SUL TRENO PER LONDRA

SUL TRENO PER LONDRA

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Ho pensato spesso di scrivere riguardo a questa esperienza estiva, sento che rappresenti una parte importante di questo percorso, finora ho pensato fosse difficile dargli una consistenza organica, ma ora che sono a metà di questo viaggio mi sembra che sia in qualche modo più chiaro.

Ho ottenuto un placement estivo a cui tenevo molto per una buona compagnia di Edimburgo, ricordo mia moglie entusiasta dopo aver letto l’email per prima, e ricordo in me un profondo senso di incredulità prima, entusiasmo poi, e infine ansia.

Ansia di non essere all’altezza di un’azienda con buone prospettive, ansia di non saper parlare la lingua sufficientemente bene, e ansia di essere troppo vecchio in confronto a ventenni che iniziavano a fare la stessa esperienza.

Cambiare comporta fatica e sacrifici, e in qualche modo non farcela alle volte è più rasserenante che avere qualche successo.

È molto un discorso di confidenza ovviamente, credo che aver paura non avvantaggi nessuno, e chi si butta è sicuramente in vantaggio.

Quindi quando mi chiesero quante settimane avrei voluto fare di placement, dando 8 come minimo, mi feci i conti della serva e dissi 16, dal primo giorno possibile dopo la fine degli esami, all’ultimo giorno possibile in cui inizieranno nuovamente i corsi universitari per l’ultimo anno.

Volevo prendere il più possibile da questa esperienza e dare indietro qualcosa a questa società che mi ha offerto una grande opportunità.

Una professoressa di psicologia ai tempi della mia prima laurea disse, che gli uomini e le donne non sono forgiate dai loro desideri, quanto dalle loro frustrazioni, a riprova di ciò, ho iniziato a lavorare sodo, arrivare mezz’ora prima, andare via un’ora dopo e alle volte mangiare un boccone davanti allo schermo.

Non molto salutare ovviamente è provocando qualche volta le ire di mia moglie la quale smaniava per l’opportunità di passare l’estate ad Edimburgo.

Dall’alto dei miei trentatré anni sono arrivato ad odiarmi meno, accetto questa parte di me che si sente più serena quando da troppo che quando è a riposo “that’s the nature of the beast”. Mi riprometto che un giorno sarà diverso. Mento a voce alta.

Bruce Lee diceva che l’abilità in una disciplina dipenda principalmente da quanta attenzione non divisa viene data allo sviluppo delle abilità stesse, la predisposizione esiste ovviamente, ma non va da nessuna parte senza tempo e dedizione.

Da quel punto di vista non credo di essere un granché, studio quel che devo, cerco di comprendere quello che succede e applicarlo, ma non ne faccio una ragione di vita, ma più di buona professionalità.

Ho visto in questo periodi ragazzi di altissimo valore fra gli altri interns.

Mi considero semplicemente un lavoratore che si impegna.

Questo alle volte basta a brillare se gli altri sono peggio di te, ma per raggiungere livelli più alti serve una spinta interiore, deve essere la risposta ad un bisogno profondo.

O almeno così credo.

Avendo chiesto il doppio delle settimane normalmente richieste mi sono stati assegnati due team, il primo per le prime 8 settimane e il secondo per le successive, ho già finito di sviluppare un programma per il primo,  rubando due giorni alla partenza del secondo, ma è andata bene così.

Il programma si è dimostrato più complesso di quanto previsto ma alla fine faceva il suo lavoro bene e il risultato ha portato vantaggi interessanti per il team.

Il secondo progetto è di natura più teorica e trova molto interesse nella compagnia, così come genera parecchia confusione, spesso faccio domande alle persone più appropriate dell’ufficio ricevendo risposte benintenzionate ma fuorvianti, credo stia andando nella direzione giusta e credo questo sia dipeso anche dall’aver investigato a lungo la natura del problema prima di lanciarmi nella soluzione.

Credo di avere tempi più lassi in quanto intern, e che i tempi concessi ad un programmatore inserito sarebbero molto più stretti.

A livello personale mi trovo bene con tutti, ci sono persone estremamente capaci ed è un’azienda che da molta importanza al morale, con eventi, drink e altre attività finanziate dall’azienda.

In particolare ora mi trovo su un treno per Londra per partecipare a due giorni di formazione e tre di programmazione competitiva, di mio penso che avrei preferito rimanere con la testa bassa sul progetto corrente e stare con mia moglie durante il Fringe Festival di Edimburgo, ma non c’era molta scelta e di sicuro imparerò qualcosa di interessante.

In generale mi riterrei molto fortunato ad essere considerato da questa azienda con un’offerta di lavoro successivamente, ma so che il mio inglese non è a livello degli altri (madrelingua), che forse non lo sarà mai del tutto e che mi servirebbe del tempo per comunicare efficacemente.

Se poi riuscissi a mantere la mia buona media al quarto anno avrei comunque la possibilità di uscire con una first class e avere buone possibilità con aziende simili.

Ma ci vivremmo ad Edimburgo?

Città adorabile ma con soli 500.000 abitanti, molto più piccola di Roma o Melbourne, e che già appare familiare ai miei occhi.

Buona parte di me brama stabilità, vorrei una casa da sistemare come voglio, stabilire routine, avere un cane, specializzarmi.

Il resto invece non sa’ come finirà questo Brexit sente che tradirebbe la promessa di tornare in Australia, e pensa che questa sarebbe l’ultima vera possibilità per un cambio di contesto (master pagato in Danimarca?)

Tre anni sono un periodo lungo per non mettere in dubbio le proprie convinzioni.

Quando molte cose cambiano, si fa più caso a quelle che rimangono uguali, ed oggi lasciando mia moglie alla stazione sentivo quanto fosse importante e dato per scontato l’averla sempre a fianco, con le sue idee dirette, il suo prezioso supporto, il calore o anche solo stare insieme per chiaccherare della giornata.

Oramai è quasi metà della vita che si sta assieme e sento innaturale la sua mancanza.



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Gennaio 2017 – Innamorarsi (di nuovo) a Londra

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A quel tempo lavoravo full time, avevo tinto i capelli di biondo e di quella pazzia rimaneva una ricrescita che mi faceva fare le smorfie allo specchio, ma indossavo ancora una 42.
E questo era buono.
Avevo una relazione con un ragazzo poco più giovane di me che avrei lasciato ogni sei mesi, quando giuravo a me stessa che non lo avrei voluto vedere mai più e che puntualmente ritrovavo nel letto dopo alcune settimane passate lontani.

Ero piccola eppure mi sembrava di aver già costruito molto. Avevo un lavoro che mi piaceva e stavo per laurearmi anche se con immenso ritardo.

Mi informavo per l’erasmus da un tempo ormai indefinito, guardavo l’appartamento spagnolo e ascoltavo i racconti di chi era partito.
Passavo le notti davanti al computer a fare ricerche, a farmi i conti e iniziai a scrivere su un quaderno le regole della grammatica inglese, sperando che quella parte da auto-didatta riuscisse a rendermi più chiara la strada, a portarmi allo stesso livello di chi partiva l’estate per studiare all’estero.

Mi sembrava che fosse un’esperienza che avevano fatto tutti, vivere in un college o in famiglia e apprendere quella lingua che tanto mi suonava magica nelle orecchie.
Più volte mi feci i conti, ne pagavo ancora a casa mia e mantenermi all’estero a me non sembrava possibile.
Quel sussidio, quello dell’erasmus, mi sembrava minuscolo, ridicolo.

Non sapevo tante cose che ora so.
Non sapevo che forse non ero pronta.

Prendere e partire.
Mi sembrava una roba gigantesca da organizzare.

Sognavo Londra, come tutti i ragazzini.
Volevo imparare l’inglese e vivere lontana per un po’, volevo conoscere amici diversi, fare la matta e respirare un’aria che credevo migliore.

Non sapevo, ed ora so, che sarei potuta partire davvero, lavorando per mantenermi, all’estero.

Proprio come faccio ora.

In Italia lavoravo full time, orari di negozio, e chiedevo i giorni liberi solo per andare a dare gli esami, neanche per prepararmi prima.
L’università la vedevo poco e niente, la vivevo il tempo di terminare uno scritto e verbalizzare un orale.
Mi andava bene così, potevo avere tutto, prendere la laurea, certo lentamente, ma intanto lavorare per davvero.
Tornare indietro mi sembrava impossibile. Una volta che hai uno stipendio ogni mese e che senti il potere di ottenere grazie alla tua fatica, è difficile dire basta, è difficile rinunciarvi.
Per me lo sarebbe stato.

Leggevo invece che all’estero la frequenza era obbligatoria ed io mi chiedevo “Ma come fanno? Hanno tutti qualcuno che li mantiene?“.
Ora so che che avrei potuto farlo anche io, impegnandomi, e che era la paura a parlare.
Sarei potuta partire, lavorare e studiare.
E farcela.
Così come ce la faccio ora.

Ero piccola, incastrata da mille cose e troppo incasinata per pensare a complicarmi ulteriormente la vita.
Per laurearmi dovevo conseguire 500 ore di un inutile tirocinio mandatorio e per farle persi il lavoro che mi dava da mangiare. Le mie vendite erano crollate ed il capo mi disse che non rendevo più e non sapeva che farsene di una che chiedeva di lavorare part time.
Questo malgrado i tre anni spesi al negozio, con un giorno libero a settimana e le domeniche a lavorarle tutte, la pausa pranzo con il boccone sullo stomaco.

Avevo perso il lavoro, ma finito il tirocinio ed ora potevo laurearmi per davvero.
Nell’attesa mi ritrovavo con una disoccupazione ridicola a cercare di capire cosa combinare con la mia vita di ventenne con un incredibile ammontare di tempo libero.
Iniziai a cercare i corsi della regione, quelli per i disoccupati.
Volevo, questa con il senno di poi è bella, iniziare un corso di programmazione, qualcosa che avesse il sapore dell’IT.
Non trovavo niente, i corsi erano perlopiù roba totalmente inutile, assolutamente non tarata sull’utente.
Dietro quei percorsi, mi sembrava, non c’era l’idea di investire su un giovane disoccupato, rimettendolo in piedi e capace di fare meglio e di più.

C’era il nulla.

Mio fratello era in missione fuori dall’Italia, mi sembrava che il mondo non avesse più colori, come ogni volta che andava e va via.
È così ancora oggi.
Lui mi iniziò a scrivere su quello che allora si chiamava messenger e non ricordo bene come andò.
Probabilmente il discorso lo iniziai io morendo di vergogna, ma quella sera decise di regarlami un sogno che mi bruciava la testa.

Avevo già fatto delle ricerche, avevo trovato una scuola alla periferia di Londra ed una famiglia che potesse ospitarmi.
Mio fratello pagò ogni cosa per me, viaggio e alloggio, consentendomi di farlo, di andare a studiare inglese all’estero.

La sera prima della partenza avevo paura anche perché non avevo un soldo in banca. Mio zio passò a casa che era tardi e non disse niente di particolare.
Quando andò via scoprii che mi aveva dato dei soldi per star tranquilla.

Sull’aereo era notte, uno di quei voli Ryanair che prendono solo gli squattrinati e accanto a me c’era un vecchio che cadeva addormentato ogni 30 secondi, incapace di sostenere una discussione sensata immerso in quel denso buio da volo notturno.
Quel vecchio era il mio futuro marito, che non ha perso la terribile abitudine di crollare non appena l’aereo inizia a scaldare i motori.

Londra era puzzolente, fredda e piena di gente.
Non potevo non innamorarmene.

Furono due settimane di amore folle, noi, la città sullo sfondo.
Le lezioni di inglese al mattino, le corse in centro ed il cibo economico dei fast food.
Dividevamo un letto singolo in casa di una famiglia che ci sembrava tutta matta e ne volevo di più.
Di me e lui, di noi due da soli di notte e ancora insieme al mattino, per la colazione, quando l’appartamento era solo nostro.

Furono due settimane, ma sul mio CV diventarono un mese.

Tornai in Italia infastidita, non mi piaceva il chiasso, non mi piaceva il tono della gente.
Trovai una sorpresa bellissima: mio fratello era di nuovo a casa ed io chiaramente mi lanciai addosso a lui alla velocità della luce, per stringerlo forte e respirare il suo fastidio ad avere una sorella così.

La settimana successiva Roma ebbe una di quelle rare giornate di orribile pioggia, di strade allagate e devastazione mista ad aria umida e al rumore del vento contro i vetri delle case vecchie.
Pensavo “Se il sole muore, che senso ha vivere qui?“.
Mi dicevo che la pioggia di Londra fosse dopotutto l’unico contro, non ne vedevo altri.
Anzi persino quella non mi aveva scoraggiata, l’avevo trovata gentile.

Amavo Londra eppure mai pensai di fare le valigie e partire.
Non per davvero.

A Roma, con la pioggia che mi bagnava la testa, andai a fare un colloquio per un lavoro che volevo con tutta me stessa, che mi avrebbe dato tutto quello che all’epoca cercavo.
Mi diedero una lettera formale da tradurre dall’italiano all’inglese.
Andò bene.

Non era qualcosa che sarei stata in grado di fare senza quel micro corso di inglese frequentato all’estero solo la settimana prima. Ve lo posso giurare.

Mi presero per quel lavoro che volevo, malgrado i capelli bagnati e la mia inesperienza nel ruolo.
La pioggia continuava a cadere, incessante, ma in macchina ad aspettarmi c’era sempre lui, il mio compagno di vita, che leggeva “In nome della Rosa“, seduto in una vettura che all’epoca cadeva a pezzi.

Non sapevamo, ancora, che di macchine ne avremmo avute altre 3 e che avremmo preso persino una moto.
Non sapevamo che davvero ci saremmo andati, a vivere insieme, continuando a ricercare quel contatto famigliare e caldo. Condividendo solo una piazza del nostro letto, per stare intrecciati, per stringerci le mani, prima di addormentarci.
Non sapevamo dei caffè la mattina e di tutte le cose che sarebbero venute dopo.
Avevamo nel cuore quell’esperienza all’estero fatta assieme ed il desiderio di condividere di nuovo quella serena quotidianità.

Sono passati tanti anni da quella prima volta in Inghilterra, una bella fetta di vita.

Il mese scorso ho avuto un colloquio di lavoro a Londra e siamo partiti per una piccola fuga, insieme.
Un altro volo preso quando inizia a fare buio.
Pensavo che dopo aver girato il mondo, una banale Londra non mi avrebbe fatto alcun effetto.

E invece era lì.
Ci ha accolti in una notte gelida ma piena di luci, di vita e di occasioni.
Camminando per quelle strade mi è sembrato, di nuovo, che tutto fosse possibile. Che ci fosse ambizione nell’aria e che le idee contassero qualcosa e servisse tirarle fuori.
Ora, subito, per cogliere l’attimo.

Londra, bellissima, uno sfondo che ti riempie lo stomaco e ti fa sentire ugualmente affamato, desideroso di fare.

Sono passati davvero tanti anni eppure mi sono resa conto che niente era cambiato.

Lei era lì.
E c’eravamo anche noi.

Serena, Scozia