AFFITTARE CASA AD EDIMBURGO E SOPRAVVIVERE ALLE TRUFFE

AFFITTARE CASA AD EDIMBURGO E SOPRAVVIVERE ALLE TRUFFE

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Un posto bello di Edimburgo

In Australia mi sembrava che gli annunci delle case in affitto me li buttassero in faccia, a secchiate, non è stato invece facilissimo trovare casa ad Edimburgo e per questo motivo sono finita in una sharing house da 10 persone e due soli bagni. Una sistemazione che normalmente non sarebbe la mia prima scelta ma nella quale mi sono velocemente adattata, segno che tutto si può fare.

I siti da utilizzare per trovare un appartamento in affitto immagino li conosciate tutti, qui in UK si parla di Gumtree, Zoopla, Right Move e di molti altri che potrete trovare rapidamente, digitando le parole giuste su Google e compagnia bella. Qualora voleste condividere un appartamento vi suggerirei anche Spare Room e Room Buddies.

Il mio consiglio è quello di dare un’occhiata anche ai gruppi Facebook come per esempio Edinburgh Rent, Rent a Room in Edi, Edinburth Property to Let, il gruppo degli Italiani ad Edimburgo ed il mio preferito (grazie alle admin favolose) che è Italiani in Scozia.

Come affittare casa ad Edimburgo e sopravvivere ad una truffa?

Anche in UK è possibile affittare tramite trattativa con un privato o grazie alla mediazione di una agenzia. Ad Aberdeen sono stata molto fortunata ed ho trovato una casa moderna, con il bidet (!!) e senza carpet ed una landlady con la quale si può davvero parlare. Qui ad Edimburgo è stata la mia prima esperienza con una agenzia che, se seria, può essere veramente utile per affittuario e proprietario. Io non posso lamentarmi: sono venuti a cambiarmi persino la lampadina rotta del bagno e sono presenti con sopralluoghi periodici, per tutelare il proprietario.

Insomma, a me sono andate bene entrambe le esperienze ma è proprio cercando casa ad Edimburgo che mi sono resa conto del numero atroce di scam, ovvero di truffe online. Sono tantissime!

Uno immaginerebbe una truffa avvenire di nascosto, invece gli annunci vengono pubblicati alla luce del sole, sotto gli occhi degli admin che non possono controllare e/o sapere tutto e sotto gli occhi del team di Facebook e di quello di Gumtree.

Un consiglio? Se sentite odore di bruciato, scappate dalla trattativa e prendetevi del tempo per analizzare meglio la situazione e non fatevi MAI convincere a spedire del denaro per vedere un appartamento, che poi è anche il punto quattro della mia mini guida su come affittare casa ad Edimburgo e sopravvivere alle truffe:

  1. Campanello d’allarme se la casa è bellissima e con un prezzo fuori mercato.‌
  2. Se il proprietario inizia a dire cose tipo “sento che posso fidarmi di te, faremo le pratiche senza vederci perché io non sono ad Edimburgo al momento ma all’estero per lavoro”.

  3. Se il proprietario cita Gesù o Dio, lo so, è stupido ma è ricorrente. Si fingono brave persone e pensano che mostrandosi devoti possano passare per onesti. Assurdo.
  4. Se vogliono i soldi senza farvi vedere l’appartamento. no, ragazzi, non ci sono ragioni per accettare questo! Non spedite soldi per vedere un appartamento, nè una caparra nè tantomeno l’intero importo di una o più mensilità.

  5. ‎Se vi contattano per linkarvi un annuncio di un appartamento che sì, esiste veramente. Peccato che loro non siano veramente i proprietari! In questi casi basta contattare i numeri sotto all’annuncio originale e verificare.
  6. Se il profilo Facebook vi sembra insolito, con molti contatti che vivono in paesi molto poveri.

  7. Se l’inglese di chi scrive è pessimo.
  8. Se il proprietario non può farvi avere il suo numero di telefono britannico, adducendo scuse varie e fantasiose.

  9. Se il proprietario ha un profilo Facebook pubblico ma nessuna interazione con i suoi numerosissimi amici virtuali, aggiunti probabilmente solo per sembrare più credibile.
  10. Se il proprietario sottolinea da subito la sua posizione professionale. Perché mai qualcuno dovrebbe iniziare una mail dicendoti di essere un importante CEO? Fino a prova contraria sei TU quello che dovrebbe dare delle garanzie ad un proprietario. Quindi perché ?? Perché è un truffa, ecco perché. 😉

Spero questa guida possa esservi utile e no, non credo che questo elenco valga solamente in UK, credo anzi che possa valere in tutto il mondo. Per il resto, vi lascio come approfondimento al caro Joe Lycett che ha qualcosa da raccontarvi in merito. 😉

Video credits: @Joe Lycett

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NO, NON VIVO A LONDRA

NO, NON VIVO A LONDRA

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Classico esempio delle mie sere al Pub.

Quando dico che sono di Roma, la gente non si capacita che possa essere vero.

All’estero – e con quanto segue mi riferisco soprattutto agli australiani che non sempre possono permettersi un viaggio così lungo – perché è un luogo da sogno per loro, uno che non lasci, una città piena di storia e cultura dove vivono vecchietti con le pecore e la lupara, donne dai fianchi generosi e antichi romani con tanto di scudo. Chissà cosa penserebbero se sapessero che a Piazza di Spagna abbiamo il MC Donald e che compriamo la loro stessa pasta al supermercato.

In Italia invece mi chiedono sempre “ma Roma-Roma?” perché tantissimi dicono di venire dalla mia città pur vivendo nei dintorni.

Lo fanno, probabilmente, per far prima e l’ho capito solo ora che vivo in Scozia, in una città che non tutti conoscono.

Non per nulla, a Maggio, a Roma, mi è capitata questa cosa con il ragazzo del B&B che era un tipo simpatico, che quando mi ha vista al check-in ha esordito con entusiasmo, dicendo: “Si vede che vivi a Londra“. Si riferiva ai miei capelli colorati così ho domandato se fosse o meno un complimento e lui si è affrettato a dire quello che penso anche io, che in UK per certi versi – parecchi – siamo più liberi.

Solo che se seguite questo blog io non vivo a Londra e neanche ci vivrei, sono normalmente ad Aberdeen, 12 ore con il bus.

In quell’occasione ho approfittato per precisare di vivere in Scozia ma le mie parole sono cadute nel vuoto e a quanto pare nel B&B ero la londinese per tutti e Londra l’unico punto di riferimento certo in quello spazio sulla cartina chiamato Regno Unito.

Così quando hanno fatto quattro gocce d’acqua il proprietario mi ha incrociata e detto “come a Londra, eh?”, con lo sguardo sornione di chi ne ha viste tante.

E lì più che a pensare di cantargli che “oltre a Londra c’è di più”, o di dirgli di nuovo che “io vivo in Scozia ed è molto peggio”, la mia testa è partita a ricordare la mia vita precedente, quando quelle quattro gocce romane e gentili erano anche per me un clima da “Londra”.

Perché un romano che ne sa del freddo, dei cieli grigi e delle punte dei piedi sempre bagnate?

Ops, sto parlando di nuovo della Scozia però!

Perché sì, esiste anche quella.

 

 

Se avessi avuto ancora vent’anni, a Londra ci sarei finita di cuore e volentieri ma con l’esperienza dei 35 mi rendo conto che sarebbe una fatica immane e finirei di pagare una eventuale abitazione solo in punto di morte e dopo aver vissuto in una casa condivisa per un decennio (ok, qui ho esagerato). Per questo colgo l’occasione per invitare tutti a considerare la Scozia come possibile meta per il proprio espatrio, per vivere, lavorare o studiare, perché qui siamo lontani dal meraviglioso stress londinese, la qualità della vita è per certi versi più alta e la quotidianità meno complicata e competitiva.

Se il vostro solo intento è di imparare l’inglese, giuro, lo parlano anche qui!

Mano sul cuore, oltre a Londra c’è di più.

Gennaio 2017 – Innamorarsi (di nuovo) a Londra

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A quel tempo lavoravo full time, avevo tinto i capelli di biondo e di quella pazzia rimaneva una ricrescita che mi faceva fare le smorfie allo specchio, ma indossavo ancora una 42.
E questo era buono.
Avevo una relazione con un ragazzo poco più giovane di me che avrei lasciato ogni sei mesi, quando giuravo a me stessa che non lo avrei voluto vedere mai più e che puntualmente ritrovavo nel letto dopo alcune settimane passate lontani.

Ero piccola eppure mi sembrava di aver già costruito molto. Avevo un lavoro che mi piaceva e stavo per laurearmi anche se con immenso ritardo.

Mi informavo per l’erasmus da un tempo ormai indefinito, guardavo l’appartamento spagnolo e ascoltavo i racconti di chi era partito.
Passavo le notti davanti al computer a fare ricerche, a farmi i conti e iniziai a scrivere su un quaderno le regole della grammatica inglese, sperando che quella parte da auto-didatta riuscisse a rendermi più chiara la strada, a portarmi allo stesso livello di chi partiva l’estate per studiare all’estero.

Mi sembrava che fosse un’esperienza che avevano fatto tutti, vivere in un college o in famiglia e apprendere quella lingua che tanto mi suonava magica nelle orecchie.
Più volte mi feci i conti, ne pagavo ancora a casa mia e mantenermi all’estero a me non sembrava possibile.
Quel sussidio, quello dell’erasmus, mi sembrava minuscolo, ridicolo.

Non sapevo tante cose che ora so.
Non sapevo che forse non ero pronta.

Prendere e partire.
Mi sembrava una roba gigantesca da organizzare.

Sognavo Londra, come tutti i ragazzini.
Volevo imparare l’inglese e vivere lontana per un po’, volevo conoscere amici diversi, fare la matta e respirare un’aria che credevo migliore.

Non sapevo, ed ora so, che sarei potuta partire davvero, lavorando per mantenermi, all’estero.

Proprio come faccio ora.

In Italia lavoravo full time, orari di negozio, e chiedevo i giorni liberi solo per andare a dare gli esami, neanche per prepararmi prima.
L’università la vedevo poco e niente, la vivevo il tempo di terminare uno scritto e verbalizzare un orale.
Mi andava bene così, potevo avere tutto, prendere la laurea, certo lentamente, ma intanto lavorare per davvero.
Tornare indietro mi sembrava impossibile. Una volta che hai uno stipendio ogni mese e che senti il potere di ottenere grazie alla tua fatica, è difficile dire basta, è difficile rinunciarvi.
Per me lo sarebbe stato.

Leggevo invece che all’estero la frequenza era obbligatoria ed io mi chiedevo “Ma come fanno? Hanno tutti qualcuno che li mantiene?“.
Ora so che che avrei potuto farlo anche io, impegnandomi, e che era la paura a parlare.
Sarei potuta partire, lavorare e studiare.
E farcela.
Così come ce la faccio ora.

Ero piccola, incastrata da mille cose e troppo incasinata per pensare a complicarmi ulteriormente la vita.
Per laurearmi dovevo conseguire 500 ore di un inutile tirocinio mandatorio e per farle persi il lavoro che mi dava da mangiare. Le mie vendite erano crollate ed il capo mi disse che non rendevo più e non sapeva che farsene di una che chiedeva di lavorare part time.
Questo malgrado i tre anni spesi al negozio, con un giorno libero a settimana e le domeniche a lavorarle tutte, la pausa pranzo con il boccone sullo stomaco.

Avevo perso il lavoro, ma finito il tirocinio ed ora potevo laurearmi per davvero.
Nell’attesa mi ritrovavo con una disoccupazione ridicola a cercare di capire cosa combinare con la mia vita di ventenne con un incredibile ammontare di tempo libero.
Iniziai a cercare i corsi della regione, quelli per i disoccupati.
Volevo, questa con il senno di poi è bella, iniziare un corso di programmazione, qualcosa che avesse il sapore dell’IT.
Non trovavo niente, i corsi erano perlopiù roba totalmente inutile, assolutamente non tarata sull’utente.
Dietro quei percorsi, mi sembrava, non c’era l’idea di investire su un giovane disoccupato, rimettendolo in piedi e capace di fare meglio e di più.

C’era il nulla.

Mio fratello era in missione fuori dall’Italia, mi sembrava che il mondo non avesse più colori, come ogni volta che andava e va via.
È così ancora oggi.
Lui mi iniziò a scrivere su quello che allora si chiamava messenger e non ricordo bene come andò.
Probabilmente il discorso lo iniziai io morendo di vergogna, ma quella sera decise di regarlami un sogno che mi bruciava la testa.

Avevo già fatto delle ricerche, avevo trovato una scuola alla periferia di Londra ed una famiglia che potesse ospitarmi.
Mio fratello pagò ogni cosa per me, viaggio e alloggio, consentendomi di farlo, di andare a studiare inglese all’estero.

La sera prima della partenza avevo paura anche perché non avevo un soldo in banca. Mio zio passò a casa che era tardi e non disse niente di particolare.
Quando andò via scoprii che mi aveva dato dei soldi per star tranquilla.

Sull’aereo era notte, uno di quei voli Ryanair che prendono solo gli squattrinati e accanto a me c’era un vecchio che cadeva addormentato ogni 30 secondi, incapace di sostenere una discussione sensata immerso in quel denso buio da volo notturno.
Quel vecchio era il mio futuro marito, che non ha perso la terribile abitudine di crollare non appena l’aereo inizia a scaldare i motori.

Londra era puzzolente, fredda e piena di gente.
Non potevo non innamorarmene.

Furono due settimane di amore folle, noi, la città sullo sfondo.
Le lezioni di inglese al mattino, le corse in centro ed il cibo economico dei fast food.
Dividevamo un letto singolo in casa di una famiglia che ci sembrava tutta matta e ne volevo di più.
Di me e lui, di noi due da soli di notte e ancora insieme al mattino, per la colazione, quando l’appartamento era solo nostro.

Furono due settimane, ma sul mio CV diventarono un mese.

Tornai in Italia infastidita, non mi piaceva il chiasso, non mi piaceva il tono della gente.
Trovai una sorpresa bellissima: mio fratello era di nuovo a casa ed io chiaramente mi lanciai addosso a lui alla velocità della luce, per stringerlo forte e respirare il suo fastidio ad avere una sorella così.

La settimana successiva Roma ebbe una di quelle rare giornate di orribile pioggia, di strade allagate e devastazione mista ad aria umida e al rumore del vento contro i vetri delle case vecchie.
Pensavo “Se il sole muore, che senso ha vivere qui?“.
Mi dicevo che la pioggia di Londra fosse dopotutto l’unico contro, non ne vedevo altri.
Anzi persino quella non mi aveva scoraggiata, l’avevo trovata gentile.

Amavo Londra eppure mai pensai di fare le valigie e partire.
Non per davvero.

A Roma, con la pioggia che mi bagnava la testa, andai a fare un colloquio per un lavoro che volevo con tutta me stessa, che mi avrebbe dato tutto quello che all’epoca cercavo.
Mi diedero una lettera formale da tradurre dall’italiano all’inglese.
Andò bene.

Non era qualcosa che sarei stata in grado di fare senza quel micro corso di inglese frequentato all’estero solo la settimana prima. Ve lo posso giurare.

Mi presero per quel lavoro che volevo, malgrado i capelli bagnati e la mia inesperienza nel ruolo.
La pioggia continuava a cadere, incessante, ma in macchina ad aspettarmi c’era sempre lui, il mio compagno di vita, che leggeva “In nome della Rosa“, seduto in una vettura che all’epoca cadeva a pezzi.

Non sapevamo, ancora, che di macchine ne avremmo avute altre 3 e che avremmo preso persino una moto.
Non sapevamo che davvero ci saremmo andati, a vivere insieme, continuando a ricercare quel contatto famigliare e caldo. Condividendo solo una piazza del nostro letto, per stare intrecciati, per stringerci le mani, prima di addormentarci.
Non sapevamo dei caffè la mattina e di tutte le cose che sarebbero venute dopo.
Avevamo nel cuore quell’esperienza all’estero fatta assieme ed il desiderio di condividere di nuovo quella serena quotidianità.

Sono passati tanti anni da quella prima volta in Inghilterra, una bella fetta di vita.

Il mese scorso ho avuto un colloquio di lavoro a Londra e siamo partiti per una piccola fuga, insieme.
Un altro volo preso quando inizia a fare buio.
Pensavo che dopo aver girato il mondo, una banale Londra non mi avrebbe fatto alcun effetto.

E invece era lì.
Ci ha accolti in una notte gelida ma piena di luci, di vita e di occasioni.
Camminando per quelle strade mi è sembrato, di nuovo, che tutto fosse possibile. Che ci fosse ambizione nell’aria e che le idee contassero qualcosa e servisse tirarle fuori.
Ora, subito, per cogliere l’attimo.

Londra, bellissima, uno sfondo che ti riempie lo stomaco e ti fa sentire ugualmente affamato, desideroso di fare.

Sono passati davvero tanti anni eppure mi sono resa conto che niente era cambiato.

Lei era lì.
E c’eravamo anche noi.

Serena, Scozia