Messaggio per i 325 iscritti a questo blog, ci siete?

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Bau! Ciau! Miau!

Malgrado ne spuntino a funghi e qualche volta pure tutti uguali e allora dove è il senso? Direi che l’epoca dei blog sia proprio finita. Andava dopotutto avanti da quasi 20 anni e ricordo con nostalgia quel primo blog su Splinder (rip!), aperto nel 2003 quando nessuno sapeva cosa volesse dire avere un diario online e nessuno poteva trovarti.

Ho fatto tanti errori scrivendo qui, soprattutto quando quello che scrivevo riguardava gli altri ma quella ragazzina mai avrebbe immaginato che un giorno si sarebbe parlato così tanto di questo mondo, che ha avuto un boom eccezionale finche’ tutti non ci siamo trasferiti a chiacchierare su Instagram, diventando una TV on demand.

Dove la domanda è: mi interessa cosa sta dicendo questa qua? Se sì, la seguo e ci parlo pure, senza dover spedire una mail o lasciare un commento, ci parlo ora, direttamente, qui in chat.

Non so come sia andata per voi, 325 iscritti a questo blog ma di certo so che non passate più di qui e che quando lo fate vi piace non lasciare traccia, non ci sono i commenti inaspettati che trovavo anche solo ai tempi dell’Australia, non c’è quella genuinità e attenzione.

Quella me la date ancora, ma altrove.

Se mai questo messaggio dovesse arrivarvi, sappiate che questo post è per voi, che mi sembra di non conoscere più perché raramente interagiamo.

Il blog è cambiato, il mio intendo, ed io ho iniziato a scrivere ogni giorno quello che una volta scrivevo nel mio diario online, vi ricordate? La differenza è che ora quei post li pubblico su Facebook, regalando potere a quel volpone di Mark.

Ma siccome anche Facebook sta crollando e non mi rappresenta minimamente più con quella sua aria tossica, anche io come tanti sono sbarcata su Instagram. Delle fotografie non mi importava niente ma nelle storie ho trovato una naturalezza ed una linea diretta che mancava ormai, qui.

Di nuovo, cari 325 iscritti, c’è il mio canale YouTube, che era il social che mi spaventava di più perché è vero che è l’unico dove puoi pubblicare approfondimenti di qualità ma è anche quello dove certi commenti sprezzanti si fanno ancora più sciocchi e potenti, grazie al totale anonimato.

Io sarò lì con video nuovi e lì potete trovarmi (se ti iscrivi, attiva la campanella per ricevere un avviso dopo ogni pubblicazione) ma se il seguire un blog inizia a non essere più nelle vostre corde ma avete ancora piacere nel seguire me, le cose sono queste:

  1. Potete piacciare e seguirmi qui, su FB, Insta e YouTube. Palesandovi, che parlare da soli non è proprio stuzzicante.
  2. Potete iscrivervi alla mia newsletter.
  3. Entrambe le cose ed in quel caso meritereste un bacio sulla vostra testa gialle e tonda perché ormai vi immagino come delle emoticon gialle, non sapendo di voi molto di più, neanche l’avatar che avete selezionato per scrivere quei commenti che non lasciate.

La newsletter è stata l’idea dell’altra notte perché questo progetto in divenire chiamato LA VITA MIA ma anche FACCIOCOMEMIPARE, esiste e lo porto avanti offline ed online ma in quell’online ora c’è un labirinto di strumenti, luoghi e possibilità.

Nel marasma, mi dispiacerebbe perdervi.

Per questo nella newsletter, mensile, vi scriverò un piccolo recap, un RIASSUNTONE per dirvi le storie che vi siete persi, commentare il nuovo video su YouTube e parlarvi di qualche post uscito su Facebook.

Non una mail per tormentarvi ma uno strumento per rimanere in contatto mentre il mondo social cambia.

Ci vediamo in giro, ora sapete pure dove.

Basta iscriversi, QUI.

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LGBT+ all’estero: storie di ragazzi che hanno lasciato l’Italia

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Oggi voglio raccontarvi le storie di alcuni ragazzi LGBT+ che si sono trasferiti all’estero, andati via da una Italia che ha – tra le altre cose – spesso negato l’esistenza delle cosiddette famiglie arcobaleno. Malgrado queste esistano e siano reali.

Qualche anno fa leggevo The Queen Father e mi capitò sotto gli occhi un suo scritto che arrivava giù duro come un pugno in faccia. Marco è un uomo italiano omosessuale che si è trasferito nel Regno Unito ma che in America ha avuto la possibilità di avere un bambino con il suo compagno. In quel post si chiedeva come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasto in Italia, cosa l’Italia gli avrebbe tolto – suo figlio non sarebbe esistito – ed in quella dolorosa ipotesi non poteva che maledire la retrogradezza del nostro stivale.

Lo puoi biasimare? Nasci TE, semplicemente TE e vivi in un paese dove le regole per TE sono diverse perché di TE conta – in negativo – solo la tua identità di genere assieme all’orientamento sessuale. Puoi essere la qualsiasi come persona ma TE bene non vai, certi diritti scordateli che non sta bene neanche parlarne troppo, i problemi saranno sempre altri.

E allora che ti rimane da fare? Stai fermo, abbozzi, fingi, rimani e lotti, spingi i muri per trovare i tuoi spiragli, combatti per le leggi fino a rovesciarle caso dopo caso, vai all’estero e torni con un bambino tuo oppure sai che c’è? Molli tutto e vai a vivere dove i diritti ed i doveri sono quelli, uguali per etero e non.

In questo post voglio raccontarvi le storie di tre ragazzi italiani non eterosessuali che hanno scelto l’estero come casa e che oggi si raccontano per voi, spiegandovi il perché della loro decisione di partire e come si sono trovati una volta fuori dall’Italia.

Ciao, presentati, chi se, da dove vieni, dove vivi oggi e cosa fai.

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Ciao! Sono Grace, anni 29 (che numero stressante: dovrebbero eliminarlo!), una parte del sud, dove sono cresciuta, e l’altra del nord, dove sono nata e ho frequentato l’università. Ho appena finito un Master a Londra e al momento sono in cerca di lavoro!

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Sono Nico, ho 25 anni, vengo dalla provincia di Sondrio e recentemente mi sono trasferito a Glasgow, ma da 6 anni vivo all’estero. Un anno in Australia, dopodiché In Scozia, tra Edimburgo, Aberdeen e Glasgow, appunto. Al momento sto studiando per un Masters in Environmental Entrepreneurship alla University of Strathclyde, fine corso Settembre 2020.

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Mi chiamo Paolo e vengo da un paesino del sud Italia ma preferisco non entrare nei dettagli. Oggi lavoro come cameriere in un paese del nord europa ma sto studiando all’università.

A che età hai capito di non essere eterosessuale?

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A 17 anni. Avete presente il cliché dello studente che si innamora dell’insegnante? Ecco. Sono (stata) io. Così come, col tempo, ho anche capito di non identificarmi del tutto nella parola lesbica (che no, al contrario di quanto ancora si pensi, seppur in modo vagamente inconscio, non è un insulto!) e all’ultimo Pride a cui ho partecipato, quando una mia amica distribuiva bicchieri con bandiere annesse, io ho scelto quella pansessuale.

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Penso di avere iniziato a farmi domande sulla mia sessualità a 12-13 anni, ma da li ad accettare la mia omosessualità è passato qualche anno.

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Quando sento che i bambini non capiscono mi viene da ridere per il nervoso, io a otto anni comprendevo le mie preferenze, mi era chiaro e lo dimostravo in tutti i modi.

Cosa è successo attorno a te quando hai deciso di fare coming out con parenti e amici? Cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo?

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Il coming out nel sud Italia di dieci anni fa, quando sei fermamente convinta di ricevere il supporto di tua madre, che ha sempre difeso i “diritti dei gay”, e quando tu sei convinta che “ma che ci sarà di male, perché mai dovrei avere l’ansia”, è stato tutt’altro che facile. O meglio, per me è stato facile dirlo la prima volta proprio in virtù di quel “non sto mica ammazzando qualcuno”. All’epoca ero innamoratissima – e felicissima – e volevo urlarlo al mondo. Ecco, dopo quella prima volta, disastrosa, detta a mamma e sorella, ci ho pensato mille volte prima di dirlo ancora. Tra gli amici ho riscontrato più un voler supportare senza sapere come, ottenendo una cosa che fosse una via di mezzo… insomma, mi sono spostata al nord proprio per questo motivo e non mi sono mai guardata indietro.

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Ho iniziato a fare coming out con amici stretti, compagni di classe, che sapevo non avrebbero avuto grandi difficoltà ad accettarmi. Qualcuno ha avuto un po’ di domande e confusione inizialmente ma hanno accettato completamente la cosa e siamo tutt’ora buoni amici. La mia migliore amica che all’epoca si poteva considerare abbastanza religiosa mi ha colpito positivamente per il cambio di atteggiamento verso l’omosessualità. Prima di fare coming out con lei sapevo che non era molto aperta nel suo punto di vista, cosa notata specialmente in discorsi fatti durante la lezione di religione (che in pratica tutti facevamo alle superiori principalmente perché più che essere un’ora di religione era una sorta di sportello per parlare tra compagni di quello che volevamo, e il nostro docente/parroco, molto aperto, faceva da intermediario). Una volta che ha effettivamente iniziato a voler capire la situazione un po’ meglio, e il fatto che 1) non è una scelta 2) ero sempre la stessa persona di prima e non facevo male a nessuno per essere me stesso, è cambiata un sacco ed è stata la mia roccia durante gli anni di scuola, che comunque sono stati abbastanza pacifici, nella mia scuola non c’erano molti episodi di bullismo. Dall’altra parte, quando feci coming out con la mia famiglia, la situazione fu l’opposto e non trovai (ne’ trovo tuttora, anche se qualche miglioramento c’è stato) il supporto che avrei voluto, o almeno una neutralità, ma piuttosto molta rabbia e incomprensione. Con questo non voglio dire che la mia famiglia mi abbia ripudiato, anzi mi hanno supportato duranti il corso dei miei studi universitari, ma il discorso più o meno rimane tuttora un tabù e passando in Italia solo per un paio di settimane all’anno, cerco di evitare di parlarne e passare le vacanze serenamente, il che non fa altro che accentuare la diversità delle mie ‘due vite’ in famiglia e all’estero.

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Ho iniziato dalla mia migliore amica ma le parole non uscivano, ha terminato lei la frase per me, sapeva tutto e questo non mi ha stupito perché qualche persona al paese già mi schifava apertamente. In casa non è andata bene ed è il motivo per il quale tengo particolarmente a rimanere anonimo, non voglio essere riconosciuto da nessuno. Dopo averlo detto a G. e qualche altra amica, ho aspettato due anni per affrontare l’argomento con i miei genitori. Ho deciso di scrivere loro e tornando a casa ho trovato la lettera strappata ma lasciata in bella vista e non una parola. Il giorno dopo mi è arrivato un pugno, io sapevo come la pensavano ma non avrei mai immaginato tanto. Mio padre ha usato la parola “frocio”, mia madre piangeva e urlava. Ho sperato tanto durante questi anni ma non ho ricevuto nulla di più, mi chiamano è vero ma fanno finta di niente, ci sono argomenti che non vogliono trattare e cose che non vogliono sapere. Questo sono io, la vita che perdono di condividere con me. Un altro episodio che mi fece male fu al liceo, quando la professoressa di religione si affrettò a dire che gli omosessuali erano contronatura ma che lei giudicava l’atto e non le persone. Comodo, davvero comodo. Mi sono preso i miei insulti al paese, ho visto le gomitate e durante una lite con un amico ho ricevuto la mia dose di “frocio”, di nuovo. C’è stato del buono ma ho sognato di andare via per tutta la mia adolescenza. Fu una professoressa a dirmi di scappare, mi mise la pulce all’orecchio, raccontandomi dell’estero intesto come il paese nel quale vivo.

Pensi che la decisione di partire sia dipesa anche dalla mancanza di diritti che abbiamo in Italia per il mondo LGBT+? E dalle cose che ancora ci autorizziamo a dire e pensare per “scherzare” o per insultare gli altri?

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Ho passato molto tempo a pensare di voler lasciare l’Italia innanzitutto per me stessa, per crescere e mettermi alla prova, capire cosa fossi in grado di fare. Quando l’ho fatto, da un giorno all’altro, con solo bagaglio a mano, non ho dubitato neanche per un secondo di doverlo fare per avere una vita più serena anche dal punto di vista personale e sentimentale. È inconcepibile che si parli di “mondo/diritti LGBTQ” come se fossimo “l’altro”, una entità a parte. Penso che l’Italia abbia ancora tanta strada da fare per assorbire il concetto di inclusività.

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Sicuramente all’epoca quella fu una delle motivazioni principali, insieme alla situazione in famiglia e il volere andarmene per la mia strada. Non ho guardato indietro, e non seguo gli sviluppi come magari dovrei, ma se non erro ora qualche diritto un più c’è, ma rimane il fatto che la gente ancora si senta libera di denigrare persone che divergono dal loro standard di ‘normalità’ e il ‘dovere’ di fare la battuta del momento.

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Credo di aver involontariamente risposto a questa domanda ma vorrei mettere in chiaro quanto segue e cioè che posso ridere con voi di alcune parole ma fanno male e ancora di più sentirsele sparare in faccia come un insulto quando invece sono io, Paolo, gay e mille altre cose, tutto qui. In Italia potrei avere una unione riconosciuta ma non adottare, non se ne può parlare senza alzare uno schermo di frasi vuote e tutte uguali. La mia vita è una e non la posso sprecare in Italia, non posso sprecarla in paesi medioevali che non vogliono riconoscermi come essere umano, capace di amare e con il potenziale di poter dare.

Nel paese che ti accoglie ti senti più tutelato e riconosciuto che in Italia? Ti senti libero di prendere per mano il tuo/la tua partner?

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Penso che tutto il mondo è paese e se sei nella situazione sbagliata al momento sbagliato, essendo comunque parte di una minoranza, e in quanto tale non capìta, poco importa che tu sia a Londra o in Calabria. Il contesto fa molto. Ma sicuramente mi sento più libera di essere me stessa in una metropoli da otto milioni di abitanti.

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Molto di più. A parte le leggi che danno più diritti e tutele, la cosa bella del Regno Unito e che alle persone, detto terra-a-terra, non interessa quello che fai, non fai male a nessuno alla fine. Ho alcuni amici che hanno fatto coming out con la famiglia qui e la risposta che hanno ricevuto è stata più o meno ‘..and?..’, per dire che sia che tu sia eterosessuale, omosessuale, o come tu voglia definirti, non fa nessuna differenza. Certo, anche qui fanno le battute, anche in TV, ma sono fatte in un ambito diverso e senza nessuna cattiveria o intenzioni maligne. In generale, la discussione è più aperta e punta verso al provare a capire i vari punti di vista. Ovvio, anche qui ci sono le persone che non sono aperte, ma stanno sulle loro e se una persona prova ad attaccare qualcun altro verbalmente o peggio, molte di più prenderanno attivamente la tua parte. Comunque sia, in oltre cinque anni qui, non ho mai personalmente subito o visto un attacco omofobo. E le persone che dall’Italia dicono ‘incontrerai persone che si opporranno a quello che sei’ dico sempre ‘beh, non saranno miei amici’, per dire che alla fine essendo chiuse mentalmente, ci perdono loro, mica io, è il loro punto di vista che è minoritario.

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Baci in pubblico ne ho dati pochi, il mio partner è di qui ed è piu’ sciolto di me. Questo fa parte di quello che mi hanno tolto, la sicurezza di vivere alla luce del sole come qualsiasi altra coppia. Per i diritti invece, qui è un altro mondo.

Prossima meta? Dove ti immagini tra qualche anno?

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Sono momentaneamente rientrata in Italia dopo appena un anno a Londra dove progetto di rientrare tra qualche mese… Londra contiene il mondo al suo interno quindi credo avrò molto da vivere prima di volermi spostare di nuovo – ma mai dire mai!


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Ci sono varie possibilità. Mi piacerebbe rimanere in Scozia per qualche anno ancora, anche se il tempo scozzese e la mancanza di stagioni ‘proprie’ si fa sentire. Questo Paese mi ha dato tanto e vorrei ricambiare. Mi piacerebbe tornare in Australia, ho ancora un anno di visto che posso usare fino ai 31 anni. E il mio ragazzo ha un lavoro che lo potrebbe portare in America per qualche anno, per cui andrei con lui se la possibilità dovesse materializzarsi.

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Voglio rimanere dove vivo, lavorare, sposarmi, comprare una casa nel quartiere che sognamo, avere dei figli.

Partire è stata la decisione giusta? Rifaresti tutto da capo?

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Ogni singola virgola.


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Rifarei tutto, guardo agli ultimi 6 anni come un processo di crescita immenso. Certo alcune cose le avrei fatte diversamente, ma penso che il pensiero passi a tutti. Sono molto contento della mia situazione in cui mi trovo al momento e guardo al futuro con molta speranza. Al mio ego 16 enne direi quello che sembra un cliché, ma è proprio vero – It does get better!

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Lo rifarei e lo consiglio a tutti coloro che vogliono esistere sul serio.

Ringrazio le tre persone alle quali ho lasciato la parola e che con gentilezza e generosità hanno accettato di raccontare la loro storia privata, converrete con me che abbiano fatto un grande servizio a chi li leggerà in cerca di risposte ed indirettamente anche a tutti gli altri avventori.

Prima di lasciarvi, vorrei provare a raccontarvi i pro di due delle realtà estere che ho potuto conoscere durante il mio vivere fuori, così che possiate fare i vostri conti e avere una visione più dettagliata.

LGBT+ in Australia, quali sono i diritti? Si puo’ adottare?

C’è l’Australia che è tanto avanti, dove il sole scotta, il lavoro c’è e puoi trasferirti a dare un’occhiata per un anno o due con una cosa bellissima che si chiama Working Holiday Visa. E magari rimanere con uno skilled visa o una sponsorizzazione. Ma se fai parte della comunità LGBT+? Ti conviene valutare l’Australia? Vi stupirà ma anche in un paese così lontano da tutto è stato difficile veder ottenere dei diritti tanto basilari come quello alla famiglia. Dal 2017 è possibile sposarsi tra persone dello stesso sesso su tutto il territorio e dal 2018 è possibile per la comunità LGBT+ adottare (tranne nel Northern Territory, dove c’è Darwin, per intenderci).

La comunità LGBT+ in Gran Bretagna, ovvero: conviene andare a vivere in Inghilterra e Scozia

E’ viaggiando che ho visto le prime persone dello stesso sesso per mano e le persone transgender lavorare alla luce del sole (sebbene, siano ancora oggi tra i più bistrattati) ma solo nel Regno Unito ho capito quanto l’Italia fosse indietro. In Inghilterra le unioni civili tra partner dello stesso sesso esistono dal 2004 e la legge sui matrimoni (Poiché la precedente, nella sua eccezione, era discriminatorio) dal 2011. In Scozia i same-sex marriage sono legali dal 2014 mentre per la, per molti versi retrograda, Irlanda del nord dal 2020. Le adozioni invece? Possono adottare gli omosessuali, i trans e tutti gli altri, nel Regno Unito? In Inghilterra e Galles è possibile adottare dal 2002, ragazzi. Da quasi vent’anni. Due generazioni ne hanno già beneficiato dimostrando che, sorpresa, le adozioni gay (etc) non creano mostri ma famiglie. In più, non devi essere neanche sposato per avere la tua famiglia. Quasi il 10% dei bambini strappati ad istituti ed orfanotrofi viene ogni anno adottato da persone LGBT+. Da dieci anni le stesse regole valgono per la Scozia, omosessuali e trans possono adottare e prendersi carico dei bambini attraverso l’attività di fostering (affidamento, che viene peraltro sostenuto da incentivi statali). E sapete una cosa? Nel Regno Unito anche i single possono adottare perché un genitore è meglio di nessun genitore ed una vita senza una base sicura. Le famiglie con un solo genitore sono infatti il 25% del totale.

In termini di diritti LGBT+, la mia conoscenza del mondo si ferma qui ma c’è tanto altro e quindi vi invito, se casa vi sta stretta, a trovare il vostro posto in un paese che vi somigli e rispetti, qualsiasi sia la vostra identità, il vostro aspetto, la vostra storia e qualsiasi siano i vostri sogni.

Vi lascio, alle vostre considerazioni e vi aspetto come sempre tra i commenti, su Instagram e su Facebook.

Trasferirsi all’estero da sola, storie di donne che si sono prese e portate via

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All’estero da sola, questo sono le storie di chi lo ha fatto.

L’espatrio non è una gara ma se la fosse io riconoscerei la vittoria a tutti coloro che partono da soli perché malgrado le fanfaronate che leggerete online, quelli saranno gli unici a sapere cosa voglia dire ricominciare senza rete alcuna, senza qualcuno con cui smezzare le bollette in caso di perdita di lavoro o che possa accompagnarti se mai dovessi correre in ospedale.

Sono quelli che non lo fanno perché devono ma perché non c’è scelta, quelli che poi incontri lungo il tuo percorso e vedi cresciuti, con una marcia in più ed una determinazione che forse non avrebbero mai saputo di avere se fossero rimasti in Italia, fermi o continuando la vita di sempre.

Il post di oggi è dedicato ad una specie di viaggiatori solitati che sembra quasi esotica e rara, quella delle donne che si sono prese e trasferite all’estero da sole. Una specie che esiste e scalpita per fare e ricominciare, ovunque nel mondo.

Stai pensando di trasferirti all’estero da sola ma non sai da dove iniziare?

Ti presento Silvia che dopo l’esperienza in Scozia ha capito di voler studiare per un master in Italia, Bianca che aveva solo 19 anni quando è partita come aupair per gli USA, Giorgia che con la sua laurea inglese ha lavorato in mezzo mondo e Francesca che dalla Toscana ha raggiunto il nord della Scozia.

Questi sono i racconti di quattro donne diverse che si sono trasferite all’estero da sole, ricominciando da zero.

1) Un piccolo check, mi confermi che è vero? Sei una donna, sei nata in Italia ma ad un certo punto ti sei trasferita all’estero da sola? Ma allora si può fare?

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Sono Silvia, ho 27 anni e sono una pugliese DOC trapiantata in Toscana per l’università. Anche se mi sento ancora parecchio randagia, al momento. Sono laureata in scienze erboristiche e ora sto studiando per diventare nutrizionista, e nel mezzo ho vissuto un anno a Edimburgo e girellato per qualche mese qui e là per la Gran Bretagna da sola grazie ai progetti di volontariato WWOOF UK ed HELPX.

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Mi chiamo Giorgia, ho 36 anni, sono nata a Pordenone in Friuli e ho lasciato l’Italia da circa 8 anni. Al momento vivo in Scozia, dove lavoro come brand home guide in una distilleria di whisky.

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Tutto vero! Bianca, attualmente 21 anni, Italiana, italianissima anche se non indovina mai nessuno! Passioni? Viaggiare, leggere e scoprire nuovi cibi, come dicono qui: you are definitely a foodie! Ci sarebbe anche pallavolo, che faccio solo perché mi piace ma in realtà sono una schiappa. E yoga che mi rilassa e mi aiuta ad apprezzare ciò che ho.

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Confermo tutto. Mi chiamo Francesca, ho 29 anni e sono nata e cresciuta in Toscana. Sono partita la prima volta l’anno scorso a febbraio, dopo aver lasciato un lavoro che mi dava tanto stress e troppe ansie. Avevo bisogno di cambiare aria e così, insieme ad un’amica, decidemmo di mollare tutto per un mese e andare in Scozia. Non sapevamo ancora quanto quel mese di prova avrebbe inciso sulle nostre vite. Dopo quel mese sono tornata in UK da sola, con un biglietto di sola andata e nessuna idea di cosa fare dopo. Però sì, partire da sole e rifarsi una vita all’estero è possibile.

2) Quali sono state le reazioni quando hai detto che ti trasferivi all’estero da sola? Pensi che abbiano reagito diversamente con te, in quanto donna?

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All’inizio un sacco d’ansia all’idea di trasferirmi all’estero da sola! Dovevo ancora finire gli ultimi esami della triennale, volevo andare all’estero completamente da sola per quasi due mesi e sarei stata in un villaggio sperduto nelle campagne del Somerset, lontano da qualsiasi grande città. I miei genitori erano ovviamente preoccupati, e questo non aiutava il mio essere una persona molto insicura ed ansiosa. I fatti di cronaca degli ultimi anni hanno ovviamente contribuito alla preoccupazione, una ragazza che viaggia per conto proprio?

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Mi reputo molto fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre appoggiata in tutto per tutto. Nel mio nucleo principale familiare siamo tutte donne: mia madre mi ha sempre incoraggiata ad essere indipendente e ad imparare a cavarmela da sola, quindi è sempre stata dalla mia parte.

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Credo che nel mio caso la situazione sia un po’ differente, sono andata all’estero da sola quando avevo 19 anni, perché volevo imparare l’inglese! La famiglia era dalla mia, un po’ stupiti e spaventati, non vuoi certo mandare tua figlia da sola in the USA quando è poco più che un adolescente! Ad ogni modo, prima di partire per la mia grande esperienza, avevo deciso di fare un weekend da sola, in una città Europa, così per vedere come me la cavavo, per iniziare a capire, com’è dover contare solo su se stesse. Così decisi, con i miei primi soldini guadagnati con il lavoro part-time da cameriera, di prendere un volo e andare 3 giorni a Malaga. Insomma, niente di impossibile, in Spagna, in Europa. Ostello prenotato, cosa potrà mai succedere? Spiccicavo due parole di inglese e in ogni caso in Spagna, preferiscono se parli italiano. Immaginate: io felice con l’emozione di sentirmi grande, con la voglia di crescere e farcela con i miei piedi, parlo dei mie futuri progetti Spagna e Usa, con alcuni dei miei amici. Una cara amica mi risponde, che probabilmente sto sprecando il mio tempo e che perderei un anno di università, che non mi darà futuro. La stessa università dove non trovi posto dove sederti. Ma c’è un episodio di cui vorrei parlare oggi, alla notizia del mio viaggetto, Il fidanzato di una mia cara amica mi risponde tutto fiero e felice che se fossi stato io la sua fidanzata non mi avrebbe mai e poi mai lasciato andare da sola, prosegue poi aggiungendo che sicuramente mi sarebbe successo qualcosa e che il mondo non è sicuro per una ragazza che viaggia da solaRagazzo di 23 anni, Italia. 2017. A Malaga ci sono andata lo stesso ovviamente, ed è stata meraviglioso. Come previsto.

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Diciamo che le reazioni sono state, in famiglia, per lo più di sgomento. Nessuno dei miei parenti si aspettava che avrei fatto una cosa del genere e sono rimasti tutti stupiti quando non solo ho mollato il lavoro e sono partita, ma soprattutto quando ho deciso di restare in Scozia. Non credo sarebbe cambiato molto se fossi stata uomo, perché alla fine le frasi erano più sul “E se poi te ne penti?” oppure il classico “Ma non ti manca la famiglia?” e poi il sempre presente “Tanto la nostalgia ti fregherà”. Per contro, gli amici erano entusiasti. Certo non è stato facile nemmeno per loro, però almeno sono stati più incoraggianti.

3) Cosa cercavi all’estero che non avevi in Italia? Cosa ti ha spinta a trasferirsi da sola in un nuovo paese?

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È un cliché, lo so, ma cercavo un po’ me stessa. E scappavo da cose che non riuscivo ad affrontare. All’inizio viaggiare da sola mi ha fatto riprender fiato, poi mi ha aiutato a conoscermi e capirmi un po’ di più. E nel mentre mi ha dato soddisfazioni personali e lavorative che in Italia non ho avuto.

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Il mio sogno era imparare bene l’inglese e avere la possibilità di laurearmi all’estero. Non ero felice della vita che avevo in Italia, avevo fatto un corso per estetista e noleggiavo apparecchiature per uso estetico ma ero stufa e volevo un cambiamento. Ho deciso di fare domanda ad alcune università in Regno Unito per vedere se poteva esserci un’occasione per cambiare vita e mi è andata bene. Da lì in poi non mi sono più fermata.

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Cosa cercavo? Il mio posto nel mondo. La positività, la voglia di credere in qualcosa che funziona, un lavoro gratificante. Un ambiente che ti sprona a migliorare, delle persone accanto a te che vogliono migliorare. Che lottano per migliorare ciò che è attorno a loro, quello che possono. Una community. Ma soprattutto cercavo un’esperienza.

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Personalmente sono partita perché avevo ed ho ancora bisogno di trovare la mia dimensione. Vedere e capire cosa voglio veramente dalla mia vita. Lo so che non importa espatriare per farlo, però a me è servito molto più che cambiare semplicemente casa. Perché essere distante fisicamente ti aiuta a diventarlo mentalmente e non è per forza una cosa brutta. In questo modo puoi vedere situazioni, persone e persino te stesso sotto un’altra luce.

4) Avevi delle paure all’idea di lasciare l’Italia? Come le hai sconfitte?

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La paura di non farcela e dover tornare indietro con la coda tra le gambe, o di avere aspettative troppo grandi che sarebbero state deluse. Sicuramente la paura della solitudine.

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Il cambiamento fa sempre paura ma allo stesso tempo è una fortissima spinta a tirare fuori il meglio di me e che mi fa sentire viva. Non ho paura dei cambiamenti e dei trasferimenti ma essendo da sola, non parto mai se non ho già un lavoro/contratto in mano. Ho sempre scelto paesi dove si parla inglese, per sentirmi più sicura. La casa si trova una volta sul posto.

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Sarò onesta, ero terrorizzata. All’aeroporto, ho pianto come una bambina, salutavo la famiglia e piangevo al security point, ho pianto per almeno 3 delle 9 ore che mi hanno portata a New York. Sentivo che forse non ero pronta ad andare da sola dall’altra parte del mondo, che il mio inglese non era abbastanza buono e che non mi sarei mai integrata. Che sicuro la mia hostfamily non mi avrebbe accettato, che i bambini mi avrebbero odiato. Come le abbiamo sconfitte? Affrontandole, all’aeroporto a NY mentre io mi impanicavo nell’attesa di prendere il mio volo e conoscere la mia hostfamily, un ragazzo, che poi diventerà il mio primo amico americano, mi rivolge la parola chiedendomi che gruppo ero? Immaginatevi io? Quale gruppo? Eh si, perché United Airlines per imbarcare i suoi passeggeri li divide in gruppi. Insomma. a primo impatto tutto bene, gli americani si sa, sono molto alla mano. Avere qualcuno con cui condividere le proprie paure, giova sempre. L’arrivo ad Atlanta ed e i primi giorni sono stati un po’ duri, i nani non erano ovviamente abituati ad avere una nuova Au pair. Io nel frattempo imparavo a guidare una macchina enorme, che era considerata la più piccola della casa. E scopro che i 2 dei 4 nani di cui mi prenderò cura, hanno dei disturbi del comportamento e prendono delle medicine (che gli do io, ogni mattina) per poter seguire le lezioni a scuola e restare calmi.

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Quando ad aprile dell’anno scorso l’amica che sarebbe dovuto tornare con me in Scozia mi ha dato buca (non per colpa sua) mi sono ritrovata ad un bivio: partire da sola per tornare all’estero e lavorare oppure tornare con la coda fra le gambe nel mio vecchio posto di lavoro e riprendere la stessa vita che sognavo di abbandonare? Messa così sembra una scelta facile ma non lo era. Io amo le comodità, lo ammetto, ed avere un lavoro dove entri alle 11:30 del mattino è oggettivamente comodo. Però volevo anche provare qualcosa di diverso, di completamente diverso e soprattutto volevo mettermi alla prova. Così sono partita, ho preso per la prima volta un volo da sola, sono stata per la primissima volta in vita mia a Londra ed ero sola, ho preso la metro all’estero da sola, ho pianto nel bagno dell’ostello perché pensavo di non farcela ma poi mi sono motivata, da sola. E ripensandoci adesso, mentre rispondo a queste domande, vorrei poter tornare indietro alla me di molti anni fa, darle una pacca sulle spalle e dirle di non avere paura, perché dentro abbiamo tutta la forza che ci serve.

5) Quale è stata l’avventura più brutta e quale l’episodio più bello vissuto all’estero?

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Cose davvero brutte non ce ne sono state, cioè pensandoci non mi viene in mente nulla che possa rientrare nella definizione. Forse quella volta che ho sbagliato a calcolare il percorso e camminato per più di un’ora a piedi con lo zaino sulle spalle in una città sconosciuta, senza contanti per comprare il biglietto. L’episodio più bello vedere Drumnadrochit imbiancata dalla neve perché sembrava un villaggio fatato.

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Non mi sono mai trovata in situazioni veramente brutte o pericolose, la cosa “peggiore” è stata passare Natale dell’anno scorso, completamente sola, a fare un trasloco. Cose belle successe sono tante ma in primis le amicizie che ho trovato, dall’università in poi, che ancora mantengo. A Gennaio 2019 sono tornata in NZ per un matrimonio e rivedere i miei capi, colleghi e amici è stato bellissimo.


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Avventura più brutta? Stavo guidando, portavo i nani a scuola, i genitori erano volati alle Bahamas per una vacanzina e io avevo il controllo dei miei 4 bambini e delle casa con gli altri 3 animali annessi, insomma big step! Sto guidando, stiamo andando a scuola, I’m really proud of myself perché è tutto perfetto e siamo in orario quando uno dei nani decide di schizzare e litigare con il fratello, stanno litigando ma siamo quasi arrivati a scuola… al che il fratello grande trova un libro in giro e decide di sbattere in faccia il libro al fratellino, che ovviamente inizia a piangere mentre gli cade in mano metà di un dente. Siamo esattamente davanti all’entrata della scuola e i genitori sono in volo per le Bahamas. Io non ho il numero del dentista perché insomma mica ti immagini una situazione del genere… chi ci ha pensato a chiederglielo! È il mio terzo mese ad Atlanta e il mio inglese è ancora molto limitato. Me la sono cavata alla fine, ma è stata una di quelle esperienze che ti fa pensare: se sopravvivo a questo posso sopravvivere tutto. #girlspower! Esperienza più bella? Tante, tantissime! La mia bambina che mi chiama sorella e le manco quando sto via il weekend. Thanksgiving al mare in Florida, davanti ad un bond fire, un tramonto e some junk food americano, le cene thailandesi dove ti cucinano davanti, con i bambini che sono stupiti di te che non hai mai mangiato thailandese e ti devono far assaggiare tutto, i viaggi e i mille posti spettacolari, i parchi nazionali, i 25 giorni con lo zaino in spalla da sola in giro per l’America, tutte le persone straordinarie che ho conosciuto. La voglia di conoscere, la curiosità degli americani. E il loro considerarsi italiani anche se l’italiano non lo parlano e non ci sono mai stati in Italia. Il sentirsi always welcome no matter where you come from. Vedere la mia famiglia dopo 13 mesi.

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Sai che mi sto sforzando per isolare due esempi? Non riesco a ricordare un’avventura che possa veramente timbrare come brutta, vorrei usare il termine spiacevole. Come quelle volte in cui nel B&B succedono casini e la gente viene da me a chiedere di metterci una buona parola con la proprietaria, oppure quando la gente combina qualcosa ed io ci finisco in mezzo perché sono la più “anziana” fra le helpexer. Queste più che essere cose brutte sono cose fastidiose, cose che se vuoi ti fanno anche arrabbiare, però alla fine passa tutto, un po’ come vivere in famiglia. Per quanto riguarda l’episodio più bello direi che possiamo infilarci ogni volta in cui qualcuno mi ha dimostrato della stima. Penso non ci sia niente di più bello che sentirsi stimati ed apprezzati dove si vive e dove si lavora.

6) Mi racconti il tuo percorso? Dove hai vissuto da quando hai lasciato l’Italia?

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Mi sono trasferita all’estero da sola nel 2017, a Milverton, un villaggio nelle campagne del Somerset, con tappe intermedie a Bristol e Newport, come volontaria in un’azienda agricola che produceva piante officinali. È stata la prima vera boccata di libertà e ce la faccio anche da sola; ed è stato bellissimo. Poi Highlands a febbraio 2018, con un’amica che dopo quel viaggio è diventata ancora più amica, come housekeeper in un B&B vicino a Lochness. Quello è stato il viaggio che mi ha dato la scossa, perché già mi piaceva la Scozia, lì ho capito di volerci vivere. Infine, il 5 novembre 2018 ho preso il volo di sola andata per Edimburgo, dopo aver lasciato il lavoro che avevo iniziato a giugno e che era più o meno stabile. Ero in pieno burn out e avevo bisogno di scappare dal casino che avevo intorno e dentro. Mi sono detta, o adesso o mai più: avevo qualche soldo da parte e nulla che mi bloccasse in Italia. Mi sono sentita una persona nuova. Sono una persona nuova, anche se sono di nuovo in Italia per adesso, so che la Silvia che ha preso quel volo non è la Silvia che sta rispondendo a queste domande.

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Mi sono trasferita all’estero da sola a 28 anni. Ad l’Essex in 3 anni mi sono laureata in Scienze animali e produzione animale. Volendo lavorare in agricoltura ma senza nessuna conoscenza o background nel settore, mi sono iscritta ad un’agenzia che mi ha aiutata a trovare lavoro come apprendista contadina in Nuova Zelanda. Lì ho lavorato quasi un anno in un’azienda agricola per la produzione del latte, ed è stata un’esperienza incredibile. Alla fine dell’anno ero però pronta a tornare un po’ più vicina a casa ed ero anzi piuttosto determinata a trovare lavoro in Italia e fermarmi. Purtroppo, in patria non c’è mai stato nemmeno un colloquio e alla fine ho trovato lavoro in Irlanda come rappresentante. Giravo per le fattorie e tentavo di vendere integratori per gli animali, con scarso successo, tanto che l’esperienza è finita in meno di 1 anno. L’ultima tappa è stata la Scozia, dove ho iniziato a lavorare di nuovo con le mie amate mucche, sempre come aiutante nella mungitura e l’allevamento dei vitelli. Purtroppo a settembre 2018 sono stata trasferita in una azienda agricola dove mi hanno fatto rivalutare le mie priorità, al punto di decidere per un nuovo cambiamento radicale: ora lavoro nell’industria del whisky e sono davvero felice.

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Tappe? Dopo i 13 mesi un po’ ad Atlanta e un po’ in giro tra Messico, Canada, ho deciso che bisognava testare se questo inglese era effettivamente migliorato, così ho deciso di fare IELTS, scoprendo che, sorpresona, ho un C1! Huhuhuhuh! Dopo il mio anno in America, la mia hostfamily si aspettava che io estendessi e restassi con loro per almeno altri 6 mesi ma io ero stanca, l’inglese ormai lo sapevo, sentivo che ero cresciuta, cambiata, il corso al college era finito e a me iniziava a stare tutto un po’ stretto. Quindi decido di tornare in Italia, solo per un po’ giusto il tempo di farsi coccolare, con in mente di trovare un lavoro mettere da parte qualche soldino, nell’attesa della nuova esperienza. In Italia, beh, non mentirò: è stata dura riadattarsi, durissima. Di fatto lo dicono tutti, andare è facile, perché tutto è nuovo e l’adrenalina ti aiuta. Tornare è tutta un’altra storia. Per i primi 4 mesi dal mio ritorno, ero convinta che tornare fosse stata una scelta terribile. Sbagliata, sconveniente. In Italia, un lavoro degno di essere chiamato tale… per me, non c’era. Mi proponevano solo stage in cui venivo pagata una miseria, meno di 5€ l’ora, in una città dopo il cappuccino lo paghi 2.80€, mi sentivo demoralizzata e arrabbiata. Ero così contenta di essere tornata nella mia amata Italia! E così mi ringraziava? Così dopo aver avuto mesi di sconforto, ho deciso di andarmene. All’università in Italia non c’ero già entrata l’anno prima, che a quanto pare 80 come voto della maturità per mediazione linguistica a Milano, non era abbastanza. L’inglese ora lo sapevo, e quindi ecco che inizio a mandare application ovunque, in Scozia, in Danimarca ho persino considerando l’Olanda. Una volta accettata all’Universitá in Scozia, sono partita di nuovo per l’estero da sola.

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Il mio viaggio ad essere sinceri non è stato molto lungo. La Scozia è stata la mia prima trasferta e per adesso anche l’unica. Ho subito trovato un ambiente accogliente, persone generose e gentili pronte a darmi una mano ed eventualmente anche un posto dove stare. Non so se resterò per sempre qui, nella mia testa in un angolo c’è l’idea di tornare in Italia, ma solo quando sarò abbastanza forte e sicura di me, quando sentirò che tornare è la cosa giusta per me senza sentire il peso di aspettative esterne. Per adesso sto bene qui, ho meno pensieri e qualche certezza in più. Sono decisamente contenta di aver preso quell’aereo un anno fa.

7) Dopo esserti trasferita da sola all’estero, cosa sogni per il tuo futuro?

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Sogni materiali e facilmente realizzabili: tornare in UK subito dopo la magistrale e stabilirmici definitivamente. Se posso sognare in grande, invece: se continuerà a piacermi così tanto la recitazione (tra le cose pazze che ho iniziato a fare dopo essere tornata in Italia, c’è un corso di teatro che mi sta piacendo da matti!) vorrei provare ad entrare in una drama school, magari a Glasgow o Cardiff. Nel mentre, il sogno nel cassetto che coltivo e coccolo da anni e che ora prende forma, è pubblicare il romanzo che ho scritto. Magari migliorerò abbastanza per poter scrivere in inglese.

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Fermarmi in un posto per quasi 3 anni è assolutamente un record per me (gli anni dell’università non contano) e sono molto felice di dove sono e quello che faccio, la Scozia è diventata la mia seconda casa. Per il momento continuerò su questa strada però sono una zingara di animo e non escludo in futuro di spostarmi ancora. Credo che l’industria del whisky sia un settore dove c’è possibilità di crescere molto quindi leggo, studio, mi informo e tengo gli occhi aperti, se ci saranno opportunità interessanti non ci penserò due volte e manderò il mio cv.

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Per ora studio a Edimburgo e adoro tutto, i professori sempre così disponibili, i charity shops, le associazioni che cercano di aiutare e vengono in università per farsi conoscere, perché l’informazione è tutto. Il senso di community che c’è intorno. Il fatto che qui tutti fanno un po’ di volontariato, anche per l’università. La rappresentano, perché sanno che gli ha dato molto ed è giusto dare indietro qualcosa. In programma c’è già un internship all’estero e un Erasmus al terzo anno. Il sogno? Viaggiare, esplorare, imparare nuove lingue, ubriacarsi di persone, non fermarsi mai, davanti a nulla. Un lavoro part-time che mi soddisfa e mi piace da morire, l’ho trovato, in meno di un mese dal mio arrivo, e mi hanno fatto subito il contratto e che ve lo dico fare non da stagista, in due settimane lavoravo, da sola. Insomma, molto bene, considerando che l’inglese non è la mia lingua madre e qui non sono americani, ci tengono all’accento. 

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Non ho la minima idea di cosa mi riservi il futuro. Non scherzo, per il mio modo di fare vivo molto alla giornata, anche se delle volte mi rendo conto che pianificare almeno due cosette non mi farebbe male. Diciamo che ci sono un paio di progetti che potrebbero prendere vita a primavera, di più non posso dire anche perché non c’è niente di certo, solo la mia indecisione. Il sogno nel cassetto è quello di potermi fermare e dire a me stessa “Sto bene così”, voglio avere quella sensazione di tranquillità e benessere che per adesso non riesco pienamente a provare. Che sia qui in Scozia o in Italia poco importa.

8) Cosa puoi dire ad una donna che vuole trasferirsi all’estero da sola?

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La paura è normale, e non passa mai del tutto. Ma non permettetele di bloccarvi. Prendete quell’aereo, prenotate quel viaggio, comprate il biglietto di sola andata per quella città che vi piace tanto: se non sarà all’altezza delle vostre aspettative, mal che vada tornerete indietro con un’esperienza in più. Ma se andasse bene, potrebbe cambiarvi la vita.

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Avrei sempre voluto trovare qualcuno con cui condividere viaggi, trasferimenti, vita all’estero, ma non è stato il mio caso. Non per questo ho rinunciato, anzi, ho imparato a fare tutto da sola e a cavarmela. Non aspettate il momento perfetto o la persona giusta a fianco, se avete davvero desiderio di cambiare o di partire, fatelo! La ricompensa c’è sempre e anche se dovesse andare male, si può sempre tornare in Italia. Buona fortuna!

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Partite, andate, a volte sarà difficile ma ne sarà sempre valsa la pena. Anche solo per le persone che conoscerete, per l’autostima dentro di voi che sentirete crescere giorno dopo giorno. Con la consapevolezza di averci provato fino alla fine, fino all’ultimo. Fatelo per voi stesse, ma se nel caso avesse bisogno di un fattore esterno che vi sproni, allora fatelo per quella persona che c’è sempre nelle vite di tutti, quella che deve sempre buttare giù gli altri, che vi deve dire che non ce la farete e che se ce la fate, siete state solo fortunate… come quel ragazzo, nel mio caso. Leggete, informatevi perché l’informazione e l’organizzazione sono le basi per il successo. Poi impacchettate le vostre quattro cose e partite, andate. E non dimenticatevi l’entusiasmo! 

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Avere paura è normale, mi viene in mente una citazione di Doctor Who “La paura è un superpotere”. Io ero terrorizzata quando ho preso per la prima volta l’aereo da sola, sapevo dove stavo andando – all’estero da sola – ma ero comunque terrorizzata. L’importante è saper usare quella paura. Non voglio dirvi che è facile, perché non lo è, io ho impiegato anni ad uscire dalla mia comfort zone e ho dovuto chiedere aiuto. Però ecco, credo che partire da sole, che sia per una vacanza o per espatriare, sia una delle esperienze più belle che si possano fare. Quando viaggi da sola devi per forza ascoltare te stessa, non ci sono compromessi da fare con genitori o fidanzati, se vuoi uscire esci, se vuoi stare tutto il pomeriggio in camere puoi farlo senza che qualcuno ti faccia notare che secondo loro stai sprecando tempo, anche perché il tempo che passiamo con noi stessi non è mai sprecato. Viaggiare da soli, come anche vivere da soli, aiuta a conoscersi meglio. Lo so che sembrano frasi fatte ma è la verità, almeno da quello che ho sperimentato e sperimento tuttora. Per concludere, prendete la vostra paura a piene mani e trasformatela in qualcosa di bello. Non deve essere per forza un viaggio dall’altra parte del mondo, può essere anche solo un weekend in quella città a due ore di treno da voi, ma fatevi questo regalo e provate a darvi una possibilità. Ne vale la pena.

Queste erano le storie di quattro donne che in fasi diverse della vita si sono trasferite all’estero da sola, trovando uno spazio e delle risposte. Resteranno? Torneranno indietro? A mio parere queste sono le domande meno interessanti in questa narrazione che ci ricorda semplicemente che tutte possiamo prenderci e portarci via, provare ad andare e a ricominciare da noi, scoprendo che il centro del nostro mondo eravamo sempre state noi.

Se una storia vi ha particolarmente toccato, se in una di queste storie vi siete riconosciute e ritrovate o se avete ulteriori domande da porre alle nostre ospiti, ecco dove trovarle: Silvia, Bianca e Francesca sono disponibili su Instagram mentre all’occorrenza posso mettervi in contatto con Giorgia.

Vi lascio con le fotografie che queste quattro donne hanno scelto per farvi sognare un poco, per ogni altra informazione, scrivetemi una mail o come sempre ci vediamo su Instagram e Facebook.

P.S. Che dici? Pronta a trasferirti all’estero da sola?

Ricordi di un viaggio a Yangon, in Myanmar: cosa fare in Birmania?

Ricordi di un viaggio a Yangon, in Myanmar: cosa fare in Birmania?

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I mille colori del mercato di Yangon.

Se penso al nostro viaggio a Yangon, mi ricordo quella sensazione di essere una delle pochissime occidentali e probabilmente l’unica con i capelli rosa. Questo ha voluto dire essere facilmente riconoscibile come turista dai tassisti, che hanno suonato continuamente il clacson per farci salire ma anche essere seguita in bagno da una locale per un selfie.

Selfie che esiste da qualche parte nell’internet e vede me pallida come non mai, con il mal di pancia per un possibile colera che ha segnato i nostri primi sette giorni in Asia.

Pochi turisti occidentali, pensiamo di aver contato solo 10 bianchi durante questo viaggio ma purtroppo due di questi rientravano nella categoria della peggiore specie, quella di chi si sposta con il denaro in mano per comprare le ragazze del posto.

Malgrado questo, i locali ci sono sembrati fiduciosi e gentili verso i turisti che ancora non hanno massacrato questo paese, cambiandolo per farne un parco giochi a misura dei vacanzieri, come è invece accaduto in altre parti viste del mondo. I mercati sono autentici, non si vendono calamite o stupidate tutte uguali di plastica, ed in generale respiri un’aria schietta e vera che raramente troverai nel mondo.

Durante il tuo viaggio a Yangon lo shock culturale sarà forte, è la città dove ho visto gli scarafaggi più grandi e anche i topi più grossi e li ho visti ai mercati, accanto al cibo venduto. Ho visto pesce tagliato in ceste e venduto sotto il sole, senza ghiaccio né frigorifero e nello stesso modo ho visto vendere la carne, con le mosche che ronzavano attorno, impazzite da tutto quel ben di Dio.

Pesce sotto al sole fino a chiusura del mercato, Yangon

A Yangon l’odore delle fogne sale forte e quando cammini devi stare attento perché il marciapiede si interrompe passo dopo passo e puoi cadere giù, le lastre sono tutte sbeccate e alcune vengono proprio rimosse, lasciando il pedone a fare i conti con qualche preoccupazione in più.

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Occhi a terra mentre cammini a Yangon, mi raccomando!

Non è stato solo questo il Myanmar, però, è stato il paese dove abbiamo visto una generosità che non ci aspettavamo. Monaci sfamare decine di cani randagi e abbiamo visto fare lo stesso ai locali, che condividevano il riso con gli animali magri e perennemente affamati.

Durante il nostro viaggio a Yangon abbiamo visto dare, più che prendere.

Ci è stata offerta acqua da bere che non avevamo neanche chiesto, dolcetti da una signora che non aveva il resto e preferiva regalarci un bene da 7 centesimi che accettare la nostra banconota da 3 euro. Si sono fermati quando parlavano inglese, raccontandoci la bellezza delle pagode e senza volere nulla in cambio.

Ci sono state anche contrattazioni a perdere e qualche fregatura rifilata perché turisti ma se penso a quei giorni mi tornano in mente sempre e solo loro, i locali fasciati nelle lunghe gonne strette, tutti a lavorare, camminando veloci per le strade o muovendosi dentro i piccoli locali polverosi che si affacciano sulla strada.

Abbiamo potuto osservare alcuni usi locali, dal masticare continuamente e sputare a terra le foglie delle noci di betel, spezie e calce (causa, purtroppo, di cancro) al dipingersi il viso con la thanaka, una pasta gialla che proteggerebbe la pelle da sole e invecchiamento.

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La preparazione delle foglie con le noci di betel, da masticare e sputare in terra.

La nostra esperienza a Yangon è iniziata prendendo una SIM locale per collegarci ad internet e l’operatrice ha impostato per noi il cellulare, rendendoci di nuovo connessi al mondo esterno, questo già in aeroporto. La nostra stanza alla Myat Guest House era gestita da ragazzi splendidi che parlavano inglese, al costo di 7 euro a persona a notte e con colazione inclusa. Abbiamo trovato piccoli gechi arrampicati alla terrazza e mangiato noodles con lo zucchero al mattino, godendo di una vista sulla città che ci pareva bellissima. Il whisky a Yangon costa meno di un euro (la bottiglia!), l’acqua meno di 20 centesimi ed i 7/11 assomigliano molto ai konbini giapponesi che tanto ho amato.

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Tra le strade di Yangon

Prima di entrare nei templi è necessario togliere le scarpe e coprirsi, quando sei donna (e quindi chiaramente peccaminosa). Ne vale la pena perché vedrete luoghi di preghiera che mozzano il fiato e qualche volta anche delle statue kitsch che farete fatica a comprendere. La colpa potrebbe essere del Jetlag, personalmente il più forte mai avuto prima che ho trascinato per più di una settimana.

Nel nostro viaggio a Yangon non abbiamo avuto paura né avvertito pericoli. Il Myanmar è tra i paesi più poveri del mondo ma fortemente in crescita e le zone battute dai turisti sono più tranquille di altre dove raramente puoi mettere piede. Ma sto parlando di rischi per la popolazione più che dei turisti, essere nati in Birmania vuol dire infatti avere a che fare con corruzione, regime repressivo e uccisioni (non ultimo un genocidio a danno dei musulmani).

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Bere acqua in Myanmar? Preferite le bottiglie per evitare problemi.

Come turista penso di aver amato tutto di Yangon e penso che dobbiate avere la pazienza di girarvela a piedi sotto al sole o con la pioggia dei monsoni per capirla bene, non abbiate paura di sporcarvi le mani, di entrare in contatto e di provare a capire.

Avrete molto di bello, indietro, dal vostro viaggio a Yangon.

Consigli pratici per un viaggio a Yangon:

Se avete già letto il mio articolo su come organizzare un viaggio nel sud est asiatico, saprete anche che in Myanmar avrete bisogno di un visto e che questo sarà acquistabile online al costo di 50 dollari americani. Saprete anche quale adattatore per la corrente portare con voi e diversi altri suggerimenti utili, come il fatto di lavarsi i denti con l’acqua delle bottiglie, per precauzione.

In linea generale, il dollaro americano è largamente accettato e la moneta locale prelevabile al bancomat di qualsiasi 7/11. Tra le pagode, la Shwedagon Paya è senza dubbio una meta da raggiungere, non ve ne pentirete ed in tutto quell’oro non potrete che riflettere un poco sulle contraddizioni del Myanmar. Per vedere un Buddha gigantesco in una delle sue posizioni più classiche (sdraiato), non perdetevi invece la Chaukhtatgyi Pagoda.

Sulle guide vi consiglieranno un giro sulla Yangon Circle Line, un treno circolare che corre lungo il perimetro della città, con venditori che cercheranno di vendervi cibo e oggetti. Abbiamo letto recensioni contrastanti al riguardo e purtroppo non siamo nella condizione di poter confermare se ne valga la pena o meno: era in manutenzione quando ad Agosto siamo stati in Birmania.

Abbiamo personalmente trovato non troppo affascinante il lago artificiale Kandawgyi che troverete sulle guide, raggiungetelo ma se non dovesse piacervi, fatevi rapire dalla bellezza di uno dei mercatini locali e prestate attenzione agli abitanti del Myanmar. Con i loro vestiti stretti e le gonne fascianti, vi mostreranno una realtà molto diversa da quella alla quale siete abituati.

Una volta a Yangon capirete però che nei piccoli templi ci si inciampa letteralmente, così come nelle pagode minori.

Lasciatevi incantare da questa insolita meta.

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Due locali.

Una menzione speciale la devo al volo. Ho personalmente trovato un incubo la tratta fatta con Emirates da Dubai a Yangon, con l’aereo che non ha smesso un secondo di ballare da destra a sinistra. Non scrivo questo per allarmare eventuali viaggiatori ma per dirvi che ho parlato con diverse persone che sono esperte di quella tratta ed è normale, nulla di pericoloso.

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Volare a Yangon con Emirates

Vedrete anzi, che bello, essere da soli in aeroporto in caso di voli interni o verso la Thailandia. Un aeroporto tutto per noi non lo avevamo davvero mai visto!

E nemmeno degli esseri umani che aiutino a parcheggiare l’aereo, sostituendosi ai semafori.

Paura. Ma per loro!

Si conclude qui questa piccola guida, vi lascio alle mie storie su Instagram, girate mentre ero a Yangon. Date un’occhiata per sapere cosa vi aspetta dall’altra parte del mondo.

Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

Trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni e senza agganci: le storie di chi lo ha fatto

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È possibile trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni? Lo chiedo perché continuo a ricevere messaggi che suonano un po’ tutti simili e che si riassumono in questo: vorrei vivere all’estero, vorrei darmi una possibilità ma quel treno è salpato perché ho già una età.

C’è quindi una età ed una sola per trasferirsi all’estero?

No, non c’è ma non è qualcosa che ho sperimentato personalmente, la mia è l’esperienza di una che ha lasciato l’Italia a trent’anni in punto e anche se non è stata proprio una passeggiata, non c’è nulla che non rifarei, nulla che non vi augurerei di quel buono che ho sperimentato. Nulla che non possiate prendervi con l’impegno ed il visto giusto (che, vi ricordo, non vi servirà in Europa dove sarete cittadini e con la sanità garantita, da subito).  

Non me la sono però sentita di lasciarvi ascoltare solo la mia esperienza al riguardo e così sono entrate in gioco le tre donne favolose che quel salto sulla mappa a piedi pari, quello dopo i 40 (ma anche dopo i 50!), lo hanno fatto e che nella loro generosità hanno deciso di partecipare a questa intervista per aiutare gli indecisi a fare chiarezza.

Vi presento Barbara partita a 45 anni per la Baviera (ora lavoratrice dipendente), Rossella arrivata a Malta quando aveva 50 anni (ora libera professionista) e Giliola, una cinquantasettenne che sette anni fa si è trasferita con il marito in Repubblica Ceca (dove ha aperto il suo negozio).

Queste sono le loro storie e sono tutte diverse, ve le lascio nella speranza che possano aiutarvi a prendere una decisione e realizzare che non è mai troppo tardi quando vuoi qualcosa.

Ciao e grazie per questa intervista. Posso chiederti chi eri in Italia e cosa ti ha fatto scattare l’idea di trasferirti all’estero a quarant’anni o più ?

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Sono Barbara, originaria di Roma, oggi 48 anni e 3 anni fa mi sono trasferita con marito e figlio in Germania. In Italia lavoravo da anni nel recupero crediti con notevole stress. Per il tipo di lavoro e per la qualità di vita che avevamo, non eravamo soddisfatti, ma due lavori a tempo indeterminato ci frenavano e facevano accantonare il desiderio di tornare all’estero, dove avevamo vissuto per tre anni una decina di anni prima. Poi nel giro di sei mesi, la sede della società per azioni per cui lavoravo chiuse i suoi uffici di Roma e licenziarono tutti, compresa me, mentre mio marito fu messo in pensione anticipata. A quel punto tutti i timori e la paura del grande salto ci parvero meno spaventosi dello scenario che di lì a poco, si sarebbe aperto per noi. Due quasi cinquantenni senza nessuna prospettiva lavorativa ed ancora un sacco di sogni da realizzare.

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Non amo raccontare tanto di me stessa ma ci provo. Sono nata ben 56 anni fa nella fredda, grigia e nebbiosa provincia di Milano e, dopo una laurea in legge e un titolo di avvocato, ho iniziato a lavorare alternandomi tra Milano e le sponde del lago di Lecco prima in studi legali e poi negli uffici legali di grandi aziende. La passione per i viaggi mi ha portato a girare per conoscere il mondo e non mi sono neppure fermata quando è nato mio figlio, imbarcato su un aereo già a pochi mesi per iniziare ad aprire i suoi occhi verso realtà diverse. Da un po’ di tempo mi sentivo stretta in una vita monotona con le sue quotidianità, priva di stimoli ed energia nella sua routine, stressata nel pendolare tra casa e Milano ogni giorno. Forse questo ha fatto scattare velocemente la molla per una scelta diversa, prima inconsciamente e poi sempre più consciamente desiderata. Alla bella età di 50 anni, dopo due notti insonni e tormentate (ti assicuro che non ho impiegato più tempo per prendere la decisione) dove la sicurezza del lavoro stabile, gli affetti familiari e gli amici facevano la lotta con il desiderio di partire verso nuove strade e nuovi progetti, ho riempito una valigia e mi sono trasferita insieme a mio marito a vivere a Malta.

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Sono Giliola ho 57 e sono emiliana ora expat in Repubblica Ceca da sei anni e mezzo. In Italia facevo la stilista di moda come free-lance da oltre 30 anni. Io e il mio compagno abbiamo deciso di trasferirci per motivi di lavoro… di lui. Io come free-lance non stavo vivendo momenti felici, perciò l’opportunità di lavoro del mio compagno, ci sembrava una bella occasione per lasciare l’Italia.

Per i giovanissimi qualche volta i familiari, con le loro paure o pretese, sono un deterrente a partire. Come hanno reagito invece le tue persone quando hai detto che lasciavi l’Italia per vivere all’estero?

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Quando comunicammo la nostra decisione alle nostre rispettive famiglie non furono sorpresi e ci appoggiarono in pieno. Qualche amico e qualche conoscente ci prese per pazzi. Avevamo un figlio preadolescente, un mutuo da pagare e per tanti, troppi anni sulla carta d’identità. Qualcuno pensò che fossimo incoscienti e che saremmo tornati presto con la coda fra le gambe. Noi ci tappammo le orecchie e ci stampammo un sorriso sulle labbra per mostrare i denti che tenevamo stretti.

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Il primo ad espatriare è stato proprio mio figlio all’età di 15 anni quando ha deciso di andare a studiare in UK. Il cuore di mamma avrebbe voluto trattenerlo ma sarebbe stata una scelta egoistica non offrirgli la possibilità di cogliere tutte le possibilità che il mondo ci offre. Qualche anno dopo siamo espatriati anche noi con una scelta personale, convinta e consapevole.
Di certo a 50 anni si ha la maturità per prendere delle decisioni senza lasciarsi influenzare da critiche o perplessità da parte di altri. Questo non vuol dire che le scelte sono facili perché lasciare dei genitori anziani, dei familiari e degli amici di lunga data non è mai semplice. Del resto la distanza è breve visto che Milano è solo ad un’ora e45 d’aereo da Malta e la nostra casa è sempre aperta per chi ci viene a trovare.

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Io non sono giovanissima e per questo ho (avevo, visto che il papà non c’è più da 3 anni) genitori anziani. Quando abbiamo comunicato alla mia famiglia (compresa sorella + grande di 13 anni) la decisione di trasferimento all’estero nessuno ci ha ostacolato. Mia mamma, che ora ha 92 anni, mi ha stupito incoraggiandomi e dicendomi bellissime parole (anche lei negli anni 50 con mio padre e mia sorella piccola, erano emigrati in Francia per lavoro). Espatriare con i genitori anziani non è facile ma posso dire di essere stata fortunata ad avere una sorella che si è presa cura di loro.

Come hai scelto il tuo nuovo paese e pianificato il trasferimento all’estero?

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Dopo aver deciso di andarcene, prendemmo in considerazione tre diverse destinazioni, ma alla fine decidemmo per ritornare in Germania. Ci mettemmo a tavolino e preparammo un piano d’azione per tutte le pratiche burocratiche. Iniziammo a contattare qualche amico tedesco per farci un’idea sulle opportunità di lavoro del posto. Mio marito frequentò un corso per pasticcere, ma nel frattempo inviò anche, senza alcuna speranza, la sua candidatura per un posto nell’organismo internazionale presso il quale aveva prestato servizio da militare. In piena estate, con 35 gradi in casa e con i vicini che ristrutturavano casa con il martello pneumatico, sostenne un colloquio telefonico in inglese e tedesco. Nessuna agenzia immobiliare rispondeva alle nostre e-mail per avere informazioni su appartamenti da affittare. Eravamo pronti a ricominciare da zero e a fare qualunque tipo di lavoro per iniziare, purché ci permettesse di vivere e non far mancare nulla a nostro figlio. Un pomeriggio di metà luglio però, arrivò il messaggio con cui comunicavano che mio marito aveva vinto il concorso.

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Mio marito, da buon professionista esperto in materia, ha fatto una analisi di dettaglio di vari paesi per capire e valutare tanti elementi come la qualità della vita, il costo, la sicurezza, il sistema sanitario, l’efficienza e tanti altri fattori. Negli anni aveva già avuto contatti lavorativi con Malta ed aveva apprezzato la mentalità aperta, diretta dei maltesi, la loro internazionalità e concezione meritocratica tipica della cultura anglosassone. Malta è un paese efficiente e stabile, economicamente uno dei migliori in Europa, con una bassa struttura di costi e bassa fiscalità, un buon livello di sicurezza e un sistema educativo di stampo anglosassone. Quando mi ha proposto Malta, certa che lui avesse già considerato tutti questi aspetti, mi sono lasciata guidare dall’emozione. Ho pensato al clima e al mare, non di poco conto per due cinquantenni, alla vicinanza a Milano ed ai meravigliosi ricordi ed impressioni avute durante una vacanza due anni prima. Ho detto subito sì. Un sì che ha dato colore alla mia vita. I cieli azzurri, il mare blu, le case di pietra gialla che risplendono al sole. E’ stato amore a prima vista con Malta. Lui ha viaggiato per i primi 3 mesi per pianificare tutto, scegliere dove cercare casa e trovarla mentre io davo le mie approvazioni dopo aver visto foto e filmati, fare tutte le necessarie pratiche burocratiche e poi siamo partiti.

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Il paese, nello specifico Telč è stato scelto perché è qui che c’è il Centro di Ricerca dove lavora il mio compagno. Il trasferimento lo ha fatto prima lui, per trovare una sistemazione, dopo 2 mesi l’ho raggiunto io. Non ci siamo mai trasferiti definitivamente, nel senso che ci siamo trasferiti con il necessario. In Italia avevamo un appartamento che poi abbiamo venduto ammobiliato. Tutto quello che era nell’appartamento ora è in un deposito. Qui con noi abbiamo portato poco alla volta un po’ tutto quello che ci serviva, con l’auto.

Una volta emigrata cosa ti ha colpito in positivo e cosa in negativo, rispetto all’Italia?

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La Germania, anzi la Baviera, che abbiamo ritrovato è ancora efficiente e ricca. I servizi funzionano molto bene e dove abitiamo c’è uno spiccato senso civico e zero criminalità. Abbiamo dovuto abituarci ad un clima molto rigido (arriviamo anche a -18° in inverno), affrontare le difficoltà linguistiche e comprendere le tante differenze culturali, ma dopo tre anni posso dire che rifarei tutto e che ne è valsa la pena.

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Malta mi ha rimesso in gioco, mi ha ridato la voglia e l’energia di fare sia sul piano personale che lavorativo. A Milano vivevo nell’insoddisfazione della quotidianità di un lavoro svolto da anni senza più interesse o motivazione. Qui mi ritrovo ad accompagnare i clienti nella realizzazione di progetti di vita, di lavoro o di studio. Seduti per un caffè davanti al mare a chiacchierare di business, di normative, di come sfruttare al meglio un corso di inglese e abbinare un’esperienza di vita e lavoro all’estero, ha tutto un altro fascino. Mi ha colpito, o forse è meglio dire ero disabituata, dalla burocrazia semplice alla possibilità di trovare risposte dalla pubblica amministrazione con una telefonata o una mail, alla maggior chiarezza delle leggi senza complicazioni e rimandi continui. Apprezzo tantissimo godere del clima di innovazione , di apertura verso nuove realtà e progetti che si vive sull’isola. Progetti che poi riescono nella maggior parte dei casi a prendere vita. Questo clima, stare in mezzo ai giovani o meno giovani pieni di idee, entusiasmo e voglia di fare mi fa sentire ancora giovane! Ovviamente mi piace tanto di Malta anche quel mix di cultura e bellezze naturali che è in grado di offrire. Qui puoi andare al mare in baie suggestive e fondali stupendi ma puoi anche perderti alla scoperta della sua storia, di siti millenari, di cittadine medievali, di palazzi barocchi. I miei amici mi dicevano che era un’isola troppo piccola ma in realtà non finisci mai di scoprirla. Poi ci sono tanti voli che la collegano con diverse destinazioni per un viaggio anche solo nel week end o vacanze più lunghe. Dopo il lavoro o nella pausa potersi permettere una fuga al mare per una nuotata o una passeggiata al tramonto, andare a pescare, cenare in spiaggia sono esperienze ineguagliabili anche per una nordica come me. Mi ritrovo ad avere più vita sociale qui che a Milano. Mi divido tra convegni e meeting di lavoro, eventi internazionali, manifestazioni, concerti, feste tradizionali. Malta mi ha permesso di scoprire il mondo, come dico io, perché ho la possibilità di conoscere persone di diversa nazionalità e questo è eccezionale. Ho rivisto il mio mappamondo, studiato tanti anni fa, e mi ritrovo spesso a cercare sulle mappe dove si trovano certe nazioni e a confrontarmi con la storia e le tradizioni di queste persone. Spesso organizziamo BBQ in spiaggia con gente diversa per un piacevole scambio di cibi, tradizioni e musica per stupende serate in riva al mare. L’altra faccia della medaglia: il traffico caotico nelle zone centrali (anche se del resto Milano non è da meno) e la mancanza di una cultura dell’andare a piedi o in bicicletta, l’assenza di un piano preciso di espansione del territorio che vede ora costruzioni ovunque, da una parte a migliorare vecchi edifici decadenti ma spesso senza un piano preciso di rispetto del paesaggio, di attenzione agli aspetti architettonici, di abbinamento tra vecchio e nuovo. A volte mi arrabbio anche per lo scarso rispetto per l’ambiente. Si vedono però alcuni movimenti tra giovani e meno giovani sempre più attivi a difesa di questi aspetti e sono convinta che a Malta non sia difficile cambiare mentalità, se si vuole, in tempi abbastanza brevi.

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In positivo mi ha colpito il paesaggio, la natura prorompente e la tranquillità di questo piccolo paese (circa 6000 anime). In negativo, la difficolta della lingua (che anche ora non parliamo bene, direi che siamo ai livelli base), la diversità culturale delle persone e il cibo (per noi italiani credo che in ogni parte del mondo, il cibo italiano ce lo sogniamo anche di notte) Un altro aspetto molto negativo è non aver legato con persone del luogo tranne una persona che, parlando bene italiano frequento. La barriera linguistica è forte.

Di cosa ti occupi ora e come ti sei reinventata una volta trasferita all’estero?

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Dopo circa 6 mesi dal nostro arrivo, ho iniziato a lavorare in una struttura ricettiva con un contratto di mini-job che prevede un compenso massimo di 450 euro mensili, nessun contributo e/o assistenza sanitaria, ma la possibilità di non dichiararlo al fisco. A distanza di un anno mi hanno proposto di essere assunta a tempo indeterminato, con tutte le tutele e stipendio migliore. Lavoro part time in cucina e servo ai tavoli. Nel frattempo, ho frequentato un corso di tedesco ed in futuro, migliorando l’uso della lingua, spero di avere l’opportunità di trovare un nuovo lavoro.

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Qui ho potuto mettere a frutto innanzitutto la mia precedente esperienza professionale di più di 25 anni nel settore legale, ho ottenuto il riconoscimento del mio titolo di avvocato e sono partner del progetto Maltaway, che offre una consulenza professionale a 360 gradi ad imprese e persone che vogliono trasferirsi all’estero. Noi seguiamo i clienti per portarli a delle scelte personali consapevoli e per guidarli nella realizzazione ed affiancandoli nelle fasi burocratiche, legali e fiscali. Malta è un paese che ha profonde radici culturali inglesi e pertanto vale la meritocrazia. L’isola vuole attirare persone che hanno voglia di fare, che hanno idee, progetti e affidabilità. A Malta non è difficile trovare lavoro, anche qualificato se si ha una buona base di inglese e delle competenze interessanti, oppure aprire un’attività autonoma grazie alla facile burocrazia e al sistema fiscale agevolante. Qui ho potuto anche mettermi in gioco nelle mie passioni, e forse questa è la parte che mi piace di più, e sono anche la responsabile del settore education per corsi di inglese e viaggi a Malta. Realizzo progetti per manager d’azienda o professionisti che vengono sull’isola a migliorare il proprio inglese, ma anche per ragazzi o ultracinquantenni desiderosi di apprendere la lingua. Mi piace soprattutto seguire e incoraggiare tutti quei giovani desiderosi di iniziare un’esperienza di studio o lavoro all’estero, partendo da un corso di inglese per 2 o 3 mesi, che spesso poi si traduce in una permanenza più lunga sull’isola. Mentre districarmi tra nuove leggi mi risulta ancora semplice, le conoscenze informatiche sono ancora in gran parte sconosciute ma nonostante ciò ho voluto creare un mio sito che non fosse la classica vetrina professionale statica, ma che avesse più dinamicità, spunti, riferimenti, idee, consigli, suggerimenti ed esperienze e… tanto colore. Mi diverte molto scrivere sul blog, anche se non sono una scrittrice, e narro di Malta ma anche di esperienze di viaggio personali e suggerimenti e consigli per lo studio della lingua inglese. Del resto anch’io mi sono ritrovata in un paese di lingua inglese e mi sono rimessa in gioco a studiare la lingua a 50 anni tornando anche sui banchi di scuola insieme a tanti ragazzi più giovani di me. Con qualche paura e difficoltà ma sempre con il sorriso e la gioia di condividere questa esperienza. Questa passione per la scrittura e l’amore per l’isola, mi ha portato anche a scrivere, insieme ad un’amica, una guida di Malta “Che senso ha Malta? Una guida insolita attraverso i 5 sensi, tra il giallo e il diavolo, mela!!!“. Più che una guida è un racconto attraverso gli occhi di chi vive sull’isola per scoprire gli aspetti più insoliti dell’isola e il senso di Malta, ma anche il senso del giallo, del diavolo e della mela. Se vi viene la voglia di scoprire il senso di Malta, venitemi a trovare. Devo dire che ho le giornate piene di cose interessanti da fare e di persone da incontrare, rigorosamente con vista mare ovviamente!

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Da 5 anni nella piazza di Telč (patrimonio UNESCO) ho aperto la mia Bottega. Mi sono reinventata a 51 anni. Creo gioielli artigianali, alternativi e contemporanei. Aprire un’attività non è stato complicato. Come prima cosa ho trovato uno spazio che i piaceva. Poi ho cercato una commercialista, che parlasse italiano e fortunatamente ne ho trovata una che lo stava imparando e aveva un’amica che invece lo parlava benissimo e ci faceva da interprete nei primi appuntamenti. Mi sono fatta spiegare cosa mi serviva. Ho aperto la partita IVA, non ricordo quanto ho speso, ma poco di certo. Sono andata nell’ufficio del mio comune per registrare l’attività commerciale senza spendere nulla e poco dopo avevo tutto per poter aprire la mia attività. Tutto qui è molto semplice e poco costoso, anche la vita costa meno che in Italia. Per quanto riguarda tasse: paghi se guadagni. Non esistono studi di settore o anticipi. Mensilmente devi pagare l’assicurazione sanitaria, che copre tutto, e il fondo pensione.

Come ci si trasferisce all’estero dopo i quarant’anni? Con quali forze e con quali debolezze?

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Credo che ognuno abbia la propria storia, che le esperienze vissute ti portino ad affrontare la decisione di partire in modo diverso. Da giovanissimi potrebbe prevalere un senso di maggiore libertà legata alla mancanza di legami e responsabilità, ma allo stesso tempo la scarsa esperienza potrebbe spaventare e far rinunciare. Il punto fondamentale per me è capire cosa si vuole per sé ed essere convinti che con un forte desiderio di ricominciare, forza di volontà e voglia di mettersi in gioco al 100%, si possa raggiungere l’obiettivo prefissato, indipendentemente dall’età e se si parta da soli o con la famiglia.

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A 50 anni non hai l’energia, la sfrontatezza, l’amore per il rischio di un ventenne ma hai dalla tua l’esperienza e la maturità personale e di lavoro accumulata negli anni che ti portano verso scelte più meditate, razionali e consapevoli. Non ci si lascia condizionare dagli altri, si è in grado di valutare e fare tesoro di suggerimenti e consigli, si è più responsabili e capaci di valutare i rischi, si sono già colte o perse tante opportunità, fatto errori e trovato soluzioni agli errori.

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Io sono emigrata con tanta voglia di farlo, anche se dopo quasi 7 anni un po’ stanca lo sono. Per emigrare a 51 anni ci vuole molta forza di adattamento e soprattutto non abbattersi ai primi ostacoli. Tante volte mi sono detta “ma cosa ci faccio qui?” e poi tornavo nella mia Bottega e tutto passava. La mia attività mi dà la forza di rimanere. Il rapporto con il mio compagno è forte e questo ci ha reso ancora più uniti di prima.

Un consiglio per chi vorrebbe trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni ma teme che quel treno sia salpato e che ci sia una età per tutto.

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Penso anche che se si pensa di partire, il sogno sia già ben chiaro e che ognuno meriti almeno di provarci a realizzarlo. Se davvero, all’estero fosse possibile avere una migliore qualità di vita, perché rinunciare senza provare, solo per la paura di fallire e tornare a casa? Noi siamo stati fortunati? Forse, ma abbiamo aiutato la fortuna a trovarci. Abbiamo rischiato, sofferto, lavorato duro, creduto in noi stessi e nelle nostre capacità, scommesso su di noi ed oggi siamo qui. Non posso dire che tutto sia stato facile o che lo sia tuttora. Ci sono i problemi lasciati in Italia che vanno comunque affrontati e da lontano diventa tutto più complicato; i genitori che invecchiano e che avrebbero bisogno della nostra presenza; la nostalgia di tutto ciò che abbiamo lasciato. In più le difficoltà che hanno tutti a ricostruire una cerchia di amici in un posto nuovo, riuscire ad imparare una lingua ostica ed accettare ed integrarsi in una cultura profondamente diversa. Malgrado tutte queste sfide siano ancora in piedi e vadano affrontate ogni giorno, siamo convinti di aver preso la decisione più giusta per la nostra famiglia e che ne sia valsa la pena.

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Per lavoro ho contatti con persone di diverse nazionalità e quello che ho notato è che gli italiani sono eternamente indecisi. In tanti sognano di vivere all’estero e tanti prendono informazioni così per curiosità. La scelta, con tutta la consapevolezza necessaria, deve però essere seguita dall’azione. Lasciare il porto sicuro e salpare verso altri lidi non è certo facile, potrete leggere pagine e pagine, confrontarvi con altri, ascoltare diversi professionisti ma alla fine la scelta di passare all’azione è solo personale. Serve coraggio? Un po’ sì ma non così tanto in realtà, quello che serve è una forte motivazione. Non è vero che il treno passa una sola volta nella vita e che passa solo quando si è giovani, è banale da dire ma durante il proprio tragitto si può anche scendere, tornare indietro, prendere un treno diverso. Siamo noi che ci poniamo barriere, limiti e confini non i treni della vita!

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Non c’è un’età giusta per espatriare, ci vuole voglia di fare e curiosità. Io ne sono la prova a 51 anni mi sono reinventata in un paese molto diverso dall’Italia. Ci vuole volontà e soprattutto bisogna imparare la lingua del posto (io non sono un buon esempio).

Ringrazio Barbara dalla Baviera, Rossella (Facebook, Sito e Libro) da Malta e Giliola (Facebook, Sito e Instagram) dalla Repubblica Ceca per aver voluto condividere le loro storie.

Io vi aspetto nei commenti, su Instagram e Facebook per discuterne ma come vedete: trasferirsi all’estero dopo i quarant’anni è possibile!