Partenze, il tuo controsenso

Partenze, il tuo controsenso

Arrivi dove altri partono.

Mi chiedo se il mio mondo non vada tutto al contrario, quando in aeroporto mi trovo dalla parte sbagliata. Agli arrivi dove gli altri stanno e stanno da sempre, alle partenze quando gli altri vanno via, per tornare al punto di partenza.

La freccia che mi indica la direzione sbagliata mentre i piedi vanno dritti dove devono, verso il posto che hai scelto, verso i dolori che questo comporta, verso le soddisfazioni che ti sei voluta cercare e prendere.

La freccia che puntuta ti ricorda che quando vai nel senso contrario allora il tuo percorso è un altro, la tua strada è un’altra, sei di quelli che se ne vanno dove altri restano, sei di quelli nati in un luogo dove forse non torneranno abbstanza a lungo nemmeno per morire.

Sei di quelli che pensano di sapere come sarebbe stato altrove e per questo fai le valigie con il desiderio di nuovi inizi, voci, persone e colori.

Di fronte a te la freccia contro ma anche la voglia di andare.

Come lo spieghi ad una che è andata a vivere in Australia che il mondo non è tutto possibile, tutto da scoprire, tutto da scegliere?

Come le togli l’illusione di poter decidere i propri passi tutti, la propria direzione sempre?

Non puoi, risparmia il fiato per altre battaglie.

Traccerò la mia direzione in barba ad indicazioni, frecce, percorsi già battuti, fossati, ponti che crollano e svolte obbligate.

Se oggi sono qui non è per caso.

Lo sento nello stomaco anche quelle volte che il cuore ancora piange all’idea di cio’ che è stato e non tornerà ad essere.



“If you don’t like where you are, move! You are not a tree”.

Fine di un espatrio ad Aberdeen

Fine di un espatrio ad Aberdeen

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Leaving the Old Way

Quanto ho aspettato questo momento e quanto fermamente l’ho voluto, come ogni volta che desideri le cose che non puoi avere, almeno non subito ed in quella impazienza credi di perdere la testa.

Mi ricordo giornate che non passavano mai, i pomeriggi bui e sempre quelle stesse cose da fare che mi sembrava di stare a sprecare la vita pur essendo fuori, dove la vita dovrebbe essere e accadere.

Non ho amato questo espatrio ad Aberdeen, lo sanno anche i muri, lo sanno tutti coloro che ho incontrato perché non sono mai stata abbastanza brava da fingere grazia e meraviglia.

Mi spaventa però aver atteso la fine dell’Università e quindi la mia libertà per quattro anni per realizzare di aver visto quegli stessi anni volare, in un attimo, ricordandomi più che mai quanto la vita sia breve e quanto poco tempo ci sia concesso su questa terra, dopotutto.

Qualcuno saprà che una serie di imprevisti mi hanno portata via da Aberdeen per un paio di settimane non preventivate e da allora tutto è stato una corsa, vuoi il trasloco vuoi i vari impegni.

Ho avuto poco tempo per sentire, ascoltarmi, sedere a riflettere su come sto.

Le emozioni sono arrivate tutte assieme dopo una serata a salutare un paio di amici, una delle tante serate che passi quando sei quella che vai via, quando mi son ritrovata senza difese e triste, con le lacrime agli occhi a pensare a ciò che perdo.

Senza magone, perché mi sposto a tre ore di treno e non vado a vivere dall’altra parte del mondo come fu per l’Australia ma con il dolore di perdere la mia routine e le mie persone, i miei punti fermi qui.

Quel dolore l’ho sentito tutto.

Mi vengono in mente quei primi incontri, quando ero appena arrivata e mi sentivo così sola qui e piano piano sono arrivate loro, le amiche che cercavo. Un pranzo alla volta, un caffè che diventa un drink e siamo diventate noi.

Mi viene in mente il sentirmi così indietro rispetto agli Scozzesi al lavoro, quelli che avevano la lingua dalla loro, per poi scoprirmi capace a volte anche più di alcuni di loro, capace giorno dopo giorno di ribattere, organizzare e trovare il mio posto a quel tavolo, ridendo durante le pause, complici.

Ci sono stati gli amici, quelli in Università che alla mia età non avrei pensato di trovare, quel parlare fitto durante le lezioni con la mia amica preferita e tutti quei ragazzi Italiani incrociati per i corridoi, alcuni arrivati per rimanere nel mio cuore per sempre.

Ci saranno i professori, quelli che sono stati essenziali e ai quali dobbiamo tutto e ci saranno per sempre i disabili con i quali ho lavorato quasi tre anni fa, quelli degli urli con bava alla bocca e delle coccole prima di andare a letto o nella vasca con le bolle. Ho detto ciao ad uno di quei musetti proprio ieri sera e mi è stato risposto “ma guarda che io entro nella tua valigia, portami con te!”, proprio come diceva mio nipote da piccolino.

Casa nostra, quella che aveva persino il bidet. Il gatto del quartiere che ci accompagnava a fare la spesa in estate, il piccione al quale davamo da mangiare. Quegli incontri quando pensavi di avere avuto già tanto. l nostri posti.

Tante cose è stato il mio espatrio ad Aberdeen, tanto mi ha dato e molto mi ha tolto ma se guardo indietro, diavolo se lo rifarei, rifarei tutto.

Ora pero’ è il momento di andare, destinazione Edimburgo.

CILIEGIE AMARE, STORIA DI UNA BADANTE CHE VIVEVA IN ITALIA

CILIEGIE AMARE, STORIA DI UNA BADANTE CHE VIVEVA IN ITALIA

Liliana Nechita, Ciliegie Amare, libro di una badante in Italia, libri da leggere, libri belli
Liliana Nechita

Il padre di una ragazza disabile che seguivo fremeva per votare sì al Brexit, era un uomo ignorante, lo capivo dal suo modo di entrare nella stanza, dal suo accento estremo e menefreghista.
Io, del resto, ero l’unica straniera a lavorare nella struttura che ospitava suo figlio e non potevo prendere la cosa sul personale ma dentro di me pensavo a tutte le volte che lo mettevo a letto, al suo ragazzo, che c’ero per lui, alle docce che mi fracicavano i piedi, a quando mi chiedeva di girarlo in un certo modo fino alle sue risate quando gli mancava il fiato per qualcosa che dicevo.
Io c’ero per lui e suo padre non si rendeva conto di colpire anche me con quell’odio che sbandierava ad alta voce e su Facebook, senza vergogna.

Ho lavorato come personal carer per quindici mesi, non di più, poi è arrivato il lavoro che aspettavo e l’ho preso. Non senza dolore, che quelli erano diventati i miei ragazzi e ne conoscevo gli spigoli e le coccole. Ne conoscevo la bellezza e le ombre più scure.

“Possiamo fingere che tu sia la mia mamma?”, mi aveva chiesto la mia preferita, cogliendomi impreparata mentre la stringevo forte.

Quando me ne andai erano giorni che mi faceva vedere le stelle perché non ero più li’ 60 ore a settimana e poteva vendicarsi solo così. Riuscii a prendermi due ore solo per noi, lei mi pettinava i capelli ed io le dicevo “Per sempre, ti amerò per sempre, anche se non sarò più qui”.
Piangevo dandole le spalle, lei non lo immaginava.

Le famiglie a volte ci odiavano, eravamo quelli che pulivano il culo ai figli.
Gli serviamo ma la cosa li rendeva folli di rabbia e gelosia.

Ciliegie amare, un libro di Liliana Nechita

Per caso mi sono imbattuta nel bellissimo libro di una donna rumena che racconta il suo lavoro di badante, in Italia. Non ragazzi disabili per lei ma vecchietti.

Poche pagine ed ecco che quelle due o tre persone che hanno cercato di farmi sentire nel posto sbagliato perché immigrata, non sono state nulla al confronto di quello che il mio popolo, il popolo Italiano, ha fatto a questa donna.

E come ci racconta a noi italiani, Liliana Nechita, in un modo che fa male e che a volte fatico a credere, nel quale non mi riconosco perché io non sono così eppure forse lo sono stata.
C’era la signora che le diceva in faccia “voi rumene, venite qui, non pagate la luce, non fate la spesa, consumate tranquillamente tutto ciò di cui avete bisogno, noi paghiamo e vi diamo anche lo stipendio. Dovreste essere riconoscenti!“, mettendole nuovamente nel piatto solo la quantità e la tipologia di cibo che decideva lei, colpendola sul viso peggio di una manata mentre Liliana assisteva suo marito giorno e notte. C’era il vecchietto che la voleva nel letto o l’avrebbe consegnata alla polizia quando ancora la Romania non significava Europa. Non era la sua prima vittima, poteva trattarle da schiave e pensò che ne valesse la pena, di provare a ricattarle.

Erano delle immigrate e si meritavano di esser spremute.

“Ma sai che cosa è strano? L’Italiana dalla quale ha lavorato, era invidiosa che lei partisse. Non sono felici quando noi risolviamo un problema nel nostro paese. No, questo tuo stare nei guai li aiuta perche cosi’ hanno chi comprare. Non puoi staccarti da quel ruolo di domestica per ritornare ad essere moglie e mamma.

Liliana che dalla Romania è scappata per la fame ed è solo girando quelle pagine che scopro che sì, in Europa si può ancora avere quella fame, nulla per cena che del tea.  Liliana non mangiava che una volta ogni due giorni per nutrire le figlie, si era scordata come masticare e voleva solo chiudere gli occhi e sparire. Attorno a lei i bambini non avevano le scarpe, condividevano un solo pennarello per colorare e si incontravano in gruppi di studio attorno all’unico libro disponibile. La vicina di casa piangeva perché non c’era più pane, lo zucchero era da centellinare e la fila per prendere le medicine da fare all’alba o nel cuore della notte.

Sareste rimasti in Romania a sentir crepare la speranza o avreste provato a cercar fortuna in Italia, pur non conoscendo nessuno?

Cio’ che mi angoscia adesso è l’apparente mancanza di futuro e sorriso. Qui, nella famiglia in cui lavoro, ho tutto. Lavoro e spedisco i soldi a casa. Non ho niente. Non sogno nulla. Aspetto solo che passi la giornata. Ma, ahimè, ne inizia un’altra. […] Ho i tic nervosi. Tutto è programmato da lungo tempo in funzione delle loro necessità, non delle mie. In bagno vado la mattina e alle quattordici. Poi la sera.

Manda i soldi in Romania, Liliana, che non bastano mai e manda pacchi ogni due mesi
Potrebbe limitarsi ai soldi ma vuole sapere di esserci ancora, di esistere, vuole preparare i pacchetti e sentire per telefono se il maglione è giusto, se il fermaglio piace.
Dall’altra parte qualcuno può bere la cioccolata calda grazie a lei, alla sua reclusione volontaria nella casa di qualche vecchietto.

La mattina della vigilia di Natale ho spedito i soldi a casa. Per il cibo, la legna, etc.
– Grazie mille, mamma! Come faremo senza di te!
Si! Ho pianto, mi facevano pena i miei figli, ho ringraziato Dio per il mio lavoro qui. Qualche giorno fa ho spedito dei pacchi. Panettoni, maglioncini, pigiami, cioccolata, pannolini per il mio nipotino, giocattoli (gli ho mandato un treno elettrico), shampoo e calze. Mi hanno detto:
– Mamma, qualsiasi cosa tu ci spedisca, va bene, qui non abbiamo nulla. Tutti i soldi li spendiamo per la spesa! –

Liliana, che appena arrivata in Italia per un soffio non dorme per strada, come altri migranti come lei, quelli che al mattino alle 6 vedi in fila aspettare qualcuno che dia loro un lavoretto.
Liliana, che non ha un soldo ma è abituata alla fame e tace e se troverà una mano amica sarà solo quella di un prete e di altri immigrati come lei, come quelli che fecero una colletta per farla mangiare.

Liliana, che in un attimo sono passati quattro anni, una mamma di settant’anni in Romania, i bambini ancora li’ ma con il pranzo finalmente in tavola.

È lontana, è straziata e manca ma questa situazione non fa dopotutto comodo a tutti? Persino il presidente della Romania, Băsescu (2004 – 2014) continuerà per anni a dire ai suoi cittadini di rimanere all’estero ancora per cinque anni, cinque anni almeno, e continuare a spedire i soldi per costruire case e industrie.

Liliana resterà?

 

Il libro di Liliana Nechita è disponibile su IBS, Hoepli e Amazon, fatevi questo regalo.
Vi aprirà la mente.

Questa è la storia di tanti rumeni e non solo, pensiamoci prima di aprire bocca.

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Ciliegie Amare, un Libro da Leggere.

 

Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

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La nostra amica Chloe, una coreana con lo stesso sogno tirato fuori dal cassetto, ci aveva dato il contatto giusto.
Di fronte a noi ora c’era Sue, un agente d’istruzione, che prendeva i costi delle scuole australiane e con la penna li tagliava per noi, tracciandoci sopra una linea a scrivendo una cifra ragionevole.
Per quanto le cifre possano essere ragionevoli in Australia.

Ci pensammo molto.
Volevamo rimanere.

Tornammo per accettare l’offerta, io sulla sedia a rotelle, con la gamba rotta ed il gesso blu.
Sue ebbe la delicatezza di lasciarci da soli durante la firma del contratto.
Che firmammo.

Eccoci dunque di fronte ad un fatto compiuto.
Saremmo rimasti due anni in Australia con un visto studenti, mio marito avrebbe studiato per diventare Chef al costo di 6000 dollari l’anno e poi avremmo iniziato le pratiche per entrare permanentemente nella terra dei canguri.
Ho scattato fotografie a raffica di quel momento della firma, c’è lui che ride ma è rosso in viso, contrito, strappato in due, le mani sulla testa.

Siamo tornati a casa e mi sono raccolta per far chiarezza.

Davvero vuoi questa vita Serena?
Un corso da Chef lo consacrerà all’Hospitality, con i suoi orari, con i weekends sempre lavorativi, con le cene separati, le festività inesistenti.
Siamo stati male quella sera.
Perché la risposta la conoscevamo e da un bel po’.

Ma fuori c’era Lei.
Melbourne, piena di luci e colori.
Che esci in strada ed è subito amore, festa nel tuo cuore.
Respiri un’aria che frizza nel naso.
E sei felice da scoppiare.

In quella stessa settimana arrivò la conferma dall’Università Scozzese.
Lo avevano preso per studiare Computer Science, una possibilità di cui mormorava da tre anni.

Che vita vuoi Serena?

Per Melbourne avrei sacrificato l’ambizione di mio marito, ma avrei perso troppo.

Che vita vuoi per te, Serena?
Lui ha deciso la sua strada.
E tu?

A trent’anni ero partita con l’idea di poter far tutto, mi era sempre riuscito tutto così bene, avevo – senza modestia – spesso brillato sul lavoro, facendo la differenza.
In un paese straniero ero una favolosa master of none, con una laurea umanistica pronta da darmi in faccia esattamente come in patria.
In un settore, la psicologia, che non mi interessava più, che mi aveva stufato e saturato.
A dimostrazione che non siamo, né saremo per sempre, le persone che eravamo a diciotto anni, fresche di maturità.

Io per me voglio un lavoro, un lavoro bello, che mi stimoli e mi spinga a fare.
Creativo, ma vero.
Che porti ad una carriera.

Presi la lista dei corsi universitari ed iniziai a guardare dal settore sanitario.
Infermiera?
Perché no.
Sono ricercate in Australia e ben pagate.

Sì, ok, ma non credo di voler far questo, dopotutto.

Arrivata alla facoltà di informatica l’occhio mi cade su Computing, Graphics & Animation, un corso che – anche se ancora non lo so – corre assieme a Computer  Science – all’IT – differenziandosi  da questo grazie a moduli dedicati alle mie passioni di sempre.

E non mi vedrete mai dire di essere una blogger, ma l’esperienza con Amiche di Fuso è stata essenziale per riconoscere alcuni piccoli talenti.
Avevo creato una serie di vignette che conoscete come “capisci di essere un expat“, disegnato e montato l’introduzione dei nostri video, scelto la musica e lanciato piccoli progetti che raccontavano un po’ quella che sono: creativa sì, ma anche orientata al prodotto finale, agli obiettivi.

In famiglia ben pochi si aspettavano qualcosa da me.
Qualcosa che non fosse un fiocco rosa o azzurro da appendere alla porta di casa, nel quartiere di sempre.
Lo volevano e chiedevano indipendentemente da quello che volevo io.
Come donna dovevo volere dei figli e non pensare alla realizzazione personale.
Era la strada da seguire, indipendentemente da quello che volevamo noi come esseri umani e come coppia.

Non credo di aver dato una bella notizia quando ho informato tutti che sarei tornata sui libri a 32 anni compiuti.

Ed anch’io passavo dall’entusiasmo alla paura, devastante, di fallire.

Non solo avevamo abbandonato la nostra casa.
Ad aspettativa finita, mio marito si era anche licenziato da un lavoro pubblico.
Avevamo gli occhi di tutti addosso, fallire equivaleva a sentirli dire che era vero ciò che pensavano: stavamo sbagliando tutto.

Anche se noi sapevamo di aver ragione.
La nostra!
Fosse anche solo perché lo volevamo.

Ma la responsabilità era proprio tanta e la percepivo pesarmi tutta addosso.

Prima di tornare in Europa mi sentivo soffocare, dilaniata.
Volevo incidere sulla pelle le parole libertà, freedom, disegnarmi delle ali sulla schiena.
Volevo tranquillizzare me stessa e dirmi che in Europa avrei ritrovato la stessa leggerezza che mi ha accompagnata in Australia.

Avevo una paura dannata di fallire.
Chi ero io per pensare di studiare informatica?
Ero un asino in matematica, una che fa fatica a seguire le lezioni e preferisce scarabocchiare sul proprio quaderno, spegnendo il cervello.
Avrei fallito.
Di fronte a tutti.

Forse già al primo esame.
O a quello di matematica.

Ero fuori di me per la paura.

Un giorno decisi una cosa, di punto in bianco.
Serena, facciamo che invece ce la fai.
Basta pensieri distruttivi e fantasie negative.
Ce la fai.

E ragazzi, il primo anno è finito e ce l’ho fatta.
Alla grande.

Conquistando il massimo dei voti anche in matematica.

Dedicato a tutti quelli che pensano che il proprio treno sia passato, di esser troppo vecchi o di aver avuto l’immensa fortuna di nascer donne e la sfortuna di averlo fatto prima dell’anno 3000.

Serena, Scozia