiare tutto, i viaggi e i mille posti spettacolari, i parchi nazionali, i 25 giorni con lo zaino in spalla da sola in giro per l’America, tutte le persone straordinarie che ho conosciuto. La voglia di conoscere, la curiosità degli americani. E il loro considerarsi italiani anche se l’italiano non lo parlano e non ci sono mai stati in Italia. Il sentirsi always welcome no matter where you come from. Vedere la mia famiglia dopo 13 mesi.

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Sai che mi sto sforzando per isolare due esempi? Non riesco a ricordare un’avventura che possa veramente timbrare come brutta, vorrei usare il termine spiacevole. Come quelle volte in cui nel B&B succedono casini e la gente viene da me a chiedere di metterci una buona parola con la proprietaria, oppure quando la gente combina qualcosa ed io ci finisco in mezzo perché sono la più “anziana” fra le helpexer. Queste più che essere cose brutte sono cose fastidiose, cose che se vuoi ti fanno anche arrabbiare, però alla fine passa tutto, un po’ come vivere in famiglia. Per quanto riguarda l’episodio più bello direi che possiamo infilarci ogni volta in cui qualcuno mi ha dimostrato della stima. Penso non ci sia niente di più bello che sentirsi stimati ed apprezzati dove si vive e dove si lavora.

6) Mi racconti il tuo percorso? Dove hai vissuto da quando hai lasciato l’Italia?

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Mi sono trasferita all’estero da sola nel 2017, a Milverton, un villaggio nelle campagne del Somerset, con tappe intermedie a Bristol e Newport, come volontaria in un’azienda agricola che produceva piante officinali. È stata la prima vera boccata di libertà e ce la faccio anche da sola; ed è stato bellissimo. Poi Highlands a febbraio 2018, con un’amica che dopo quel viaggio è diventata ancora più amica, come housekeeper in un B&B vicino a Lochness. Quello è stato il viaggio che mi ha dato la scossa, perché già mi piaceva la Scozia, lì ho capito di volerci vivere. Infine, il 5 novembre 2018 ho preso il volo di sola andata per Edimburgo, dopo aver lasciato il lavoro che avevo iniziato a giugno e che era più o meno stabile. Ero in pieno burn out e avevo bisogno di scappare dal casino che avevo intorno e dentro. Mi sono detta, o adesso o mai più: avevo qualche soldo da parte e nulla che mi bloccasse in Italia. Mi sono sentita una persona nuova. Sono una persona nuova, anche se sono di nuovo in Italia per adesso, so che la Silvia che ha preso quel volo non è la Silvia che sta rispondendo a queste domande.

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Mi sono trasferita all’estero da sola a 28 anni. Ad l’Essex in 3 anni mi sono laureata in Scienze animali e produzione animale. Volendo lavorare in agricoltura ma senza nessuna conoscenza o background nel settore, mi sono iscritta ad un’agenzia che mi ha aiutata a trovare lavoro come apprendista contadina in Nuova Zelanda. Lì ho lavorato quasi un anno in un’azienda agricola per la produzione del latte, ed è stata un’esperienza incredibile. Alla fine dell’anno ero però pronta a tornare un po’ più vicina a casa ed ero anzi piuttosto determinata a trovare lavoro in Italia e fermarmi. Purtroppo, in patria non c’è mai stato nemmeno un colloquio e alla fine ho trovato lavoro in Irlanda come rappresentante. Giravo per le fattorie e tentavo di vendere integratori per gli animali, con scarso successo, tanto che l’esperienza è finita in meno di 1 anno. L’ultima tappa è stata la Scozia, dove ho iniziato a lavorare di nuovo con le mie amate mucche, sempre come aiutante nella mungitura e l’allevamento dei vitelli. Purtroppo a settembre 2018 sono stata trasferita in una azienda agricola dove mi hanno fatto rivalutare le mie priorità, al punto di decidere per un nuovo cambiamento radicale: ora lavoro nell’industria del whisky e sono davvero felice.

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Tappe? Dopo i 13 mesi un po’ ad Atlanta e un po’ in giro tra Messico, Canada, ho deciso che bisognava testare se questo inglese era effettivamente migliorato, così ho deciso di fare IELTS, scoprendo che, sorpresona, ho un C1! Huhuhuhuh! Dopo il mio anno in America, la mia hostfamily si aspettava che io estendessi e restassi con loro per almeno altri 6 mesi ma io ero stanca, l’inglese ormai lo sapevo, sentivo che ero cresciuta, cambiata, il corso al college era finito e a me iniziava a stare tutto un po’ stretto. Quindi decido di tornare in Italia, solo per un po’ giusto il tempo di farsi coccolare, con in mente di trovare un lavoro mettere da parte qualche soldino, nell’attesa della nuova esperienza. In Italia, beh, non mentirò: è stata dura riadattarsi, durissima. Di fatto lo dicono tutti, andare è facile, perché tutto è nuovo e l’adrenalina ti aiuta. Tornare è tutta un’altra storia. Per i primi 4 mesi dal mio ritorno, ero convinta che tornare fosse stata una scelta terribile. Sbagliata, sconveniente. In Italia, un lavoro degno di essere chiamato tale… per me, non c’era. Mi proponevano solo stage in cui venivo pagata una miseria, meno di 5€ l’ora, in una città dopo il cappuccino lo paghi 2.80€, mi sentivo demoralizzata e arrabbiata. Ero così contenta di essere tornata nella mia amata Italia! E così mi ringraziava? Così dopo aver avuto mesi di sconforto, ho deciso di andarmene. All’università in Italia non c’ero già entrata l’anno prima, che a quanto pare 80 come voto della maturità per mediazione linguistica a Milano, non era abbastanza. L’inglese ora lo sapevo, e quindi ecco che inizio a mandare application ovunque, in Scozia, in Danimarca ho persino considerando l’Olanda. Una volta accettata all’Universitá in Scozia, sono partita di nuovo per l’estero da sola.

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Il mio viaggio ad essere sinceri non è stato molto lungo. La Scozia è stata la mia prima trasferta e per adesso anche l’unica. Ho subito trovato un ambiente accogliente, persone generose e gentili pronte a darmi una mano ed eventualmente anche un posto dove stare. Non so se resterò per sempre qui, nella mia testa in un angolo c’è l’idea di tornare in Italia, ma solo quando sarò abbastanza forte e sicura di me, quando sentirò che tornare è la cosa giusta per me senza sentire il peso di aspettative esterne. Per adesso sto bene qui, ho meno pensieri e qualche certezza in più. Sono decisamente contenta di aver preso quell’aereo un anno fa.

7) Dopo esserti trasferita da sola all’estero, cosa sogni per il tuo futuro?

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Sogni materiali e facilmente realizzabili: tornare in UK subito dopo la magistrale e stabilirmici definitivamente. Se posso sognare in grande, invece: se continuerà a piacermi così tanto la recitazione (tra le cose pazze che ho iniziato a fare dopo essere tornata in Italia, c’è un corso di teatro che mi sta piacendo da matti!) vorrei provare ad entrare in una drama school, magari a Glasgow o Cardiff. Nel mentre, il sogno nel cassetto che coltivo e coccolo da anni e che ora prende forma, è pubblicare il romanzo che ho scritto. Magari migliorerò abbastanza per poter scrivere in inglese.

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Fermarmi in un posto per quasi 3 anni è assolutamente un record per me (gli anni dell’università non contano) e sono molto felice di dove sono e quello che faccio, la Scozia è diventata la mia seconda casa. Per il momento continuerò su questa strada però sono una zingara di animo e non escludo in futuro di spostarmi ancora. Credo che l’industria del whisky sia un settore dove c’è possibilità di crescere molto quindi leggo, studio, mi informo e tengo gli occhi aperti, se ci saranno opportunità interessanti non ci penserò due volte e manderò il mio cv.

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Per ora studio a Edimburgo e adoro tutto, i professori sempre così disponibili, i charity shops, le associazioni che cercano di aiutare e vengono in università per farsi conoscere, perché l’informazione è tutto. Il senso di community che c’è intorno. Il fatto che qui tutti fanno un po’ di volontariato, anche per l’università. La rappresentano, perché sanno che gli ha dato molto ed è giusto dare indietro qualcosa. In programma c’è già un internship all’estero e un Erasmus al terzo anno. Il sogno? Viaggiare, esplorare, imparare nuove lingue, ubriacarsi di persone, non fermarsi mai, davanti a nulla. Un lavoro part-time che mi soddisfa e mi piace da morire, l’ho trovato, in meno di un mese dal mio arrivo, e mi hanno fatto subito il contratto e che ve lo dico fare non da stagista, in due settimane lavoravo, da sola. Insomma, molto bene, considerando che l’inglese non è la mia lingua madre e qui non sono americani, ci tengono all’accento. 

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Non ho la minima idea di cosa mi riservi il futuro. Non scherzo, per il mio modo di fare vivo molto alla giornata, anche se delle volte mi rendo conto che pianificare almeno due cosette non mi farebbe male. Diciamo che ci sono un paio di progetti che potrebbero prendere vita a primavera, di più non posso dire anche perché non c’è niente di certo, solo la mia indecisione. Il sogno nel cassetto è quello di potermi fermare e dire a me stessa “Sto bene così”, voglio avere quella sensazione di tranquillità e benessere che per adesso non riesco pienamente a provare. Che sia qui in Scozia o in Italia poco importa.

8) Cosa puoi dire ad una donna che vuole trasferirsi all’estero da sola?

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La paura è normale, e non passa mai del tutto. Ma non permettetele di bloccarvi. Prendete quell’aereo, prenotate quel viaggio, comprate il biglietto di sola andata per quella città che vi piace tanto: se non sarà all’altezza delle vostre aspettative, mal che vada tornerete indietro con un’esperienza in più. Ma se andasse bene, potrebbe cambiarvi la vita.

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Avrei sempre voluto trovare qualcuno con cui condividere viaggi, trasferimenti, vita all’estero, ma non è stato il mio caso. Non per questo ho rinunciato, anzi, ho imparato a fare tutto da sola e a cavarmela. Non aspettate il momento perfetto o la persona giusta a fianco, se avete davvero desiderio di cambiare o di partire, fatelo! La ricompensa c’è sempre e anche se dovesse andare male, si può sempre tornare in Italia. Buona fortuna!

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Partite, andate, a volte sarà difficile ma ne sarà sempre valsa la pena. Anche solo per le persone che conoscerete, per l’autostima dentro di voi che sentirete crescere giorno dopo giorno. Con la consapevolezza di averci provato fino alla fine, fino all’ultimo. Fatelo per voi stesse, ma se nel caso avesse bisogno di un fattore esterno che vi sproni, allora fatelo per quella persona che c’è sempre nelle vite di tutti, quella che deve sempre buttare giù gli altri, che vi deve dire che non ce la farete e che se ce la fate, siete state solo fortunate… come quel ragazzo, nel mio caso. Leggete, informatevi perché l’informazione e l’organizzazione sono le basi per il successo. Poi impacchettate le vostre quattro cose e partite, andate. E non dimenticatevi l’entusiasmo! 

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Avere paura è normale, mi viene in mente una citazione di Doctor Who “La paura è un superpotere”. Io ero terrorizzata quando ho preso per la prima volta l’aereo da sola, sapevo dove stavo andando – all’estero da sola – ma ero comunque terrorizzata. L’importante è saper usare quella paura. Non voglio dirvi che è facile, perché non lo è, io ho impiegato anni ad uscire dalla mia comfort zone e ho dovuto chiedere aiuto. Però ecco, credo che partire da sole, che sia per una vacanza o per espatriare, sia una delle esperienze più belle che si possano fare. Quando viaggi da sola devi per forza ascoltare te stessa, non ci sono compromessi da fare con genitori o fidanzati, se vuoi uscire esci, se vuoi stare tutto il pomeriggio in camere puoi farlo senza che qualcuno ti faccia notare che secondo loro stai sprecando tempo, anche perché il tempo che passiamo con noi stessi non è mai sprecato. Viaggiare da soli, come anche vivere da soli, aiuta a conoscersi meglio. Lo so che sembrano frasi fatte ma è la verità, almeno da quello che ho sperimentato e sperimento tuttora. Per concludere, prendete la vostra paura a piene mani e trasformatela in qualcosa di bello. Non deve essere per forza un viaggio dall’altra parte del mondo, può essere anche solo un weekend in quella città a due ore di treno da voi, ma fatevi questo regalo e provate a darvi una possibilità. Ne vale la pena.

Queste erano le storie di quattro donne che in fasi diverse della vita si sono trasferite all’estero da sola, trovando uno spazio e delle risposte. Resteranno? Torneranno indietro? A mio parere queste sono le domande meno interessanti in questa narrazione che ci ricorda semplicemente che tutte possiamo prenderci e portarci via, provare ad andare e a ricominciare da noi, scoprendo che il centro del nostro mondo eravamo sempre state noi.

Se una storia vi ha particolarmente toccato, se in una di queste storie vi siete riconosciute e ritrovate o se avete ulteriori domande da porre alle nostre ospiti, ecco dove trovarle: Silvia, Bianca e Francesca sono disponibili su Instagram mentre all’occorrenza posso mettervi in contatto con Giorgia.

Vi lascio con le fotografie che queste quattro donne hanno scelto per farvi sognare un poco, per ogni altra informazione, scrivetemi una mail o come sempre ci vediamo su Instagram e Facebook.

P.S. Che dici? Pronta a trasferirti all’estero da sola?

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Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

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È possibile trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni? Lo chiedo perché continuo a ricevere messaggi che suonano un po’ tutti simili e che si riassumono in questo: vorrei vivere all’estero, vorrei darmi una possibilità ma quel treno è salpato perché ho già una età.

C’è quindi una età ed una sola per trasferirsi all’estero?

No, non c’è ma non è qualcosa che ho sperimentato personalmente, la mia è l’esperienza di una che ha lasciato l’Italia a trent’anni in punto e anche se non è stata proprio una passeggiata, non c’è nulla che non rifarei, nulla che non vi augurerei di quel buono che ho sperimentato. Nulla che non possiate prendervi con l’impegno ed il visto giusto (che, vi ricordo, non vi servirà in Europa dove sarete cittadini e con la sanità garantita, da subito).  

Non me la sono però sentita di lasciarvi ascoltare solo la mia esperienza al riguardo e così sono entrate in gioco le tre donne favolose che quel salto sulla mappa a piedi pari, quello dopo i 40 (ma anche dopo i 50!), lo hanno fatto e che nella loro generosità hanno deciso di partecipare a questa intervista per aiutare gli indecisi a fare chiarezza.

Vi presento Barbara partita a 45 anni per la Baviera (ora lavoratrice dipendente), Rossella arrivata a Malta quando aveva 50 anni (ora libera professionista) e Giliola, una cinquantasettenne che sette anni fa si è trasferita con il marito in Repubblica Ceca (dove ha aperto il suo negozio).

Queste sono le loro storie e sono tutte diverse, ve le lascio nella speranza che possano aiutarvi a prendere una decisione e realizzare che non è mai troppo tardi quando vuoi qualcosa.

Ciao e grazie per questa intervista. Posso chiederti chi eri in Italia e cosa ti ha fatto scattare l’idea di trasferirti all’estero a quarant’anni o più ?

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Sono Barbara, originaria di Roma, oggi 48 anni e 3 anni fa mi sono trasferita con marito e figlio in Germania. In Italia lavoravo da anni nel recupero crediti con notevole stress. Per il tipo di lavoro e per la qualità di vita che avevamo, non eravamo soddisfatti, ma due lavori a tempo indeterminato ci frenavano e facevano accantonare il desiderio di tornare all’estero, dove avevamo vissuto per tre anni una decina di anni prima. Poi nel giro di sei mesi, la sede della società per azioni per cui lavoravo chiuse i suoi uffici di Roma e licenziarono tutti, compresa me, mentre mio marito fu messo in pensione anticipata. A quel punto tutti i timori e la paura del grande salto ci parvero meno spaventosi dello scenario che di lì a poco, si sarebbe aperto per noi. Due quasi cinquantenni senza nessuna prospettiva lavorativa ed ancora un sacco di sogni da realizzare.

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Non amo raccontare tanto di me stessa ma ci provo. Sono nata ben 56 anni fa nella fredda, grigia e nebbiosa provincia di Milano e, dopo una laurea in legge e un titolo di avvocato, ho iniziato a lavorare alternandomi tra Milano e le sponde del lago di Lecco prima in studi legali e poi negli uffici legali di grandi aziende. La passione per i viaggi mi ha portato a girare per conoscere il mondo e non mi sono neppure fermata quando è nato mio figlio, imbarcato su un aereo già a pochi mesi per iniziare ad aprire i suoi occhi verso realtà diverse. Da un po’ di tempo mi sentivo stretta in una vita monotona con le sue quotidianità, priva di stimoli ed energia nella sua routine, stressata nel pendolare tra casa e Milano ogni giorno. Forse questo ha fatto scattare velocemente la molla per una scelta diversa, prima inconsciamente e poi sempre più consciamente desiderata. Alla bella età di 50 anni, dopo due notti insonni e tormentate (ti assicuro che non ho impiegato più tempo per prendere la decisione) dove la sicurezza del lavoro stabile, gli affetti familiari e gli amici facevano la lotta con il desiderio di partire verso nuove strade e nuovi progetti, ho riempito una valigia e mi sono trasferita insieme a mio marito a vivere a Malta.

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Sono Giliola ho 57 e sono emiliana ora expat in Repubblica Ceca da sei anni e mezzo. In Italia facevo la stilista di moda come free-lance da oltre 30 anni. Io e il mio compagno abbiamo deciso di trasferirci per motivi di lavoro… di lui. Io come free-lance non stavo vivendo momenti felici, perciò l’opportunità di lavoro del mio compagno, ci sembrava una bella occasione per lasciare l’Italia.

Per i giovanissimi qualche volta i familiari, con le loro paure o pretese, sono un deterrente a partire. Come hanno reagito invece le tue persone quando hai detto che lasciavi l’Italia per vivere all’estero?

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Quando comunicammo la nostra decisione alle nostre rispettive famiglie non furono sorpresi e ci appoggiarono in pieno. Qualche amico e qualche conoscente ci prese per pazzi. Avevamo un figlio preadolescente, un mutuo da pagare e per tanti, troppi anni sulla carta d’identità. Qualcuno pensò che fossimo incoscienti e che saremmo tornati presto con la coda fra le gambe. Noi ci tappammo le orecchie e ci stampammo un sorriso sulle labbra per mostrare i denti che tenevamo stretti.

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Il primo ad espatriare è stato proprio mio figlio all’età di 15 anni quando ha deciso di andare a studiare in UK. Il cuore di mamma avrebbe voluto trattenerlo ma sarebbe stata una scelta egoistica non offrirgli la possibilità di cogliere tutte le possibilità che il mondo ci offre. Qualche anno dopo siamo espatriati anche noi con una scelta personale, convinta e consapevole.
Di certo a 50 anni si ha la maturità per prendere delle decisioni senza lasciarsi influenzare da critiche o perplessità da parte di altri. Questo non vuol dire che le scelte sono facili perché lasciare dei genitori anziani, dei familiari e degli amici di lunga data non è mai semplice. Del resto la distanza è breve visto che Milano è solo ad un’ora e45 d’aereo da Malta e la nostra casa è sempre aperta per chi ci viene a trovare.

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Io non sono giovanissima e per questo ho (avevo, visto che il papà non c’è più da 3 anni) genitori anziani. Quando abbiamo comunicato alla mia famiglia (compresa sorella + grande di 13 anni) la decisione di trasferimento all’estero nessuno ci ha ostacolato. Mia mamma, che ora ha 92 anni, mi ha stupito incoraggiandomi e dicendomi bellissime parole (anche lei negli anni 50 con mio padre e mia sorella piccola, erano emigrati in Francia per lavoro). Espatriare con i genitori anziani non è facile ma posso dire di essere stata fortunata ad avere una sorella che si è presa cura di loro.

Come hai scelto il tuo nuovo paese e pianificato il trasferimento all’estero?

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Dopo aver deciso di andarcene, prendemmo in considerazione tre diverse destinazioni, ma alla fine decidemmo per ritornare in Germania. Ci mettemmo a tavolino e preparammo un piano d’azione per tutte le pratiche burocratiche. Iniziammo a contattare qualche amico tedesco per farci un’idea sulle opportunità di lavoro del posto. Mio marito frequentò un corso per pasticcere, ma nel frattempo inviò anche, senza alcuna speranza, la sua candidatura per un posto nell’organismo internazionale presso il quale aveva prestato servizio da militare. In piena estate, con 35 gradi in casa e con i vicini che ristrutturavano casa con il martello pneumatico, sostenne un colloquio telefonico in inglese e tedesco. Nessuna agenzia immobiliare rispondeva alle nostre e-mail per avere informazioni su appartamenti da affittare. Eravamo pronti a ricominciare da zero e a fare qualunque tipo di lavoro per iniziare, purché ci permettesse di vivere e non far mancare nulla a nostro figlio. Un pomeriggio di metà luglio però, arrivò il messaggio con cui comunicavano che mio marito aveva vinto il concorso.

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Mio marito, da buon professionista esperto in materia, ha fatto una analisi di dettaglio di vari paesi per capire e valutare tanti elementi come la qualità della vita, il costo, la sicurezza, il sistema sanitario, l’efficienza e tanti altri fattori. Negli anni aveva già avuto contatti lavorativi con Malta ed aveva apprezzato la mentalità aperta, diretta dei maltesi, la loro internazionalità e concezione meritocratica tipica della cultura anglosassone. Malta è un paese efficiente e stabile, economicamente uno dei migliori in Europa, con una bassa struttura di costi e bassa fiscalità, un buon livello di sicurezza e un sistema educativo di stampo anglosassone. Quando mi ha proposto Malta, certa che lui avesse già considerato tutti questi aspetti, mi sono lasciata guidare dall’emozione. Ho pensato al clima e al mare, non di poco conto per due cinquantenni, alla vicinanza a Milano ed ai meravigliosi ricordi ed impressioni avute durante una vacanza due anni prima. Ho detto subito sì. Un sì che ha dato colore alla mia vita. I cieli azzurri, il mare blu, le case di pietra gialla che risplendono al sole. E’ stato amore a prima vista con Malta. Lui ha viaggiato per i primi 3 mesi per pianificare tutto, scegliere dove cercare casa e trovarla mentre io davo le mie approvazioni dopo aver visto foto e filmati, fare tutte le necessarie pratiche burocratiche e poi siamo partiti.

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Il paese, nello specifico Telč è stato scelto perché è qui che c’è il Centro di Ricerca dove lavora il mio compagno. Il trasferimento lo ha fatto prima lui, per trovare una sistemazione, dopo 2 mesi l’ho raggiunto io. Non ci siamo mai trasferiti definitivamente, nel senso che ci siamo trasferiti con il necessario. In Italia avevamo un appartamento che poi abbiamo venduto ammobiliato. Tutto quello che era nell’appartamento ora è in un deposito. Qui con noi abbiamo portato poco alla volta un po’ tutto quello che ci serviva, con l’auto.

Una volta emigrata cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo, rispetto all’Italia?

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La Germania, anzi la Baviera, che abbiamo ritrovato è ancora efficiente e ricca. I servizi funzionano molto bene e dove abitiamo c’è uno spiccato senso civico e zero criminalità. Abbiamo dovuto abituarci ad un clima molto rigido (arriviamo anche a -18° in inverno), affrontare le difficoltà linguistiche e comprendere le tante differenze culturali, ma dopo tre anni posso dire che rifarei tutto e che ne è valsa la pena.

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Malta mi ha rimesso in gioco, mi ha ridato la voglia e l’energia di fare sia sul piano personale che lavorativo. A Milano vivevo nell’insoddisfazione della quotidianità di un lavoro svolto da anni senza più interesse o motivazione. Qui mi ritrovo ad accompagnare i clienti nella realizzazione di progetti di vita, di lavoro o di studio. Seduti per un caffè davanti al mare a chiacchierare di business, di normative, di come sfruttare al meglio un corso di inglese e abbinare un’esperienza di vita e lavoro all’estero, ha tutto un altro fascino. Mi ha colpito, o forse è meglio dire ero disabituata, dalla burocrazia semplice alla possibilità di trovare risposte dalla pubblica amministrazione con una telefonata o una mail, alla maggior chiarezza delle leggi senza complicazioni e rimandi continui. Apprezzo tantissimo godere del clima di innovazione , di apertura verso nuove realtà e progetti che si vive sull’isola. Progetti che poi riescono nella maggior parte dei casi a prendere vita. Questo clima, stare in mezzo ai giovani o meno giovani pieni di idee, entusiasmo e voglia di fare mi fa sentire ancora giovane! Ovviamente mi piace tanto di Malta anche quel mix di cultura e bellezze naturali che è in grado di offrire. Qui puoi andare al mare in baie suggestive e fondali stupendi ma puoi anche perderti alla scoperta della sua storia, di siti millenari, di cittadine medievali, di palazzi barocchi. I miei amici mi dicevano che era un’isola troppo piccola ma in realtà non finisci mai di scoprirla. Poi ci sono tanti voli che la collegano con diverse destinazioni per un viaggio anche solo nel week end o vacanze più lunghe. Dopo il lavoro o nella pausa potersi permettere una fuga al mare per una nuotata o una passeggiata al tramonto, andare a pescare, cenare in spiaggia sono esperienze ineguagliabili anche per una nordica come me. Mi ritrovo ad avere più vita sociale qui che a Milano. Mi divido tra convegni e meeting di lavoro, eventi internazionali, manifestazioni, concerti, feste tradizionali. Malta mi ha permesso di scoprire il mondo, come dico io, perché ho la possibilità di conoscere persone di diversa nazionalità e questo è eccezionale. Ho rivisto il mio mappamondo, studiato tanti anni fa, e mi ritrovo spesso a cercare sulle mappe dove si trovano certe nazioni e a confrontarmi con la storia e le tradizioni di queste persone. Spesso organizziamo BBQ in spiaggia con gente diversa per un piacevole scambio di cibi, tradizioni e musica per stupende serate in riva al mare. L’altra faccia della medaglia: il traffico caotico nelle zone centrali (anche se del resto Milano non è da meno) e la mancanza di una cultura dell’andare a piedi o in bicicletta, l’assenza di un piano preciso di espansione del territorio che vede ora costruzioni ovunque, da una parte a migliorare vecchi edifici decadenti ma spesso senza un piano preciso di rispetto del paesaggio, di attenzione agli aspetti architettonici, di abbinamento tra vecchio e nuovo. A volte mi arrabbio anche per lo scarso rispetto per l’ambiente. Si vedono però alcuni movimenti tra giovani e meno giovani sempre più attivi a difesa di questi aspetti e sono convinta che a Malta non sia difficile cambiare mentalità, se si vuole, in tempi abbastanza brevi.

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In positivo mi ha colpito il paesaggio, la natura prorompente e la tranquillità di questo piccolo paese (circa 6000 anime). In negativo, la difficolta della lingua (che anche ora non parliamo bene, direi che siamo ai livelli base), la diversità culturale delle persone e il cibo (per noi italiani credo che in ogni parte del mondo, il cibo italiano ce lo sogniamo anche di notte) Un altro aspetto molto negativo è non aver legato con persone del luogo tranne una persona che, parlando bene italiano frequento. La barriera linguistica è forte.

Di cosa ti occupi ora e come ti sei reinventata una volta trasferita all’estero?

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Dopo circa 6 mesi dal nostro arrivo, ho iniziato a lavorare in una struttura ricettiva con un contratto di mini-job che prevede un compenso massimo di 450 euro mensili, nessun contributo e/o assistenza sanitaria, ma la possibilità di non dichiararlo al fisco. A distanza di un anno mi hanno proposto di essere assunta a tempo indeterminato, con tutte le tutele e stipendio migliore. Lavoro part time in cucina e servo ai tavoli. Nel frattempo, ho frequentato un corso di tedesco ed in futuro, migliorando l’uso della lingua, spero di avere l’opportunità di trovare un nuovo lavoro.

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Qui ho potuto mettere a frutto innanzitutto la mia precedente esperienza professionale di più di 25 anni nel settore legale, ho ottenuto il riconoscimento del mio titolo di avvocato e sono partner del progetto Maltaway, che offre una consulenza professionale a 360 gradi ad imprese e persone che vogliono trasferirsi all’estero. Noi seguiamo i clienti per portarli a delle scelte personali consapevoli e per guidarli nella realizzazione ed affiancandoli nelle fasi burocratiche, legali e fiscali. Malta è un paese che ha profonde radici culturali inglesi e pertanto vale la meritocrazia. L’isola vuole attirare persone che hanno voglia di fare, che hanno idee, progetti e affidabilità. A Malta non è difficile trovare lavoro, anche qualificato se si ha una buona base di inglese e delle competenze interessanti, oppure aprire un’attività autonoma grazie alla facile burocrazia e al sistema fiscale agevolante. Qui ho potuto anche mettermi in gioco nelle mie passioni, e forse questa è la parte che mi piace di più, e sono anche la responsabile del settore education per corsi di inglese e viaggi a Malta. Realizzo progetti per manager d’azienda o professionisti che vengono sull’isola a migliorare il proprio inglese, ma anche per ragazzi o ultracinquantenni desiderosi di apprendere la lingua. Mi piace soprattutto seguire e incoraggiare tutti quei giovani desiderosi di iniziare un’esperienza di studio o lavoro all’estero, partendo da un corso di inglese per 2 o 3 mesi, che spesso poi si traduce in una permanenza più lunga sull’isola. Mentre districarmi tra nuove leggi mi risulta ancora semplice, le conoscenze informatiche sono ancora in gran parte sconosciute ma nonostante ciò ho voluto creare un mio sito che non fosse la classica vetrina professionale statica, ma che avesse più dinamicità, spunti, riferimenti, idee, consigli, suggerimenti ed esperienze e… tanto colore. Mi diverte molto scrivere sul blog, anche se non sono una scrittrice, e narro di Malta ma anche di esperienze di viaggio personali e suggerimenti e consigli per lo studio della lingua inglese. Del resto anch’io mi sono ritrovata in un paese di lingua inglese e mi sono rimessa in gioco a studiare la lingua a 50 anni tornando anche sui banchi di scuola insieme a tanti ragazzi più giovani di me. Con qualche paura e difficoltà ma sempre con il sorriso e la gioia di condividere questa esperienza. Questa passione per la scrittura e l’amore per l’isola, mi ha portato anche a scrivere, insieme ad un’amica, una guida di Malta “Che senso ha Malta? Una guida insolita attraverso i 5 sensi, tra il giallo e il diavolo, mela!!!“. Più che una guida è un racconto attraverso gli occhi di chi vive sull’isola per scoprire gli aspetti più insoliti dell’isola e il senso di Malta, ma anche il senso del giallo, del diavolo e della mela. Se vi viene la voglia di scoprire il senso di Malta, venitemi a trovare. Devo dire che ho le giornate piene di cose interessanti da fare e di persone da incontrare, rigorosamente con vista mare ovviamente!

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Da 5 anni nella piazza di Telč (patrimonio UNESCO) ho aperto la mia Bottega. Mi sono reinventata a 51 anni. Creo gioielli artigianali, alternativi e contemporanei. Aprire un’attività non è stato complicato. Come prima cosa ho trovato uno spazio che i piaceva. Poi ho cercato una commercialista, che parlasse italiano e fortunatamente ne ho trovata una che lo stava imparando e aveva un’amica che invece lo parlava benissimo e ci faceva da interprete nei primi appuntamenti. Mi sono fatta spiegare cosa mi serviva. Ho aperto la partita IVA, non ricordo quanto ho speso, ma poco di certo. Sono andata nell’ufficio del mio comune per registrare l’attività commerciale senza spendere nulla e poco dopo avevo tutto per poter aprire la mia attività. Tutto qui è molto semplice e poco costoso, anche la vita costa meno che in Italia. Per quanto riguarda tasse: paghi se guadagni. Non esistono studi di settore o anticipi. Mensilmente devi pagare l’assicurazione sanitaria, che copre tutto, e il fondo pensione.

Come ci si trasferisce all’estero dopo i quarant’anni? Con quali forze e con quali debolezze?

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Credo che ognuno abbia la propria storia, che le esperienze vissute ti portino ad affrontare la decisione di partire in modo diverso. Da giovanissimi potrebbe prevalere un senso di maggiore libertà legata alla mancanza di legami e responsabilità, ma allo stesso tempo la scarsa esperienza potrebbe spaventare e far rinunciare. Il punto fondamentale per me è capire cosa si vuole per sé ed essere convinti che con un forte desiderio di ricominciare, forza di volontà e voglia di mettersi in gioco al 100%, si possa raggiungere l’obiettivo prefissato, indipendentemente dall’età e se si parta da soli o con la famiglia.

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A 50 anni non hai l’energia, la sfrontatezza, l’amore per il rischio di un ventenne ma hai dalla tua l’esperienza e la maturità personale e di lavoro accumulata negli anni che ti portano verso scelte più meditate, razionali e consapevoli. Non ci si lascia condizionare dagli altri, si è in grado di valutare e fare tesoro di suggerimenti e consigli, si è più responsabili e capaci di valutare i rischi, si sono già colte o perse tante opportunità, fatto errori e trovato soluzioni agli errori.

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Io sono emigrata con tanta voglia di farlo, anche se dopo quasi 7 anni un po’ stanca lo sono. Per emigrare a 51 anni ci vuole molta forza di adattamento e soprattutto non abbattersi ai primi ostacoli. Tante volte mi sono detta “ma cosa ci faccio qui?” e poi tornavo nella mia Bottega e tutto passava. La mia attività mi dà la forza di rimanere. Il rapporto con il mio compagno è forte e questo ci ha reso ancora più uniti di prima.

Un consiglio per chi vorrebbe trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni ma teme che quel treno sia salpato e che ci sia una età per tutto.

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Penso anche che se si pensa di partire, il sogno sia già ben chiaro e che ognuno meriti almeno di provarci a realizzarlo. Se davvero, all’estero fosse possibile avere una migliore qualità di vita, perché rinunciare senza provare, solo per la paura di fallire e tornare a casa? Noi siamo stati fortunati? Forse, ma abbiamo aiutato la fortuna a trovarci. Abbiamo rischiato, sofferto, lavorato duro, creduto in noi stessi e nelle nostre capacità, scommesso su di noi ed oggi siamo qui. Non posso dire che tutto sia stato facile o che lo sia tuttora. Ci sono i problemi lasciati in Italia che vanno comunque affrontati e da lontano diventa tutto più complicato; i genitori che invecchiano e che avrebbero bisogno della nostra presenza; la nostalgia di tutto ciò che abbiamo lasciato. In più le difficoltà che hanno tutti a ricostruire una cerchia di amici in un posto nuovo, riuscire ad imparare una lingua ostica ed accettare ed integrarsi in una cultura profondamente diversa. Malgrado tutte queste sfide siano ancora in piedi e vadano affrontate ogni giorno, siamo convinti di aver preso la decisione più giusta per la nostra famiglia e che ne sia valsa la pena.

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Per lavoro ho contatti con persone di diverse nazionalità e quello che ho notato è che gli italiani sono eternamente indecisi. In tanti sognano di vivere all’estero e tanti prendono informazioni così per curiosità. La scelta, con tutta la consapevolezza necessaria, deve però essere seguita dall’azione. Lasciare il porto sicuro e salpare verso altri lidi non è certo facile, potrete leggere pagine e pagine, confrontarvi con altri, ascoltare diversi professionisti ma alla fine la scelta di passare all’azione è solo personale. Serve coraggio? Un po’ sì ma non così tanto in realtà, quello che serve è una forte motivazione. Non è vero che il treno passa una sola volta nella vita e che passa solo quando si è giovani, è banale da dire ma durante il proprio tragitto si può anche scendere, tornare indietro, prendere un treno diverso. Siamo noi che ci poniamo barriere, limiti e confini non i treni della vita!

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Non c’è un’età giusta per espatriare, ci vuole voglia di fare e curiosità. Io ne sono la prova a 51 anni mi sono reinventata in un paese molto diverso dall’Italia. Ci vuole volontà e soprattutto bisogna imparare la lingua del posto (io non sono un buon esempio).

Ringrazio Barbara dalla Baviera, Rossella (Facebook, Sito e Libro) da Malta e Giliola (Facebook, Sito e Instagram) dalla Repubblica Ceca per aver voluto condividere le loro storie.

Io vi aspetto nei commenti, su Instagram e Facebook per discuterne ma come vedete: trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni è possibile!

Agosto 2016 – Che fine ha fatto Ferragosto?

Agosto 2016 – Che fine ha fatto Ferragosto?

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Quando son partita mi sono detta quella cosa, sgradevole e rude da ammettere, sul non voler frequentare altri Italiani.
Dal mio paese sentivo la necessità di prendere le distanze e le mie radici le avrei volentieri estirpate.

Ho tenuto, in parte, fede a quella promessa fatta a me stessa.
Uscendo con amici provenienti da tutto il mondo e ridendo come una pazza, in un inglese che all’inizio si veniva incontro.
Ho iniziato a capire i loro accenti, imparato parole nuove grazie a loro e persino dai loro errori.

Durante quel nuovo inizio mi sono interrogata molto.
Sull’essere me.

Sono io questa?
Questa che parla male?

Sì, ero io lo stesso.
Venivo fuori.
Magari non capivo che un quarto dell’accento australiano, ma riuscivo sempre a strappare una risata a chi avevo di fronte.
E mi sentivo bene.
Me.

E’ stato bello capire di potercela fare, per davvero, lontana da casa.

Sarebbe mancato però qualcosa di importante senza i miei amici italiani, quelli incontrati all’estero, quelli dei caffè presi insieme e dei fiumi di parole.
In loro ho trovato molto di mio e tanto di più.
E l’ho trovato facilmente.

Senza fatica, senza pensare.

Di recente ho ospitato due amiche italiane che vivono in Spagna da tanti anni.
Una di loro mi ha riportato sul banco quello stesso discorso.
All’estero non ci si va per frequentare altri italiani.

O meglio, l’essere italiani non può essere l’unico collante.

Ed ha aggiunto una frase che mi ha fatta riflettere.
“Italiani non ne cercavamo, però è solo tra di noi che possiamo cantare la sigla di Pollon!”.

Vi sembrerà una cosa da niente.

Ma quanto aveva ragione.

E’ successo a me e forse sarà capitato a voi.
Ho sentito le mie radici urlare dentro di me, in molte occasioni, cercando un’occhiata immediata e complice.

Avrei voluto parlare dei film che ho visto, della musica che ho cantato in macchina, dei programmi radio che mi accompagnavano al mattino.
Di quella che sono stata per trent’anni.

Senza stare a spiegare l’inspiegabile.
In un botta e risposta veloce e complice.

E invece le uniche cose che qui immaginano un po’ di me, delle mie radici intendo, sono quelle relative al cibo.
Italian food, so yummy, pizza, lasagna e mac&cheese.

Noi Italiani siamo un popolo molto amato all’estero.
Siamo fortunati per questo, conoscono qualcosa di noi.

Quel qualcosa non mi basta.
Certe volte non mi basta.

Di Venditti che canta “Notte prima degli esami” non sanno nulla, nulla di quella melodia in radio ogni anno, nel mese di luglio, a salutare quel percorso che per i liceali si conclude ed in qualche modo inizia.
Sono di Roma e loro mi immaginano al Colosseo, un pezzo di storia che poche volte ha incrociato il mio camminare, ignorano invece la parte di me che conosce i film di Sordi, che si ricorda quelli in cui Verdone era giovane.
Non sanno che gli amici del Nord Italia per prendermi in giro mi dicono e lo pronunciano pure male.

Ignorano i tormentoni, i nostri detti, i nostri modi di dire.
Ignorano cosa fosse la quotidianità e la cultura condivisa di .

Le pubblicità che ti entrano in testa o una canzone odiosa come quella del “Pulcino Pio”, un libro di cui tutti parlano.
Persino Melissa P.
Qui non ne sanno niente.

E neanche di Belen, per fortuna.

Stando qui ho imparato tanto altro, ovviamente.
Ho imparato ad essere umile, curiosa ed aperta.
Ed ho imparato qualcosa di loro.
Dei loro giochi di parole, della loro cultura, dei loro modi di dire.

Questo è bello, incredibile, meraviglioso.

Ma come ho già detto, a volte non basta e vi mancheranno gli appigli, le basi in comune.
L’immediato.
La complicità, quella basica.

Quella che avete solo per il fatto di esser nati nello stesso posto del mondo.
Condividendo per questo qualcosa di sottovalutato ed immenso.

All’estero, dall’altra parte, il Natale sarà diverso, perché lo sarà, ma in qualche modo ci sarà.
Perderete però la Pasquetta, così come i discorsi sul tempo pazzerello e non farete nessuna lista della spesa per la grigliata con gli amici.
Non spingerete il carrello pieno per supermercati presi d’assalto alla vigilia.

Il primo maggio non sarete in piazza per il concertone e non avrete il day off al lavoro.
E non aspetterete di vedere dove capita il 25 Aprile, per chiedere il giorno e fare ponte.

Il carnevale non esisterà, così come non esisteranno frappe e castagnole.
O bignè di San Giuseppe.

In Italia, un tempo, ero alla scrivania con la mia collega preferita.
Tutte e due con il foglio delle ferie compilato per la stessa settimana estiva, in attesa di un’approvazione che temevamo non arrivasse.
Avevamo lo stesso ruolo e dentro di noi saliva la rabbia di fronte alla possibilità di non avere la settimana di agosto, quella che si incrocia con il 15, libera.
Quell’anno dopotutto ci andò bene e ricevemmo la grazia, le agognate ferie approvate ad entrambe.

Oggi sono qui, oggi sto scrivendo dalla Scozia.
Ed è il 15 Agosto.
Facebook mi ricorda di non aver passato un solo ferragosto in casa o al lavoro, riproponendo immagini di me in costume da bagno, sorridendo da qualche parte nel mondo.
Abbronzata e con gli occhiali da sole grandi.

Oggi invece sono qui nella città di Aberdeen, nella Scozia alta.
Ho le braccia scoperte, ma muoio di freddo.
Prima ho alzato gli occhi da quello che stavo facendo e ho pensato: “Dio Mio, è ferragosto”.

Ed io sto lavorando e nessuno attorno a me sa cosa voglia dire questo giorno di agosto.

Per quelli come me, lì dove ero una volta.

Serena, Scozia

Aprile 2017 – Come va veloce la mia vita vivendo all’estero

Aprile 2017 – Come va veloce la mia vita vivendo all’estero

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Un’amica mi raccontava di essere tornata in Italia e di aver percepito che nulla fosse cambiato durante la sua assenza, i suoi amici facevano gli stessi discorsi di sempre e andavano a cenare nei posti che avevano per anni condiviso.
Si stupì nel parlare, durante quegli incontri, di tematiche che aveva sentito affrontare in passato, quasi potendone anticipare le esatte parole.

Lo stesso aveva notato dai titoli dei giornali, dai commenti dei suoi parenti agli episodi di cronaca e dalle trasmissioni in TV.
Tutto sembrava congelato a cinque anni prima.

Lei invece sentiva di aver molto da dire di nuovo, avrebbe voluto essere un fiume in piena, ma si fermò, pensando che non ci fosse la curiosità di sapere chi fosse lei ora.
Le chiacchiere e l’intesa erano intatte finché si trattava, invece, di ricordare il passato che li aveva visti in montagna a sciare o insieme durante l’ora dell’aperitivo.

Eppure nelle vite dei suoi amici c’erano stati matrimoni, nascite e svariati cambiamenti lavorativi ma, si rese conto, forse era proprio la sua presenza ad ancorare tutti al passato.

Mi sono ritrovata un poco nel racconto della mia amica, anzi mi ci sono ritrovata moltissimo e non per gli amici. Infatti, quelli che incontro quando torno in Italia sono gli stessi con cui scambio messaggi settimanalmente, quelli dei quali voglio sapere sempre tutto e che chiedono di me con la stessa puntualità.

Mi ci sono ritrovata perché mi sembra che il tempo vada più veloce da quando vivo all’estero. O meglio, che nelle stesse ore io possa fare di più di quanto non facessi in Italia.

Vivere all’estero mi ha travolto, come le onde del mare che mi colpirono quando ero bambina, in Sicilia.
Quando rimasi sotto l’acqua, sberla dopo sberla senza sapere cosa ne sarebbe stato di me.
Ero incredibilmente lucida, pensando che prima o poi sarei salita a respirare di nuovo o che sarei morta così, per una nuotata incosciente.
Fui fortunata, mi ritrovai di nuovo con il naso fuori dall’acqua, piena di sabbia e sassolini addosso e con il pezzo sopra del costume completamente spostato da quel gran rotolare.
Fu grande la vergogna di aver mostrato quel pezzo di pelle dove, essendo bambina, non c’era proprio niente di niente. Soprattutto enorme fu il sollievo di aver respirato di nuovo, mangiando l’aria.
A pieni polmoni, facendo un gran rumore.

Vivere all’estero è quello che desideravo per me. Mi sento sempre sulle montagne russe ma, a differenza di quella bambina sott’acqua, sono io che ho le redini in mano durante questo folle up and down pieno di svolte improvvise.
È un’emozione essere straniera, a volte smarrita ma più spesso caparbia. E sentire che so dove sto andando e che sto facendo bene. So di tornare a casa alla sera stanca, molto stanca, ma sempre piena di idee e cose che voglio fare, che inizio e che porto a termine con piacere.
Che sento mi porteranno ciò che cerco.

La vita sta andando ad una velocità esagerata, le cose che succedono – anzi, le cose che faccio accadere – mi sembrano gigantesche, quasi a voler recuperare quanto mi rammarico di non aver fatto prima.

Ho traslocato un numero insensato di volte da quando vivo all’estero. La prima volta non pensavamo di poterci permettere il taxi e abbiamo trascinato un quantitativo incredibile di pesi con le lacrime agli occhi, intenerendo qualche passante e arrivando a destinazione con borsoni che si erano completamente lacerati per il gran trascinare. Lasciando uscire e rotolare a terra degli odiosi barattoli della Heinz, cibo per poveri che vorrei fosse bandito da casa mia ma che, mio marito, che si sente come uno uscito dalla guerra, continua a comprare.

Il ricordo dei muscoli dolenti non mi ha ancora abbandonato e dopo ogni trasloco avrei voluto avere meno cose con me. Invece eccomi qui, quasi tre anni dopo, con tutti i miei possedimenti a farmi compagnia in un bilocale graziosissimo. Con i miei troppi vestiti e la consapevolezza che presto traslocherò di nuovo, via da questo Paese per chissà dove, e dovrò rimettere tutta la mia vita dentro 30 enormi pacchi per poi ritirare fuori ogni cosa. Ripetendo tutto questo per non so ancora quante volte prima di trovare una casa che sia, non dico per sempre, ma almeno per un poco.

Lavori, ne ho cambiati veramente tanti. Non che in Italia vivessi proprio una vita professionale di routine, ma almeno riuscivo a stare nella stessa azienda tre anni, fosse anche solo per fare un briciolo di carriera.

All’estero, nel mio estero, i tempi sono stati diversi. Vuoi per esigenze legate al visto o per la facilità di trovare ogni volta qualcosa di meglio. Vuoi perché sapevo di volere di più e non mi sono voluta accontentare di posti che non erano per me.
Mi sono buttata, come non mai, per sopravvivenza certo, ma anche per desiderio di imparare, di provare e vivere di più, di integrarmi.
Sono stata cameriera in cinque ristoranti diversi poi di nuovo arredatrice per due giorni interi (!!). Ho fatto un provino per doppiare (un sogno realizzato per la me stessa ragazzina), poi chef (!!!) e mistery shopper in un paio di occasioni. Ho lavorato come assistente a disabili gravi per più di un anno e finalmente ho trovato un lavoro nel mio settore.

Per quanto riguarda gli amici poi, non ne parliamo. Ci sono quelli che vivono in Italia e che non sono secondi a nessuno. Secondi però non sono neanche quelli che all’estero sono stati il mio punto di riferimento durante questi anni, senza i quali non ci sarebbero state le risate, le esperienze e le confidenze delle quali avevo bisogno.
Senza di loro non ci sarebbero stati gli accenti tutti diversi ed i miei pregiudizi sarebbero ancora tutti intatti, privandomi di quel calore e di quei gesti che tanto mi hanno aiutata durante questa strada.

Prima di partire avevo le mie vacanze in qualche località esotica ad Agosto ed il mio week-end all’estero al primo ponte disponibile, come succedeva ogni anno.
Da quanto sono andata via ho preso un numero insensato di aerei, ma ben pochi per andare davvero in vacanza.
Ho invece trascinato la valigia per salutare persone che prima avevo sotto gli occhi ogni giorno, riempiendola di cibi che una volta erano pane quotidiano.
In volo mi sono fatta piccola durante le turbolenze, ho pianto ed ho dormito, esausta. Tornando verso Aberdeen mi sono, ogni volta, sentita di perdere qualcosa ma anche di tornare a casa mia.

Di cose successe ho perso il conto. Perché, se ricominci da capo, lo fai per davvero. Partendo dalle minuzie, dalle cose che credevi scontate. Impari di nuovo a parlare, a muoverti in un contesto sconosciuto, assaggiando sapori e cose mai viste prima.

E soprattutto di sliding doors, in questo mio estero, quante ce ne sono state!
Ho pensato che avrei potuto fare di tutto, ricominciare e provare ad essere ogni cosa, a volte anche solo perché potevo sognarlo e volevo lanciarmi, senza competenza alcuna.
Saremmo, io e mio marito, potuti essere un sacco di cose. Eravamo sul punto di studiare qualcosa che non ci piaceva solo per poter rimanere in Australia e appena arrivati lì abbiamo sognato di poter aprire un ristorante. Dentro al nostro piccolo letto, pensavamo agli allestimenti, alle pareti e al menù.
In quei sogni diventavamo ricchi alla svelta, evitandoci anni di travaglio. Avremmo potuto assumere mio fratello e tutta la sua famiglia per portarli via con noi, spianandogli la strada, realizzando così quello che è il desiderio di tanti che emigrano e non dimenticano cosa è veramente importante.

Prima ancora volevamo fare gli elettricisti (!!) e ancora prima far fruttare le nostre lauree Italiane.

Come esseri umani non abbiamo molto tempo a disposizione e alla fine non si può essere tutto ma, ecco, la mia vita è davvero cambiata vivendo all’estero.
Ho visto i miei passi come impronte colorate sul terreno, muoversi timidi ma pieni di speranza, poi correre all’impazzata, battere a terra spazientiti e camminare, tanto.
Arrampicandosi dove sembrava ci fossero divieti.

Prendendo un percorso che non sarebbe mai stato se fossi rimasta in Italia dove, probabilmente, ora cenerei negli stessi locali di sempre, mi lamenterei del mio lavoro e organizzerei le mie vacanze dal 10 al 20 di Agosto.
E andrebbe bene così.

Ma quella persona non sono più io e questo l’ho imparato vivendo all’estero.

Serena, Scozia

IL MIO NATALE CON TE

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Fortunata

 

Qualche Natale fa io ero distrutta e mi son ritrovata a cercare di rimettere in piedi ciò che avevo, senza tutti quei pezzi. Con mio marito siamo andati al cinema e abbiamo cucinato una grande cena ma non fu facile.

Negli anni successivi le cose sono andate bene, ero all’estero ed ho avuto la mia prima festa di Natale tra stranieri che si consideravano un po’ orfani, ho cucinato la lasagna nel microonde della nostra minuscola casa di Melbourne e sono stata da Dio.
L’anno dopo ho festeggiato il Natale all’estero, in Scozia, con le mie nuove tradizioni.

Ancora, sono tornata in Italia ed ho riabbracciato pezzi e tradizioni, piano piano, seppure troppe cose sono ancora diverse.

Sono tornata a Roma per Natale negli ultimi due anni ma il ricordo di quei Natali con mio marito lo porto nel cuore come qualcosa di bello e nostro, così al 24 Gennaio noi festeggiamo come fosse la vigilia, solo noi.
Ci scambiamo i regali, ci vestiamo da scemi e siamo noi, la nostra famiglia che si vuole tanto bene.

Non abbiamo avuto l’albero quest’anno, eravamo troppo presi da un semestre universitario da incubo ma ieri mattina ha suonato la fattorina e sono arrivati dei fiori per me, spediti da lui, che abbiamo usato loro a mo’ di abete, i regali in terra, tutti attorno al vaso.
Abbiamo cucinato la pasta al forno ed i fritti romani seguendo la ricetta storica della mia famiglia, una tradizione che tengo nel cuore, stravolgendola però che uova in casa non entrano più ed il marsala è stato sostituito dalla birra.

Abbiamo stappato il chianti e messo un film Disney, accocolati sul divano, sotto le coperte e ci siamo baciati tanto.

La maggior parte dei regali erano solo dei pensierini ma quest’anno mio marito mi ha stupito regalandomi un libro che in passato non mi ero autorizzata a comprare, sempre presa dall’ansia del prossimo trasloco da 30 scatoloni che presto ci aspetterà.
Quel libro, Adulthood is a Myth, non ricordavo neppure io di averlo voluto tanto e accorgermi, per l’ennesima volta, di esser stata ascoltata, mi ha scaldato il cuore e fatta innamorare un po’ di più.

Abbiamo deciso di essere solo io e lui ma la nostra famiglia è proprio bella e non delude mai.

Pensavamo di perdere tradizioni e radici andando via, ma ne sono spuntate di nuove.
Di belle e di nostre.

 

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I bigliettini di mio marito sono sempre speciali.

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Il nostro “albero” di Natale.

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La ricetta di famiglia.