Febbraio 2016 – Tutte le Strade portano a Roma

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Quante volte hanno spalancato la bocca ed esclamato “From Rome?!”.
Quante volte me l’hanno raccontata con il loro entusiasmo di stranieri, che prendono il caffè a Piazza Navola ed i commenti dei ristoratori li capiscono e non capiscono.
Ma quell’aria caciarona, romana, la sentono che gli arriva calda in faccia.
Li stordisce e seduce, anche quando stanno per essere fregati.

Ecco io con Roma ci dico poco e niente.
L’ho odiata da matti prima di andare.
Nel traffico del mattino sulla Prenestina e poi ancora ferma con il piede sull’accelleratore mentre tentavo di imboccare per Lungotevere.

Roma dove il tempo è sempre bello, c’è l’arietta.
Occasionalmente ci sorprendeva con l’acquazzone che portava nell’aria quell’odore di bagnato che non ho più ritrovato, di umido.
La città si fermava, incapace di contenere le pozzanghere che diventavano quasi un oceano, con le macchine fisse nel mezzo ed i clacson a narrar inquietudini.

A Roma non prendevo mai i mezzi pubblici, ma quando lo facevo mi infastidivo, mi aggrappavo al palo che arrivava fino a terra ed aveva sempre quella consistenza di oleoso, di sporco.
Non stavo mai seduta e sui finestrini del trenino che mi portava all’università si creava una patina di condensa e sentivo l’odore forte di sconosciuti pressati accanto a me.

Roma che mi ha punito proprio per il suo essere così grande ed antica.
Roma che rivedo nei film di Sordi e di Verdone, dopotutto sempre uguale, sempre appariscente anche se usata come mero sfondo.
Piena di problemi che si trascina da così tanto da farmi pensare che non cambierà mai niente. Che quando mi sembra che si stia per toccare il fondo ecco che scopro che con lei si può andare ancora più giù.
Roma che mi fa vergognare quando leggo certi articoli, che mi fa preoccupare per chi lì è rimasto.

Roma io gli ultimi anni l’ho odiata, una madre cattiva che non avresti più voluto incontrare, che feriva e depredava.
Un peso attaccato alla caviglia.

La mondezza sotto casa, ammassata, le scritte sui muri, le persone che ai miei occhi diventavano la gente e la gente, si sa, è fatta per essere odiata, stigmatizzata.
Le parolacce in tangenziale, il parcheggio improbabile, la mancanza di rispetto e anche quell’atroce senso di rivalsa che faceva dire cose orribili allo sconosciuto che ti capitava di fronte.
Il rumore delle sirene.

Roma che non mi è mancata.
Male di Roma però ne posso parlare solo io e quando gli altri si azzardano mi percorre un brivido, i sensi si allertano e farei veder loro che cos’è la città che mi ha dato i natali.

Roma, gli amici in macchina e la musica con le canzone nostre, quelle che sai nella lingua che è tua.
Roma, una sorella che riconosci ad occhi chiusi, le strade familiari che non dimenticherai.
Roma e le passeggiate in centro, le grattachecche a luglio, i vecchietti seduti ai bar.
Le cicale, l’estate come un ronzio nella testa, la strada che si allarga quando arrivi ad Ostia, l’aria quando sali ai Castelli, la sensazione quando parcheggi la macchina di fronte al Lago.

A chi maltratta Roma presenterei il romano che se vuole ti fa ridere di gusto, anzi basterei io… e poi vediamo!
A chi maltratta Roma racconterei dei supplì caldi in zona San Lorenzo, che di notte è accesa, chiassosa e giovane.
Di San Giovanni quando vuoi fartela a piedi fino a via del Corso e te la giri tutto se vuoi, quell’immensa parte della città di cui non ti stanchi mai perchè hai sempre qualcosa da guardare, un posto dove rubare un pezzo di pizza al taglio, sederti e continuare.

Roma dove sono nata, dove mi sono innamorata.
Ogni angolo mi ricorda qualcosa, un’emozione, un ragazzo, una risata, un caffè preso con gli amici da Sant’Eustachio e tutte quelle zone che per il turista sono niente ma per me sono casa, sono infanzia ed età adulta assieme.
Roma, mai più conoscerò una città bene come ho conosciuto te e questo mi spaventa, mi fa vacillare perché nei tuoi confini mi muovevo sicura.

Quando questo post vedrà la luce io a Roma ci sarò tornata dopo diciannove mesi di espatrio, volati, tra Australia e Scozia.
Diciannove mesi di cose che funzionano, di impiegati della posta che ti sorridono e di ben poco tempo buttato via, sprecato.
La mia emigrazione, il riscoprirmi a casa altrove, con il mio sangue diverso ed un fardello pesante, al posto giusto dall’altra parte del mondo.

Non l’ho pensata in questi mesi, non nel giusto modo, non ne ho avuto nostalgia.
Lasciandomela alle spalle mi sono sentita finalmente salva.
Ma con il biglietto in mano le cose sono cambiate, il ricordo è entrato nelle vene facendosi spazio, strattonando.
Fantastico, sogno, la penso.

La penso finalmente così vicina – la città eterna – che il cuore mi esplode perché davvero, adesso, non vedo l’ora di rivederla, di rimetterci piede.
Di lamentarmene perché Roma è generosa e mi accoglierà anche così, sempre scontenta ed ingrata.
Mi farà ridere e mi farà piangere, la fotograferò come se fosse una statua di una donna lussuriosa, in carne e bella da vedere, che vuoi rivedere.

Mi commuoverò camminando per la Tuscolana e ricordandomi quando quella era l’unica casa possibile, quando ce la facevamo a piedi fino all’Appia e ritorno, per andare al cinema e mangiavamo le arachidi caramellate del baracchino di fronte al Maestoso.
Mi ricorderò le notti d’estate quando volevo solo camminare e potevo farlo, senza meta, le braccia scoperte ed il naso all’insù.
Tornare a casa senza dover pensare al tragitto, inserendo un pilota automatico mentale.

I chilometri, le ore spese a vivere una città che per me era scontata e per altri è Caput Mundi.

Serena, Scozia

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