10 MOTIVI PER STUDIARE (GRATIS) ALL’UNIVERSITA’, IN SCOZIA

10 MOTIVI PER STUDIARE (GRATIS) ALL’UNIVERSITA’, IN SCOZIA

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L’altra sera sono andata per la quarta ed ultima volta sul sito della SAAS a chiedere che pagassero per i miei studi universitari, ancora due settimane e questo terzo anno sarà finito, un anno e sarò libera di decidere dove andare a vivere, per sempre o per un po’.
Non avrei mai pensato, alla mia età, di rimettermi a studiare e invece è successo ed è filato tutto liscio quasi fosse il destino, l’anno prossimo avrò il mio degree in informatica sotto il braccio e questa volta non scherzerò sopra la pergamena come feci con la prima, proponendo di appenderla in bagno. E’ stata una gran fatica ma ne sta valendo la pena dall’inizio alla fine: non mi sono pentita un solo giorno di tornare a studiare e di farlo qui in Scozia!

Per questo motivo ho deciso di scrivere una lista di ragioni per studiare qui, ricordandovi che posso basarmi sulla mia sola esperienza di studentessa in quel di Aberdeen.

Questi i miei dieci motivi per studiare in Scozia:

1 Gli Insegnanti.

I professori universitari non diventano tali grazie ad un concorso ma dopo una serie di colloqui. Il loro posto non è garantito a vita e questo evita un certo tipo di baronato.

Ricordo la paura di mettere una parola fuori posto quando vivevo in Italia, bastava poco per far saltare la mosca al naso al professore universitario di turno ed io non mi sentivo che un numero.
Durante la seconda settimana di Università, in Scozia, mi trovai a ringraziare di cuore un professore che mi chiamò per nome. Sapeva chi ero! Mi sembrava un onore incredibile!
Scoprii dopo che loro devono imparare i nomi dei loro studenti, non importa che siano 10 o 100 e più. Lo fanno perché non siamo numeri.

Ho avuto insegnanti più e meno competenti ma la media è molto, molto alta. Tutti erano gentili, generosi e alla mano, disponibili a rispondere ad una mail anche in piena notte! Al primo anno hanno creato per noi un gruppo Facebook e per tutti questi anni hanno continuato a spingerci a comunicare, a fare, a tirare fuori il meglio. Hanno organizzato per noi eventi su eventi, persino i balli di fine anno, nei quali sono anche venuti come ospiti e animatori. Durante alcuni eventi si sono fermati in Università a dormire assieme a noi. Non credo tutto questo fosse dovuto, affatto.

A molti, moltissimi, di loro non posso che dire grazie e non sarebbe comunque abbastanza.
Non ci dovevano nulla ma ci hanno dato tutto quello che potevano.

2 Le Attrezzature

Quando entrai per la prima volta nella mia Università mi sembrava di sognare ad occhi aperti, c’era un numero indecente di sedie e di tavoli, c’erano enormi televisori appesi alle pareti e computer a disposizione di tutti. Ed eravamo solo al primo livello, quello della foto qua sotto.
Salendo al terzo piano, il mio!, i computer aumentavamo così come le loro caratteristiche tecniche. Non solo pc ma anche mac! Mac, ci credereste?

Per entrare in alcuni laboratori è necessario essere in possesso di una chiave che viene fornita dal primo giorno, qui e lì enormi stampanti sono messe a disposizione con tanto di risme e risme di carta.

Per esami più specifici è possibile prendere in prestito di tutto, dalle telecamere ai microfoni telescopici, all’affittare l’intera green room, la stanza nella quale girare filmati con effetti speciali.

3 La Metodologia

Il primo giorno di Università una mia professoressa, non giovanissima, ci spiegò alcune tecniche del cartone animato Frozen, uscito solo due anni prima.
L’informatica è una scienza che evolve alla velocità della luce ma i moduli dei corsi vengono aggiornati di conseguenza, cercando di fare veri e propri miracoli.

Non insegnano inutili linguaggi datati (es. visual basic) soltanto perché quelli hanno imparato e quelli conoscono, no, i professori sono i primi ad impegnarsi, aggiornandosi.

Al primo anno ci hanno accolto decisi a farci imparare ma anche socializzare e quale migliore occasione se non quella di pagare migliaia di pound per 30 set di Lego Mindstorms da montare e programmare tutti assieme?
Funzionò, si crearono gruppi di lavoro che ancora ad oggi resistono.

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Giocando con i Lego al primo anno

 

4 Lavorare

In Italia non conosco molte altre persone che si siano laureate dopo aver studiato e lavorato. Per diversi genitori Italiani far lavorare i propri ragazzi è quasi un’onta e così tanti giovani arrivano a trenta anni con nulla sul curriculum.

Ricordo quando una mia coetanea di me diceva schifata che facevo la cassiera, come se fosse una terribile macchia. Non era neanche il mio ruolo, peraltro, stavo muovendo i miei primi passi come arredatrice. Il fatto che lavorassi e studiassi, al di là dei commenti di quella persona, era considerato strano.

Qui in Scozia, allo studente viene suggerito di lavorare fino ad un massimo di 20 ore e così fanno quasi tutti i miei colleghi, nessuno si vergogna di dire che la sera fa il cameriere o nei week end il commesso e nemmeno viene additato per questo. Lavorare al Mc Donald’s? Normalissimo.
E ci mancherebbe altro!

Lavorare quando si è ancora ragazzi favorisce, senza dubbio, un certo grado di indipendenza.

Non per nulla molti dei miei colleghi vivono qui da soli già da giovanissimi, in case condivise e non con i proprio genitori e men che meno rimarranno in casa con loro fino a quarant’anni suonati.

5 I Placement

A seconda della vostra facoltà, avrete la possibilità o meno di accedere a placement pagati. E’ una opportunità che non vorrete farvi scappare perché vi consentirà di lavorare ed essere pagati per quello che state ancora studiando, creando il vostro curriculum da subito!

Ho avuto la fortuna di ottenere due placements ed uno di questi si è tramutato nel mio lavoro part-time che ancora mi accompagna durante questi ultimi mesi di studio. Lavorare nel proprio settore è una gioia indescrivibile.

6 Gli Eventi

Ogni giorno nella mia facoltà c’è un evento da non perdere, una conferenza, una fiera. Di tutto! Le aziende vengono spesso da fuori per pubblicizzarsi, cercando nuove leve o proponendosi come mete per placements e internships.

Avere eventi in facoltà vuol dire che qualcuno li sta organizzando per voi, cercando di offrirvi sempre il meglio.

Partecipare ad un evento non è solo imparare qualcosa di nuovo ed interessante ma anche cibo gratis 😀 e freebies di ogni tipo, dalla chiavetta USB agli occhiali da sole. Tutto dato via solo perché siamo studenti ed in qualche modo, il futuro!

Vogliamo poi parlare degli sconti in quanto universitari?

Non solo abbiamo tutti i software che ci servono dentro ogni computer presente in facoltà, ma grazie ad accordi tra il governo e diverse aziende, c’è anche la possibilità di scaricare gratuitamente molti di questi software sui nostri laptop o di ottenerli ad una tariffa assai minore.

Gli sconti non si fermano qui, gli studenti in UK sono coccolati e qui in Aberdeen molti sono i ristoranti ed i negozi che applicano sconti particolari tutto l’anno o in periodi precisi. Bello!

7 I Coursework

A seconda della facoltà questo punto potrà variare ma l’Università qui è molto pratica. Molti dei nostri insegnanti chiamano aziende da fuori per farci avere a che fare con un vero cliente, che chiede di creare per loro programmi, animazioni, App, video, pubblicità e tanto altro.

Non abbiamo perso tempo ad imparare a memoria 3 o 4 libri per ciascuna materia, abbiamo sempre fatto e messo in pratica quanto studiato.

8 La Biblioteca

Nella mia facoltà, inoltre, non mi è mai stato richiesto di acquistare un libro quando in Italia gli insegnanti arrivavano ad impormi di comprare anche 10 dei loro tomi per dare un misero esame da pochi crediti. Niente libri qui, le slides sono online e sono disponibili h24 così come i libri della biblioteca, che possono essere prenotati di persona o presi in prestito prendendo la copia ebook.

La biblioteca inoltre è aperta H24 quando è periodo di esami.

9 La Pulizia

Questo punto farà storcere un pochino il naso per la sua semplicità ma quando arrivai la cosa che mi colpì maggiormente, dopo i computer a disposizione, fu il numero di bagni per ogni piano! Centinaia in tutti i building!
Nella mia facoltà Italiana ne avevamo 3, uno con la porta rotta e messa appoggiata ai cardini, mancava la carta, mancava la privacy e la dignità.

Qui la pulizia non manca mai, il team degli operatori è sempre all’opera, pulendo più volte al giorno la caffetteria, i bagni ed i locali comuni.

La Caffetteria

10 Studiare in Scozia è gratuito!

Quando mi iscrissi all’Università questo punto era al primo posto, non avevo i fondi per sostenere appieno una vita all’estero né ero sicura di potercela fare a laurearmi in informatica e avevo bisogno di avere almeno una garanzia. Il Brexit all’epoca era un presagio ma non una certezza. Ad oggi nessuno sa cosa succederà dopo il 29 Marzo 2019 ma temo che revocheranno questo diritto ottenuto per il solo fatto di essere cittadini europei.
Ad oggi però, sì, la retta universitaria (corsi undergraduate only) di £1,820 e quella del college per £1,205 vengono totalmente saldate per noi studenti dalla SAAS, alla quale si fa domanda dopo aver applicato e ricevuto un’offerta dall’Università che ci interessa.

Le deadline per le iscrizioni sono, solitamente, al 15 Gennaio ma vi invito a provarci anche dopo questa data: io ho fatto una late application e sono stata presa.

Cosa ancora più assurda, non solo l’Università è gratuita ma i piu’ meritevoli  alla fine di ogni anno prendono anche premi in denaro per il solo fatto di aver studiato!

 

Questi erano i miei dieci motivi per studiare in Scozia, tempo permettendo parlerò anche del rovescio della medaglia ma per ora voglio godermi la sensazione di aver fatto tanto in un posto bello e di sapere anche chi poter ringraziare, con tutto il cuore.

Uno degli slogan della mia Università è unlimited destinations ed io penso sia proprio vero e fossi in voi, nel dubbio, ci penserei.

 

 


 

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ODDIO, HO QUASI QUARANT’ANNI (ED UNA CRISI ESISTENZIALE?)

ODDIO, HO QUASI QUARANT’ANNI (ED UNA CRISI ESISTENZIALE?)

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When Harry Met Sally = Uno dei miei Comfort Movie

Quando ero una ragazzina c’era questa prozia che veniva a pranzare dai nonni tutte le domeniche, si mangiavano dei buonissimi tortellini alla panna e nonno prendeva sempre i mignon, le pastarelle piccole che qui non troveresti neanche a pagarle oro.

La prozia in questione aveva una vocetta simpatica, un baffone sul mento ed una passione per Beautiful, del quale però diceva di non apprezzare le “scene di letto” che secondo me poi erano le migliori.
Raccontava spesso degli anni passati al paese ed una volta andata a vivere in una struttura per anziani iniziò a raccontare anche della sua vita lì, tirando spesso in ballo gelosie tra lei ed una terza signora che a suo dire era invidiosa e cattiva.

In quel periodo della mia vita pensavo ad una mia amica-nemica – eravamo ragazzine, ve lo ricordo – negli stessi termini, era ella invidiosa di me e cattiva!
Mi meravigliai quindi, e lo ricordo come fosse ieri, quando realizzai che i problemi della prozia novantenne erano così simili ai miei da teenager_con_un_filo_di_tette.
Come era possibile?

Sono passati tanti, troppi, anni e qualche giorno fa mi trovavo a lavorare sul target di un mio webcomic (sì, ho un fumetto online) ed impostando il campione di riferimento sceglievo il range che va dai 16 fino ai 40 anni.

Fino a 40 anni perché dopo parliamo di persone adulte, adulti veri, ed i fumetti come i miei non vanno mica piu’ bene, no?

Una pietra mi è caduta in testa quando ho realizzato che tra 5 anni (e mezzo) avrò anche io quarant’anni e tutto mi sento tranne che una donna adulta!

È perché non hai figli, mi griderà contro una esagitata dal fondo della sala.

Si, può darsi ma è un po’ come la mia prozia, non raggiungi la luminosa saggezza dopo i 90, non diventi maturo come un morbido avocado dopo aver portato un bambino nel mondo, almeno a far caso alle schiocchezze che sento dire in giro da madri e padri.

In passato guardavo agli adulti con gli occhi a cuore ma ho cambiato idea crescendo, prima erano il mio mito e frequentavo amici più grandi di me perché mi sentivo grande anche io e in quelle relazioni mi sentivo validata e confermata in quanto tale, in quanto adulta, orgogliosa di essere abbastanza matura da poter stare in mezzo a loro, benedetta.

Quante tranvate, invece.
Gli adulti, lo dico spesso, sono stati invece la mia delusione piu’ grande.

Questo non ha fermato lo scorrere del tempo e mentre ero distratta sono diventata una adulta anche io, senza raggiungere alcun tipo di rivelazione o nirvana.
Ho quasi quarant’anni, tutto è diverso, mi dico, ma ben poche cose son cambiate e ben poco son cambiata io. Sono meno bianco/nero, meno fragile, meno timida ma sempre simile a quella che ero e non me ne pento.

Certo pero’, ho davvero quasi quarant’anni, sono a metà della mia vita e la cosa mi coglie alla sprovvista e fa un po’ paura.

Chissà cosa penserò di me se sarò abbastanza fortunata da arrivare a cinquanta, forse mi dirò solo che la vita è un soffio e questo, in effetti, me l’avevano detto e lo sapeva anche la mia prozia.

 

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

9 POSTI DOVE MANGIARE AD ABERDEEN. IL DECIMO DITEMELO VOI!

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Dopo aver dato un’occhiata alla attuale classifica di Trip Advisor relativa ai ristoranti di Aberdeen, ho deciso di dire la mia perché no, non è possibile che le catene siano ai primi posti e le realtà indipendenti ben più in basso!

Nel nostro primo anno qui abbiamo entrambi lavorato nelle cucine e visto il brutto (e ce n’era veramente tanto) ed il bello di diversi locali che non citerò, per esser super partes. Lo stesso farò,  per motivi simili, con i ristoranti Italiani o presunti tali di qui.

Quindi ecco i miei locali preferiti, in ordine rigorosamente alfabetico:

Bev’s Bistro, 123 Holburn St, paga il fatto di essere leggermente fuori mano dal centro che tanto piace agli Aberdonians. Il locale invece è una piccola chicca con 3 grandi tavoli e qualche posto a sedere alla vetrina, uno spazio grande abbastanza per accogliere il via vai di lavoratori che escono per pranzo. Il cibo è fresco, preparato sul momento e semplicemente squisito grazie alla professionalità e all’esperienza di Bev e Alan.
Il classico pranzo con sandwich e zuppa viene riscritto dai proprietari di questo locale, con gusti ottimi, ingredienti di prima scelta ed un pane fatto in casa che merita l’assaggio. Bev apre a pranzo ed ha una selezione pazzesca di torte e prodotti gluten free grazie all’attenzione di Alan.

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Zuppa di Pomodoro e Sandwich

 

Foodstory, 13-15 Thistle St, quando mi sembra che qui le verdure non abbiamo alcun sapore ecco che questo locale riesce sempre a farmi ricredere.
Non è solo il cibo a farla da padrona da Foodstory ma anche l’arredamento, quasi di fortuna eppure elegante e fatato. Il personale è sempre gentile e alla mano malgrado il via vai di gente.
Pezzi forti, non solo la lasagna che mi ha fatta ricredere più e più volte sul mio odio per la versione con le sole verdure ma anche le insalate che sono ben bilanciate, colorate, buone e quasi festose.
Gli ingredienti sono di prima scelta ed il locale è famoso per il suo impegno verso la comunità che qui può riunirsi e non per niente Foodstory è diventato il cardine per diverse attività culturali e ricreative.

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Lasagna con insalata a scelta

 

JW Sushi, 75 Huntly Street, è un sushi place dal quale uscire fuori sazi, infatti qui si lavora molto su qualità E quantità. Le porzioni sono generose, il gusto ottimo e anche qui la fantasia non manca come vedrete una volta preso in mano il menu’.
Hats off per i due proprietari, due ragazzi nella loro ventina, che portano avanti il proprio sogno e regalano ad Aberdeen una piccola perla per quanto concerne la giovane imprenditoria.

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Sushi per due

 

Madame Mew’s, Unit 11 – Aberdeen Market, è una istituzione per un pranzo buono ed economico. Un piatto di curry thailandese costa 6.50 sul nuovo menu’ e con una deliziosa bibita – consiglierei l’iced green tea con latte condensato – si pagano meno di 10 pound per un pranzo ottimo.
La location è quella che è, il mercato di Aberdeen, e poco si presta ad una occasione galante ma funziona molto bene per fare due chiacchiere in compagnia di fronte ad un piatto buono ed abbondante.
Le verdure utilizzate sono fresche ed il tempo di attesa tra un piatto e l’altro racconta una cucina assemblata sul momento, non riscaldata.

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Curry rosso

 

Manchurian, 136 Causewayend, la cucina cinese mi manca, mi manca quella, sicuramente non autentica, che mangiavo in Italia. Qui, lo saprete, il gusto è piuttosto diverso ma in questo locale ho trovato dei piatti molto buoni e delle porzioni decisamente abbondanti.
E’ il mio posto cinese qui ad Aberdeen, apprezzando anche il fatto di poter andare a far la spesa nel negozio orientale subito acconto al locale, che è rifornitissimo.

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Spaghetti cinesi alla piastra

 

Rendezvous at Nargile, 106-108 Forest Avenue, è il locale che aspettavo qui ad Aberdeen. Tanti piattini dal sapore eccezionale, tanta varietà e la possibilità di continuare a chiacchierare all’infinito grazie al lungo orario di apertura. Se come me avete nostalgia delle melanzane cotte a puntino, ecco il posto che fa per voi, una cucina turca che ha molto in comune con la tradizione del nostro sud.
Il persona è professionale e la cucina deliziosa.

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Vezir, una selezione di tanti piattini “Meze”

 

Rishi’s, 210-212 George Street, è il mio ristorante indiano preferito con una menzione speciale per il loro Gobi 65 (cavolfiore) che è decisamente squisito nonche’ il migliore mai assaggiato qui ad Aberdeen. Buono anche il pane naan ed il curry, per il quale c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Il personale è cortese ed il menu’ pranzo vantaggioso.

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Esempio di pranzo a prezzo fisso.

 

Yatai, 53 Langstane Pl, è il locale nel quale amo andare per una serata romantica o per parlare con le mie amiche Italiane. Da poco aperto sia a pranzo che a cena, è il posto ideale per ritrovare l’odore del Giappone grazie all’enorme piastra a vista.
I ramen sono eccezionali e di estrema bonta’ è lo spiedino di funghi con burro e miso paste. Il menu’ cambia spesso, segno che manager e cucina continuano ad avere passione per quello che fanno.

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Ramen di verdure.

 

Yorokobi by CJ, è il sushi place per eccellenza, una cucina non banale ed una grande attenzione ai particolari disposti nel piatto. Durante la settimana è il posto ideale nel quale cenare ed il menu’ early bird favorisce chi vuole mangiare presto e pagare un pochino meno.
Non saprei quale sushi consigliare di più, decisamente il caterpillar roll è un regalo che vorrete fare spesso al vostro palato ma anche il bibimbap (tradizione coreana) è incredibile e da provare.

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Caterpillar Sushi.


Questi erano i miei locali preferiti. I vostri? 🙂

 

 

 

IMMERSA NELLE VASCHE DEGLI ONSEN CON LE DONNE GIAPPONESI

IMMERSA NELLE VASCHE DEGLI ONSEN CON LE DONNE GIAPPONESI

Ho un rapporto di amore e odio con i socials, in un certo senso sono il mio pane quotidiano ma di contro é qui che vedo brutture che mai avrei immaginato possibili, dal sessismo al bullismo, dall’omofobia alla mera stupidità, quella dichiarata con tanto di nome e cognome.

E’ a causa di internet che di recente ho realizzato che non sono state solo le riviste a dirci come essere o apparire, sorridere, bere, mangiare o mettere gambe e braccia per apparire più magre, spingendoci, in qualche caso, ad ammalarci.
Non sono state sole riviste, quelle che per anni abbiamo tacciato di volerci rendere insicure, a proporci modelli inarrivabili ed irreali perché poi, quando ne abbiamo avuta la possibilità, siamo state anche noi, tra di noi e con noi stesse, a contribuire allo stesso gioco.

Dai commenti sciocchi e velenosi che, purtroppo, sembrano non mancare mai, anche passati i sedici anni di età a quel primo filtro che riduceva nasi e rughe sparando sul viso una luce candida. Dalla prima App che ingrandiva gli occhi e definiva lo sguardo fino all’uso di Photoshop per ridurre l’umano fianchetto.

Possibilità dopo possibilità, le foto da copertina, quelle irrealistiche, siamo diventate noi, forse genuinamente alla ricerca di una foto bella, forse, e questo mi preoccupa, incapaci ed impossibilitate ad accettarci pienamente per quelle che siamo.

Sono per la libertà più pura, se le foto ritoccate ti rendono felice: falle! Mi terrorizza invece l’idea che in molti casi i filtri siano aggiunti come necessaria difesa contro un mondo che ci reputa sempre sbagliate e non ci sono scuse per far sentire inadeguata un’altra persona, per annientare un sorriso. Per spiegarvi meglio voglio raccontarvi delle mie paure, per cominciare, così che il dito io possa puntarmelo contro.

Ho realizzato e scritto altrove che già da qualche anno io non cresco più, invecchio piuttosto. Tre anni fa e’ arrivata una ruga in mezzo agli occhi e prima dell’estate ho visto delle piccole linee sotto gli occhi e le ho trovate odiose. Le macchie sulla pelle sono aumentate, sono ingrassata e dimagrita tante volte, lasciando qui e lì piccoli segni che rimarranno, inutile fingere che non sia così.

Pensavo che per me sarebbe stato diverso – crescere fino ad invecchiare, intendo – non avevo realizzato che anche il mio corpo sarebbe cambiato tanto in fretta, che la palpebra dell’occhio avrebbe avuto una consistenza così diversa ed in così poco tempo.
Avevo un’amica che mi diceva “goditi i 20, che a trenta sarà tutto diverso“, io non le credevo. Erano solo 10 anni, dopotutto, quelli che ci dividevano. Ora invece so che aveva ragione, i venti spariscono in un attimo, portando via molto e aggiungendo tanto altro.

Io non uso filtri ne’ ritocchi, e’ vero, ma della società sono comunque spesso vittima quando metto in pratica certi meccanismi per realizzare uno scatto che mi piaccia e lo faccio senza neanche pensarci. Sposto il braccio per non far vedere la rotondità del fianco, piego le gambe per farle più snelle, ed ecco che le mie foto sono tutte uguali, cambiano solo i vestiti.

Queste cose non le cerco consapevolmente, sono dentro di me, da qualche parte le ho viste e qualcuno ce le ha messe. Io ce le ho fatte rimanere.

Pur con dei difetti, ci tengo ad essere me, ho iniziato a pubblicare anche le foto nelle quali oggi non mi piaccio perché domani mi piaceranno eccome e persino quando mi sono sposata e sapevo che avrei avuto gli occhi di tutti addosso (orrore), provai fastidio nel farmi fare la tinta per coprire qualche capello bianco, io non volevo proprio. Avrei preferito sposarmi con il mio colore di capelli naturali, non con quello proposto dalla modella sulla scatola. Non fui abbastanza ferma da impormi per quella sciocchezza e ancora mi dispiace, se ci penso, anche se la differenza di colore era davvero minima.

Di questa società continuo ad esser vittima perché se mi guardo con gli occhi di chi non mi ama, ecco che prenderei in mano l’elenco telefonico alla ricerca di un chirurgo che possa fermare il tempo. Altro che modificare il colore dei capelli!

Sono immersa nella nostra cultura dai piedi fino alla punta della testa e avevo tutte queste cose per la testa quando ho pensato che non era certo la prima volta che altre donne mi vedevano nuda.

In palestra capita, per esempio ed io malgrado i discorsi di cui sopra sono una donna confidente e non ho mai avuto problemi a mostrarmi nuda di fronte a nessuno.

Ma in Giappone, dentro a quell’onsen la situazione era un pelino diversa.

Sarebbe stata la mia prima volta da occidentale in mezzo ad un mucchio di giapponesi che, nella mia mente, erano minuscole e perfette, magre e aggraziate, proprio come nelle riviste. Sarei stata quella da sbirciare, la diversa, quella grossa ed in più con capelli rosso fuoco ed un tatuaggio abbastanza grande sulla spalla, tutte cose che i Giapponesi notano, notano eccome.

Malgrado i miei timori i bagni pubblici giapponesi, gli onsen, sono stati una esperienza quasi mistica, di piena sorellanza.

Quando entri nella sala termale non hai con te che un pezzo di sapone e altri piccoli prodotti da bagno, nessuna barriera dietro la quale poterti difendere, nascondere o schermarti.
Dovrai sedere su uno sgabello che, nel mio caso, mi é stato lanciato da una enorme matrona giapponese mezza claudicante che, notato il mio smarrimento e seppur senza una parola, é stata una grande alleata. L’ho trovata bellissima, con la pelle cadente, le mosse pratiche, gli occhi tranquilli.

Una volta seduta ho visto il mio corpo piegato di fronte ad uno specchio enorme. Con cura estrema ne ho pulito centimetro dopo centimetro, passando la saponetta alla maniera giapponese, che prevede lunghe sedute da 30 minuti necessarie a strofinare via anche l’ultima cellula di pelle vecchia.

Passati i primi attimi mi sono abituata a quell’aria umida e bianca e sebbene non volessi passare per irrispettosa o indiscreta, ho alzato gli occhi e sono stata accecata non dal vapore ma dal colore candido, unico, emanato dai corpi delle donne giapponesi.
Che ho amato, come sorelle.
Ed invidiato nella loro spontaneità quando, in gruppi di amiche e parenti, si raccontavano, ridendo, dentro le grandi vasche calde, i sederi uno accanto all’altro. Completamente a loro agio, malgrado la nudità, malgrado quel contatto fisico!

Avrei voluto essere una di loro ma non potrei immaginarmi a far lo stesso con le mie amiche, mi sentirei in imbarazzo, mentre per loro sembrava così facile e naturale.

Ho sorriso alle mamme che portavano con sé i bambini, maschi o femmine, introducendoli in quella cultura così bella, quella che ci mette nudi, tutti uguali, tutti veri, uno accanto all’altro, a rilassarci senza paura né pensieri, spiaggiati su un grosso masso o sulle sedute naturali delle vasche.
Godendo semplicemente del tempo che scorre e dei corpi che ci sono in qualche modo stati dati per provare piacere e benessere.

Una donna allattava di fronte a tutte, completamente beata e nuda come poteva essere Eva, attorno a noi camminavano donne bellissime di tutte le età. C’erano quelle alte e slanciate con un poco di pancetta – di quella che non va via neanche con la palestra, quelle con il seno svuotato da un bimbo o due. C’erano le grandi obese, c’erano le basse e le minuscole, le muscolose, quelle con il fisico a pera, quelle con i seni enormi e quelle con l’ombelico in fuori. C’erano seni e pubi di ogni tipo, sembianza e forma e andava bene così. Alcune anziane avevano una pelle grinzosa che precipitava sotto le braccia e urlava “nonna”, la nonna che ami e che vuole che mangi, che vuole che tu stia bene.

E’ stata una scorpacciata di vita, vera e autentica, senza filtri né schermi mentali, senza risatine né occhiatacce ed io potendo le avrei abbracciate tutte, dalla prima all’ultima.

E’ stata una esperienza che non so descrivere a parole ma stare vicina a tutti quei corpi femminili, semplicemente bellissimi ma imperfetti, a volte vecchi, decrepiti, cadenti, magri, secchi, slanciati, tonici, diversi, semplicemente diversi… mi ha fatto bene, mi ha ricordato la bellezza intrinseca dell’essere umano.

Ho amato ogni versione possibile della donna e sono uscita di lì con rinnovato amore per tutte noi, con amore per il mio corpo, del quale mi ero presa tanta cura e che, malgrado i suoi difetti, risultava veramente splendido, arrossato dal vapore e rilassato come era, dal calore dalle acque calde termali.

Rivestendomi, mi sono sorpresa a sorridere al mio riflesso allo specchio, pensando.

Ma che bello é, essere donna?

 

 

 

LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

LE REGOLE DEL BUON VICINATO IN SCOZIA

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Il pacco Amazon di fronte alla porta di casa.

Anche quest’anno a Natale ho fatto incetta di cards di auguri che sono finite appese sul muro del salone a prendere un po’ di polvere mentre mi ricordano che il mondo è bello, che questa tradizione britannica mi piace proprio tanto.
Il mondo è così bello che questi bigliettini non li ho ricevuti solo dagli amici ma anche dai miei datori di lavoro e dai vicini di casa, gli stessi che conosco a malapena e ai quali dico solo “buongiorno”, “buonasera” e “che freddo!“.

Ma questo non importa e a Natale hanno preso in mano la penna per augurarmi buone feste e felice anno nuovo ed io ho fatto lo stesso, firmando “Serena & Alessio, 16C”, il numero del nostro interno.

Non potrei pensare a soluzione migliore di questa, non ci parliamo ma siamo cortesi gli uni con gli altri, così quando la mia dirimpettaia mi scrive un bigliettino per chiedermi di lavare le scale (*), io procedo e le rispondo con due righe augurandole una buona giornata.
Se trovo una cartaccia sul pianerottolo non attacco cartelli per urlare all’inciviltà, non metto nero su bianco parolacce e bassezze senza apporre una firma alcuna, come tanti usavano fare in Italia, ma la raccolgo e se qualcuno cammina con un passo pesante al piano di sopra di certo non vado a bussargli alla porta alle 9 della sera.
I miei vicini fanno lo stesso.

Siamo, ripeto, rispettosi gli uni degli altri, diamo ascolto al buonsenso e la cosa funziona benissimo così.

Durante il mio ultimo viaggio in Italia un pacco di Amazon è stato recapitato davanti alla mia porta di casa.
Non al vicino, non in un posto sicuro.
Davanti alla mia porta di casa.

Tornata dalle ferie lì ho ritrovato il pacco ad aspettarmi, nessuno lo aveva toccato malgrado il via vai quotidiano.

Stasera un ennesimo episodio, un altro pacco, questa volta consegnato per sbaglio al civico 23 che non è di fronte casa mia ma ad una decina di metri di distanza.
Scopro l’errore perché l’abitante del civico 23 ha notato l’inghippo ed è uscita di casa per lasciarmi un avviso, mentre io ero fuori.
Alle sette di sera scendiamo in strada, entriamo nel suo vialetto all’inglese e veniamo accolti da una signora sorridente che ci mette subito in mano il pacco che non ha neanche provato ad aprire, lo ha semplicemente tenuto lì accanto alla porta, in attesa di noi.

La cosa più naturale del mondo che ancora mi stupisce.

 

(*) Non so se sia così ovunque ma qui non paghiamo il condominio né una ditta di pulizie per mantenere decoroso lo stabile.
Semplicemente, a turno si spazzano e lavano le scale.
Cosa che io adoro.

TRE FILM DA VEDERE: UNO AL CINEMA, UNO SOTTOTITOLATO ED UNO DA RECUPERARE

TRE FILM DA VEDERE: UNO AL CINEMA, UNO SOTTOTITOLATO ED UNO DA RECUPERARE

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Ore 15 di un Inverno ad Aberdeen

Trasferendomi in Scozia la mia vita è cambiata. Vuoi gli impegni di lavoro ed Università, vuoi questa città da 200.000 anime e dal piccolo centro, vuoi il clima e la scarsità di eventi, ma ecco che le mie giornate libere non sono più momenti pieni di cose nuove da fare. Nei giorni troppo freddi o piovosi cerchiamo di trovare un posto che ci dia riparo e che, possibilmente, non sia l’odioso centro commerciale mangia anima.

Il cinema ci ha salvati spesso, non quello grande che trasmette i film americani e le novità, bensì il Belmont Filmhouse, un progetto più indipendente che promuove la diversità, trasmettendo film da tutto il mondo e piccole perle della cinematografia recente e lontana.
Questo cinema è un posto di ritrovo dove bere una zuppa calda e fare due chiacchiere tranquille nonché il luogo ideale per innamorarsi di film che altrimenti non vedresti facilmente.

E’ il caso di Loveless, straziante capolavoro Russo di Andrey Zvyagintsev, uscito in Italia con il medesimo titolo e qui ad Aberdeen nella versione originale con i sottotitoli.
Non posso dilungarmi sul cast di attori bravissimi ma sono rimasta paralizzata alla sedia da una regia raffinata ed inclemente, che trasporta nel pieno del dolore ed ecco che nell’insieme l’intera pellicola urla “Oscar” e non per nulla c’è in ballo una candidatura come miglior film straniero.
La storia è quella di due genitori che, come accade, ritrovano se stessi dopo il matrimonio e vivono la loro nuova vita con il sorriso sulle labbra, finalmente liberi di ricominciare, dimenticandosi del proprio figlio dodicenne che viene inquadrato solo con le lacrime agli occhi, sullo sfondo. E’ nel lettino che si fa forza per placare i singhiozzi, è nascosto nel bagno mentre i suoi genitori litigano su chi debba continuare a vivere con lui, proponendo entrambi la soluzione del collegio. Potrebbe anche essere al centro della stanza, in mezzo a loro, non cambierebbe alcunché. E’ stato lasciato indietro, è l’errore che vorrebbero non aver fatto, l’aborto che si rinfacciano, a turno, di non aver avuto il coraggio di portare a termine.
Il bambino non compare che per poche scene e poi sparisce, gli adulti lo cercano dapprima svogliatamente e ancora goffamente. I genitori non gridano il suo nome durante le ricerche, non si spezzano dal dolore, loro non lo volevano più ed è sparito. Il finale mantiene la promessa fatta con lo spettatore che sa che, sì, con un film come questo ci sarà da soffrire.
Bellissimo, sì, ma atroce perché troppo vero.

Loveless è il film sottotitolato che consiglio. 93% su Rotten Tomatoes.

 

In piena estate scozzese il sole non era che un ricordo della mia vita precedente finché non ho scelto di ritrovarlo almeno sullo schermo, andando a vedere un documentario che pensavo mi avrebbe delusa, parlo di Kedi, un film di Ceyda Torun.
Credevo che avrei avuto voglia di alzarmi a metà del primo tempo per scappare da quella scelta sbagliata perché sì amo i gatti ma non immaginavo che sarei rimasta con gli occhi fissi sullo schermo per tutti gli 80 minuti della pellicola. Così è stato, invece, e seguendo le avventure dei gatti protagonisti sembrava di far parte di una favola, una di quelle belle, di un racconto onirico realistico fatto di colori e sentimenti buoni. Di coda in coda i personaggi vengono introdotti, dolcemente, e si ride, si piange e si riflette moltissimo sull’importanza di amare e di volere bene, di dare indietro qualcosa all’universo.
Sullo sfondo una Turchia bella da far piangere, con un sole che spacca le pietre, gente dagli occhi buoni e colori che vi faranno venire voglia di prenotare il vostro prossimo viaggio.

Kedi è il mio film da recuperare. 98% per Rotten Tomatoes.

 

Non ha invece bisogno di grandi presentazioni Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, uscito in Italia come Tre manifesti a Ebbing, Missouri.
Questo film non è solo un brutale pugno nello stomaco, non è solo un manifesto contro le ingiustizie peggiori che la vita possa riservarci ma anche una grandiosa prova per Frances McDormand che porta sullo schermo una donna forte, disperata e agguerrita. Bello vedere che una donna possa esser rappresentata in questo modo e, sorpresa!, risultare credibile giacché, già, tutti conosciamo donne così e sono reali e sono vere. Prova magnifica anche per Woody Harrelson e Sam Rockwell che il 4 Marzo si contenderanno il premio come miglior attore non protagonista, premio che meritano in eugual modo. Per il personaggio di Woody tifi, solidarizzi e ti strappa più di una emozione, per Sam non provi che schifo e fastidio finché la trama non inizia a girare. Tre Manifesti è un film che ti ricorda che non esiste solo il bianco e nero e che le sfumature esistono sia nel bene che nel male.
Un capolavoro che non vi farà smettere di pensare e che vi consiglio di non perdere.

Three billboards outside Ebbing, Missuri è il mio film al cinema. 93% su Rotten Tomatoes.

 

L’OBESITA’ IN SCOZIA E’ UN TEMA SERIO?

L’OBESITA’ IN SCOZIA E’ UN TEMA SERIO?

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Non ho dubbi, nulla ho a che fare con un certo tipo di chiacchiericcio molto Italiano.

Arrivata a Londra, tanti anni fa, ho scoperto un mondo inclusivo, che accetta le grandi obese con la minigonna ed il tacco. Non finiscono su YouTube, non diventano meme e neppure vengono fischiate o derise.
Non metto, in realtà, in dubbio che questo capiti qualche volta anche qui e negli altri Paesi che citerò nel post, ma non è la regola direi.
Le ragazze escono alla sera vestite come starlettes, con la gamba scoperta ed ai miei occhi sono semplicemente splendide.

In Australia la situazione dei grandi obesi non era neanche lontanamente simile a quella vista in America ma per le persone in forte sovrappeso c’era comunque una enorme scelta di vestiti di ogni colore.
Non solo i pantaloni a zampa d’elefante marrone che vanno un sacco in Italia per le taglie forti, non solo le mega-camicie floreali, non solo nero.
C’era scelta.
E rispetto.

Arrivata qui nella parte alta della Scozia, la popolazione era ai miei occhi piuttosto spenta, per diversi motivi, e ben presto mi sono accorta del numero impressionante di grandi obesi e di giovanissimi grandi obesi.
Esseri umani che sono e ci tengo a specificarlo, anche qui liberi di vivere alla luce del sole, di splendere, lavorare, innamorarsi e di integrarsi nella società della quale fanno parte.

Questa libertà per me è imprescindibile e dovrebbe essere motivo di grande orgoglio per tutte le Nazioni che ho citato in questo post.

Malgrado questa lunga premessa e la paura di cadere in una trappola – quella che ci spinge ad additare chi non rispetta i canoni proprinati delle riviste più sciocche – scrivo oggi per dire che provo dolore nel pensare al numero enorme di ragazzini (grandi) obesi che vivono qui ad Aberdeen.
Figli di genitori che sono, spesso, a loro volta obesi, per i quali verdura vuol dire Walkers crisps, le patatine fritte e lo snack è sempre e solo la barretta di cioccolata.
Il caffè è il frappuccino da 450 calorie ed il cappuccino il bibitone allo zucchero di Costa, quello con panna e sciroppo. Un pranzo veloce puo’ essere, credetemi, 10-12 pacchetti di caramelle al cioccolato ed una bibita gassata, grande.

Mi fa male conoscere giovani di appena 18 anni che non possono camminare, che devono subire operazioni per potersi muovere, che non possono correre.
Che già prima di avere 20 anni devono fare i conti con malattie serie ed importanti che di solito, in Italia, hanno i nostri anziani.

Ho stretto amicizia con ragazzi che sono tutto quello di cui sopra e vederli rinunciare ad uscire in strada perche’ spaventati dal fare dieci minuti a piedi è, francamente, un colpo al cuore.
Dieci minuti a piedi e non possono farli, non ce la fanno fisicamente.

Come detto, questo non dovrebbe deve riguardarmi in alcun modo perché ognuno vive il suo corpo – e la propria vita – come meglio crede, ma è l’incidenza a farmi paura e dei ragazzini che visione possono avere del mondo?
Non hanno la stessa conoscenza della vita delle persone con un minimo di esperienza gli stessi mezzi.
Non nascono con le idee chiare in tasca e la cultura familiare e locale ha un peso enorme sull’educatione alimentare.

Che colpe avrebbero, ammesso che di colpa si possa parlare, questi ragazzini? E cosa sta facendo lo Stato per aiutarli? Dove sta la prevenzione? Dove l’educazione?

Due cose mi spaventano da matti di questa parte di mondo: il rapporto con il cibo e la dipendenza da droghe importanti.
In entrambi i casi mi sembra che si sia ben lontani da una soluzione o anche da una mera toppa: I dolcetti, le bibite e gli snack continuano ad avere più spazio nei supermercati rispetto alle verdure perché si’, ad Aberdeen puoi andare in un supermercato di Union Street (via principale) e non trovare le zucchine ma il garlic bread e le “insalate” pronte, ovvero quelle con patate e maionese o con il formaggio, ci saranno sempre. Persino nei ristoranti, dove paghi!, l’insalata spesso non è che una guarnizione di verdure afflosciate, foglie annerite e molli. Che tanto si sa, non devi mica mangiare davvero!

Qualcosa qui non sta funzionando.

Sono ben consapevole che tutti puntino sempre il dito contro l’obesità quando anche dietro la magrezza si nascondono dolori indicibili e patologie e mi è chiaro che sto parlando della salute altrui che è una questione che non mi dovrebbe riguardare in alcun modo, soprattutto quando alla mia bado poco.
Ma per questi ragazzini, e sono tanti, troppi, vorrei qualcosa di più e credo che semplicemente manchi l’informazione e l’abitudine.

Due cose che si possono tramandare ed insegnare.

Cosa diavolo aspettano?

 

Qui un articolo che mi ha colpito di recente (“The average estimate was 46 out of 100, while the real number is 65 in 100.”), sotto una tabella presa dal sito del governo scozzese.
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Source: http://www.gov.scot/