Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale

Volevo fare la nomade digitale, nomade digitale, faccio come mi pare, scegliere dove vivere all'estero, dove vivere all'estero, expat blog
Lavorando sulle quote rosa.

Io piangevo e lui mi diceva “ma torneremo, vedrai che torneremo”.

Tutto questo succedeva su un aereo che dall’Australia ci portava a Bali e poi da Bali a Londra, che su quello che mi avrebbe portato ad Aberdeen mi sentivo carica come una molla e finalmente positiva.

La promessa che feci anche io, a me stessa, fu di non perdere mai di vista quell’obiettivo: studiare informatica per tornare in Australia dalla porta principale, con i contratti buoni ed il visto decente che sognavamo quando eravamo due Italiani con il Working Holiday Visa.

Il visto che ti permette di vivere e lavorare in Australia con appena 440 dollari Australia e di tornare a casa, male che vada dopo un anno, con una piccola fortuna in tasca ed il cuore pieno di cose fatte dall’altra parte del mondo.

Malgrado quella promessa e malgrado le lacrime, io lo sapevo che le cose cambiano quando passa il tempo. Lo sapevo che quel bel visto sarebbe costato tempo, soldi ed energie e che avremmo dovuto volerlo davvero tanto.

Sapevo che il mondo, persino l’Europa che non volevo vivere, era troppo grande e troppo bello per fermarsi a quella prima idea.

Ho iniziato a studiare, è andata bene ed ho iniziato anche a lavorare da remoto, da casa, producendo grafiche, contenuti e siti internet per la mia azienda.

Sono una freelance con ore garantite e adoro questa mia libertà.

La titolare mi ha più volte invitata ad essere assunta, malgrado a volte la compagnia non se la passi benissimo, e a trasferirmi ad Edimburgo dopo l’Università o lavorare da tutto il mondo, ancora per lei.

Dove sarai Serena, tu me lo dovrai dire prima o poi“, mi dice spesso, chiosando.
Ed io ho sempre risposto solo con la verità.

Non lo so“.

Aver studiato e aver lavorato mi mette nelle mani un grosso potere, quello di poter sperare di esser ricercata dalle aziende che vorrei, lavorare in proprio, dall’ufficio o digitando da una spiaggia persa da qualche parte, come nomade digitale.

Le possibilità c’erano e per questo ho immaginato me stessa prendere in mano la mia vita, il prossimo Dicembre e poco prima della fine dell’università, ed iniziare ad applicare, con mio marito, solo nei posti che ci piacevano.
Solo per gli annunci migliori ed intendo migliori per noi.

Gran Bretagna, Australia, Svezia, Danimarca.

Magari persino l’America di Trump, se fossimo proprio stati pazzi.

Avevo paura di quel momento ma fremevo per vivermelo, per avere quel potere di poter mostrare le mie carte e ciò che avevo fatto e poter tirare le somme e decidere.

Beh, è arrivata prima la conferma per un contratto a tempo indeterminato per mio marito, in un’azienda di qui che se l’è messo sotto l’ala dal giorno numero uno nel suo summer placement, quell’attività che consente di fare esperienza mentre si sta ancora studiando.

La sua azienda è una di quelle compagnie che punta sul benessere dei dipendenti, che offre da bere, che porta tutti al pub a pranzo, che organizza attività ed, in più, paga molto bene e regala bonus che neanche ti aspetteresti.

Lui ha lavorato duro, 10 ore al giorno, per ottenere questo posto e prima della mail con l’offerta non riusciva a dormire per la paura di non essere preso.
Ci teneva.

È finita, lo hanno scelto.
È stato capace, ha dimostrato il suo valore ed è stato premiato, proprio lui che uscirà con una first class ma NON dalle università migliori della Gran Bretagna, come i suoi colleghi, che diversamente da loro NON era nativo di qui e che diversamente da loro NON aveva iniziato a lavorare come programmatore appena vent’enne.

È partito svantaggiato eppure ce l’ha fatta.

Abbiamo il contratto sotto gli occhi e da Settembre 2019 vivremo ad Edimburgo, la città che amo e che ci ha coccolati per una estate intera, facendosi apprezzare e conoscere per la bellezza che è.

Purtroppo però, a me dispiace di aver perso quel potere di poter decidere a Dicembre, mandando candidature per il mondo.

Scegliendo l’offerta più pazza, più giusta, più vicina a noi.

Mi dispiace di aver notato, tra le persone che facevano il tifo per noi e quindi tra quelle che ci vogliono bene davvero, una piccola mancanza di considerazione per il mio lavoro e la mia ambizione, come se – tanto per cambiare – il lavoro di una donna fosse un hobby e non una fame che parte dallo stomaco, tocca il cuore e arriva alla testa.

Come se non fosse una spinta a fare ed emergere.

Mi dispiace di non poter essere la nomade digitale che avrei tanto voluto essere.

Ma chi vivrà vedrà, mi dico, passano gli anni e cambiano le cose e stamattina mio marito mi svegliava per dirmi che in qualche modo faremo, per stare bene entrambi, che questa deve essere una nuova partenza.

Di certo non la fine.

Annunci
QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

QUATTRO ANNI CHE HO LASCIATO L’ITALIA

quattro anni che ho lasciato l'italia, vivere all'estero, faccio come mi pare, emigrare, vivere in australia, vivere in scozia, vivere in aberdeen, vivere ad edimburgo, vivere a melbourn
Quella volta a Malta

Quattro anni che ho lasciato l’Italia.

Come è iniziata lo sanno tutti gli affezionati, quel giorno di quattro anni fa ho chiuso la porta di casa ma prima ho provato a fare un discorso per i presenti, finendo con il piangere come una bambina senza saper concludere una sola frase che avesse un senso. In bocca singhiozzi, lacrime ed il sapore dell’unico vino superstite nella nostra casa ormai vuota, un Amarone che avevamo comprato per un’altra occasione.

Sull’aereo credo di aver continuato a piangere ma arrivata a Melbourne ridevo, crepavo di freddo e una volta a Carnegie mi ero già abituata alle condizioni di quella casa per nulla come le fotografie. Ero in Australia! La mattina dopo saltavamo di gioia e, voglio dire, era solo il quartiere periferico di Carnegie ma di quell’angolo di mondo ricordo con nostalgia l’odore all’ora di pranzo e come il ragazzo della banca ci avesse accolti:

Come fossimo stati alla fine di una gara, come se avessimo vinto, quando invece era solo l’inizio.

Da allora sono passati quattro anni ed ho fatto tutte le cose che avevo espressamente detto che non avrei fatto:

  • sono andata a vivere dove avevo giurato che non avrei mai messo piede.
  • ho ricominciato a studiare per prendere un’altra laurea nonostante avessi detto “basta”.
  • Sono riuscita a non finire a lavare i piatti o i cessi ma ho avuto comunque a che fare con la cacca quando ad un certo punto ho deciso di lavorare come carer, l’assistente per ragazzi con gravi disabilità.

Ma a parte questo, ero pronta a tutto e penso che la cosa abbia pagato, infine, o che almeno ci abbia fatti arrivare fin qui, oggi, con una distinzione dietro l’altra all’Università ed un lavoro che piace ad entrambi.

Coloro che non vedevano di buon occhio la cosa hanno infine iniziato a non dico capirla, ma rispettarla ed ora che le emozioni sono sbiadite, comprendo più di prima cosa abbia voluto dire sentir pronunciare le parole “lascio il posto fisso al comune e vendo la casa appena comprata e ristrutturata perche’ voglio andare in Australia a lavorare, se va bene, nelle cucine”.

Il punto è che quella che per altri era pazzia per noi era un sogno dovuto – una rinascita necessaria – e questo ci ha portati fino a qui, oggi, con ben pochi rimpianti.

Sono, più o meno, come avrei voluto essere nei miei sogni, anzi a volte mi meraviglio per la mia fortuna. Solo la location è sbagliata e non ho ancora una casa dove ospitare i miei cari che, in quanto esseri umani, hanno dopotutto altri sogni e venire dove vivo io non è proprio tra quelli.

Si sono avverate quelle fantasie distruttive di quelli che ci dicevano di non partire per l’estero?

Ne abbiamo sentite di ogni, avremmo divorziato alla prima difficoltà, poi non ci saremmo riusciti a mantenere, saremmo dovuti tornare a casa con la coda tra le gambe e chiaramente ci avrebbero cacciati dall’Università.
Non è successo nulla di tutto questo e anzi, in certi casi, la negatività mi sembra che sia tornata indietro al mittente e con tanti saluti, che certe frasi non erano mosse da amore, erano casomai auguri, vere e proprie maledizioni e malcelate speranze di vederci fallire e che puoi dire di persone così? Non capiscono neanche i fatti.

Ho mai pensato di tornare in Italia?

Una volta, quando ero appena arrivata ad Aberdeen e pensavo che non ne sarebbe valsa la pena di immolare anni di vita in un posto come quello senza esser certi di riuscire davvero a laurearci. Due volte, ma in quel caso il pensiero era ben diverso, quando realizzai che con il mio lavoro sarei potuta rimanere in Italia a godermi l’estate ancora per un po’, che lavorando da remoto, dal computer, la mia location non avrebbe fatto alcuna differenza per la mia compagnia.

Ho capito dove sarò tra cinque anni?

No. E se devi decidere dove piantare le tende un viaggio forse non basta e allora vorrei continuare a vivere così, di giro in giro, per almeno altri cinque anni. Fino ai miei quaranta!, mi dico. Non so se sarà possibile, con probabilità rimarremo in UK per prendere il visto permanente e poi chissà se avremo la forza di ributtare tutto per aria, io spero di si ma lo spero oggi e le cose cambiano mentre la vita passa.

Nei miei sogni io continuo a girare fino ai 40 anni ed il problema – se problema vogliamo chiamarlo – è che poi, forse, mi direi che sono ancora giovane e che non voglio smettere di vivere in luoghi diversi, che smetterò invece a 45 o 50 anni. E finirei forse con il non fermarmi mai.

E cosa ci sarebbe di male?

😉

UNA DOMENICA DI MAGGIO, CONTROVENTO

UNA DOMENICA DI MAGGIO, CONTROVENTO

Faccio come mi pare, faccio come mi pare blog, expat blog, festa della mamma, festa del papa', daiso australia
Faccia da Rana

Quando era un pulcino, eravamo costretti a vederlo solo via Skype. Mio marito aveva comprato una spugnetta a forma di rana da Daiso, se la metteva davanti alla faccia e faceva finta di essere il signor Faccia di Rana. Mio nipote rideva come un pazzo, guardava a quel personaggio con sospetto, “sarà zio?”, ed aveva iniziato ad usare “faccia di rana” come fosse un insulto.

Era il nostro momento speciale, qualche anno fa, quando eravamo in Australia.

L’anno scorso abbiamo trovato non so che roba a forma di animale e gli abbiamo mandato un video per introdurgli il nuovo Faccia di Rana.
Mio nipote non sapeva di cosa parlassimo.

Per noi è un ricordo dolcissimo che ci torna spesso in mente facendoci sorridere, per lui una memoria persa per sempre.

A volte penso alla prospettiva delle persone che perdono la mano dei propri bambini, mentre crescono, per brevi periodi o per sempre e non dubito che in alcuni momenti non l’abbiano provata a stringere forte ma i figli questo non possono sempre ricordarlo e neppure si potrà per sempre andare avanti grazie alle cose fatte sempre e solo nel passato. Per un genitore, però, certi momenti rimarranno forse per sempre. Crescere un bambino è una sfida ai limiti della sopravvivenza, dicono, ma per certi versi è più facile avere a che fare con la mente di un bambino che stravede per te, non importa cosa, rispetto a quella di un adolescente o di un adulto che qualcosa ha imparato a vederlo, a torto o ragione.

Per chi rimane con i ricordi e deve affrontare freddezza non posso che provare dispiacere, in molti casi e mi si stringe sinceramente il cuore.

Lo stesso, il giorno della festa della mamma io mi strapperei gli occhi leggendo certe frasi piene di quelle che, per me, sono frasi fatte e sciocchezze inenarrabili, quando devo leggere le lodi di tutte le mamme, che sono tutte meravigliose e fatte tutte in un certo modo. Lo stesso vale per la festa del papà, ma si sa, che come ruolo quello viene visto con meno devozione, un padre può essere cattivo, inadatto, incapace in un modo che dovrebbe far ridere (?), una mamma cattiva è un taboo, ne si nega l’esistenza a meno che non accada qualcosa di clamoroso o non si stia parlando, tra mamme, di una terza persona assente ed in quel caso parliamo di un fatto parecchio relativo.

Ma esistono anche loro, le mamme inadeguate, quelle cattive con le sfumature e quelle cattive veramente.

La maternità viene costantemente schifata, le mamme sono a turno considerate e rappresentate come esagerate e stupide – anche da me che una risata su certe battute me la faccio, mea culpa – ma allo stesso tempo vengono pregate come Sante, dimenticando che ci sono persone che non sono degne di questo ruolo, persone che non erano in grado di crescere dei figli ma solo biologicamente adatte a portarli nel mondo. Malgrado questa considerazione la società ci spinge a dire che se sei madre, sei migliore, sei pura in barba a tutto quello che puoi davvero essere.

Son sicura che persino il genitore peggiore oggi o per la festa del papà, starà condividendo una frasetta su quanto sia importante l’amore di una mamma, che di mamma ce ne è una sola e via dicendo. Che il papà è un eroe e ti proteggerà sempre.

Pur riconoscendo e credendo fermamente che non tutti dovrebbero procreare, in certi periodi della vita o per sempre, oggi voglio concentrarmi sulle sfumature e provare a pensare ai ricordi che devono avere i genitori, maschi e femmine che siano, quando non rimangono loro che quelli, per errori, scelte sbagliate, malintesi o sfortune capitate, da entrambe le parti.

Perché è vero che non basta ciò che è stato fatto quando si era piccoli ma è anche vero che senza importanti parti di memoria è più facile essere definitivi, dire “sempre” e dire “mai”.

Una sola cosa la so, se avrò dei figli vorrò ricordarmi che nulla è garantito e che vale la pena di non perdere di vista quella mano, durante il cammino, per non finire a vivere di ciò che poteva essere e ricordi. Per i miei nipoti voglio continuare ad esserci anche quando sarà difficile, quando non sarà più possibile vederli sorridere per un giocattolo ricevuto o un pomeriggio al cinema. Quando mi manderanno a fanculo o si chiuderanno a riccio, senza rispondermi. Quando avrò sbagliato e calpestato loro i piedi. Spero di potermi ricordare della promessa fatta oggi e mettere da parte tutto per continuare ad esserci per loro.

In quel caso, poterli accompagnare e vederli crescere sarà la mia festa.

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

DOVE ANDARE A VIVERE ALL’ESTERO?

 faccio-come-mi-pare-faccio-come-mi-pare-blog-vivere-allestero-vivere-in-australia-vivere-in-europa-vivere-in-america-expat-expat-blog, blog da leggere, blog da seguire, blog dal mondo
Una estate a Stonehaven.

Se fossi partita a vent’anni probabilmente sarei finita a Londra, in una casa condivisa a lavorare come una trottola, le sere off a fare il pieno al pub.
Ma sono partita a trenta, siamo partiti in due, e a parte il lavorare come una trottola, tutto è diverso.

Manchiamo dall’Italia da quattro anni ed iniziamo a desiderare di poter mettere radici da qualche parte, di comprare una casa nostra, di poter aver l’orto ed il BBQ per gli amici ed i parenti in visita. Un gatto, due, un cane enorme. Vorremmo una casa grande, con una veranda e le sedie, due comodini, un letto king e l’armadio scorrevole.
Un posto che sia nostro, che abbia il nostro sapore.

Abbiamo 15 anni di contributi spalmati su 3 paesi diversi.
Mio marito pensa alla pensione, ce la daranno?
Ci basterà?

Io vorrei poter traslocare meno e fermarmi in un posto che mi piaccia ma per un po’.
Un anno in Giappone, tornare in Australia, provare l’America.

Non per sempre.
Perché io, arrivata a questo punto, so solo che il mondo è grande e che non sono pronta per decidere, per scendere qui o lì.

A volte penso “ma chissene frega“, andiamo dove tira il vento, che importa di avere una casa?
Che cosa è questa ossessione per il mattone quando hai il mondo da girare?
Anzi sai cosa?
Non mettiamoci limiti, camminiamo per il mondo che per fermarci ci sarà sempre tempo e modo.
Rendiamo casa ogni pezzettino del mondo, possiamo farlo, lo abbiamo fatto fino ad ora!
Chi ci ferma?

Potremmo far tutto oggi, per come stiamo oggi, per le persone che siamo oggi, per la salute che abbiamo oggi.
La vita però a volte prende a schiaffi e da qualche parte nella testa quell’idea di nomadismo viene cancellata dalla paura, dalla saggezza – o conformismo – di quei millenni di umanità che, quando può, stanzia.

Ancora un anno e mezzo e avremo una laurea importante sotto il braccio ed una nuova decisione da prendere. Ancora un anno e mezzo e saremo liberi di andare via da qui ma… per dove?

Non abbiamo un ingaggio con una particolare società, non siamo vincolati con una determinata location, possiamo lavorare da dove vogliamo, siamo liberi di vagabondare, per ora.
Questa libertà scotta, ci permette di poter decidere ogni dettaglio del nostro prossimo trasferimento.
E a pagarne tutte le conseguenze.
Non avremo i facchini delle società ad impacchettarci la casa, non avremo gli HR a trovarci un nuovo posto in cui vivere, eventuali visti saranno a carico nostro dal primo all’ultimo documento, dal primo all’ultimo bonifico.
Saremo noi a dover far tutto, di nuovo, da capo, con lo stomaco incerto.
E questo pesa, fa paura ma è anche bello.

Dove andremo?

– Australia?
Quando ho lasciato Melbourne ero sicura che fosse casa mia.
Era la vita che volevo, vivevo in pieno centro e non in quei suburbs che mi avrebbero dato alla noia, avevo amici con cui andare fuori quando volevo, avevo la vita che volevo.

Melbourne e’ arrivata al momento giusto, anzi perfetto.
Ma la distanza ora mi fa paura.
Mi fa paura sapere di essere cambiata.
Melbourne l’abbiamo cercata quando ci servivano quelle miglia di distanza tra noi ed il nostro passato.
Quella distanza mi terrorizza ora che sono abituata a tornare in Italia tre o quattro, quattro!, volte l’anno.

Me lo aveste detto quattro anni fa mi sarei arrabbiata.
Ma ho paura di tornare down under e capire che non è più quel tempo, meraviglioso, che non è più lei quella che ci serve.

Melbourne è arrivata al momento giusto, noi eravamo li’ al momento giusto!

Se ci trasferissimo in Australia avremmo da affrontare un visto molto costoso ma una volta lì saremmo ben, davvero ben, pagati. Allettante ma ad un certo punto anche i soldi non hanno lo stesso valore se i tuoi affetti sono a 24 ore di volo.

Europa?
Si ma dove?
Vorrei un posto con il sole, dove si parli l’inglese e che sia ordinato.
Eggia’, non esiste un posto così.

Mio marito ogni tanto sogna la Danimarca, io ne ho paura.
Ho trovato Copenaghen bellissima ma non credo possa esser casa mia, non lo credo proprio.
Una nostra amica ci vedrebbe bene a Stoccolma e lei ha vissuto qui ad Aberdeen e l’ha maldetestata proprio come noi, eppure ci consiglia la Svezia perche’ non c’è paragone, dice, ed io mi fido.

E se rimanessimo negli UK?
La Gran Bretagna mi ha delusa ma ho vissuto in una zona spiacevole, ho avuto a che fare con certe mentalità che, ne sono certa, poco rappresentano gli United Kingdom.
Non dico rimanere qui al nord della Scozia ma siamo qui da più di tre anni, altri due e potremmo avere un visto permanente, Brexit o non Brexit.

Se dovessimo rimanere qui scenderei, verso sud ma non Londra.
Non voglio dover pagare tutta la vita un mutuo esorbitante per una casa in zona 1000.

Sono troppo vecchia.

– America?
Chi mi legge dall’inizio potrebbe ricordare che galeotto fu il mio viaggio di nozze, quando scoprii la gentilezza degli americani  e la bellezza di quella parte di mondo.
Che sì, lo dirò fino allo sfinimento, in Italia quella gentilezza per il prossimo, per colui che incontri in ascensore per caso, quel modo di sorridere, io non la trovavo più.

Ma l’America è anche Trump, sono le armi (le armi!), l’assicurazione sanitaria, la bancarotta per potersi curare.
l’America è anche quella parte idiota e bigotta che mi terrorizza. L’egocentrismo.

Abbiamo applicato per la Diversity Visa Lottery, la lotteria che consente di essere estratti per poter andar a vivere negli USA con una green card in mano.
Staremo a vedere, non è più il nostro sogno ma ad una visa che cade dal cielo non saprei dire di no.
Saremmo ben pagati se vivessimo in America ma, di nuovo, non so se ci basterebbe quello per esser felici.

Troveremo un posto per noi?
Possibilmente collegato con un volo diretto?

Serena, ma quanti cavoli che c’hai, dirà qualcuno.

Lo so, ma è anche la libertà di autorizzarci a pensare che abbiamo conquistato.
La splendida pretesa di poter avere qualcosa di piu’.
E di volerci provare.

 

IL BREXIT, L’IELTS E TUTTO QUANTO

IL BREXIT, L’IELTS E TUTTO QUANTO

Non mi definirei un uomo di fede.

Ho provato un tempo, ci ho provato sul serio, frequentavo un istituto scolastico religioso, e tutti dicevano che era vero e che questo mondo era pieno di miracoli.

Non avevo motivi per dubitare, del resto l’esistenza stessa è inspiegabile, tuttavia un giorno durante un’ora di religione mi si piantò l’idea in testa che ciascuno prenda la religione di dove nasce, per il solo per il motivo di essere nato li’, in quella cultura, senza poi che vi fossero grandi prove a favore della propria tesi, ne veniva fuori una cosa decisamente relativa.

Una volta questionata una religione diviene facile iniziare a questionare tutto, e questa è un po’ una maledizione, non viene più tanto bene a stare nelle cose e semplicemente viverle, una parte di me era sempre da un lato a questionare, a pensare se quello che stavo facendo in quel momento era la scelta migliore, in caso di questioni se ero nella ragione, e in caso di impegni se ne valesse la pena.

Solo di recente ragionavo su come la fede sia un concetto che non richiede necessariamente una religione.

Sposarsi, anche civilmente, è un atto di fede, ad esempio, tutti hanno esperienza di qualcuno a cui e’ andata male, ma arriva il punto in cui capisci che e’ una cosa che desideri profondamente, e dove vuoi impegnarti profondamente, così salti, poi vada come vada, qualcuno diceva “God asks us to try, not to succeed”.

Lasciare il proprio paese è stato un altro atto di fede.

Ricominciare a studiare è stato un atto di fede.

Forse dopotutto potrei definirmi un uomo di fede.

L’anno prossimo finiremo l’università, e col Brexit che incalza sappiamo che lasciare gli UK subito presa la laurea vorrebbe dire molto probabilmente non poter tornare più, basterebbe invece restare poco meno di un anno in più per richiedere la residenza permanente, e un ulteriore anno e mezzo ancora ci darebbe diritto a poter richiedere anche la cittadinanza, con annesso uno splendido unicorno sul passaporto.

Non ho idea di che fine farà questo Paese, per ora il Brexit gli è tornato in faccia come un boomerang, e non solo perché svantaggerà i poveri immigrati come noi, ma soprattutto per quanto la sterlina ha perso di valore, per la posizione di vantaggio da cui la Gran Bretagna poteva parlare in Europa prima, e soprattutto per la mia ferma convinzione che il progetto europeo abbia un grandissimo valore economico, militare e politico, essendo una solida modalita’ per affrontare problematiche troppo grandi per un singolo stato.

Non credo neanche che l’economia britannica crollerà tanto più di cosi, ma solo che ci sarà un lungo periodo difficile negli anni a venire e non so se valga la pena di rimanere quando questo e’ stato perdipiu’ originato da una scelta fondamentalmente xenofoba.

Nel valutare le alternative oggi rispolveravo il sistema a punti australiano per lo skilled indipendent visa (189), questo qui, e vedevo come probabilmente anche con la laurea,  un ipotetico IELTS a 7 e tutto quanto, potremmo potenzialmente conseguire 55 punti dei 60 richiesti, con ragionevole facilita’, mentre gli ultimi 5 punti richiederebbero invece un certo impegno: In concreto potremmo ottenerli con 3 anni di esperienza professionale nel settore per il quale applichiamo, o forse facendo un costosissimo professional year in Australia, o ancora alzando sensibilmente il livello di inglese a  tanto da raggiungere un 8 su 9 all’IELTS. Insomma impegno e sacrifici, che si potrebbero a cui si potrebbe anche pensare se vi fosse la certezza che è li che vorremmo vivere in via definitiva.

Ho un ricordo meraviglioso di Melbourne, vivevamo al centro di tutto, succedeva sempre qualcosa, era come è ancora una città estremamente stimolante, cosi come estremamente lontana.

E poi c’è anche il resto del mondo, in cui forse non abbiamo mai investito veramente a livello affettivo, eppure pieno di alternative.

Partecipiamo abitualmente alla Diversity Lottery dalla quale potrebbe spuntare una Green Card per gli USA, ed e’ verosimile che applicheremo a tempo perso ad ogni buona opportunità lavorativa che emergerà in paesi con alti standard di qualità di vita come Danimarca o Svezia solo per vedere se abbocca qualcosa.

Ma credo che ora come ora la scelta nodale sia restare o andarsene, fight or flight.

Questa, cosi come altre incertezze, sono state a lungo dentro di me mentre cercavo di annegarle nel quotidiano, in quel logorante ciclo continuo di studio-lavoro-intrattenimento, fino ad un molto recente lento risveglio di consapevolezza.

Per quanto sia importante dare una direzione e fissarsi obiettivi è invece dannoso stressarsi per dettagli senza risposta, credo di aver subito più danni dal dubbio che dai problemi stessi, lasciarli andare è stato un altro atto di fede.

 

Image credits: pixabay.com

HO FATTO COME MI PARE

HO FATTO COME MI PARE

Roma, Natale 2017.

Ho fatto come mi pare.

Per cominciare questo nuovo capitolo ho dovuto per forza di cose pensare a ciò che è stato fino ad ora, alle esperienze fatte nei quattro anni che mi hanno vista vivere in Australia prima ed in Scozia poi.

Rileggendo le pagine del mio vecchio blog non ho potuto fare a meno di emozionarmi perché davvero noi siamo partiti da migranti, senza nessuno ad aspettarci a braccia aperte ed in pochi giorni ci siamo conquistati un lavoro, una casa e piano-piano degli amici ed una vita come la volevamo noi.
Avevamo mille paure, mille domande ma ce l’abbiamo fatta fino a qui.

Ho riletto di tutte le cadute, di tutte le giornate andate storte e di tutte le cose che mi sono state dette prima della partenza o peggio ancora di quelle che nessuno voleva dirmi e non ho stretto i pugni ne’ serrato la mascella perché non sono piu’ sulla difensiva.

Io ce l’ho fatta, la scommessa che avevo fatto con me stessa l’ho vinta già da tempo e nulla di tutto questo sarebbe stato possibile se avessi dato ascolto a chi mi amava tanto da non volermi far andare via e a chi non mi amava affatto e sperava solo che si spezzasse il mio sogno ed io con lui.

Sono passati quattro anni, rimango una migrante che ha lottato tanto ma che ha anche goduto di benefici enormi, quali l’essere cittadina Europea per nascita e figlia del mondo nel cuore.
Ho avuto dei momenti no, sono stata disperata e certe volte senza speranze, ho avuto paura tante volte ma dentro di me lo sapevo che stavo costruendo qualcosa di bello.
Che stavo andando da qualche parte.

Mi chiamo Serena, ho 34 anni, un marito che amo e mi vuole bene, un bilocale bellissimo anche se non è nostro, una nuova laurea quasi sotto il braccio ed un lavoro che adoro.
Mi sono successe tante cose belle e alcune di queste le ho fatte succedere proprio io.

Ho fatto come mi pare e sono stata ricompensata.

Da qui il nome del blog che mi accompagnerà, spero, nel viaggio verso un posto da chiamare casa.
Posto che pensavamo di aver trovato in quel di Melbourne ma più vivi la vita in un certo modo più inizi a guardare alle cose, alle tue idee, con mente aperta, occhi lucidi e nuove prospettive.

Ed il bello di questo lunghissimo viaggio è anche questo.