Giugno 2016 – 30 anni. Tornare a studiare (all’estero) per costruire un futuro migliore.

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La nostra amica Chloe, una coreana con lo stesso sogno tirato fuori dal cassetto, ci aveva dato il contatto giusto.
Di fronte a noi ora c’era Sue, un agente d’istruzione, che prendeva i costi delle scuole australiane e con la penna li tagliava per noi, tracciandoci sopra una linea a scrivendo una cifra ragionevole.
Per quanto le cifre possano essere ragionevoli in Australia.

Ci pensammo molto.
Volevamo rimanere.

Tornammo per accettare l’offerta, io sulla sedia a rotelle, con la gamba rotta ed il gesso blu.
Sue ebbe la delicatezza di lasciarci da soli durante la firma del contratto.
Che firmammo.

Eccoci dunque di fronte ad un fatto compiuto.
Saremmo rimasti due anni in Australia con un visto studenti, mio marito avrebbe studiato per diventare Chef al costo di 6000 dollari l’anno e poi avremmo iniziato le pratiche per entrare permanentemente nella terra dei canguri.
Ho scattato fotografie a raffica di quel momento della firma, c’è lui che ride ma è rosso in viso, contrito, strappato in due, le mani sulla testa.

Siamo tornati a casa e mi sono raccolta per far chiarezza.

Davvero vuoi questa vita Serena?
Un corso da Chef lo consacrerà all’Hospitality, con i suoi orari, con i weekends sempre lavorativi, con le cene separati, le festività inesistenti.
Siamo stati male quella sera.
Perché la risposta la conoscevamo e da un bel po’.

Ma fuori c’era Lei.
Melbourne, piena di luci e colori.
Che esci in strada ed è subito amore, festa nel tuo cuore.
Respiri un’aria che frizza nel naso.
E sei felice da scoppiare.

In quella stessa settimana arrivò la conferma dall’Università Scozzese.
Lo avevano preso per studiare Computer Science, una possibilità di cui mormorava da tre anni.

Che vita vuoi Serena?

Per Melbourne avrei sacrificato l’ambizione di mio marito, ma avrei perso troppo.

Che vita vuoi per te, Serena?
Lui ha deciso la sua strada.
E tu?

A trent’anni ero partita con l’idea di poter far tutto, mi era sempre riuscito tutto così bene, avevo – senza modestia – spesso brillato sul lavoro, facendo la differenza.
In un paese straniero ero una favolosa master of none, con una laurea umanistica pronta da darmi in faccia esattamente come in patria.
In un settore, la psicologia, che non mi interessava più, che mi aveva stufato e saturato.
A dimostrazione che non siamo, né saremo per sempre, le persone che eravamo a diciotto anni, fresche di maturità.

Io per me voglio un lavoro, un lavoro bello, che mi stimoli e mi spinga a fare.
Creativo, ma vero.
Che porti ad una carriera.

Presi la lista dei corsi universitari ed iniziai a guardare dal settore sanitario.
Infermiera?
Perché no.
Sono ricercate in Australia e ben pagate.

Sì, ok, ma non credo di voler far questo, dopotutto.

Arrivata alla facoltà di informatica l’occhio mi cade su Computing, Graphics & Animation, un corso che – anche se ancora non lo so – corre assieme a Computer  Science – all’IT – differenziandosi  da questo grazie a moduli dedicati alle mie passioni di sempre.

E non mi vedrete mai dire di essere una blogger, ma l’esperienza con Amiche di Fuso è stata essenziale per riconoscere alcuni piccoli talenti.
Avevo creato una serie di vignette che conoscete come “capisci di essere un expat“, disegnato e montato l’introduzione dei nostri video, scelto la musica e lanciato piccoli progetti che raccontavano un po’ quella che sono: creativa sì, ma anche orientata al prodotto finale, agli obiettivi.

In famiglia ben pochi si aspettavano qualcosa da me.
Qualcosa che non fosse un fiocco rosa o azzurro da appendere alla porta di casa, nel quartiere di sempre.
Lo volevano e chiedevano indipendentemente da quello che volevo io.
Come donna dovevo volere dei figli e non pensare alla realizzazione personale.
Era la strada da seguire, indipendentemente da quello che volevamo noi come esseri umani e come coppia.

Non credo di aver dato una bella notizia quando ho informato tutti che sarei tornata sui libri a 32 anni compiuti.

Ed anch’io passavo dall’entusiasmo alla paura, devastante, di fallire.

Non solo avevamo abbandonato la nostra casa.
Ad aspettativa finita, mio marito si era anche licenziato da un lavoro pubblico.
Avevamo gli occhi di tutti addosso, fallire equivaleva a sentirli dire che era vero ciò che pensavano: stavamo sbagliando tutto.

Anche se noi sapevamo di aver ragione.
La nostra!
Fosse anche solo perché lo volevamo.

Ma la responsabilità era proprio tanta e la percepivo pesarmi tutta addosso.

Prima di tornare in Europa mi sentivo soffocare, dilaniata.
Volevo incidere sulla pelle le parole libertà, freedom, disegnarmi delle ali sulla schiena.
Volevo tranquillizzare me stessa e dirmi che in Europa avrei ritrovato la stessa leggerezza che mi ha accompagnata in Australia.

Avevo una paura dannata di fallire.
Chi ero io per pensare di studiare informatica?
Ero un asino in matematica, una che fa fatica a seguire le lezioni e preferisce scarabocchiare sul proprio quaderno, spegnendo il cervello.
Avrei fallito.
Di fronte a tutti.

Forse già al primo esame.
O a quello di matematica.

Ero fuori di me per la paura.

Un giorno decisi una cosa, di punto in bianco.
Serena, facciamo che invece ce la fai.
Basta pensieri distruttivi e fantasie negative.
Ce la fai.

E ragazzi, il primo anno è finito e ce l’ho fatta.
Alla grande.

Conquistando il massimo dei voti anche in matematica.

Dedicato a tutti quelli che pensano che il proprio treno sia passato, di esser troppo vecchi o di aver avuto l’immensa fortuna di nascer donne e la sfortuna di averlo fatto prima dell’anno 3000.

Serena, Scozia

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