Ciao Europa, vado a vivere in America

Ciao Europa, vado a vivere in America

Yosemite National Park

Atterrata negli USA mi trovai catapultata in un paese che il turista – personaggio fortunello per antonomasia – lo trattava con gentilezza, tanto che ci offrirono un giro di musica pagata al juke-box (come nei film!) ed una serie di complimenti per come eravamo vestiti. Sì, pure a New York city.

Tornata a Roma mi aspettavano fantasmi insopportabili dai quali volevo scappare e quel tran-tran fatto di persone che ti odiano. Ti odiano mentre guidi, mentre sei un pedone, quando fai la spesa, quando hai bisogno di qualcosa, ti odiano in banca e alla posta.

Non so se fosse veramente così, probabilmente ero io che avevo raggiunto la soglia della sopportazione e cercavo appigli ma decisi che bastava, io me ne sarei andata a vivere fuori.

E la prima idea, prima ancora dell’Australia e della Scozia, fu il Nord America ai tempi di Obama. Fun fact, andammo fino in ambasciata americana per capire che gli USA due come noi – con una laurea umanistica e senza una lira – non li voleva mica.

A digiuno di storia americana e visti, pensavamo che fosse facile emigrare come avevano fatto le generazioni prima della nostra e invece le cose erano decisamente cambiate. La nostra esperienza si concluse quel giorno ma oggi abbiamo due ospiti speciali per raccontare il compimento di quella scelta.

Due donne, Alessia dalla Louisiana e Luisa da Seattle, ci racconteranno come si emigra negli Stati Uniti d’America oggi, quali sono i requisiti e quali i visti possibili. Ma soprattutto ci parleranno del loro percorso all’estero, iniziato all’interno di mamma Europa.

Mettetevi comodi che ci comincia!

Ciao, presentati! Come ti chiami, quanti anni hai e di cosa ti occupi?

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Alessia, 40 anni sulla carta (percepiti di testa: non pervenuti), restauratrice di dipinti dal 1998, ma tra allora e adesso ho fatto un po’ di tutto tra cui: commessa del negozio voodoo, cassiera al supermercato, lettrice al college… giusto perché si deve campa’. Ho fatto il liceo artistico di una volta, quello che tutti di dicevano di non fare manco fosse stata eroina, e poi sono partita a 18 anni per Firenze per fare la scuola di restauro. Dopo la scuola di restauro ho capito perché tutti mi dicevano i non fare l’artistico, ma non sono pentita, è stato difficile ma alla fine il lavoro l’ho trovato.

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Luisa, 35 anni, da Torino! Attualmente, vivo a Seattle (Washington State, Pacific coast) e lavoro per una famosa azienda che crea videogiochi; mi occupo di “hackeraggi”e frodi. Da un po’ di tempo sto progettando una nuova pagina Instagram per un mini-sogno che ho nel cassetto e che vorrei mettere in pratica. 

In Italia, mi sono laureata in Economia e Gestioni dei Beni Culturali a Milano (triennale e specialistica), in seguito, ho iniziato un infinito percorso di tirocini non retribuiti, stages curriculari e non, volontariati vari… insomma, ci siamo capiti, nel magico mondo dei musei, delle soprintendenze e degli organismi internazionali. Esperienze che porto nel cuore ma non mi avrebbero mai permesso di costruire una vita indipendente. 

Cosa ti ha spinto a ricercare una esperienza all’estero?

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Mi piacevano quelli biondi con gli occhi chiari. Ecco, l’ho detto. Ero vittima del fascino nordico e probabilmente anche di non capire bene cose cercavano di comunicarmi. Credo che Prima dell’Alba abbia avuto un grandissimo peso su come la mia vita di adolescente e giovane adulta sia andata. Insomma, motivi serissimi, ecco.

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In origine, mio padre ha voluto che frequentassi il liceo classico con la sperimentazione in lingue (che io non amo e per cui non sono portata). Ragion per cui, avendo studiato inglese e francese (ed anche tedesco che ho rimosso) per cinque anni, mi son sempre detta “se in Italia andasse male, tentiamo l’estero!”. Così facendo ho studiato il penultimo anno di università a Lille, in Francia. Ho anche cercato di proseguire e concludere gli studi nell’ateo francese ma era troppo dispendioso a livello economico, la Cattolica non permetteva un’interruzione brusca e il passaggio di studi nell’omonimo ateneo d’oltralpe. Nei fatti, io non ho trovato nessun lavoro che fosse retribuito. Mi sono laureata nel 2011, ho inviato migliaia di curricula, ovunque tra Milano e Torino, ma non sono mai stata assunta. Non ho neanche mai fatto un colloquio. Non voglio pensarci altrimenti mi ritorna la gastrite.  Scegliete bene il percorso di studi, certe lauree, non portano da nessuna parte! 

Quale è stata la tua prima meta all’estero e come andarono le cose?

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La Danimarca. Un grandissimo amore non corrisposto. Infatti, più io la sognavo più lei (la Danimarca) mi pigliava a calci nei denti. I viaggi di piacere e studio andarono benissimo, l’esperienza di espatrio come come au pair andò peggio che demmerda. Praticamente avevo trovato la sorella meno empatica della matrigna di Candy Candy come host mother. Sicuramente sarebbe potuta andare differentemente avessi incontrato un’altra famiglia, ma decisi di rientrare invece di tentare la sorte con altri e un po’ me ne sono sempre pentita, anche se psicologicamente dopo i mesi in quella casa non avrei retto nemmeno altrove.

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Prima meta: Erasmus a Lille (cittadina fiamminga, al confine belga. In un’ora sei a Parigi, in 30 minuti di orologio a Bruxelles). Favoloso! Se avete la possibilità, andate in Erasmus. Si visitano luoghi nuovi, si conoscono altre culture e si studia un sacco se si scelgono gli esami “sbagliati” come feci io! 
Seconda meta: Ginevra, Svizzera. Nazioni Unite. Dopo la laurea e i quasi due anni in Soprintendenza a Torino, come assistente del direttore delle collezioni e delle residenze (gratis il primo anno, 500 euro al mese il secondo), decido che voglio tentare con l’Unesco e i tirocini internazionali indetti dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Avevo il curriculum, le lingue, la grinta e la passione… allora, applico per una posizione di tirocinio (GRATUITO ça va sans dire!) per l’ONU. Presa! I miei genitori: contrari, contrarissimi. Li convinco. Mi aiutano con vitto e alloggio. Amavo Ginevra, il fatto che stessi catalogando le collezioni dell’ONU, che tutti mi avessero preso in simpatia e volessero creare una posizione retribuita per la sottoscritta, che fossi a 3 ore da Torino, che fosse servito il sacrifico delle lingue al liceo… insomma, tutto molto romantico, se non fosse che io, povera scema ed ingenua, non avevo pensato ad una cosa: una. Solo una. La raccomandazione politica. Per farla breve: aprono una posizione retribuita, chiedono alla Farnesina l’approvazione, viene bocciata. L’anno successivo arriva qualcuno dalla Capitale. Io ho pianto tre mesi di fila. Ho studiato per altri tre concorsi passando sempre le preselezioni ma mai la valutazione del curriculum per 1 punto (giuro! sempre 1 punto!). Amen. Ho imparato la lezione. 
Terza meta: Londra (Regno Unito). Londra a me non piaceva e non piace. Preciso: adoro che i musei siano gratuiti e la cultura fruibile a tutti. Londra arriva perché mentre io ero a Ginevra, quello che diventerà mio marito, ingegnere informatico, viene assunto da un’azienda tech. Gran parte del mio disappunto su Londra era dato dal fatto che non riuscissi ad essere assunta per il volontariato nei musei, non riuscissi a passare mai nessuna selezione per tutte le gallerie d’arte, casa d’asta, niente, sempre niente. O troppo qualificata o non abbastanza. All’ansia dell’ennesima delusione, si aggiungeva: il grigio di Londra, il vento, i ratti per casa, il continuo fango, gli appartamenti formato loculo e fatiscenti, l’immondizia davanti alle case e tanto altro. Son andata e venuta dall’Italia e fatto altri lavori nel mentre, finché ci siamo sposati. Ho incominciato a lavorare come commessa in un negozio di design per la casa e in seguito, sempre per la stessa azienda, sono diventata visual merchandiser (allestivo le vetrine). 

Perché gli USA dopo l’esperienza europea? Avevi il sogno americano?

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Le mie motivazioni iniziano sempre in modo serisssssimo: a 14 anni mi sono innamorata del cantante dei Green Day e da lì era partito il tutto, avevo deciso che alla fine del liceo sarei partita alla sua ricerca, poi per fortuna sono andata in Danimarca ma l’America mi era un po’ rimasta sul gargarozzo e quando mi è capitata l’occasione sono partita.

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Chiedetelo a mio marito! Non avevo nessun sogno americano ed ero riuscita a crearmi un’isola semi-felice. Lavoro curioso, appartamento nuovo, i nostri mobili, potevamo ospitare i parenti, etc. Il tutto si interrompe perché l’azienda propone a mio marito di trasferirsi nella sede centrale, a Seattle. Quale donna e moglie, sana di mente, si sarebbe rifiutata? Nessuna vorrebbe sentire il proprio marito lamentarsi per il resto dell’eternità di non avere fatto carriera per causa sua! 

Con che visto sei riuscita ad entrare in Nord America e cosa ha comportato per te?

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Ho avuto una mega botta di culo e, dopo 3 anni di tentativi, ho vinto la Green Card alla lotteria. L’iter è stato un po’ laborioso e lungo, ma non c’è stato bisogno di un legale e una volta ricevuta la Green Card sono stata indipendente e non legata a compagni o datori di lavoro e quindi con molta più flessibilità su dove andare e quanto stare. I costi sono aumentati tutti, all’epoca mi sembra di aver pagato circa 700 euro per la Green Card, spese d’ufficio e visite mediche, sicuramente la spesa più grande (perché a lungo termine) è stata quella dell’assicurazione medica una volta arrivata.

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Io sono entrata con un visto lavorativo L2 perché mio marito aveva una posizione manageriale e quindi avrebbe passato il medesimo visto al coniuge. In questo, sono stata fortunata. Non tutti i visti permettono di lavorare. Si può vivere in America per lunghi periodi, per due soli motivi: ti sposi un/una americano/a, ti traferisce la tua azienda. Diversamente, c’è il visto turistico di massimo 3 mesi e quello per studenti (che non conosco, ma ho stretto amicizia con italiani che hanno studiato qua e le rette sono dai 30000 ai 50000 dollari. Dollaro più, dollaro meno a seconda degli atenei e delle facoltà. Le borse di studio sono per i geni e, ce ne sono pochissime). Ogni visto ha una durata a sé e non tutti sono rinnovabili. Solitamente i visti sono legati al lavoro; se si perdesse il lavoro, si perderebbe anche il visto collegato ad esso. La sanità è un inferno. Bisogna avere una salute di ferro. È tutto basato sull’assicurazione sanitaria; se hai un lavoro, in un’azienda importante, buona parte delle spese mediche sono pagate da quest’ultima, diversamente, paghi tu e i costi sono folli. Esempio: io sono ipotiroidea, ho la tiroidite di Hashimoto. Siamo in America da due anni abbondanti e non sono, ancora, riuscita a farmi visitare da un endocrinologo perché il medico generico non lo reputa essenziale. Un banale esame del sangue come il TSH qui costa 700 $ senza assicurazione, con 15$. Se sei in dolce attesa hai diritto a due ecografie. Se ne vuoi altre, paghi tu. A seconda del tipo di ecografia, senza assicurazione, si va da un minimo di 800$ ad un massimo di 6000$.

Come è il mondo del lavoro negli USA?

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Per molti versi meglio. Mi sono state offerte più possibilità di crescere, ho visto meno nepotismo e meno discriminazione in base all’età. Qui si può lavorare e trovare lavoro anche da anziani, cosa che in Italia io ero già a 25 visto che non potevano più assumermi e pagarmi come apprendista e trovare un nuovo lavoro era un terno al lotto. Non mi piacciono i loro orari, l’assenza di tutela del lavoratore che c’è in molti stati e in molti posti di lavoro, la maternità e la malattia pagata inesistenti in molte piccole aziende, la possibilità di essere licenziata da un giorno all’altro. Pagherei volentieri più tasse per poter avere più diritti e più tutele.

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Sicuramente, lavori! In due settimane trovi un lavoro! Anche il fatto che non siano fiscali con la lingua è di aiuto. Se tu sai fare bene il tuo lavoro, ottimo. Imparerai ad esprimerti in maniera più appropriata con il tempo. Ovvio, più il lavoro è di prestigio, più sale l’asticella. Mediamente gli stipendi sono più alti che in Europa, con tasse molto più basse. Non tutte le città però sono uguali. Città come Seattle, San Francisco e New York hanno un costo della vita particolarmente elevato in quanto è lì che si concentrano i lavori più prestigiosi e più remunerativi. Il settore informatico/tecnologico al momento è quello che trascina questo trend.
Contro: puoi essere licenziato da un giorno all’altro, senza preavviso e spiegazioni. Non esiste nessun sindacato o simili. A casa, zitto! Hai un massimo di 10 giorni di ferie all’anno. Si lavora tutti i giorni, tutto l’anno. Io lavoro anche il giorno di Natale, tanto per dire! Anche la maternità è un argomento molto complesso perché non si è retribuiti durante i giorni si assenza, se non a seconda delle leggi che prevede lo Stato in cui si risiede; inoltre, la durata del periodo di maternità è compresa tra un minimo di 15 giorni ed un massimo di 3 mesi. Come ho accennato prima, in America, non è facile arrivarci. Se non ti trasferisci per: amore, per l’azienda, perché sei un genio in qualcosa e allora ti vogliono le università o hai i soldi per studiare negli USA… mi dispiace essere brutale ma ti devi accontentare del viaggio turistico. Le aziende non possono assumere se non si è in possesso di un visto lavorativo. Non fate l’errore di arrivare negli Stati Uniti d’America come turisti e di mettervi a cercare lavoro perché è illegale e si rischiano serie conseguenze penali. Il motivo? Perché il visto costa moltissimo e i datori di lavoro devono spiegare, allo stato, il motivo per cui uno straniero/italiano sia più meritevole di un americano. Non conviene affatto. Ah, ci sarebbe l’opzione di tentare la sorte alla lotteria! Ogni anno vengono selezionati un numero di cittadini stranieri a cui viene data la possibilità di ricevere La Permanent Resident Card, conosciuta comunemente come Green Card. E’ un’autorizzazione rilasciata dalle autorità degli Stati Uniti d’America che consente ad uno straniero di risiedere sul suolo degli U.S.A. per un periodo di tempo illimitato. Noi siamo riusciti ad ottenerla quest’estate, tramite l’azienda di mio marito, dopo aver passato un anno di colloqui, vaccini obbligatori e procurato un’infinità di documenti.

Cosa ti ha colpito della vita a stelle e strisce?

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Erano molto accoglienti ed amichevoli, adesso meno. Hanno quest’idea che se non molli riuscirai in tutto, che è bellissima, ma ora ha preso una brutta piega. In negativo che sono molti sono molto, molto, bigotti e hanno teste a compartimenti stagni, non sanno oziare, che per me che sono nata pigra, è essenziale, me mettono ansia con sto fare fare-fare.

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È il paese degli estremi e delle esagerazioni. Tutto o niente. Bianco o nero. Ricco o povero. Grande o piccolo. Sono sicuramente rimasta sconvolta dalle dimensioni e dagli spazi. È tutto enorme. Con l’amaro in bocca devo ammettere che il problema con le persone di colore c’è. Io non credevo fosse così severo. Idem, per le armi. Tornando alla mia esperienza, se si ha una forma mentis umanistica/artistica/classica l’inizio è molto faticoso. Mio marito ha sofferto meno la mancanza di arte, storia e cultura. Da questa parte di mondo sei nel nulla. È una zona molto selvaggia e con “animaletti” di un certo spessore: dal puma al grizzly. Sei anche geolocalizzato nell’anello di fuoco, tra un terremoto potenziale di magnitudo 9 e tutti i vulcani attivi dei dintorni… non c’è da annoiarsi. Appena ti allontani dalla zona dei grattacieli che sono gli uffici, sei nel profondo nulla. Non esistono le passeggiate nel centro storico, i bar come li intendiamo noi, le vetrine dei negozi (qui devi entrare in un centro commerciale per vedere delle vetrine e bere mezzo litro di caffè), se non hai un’auto non vai da nessuna parte, i mezzi pubblici sono scarsi e se li perdi aspetti circa un’ora. Penso che solo New York e parte della costa atlantica si avvicini all’urbanistica europea. Il lato positivo è che ci sono paesaggi naturalistici mozzafiato, i tramonti arancioni e rosso fuoco, abeti alti 30 metri e, a sole 4 ore di volo, ci sono le Hawaii!!! È simpatico osservare come ci tengano al barbecue, a Starbucks che è nato in questo stato e al giorno del Ringraziamento. Hanno un abbigliamento da palestra o da spiaggia per tutto l’anno – che da un lato è una grande forma di libertà non essere vincolato all’outfit, dall’altra… non hanno proprio quel senso estetico che rende famosi noi italiani.

Quale è la soddisfazione più grande presa da quando hai lasciato l’Italia?

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Essere riuscita a farmi una vita da zero e ad arrivare dove molti mi dicevano che non sarei riuscita.

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Sicuramente, il fatto di essere economicamente indipendente. E, di avere un bagaglio culturale e di esperienze che ogni anno pesa di più. Finalmente, riesco a seguire e capire i film in lingua originale e non mi imbarazzo più nel parlare inglese.

Vuoi lasciare un messaggio per chi vorrebbe trasferirsi negli USA? 

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È un paese che da molte opportunità lavorative, perfetto per gli stacanovisti, meno per chi segue la filosofia del “lavorare per vivere”. Si può arrivare senza nulla e costruire parecchio, ma ci sono costi emotivi e fisici non indifferenti. Astenersi persone molto attaccate alla famiglia perché la lontananza dilania l’anima.

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Chi si trasferisce negli USA ha già un percorso abbastanza pianificato per i motivi indicati sopra. Direi di informarsi bene per l’assicurazione sanitaria e cosa può coprire. Io mi sentirei di consigliare, in generale, ai ragazzi e studenti che vogliono intraprendere il percorso estero, di iniziare a pianificare a tavolino, tutto, sin dalle superiori. L’inglese, si deve conoscere bene, dà una marcia in più. Se sapete in cuor vostro che volete vivere all’estero, focalizzatevi su facoltà che vi daranno la possibilità di spostarvi. Altrimenti, dovete tenere in considerazione che vi toccherà ristudiare da principio. In America i percorsi di studio sono diversi e molte lauree non vengono riconosciute (es: giurisprudenza e medicina). Vivere fuori dall’Italia, per alcuni può essere un’ancora di salvezza, per altri può volere significare separarsi dai propri cari. Tenete anche in conto che possano capitare fatti tragici e voi sarete lontani. Non voglio essere una guasta feste ma capita, a me, sta capitando. E, in molti casi si è da soli a gestire situazioni complesse e più grandi di noi.

Ma soprattutto, USA o Europa, con il senno di poi?

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Ti rispondo così: dipende da dove vai e a che stadio della vita sei. Senza figli ti direi New Orleans pe’ sempre (che tanto USA non eh). Con figli e senza nonni vicini: Europa subito.

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Devo ammettere che lo stato di Washington è veramente lontano. Credo che resisteremo ancora un paio di anni e poi ritorneremo in Europa. Posso rispondere: entrambe?! Più si conosce, più si impara, più si aprono gli orizzonti, meglio è! Questa è un’esperienza e va vissuta come tale. Cerco di assorbire il massimo e di custodirlo con cura. Ad meliora et maiora semper! 

Ringrazio Alessia e Luisa per averci raccontato la loro esperienza americana condividendo tanti buoni consigli. Sono sicura che serviranno a chi sta sognando l’America.

Con me, ci ritroviamo su YouTube, Facebook, Insta e sulla Newsletter mensile. Ciao! 🙂

Trasferirsi all’estero da sola, storie di donne che si sono prese e portate via

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All’estero da sola, questo sono le storie di chi lo ha fatto.

L’espatrio non è una gara ma se la fosse io riconoscerei la vittoria a tutti coloro che partono da soli perché malgrado le fanfaronate che leggerete online, quelli saranno gli unici a sapere cosa voglia dire ricominciare senza rete alcuna, senza qualcuno con cui smezzare le bollette in caso di perdita di lavoro o che possa accompagnarti se mai dovessi correre in ospedale.

Sono quelli che non lo fanno perché devono ma perché non c’è scelta, quelli che poi incontri lungo il tuo percorso e vedi cresciuti, con una marcia in più ed una determinazione che forse non avrebbero mai saputo di avere se fossero rimasti in Italia, fermi o continuando la vita di sempre.

Il post di oggi è dedicato ad una specie di viaggiatori solitati che sembra quasi esotica e rara, quella delle donne che si sono prese e trasferite all’estero da sole. Una specie che esiste e scalpita per fare e ricominciare, ovunque nel mondo.

Stai pensando di trasferirti all’estero da sola ma non sai da dove iniziare?

Ti presento Silvia che dopo l’esperienza in Scozia ha capito di voler studiare per un master in Italia, Bianca che aveva solo 19 anni quando è partita come aupair per gli USA, Giorgia che con la sua laurea inglese ha lavorato in mezzo mondo e Francesca che dalla Toscana ha raggiunto il nord della Scozia.

Questi sono i racconti di quattro donne diverse che si sono trasferite all’estero da sole, ricominciando da zero.

1) Un piccolo check, mi confermi che è vero? Sei una donna, sei nata in Italia ma ad un certo punto ti sei trasferita all’estero da sola? Ma allora si può fare?

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Sono Silvia, ho 27 anni e sono una pugliese DOC trapiantata in Toscana per l’università. Anche se mi sento ancora parecchio randagia, al momento. Sono laureata in scienze erboristiche e ora sto studiando per diventare nutrizionista, e nel mezzo ho vissuto un anno a Edimburgo e girellato per qualche mese qui e là per la Gran Bretagna da sola grazie ai progetti di volontariato WWOOF UK ed HELPX.

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Mi chiamo Giorgia, ho 36 anni, sono nata a Pordenone in Friuli e ho lasciato l’Italia da circa 8 anni. Al momento vivo in Scozia, dove lavoro come brand home guide in una distilleria di whisky.

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Tutto vero! Bianca, attualmente 21 anni, Italiana, italianissima anche se non indovina mai nessuno! Passioni? Viaggiare, leggere e scoprire nuovi cibi, come dicono qui: you are definitely a foodie! Ci sarebbe anche pallavolo, che faccio solo perché mi piace ma in realtà sono una schiappa. E yoga che mi rilassa e mi aiuta ad apprezzare ciò che ho.

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Confermo tutto. Mi chiamo Francesca, ho 29 anni e sono nata e cresciuta in Toscana. Sono partita la prima volta l’anno scorso a febbraio, dopo aver lasciato un lavoro che mi dava tanto stress e troppe ansie. Avevo bisogno di cambiare aria e così, insieme ad un’amica, decidemmo di mollare tutto per un mese e andare in Scozia. Non sapevamo ancora quanto quel mese di prova avrebbe inciso sulle nostre vite. Dopo quel mese sono tornata in UK da sola, con un biglietto di sola andata e nessuna idea di cosa fare dopo. Però sì, partire da sole e rifarsi una vita all’estero è possibile.

2) Quali sono state le reazioni quando hai detto che ti trasferivi all’estero da sola? Pensi che abbiano reagito diversamente con te, in quanto donna?

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All’inizio un sacco d’ansia all’idea di trasferirmi all’estero da sola! Dovevo ancora finire gli ultimi esami della triennale, volevo andare all’estero completamente da sola per quasi due mesi e sarei stata in un villaggio sperduto nelle campagne del Somerset, lontano da qualsiasi grande città. I miei genitori erano ovviamente preoccupati, e questo non aiutava il mio essere una persona molto insicura ed ansiosa. I fatti di cronaca degli ultimi anni hanno ovviamente contribuito alla preoccupazione, una ragazza che viaggia per conto proprio?

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Mi reputo molto fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre appoggiata in tutto per tutto. Nel mio nucleo principale familiare siamo tutte donne: mia madre mi ha sempre incoraggiata ad essere indipendente e ad imparare a cavarmela da sola, quindi è sempre stata dalla mia parte.

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Credo che nel mio caso la situazione sia un po’ differente, sono andata all’estero da sola quando avevo 19 anni, perché volevo imparare l’inglese! La famiglia era dalla mia, un po’ stupiti e spaventati, non vuoi certo mandare tua figlia da sola in the USA quando è poco più che un adolescente! Ad ogni modo, prima di partire per la mia grande esperienza, avevo deciso di fare un weekend da sola, in una città Europa, così per vedere come me la cavavo, per iniziare a capire, com’è dover contare solo su se stesse. Così decisi, con i miei primi soldini guadagnati con il lavoro part-time da cameriera, di prendere un volo e andare 3 giorni a Malaga. Insomma, niente di impossibile, in Spagna, in Europa. Ostello prenotato, cosa potrà mai succedere? Spiccicavo due parole di inglese e in ogni caso in Spagna, preferiscono se parli italiano. Immaginate: io felice con l’emozione di sentirmi grande, con la voglia di crescere e farcela con i miei piedi, parlo dei mie futuri progetti Spagna e Usa, con alcuni dei miei amici. Una cara amica mi risponde, che probabilmente sto sprecando il mio tempo e che perderei un anno di università, che non mi darà futuro. La stessa università dove non trovi posto dove sederti. Ma c’è un episodio di cui vorrei parlare oggi, alla notizia del mio viaggetto, Il fidanzato di una mia cara amica mi risponde tutto fiero e felice che se fossi stato io la sua fidanzata non mi avrebbe mai e poi mai lasciato andare da sola, prosegue poi aggiungendo che sicuramente mi sarebbe successo qualcosa e che il mondo non è sicuro per una ragazza che viaggia da solaRagazzo di 23 anni, Italia. 2017. A Malaga ci sono andata lo stesso ovviamente, ed è stata meraviglioso. Come previsto.

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Diciamo che le reazioni sono state, in famiglia, per lo più di sgomento. Nessuno dei miei parenti si aspettava che avrei fatto una cosa del genere e sono rimasti tutti stupiti quando non solo ho mollato il lavoro e sono partita, ma soprattutto quando ho deciso di restare in Scozia. Non credo sarebbe cambiato molto se fossi stata uomo, perché alla fine le frasi erano più sul “E se poi te ne penti?” oppure il classico “Ma non ti manca la famiglia?” e poi il sempre presente “Tanto la nostalgia ti fregherà”. Per contro, gli amici erano entusiasti. Certo non è stato facile nemmeno per loro, però almeno sono stati più incoraggianti.

3) Cosa cercavi all’estero che non avevi in Italia? Cosa ti ha spinta a trasferirsi da sola in un nuovo paese?

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È un cliché, lo so, ma cercavo un po’ me stessa. E scappavo da cose che non riuscivo ad affrontare. All’inizio viaggiare da sola mi ha fatto riprender fiato, poi mi ha aiutato a conoscermi e capirmi un po’ di più. E nel mentre mi ha dato soddisfazioni personali e lavorative che in Italia non ho avuto.

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Il mio sogno era imparare bene l’inglese e avere la possibilità di laurearmi all’estero. Non ero felice della vita che avevo in Italia, avevo fatto un corso per estetista e noleggiavo apparecchiature per uso estetico ma ero stufa e volevo un cambiamento. Ho deciso di fare domanda ad alcune università in Regno Unito per vedere se poteva esserci un’occasione per cambiare vita e mi è andata bene. Da lì in poi non mi sono più fermata.

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Cosa cercavo? Il mio posto nel mondo. La positività, la voglia di credere in qualcosa che funziona, un lavoro gratificante. Un ambiente che ti sprona a migliorare, delle persone accanto a te che vogliono migliorare. Che lottano per migliorare ciò che è attorno a loro, quello che possono. Una community. Ma soprattutto cercavo un’esperienza.

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Personalmente sono partita perché avevo ed ho ancora bisogno di trovare la mia dimensione. Vedere e capire cosa voglio veramente dalla mia vita. Lo so che non importa espatriare per farlo, però a me è servito molto più che cambiare semplicemente casa. Perché essere distante fisicamente ti aiuta a diventarlo mentalmente e non è per forza una cosa brutta. In questo modo puoi vedere situazioni, persone e persino te stesso sotto un’altra luce.

4) Avevi delle paure all’idea di lasciare l’Italia? Come le hai sconfitte?

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La paura di non farcela e dover tornare indietro con la coda tra le gambe, o di avere aspettative troppo grandi che sarebbero state deluse. Sicuramente la paura della solitudine.

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Il cambiamento fa sempre paura ma allo stesso tempo è una fortissima spinta a tirare fuori il meglio di me e che mi fa sentire viva. Non ho paura dei cambiamenti e dei trasferimenti ma essendo da sola, non parto mai se non ho già un lavoro/contratto in mano. Ho sempre scelto paesi dove si parla inglese, per sentirmi più sicura. La casa si trova una volta sul posto.

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Sarò onesta, ero terrorizzata. All’aeroporto, ho pianto come una bambina, salutavo la famiglia e piangevo al security point, ho pianto per almeno 3 delle 9 ore che mi hanno portata a New York. Sentivo che forse non ero pronta ad andare da sola dall’altra parte del mondo, che il mio inglese non era abbastanza buono e che non mi sarei mai integrata. Che sicuro la mia hostfamily non mi avrebbe accettato, che i bambini mi avrebbero odiato. Come le abbiamo sconfitte? Affrontandole, all’aeroporto a NY mentre io mi impanicavo nell’attesa di prendere il mio volo e conoscere la mia hostfamily, un ragazzo, che poi diventerà il mio primo amico americano, mi rivolge la parola chiedendomi che gruppo ero? Immaginatevi io? Quale gruppo? Eh si, perché United Airlines per imbarcare i suoi passeggeri li divide in gruppi. Insomma. a primo impatto tutto bene, gli americani si sa, sono molto alla mano. Avere qualcuno con cui condividere le proprie paure, giova sempre. L’arrivo ad Atlanta ed e i primi giorni sono stati un po’ duri, i nani non erano ovviamente abituati ad avere una nuova Au pair. Io nel frattempo imparavo a guidare una macchina enorme, che era considerata la più piccola della casa. E scopro che i 2 dei 4 nani di cui mi prenderò cura, hanno dei disturbi del comportamento e prendono delle medicine (che gli do io, ogni mattina) per poter seguire le lezioni a scuola e restare calmi.

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Quando ad aprile dell’anno scorso l’amica che sarebbe dovuto tornare con me in Scozia mi ha dato buca (non per colpa sua) mi sono ritrovata ad un bivio: partire da sola per tornare all’estero e lavorare oppure tornare con la coda fra le gambe nel mio vecchio posto di lavoro e riprendere la stessa vita che sognavo di abbandonare? Messa così sembra una scelta facile ma non lo era. Io amo le comodità, lo ammetto, ed avere un lavoro dove entri alle 11:30 del mattino è oggettivamente comodo. Però volevo anche provare qualcosa di diverso, di completamente diverso e soprattutto volevo mettermi alla prova. Così sono partita, ho preso per la prima volta un volo da sola, sono stata per la primissima volta in vita mia a Londra ed ero sola, ho preso la metro all’estero da sola, ho pianto nel bagno dell’ostello perché pensavo di non farcela ma poi mi sono motivata, da sola. E ripensandoci adesso, mentre rispondo a queste domande, vorrei poter tornare indietro alla me di molti anni fa, darle una pacca sulle spalle e dirle di non avere paura, perché dentro abbiamo tutta la forza che ci serve.

5) Quale è stata l’avventura più brutta e quale l’episodio più bello vissuto all’estero?

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Cose davvero brutte non ce ne sono state, cioè pensandoci non mi viene in mente nulla che possa rientrare nella definizione. Forse quella volta che ho sbagliato a calcolare il percorso e camminato per più di un’ora a piedi con lo zaino sulle spalle in una città sconosciuta, senza contanti per comprare il biglietto. L’episodio più bello vedere Drumnadrochit imbiancata dalla neve perché sembrava un villaggio fatato.

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Non mi sono mai trovata in situazioni veramente brutte o pericolose, la cosa “peggiore” è stata passare Natale dell’anno scorso, completamente sola, a fare un trasloco. Cose belle successe sono tante ma in primis le amicizie che ho trovato, dall’università in poi, che ancora mantengo. A Gennaio 2019 sono tornata in NZ per un matrimonio e rivedere i miei capi, colleghi e amici è stato bellissimo.


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Avventura più brutta? Stavo guidando, portavo i nani a scuola, i genitori erano volati alle Bahamas per una vacanzina e io avevo il controllo dei miei 4 bambini e delle casa con gli altri 3 animali annessi, insomma big step! Sto guidando, stiamo andando a scuola, I’m really proud of myself perché è tutto perfetto e siamo in orario quando uno dei nani decide di schizzare e litigare con il fratello, stanno litigando ma siamo quasi arrivati a scuola… al che il fratello grande trova un libro in giro e decide di sbattere in faccia il libro al fratellino, che ovviamente inizia a piangere mentre gli cade in mano metà di un dente. Siamo esattamente davanti all’entrata della scuola e i genitori sono in volo per le Bahamas. Io non ho il numero del dentista perché insomma mica ti immagini una situazione del genere… chi ci ha pensato a chiederglielo! È il mio terzo mese ad Atlanta e il mio inglese è ancora molto limitato. Me la sono cavata alla fine, ma è stata una di quelle esperienze che ti fa pensare: se sopravvivo a questo posso sopravvivere tutto. #girlspower! Esperienza più bella? Tante, tantissime! La mia bambina che mi chiama sorella e le manco quando sto via il weekend. Thanksgiving al mare in Florida, davanti ad un bond fire, un tramonto e some junk food americano, le cene thailandesi dove ti cucinano davanti, con i bambini che sono stupiti di te che non hai mai mangiato thailandese e ti devono far assaggiare tutto, i viaggi e i mille posti spettacolari, i parchi nazionali, i 25 giorni con lo zaino in spalla da sola in giro per l’America, tutte le persone straordinarie che ho conosciuto. La voglia di conoscere, la curiosità degli americani. E il loro considerarsi italiani anche se l’italiano non lo parlano e non ci sono mai stati in Italia. Il sentirsi always welcome no matter where you come from. Vedere la mia famiglia dopo 13 mesi.

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Sai che mi sto sforzando per isolare due esempi? Non riesco a ricordare un’avventura che possa veramente timbrare come brutta, vorrei usare il termine spiacevole. Come quelle volte in cui nel B&B succedono casini e la gente viene da me a chiedere di metterci una buona parola con la proprietaria, oppure quando la gente combina qualcosa ed io ci finisco in mezzo perché sono la più “anziana” fra le helpexer. Queste più che essere cose brutte sono cose fastidiose, cose che se vuoi ti fanno anche arrabbiare, però alla fine passa tutto, un po’ come vivere in famiglia. Per quanto riguarda l’episodio più bello direi che possiamo infilarci ogni volta in cui qualcuno mi ha dimostrato della stima. Penso non ci sia niente di più bello che sentirsi stimati ed apprezzati dove si vive e dove si lavora.

6) Mi racconti il tuo percorso? Dove hai vissuto da quando hai lasciato l’Italia?

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Mi sono trasferita all’estero da sola nel 2017, a Milverton, un villaggio nelle campagne del Somerset, con tappe intermedie a Bristol e Newport, come volontaria in un’azienda agricola che produceva piante officinali. È stata la prima vera boccata di libertà e ce la faccio anche da sola; ed è stato bellissimo. Poi Highlands a febbraio 2018, con un’amica che dopo quel viaggio è diventata ancora più amica, come housekeeper in un B&B vicino a Lochness. Quello è stato il viaggio che mi ha dato la scossa, perché già mi piaceva la Scozia, lì ho capito di volerci vivere. Infine, il 5 novembre 2018 ho preso il volo di sola andata per Edimburgo, dopo aver lasciato il lavoro che avevo iniziato a giugno e che era più o meno stabile. Ero in pieno burn out e avevo bisogno di scappare dal casino che avevo intorno e dentro. Mi sono detta, o adesso o mai più: avevo qualche soldo da parte e nulla che mi bloccasse in Italia. Mi sono sentita una persona nuova. Sono una persona nuova, anche se sono di nuovo in Italia per adesso, so che la Silvia che ha preso quel volo non è la Silvia che sta rispondendo a queste domande.

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Mi sono trasferita all’estero da sola a 28 anni. Ad l’Essex in 3 anni mi sono laureata in Scienze animali e produzione animale. Volendo lavorare in agricoltura ma senza nessuna conoscenza o background nel settore, mi sono iscritta ad un’agenzia che mi ha aiutata a trovare lavoro come apprendista contadina in Nuova Zelanda. Lì ho lavorato quasi un anno in un’azienda agricola per la produzione del latte, ed è stata un’esperienza incredibile. Alla fine dell’anno ero però pronta a tornare un po’ più vicina a casa ed ero anzi piuttosto determinata a trovare lavoro in Italia e fermarmi. Purtroppo, in patria non c’è mai stato nemmeno un colloquio e alla fine ho trovato lavoro in Irlanda come rappresentante. Giravo per le fattorie e tentavo di vendere integratori per gli animali, con scarso successo, tanto che l’esperienza è finita in meno di 1 anno. L’ultima tappa è stata la Scozia, dove ho iniziato a lavorare di nuovo con le mie amate mucche, sempre come aiutante nella mungitura e l’allevamento dei vitelli. Purtroppo a settembre 2018 sono stata trasferita in una azienda agricola dove mi hanno fatto rivalutare le mie priorità, al punto di decidere per un nuovo cambiamento radicale: ora lavoro nell’industria del whisky e sono davvero felice.

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Tappe? Dopo i 13 mesi un po’ ad Atlanta e un po’ in giro tra Messico, Canada, ho deciso che bisognava testare se questo inglese era effettivamente migliorato, così ho deciso di fare IELTS, scoprendo che, sorpresona, ho un C1! Huhuhuhuh! Dopo il mio anno in America, la mia hostfamily si aspettava che io estendessi e restassi con loro per almeno altri 6 mesi ma io ero stanca, l’inglese ormai lo sapevo, sentivo che ero cresciuta, cambiata, il corso al college era finito e a me iniziava a stare tutto un po’ stretto. Quindi decido di tornare in Italia, solo per un po’ giusto il tempo di farsi coccolare, con in mente di trovare un lavoro mettere da parte qualche soldino, nell’attesa della nuova esperienza. In Italia, beh, non mentirò: è stata dura riadattarsi, durissima. Di fatto lo dicono tutti, andare è facile, perché tutto è nuovo e l’adrenalina ti aiuta. Tornare è tutta un’altra storia. Per i primi 4 mesi dal mio ritorno, ero convinta che tornare fosse stata una scelta terribile. Sbagliata, sconveniente. In Italia, un lavoro degno di essere chiamato tale… per me, non c’era. Mi proponevano solo stage in cui venivo pagata una miseria, meno di 5€ l’ora, in una città dopo il cappuccino lo paghi 2.80€, mi sentivo demoralizzata e arrabbiata. Ero così contenta di essere tornata nella mia amata Italia! E così mi ringraziava? Così dopo aver avuto mesi di sconforto, ho deciso di andarmene. All’università in Italia non c’ero già entrata l’anno prima, che a quanto pare 80 come voto della maturità per mediazione linguistica a Milano, non era abbastanza. L’inglese ora lo sapevo, e quindi ecco che inizio a mandare application ovunque, in Scozia, in Danimarca ho persino considerando l’Olanda. Una volta accettata all’Universitá in Scozia, sono partita di nuovo per l’estero da sola.

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Il mio viaggio ad essere sinceri non è stato molto lungo. La Scozia è stata la mia prima trasferta e per adesso anche l’unica. Ho subito trovato un ambiente accogliente, persone generose e gentili pronte a darmi una mano ed eventualmente anche un posto dove stare. Non so se resterò per sempre qui, nella mia testa in un angolo c’è l’idea di tornare in Italia, ma solo quando sarò abbastanza forte e sicura di me, quando sentirò che tornare è la cosa giusta per me senza sentire il peso di aspettative esterne. Per adesso sto bene qui, ho meno pensieri e qualche certezza in più. Sono decisamente contenta di aver preso quell’aereo un anno fa.

7) Dopo esserti trasferita da sola all’estero, cosa sogni per il tuo futuro?

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Sogni materiali e facilmente realizzabili: tornare in UK subito dopo la magistrale e stabilirmici definitivamente. Se posso sognare in grande, invece: se continuerà a piacermi così tanto la recitazione (tra le cose pazze che ho iniziato a fare dopo essere tornata in Italia, c’è un corso di teatro che mi sta piacendo da matti!) vorrei provare ad entrare in una drama school, magari a Glasgow o Cardiff. Nel mentre, il sogno nel cassetto che coltivo e coccolo da anni e che ora prende forma, è pubblicare il romanzo che ho scritto. Magari migliorerò abbastanza per poter scrivere in inglese.

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Fermarmi in un posto per quasi 3 anni è assolutamente un record per me (gli anni dell’università non contano) e sono molto felice di dove sono e quello che faccio, la Scozia è diventata la mia seconda casa. Per il momento continuerò su questa strada però sono una zingara di animo e non escludo in futuro di spostarmi ancora. Credo che l’industria del whisky sia un settore dove c’è possibilità di crescere molto quindi leggo, studio, mi informo e tengo gli occhi aperti, se ci saranno opportunità interessanti non ci penserò due volte e manderò il mio cv.

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Per ora studio a Edimburgo e adoro tutto, i professori sempre così disponibili, i charity shops, le associazioni che cercano di aiutare e vengono in università per farsi conoscere, perché l’informazione è tutto. Il senso di community che c’è intorno. Il fatto che qui tutti fanno un po’ di volontariato, anche per l’università. La rappresentano, perché sanno che gli ha dato molto ed è giusto dare indietro qualcosa. In programma c’è già un internship all’estero e un Erasmus al terzo anno. Il sogno? Viaggiare, esplorare, imparare nuove lingue, ubriacarsi di persone, non fermarsi mai, davanti a nulla. Un lavoro part-time che mi soddisfa e mi piace da morire, l’ho trovato, in meno di un mese dal mio arrivo, e mi hanno fatto subito il contratto e che ve lo dico fare non da stagista, in due settimane lavoravo, da sola. Insomma, molto bene, considerando che l’inglese non è la mia lingua madre e qui non sono americani, ci tengono all’accento. 

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Non ho la minima idea di cosa mi riservi il futuro. Non scherzo, per il mio modo di fare vivo molto alla giornata, anche se delle volte mi rendo conto che pianificare almeno due cosette non mi farebbe male. Diciamo che ci sono un paio di progetti che potrebbero prendere vita a primavera, di più non posso dire anche perché non c’è niente di certo, solo la mia indecisione. Il sogno nel cassetto è quello di potermi fermare e dire a me stessa “Sto bene così”, voglio avere quella sensazione di tranquillità e benessere che per adesso non riesco pienamente a provare. Che sia qui in Scozia o in Italia poco importa.

8) Cosa puoi dire ad una donna che vuole trasferirsi all’estero da sola?

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La paura è normale, e non passa mai del tutto. Ma non permettetele di bloccarvi. Prendete quell’aereo, prenotate quel viaggio, comprate il biglietto di sola andata per quella città che vi piace tanto: se non sarà all’altezza delle vostre aspettative, mal che vada tornerete indietro con un’esperienza in più. Ma se andasse bene, potrebbe cambiarvi la vita.

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Avrei sempre voluto trovare qualcuno con cui condividere viaggi, trasferimenti, vita all’estero, ma non è stato il mio caso. Non per questo ho rinunciato, anzi, ho imparato a fare tutto da sola e a cavarmela. Non aspettate il momento perfetto o la persona giusta a fianco, se avete davvero desiderio di cambiare o di partire, fatelo! La ricompensa c’è sempre e anche se dovesse andare male, si può sempre tornare in Italia. Buona fortuna!

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Partite, andate, a volte sarà difficile ma ne sarà sempre valsa la pena. Anche solo per le persone che conoscerete, per l’autostima dentro di voi che sentirete crescere giorno dopo giorno. Con la consapevolezza di averci provato fino alla fine, fino all’ultimo. Fatelo per voi stesse, ma se nel caso avesse bisogno di un fattore esterno che vi sproni, allora fatelo per quella persona che c’è sempre nelle vite di tutti, quella che deve sempre buttare giù gli altri, che vi deve dire che non ce la farete e che se ce la fate, siete state solo fortunate… come quel ragazzo, nel mio caso. Leggete, informatevi perché l’informazione e l’organizzazione sono le basi per il successo. Poi impacchettate le vostre quattro cose e partite, andate. E non dimenticatevi l’entusiasmo! 

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Avere paura è normale, mi viene in mente una citazione di Doctor Who “La paura è un superpotere”. Io ero terrorizzata quando ho preso per la prima volta l’aereo da sola, sapevo dove stavo andando – all’estero da sola – ma ero comunque terrorizzata. L’importante è saper usare quella paura. Non voglio dirvi che è facile, perché non lo è, io ho impiegato anni ad uscire dalla mia comfort zone e ho dovuto chiedere aiuto. Però ecco, credo che partire da sole, che sia per una vacanza o per espatriare, sia una delle esperienze più belle che si possano fare. Quando viaggi da sola devi per forza ascoltare te stessa, non ci sono compromessi da fare con genitori o fidanzati, se vuoi uscire esci, se vuoi stare tutto il pomeriggio in camere puoi farlo senza che qualcuno ti faccia notare che secondo loro stai sprecando tempo, anche perché il tempo che passiamo con noi stessi non è mai sprecato. Viaggiare da soli, come anche vivere da soli, aiuta a conoscersi meglio. Lo so che sembrano frasi fatte ma è la verità, almeno da quello che ho sperimentato e sperimento tuttora. Per concludere, prendete la vostra paura a piene mani e trasformatela in qualcosa di bello. Non deve essere per forza un viaggio dall’altra parte del mondo, può essere anche solo un weekend in quella città a due ore di treno da voi, ma fatevi questo regalo e provate a darvi una possibilità. Ne vale la pena.

Queste erano le storie di quattro donne che in fasi diverse della vita si sono trasferite all’estero da sola, trovando uno spazio e delle risposte. Resteranno? Torneranno indietro? A mio parere queste sono le domande meno interessanti in questa narrazione che ci ricorda semplicemente che tutte possiamo prenderci e portarci via, provare ad andare e a ricominciare da noi, scoprendo che il centro del nostro mondo eravamo sempre state noi.

Se una storia vi ha particolarmente toccato, se in una di queste storie vi siete riconosciute e ritrovate o se avete ulteriori domande da porre alle nostre ospiti, ecco dove trovarle: Silvia, Bianca e Francesca sono disponibili su Instagram mentre all’occorrenza posso mettervi in contatto con Giorgia.

Vi lascio con le fotografie che queste quattro donne hanno scelto per farvi sognare un poco, per ogni altra informazione, scrivetemi una mail o come sempre ci vediamo su Instagram e Facebook.

P.S. Che dici? Pronta a trasferirti all’estero da sola?